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Giuseppe Martella

30 giugno 2019

 

Per strada
E così via, raccogliendo per strada
i lacci e le conchiglie e i ricci
stracci – le caccole dei cani
gli impicci fra ieri e domani
raccogliendo, scartando
(rifacendoci gli occhi)
facendo insomma le pulci
alle cose con le dita nude –
doloranti magari, gli occhi stanchi
davanti sempre un mucchio di detriti
e quanti quanti sempre più davanti
sfaticati, stenti sulla strada
quasi sfiniti tutti, tutti quanti –
quasi arrivati, e neanche partiti.

Macchia
Ogni macchia, lasciata sulla strada
intrisa di semenze
ogni cosa derisa – attende
di essere ripresa, condivisa
come un’ostia dissacrata
attende di essere ancora una volta
spezzata, spezzata come pane
diluita, stinta, poi bevuta
tutta d’un sorso –
la macchia sul dorso della tua mano
il fuscello nell’occhio
e dire piano, e dire piano
sempre più piano dire
sempre più vano il tuo fletterti
in ginocchio – pregare –
la macchia densa
che sta fra il dire e il fare.

Gran Canaria
Azzurro, azzuro
azzurro il cielo, trasparente è l’aria
dopo la pioggia rara del mattino
fine fine battente
la pioggia mattutina a Gran Canaria.
Azzurro azzurro che scema nel celeste,
celeste il cielo
azzurro il mare, bianchi i cavallucci
riccioli bianchi, spuma sulla roccia
che scende sui tuoi fianchi
isola d’aria
La pioggia mattutina ti ha vestita a nuovo
nutrito ha il poco verde, che nella roccia
si perde, e al mare mira diventando muschio
mischia l’aria col sale – e fischia una leggera brezza
sul celeste che rischia di annegare –
isola d’aria persa in mezzo al mare.

Luce e terra
E la figura nell’ovunque luce
svanisce e si dà pace finalmente
si piega come il gambo sulla terra
– è passato un giorno – soltanto un giorno
è passato –
La terra tace, assorbe, riconduce
tutta l’acqua di luce alla sorgente
la terra riproduce fiori e frutti
e tutti quanti ritorniamo alla terra,
tutti ritorniamo alla terra dalla luce.

Pensionato
Sono rassegnato, sereno
ho fatto la pace col mondo
– se non con me stesso –
in fondo che cosa mi ha dato?
Qualche cosa di buono:
settant’anni di pace
le tanti mani tese,
qualche coltellata andata a vuoto
qualche finta di troppo
qualche palla mancata
qualche leggero intoppo
qualche fidanzata –
finale di partita:
ma che bella giornata!

Cielo a rovescio
Guarda celeste come si disperde
il cielo
in mille biascicanti fiocchi
e mi rifaccio gli occhi
mi dimentico il gelo dell’inverno
il dolore ai ginocchi –
il maleterno di vivere a quattr’occhi
con la morte – chiamiamola per nome
non so come dirla altrimenti
anche tu che mi conduci, mi
indichi la meta
anche tu menti – mio segreto destriero
bianco che mi porti –
lì sul dorso del cielo.

A mia madre
Non ho parenti, sono solo al mondo
sono un bimbo strambo
perennemente in cerca di adozione
se piango canto la stessa canzone
di sempre –
e mi sovviene il tuo volto parente
madre dai tanti volti ormai dispersi
semicancellati, sovraimpressi occhi sbarrati
madre che urli dalla finestra e ti sbracci
e mi chiami –
di giudicare io non ho il diritto
il bene e il male che mi hai fatto.
Io sono qui per te natura che non mente
sono tuo figlio, qui, sulla soglia del niente.

Ore
Le ore sono parole da non dire
e passano altrove e si
dis-fanno sempre l’una e l’altra
– l’ora bruna del presentimento –
come nube leggera dagli orli illuminati
arancio, rosso perché viene
perché viene sera prima o poi
nell’ora stessa come quando bussa
alla tua porta
il pellegrino sempre più inatteso
sempre più vicino che lo confondi
poi col tuo profilo che si smussa
che passa
per la cruna dell’ago,
e sì foggia un angolo protetto
come la tortora che si fa il nido
di straforo
nel sottotetto della tua dimora.

Canone inverso
E breve breve mi ritorna in mente
il ritornello
però tutto a rovescio che non so
neppure se sia quello di prima
oppure un altro – o della foglia
il dolore nel ramo che si incrina –
sulla soglia dove il rumore
si trasforma in suono e poi in parola
e poi vola fra me e te –
rimane fra di noi – come se
fosse un arcobaleno, solo
un effetto di luce nella pioggia
una lama nel cuore
un boomerang di ritorno
un osso di rapace
scagliato d’improvviso a ciel sereno.

Rincorsa
E ci rincorrevamo per le stanze
a tutte le ore,
la mano nella mano, amore
ma non era vero era un sogno
più che vero una ghirlanda di luce
una chimera – era
la voce che mi rincorreva – era
l’eco, l’onda sonora che
portava seco l’immagine che sfiora,
vita nella parola,
la lavora da dentro –
come in una morsa – cara
così che arresta nel lampo la rincorsa
la cura, dalla culla alla bara.

Verità
Quando lei impastava l’aria di pane
gesticolando
quando lei pensava insomma –
e fermava le mani “formando un nido”
e io la guardavo di sbieco in auto
– che fai pensi, le dico –
oppure giù in giardino mi chinavo
cercando di scovarla lì tra i fiori
così per scherzo, come se l’avessi
già persa
– la mia testa bislacca
sempre a caccia di scherzi –
la cercavo con gli occhi schernendola
– lei curava i miei fiori sui ginocchi –
e non era uno scherzo: lei era vera.

Pro-verbio
Avevamo lo stesso mal comune
avevamo lo stesso mezzo gaudio.
Nella monotonia dell’esistenza
ci sfioravamo appena
cantavamo canzoni ciascuno per suo conto
ma l’eco ce le restituiva sempre insieme
intatte come in un controcanto,
una polifonia antica
dove i tempi e i modi dell’accordo,
gli stacchi i timbri le modulazioni
non erano farina del mio sacco
e neanche del tuo, mia cara.
Ma ora che mi tornano alla mente
mi sembra che ci siano state sempre
così fra noi
prima di te e di me
del nostro incontro (le pause, le durate)
prima dell’incrocio degli sguardi
prima della prima parola…
appena prima.

 

 

 

Giuseppe Martella ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il modernismo inglese, l’ermeneutica letteraria e filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media.

Da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con diverse riviste cartacee e online (La Clessidra, Poesia Blog Rainews, Poetarum Silva, Versante Ripido, Carteggi Letterari). Non ha finora pubblicato versi propri.

 

Fra le sue pubblicazioni accademiche:

Ulisse: parallelo biblico e modernità, Bologna, Clueb, 1997.

Ciberermeneutica: fra parole e numeri, Napoli, Liguori, 2013.

Tecnoscienza e cibercultura, ARACNE, Roma, 2014.