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Francesco Tontoli

27 aprile 2018

riproposte

francesco tontoli

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2013/06/29/francesco-tontoli/

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Francesco Tontoli

24 novembre 2015

:

LE BRICIOLE DELL’INVERNO

Come un pane, dividiamo il sogno a metà
tu mi dici “ho sognato che eravamo”
e a me tocca andare a cercarti lì, in quel paese
e se non mi ci trovi avverto la tua ansia
sul cellulare ci sono le tue tracce.
Abbiamo le nostre vecchie antenne che vibrano
e non sappiamo come fare a meno
ognuno della mollica dell’altro.
Sul davanzale sono sparse
le briciole dell’inverno.
Così, dopo un volo di ricognizione
capisco che un po’ del tuo sogno
è anche mio, e non lo dimentico.

Al mercato dei bambini morti
un tanto al chilo, tra i flash
ognuno ha tra le braccia il suo fagotto
ogni mamma insanguinata porge il viso
alla televisionata riportata nel salotto.
Certamente questi morti han frainteso
non volevano morire su un social network
santificati dai deliri di martirio dei padri
in bella posa di vita sorridenti o appisolati
morti meglio di altri bimbi siriani non mercificati.

Se è solo una questione di confine fra due stati
lo stato di confine con la vita ha un passaporto
timbrato da due divinità entrambe decise a cancellarsi
(diplomazia celeste che ama farsi ritrarre
con bambini sorridenti tra le braccia).

:

altro qui…

 

Francesco Tontoli

7 novembre 2013

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Torna in queste pagine Francesco Tontoli che già ci aveva donato una serie di poesie anticipate dall’attenta nota di lettura di Anna Maria Curci (qui). Tema di queste otto liriche è l’Autunno, come simbolico, malinconico e paradossalmente morbido fruscio tonale in sottofondo al vivere, interiore e circostante.

*
Quando arriverà autunno
non solo starò più fresco.
Giuro che con l’acqua
accenderò un fuoco
che farà cadere le foglie
e le riattaccherò tutte di nuovo
sul nuovo autunno che sarà.
Sarà così autunno e potrò berlo
e giocarci e pensare che il tempo passa
perché qualcosa finalmente
si stacca da qualcos’altro
e non rimane quello che è oggi.

Rovente e immobile.
Immobile e eterno come l’estate.

CADENDO

Lo devo a te foglia se volo
almeno per poco.
Mi sono staccato dal ramo,
ma non ero in discesa,
cadevo in salita,
cadevo,
rovinavo,
e avevo in mano una foglia,
che come una mano
che vuole stringere il vento,
si stinge e si brucia
a stringere il sole
che ha amato
cadendo.

LA LUCE BREVE

La luce settembrina é sostanza alterata
volge obliqua lo sguardo alle cose
capovolgendole in ombre remote
anche gli acini d’uva le debbono l’oro
e le ragnatele dei capillari sulle foglie
trovano il cuore di tentare il balzo sul poi
verso il dove irrisolto del vuoto.
Settembre ha già un nome
è oltre l’ardere del cielo
è l’altro specchio maturo del fuoco.

E prima di tendere al breve
il tempo ha ancora l’ occhio
d’ irradiare corpuscoli lucenti
di materia giocosa, inesistente.

PIETRA E ACQUA

Il cielo è basso di cenere e di nuvole
non è domenica nemmeno di domenica
perché le cose non risuonano a Novembre
e le campane non richiamano cantando
la pioggia dai molti rintocchi sull’asfalto
la nebbia che si abbina e aderisce al nocciolo
il passo di un ragazzo a un passo dal silenzio.

L’autunno è un’età di semi che affondano
di gocce rimaste appese in cima agli alberi
che scivolano e cercano di acquietarsi e stare
dentro una goccia grande come in un grembo.

Il giorno muore presto, é un’illusione al cinema.
Siamo luci piccole che vanno a schermo cieco
quelle metafore che cercano un senso
trovando un insensato palpito di vita
sotto il sasso che solleviamo per giocare.

LEAKS

L’autunno gonfia verso l’inverno certo
e sta dirottando le sue foglie nell’oscurità.
Mi capita di leggere i giornali all’aperto
e di trascinarli inutili con lo sguardo in alto
amici di uccelli rumorosi che invadono i parchi
e cagano in lettere ellittiche apocalissi organiche
sillabe becco a becco che infilano sugli alberi
articoli a sfondo onirico intellettual-disorganici
ornitologia stampata in formato aereo.
Bird press hanno le ali remiganti ripiegate aquile
che nessun cablogramma potrà mai decrittare
che a leggerne il volo ci si acceca nel sole freddo
mentre il vento rende lieve e veloce il mio passo.

IL FOGLIO BIANCO

Sono qui ad aspettare su questo foglio bianco
che avvenga la trasmutazione alchemica invocata
che il dolore si manifesti in segno
e il segno in catena di suoni che rotolano
lungo il nulla abissale della parola prossima
e del prossimo inevitabile dolore.

Potrei produrre sguardi senza pensieri
foglie senza alberi, dal vento stesso create
foglie chiamate vento. che non lasciano segni
come lettere che fuggono risucchiate nel buio dell’inverno.

Le vocalità dell’autunno non ammettono consonanze
soffiano suoni che non diventano parole
iscrizioni aperte e non lette, muti alfabeti
indecifrabili, come una religione non rivelata.

CIELO DI SETTEMBRE

Guardo il cielo di settembre.
Da non crederci!
ci sono nuvole a forma di sedia
un uccello maestoso, un unicorno
e qualcos’altro di indefinito in un temporale.
Nel crepuscolo che avanza,
le forme invitano l’ occhio
al gioco della composizione.
Spesso ti cerco lì senza che tu mi chiami
provo a rincorrerti a sorprenderti
a fare come chi sta aspettando la notte
per disfare il cotone che si accumula negli angoli
e che nei cuscini forma alcuni feticci
che gravano enormemente sui sogni.

Ma se torno alle nuvole di settembre
e penso che la luce abbia ancora vita breve
posso ancora sperare di vederti passare
sospesa per poco, giusto il tempo
di poterti trasmutare in goccia.

COMMIATO AUTUNNALE

Dubito che il vento mi porterà notizie di te
lo annuso il vento,e ne divoro intere folate
tagliandolo a fette e risputandone gli affanni
ora che l’autunno mi restituisce la forma delle foglie
come una pioggia di mani volanti che mi salutano,
e ti salutano, sventolando il loro corpo dorato.
Dubito, e in questo dubbio ripongo una piccola certezza
nella piega autunnale che prendono le cose
in un cantuccio umido dove ti nascondi.
Ti cercherò lì.
Sarai in quel buio protetto e silenzioso
in una tana calda, accudirai i tuoi piccoli ricordi.
Aspetterai.
Ti aspetterò.

Francesco Tontoli dice di sé:
Sono nato a Maddaloni in provincia di Caserta nel Febbraio del 1956, e lì ho vissuto per 19 anni. Poi mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, scegliendo di andare a vivere in quella città. Ho sostenuto parecchi esami, ma non sono riuscito a laurearmi, anche cambiando Facoltà, e scegliendo Filosofia. Ho avuto la fortuna di conoscere, e di frequentarne le lezioni sostenendo l’esame di Storia della Filosofia Antica, un grande Maestro come Giorgio Colli, poco prima della sua morte. Erano anni duri e difficili. C’era il terrorismo e la vitale protesta giovanile si andava esaurendo in un bagno di sangue. Io ho messo su famiglia. Ho sposato la donna che amo, ho avuto da lei due figli ormai grandi, e ho trovato un lavoro. Sono tuttora un Educatore nei Convitti Nazionali, e nelle Istituzioni Educative in genere, e mi occupo oltre che di Poesia, anche di Musica. Sono un jazzista e compositore, e opero nell’ambiente musicale pisano da molti anni. Considero fondamentale per la mia visione della Musica (e della vita) la conoscenza, l’amicizia, e la lezione di Donald Rafael Garrett, grande jazzista di Chicago che ha operato per qualche anno a Pisa tra la fine degli anni 70, e l’inizio degli ’80. Suono la chitarra. Riguardo alla Poesia ho ricevuto la folgorante iniziazione durante i primi anni del Liceo dal mio professore di Filosofia, il poeta e prete Giuseppe Centore, e dal mio grande amico e Maestro, Josè Antonio Càceres Pena, poeta e pittore spagnolo dell’Estremadura. Ho pubblicato poesie e racconti su blog di amici poeti molto stimati (da me e da altri), e ho partecipato alla pubblicazione in E-book di una Silloge insieme alla mia amica poetessa Loredana Semantica. Sono titolare di un account su Facebook dove preferisco riversare tutta la mia scrittura, anziché avere la responsabilità per me gravosa, di gestire un blog, o un sito. Considero la Poesia una inutile e necessaria forma di bellezza e di grazia. Come la vita.

Francesco Tontoli

29 giugno 2013

“Considero la Poesia una inutile e necessaria forma di bellezza e di grazia.  Come la vita.”

francesco tontoli

                            

Jam session permanente, la poesia di Francesco Tontoli. Rapidi e costanti cambiamenti di registro e di tonalità, mai camuffati, talvolta dichiarati apertamente, caratterizzano il passaggio da un testo all’altro, cosicché si ha l’impressione di una molteplicità solo apparentemente casuale o frutto dell’estro del momento. Commistione, mutamento, modulazione da maggiore a minore, da minore a maggiore sono invece intenzionali, composte secondo un piano e una conoscenza solida di partiture. Base dell’improvvisazione che lascia il segno non può, del resto, essere altro che la padronanza degli strumenti. Dietro carta e penna ci sono ‘i fondamentali’: argomenti, costellazioni, luoghi, nei quali il poeta si muove agilmente, mettendo al servizio delle partiture che ha in testa tutto ciò che permette il raggiungimento dell’obiettivo, senza riserve o preclusioni: benvenuti dunque anche neologismi e divertissement, che affiancano con destrezza frammenti di canone, citazioni sapienti e originalissime creazioni.
Steno Vazzana, che fu mio professore al liceo, amava dividere gli scrittori tra architettonici e musicali. Francesco Tontoli è poeta allo stesso tempo architettonico e musicale. Ogni componimento ne dà prova: motivi ricorrenti, melodie e controcanti si fanno costruzioni; queste, a loro volta, sanno far vibrare le loro corde, dar fiato agli ottoni e liberare armonie, “sicché ogni albero che vedo/oggi canta” (Bambine).
Varietà e variazioni costituiscono la solida cifra di un edificio ampio e complesso, con stanze ariose e angoli in penombra, scale che conducono a biblioteche “di legno stagionato e problematico” nelle quali sécretaire, scaffali, pagine di libri e spartiti portano sparso.  Un lascito inequivocabile, ché la musica, anima “metallo sottile […] in limatura”, “paura”, si fa “strumento/ di affabulazione”.
È musica del coro di bambini e maestre che “imitano il rombo dei motori” In gita all’aeroporto o nota nudache provò a spogliarsi”, è il canto del foglio “privo di titolo e dedica” in Rapid Writing Movements, è la fantasia napoletana di O’ scurdato ‘nnamurato che da Libero Bovio e Salvatore Di Giacomo prende le mosse, mentre il sentimento del tempo guizza via e, memore della scena iniziale di “Uomo e galantuomo” di Eduardo, chiude e apre porte, tra l’amaro e il faceto, è l’elegia di Avrei dovuto nascerlo, il recitativo de Il pane del drago, il Lied di Madre Lucertola; sono, infine, i notturni L’erba e Botaniche immaginarie (Giridiluna), seguiti dai tre movimenti di Marzo.
Uno sguardo attento e una mano sicura dirigono l’esecuzione, che, anche nella critica al tempo, nella giusta indignazione, non si fa mai invettiva urlata. Un esempio per tutti:

Al mercato dei bambini morti
un tanto al chilo, tra i flash
ognuno ha tra le braccia il suo fagotto
ogni mamma insanguinata porge il viso
alla televisionata riportata nel salotto.
Certamente questi morti han frainteso
non volevano morire su un social network
santificati dai deliri di martirio dei padri
in bella posa di vita sorridenti o appisolati
morti meglio di altri bimbi siriani non mercificati.

Se è solo una questione di confine fra due stati
lo stato di confine con la vita ha un passaporto
timbrato da due divinità entrambe decise a cancellarsi
(diplomazia celeste che ama farsi ritrarre
con bambini sorridenti tra le braccia).

La seconda e la terza strofa della ‘ballata della guerra di tutti i giorni’, Le briciole dell’inverno, precedute dall’ouverture della prima strofa, fanno di questo componimento un modello di poesia civile nel senso più alto e autentico del termine.
Anna Maria Curci

               

                        

Bambine
il cielo per farsi azzurro con voi
ha svegliato primavera
scuotendovi dal gelo.
Dio in persona
ha passato anche a me la parola
e di bocca in bocca
ha frantumato il tegumento
trasformando il suono in fiore
sicché ogni albero che vedo
oggi canta.

La chiamano poesia
ma questa cortesia vegetale
che un giorno sarà vino
oggi contiene perfino un frutto
dentro uno sguardo bianco e rosa.

E io non posso fare a meno
dalla mia postazione di fortuna
di intravedere anche il viso della morte
proprio in fondo a questo tenue e breve
abbellimento della vista.

*
E oggi sono tutto
in questa incertezza.
In tasca ho le mani
con stretta la carezza
che ti farò domani
                               

                  

UN LASCITO

Ti lascio in ricordo di me
un accordo di sesta
do mi sol la
in festa
ma che abbia qualcosa di minore
ti lascio la mia tavola armonica
amore
di legno stagionato e problematico
un viatico a cui ho lavorato curvo
con disincanto
e sulle cui linee mi sono interrogato
giusto il tempo di un assolo stanco
ti lascio in eredità un suono intricato
simile al rumore di un cielo pizzicato
ostinatamente presente, un solletico
qualcosa breve e sintetico
una cosa simile al rumore che fa le neve
e ti lascio una pioggia di risate, lieve
e qualche lacrima dovuta
a una cattiva interpretazione.
E ti vorrei dire anche
che ti lascio la canzone
che ancora devo suonare
e che sto cercando di cantare
ma che devo ancora limare e aggiustare
insomma, per ora ti lascio solo
un po’ del metallo sottile
dell’anima mia in limatura
ti lascio la mia paura
la musica che mi fa vivere
dentro questo strumento
di affabulazione.

     

In aprile gigantesche nuvole
si avventano sui campi
lasciando la loro impronta
l’ombra che corre lunga
insieme al cielo bianco e azzurro.
Come insegue la sua lepre il tempo!
Teneramente si affaccia il verde
tra i rami con mani di legno dolce
e poi il giallo, come a negare
che il suolo sia stato mai ghiacciato.
Sconfinatamente gli occhi nostri
cercano il colore del vento
e seguono le ascensioni e le picchiate
degli aironi grigi e delle garzette.

   

IN GITA ALL’AEROPORTO

I bambini che vanno in gita all’aeroporto
indossano ali e giubbetti rifrangenti gialli
e con le maestre imitano il rombo dei motori
attenti in fila si danno la mano come innamorati.
Max e Abdul, Karima e Jonathan , Ciro e Manuele
vanno sulla pista per decollare verso i mondi che sanno
e per quelli che non sanno si pensano adulti veri.
Mettiamoci dunque in fila anche noi con loro
implumi e appesantiti dalla gravità della nostra forza
ciechi come vecchi uccelli con il collo infilato nel tronco
con scarpe adatte a un cammino che non sa più andare.
Mettiamo con naturalezza la mano tra i loro capelli
rilasciando la semenza che si trasmette con lo sguardo
abbandonando a loro la lettura del disegno strano
che è inscritto a ghirigoro nella nostra mano.

*

Nuda la nota provò a spogliarsi
si sbucciò aderendo fino al nocciolo
seminò la sua tenera polpa sonora
nel labirinto delle orecchie spugnose
bucò diversi timpani che provarono a fermarla
ruppe i cristalli di Boemia conservati e catalogati
sporcò le candide tovaglie di Fiandra
deflorò l’imene delle adolescenti sussurranti
disarticolò le polifonie escludendo i bassi continui
sostituendoli con alti e robusti che sottolineavano
la rottura della continuità introducendo vigore
fece rifiorire gli aforismi resuscitare le anafore
ridare il senso perduto alle metafore spente
bruciò neuroni e sinapsi collassate e ferme ancora
a un ripetitivo giro di do puteolente e nauseabondo
vari kirieleison e salveregina vennero sacrificati sugli altari
insieme agli isacchi che il coltello non risparmiò
Albert Ayler si disse soddisfatto del risultato
Derek Bailey si candidò ala presidenza
Il Grillo Beppe intanto taceva e annuiva
ma non seppe aggiungersi al coro
l’ignoranza musicale è imperdonabile a primavera.

    

 (frasi a naso)

sulla panchina mi disse:
“è difficile rimanere in bilico
sul transeunte”
gli risposi:
“ogni pentola rimane
equipollente”.
Ci videro insieme e pensarono:
“…si sono messi a caso…”.
Una di loro gridò:
“andate a darvi il nettare!”
Così sbollimmo
continuando
a manometterci.

   

RAPID WRITING MOVEMENTS

Dentro un cerchio di appartenenza
come dentro l’enunciato di un insieme
stanno oggetti in numero di tre
un blister di pillole vuoto
un vecchio zaino, un libro.
Senza contare il foglio
sopra al quale sto scrivendo
privo di titolo e dedica.

Il tavolo racchiude questa flottiglia
e sulla sua pianura liquida
il mio sguardo si posa rotondo
come a contemplare un mare.

I movimenti rapidi della scrittura
(rapid writing movements)
smuovono onde e generano correnti
memoria che galleggia negli specchi
lasciano correre flussi di immagini
sopra un bianco abbagliante.

I ricordi soffiano nella direzione segnalata
da una ipotetica rosa dei venti
e lasciano che la penna percorra
la linea d’orizzonte del verso
come fa una vela.

E tutto questo avviene
con semplicità e con cura.
Come la felicità minore dell’uccello
che ha costruito un nido
con le lettere del suo canto.
Come l’antica solitudine del pesce
che nuota dentro la profondità
di un vasto sogno.

                                             

 LE BRICIOLE DELL’INVERNO

Come un pane, dividiamo il sogno a metà
tu mi dici “ho sognato che eravamo”
e a me tocca andare a cercarti lì, in quel paese
e se non mi ci trovi avverto la tua ansia
sul cellulare ci sono le tue tracce.
Abbiamo le nostre vecchie antenne che vibrano
e non sappiamo come fare a meno
ognuno della mollica dell’altro.
Sul davanzale sono sparse
le briciole dell’inverno.
Così, dopo un volo di ricognizione
capisco che un po’ del tuo sogno
è anche mio, e non lo dimentico.

Al mercato dei bambini morti
un tanto al chilo, tra i flash
ognuno ha tra le braccia il suo fagotto
ogni mamma insanguinata porge il viso
alla televisionata riportata nel salotto.
Certamente questi morti han frainteso
non volevano morire su un social network
santificati dai deliri di martirio dei padri
in bella posa di vita sorridenti o appisolati
morti meglio di altri bimbi siriani non mercificati.

Se è solo una questione di confine fra due stati
lo stato di confine con la vita ha un passaporto
timbrato da due divinità entrambe decise a cancellarsi
(diplomazia celeste che ama farsi ritrarre
con bambini sorridenti tra le braccia).

             

O’ SCURDATO ‘NNAMMURATO

stai lontano, guastatore di cuori
volano a te i pensieri in formazione da battaglia
e bombardano, rasano la tabula
si presentano in schegge d’acciaio
davanti alla mia porta aorta.
Niente spero, un niente intero
interamente ritagliato solo per me.
Eppure all’ora del desinare
mi sfamavo con i tuoi occhi
il tempo di un tuo battito di ciglia
e al polo opposto dello stomaco
si scatenavano uragani.
La geografia dei miei organi interni
subiva le oscillazioni dovute
alle basse pressioni sul Bosforo
allo zero termico e al tropicalismo della flora intestinale.
Tutte le sambe del mondo mi tuzzuliavano dentro
e lui, ‘sto core ammappuciato
faceva tu-tu, tu-tu
come un telefono senza fili
collegato col pollice e col mignolo.
Ora ho perso la scheda madre
e ho ridotto la circolazione sanguigna
come quegli animali che risparmiano energia
oi vita, oi vita mia
oi vita non più mia

                   

L’ERBA

Gli alberi di notte non dormono
aggiungono sonno al sonno
anelli al tronco, e sulla corteccia crepe.
Caricandosi di sogni scuotono i rami
inghiottono cicatrici a forma di cuore
e nascondono sensi di fine vita
liberandosi delle foglie messaggere
di vaghezza e transitorietà.
Le radici vere in fondo stanno nelle nuvole
e nei muschi di quei pascoli celesti
che animali onirici brucano nell’umido segreto.
Deformata dal silenzio del sonno
la vita non è che masticare amaro un’erba grassa
indigeribile parola morte.

  

AVREI DOVUTO NASCERLO

Avrei dovuto nascerlo
esserci dove ora non sono
crescere dividendomi in parti
in una specie di culla di un altro
un ragazzino se non introverso
almeno taciturno e capace di saltare
fin da piccolo sulle mattonelle senza toccare le linee.
Azzardare un cammino in cui il piede
atterra su una superficie più elastica
avendo la testa nascosta dentro un ermetico
casco di riccioli che a fatica distingui le luci
degli occhi-binocoli che avvicinano cose.
Avrei pestato meno merde correndo
e sulle mie lune avrei piantato bandiere di latta
immobili, rigide , sventolanti parole
come quelle che in Tibet legge il vento
e che stanno in silenzio tra loro
prima di scendere e muoversi.
E come fa il vento sarei andato lì
in ogni dove su in circolo
prima di scegliere di nascere
prima di nascondermi a morire.

*
e se pure facessi qualcosa qui
con l’altrove sarei in debito

                          

IL PANE DEL DRAGO

L’ho fatto anche stavolta
mi sono svegliato dopo di te
quando i tuoi passi per casa
al mattino, messi di traverso
erano ancora dentro i miei sogni
e ti ho sentito forse salutarmi
sbattere la porta e uscire
ricordarmi qualcosa circa commissioni
e impegni
mentre ero lì a lottare con un drago di passaggio
o a cadere nella tentazione di essere corrotto
trafitto, fatto precipitare in un orrido
e salvato per miracolo.

Sono passato attraverso
avventure salgariane
erezioni mattutine obbligatorie
inutili tentativi di scalare montagne di potere.

Poi ho sentito di nuovo la chiave nella porta
tu che cercavi qualcosa
e di nuovo i tuoi passi circondarmi
dopo avermi baciato, e forse anche sorriso
mi devi aver messo nelle mani qualcosa di scritto.

Sotto le istruzioni per uccidere diversi draghi
e per sfuggire a vergini pronte a decapitarmi
mi ricordavi , se c’era altro tempo
di comprare il pane e annaffiare le piante.

[So che ti sei fermata un istante a guardarmi]

*
ti stupisci di questa coperta
bucata di stelle
guarda il carro
è solo cammino seminato.

                        

BOTANICHE IMMAGINARIE (GIRIDILUNA)

Sono quarti di giri di luna
nei campi li ha di notte l’estate
diventano mezzelune
e poi giridiluna piena.
Fiori segreti e irrequieti
si voltano insonni verso quella cruna luminosa
cercando di infilare la testa nell’uovo di luna
in un estivo e festoso fecondare notturno.
Navigano nell’amnios latteo del cielo
sorridono con la loro falce spugnosa
intrattenendosi in cosmiche e private conversazioni.
Amano il linguaggio silenzioso delle radiazioni di fondo
il tamburo solenne che batte dalle galassie lontane.
Orientano il loro radar su tutte le stelle
non su una sola e accecante parola.
Quando sfioriscono
è il primo impercettibile segnale
di un inizio di autunno.

                         

MADRE LUCERTOLA

Maittone, amico mio d’infanzia
bello grosso eri, e forte
e fossi stato anche cattivo, avresti fatto fortuna.
Quando da bambini cacciavamo le lucertole
d’estate, e i giochi di controra, li ricordi?
Maittone, dicevi, che il terremoto viene
perchè c’é la madre di tutte le lucertole laggiù
e i campanili ballano perché la coda della lucertola
si muove e si muove, e fintanto che lo fa
bisogna recitare gli scongiuri velocemente
e segnarsi, e pregare, e bestemmiare.
Insomma fare tutto fino a quando la coda
non smette di contorcersi, perché é senza capo.
Io ti sentivo bestemmiare e scongiurare
indugiando sulla coda, mentre la lucertola dimezzata
la scampava bella, dentro un buco sottoterra
tra le macerie del terremoto
dove madre lucertola le regalava una coda tutta nuova

                         

MARZO

I
Mi sfiora il significato della primavera
riaffiorano cose indicibili dall’inverno
indeciso se essere ramo o pietra
sto accanto e mescolato a questo vento
come in una invenzione di musica imminente.

II
Ispeziono l’udibile e tendo le membrane
anche i fiori fanno rumore dentro ai bocci
basta credere nel rosa e perfino nell’azzurro
soprattutto in città ascolto le sinfonie del giallo.
Ecco una fede che fa al caso mio, cresce nervosa
dentro ai toni grigi, come in un’ottava.

III
E poi c’é marzo che un poco indossa il tempo
un poco ama e un altro poco muore
ma molto fa rumore e coglie tutto il silenzio
che viene dal passato ruotandolo, negandolo
affrettandosi a cantarlo quando c’è il sole
destando cori e falsi movimenti dentro al petto.

                

                           

Francesco Tontoli dice di sé:

Sono nato a Maddaloni in provincia di Caserta nel Febbraio del 1956, e lì ho vissuto per 19 anni. Poi mi sono iscritto alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Pisa, scegliendo di andare a vivere in quella città. Ho sostenuto parecchi esami, ma non sono riuscito a laurearmi, anche cambiando Facoltà, e scegliendo Filosofia. Ho avuto la fortuna di conoscere, e di frequentarne le lezioni sostenendo l’esame di Storia della Filosofia Antica, un grande Maestro come Giorgio Colli, poco prima della sua morte. Erano anni duri e difficili. C’era il terrorismo e la vitale protesta giovanile si andava esaurendo in un bagno di sangue. Io ho messo su famiglia. Ho sposato la donna che amo, ho avuto da lei due figli ormai grandi, e ho trovato un lavoro. Sono tuttora un Educatore nei Convitti Nazionali, e nelle Istituzioni Educative in genere, e mi occupo oltre che di Poesia, anche di Musica. Sono un jazzista e compositore, e opero nell’ambiente musicale pisano da molti anni. Considero fondamentale per la mia visione della Musica (e della vita) la conoscenza, l’amicizia, e la lezione di Donald Rafael Garrett, grande jazzista di Chicago che ha operato per qualche anno a Pisa tra la fine degli anni 70, e l’inizio degli ’80. Suono la chitarra. Riguardo alla Poesia ho ricevuto la folgorante iniziazione durante i primi anni del Liceo dal mio professore di Filosofia, il poeta e prete Giuseppe Centore, e dal mio grande amico e Maestro, Josè Antonio Càceres Pena, poeta e pittore spagnolo dell’Estremadura. Ho pubblicato poesie e racconti su blog di amici poeti molto stimati (da me e da altri), e ho partecipato alla pubblicazione in E-book di una Silloge insieme alla mia amica poetessa Loredana Semantica. Sono titolare di un account su Facebook dove preferisco riversare tutta la mia scrittura, anziché avere la responsabilità per me gravosa, di gestire un blog, o un sito. Considero la Poesia una inutile e necessaria forma di bellezza e di grazia.  Come la vita.