Archive for the ‘Guglielmo Aprile’ Category

Guglielmo Aprile

28 novembre 2018

primavera Guglielmo Aprile

 

MOLTO PRESTO, AL MATTINO

Gemma di suoni chiusa
nel suo scrigno di foglie,
il passero recide la giugulare al canto,
e dà all’alba il segnale
di sorgere, impaziente
trombettiere agli eserciti
della luce: dilapida
le monete che il sole
gli versò nella gola,
spacca di colpo le anfore
della voce e ne sperpera
senza risparmio le acque,
ingarbuglia il groviglio
delle note nell’aria
che in vortici in spirali
si avvolgono, gomitolo
di fili d’oro alato
rotolante tra i rami,
diamante di trilli
che sul pavimento del cielo
si frantuma, va in pezzi:
ne raccolgo una scheggia,
porta riflesso il volto
che avevo da bambino.

 

BREZZA DI MARZO

Tenace, l’inverno incatena
nel ghiaccio i capelli ai torrenti,
strangola il bocciolo
nella scorza, spezza le piste
dei rondoni contro la frusta
obliqua della pioggia,
l’inverno carceriere;

ma lo vedrò, il mandorlo esultare
dietro un cancello, un muro
scalcinato, e le prime, ancora rade
tenere, candide foglie
ammantare il suo corpo
esile, esausto: Lazzaro
di bianchi lini avvolto
che spalanca il sepolcro!

Sarà come guarire
dopo una lunga malattia, evadere
da una cella, o abbattere
un tiranno; impigliate
nei raggi di sole le tortore
canteranno, perché insieme alla brezza
di marzo la voce ora è giunta
di un dio che dalla morte
torna, torna con la certezza
dell’erba che indomita spunta.

 

LA GRANDE EBBREZZA

Una smania, un’elettrica
felicità fa bambina la terra,
bambina che non sta più nella pelle,
che è raggiante, per un regalo
da troppo atteso, una promessa
mantenuta. È un contagio:

guarda quanto si dà da fare
la lucertola a setacciare l’erba,
il luccio ha l’imbarazzo della scelta
ora che cerca un posto per le uova,
le api sono in tripudio, e ondeggiano
a mezz’aria drogate di profumi,
è così preso, il fringuello, su e giù
per i rami, è diventato pazzo
è come ubriaco, esplode acrobazie
da funambolo, sta mettendo a nuovo
il suo nido, o neanche riesce a credere
a tanta abbondanza di gemme e bruchi.

Quanto esiste di puro, quanto è Dio,
quanto è selvatico innocente libero,
si fa onde di luce, si fa verde
urgenza di fiorire incontenibile.

 

FESTA DI PRIMAVERA

Ha l’aria un tremolio dorato, insolito:
tempesta le siepi il ranuncolo,
è stato il sangue del sole a nutrirlo,
sgorgano tenere fiamme le primule,
covano semi di stelle i cespugli;
gli alberi sono cavalli in amore,
non ce la fanno più a stare fermi
piantati in terra, se il vento li chiama,
vorrebbero correre lungo un fiume
che ha per onde l’arcobaleno;
dissoluti re, i prati, quale scempio
di colori, quali orge nelle alcove
della brezza consumano gli uccelli;
forgia un diadema odoroso la pioggia
sull’incudine di ogni filo d’erba.

Una ragazza dai capelli malva
raccontano stia per passare
sorridendo tra i campi:

presto, bisogna che tutto
sia pronto ad accoglierla, bisogna
che tutto sia festa.

 

COME FANCIULLI GLI ALBERI

Come avesse labbra
a miriadi, la pioggia
sussurra con tenere
parole alla terra l’antica
canzone, dalla pagina
del cielo srotola
il suo lungo racconto,
bacia una per una
ogni foglia. Le stanno
incantati in ascolto
come fanciulli gli alberi,
il sole in un guanciale
di nubi si è intanto assopito.

 

PAESE SILENZIOSO

Ritirati su un argine,
in disparte, sembrano disertori
certi alberi, in clandestino
esilio, e assorti in un pensiero
solitario, da secoli,
osservano il fiume e il mutevole
riflesso del cielo sull’acqua,
o dormono perduti
in un sonno antico e distante,
paese silenzioso e
vasto, che mai visitò nessuno.

 

COSMOGONIA

Somigliano a piume le nuvole,
ali di un cigno immenso
che dorme
sul lago di seta del cielo.
L’universo sta aprendo
i suoi petali, è un fiore
di loto che spunta ad oriente
dalle acque della notte.
Il sole, bambino che dorme;
è l’alba, la sua culla è il cielo,
l’alleluia dei passeri
gli socchiude le palpebre,
e tra i ricci di luce
quanti fiori che s’aprono.

 

ORA CHE TACE IL VENTO

Sono un intruso, non mi riconoscono
come uno di loro, questi alberi,
diffidenti, mi ignorano se passo,
si chiudono accigliati in una loro
gelosa solitudine, a difendere
un riserbo ostinato, che non posso
violare, e che li rende schivi,
assorti, ripiegati in sé, distanti
come alle volte certi uccelli prima
che piova, quando sospesi si lasciano
cullare lenti nell’aria, tra i tetti,
e osservano distratti per le vie
il viavai della gente, ma sprofondano
pensierosi di nuovo in quell’enigma
che un segreto volere a noi fa oscuro
o accenna appena, nel tremore labile
di un tuffo d’ali nel fogliame fitto.
Ora che tace il vento, in mezzo a questi
pini superbi, silenziosi, sento
che alberi uccelli nuvole tra loro
parlano in una lingua a me preclusa.

 

 

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

Annunci

Guglielmo Aprile

29 maggio 2018

TalentoEquil   aprile-810x605

 

Sala d’attesa

È in errore chi afferma
di aver avvistato al largo i delfini,
ci vede male o si fa gioco di proposito
della credulità popolare,

fin dalle prime ore
facciamo all’impiedi la fila
all’entrata del gigantesco outlet
la cui inaugurazione è prevista oggi,

ma non sarà bello scoprire
che al suo interno i banconi sono vuoti;
ci hanno ammassati in questa semibuia

sala d’attesa, ogni due ore circa
la porta si apre, un inserviente convoca
un altro: deve consegnargli un foglio

che quello saprà a memoria da anni.

                        

Per quale ricompensa

L’impazienza dei passeggeri
è ingiustificata, a confronto
con la scarsa attrattiva della meta finale.

Si dimenticano presto i nomi
delle stazioni superate;
requisiti alla dogana
i regali dei compleanni passati,
le creme contro le rughe,
le candele all’incenso per la casa.
l’elenco dei monumenti da vedere.

All’arrivo
troverò nebbia ad accogliermi al binario
e uno scheletro di balena
macchiato di muschio.

                 

Sfasatura

Non c’è corrisondenza
tra le parole del banditore
e l’interno della scatola colorata;

i denti caduti e seminati
non daranno raccolto,
scartata la fiammante confezione regalo
l’abito sarà di un paio di taglie più corto;

e quante volte, povera piccola,
resterai delusa
dai distributori automatici
che non rilasciano il resto.

                              

Obiettivi raggiunti

Quella smania di frugare negli armadi
in cerca di una pista fra le dune
fino a Saba e alle sue porte d’oro,
almeno una lezione l’ha data:

non c’è che segatura
dietro le seduzioni del legno lavorato,
le tarme dettano i loro comandamenti
sotto il completo della Comunione;

non si affonda la mano
nella gola dell’alligatore, se non per apprendere
che il cielo non esiste.

                            

Demistificazione

C’è un’impostura clamorosa
nei ritratti oleografici del sabato sera.
La gente esce dai negozi
con buste piene di pietre nelle mani
orgogliosa
dei propri colorati guanti nuovi,
la segatura degli uomini
costeggia
il bordo di un maelstrom, anche in mezzo
allo squittire delle luminarie,
di ognuno attraverso lo sguardo
leggo perfino
il bosco ingordo a cui sta facendo ritorno,
la tumefazione che preme
sotto il vestito della sera;

non ho per fratelli
che i lampioni impassibili
alle strade furibonde e al loro
inseguirsi, divorarsi a vicenda.

                           

Giusto mezzo

L’uomo ha tratti da anfibio,
si succedono i gesti
in apnea e le inferriate
lungo i cancelli chiusi,
i suoni più laceranti si smorzano
nell’acqua e nella sua densa
opacità sonnolenta
ma l’ossigeno brucia i polmoni,
c’è troppo freddo
se tiriamo su la faccia anche un attimo,
non duriamo a lungo
né in superficie né sotto,

specie ibrida, non siamo adatti
alla terraferma e alle sue condizioni strette
ma neanche impariamo a nuotare.

Otturiamo una carie
con ubriacanti passi di rumba
e trottole da far girare sempre più veloci;

alziamo il volume alle casse,
riempiamo a ritmo forsennato i secchi,
facciamo più rumore,

per non sentire fuori dai vetri chiusi
la pioggia che striscia e fa ambigue insinuazioni,
declamiamo a piena voce

le medaglie e i titoli, per coprire
il cigolio della puleggia inceppata,
il dito incastrato tra le ganasce;

mondo che affonda, certi pomeriggi
di nebbia, nelle proprie
sempre più larghe piaghe da decubito.

                           

Il gioco della morra

L’ospite ama fare improvvisate,
verrà a citofonarmi
quando sono in pigiama o sotto la doccia:
jazzista dei calendari,
si beffa dei pronostici,
è il fattore sorpresa
che lo rende imbattibile alle carte,
ha una mano
veloce e furbissima, con cui apre
a caso ogni giorno i suoi elenchi,
possiede in rubrica i recapiti
di tutti gli imboscati,
potrebbe in qualunque momento
raggiungerli, non è che per pigrizia
se non lo ha fatto ancora.

                           

Ostaggi

C’è chi, malgrado
il peggioramento del meteo
e l’instabilità dei mercati,
riesce a non pensare
ai calcinacci nello stomaco,
alle scarpe che si arrugginiscono:
accenna perfino un passo di giga
sul violino dei passeri alle cinque;

affezionarsi alla primavera,
sindrome di Stoccolma
verso un sequestratore che si fa degli scrupoli,
in fondo nemmeno così cattivo.

                              

Il giorno dopo

Il romanico della neve
dona una certa grazia all’inverno
e alle sue geometrie rachitiche:

spegne il morso della lebbra
sugli zigomi delle strade,
smussa i canini agli alberi;

poi la mammella del cielo
si sgonfia: il fango svela
sotto quel soffice marmo il suo inganno,

è una bugia che dura un giorno
il bianco.

                           

Saggezza da netturbini

1

Nella polifonia discordante del traffico
non è facile riconoscere
un motivo armonico credibile.

Ho paura che non ci sia un bel niente,
dietro la fuga
di quadratini rosa sulle pareti del bagno;

meglio ovattare
la lisca di pesce incastrata tra le gengive
sotto sciarpe pesanti,
adatte ai rigori del primo mattino.

2

Nei denti è scritta la storia di ognuno,
solo le alghe
prima e a conclusione
di ogni discorso, di ogni nastro di Moebius.

Non siamo un’eccezione
ai tanti modelli automobilistici
usciti fuori mercato,
faremo la fine dei quasar.

                                       

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.