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Gianfranco Vacca

9 marzo 2021

Gianfranco Vacca riesce a mettere sulle pagine qualcosa che ti piace leggere e sentire, scritto in modo così originale, carezzevole e leggero nei toni. È la proposta di un pensiero espresso in modo morbido, quasi con levità, nel suo dirsi, stimolando sensazioni, percezioni di immagini per poi salire su elementi di pensiero profondo sul senso e lo svolgersi della vita in un percorso che coinvolge spazi e tempo, presente e passato e, forse, futuro. C’è quindi un pensiero che si articola in due parti, Il viaggio e La casa, non certo separate, anzi: sono i due elementi che possono ben comprendere il tragitto della vita: dalle radici saldate dentro noi al nostro esterno, che non è per tutti lo stesso. Come un compendio di vita che richiama il doppio bisogno di riconoscere certo queste radici ma anche la necessità dell’abbandono per la curiosità (o forse anche l’inevitabilità) di volersi aprire alla conoscenza, forse per far esistere le cose appunto attraverso il viaggio, persino l’incontro con nuove case, che mettano radici ma sempre con la sottolineatura di un luogo ben penetrato nel cuore di Gianfranco. Tendo a leggere così l’abitudine ad introdurre una specie di sottotitolo in calce ad ogni composizione che richiama un luogo, un sito terrestre del cuore dell’autore, a partire dalla propria Capri ma poi aggiungendo Napoli, Roma, Delfi, Istanbul o regioni vaste come in India o in Iran. Nella seconda parte, La casa, rimane solo Capri, la vera radice, con qualche sporadica citazione di Roma. Il tutto reso in una atmosfera che viaggia tra il mito e la contemporaneità con, lo ripeto, l’uso raffinatissimo e preciso di un linguaggio che spesso rovescia e costringe a confrontarsi con gli opposti. Nel titolo c’è la parola “silenzio”, che richiama la necessità del mutismo per poter dedicarsi alla parola “ascolto”, che chiede e affida all’orecchio una mansione, una non sordità di fronte alla parola precisa e al mondo e che Vacca intanto rivolge prima di tutto a se stesso. Mi sembra, dall’insieme dei testi, che si possa parlare del Mediterraneo come casa e del suo dialogo con le civiltà che lo hanno percorso sino ad oggi, ma anche dell’Oriente che ha incontrato e incontra con le varie forme di viaggio. Un viaggio appunto della parola che annuncia il pensiero, il sogno e il reale, il desiderio e la conoscenza di sé e degli altri. Questa lettura mi ha fatto tornare ad un testo per me fondamentale: Il Mediterraneo, raccolta di saggi a cura del grande storico Fernand Braudel su qualcosa che ci appartiene e ci lega nel profondo. Anche con Gianfranco Vacca si parte da luoghi fermi per scoprirne il movimento e poi attraverso la curiosità ci si apre alla voglia di esplorare, anche in senso figurato o nel sogno, mondi e pensieri penetrati da ricordi, affetti. In fondo i luoghi amati richiamati in calce ad ogni testo a cui si torna, come Ulisse per Penelope, implicano un precedente abbandono che forse serve anche a ritrovarne il senso. E allora il silenzio e l’ascolto diventano essenziali per queste “riscoperte” dopo una partenza e nel viaggio. Partenze come abbandoni, ma anche generatrici di esistenze, in un gioco intrigante col mito antico; si veda il primo testo:

Il cielo era un’ipnosi di stelle
e le scialuppe in viaggio
tra i due Ciclopi e le montagne,
le briglie di un’onda ammiraglia.
Ed ora anch’io partirò
chiedendo perdono
da isola ad isola, nel lasciarti sola.
E sosterò la terra di un sogno
per lasciarmi attendere
in ogni Penelope del mondo
che tu davvero inizi ad esistere.

Come nella raccolta precedente, Cinepresa mistica, c’è poi un uso diffuso del verbo transitivo, riflessivo che quindi si presenta come tratto distintivo del linguaggio usato da Gianfranco Vacca. A volte paradossi apparenti, rovesciamenti. Ne cito alcuni:

– il vento che vocalizza gli usignoli
– la sensualità che attuò il suo pennello
– il tempo che misurava gli occhi
– la sensazione (che) infila la pupilla
– sera che già demorde i colori
– la neve che acceca il mondo del bianco

e così via con molti altri esempi sempre di grande effetto immaginifico pur nella estrema precisione della parola, che insieme conducono ad una percezione di bellezza quasi gioiosa anche nei tratti più tormentati. C’è qui il rovesciamento continuo della realtà, come ci appare, per invitarci al dubbio, alla non possibilità di risposta o forse a più risposte tutte accettabili o da rifiutare. Ecco: bellezza e precisione della parola. Mi ha colpito nella lettura dei testi la frequenza dell’uso di alcune parole. Ho contato nove presenze del colore “rosso”, a cui se ne potrebbero aggiungere altrettante per “fuoco”, più altre presenze del verbo “ardere”. E allora mi sono chiesto: deve esserci una ragione, non so se inconscia o voluta, per la quale l’autore le utilizza così frequentemente, quasi sinonimi se intendiamo riferirci al verbo ardere. Nello spettro dei colori il rosso indica frequenze, vibrazioni lente ma intense, ma è anche il calore del giorno o quello forte e diffuso del tramonto che attende il blu della notte. Soprattutto il rosso e il fuoco sottendono la passione, anche il desiderio, il contrasto che mi pare uno dei fili conduttori di questa raccolta, come le somiglianze del resto, tra le persone, i territori, negli affetti e nelle passioni. Forse questo rosso vuol riportarci al colore di una vita ricca, forte, vera e quindi anche contrastata. Vorrei richiamare a conclusione il primo testo, (in realtà meriterebbero tutti una citazione) già indicato sopra, dove subito si incontra sotto un cielo intriso di stelle l’invocazione di un sogno per una partenza, un abbandono che chiede però a una “Penelope qualcuno” di attendere perché “tu davvero inizi ad esistere”. Ecco, mi pare che in questo apparente paradosso si compendi non solo quell’uso straordinariamente preciso e leggero, carico di bellezza del linguaggio di Gianfranco Vacca ma anche, almeno a parer mio, il senso della raccolta e di un pensiero, che riporto citando Angelo Lumelli: “Per quanto un luogo stia fermo in attesa del nostro arrivo, c’è una qualità, nel luogo amato, in virtù della quale sembra venirci incontro”.

 Gianfranco Isetta aprile 2019 postfazione

***

 

Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi – Ed. Puntoacapo 2019

 

Un’apertura nel cielo, grande
emersa sulle derive lontane
scruta i mari in fiero bagliore
quando fu vela e terra e mondo –
e nel suo lampo
ogni cosa,
ai mondi milioni di lontananze,
in ogni cosa
solo dubitando la luce
lo stupore risale gli abissi
come chiarezza estrema
quando fu diamante.
(Capri)

I Fratelli Karamazov

Apparso alle stampe
nel duemila o tremila
prima o dopo Cristo
è oggi il capolavoro.
Fratello, mio amante
vieni da me
come sia possibile che il mondo viva
e la bellezza, la sua anima
cosa sia l’anima
se tu le muti in diamante
l’ordine mistico dei cieli
cosa a lei resta di noi
se le porti in mano l’innocenza
fino al gelo delle Siberie
come un pazzo tra visioni di fuoco
passando di ghiaccio in ghiaccio
tra i pericoli dell’immortalità
l’anima, alta
per tutte le volte
per ogni volta che abbiamo amato.
Ed è lei tutto quanto siamo
gli uccelli – le grida
(gioia lontana)
è lei ognuno di noi
“E’ chi non ha fratello
casa destino
è tutto ciò che attende e te e me
che siamo suo fratello
casa destino”
e se non le siamo questo
volto al volto come gemelli
sguardi, lo sguardo
che vede se stesso perduto
– oramai,
se non le siamo questo
un filo,
appena l’altra metà del cielo
per diventarle respiro,
noi non siamo niente.
(Capri)

E li adoro, io
ad uno ad uno
i molti me
al fuoco dell’altare
io, da me reciso
che lascia liberi
i suoi nessuno.
(Capri)

È tornato il pensiero nerissimo
un arruffio antracite
ed era tutta quiete la notte.
Ala insonne, o tu che piangi
se ho abusato perdutamente
quando troppo desideravo
“se a cento cieli avevo ingresso
e in cento cieli io non avevo spazi”
o era il mondo, grande
ad occupare tutto quello che sono
per riversare me stesso
in tutto ciò che non sono
(Capri)

Il Nord cala il suo regno sul mondo.
Nessuna tonalità al pomeriggio
già prono alla notte
sui colori che vanno a svanire
mentre si dona allo sguardo
la tinta perpetua
riflessa sugli specchi
che attendono il risveglio.
(Capri)

Se il pensiero non viene pensato
non possiede esistenza
se ciò che pensa
suppone sia la verità
deve allora esistere la menzogna
se il pensiero diventa meditazione
riconsegna se stesso al nulla
dove nacque,
e ne oscilla
da una parte dall’altra
cosa fu mai
chi iniziò il vero
chi il falso?
Ma nel nulla solo il nulla gli risponde
e così non può altro
e si arrende
si confonde, e ne riposa.
(Capri)

Neve e bianco
si confondono insieme
nella notte
un ciliegio è in fiore
e risplende nel buio.
Il cielo cupo
che incombe la primavera
rende alpino lo sguardo
i fiori bianchi sui rami
come fioccasse l’inverno.
(Roma)

Era vera
non il falso
di un mendicante autentico
e nello schiudere la mano
spalancava il centro.
Piccola, nella sua toppa ricamata
scaldava un pensiero, una preghiera,
gli occhi due more colme
che l’iride scorre al volto
in goccia piena.
Quando la mia moneta
le si posò fra le mani
né dracma né pepita né oro accadde
ma da lontano sul mondo
il vuoto le inondò lo sguardo
se le mani
distese lungo i fianchi
come un rimorso arrende.
(Capri/Roma)

Un secchio ha la sua fisionomia
anche se rivola come un colabrodo
è fiero, avventuroso
con una leggenda
un futuro da riempire
che attinge e ne gronda infinito
risalendo dal pozzo alla luce.
(Capri)

Meglio sentirsi un leone
una massa di brame nelle fauci possenti
– criniera fulva
afferra le febbri.
Pupille possenti – le mie
mi libererò – guardando
per giungere ad essere chi sono
mentre si richiudono le sbarre
a cui mi aggrappo e sbatto
contro ricordi di palme
oramai lontane
e radure e cieli roventi
le Afriche le savane
il Safari
la tensione dell’attimo
il balzo.
(Roma)

Quando sarai sulla cima delle cose
manterrai il coraggio
se anche il mare si allontano
via da te?
E se il tuo cuore batte
lontano,
potrai lasciarlo andare
senza frangerne l’assenza?
(Capri)

 

*

Gianfranco Vacca (1959 Napoli) a vent’anni si trasferisce a Genova, poi a Roma, per tornare infine a Capri, dove risiede. Nel 2011 pubblica Sarebbe stato un ottimo pazzo (Campanotto, premio Nabokov 2014.) Alcune sue composizioni compaiono insieme ad altri suoi inediti in Ancora introvabile il padrone del silenzio, e-book pubblicato nel giugno 2013 da Larecherche.it. Sempre nel 2013 pubblica la raccolta Cinepresa mistica (puntoacapo Editrice). È uno degli autori pubblicati ne Il fiore della poesia italiana, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano (puntoacapo Editrice, II ed. aggiornata 2016). È del 2019 la sua ultima raccolta dal titolo Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo Editrice), di cui è tratta una sua composizione inserita nell’antologia Il fiore delle lacrime (puntoacapo Editrice, 2020).