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Paolo Polvani

10 febbraio 2019

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L’azzurro che bussa alle finestre
di Paolo Polvani
Collana Versante ripido

 

 

 

 

 

 

Il mistero, ma anche il fascino, che si nascondono dentro ogni libro di poesia consistono nell’essere consapevoli che l’autore ci viene incontro con le sue pagine, ci tende la mano che tiene il suo lavoro, e sembra dirci: “piacere di fare questo incontro con te, io sono  ciò che tu scoprirai nel mio libro“, e poi soggiunge “… ma non sono solamente quello, per conoscermi meglio dovrai attendere anche il prossimo libro“.

 

Per me ogni volta succede così: ogni libro di poesia che mi cade sotto gli occhi mi racconta la storia del suo autore, la sua vita, le sue passioni e le sue delusioni o le amarezze, e questo di Polvani, dedicato all’azzurro, inteso non solo come colore ma  più come sentimento, stato d’animo, mi ha mostrato un lato differente dell’autore che conoscevo come poeta  di poesie civili, impegnate, socio-politiche, rivelando con questa raccolta un’altra sfaccettatura di sé, forse simile a quella che indusse anche il cantautore Paolo Conte a inserire nel corpo della sua canzone Azzurro questi versi “…quelle domeniche da solo/… neanche un prete per chiacchierar“.

 

Credo di poter essere quasi certo che Paolo non abbia avuto la nostalgia di un prete per fare due chiacchiere, però questo libro  ci dice quali sono i temi che spesso attraversano la sua esistenza di uomo che vive e anche scrive poesie, e i temi sono diversi, spaziano dalla domanda su dove risieda la gioia, le ragioni della insoddisfazione di sé, la vigliaccheria per l’omissione di certe minime attenzioni al prossimo, l’angoscia della morte, la passione e l’attenzione verso l’altro sesso ed il coinvolgimento della fantasia che ogni avvenimento piacevole o di sofferenza comporta sempre.

 

Il tutto è raccontato senza pesantezza, e lo prova l’esordio con la prima poesia che ci viene presentata Si chiama azzurro“, come se Polvani volesse trasmetterci la  felicità di un giorno in cui la vita lo ha pervaso d’amore, di voglia di esistere, di passione, sentimenti che lo hanno indotto a scrivere: “ l’azzurro che inchioda i gabbiani /… assottiglia le vibrisse… / l’azzurro che lenisce… / l’azzurro che sfinisce /.

 

Ma se ci riflettiamo bene, questo colore non è forse quello  fondamentale della pittura impressionista ?

Se partiamo da Pizarro, tocchiamo Sisley  con i loro cieli primaverili ed approdiamo agli azzurri delle  marine di Honfleur ritratte da Monet ci accorgiamo che questo colore rappresenta il trionfo della vitalità nella natura, e anche Polvani lo sottolinea quando scrive: “…la tracotanza dell’azzurro/al vento gonfio di capelli //; subito però  appare un’ombra in questa poesia quasi per dar ragione a quanto scriveva allora Paoul Cezanne: “ mettete prima le ombre e poi il resto uscirà da solo“, ed infatti, prosegue Polvani: “...come si chiama questo sproloquio delle credenziali,  /l’ affacciarsi di marzo e un mare di scompigli/ smania di vivere protesa sul bianco della pagina / sul nuovo alfabeto di fittissime foglie, come si chiama // questa ruvida insoddisfazione che ti offusca e ti / afferra, ti trascina allo specchio “//.

 

Noi  che leggiamo non siamo ovviamente il prete che cercava Paolo Conte nella sua canzone, però ascoltiamo con affetto e quasi con la stessa attenzione di colui che raccoglie una confessione, la sua “smania di vivere“ e lo seguiamo in quel “trascinarsi allo specchio“ per cercare di capire come mai in un giorno così pieno di azzurro si faccia sentire nella sua (ma forse anche nostra) anima quella “ruvida insoddisfazione“, e perché  egli scriva in altra poesia a pag. 13  “l’azzurro è un artiglio che non lascia scampo/ ti divora i sogni, è una minaccia e un lampo, /la tentazione di un azzardo, una pazzia /.

 

Il trionfo dell’azzurro nella poesia di Polvani non vuole essere un grido tipo euforico ma superficiale tipo  “la Vispa Teresa“,  e ,come certe marine di Monet non ci raccontano tutto di lui, ci basterà riflettere su un altro quadro in cui è pieno inverno innevato e appare, a fare contrasto con tutto quel bianco, un uccello nero poggiato su di una staccionata a destra nel  quadro, per renderci conto che anche in una giornata splendida di azzurro si possono  affacciare le domande di pag. 15:

 

“sai dove abita la gioia? Dove/ trova riparo? Dove fa la sua cuccia?/

 

e la risposta egli  ce la dà nel verso successivo ove troviamo

 

“a chiunque tremerebbero le gambe/ quando accende la luce/ il tuo sorriso. Ci sono le voci/ e il passo lieve dei gatti, ci sono/ le antiche strade, le passate lacrime./ E’ un abbraccio nel quale riposare //.

 

Tuttavia, prima di andare a scoprire “dove abita la gioia“ per il nostro autore, mi piace camminare ancora un poco accanto a lui nell’itinerario che tocca, – com’è giusto che sia in una poesia non superficiale, – il problema che sta alla base di tante nostre domande, è cioè quello condensato nel  titolo di un altro quadro famoso di Gauguin:

“D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous?“

 

Polvani non sfugge alle ombre necessarie ai quadri e pure alla vita, come diceva Cezanne, e infatti scrive versi angosciati per la celebrazione della morte della maestra Mariella:

 

…// adesso non è vero che riposi, l’assillo/ delle cartilagini ti affanna, le crepe/ nelle palpebre, lo sgomento delle unghie nel vedersi/ crescere nel vuoto, l’ansia improvvisa dei capelli,/ e il tormento, tutta quella solitudine che grida“

 

E’ raro poter leggere con tanta nitidezza, che fa pensare ad alcuni passi dei  racconti di Edgar Allan Poe, l’angoscia che la morte suscita sempre in tutti, e lo si capisce meglio in questa poesia di pag. 34 dal titolo Magia, in cui egli augura alla persona deceduta

 

…”alzati/ dal letto, esci dall’ospedale, percorri a ritroso/ le stagioni, richiama il fumo dalla ciminiera, ricomponi/ ogni frammento d’osso, riprendi i tuoi vestiti, esci/ dalle fiamme e cammina dentro il mese di aprile/, muovi ancora  i passi, allenati per i nuovi/ sorrisi, articola un piccolo discorso, sgranchisci/ la mandibola, prova a parlare, guardaci ancora/ una volta negli occhi, chiamaci per nome, cancella/ quella scritta: morta l’otto di aprile //

 

Non c’è nella poetica di Polvani alcuna speranza di riscatto ultraterreno di fronte alla morte, e i versi di Paradisiamoci qua  lo dicono con chiarezza:

 

“Io non so lo e non lo sai tu come sarà, ma il tuo invito/ di rivederci in Paradiso cara io lo declino, bada non è/ un rifiuto, semmai un rinvio.“

 

e prosegue nella stessa poesia rievocando la concretezza della quotidianità di alcuni atti della vita :

Ti ricordi che abbiamo mangiato un gelato al mascarpone?“

per  domandarsi  subito:

pensi che potremo rifarlo in paradiso? Che potrò comprarti quelle sciarpette colorate?

 

L’agnosticismo dell’autore si conclude poi nella poesia dal titolo strano ma eloquente

eurostar s’infila dentro una galleria e qualcuno s’interroga sull’esistenza di Dio“

ove leggiamo ”... e il fragore affonda tutti nel guscio tondo della galleria, nel fondo/ della marea nera, paura bru bru e tun tun e rimbalza/ sui binari il seguente assillo: esiste dio? Ma nessuno lo sa e ci viene/ da ridere e ci si chiede dove va questo treno immaginario? Va/ dove vanno tutti i treni immaginari: nella pancia di dio/ ma anche dio è immaginario e s’infila dentro una pancia immaginaria//

 

Sono versi che rimandano ad altri di Giorgio Caproni  nella poesia “Congedo del viaggiatore cerimonioso“ sullo stesso tema, e quasi con la stessa ambientazione sopra di un treno in movimento, ove troviamo:

.../ ed anche a lei, sacerdote, /congedo, che mi ha chiesto se io /(scherzava) ho avuto in dote/ di creder al vero Dio /…

 

 

Se allora la visione del nostro autore è strettamente connessa e legata al “qui ed ora“, alla mancanza di una visione ultraterrena è lecito domandarsi da dove egli tragga la forza per sentirsi esaltato da tutto l’azzurro di cui abbiamo parlato poc’anzi, e quale sia l’aggancio che lo trattiene e lo lega in modo così vitale all’esistenza.

A me sembra di poter affermare che  la risposta sia collocata nella corporeità del concreto, in modo speciale  in quel concreto che è quasi sempre rappresentato dall’incontro con l’altro sesso,  tangibile in molti versi di questo lavoro.

Ma non sempre questo aggancio con “l’altra metà della mela” si rivela appagante, e infatti egli scrive a pag. 8 di sentirsi:

“… incatenato/ alla chimera del possesso, all’idea che sia il sesso che ci salva/ e ci riscatta“,

ma contemporaneamente (invocando per sé stesso quel salto qualitativo nel sentimento che gli possa permettere di non “incespicare, barcollare, ed essere“ sgominato nell’orgoglio“):

chiude la poesia in questo modo

“… chiederò ai tuoi santi un consulto, una dritta/ per amarti davvero, per amarti di più, amarti oltre ogni sconfitta“.

E come ogni uomo che si scopra debole e fragile nei confronti delle promesse non rispettate, il nostro autore è capace di auto-da-fé, di promesse che si augura di poter rispettare, – anche contraddicendo quanto affermato in precedenza a proposito di un ipotetico paradiso – quando scrive a pag. 28: “guarda cara, per te io vincerò/ la legge gravitazionale, infrangerò/ la norma, perché già lo so,/ lo avverto, ne sono certo, continuerò/ ad amarti anche da quell’altro luogo,/ di cui non saprei indicarti valide/ e attendibili coordinate: un laggiù, un lassù, chissà, ma che sia per di là/ o per di qua non ha grande rilevanza,/ io so che il mio amore per te si espanderà/ come un oceano, dilagherà come una pioggia/ di fine ottobre//

Se di questo poeta sento di condividere la passione per la vita e per le sue creature, se lo leggo sempre con ammirazione e rispetto verso la sua capacità di far suo il dolore che spesso incontra nel cammino della vita,  se ho stima per la sua intransigenza di intellettuale e  per lo sdegno verso la faciloneria nella quale la stagione sociale in cui siamo immersi tutti sembra travolgerci, vorrei prendere congedo da questo suo lavoro trascrivendo per intero i versi di questa brevissima  poesia che  esprime la sofferenza per un dolore arrecato ad una donna, ma al tempo stesso nei due versi del  finale lascia trapelare tutta la natura di chi è poeta che intuisce la contraddizione ed il dualismo tra ciò che egli vorrebbe essere e ciò che invece lo incatena alla sua indole di scrittore.

 

In cambio del tuo pianto :

 

-quanta disperazione si è data appuntamento e ora/

ti assilla e assedia e ti difende/

la convulsa grammatica del pianto./

 

E’ lì che ti raggiungo, dentro i singhiozzi./

Un pianto di donna che mi chiama a un lampo/

d’immaginazione, a un fervore fecondo.//

 

Quel “lampo d’immaginazione” e “quel fervore fecondo “ sono la condanna del poeta (ma non solo sua) alla disanima continua attorno a sé stesso, sugli altri e sul dolore che causa le lacrime in chi ci ama, ed egli, come le figure che popolano la poesia “le mie amiche sono felici ? “, può concludere:

 

 

Ridono così bene, e non ti negano parole di velluto.

Io non so se le mie amiche sono felici

 

Neppure io  che scrivo lo so.

 

 

Luigi Paraboschi

18.1.2019

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Silvia Secco

15 dicembre 2018

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Lettura di Luigi Paraboschi

 Se le parole che un poeta usa con maggior frequenza sono le spie che ci aiutano a comprenderlo, ciò che in buona parte serve per identificare il nucleo del suo “ sentire “,- visto che  in questa raccolta la Secco usa i sostantivi “ Neve “ “ Pane “ , “Sete e Fame “  con molta frequenza-, non posso non  domandarmi quale sia la parte di sé che essa maggiormente tende a valorizzare, se il corpo o lo spirito, ma propendo a superare la fisicità dei sostantivi elencati per lasciarmi sedurre da un’altra spia del suo essere persona, gli esergo che essa antepone alle varie parti del suo lavoro.

Si sceglie un “esergo” per  fare una introduzione al lavoro che si intende sottoporre al lettore, ed anche per rendere omaggio a qualche autore importante per la nostra formazione, e la nostra autrice  ne evidenzia alcuni  che elenco per aiutare ad inquadrare i vari temi che essa svolge

il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome
e per citarle bisognava indicarle col dito. (Gabriel Garcia Marquez)
Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese
doveva difenderti (Andrea Zanzotto)
della città importanti io mi ricordo Milano (Ivano Fossati)

Se è vero che scriveva Marquez che “ le cose bisogna indicarle col dito “ a me sembra che già dal lavoro precedente “Canti di Cicale “  Secco avesse lasciato capire che il titolo del lavoro attuale fosse già in cantiere quando da allora  indicava al lettore che: Interni al mio ventricolo sinistro/maturano segreti di amarene
e  infatti questi sono i frutti che lei si decide a cogliere ora, quando scrive  del lavoro di cui sto parlando:
io qualche decina di amarene/mi covo nel grembo. Per voi preparo/un pane in dono, minuscolo ed agro.

Ma  aveva anche dichiarato da prima:
All’amore/occorre tacere, come alla neve cadere./Occorre accarezzare, se brucia soffiare. /Placare se serve, lenire.

Le amarene che Silvia ci offre sono talvolta acidule, com’è nella loro natura, e lasciano in bocca un sapore brusco, e quindi il lettore dovrà cercare di addolcirsela girovagando tra i numerosi passaggi morbidi di questo libro.

Il dolore del cuore prorompe dentro la riflessione che essa conduce parlando di  fatti di cronaca recenti, episodi di violenza su bambini e bambine accaduti nel sud del nostro Paese, fatti che hanno turbato le coscienze di tutti per la loro drammatica evoluzione.

E l’urlo di dolore non prorompe ma si tocca con mano perché la poetica di questa autrice è sì tutta giocata con parole che esprimono  fatti e avvenimenti tragici, ma  lo fa sempre con il pudore e la riservatezza che la delicatezza degli argomenti richiede, come in questa  dedicata alla bimba napoletana  di pochi anni, abusata e poi gettata dal terrazzo di casa,  una storia horror raccapricciante.
Leggiamo  questo testo per intero:

le bamboline salgono le scale/dei palazzi con le ginocchia sbucciate,/le ciabattine. Portano nomi come/caramelle. Suonano alle amiche/per giocare sulle terrazze sgombre/delle antenne, a unire i puntini dei nei/nella forma del lupo. Indossano/magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani/gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani.

Si legga attentamente e con pazienza i versi di questa che segue, si analizzi la delicatezza delle espressioni usate, il pudore dei gesti, la riservatezza nel raccontare i fatti, ma anche la precisione quasi pittorica di quella sofferenza fisica derivante dal dolore per la violenza subita.

Nove anni, piedini nei sandali /e i malleoli uniti, ti dondoli / nel piccolo male d’ossicine. /Nove anni e spingi pianto e groppo /giù, ginocchio contro ginocchio/ giù, più forte un malenorme/ giù dal bruciore dell’occhio/giù nel cavo della pancia che è un tondo/ liquido mondo bambino. /Nove anni e stringi che non si spanda/- sopra il cesto del bucato dove siedi /nemmeno tocchi terra con i piedi -/Fingi di farfalle nelle ragnatele /e mani senza dolo da tenere /magari solo per attraversare.

Come non avvertire tutto il dolore che c’è in quel “ malenorme” nel cavo della pancia, come non vedere quello stringersi delle gambe affinché quel dolore non fuoriesca dal corpo, come non rendere concreto sotto i nostri occhi il disagio di quel muovere i piedi che non arrivano a terra ?

Le bamboline salgono le scale /dei palazzi con le ginocchia sbucciate, / le ciabattine. Portano nomi come /caramelle. Suonano alle amiche /per giocare sulle terrazze sgombre /delle antenne, a unire i puntini dei nei /nella forma del lupo. Indossano /magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani /gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani. 

Le possiamo vedere queste “ bamboline “ con le loro magliette da pochi soldi, le ciabattine strascicate ai piedi e la drammaticità dei versi finali ci fa comprendere meglio il significato dell’esergo ricavato da Zanzotto: Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese /doveva difenderti .

Non c’è protezione né salvezza neppure gli odori di casa, niente difende il cavo della pancia di quelle bimbe, nulla le protegge dai lupi che si aggirano attorno al cesto del bucato sul quale siedono dondolando i piedini.

Ma teniamo presente anche la “neve” che, come ho ricordato all’inizio, è una costante frequente nel versi della Secco, e non occorre possedere troppi studi di psicologia per intuire che  vuole rappresentare uno slancio inconscio verso una serenità ed una pulizia interiore della quale l’autrice sente la necessità, come in questi

Insegnami il coraggio dei papaveri/ai margini di strada, l’ilarità/di certe spighe, a spasso con le folate./Fammi capace di gentilezza/- l’erba sul piede nudo, l’attitudine del sasso/a tacere le erosioni, la pazienza che hanno i pesci/coi costumi dei bagnanti – dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

Questi versi sono una invocazione quasi trascendente ( la trascendenza non appare mai troppo evidente in questa raccolta, ma la si sente, la si tocca anche se non è nominata ),si avverte un bisogno di “ gentilezza “, la necessità di essere spontanea come i papaveri sul ciglio dei fossi, la rassegnazione del sasso che ignora le erosioni del tempo e delle intemperie, e la fede nei risultati che verranno.

 Ancora  la poesia

Impareremo dalle cime la vertigine,/la libertà dal gatto di morire solo. Avremo pietà/- come la terra per il fieno, all’ora della falce -/un biancoridere di scogli davanti al mare./Impareremo a eliminare dalla calce, dalla brace/a trattenere. Avremo sete e avremo fame:/la sete di chiarore della rosa/l’urgenza degli uccelli di cantare./Avremo comprensione nelle mani,/la stessa fame d’ossa degli anni, dei cani.// 

e sottolineo questo bisogno di “ trascendente “ che sarà finalmente soddisfatto un giorno quando avremo imparato dalle cime la vertigine, quando la nostra fame di ossa che hanno i cani sarà saziata, per evidenziare meglio come in Secco vi sia un  tormento  esistenziale così ben espresso da questo esergo di apertura al libro:

 “Tu sentissi come come mi urla il cuore questa litania. /Mi urla come un bambino “.

Ma quando avremo imparato la libertà del gatto di morire solo “ allora sapremo farci concavi per diventare capaci di raccogliere il dolore

…Essere pozzanghere, per similitudine /di condivise profondità, voragini e spaccature/ loro, come le persone. /A raccogliere gocce fuse alle gocce noi /ci diciamo luogo, raduno di piccole cose cadute.

……………. perché scrive più avanti   il nostro destino è  che “ Mai saremo promesse alla quiete “.
Eppure un luogo esiste sembra dire l’autrice per raggiungere quella quiete desiderata, occorre ricercarlo anche :

……….. Dentro la città, dentro le righe/fra le lastre delle pavimentazioni,/ci fioriscono le mani, e sono fili/d’erba nuovi e sono vivi: quadrifogli/che si fanno avvicinare/……….…..ci rassomigliano per illusione…..

L’illusione scompare dentro la scoperta della personale “ pavimentazione “ , quella interiore che è capace di non farsi soffocare e lascia crescere così quadrifogli, anzi genera quei filari di rose che i contadini fanno sbocciare agli inizi di ogni filare di viti, ed è la scoperta di possedere radici ciò che dà all’autrice di “ appartenere ad una patria “ 

Vien vardàre, mi hai detto. Il filare/finisce sul fiore, ognuna delle tue/rose è sana. E nel minuscolo tondo/del chicco/ancora non succo né acino/e nel ventaglio della foglia e nello/slargo del palmo della tua mano/e ovunque fra il passo e l’erba, io mi fiuto/un buono di pelle che è il nostro odore/e dove mi trovo, figlia. Appartengo/a una patria.

Quell’espressione dialettale con cadenza veneta che appare all’inizio è un invito che qualcuna di famiglia, la madre presumibilmente,  le rivolge quasi come  incoraggiamento a soffermare lo sguardo sul tondo di quel chicco d’uva che sta crescendo,- nuova vita-, e la induce a scoprire quell’odore di buona pelle che è la certificazione di origine, l’identificazione con qualcuno che fa parte di noi, è il coronamento di quell’espressione trovata poc’anzi che diceva:

………dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

 e anche di quest’altro verso che  dice parlando delle pozzanghere   :……….Concedere ai bambini di entrarci, di saltare/nudi, con la felicità dei loro gridi.

Una volta trovate la radici delle rose del vigneto, è facile ritrovare anche quelle del proprio destino di donne legate alla stessa pelle, allo stesso colore del suo tessuto, alle stesse linee del destino, come leggiamo:

 Senti come fa rumore, una foglia/sulla strada sopra il letto delle foglie/sopra l’anulare/- l’oro della fede/che dopo appartiene a mia madre -/Senti com’è uguale anche la grana della pelle/a ripensarla, e uguale è il colore/di sua madre, di mia madre e di me/mano a mano, con gli anni che disegnano/le linee, questo destino che ci scrive/una separazione.

La parte più amara di questa raccolta è l’ultima, quella che si fa precedere da quell’esergo iniziale:

Bocca sulla bocca ti ho mentito/l’inutilità di questa frode
Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto/ che levare -una lettera alla volta del tuo nome/ quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole/ nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore/ vasto, come un città -Milano, io mi ricordo: lascivo la casa allora, disadorna e  feroce/ e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade/ dopo la lotta e la rivoluzione/. Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto./ Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto/- immaginata mia primavera- arrivare:/ mia nuovo curva lunare, virgola d’esplicitazione,/ stato di quiete mio. Arrivare//

Secco esce con queste ultime poesie dalla dimensione del dolore particolare ed assume veste di persona che si interroga sul proprio destino, ma anche su quello di coloro che verranno, si domanda  che ne sarà degli anni:

Quanto, quanto avremo/ perduti i prati che non torneranno, non i prati/. Non rimarrà prato alcuno/ Non più gemmeranno i tralci, si seccheranno/ e germi nelle cavità dei legni li marciranno/ e nessuno, né rami né foglie, neppure gli acini/ ripareranno dalla crudeltà del bianco:/ gemere vuoto di luogo disabitato, abbaglio di bianco/ sul bianco del muro

Decisamente l’andamento di questo lavoro della Secco è ineccepibile come svolgimento;  ci prende per mano, l’appoggia al suo grembo a ci lascia togliere i frutti amari che esso raccoglie; parte dal dolore che trasuda da ogni poro del nostro vivere, passando attraverso la sofferenza del proprio vissuto privato

A noi dicono, invece, ce ne sarà per degli anni./Che ci faremo anziani, e alla cura non basterà la neve. /Ma allora come faranno i figli. Come le madri ,/ il bestiame, il torrente o la piena, le vigne /e il grano, oppure il piano a sopportare /nostalgie di tre sillabe – alcun orizzonte, /trincee in luogo di alture, cicatrici incapaci/a guarire – e noi incapaci, a spaesaggire.

E quella crasi “ spaesaggire “ ci fa  approdare  a una conclusione avvilente, disillusa e sconfortante servendosi di un linguaggio anticonvenzionale, privo di retorica, scarnificato all’eccesso, sfrondato da ogni tentazione sentimentale anche nella parte del proprio privato affettivo, ma temo che queste amarene non saranno le ultime che dovremo aspettarci di questa giovane autrice già al terzo libro di poesie.

 

 

 

Claudia Zironi

10 dicembre 2018

Lettura di Luigi Paraboschi

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Variazioni sul tema del tempo
poesie di Claudia Zironi

Credo di poter dire, senza timore di essere contraddetto dall’autrice, che il tema del tempo costituisca quasi una costante di tutte le sue raccolte, a cominciare da
Fantasmi, spettri, schermi, e avatar da cui stralcio :
A un certo punto il mondo ha rallentato
…non so bene quando è successo…
il mondo era invecchiato

Che Zironi pensasse che il tempo abbia rallentato e invecchiato il mondo, e il flusso degli anni abbia trasformato e si sia portato via i nostri migliori sentimenti, lo si poteva già intuire e dedurre dal finale di questa altra tratta da Eros e polis ove, forse parlando di sé stessa, preconizzava un destino di morte, di oblio e di sconfitta al quale però siamo inevitabilmente destinati tutti:

Sei nido della rondine /a settembre, destinato /all’abbandono. Servirai /da concime alla terra / dei nuovi ramoscelli /che culleranno uova

Ma in questa ultima raccolta lei affronta ancora e con maggiore impegno e attenzione quasi scientifica il tema temporale, costruendo all’interno di tutto il suo lavoro scansioni letterarie chiamate: Ucronie-Eterocromie-Eucronie-Discronie-Sincronie-Ur-cronie-Diacronie dentro ognuna delle quali inserisce testi a suffragio del tema principale che è
“il tempo“.

In tutti questi “paragrafi“ o “capitoli“ del discorso poetico sono inseriti testi che davvero spiegano il significato dell’intitolazione ad essi assegnata, e ritraggono ciò che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico avesse assunto un andamento differente.

E’ una sorta di “sliding doors“ letterario nel quale Zironi immagina di viaggiare con la fantasia attraverso luoghi geograficamente precisi ( la Finlandia, Stoccolma, Santiago, Il Cile, la Fossa delle Marianne, Istanbul ) per proporci testi a volte leggermente angoscianti per quel senso di solitudine e di lontananza che mi hanno fatto riandare al romanzo “La strada“ di Mc Carthy, per la visione desolata di un mondo sopravvissuto ad un disastro ecologico o nucleare.

Poiché in un testo essa scrive: ”per scrivere di cose profonde/ ho scritto di curiosità geografiche “, non ci resta che seguirla nel divenire poesia di queste “cose profonde“ il cui sviluppo lascia il lettore a volte spiazzato, come in questa:

Avevo- forse ho-qualche parente a Padova/.Ci sarò stata due o tre volte in tutta la mia vita/ ricordo solo la chiesa, la piazza/ ma è uno di quei posti che diceva mia nonna/ suona familiare/ come se ci avessi perduto qualcosa/”

ma lo spiazzamento arriva da questo verso folgorante che chiude il testo “Guarda per me nel fiume“.

La spiegazione di questa volontà di disorientare il lettore mi è apparsa più chiara da questi versi di un’altra:

“Sei mai stato una gazza?/ disposta in fila con altre trenta su un cavo/ nel sottotetto, che guarda/ te che sospiri scacciando l’idea/ di un nuovo amore/. E sei mai stato il tuo letto?/ che accoglie l’insonnia, le mani, il calore/ come fosse il suo corpo/. Sei mai stato il treno che ascolta/ i tuoi nuovi pensieri cosi azzurri/ come fossero raccolti di fresco in un campo/ E sei mai stata l’aria che lei respira? Il pipistrello/ che le vola davanti alla finestra ? Sei mai stato la sua bocca, i suoi occhi/ il suo seno?/ da quando ti conosce//”

Ancora una volta, come nei precedenti lavori, affiora in Zironi uno sguardo sul mondo che pare volere celare una invocazione di aiuto, la volontà disperata di vincere l’inevitabile trascorrere del tempo e di volerlo piegare alle esigenze di un cuore sempre bisognoso d’amore e di contatti umani, malgrado quella che a un lettore frettoloso potrebbe quasi apparire aridità o quanto meno indifferenza.

Se non ci si sofferma sul disincanto racchiuso in questi versi, sul loro nichilismo:

“non è infinito l’universo/ è il nulla-meno qualche cosa, esiste/ per sottrazione al nero/ ma Tu/ sei come il tempo

se non ci si lascia influenzare dal contenuto di questi altri:

“E se un giorno svanissero/ i pensieri la luce non esistesse più/ la percezione/ dello spazio né quella del freddo, non ci fossero/ più nervi ad accogliere il dolore/ nessuna voglia nel ventre, un grande/ silenzio./ Il tempo/ fosse una macina per ossa/ Se un giorno restasse solo questa sensazione/ di non servire a niente//

e si va oltre la prima reazione di sconforto, tornando sui differenti testi di questa raccolta ci si può rendere conto che l’anima di questa artista possiede angoli di sensibilità eccezionali capaci di venire fuori con tutto il loro vigore,e la loro forza espressiva come si può dedurre dal finale di questo testo che segue, malgrado sembri essere stato dettato dallo scetticismo più globale:

“Misurazioni effettuate hanno dimostrato/ che l’ innamoramento sul pianeta Terra/ nell’uomo dura circa tre mesi, nella donna/ un anno, dopo sei anni c’è la sopportazione/ quando va bene,/ poi solo fastidio, la possibilità/ di incontrare l’uomo dei sogni è pari/ a quella di trovare il libro di Urizen/ su una bancarella, arrivata a cinquant’anni/ ogni donna libera dichiara guerra/ all’amore e alla coppia, ogni uomo/ di pari età corre appresso le ventenni…..“

se non fosse che il riscatto dalle parole precedenti e dallo sguardo disilluso che si apre su una realtà abbastanza diffusa viene fuori da questi versi della chiusa che dicono :

…”mi spieghi/ per quale statistico motivo/ mi hai sorriso ?“

Ma l’anima che cerca il sorriso che nasconde l’attrazione, è la stessa anima che la induce a trattenere i sogni nella tasca di un cappotto nel quale ha rintracciato un rettangolino di carta (forse un biglietto d’ingresso a qualche locale) e di conseguenza scrivere: “… quando ho letto ho ricordato/ un piccolo prezzo per un anticipo d’estate/ per il sogno di un’intera vita./ L’ ho rimesso tra i rifiuti/ nella tasca, e la fa ribadire l’ostinazione di voler riattivare un rapporto che sembra esaurito. “Ti cercherò tra le spighe e i papaveri/ imbiancati, nelle tane lasciate vuote/ delle pietre, nonostante il frastuono/ dei gabbiani ti cercherò tra i vescovi/ in conclave, tra le sabbie delle mie parole e/ tra le rose senza nome, tra tutti gli uomini/ mancati nel millesettecento, tra le madri/ che non hanno avuto figli. /Se c’è una possibilità di ritrovarci/ non la lascerò intentata, il giorno / della fine del mondo //

La speranza dell’incontro va al di là del fluire inevitabile del tempo e culmina nello splendore di questa ultima che riporto per intero:

“ci sono cose che capitano./ Accade di nascere comete/ o solo di nascere, come di morire/ cadendo in un fiume/. Capitano strambi incontri/ dove i silenzi non sono/ contemplati, accade di traversare/ il deserto e il mare./ Può capitare di imbattersi/ in un astronauta per strada/ e non saperlo. Può essere/ che quando si aprono le mani/ per sentire il vento freddo/ della notte qualcuno le stringa/ e si parli dell’amore//

Luigi Paraboschi 13.10.2018

Luigi Paraboschi

20 settembre 2018
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dagli APPUNTI DI LETTURA
di Ennio Abate

 L’ultimo libretto di poesia di Luigi Paraboschi si presenta in toni raccolti e dimessi già dal titolo non casualmente in minuscolo, che viene ripreso e chiarito in «Il ghiaccio della gronda»: le nostre esistenze sono abiti stropicciati, non stirati, non più di festa; e li indossiamo (metaforicamente: indossiamo noi stessi, cioè i nostri corpi-maschere), come per una recita solitaria o davanti a pochi spettatori noti ( molte le dediche a persone care ), ai quali dire l’essenziale della nostra vita e di vicende, dalle quali prendiamo ormai pacatamente «a caso ciò che serve». Chi parla fa un bilancio di vita e questa raccolta è un po’ il «De senectute» di Paraboschi. Vi contempla un se stesso ormai compiuto innanzitutto nella sua memoria. E richiama a fare lo stesso al lettore. (E a me in particolare, suo quasi coetaneo, che l’ho conosciuto da pochi anni e subito – anche se finora non ci siamo incontrati – l’ho sentito per molti tratti amico-fratello, molto vicino alla parte giovanile del mio percorso: uno, mi sono detto talvolta, che avrei forse potuto essere io, se non mi fossi strappato alla mia città di provincia e sporcato con il ’68-’69, gli anni Settanta, le periferie, le sirene rivoluzionarie). […]

il resto potete leggerlo qui

Cerchi ancora la pietra d’angolo

Cerchi ancora la pietra d’angolo
uno scoglio sul quale edificare
ti lasci scarnificare da relitti
che pensavi sepolti nel cemento
in un punto profondo dell’oceano.

Anche i fiumi carsici all’improvviso
si sotterrano come fai tu e fanno perdere
le tracce. Pure se non sono aridi di acque
si rifiutano di finire in mare
e annegano nel sottosuolo
quasi a pentirsi d’avere amato il sole

poi – senza preavviso – riappaiono
più a valle ad irrigare altri terreni
meno sassosi di quelli di montagna.

Le scorie invece no, non sedimentano
con il tempo, rilasciano veleni tossici
rendono amare le acque attorno ai sogni
che la vita porta in giro e che coltiviamo

anche se spesso ci stanno troppo larghi
come un paio di scarpe nelle quali
il piede s’è smagrito e le trasciniamo.

Vecchia parte di città

All’occhio resta la ferita dei vecchi muri,
il rosa antico steso sopra la parete smossa
di una camera da letto, il verde salvia forse
di un soggiorno, tracce sbiadite di progetti.

Tegole impilate con meticolosa cura
all’angolo del cortile, testimonianza
di quasi un secolo di piogge riparate,
foglie raccolte in fondo alla grondaia
piena di sabbia che il vento ha raggrumato
per smerigliare il cotto e farlo spento.

Pochi i suoni, un silenzio piatto
dietro le persiane che un sole addenta
tiepido in questa vecchia parte di città
dove la massicciata arroventa
le lame dei binari di stradelle strette
dentro le quali la luce taglia i muri
come in certi quadri di Morandi.

Cortili angusti per i troppi vasi d’oleandri,
cancelli dalle colonne sormontate
da leoni in gesso, balconi liberty
dai quali sgocciola una pioggia di gerani.

Così ti vivo, strada della città vecchia
dentro un languore di primavera tarda,
sotto un cielo dalla calura triste
che stonda i sassi nel giardino all’ombra
ma non uccide l’erba, ove nervosa guizza
una lucertola che s’abbevera alla pozza
sotto il fico dalle foglie come palmi aperti.

Raccontami l’acqua che è già corsa

Dici che temi la vita virtuale,
lega le mani e non ha confini, ma
quella che trascorriamo è più reale?

Pensi che l’occhio in cui ti specchi
non ti nasconda ciò che osserva
quando non ci sei o che la mano
che ti fruga sia più sincera ?

Forse sei nel vero.

È già difficile indovinare il tempo
che farà nel pomeriggio, come capiremo
se e quanto diromperà una parola
quando sappiamo già che il fruttivendolo
ruba sempre sul peso mentre col mignolo
allontana il piombo sopra l’asta della stadera?

Raccontami invece l’acqua ch’è già corsa
le radici che hanno dita lunghe
e le campane e i suoni che ascoltavi
prima che la vita ti accorciasse la cavezza,

parlami anche di tutti i padri
che fai sedere sulla tua panchina
e di come li guardi e li perdoni
dimmi la sofferenza di non avere
che memorie in bianco e nero
e lasciami cambiare le mura che cerchi
di costruirti attorno – fortezza
senza ponte levatoio – con semplici mattoni
o sassi uno sopra l’altro e con una
porta dove chi entra resta e non ti lascia
dubbioso al chiavistello nella sera

e poi descrivi le siepi che circondano
i tuoi sogni senza recinzioni e i fiori
che non puoi cogliere nei campi del ricordo.

Il vento che ci spinge ai margini

Il vento che ci spinge tutti ai margini
impedisce d’arrestare le distanze
e dentro il giorno resta la voglia
di parole tonde senza angoli:

“fiore, bue, cane, girasole, gatto”.

È la gratuità a fare meno arido
un incontro tra due cespugli
rotolanti dentro quel vento

la capacità di pronunciare
solo parole brevi crea una storia
e incide la pietra che grava
sopra ogni speranza.

Concerto per donna sola

Ci fu un tempo in cui mi frugavi dentro
come questo vento che accartoccia il fogliame
al fondo delle grondaie prima che piova.

Allora visitavi le mie contrade devastandole
con la tua arroganza dentro errate latitudini
e nuvole d’amianto sotto cumuli di piombo,
corteggiavi lo scuro caffellatte dei miei seni
ed i miei fianchi erano stoppie di collina
per le tue mandrie in corsa di rapina.

Senza parole, di gesti squilibrati,
quel transitare dentro me, lasciavi
nebbia ed umidore, rabbia dolorante
soffocata dentro un grido oscuro e fondo
nella gola, sabbia arroventata dal tuo ansimare.

Così hai lacerato la mia carne ed i pensieri
di quella giovinezza che occhi forestieri e nuovi
leggevano dorata, questa figura era diventata
la trama di un tappeto afgano che invece bruciavi
come un kilim polveroso sotto i piedi
del nostro amaro disamore, ed hai rubato anche
la mia passione per sezionare le tue povertà,
ma ora che sto frugando fra i miei detriti
provo rancore per quel supporti l’unico uomo.

Più non grido, soffoco l’angoscia di questa assurda vita
che talvolta mi scippi ancora all’inguine la notte,
urlo forte dentro me per l’abortita attesa di un amore
che non sia solamente lo spasimo di una tenia,
ma so che imparerò a conversare in una lingua
poco praticata, costruita con sguardi di sottecchi
e qualcuno finalmente carezzerà il mio muso triste
di cagna che ha riscattato il suo destino.

A un’amica

Sono deserte e vuote l’ urne dei forti,
le nostre Madeleines le dobbiamo avvolgere
nella stagnola per proteggerle dall’umidità
di questa stagione che annacqua, dilava
e infine omologa ogni velleità di differenza.

Porti per sentieri faticosi il peso
di un silenzio e di distanze, ti domandi
se e quando arriverai alla tua baita,
ed io ti rispondo con la scorta
del pensiero di coloro che s’erano illusi
d’alleviare la durezza del nostro scorrere
usando le parole dei Maestri.

Inutilmente

ci appartiene qualche verso, il fruscio
di un languore nella memoria,
il respiro di chi una volta s’è addormentato
nel nostro accanto, la tenerezza
di una mano che s’inumidiva,

cose, immagini di gesti, parole
ancora, per accompagnarci
verso quel silenzio dal quale
per molte volte abbiamo
tentato di allontanarci.
———————————————–a V.

Le vecchie litanie

Ho lasciato sopra gli scalini di casa tua
quattro versi sciolti nel poco miele che restava
della mia estate di san Martino, come
l’obolo della vedova, tesoro tenuto in grembo
frutto di rinunce e non ciò che le esuberava.

Conservali per quei momenti in cui s’affaccerà
alla tua finestra un velo di rimpianto
non rileggerli con distacco, sono il prezzo
che anche tu paghi all’illusione che ci fa sperare
al di là del suono dolente delle campane.

Io ripeto gesti ed azioni collaudate,
intono vecchie litanie, mugugno cori muti
di paturnie, ma tutto avverrà com’è giusto sia
il sole completerà il suo giro, l’asse della terra
non subirà inclinazioni, ed il gelo sopra i fili
del nostro bucato non si scioglierà perché
è senza luce questo giorno d’inverno
che altri hanno già battezzato dello scontento.

Ne passeranno ancora come questo, con pause
brevi come quelle dei nostri pasti, e se qualcosa
s’avanzerà dentro il piatto diremo con disinvoltura
di non avere fame, e tutto sarà più facile:
ci basterà dimenticare di non avere vissuto.

Il silenzio è da catturare

Soltanto quando avrai osservato a lungo ogni paesaggio
sperando di catturarlo con le pennellate che distendi
quando avrai girato l’interruttore tra te e il mondo
e sullo schermo apparirà la linea piatta del confine,
——————————————————–tu saprai
————————————————-d’essere vivo
e non ti lascerai più condurre in giro dal rumore.
——————————————————–Allora
———————————————vi sarai vicino,
——————————————————–allora
avvertirai che quel brusio si è assopito dentro te
e potrai toccare la consistenza del silenzio.

Nel buio la tua pena si farà più lieve
sciolti i lacci che trattengono il flusso del respiro
ascolterai ogni eco che s’allontana dalla mente

e quando scoprirai che nell’accettarti
figlio d’un Padre silenzioso ma non assente
sta l’inizio e la fine d’ogni ricercare,
la tua storia diventerà un libro chiaro.

Allora, non prima

Allora, non prima, sarà il non detto,
la parola non uscita il suono tronco
il gesto generoso non compiuto, a fare aggio
su quel poco che la nostra illusione
penserà d’aver portato a compimento,
e non servirà il rammarico o il disappunto
per le scelte troppo a lungo rimandate.

Le nostre non azioni, l’indifferenza,
quell’accidia sottile che accompagna sempre
la mancanza di carità saranno lì
oggetti di natura morta per aridità
quadro dipinto con poca conoscenza
tappeto sopra un telaio privo di movimento

e non si potrà disfare alcun disegno
o cambiare di posto ai componenti,
ma sulla nostra assenza prolungata
si stenderà il giudizio o la chiusura.

La non appartenenza

Trapassa anche te il malessere
della non appartenenza come se
viaggiassi dietro vetri oscuri?

Al risveglio ti succede
d’indossare abiti non tuoi, poveri
indumenti che coprono le debolezze
e fanno vergognare dei pensieri?

Oppure ti sembra che la vita
talvolta sia un fiato tronco,
e cerchi il respiro del giorno
dentro gli occhi di chi incontri?

Bivacchiamo con addosso squame
congelate da troppi inverni d’astinenza,
lasciamo tracce di morte mascherata
da vitalità, lanciamo l’illusione
d’essere gli anelli forti d’una catena
ma la secchia che gettiamo in fondo
al pozzo non porta su che fanghiglia e sassi.

Il malessere che trastulliamo come fosse
un capogiro non è un calo di pressione
per il quale può bastare una zolletta

ora che il fumo dei vulcani s’è allontanato
resta questo ansimare persistente che qualcuno
-per mia ironia- ritiene tosse cardiopatica.

 

Luigi Paraboschi
nato a Castelsangiovanni ( Piacenza ) il 21-11-1938

2018- pubblicazione presso l’editore Terre di Ulivi di lecce della raccolta
di poesie “ …….e ci indossiamo stropicciati “.
2018 – Finalista al premio “ Claudia Ruggeri “ Bologna
2017 – terzo posto al premio di poesia Va’ pensiero di Soragna per poesia singola
2016 – finalista al premio “Città di Forlì “
terzo premio al premio Patrizia Brunetti di Senigallia
2015 – segnalazione finalista al pregio Giorgi – Sasso Marconi
2015 – segnalazione speciale al premio “ tra secchia e panaro “
2014 – ottobre secondo classificato al premio per poesia inedita “ le quattro porte “ di Pieve di Cento ( Bo )
2013 – ottobre : 1° classificato al 32°premio per poesia inedita città di Quarrata ( Pistoia )
2011  : terzo classificato al premio per poesia inedita “ tra Secchia e Panaro“ Modena
ottobre : menzione al premio Soragna per poesia singola.
2010 ottobre – primo premio al concorso “ Violetta di Soragna “ per la sezione “ libro edito con il volume “ Geometrie precarie “
maggio -terzo premio per la sezione silloge di poesia al concorso Mezzago Arte “ a Mezzago ( Milano)
maggio – Secondo premio per libro “ Geometrie Precarie “al concorso
“ Toscana in poesia “ di La spezia.
2009 –Settembre – primo premio poesia inedita “ Le quattro porte “ Pieve di Cento
( Bologna )
Giugno –primo premio per silloge inedita al xxxiv concorso” Casentino “ di Poppi ( Arezzo ) con pubblicazione del volume “ Geometrie precarie “
2006- 1° premio pari merito al concorso per poesia inedita all’VIII concorso “ Giacomo Natta “a Vallecrosia ( Sanremo )
2003 – 1° premio assoluto per la silloge di poesia “ Controvento “al concorso “Città di La Spezia”

“Dispacci” Lettura di Luigi Paraboschi

11 gennaio 2018

                 scrittori-a-confronto01-12-06-09

              Dispacci
              Narda Fattori
              L’arcolaio 2016

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote

se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “

ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi

……….

nei libri il viaggio bambina fu con Sandokan/

con Nietzsche più tardi e saputa ma non ho imparato/

a discriminare il grano dal loglio/

 

Da questo nuovo cammino che ha intrapreso essa invia poesie nelle quali parla di sé  spesso in modo diretto, alludendo al suo modo di aver vissuto, e usa il titolo che ho precisato, forse perché tradizionalmente si adotta il termine “ Dispaccio di agenzia “ per indicare un  sintetico rapporto giornalistico o di agenzia giornalistica, quasi un avviso, e talvolta anche un breve rapporto militare dal fronte di guerra volto a condensare gli avvenimenti e ad aggiornare il ricevente sullo “ status quo “ di quanto accaduto.

 

E l’aggiornamento di Fattori è un riassunto composto da tante immagini, tante sensazioni, tante emozioni tra le quali direi che i motivi conduttori girano attorno ai temi degli : affetti perduti- solitudine e del distacco-  delusione nei confronti delle aspettative e dei rimpianti –  la fede e l’immigrazione.

 

Uno dei primi dispacci lo si incrocia nelle poesie di apertura, dedicate al padre alla madre ed alla sorella, tutti citati con nome e cognome, ma credo sia stata l’assenza ( forse ) troppo repentina della figura del padre a rendere ancora forte e vivo il bisogno di aiuto nel cuore dell’autrice, e questi sentimenti così ben condensati nel corso della poesia “Lui” possiamo viverli attraverso la  sintesi racchiusa in  questo verso finale:

 

 ci vuole la mano di una padre per un bambina “

 

ma se la mano del padre è mancata, anche il legame con la madre cui fa cenno nella poesia “ e tu madre “ ( forse ) non è stato portato avanti troppo a lungo  nel tempo, come  possiamo leggere qui :

 

il nodo si sciolse e molto passò/

del bene e del male/

nel coagulo nudo dell’essere vivi/

 

ed infine c’è la figura della nonna, evocata dalla poesia “ Vespro “ che “ muoveva piano la labbra arse/ e si segnava al vespro-  e che ha lasciato un vuoto interiore nell’autrice  da indurla a concludere  così :

 

io ormai dico crepuscolo e già non vedo “

  
Ma agganciandomi  a questo “ non vedo “ vorrei riprendere altri versi raccolti dalla raccolta  precedentemente citata “ “la vita agra”, che suonavano :

 

 

Perché se sopravvivere è una fortuna

                     allora il prima e il dopo la vita

                   appartengono al segreto

                   di una divinità terribile e troppo umana

 

per giungere a questo breve passo della poesia  di questa raccolta“ Enigmi “ che dice:

……………………………………………

mi restano mani nude inabili alla poesia/

restie alla preghiera /

…………………………………

la mosca unisce due zampine all’interno/

della ragnatela- Vanamente prega/

 

E questa mosca che “ vanamente prega “ unendo le zampine è la stessa  “ mosca “ che dirà nella poesia “ Single “

 

misuro a spanne la dimensione/

                      della mia anima/

non più ampia di una tovaglia/

 

e concluderà la stessa poesia affermando

 

La mia anima è più piccola della tovaglia/

poggia-piatto all’americana/

…………………..

single per non dire sola

 

E’ un’amara conclusione quella di questa “ mosca “- per giunta “ single” – una conclusione amara ma lucida, quasi impregnata di disperazione, come si può leggere nella poesia “ la forma del finire “ dalla quale stralcio alcuni versi .

 

 

finire dimenticando  il volo le ali/

lasciare che il niente pettini/

le piume e sostare senza fretta/

alla porta che non si conosce/

…………………………..

nessuno sussurro nessuna preghiera/

nel silenzio tondo la nescienza/

dell’essere stati del non essere più/

 

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo americano oserei dire, (ma lo scrivo con il rammarico, cosciente di una realtà che vivo in prima persona), che questa non è poesia per …….giovani ; c’è molta amarezza,  una sofferenza chiusa, quasi senza speranza, di chi avverte lo scorrere del tempo e l’incalzare dei giorni, e le delusioni che derivano da una presa di coscienza del reale  sempre più avvertita con consapevolezza.

 

A conferma di quanto detto riporto parte della poesia Avvenne

 

Avvenne che inciampo’ sul primo scalino/

infausto incontro con la diminuzione/

…………………..

il corrimano era bastato fino a ora/

e passi studiati lentezze contro sole/

…………………………..

non ha re-imparato la rincorsa/

l’epidermide bruciata dallo sfregamento/

……………..

…………………

sta seduta in silenzio

lei che aveva sempre profetato

 

 

Ma  raggiunta una certa età, quando le condizioni fisiche non sono più quelle di un tempo, non si può non concordare con la Fattori : spesso quel corrimano che ha sostenuto per tanti anni le nostre illusioni ha ceduto sotto il peso metaforico dei “pensieri poco profondi” e lo scoprire che “i fiumi di un tempo si sono trasformati in fossati” può condurre alla conclusione  espressa  da questi versi della poesia “ la mia sera “

 

la mia sera è un albero con foglie residuali

 

che si accostano ai versi successivi dove risalta l’ incertezza fideistica  di quel “ brivido” che la coglie e lo sgomento esistenziale  di quel non so

……………………

la mia sera è una nuvola sfilacciata che s’allunga/

sotto la volta del cielo- s’attarda – guarda la terra/

che l’ ha generata e un brivido la coglie – non sa/

ancora se sarà brina pioggia o neve di peso lieve/

                                               o tracimazione/

 

 

Lo sguardo dell’artista è talvolta acido e sarcastico nei confronti della stupidità e della cattiveria di questa società, come nella poesia 2014-2015

 

2o13-2014-2015 abbiamo scavalcato/

il dosso del tempo ancora morte/

lutti cupidigie rapine e omicidi/

stradali cioè di umani in strada/

un’ammaccatura alla carrozzeria/

un mazzo di fiori sul ciglio/

                            del fosso/

……………………

Fra smartphone iPod e tablet/

vocifera la solitudine on line/

 

 

E concludo questa lettura stralciando qualche verso da questa poesia dal titolo Abbi pazienza perché essa ha, per me, un sapore amoroso forse involontario, quasi un invito  rivolto ad un partner immaginario, magari ultraterreno, ad un rapporto fisico che rassomiglia un po’ ad un amplesso  tristemente mortale

 

……………………….

Abbi pazienza ho navigato tanto/

la vela è stracciata e si beve il vento/

………………………..

 

prendimi quando il sonno/

mi picchierà sulle tempie e l’orologio/

sarà qualche minuto indietro/

una dimenticanza succede invecchiando/

aspetta ora rimedio…….sii paziente/

aspettami …..sarò qui subito subito./

 

Siamo così giunti alla fine della lettura di questi Dispacci e ne abbiamo riportato la sensazione del malessere dell’autrice che si estende anche all’animo del lettore il quale non può fare a meno di essere  coinvolto.

Quando si termina questo viaggio si deve riconoscere alla Fattori una lucidità di pensiero, una profondità nelle  considerazioni di poetessa e di cittadina-testimone del mondo  tali che diventa obbligatorio considerare questa opera un esempio attento ed alto di come sia possibile coniugare il valore letterario congiuntamente alla  poesia civile.

 

 

 

Luigi Paraboschi

Luigi Paraboschi

23 ottobre 2017

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Geometrie

Angoli

Detesto quelli acuti sono spilli,
ed anche quelli meno appuntiti

hanno spesso un po’ di “sopracciò”,
specialisti nel salto della quaglia,

quelli retti, poi, sono così altezzosi
con la loro verticalità e il dogmatismo.

Gli ottusi, invece assumono sempre
quell’aria da vomere che squarcia,
sfondano ma senza cattiveria, non ci arrivano,
anche se usano molta buona volontà,
con quelli piatti mi sono deliziato
a lungo, distesi come orizzonti, calmi,
copule sull’erba, dolci morti in geometria.

Ma ora che indosso male il tempo, amo
quelli a giro perché non hanno punte,
si sono annullati nel vorticare, consci
che il bene ha forma circolare dentro cui
basta cambiare una vocale
per tramutare l’angolo in angelo.

 angolo giro

La perfezione non sta dentro il triangolo
come raffiguravano un tempo sul catechismo,
è l’angolo giro con i suoi 360 gradi quello
che può narrare questo amore che t’abbraccia
anche se incontra certi spigoli, ma è ancor di più
dentro un cerchio senza circonferenza
che io immagino sarà la vita attesa, ove
non basterà moltiplicare raggio per raggio
e poi per tre-e-quattordici per calcolare
la superficie, perché saremo tutti in tutto
senza dover sfiorare la felicità passando
per la tangente come succede quando amiamo.

a mia figlia

 

Cono e poi tronco di cono

Il massimo del fulgore l’ebbe col Metafisico
quando la sua forma celebrata dai manichini
nelle piazze deserte della città estense
si prestava per i giochi con la conoscenza.

Per la sua eleganza e per la disinvoltura
seduceva nei circhi sulla testa ai clown,
amava ergersi sopra gli altri solidi
pungere con l’arguzia nel dibattito tra menti.

Dentro il cono d’ombra nascondeva segreti
da confessionale e nel suo occhio di bue
le ballerine s’avvinghiavano ai doppiopetto,
ma perse la punta quasi senza rendersi conto

e si scopri ridotto a tronco di cono malandato
buono per sostenere i piedi di qualche vecchia
credenza traballante, poi lo costrinsero
a passare il tempo assieme ai parallelepipedi
dalle troppe facce, una per ogni circostanza.

 

l’area del cerchio

Provo a rinchiuderTi dentro la superficie
che credo di scoprire quando moltiplico
la fede con la speranza, e se invece del pigreco
metto il tuo nome, l’area ti sta stretta.

C’è sempre una falla nella circonferenza
e tu invadi gli spazi attigui a quel recinto
ove con presunzione ti ho racchiuso.

L’acqua tracima sempre dal mio cerchio
confortevole e la contraddizione origina
il mio malore, perché se cinque mariti
nulla hanno potuto contro la sterilità
della donna di Samaria, anch’io devo pur
farmi una ragione se fra i tanti lebbrosi
d’ Israele fu solo Naaman il Siro quello guarito.

 

Sfera

Del cubo meglio non fidarsi
ha troppe facce, una per ogni circostanza,
il cono vive sempre in dicotomia
tra il dottorale e il magico,
un po’ mago Merlino e un po’ Pinocchio,
sul cilindro è meglio sorvolare
è talmente snob che pensa sempre
d’essere infilato sopra il capo
di qualche Fred Astaire d’avanspettacolo,
la piramide è troppo presuntuosa,
crede d’essere investita dal destino
da quando l’hanno elevata a monumento,
il parallelepipede non sai come guardarlo,
quando l’osservi dice sempre con sussiego
“ dall’altro lato vengo meglio “.

Invece della sfera non puoi che dire bene :
tutto le scorre addosso e scivola via ,
non s’ intromette con gli spigoli vivi
ha una sola faccia ma non sai quale,
le basta il buffetto d’unghia di bambino
per correre sulla rena accanto al mare
e quando si fa boccia s’affida ad una mano
che le trasmette la forza necessaria
per appoggiarsi alla sua gemella e riposare.

 

la retta

E’ vero che tra due punti
la via più breve è quella retta,
ma se non mettiamo gli stop
alle laterali succedono disastri,

perché tutti sanno che infinite
sono le rette che possono passare
per un punto solo, perciò tieni presente:

conviene il percorso su stradine di campagna
senza la mezzeria pur se con molte curve
ma prive d’innesti alle carraie
che portano a poderi abbandonati,

occorrerà più tempo per l’arrivo
e di certo troveremo la brace spenta,
ma poco importa, basterà fare legna
nuova attizzare un fuoco senza
le vecchie braci su cui soffiare.

—————

Tre poesie
(con stralcio da una nota di Ennio Abate)

 Il fiume San Lorenzo

Il fiume San Lorenzo corre veloce
tra le rocce prima del Ferro di Cavallo
e poi si schianta nel salto
dentro la nebbia d’acqua
ove galleggia microscopico un battello
dal nome ” Maid of the mist “.
Così noi, tu, io, assieme
alla maschera di Tutankhamon
e allo schiavo che eresse
la sua camera funerarie,
il defunto di Sant’Elena
e gli insepolti delle sue battaglie
i loro amori, le malattie, il sangue
delle ferite, ed il dolore delle baionette
dentro le viscere, i dissolti di Hiroshima,
i disintegrati delle torri
tutto scomparso dentro quella nebbia
ove basta un secolo per essere dimenticati,
anche tu, piccolo uomo che ora balli
al suono dei jingle natalizi
ti perderai nel flusso della corrente
e non saprai di me e dei miei amori
inconfessati e sotto silenzio
non troverai che echi di rimando
ma dell’emozione di una mano intrecciata
con la mia, di quelle labbra cercate
nella morbidezza di un abbraccio contrabbandato
chi ti potrà narrare ?
Eterna è la nebbia del fiume San Lorenzo
e naviga ogni giorno quel battello
con i turisti, tutto avvolge
questo tempo che ci è dato e tolto
in un istante senza poter capire
la ragione della sorte e del destino,
la nostra storia ed i suoi angoli
che non sappiamo arrotondare
e quel bisogno di narrarci all’altro
che talvolta neppure sa di noi
( o l’ha smarrito nelle pieghe
d’un desiderio morto )
e le partenze che rinviamo
con quei biglietti di sola andata
già obliterati, tutto tutto tutto
sarà avvolto e poi travolto
dentro quella nebbia che si scioglierà
soltanto in un incontro dentro quel Tutto
e finalmente respirerà la pace.

*Il battello Maid of the Mist prende il nome da una figura mitologica degli indiani Ongiara, trasporta passeggeri, nel bacino alla base delle cascate, sin dal lontano 1846.
(da https://it.wikipedia.org/wiki/Cascate_del_Niagara)

 

Il pallone cade sempre al di là del muro

In quella fotografia non ancora color seppia
sorrisi, sguardi, complicità, inconsce
speranze, illusioni, tutto era ai nostri piedi
allora, il dubbio e l’incertezza non ci appartenevano,
ogni virgola era al suo posto, chi avrebbe immaginato
che il futuro sarebbe stato quello che divenne ?
A quel tempo si distendeva sotto i nostri piedi
il tappeto rosso delle stelle, tutto era in discesa
quasi senza pedalare, nessuna ombra
sarebbe apparsa sopra l’alba di anni nuovi,
Urbino sferzava i vostri visi col vento delle sue Cesane,
e così disperdemmo negli arabeschi delle strade
i nostri sogni fatti di attesa e i viaggi di speranza,
ma il tempo ci ha buttato addosso il suo mantello
e la vita è rimbalzata al di là del muro di confine
come talvolta avviene col pallone
e si deve scavalcare la recinzione
con la speranza di recuperarlo
ma l’erba è cresciuta a vista d’occhio

 

Al Premio di poesia

Non si nega l’applauso
è pura cortesia, affabilità,
civile comunicare un affiatamento
tra sconosciuti che hanno biascicato
le stesse parole, ordinandole
con diverse sfumature, domandandosi :
” ma cosa voleva dire ? ”
e la giuria indossa le piume d’ordinanza
si sciacqua l’ugola con le citazioni colte
s’arrampica sugli specchi
per dimostrare che ha letto
meditato e soprattutto ben capito
il senso, il messaggio (no, questa parola
non la si dice più, fa troppo anni sessanta)
meglio parlare di mission della poesia
e poi tutti a buttarsi a scapicollo
senza l’eleganza del censo e anche del ceto
sopra i bicchieri di vino bianco
la fettina di crostata e le tartine
gentilmente offerte dalle dame
d’una carità acculturata e progressista
poi la lettrice che declama i testi
con troppo birignao e l’autore
un po’ imbolsito che enfatizza
il suo prodotto, e tu che ascolti
ti domandi il senso di certe calligrafie,
se aiutano il mondo a farsi chiaro a noi
oppure se altro non sono
che l’appagamento d’una vanità
che ci attraversa e lascia folgorati
sopra una strada che mai non va a Damasco.
Infine ci si saluta, ci si complimenta
e si riparte, ognuno con la sensazione
di sfatto,di deja vù, di paura ben nascosta
per ciò che abbiamo dentro
e che avremmo voluto tirare fuori
ma le parole che avremmo usate
non sarebbero state degne del sentimento,
e domani ricominceremo a pennellare
la nostra vita sopra le vecchie tele
sperando che il senso si faccia avanti
e si dispieghi, ma non accade.

Sin dal primo impatto con i versi di Luigi Paraboschi si coglie il tono fondamentale della sua poesia, che è lucido, dimesso e amaro. (Quando ho pensato ad un corrispettivo nel campo della pittura, mi sono venuti in mente i quadri di Edward Hopper, il ritrattista della solitudine americana). Paraboschi coltiva una poesia che non vuole essere per letterati. (Si veda il distacco ironico che mette tra lui e gli altri poeti nella terza poesia qui proposta). E che s’affanna, invece, sulle domande di senso della vita e delle nostre esistenze. Sono, immagino, domande sue. Che però ha sentito galleggiare anche nella mente della gente comune con cui sta a suo agio. Come lui, costoro non hanno una corazza di studi letterari o filosofici e non amano le “ideologie”. Né i ricami col linguaggio («e tu che ascolti / ti domandi il senso di certe calligrafie»). Di solito hanno fatto altri studi (tecnici e scientifici forse) o hanno vissuto in modo pratico buona parte della loro vita. Hanno pensato, cioè, dentro le sue maglie strette e spesso ispide, non in appartati seminari accademici o cenacoli letterari. Dalla poesia, perciò, reclamano qualcosa che abbia ancora a che fare con quel che hanno cercato e cercano nella vita di tutti i giorni. Ai versi chiedono innanzitutto « se aiutano il mondo a farsi chiaro a noi».
Conservando gelosamente un legame privilegiato con questo tipo di lettori, ai quali Paraboschi mi pare legato in modo tenace tanto da farne anche una sua maschera difensiva e selettiva, la sua poesia proviene da un sincero bisogno di narrare e di narrarsi all’altro. Ed è perciò colloquiale. Non resta comunque in superficie. Non ti intrattiene amabilmente ma ti porta nella profondità dei sentimenti da lui vissuti, dimessi e amari, come dicevo. A questo «desiderio di contatto» Paraboschi non si affida però del tutto e tende anzi a castigarlo. E qui entra il realismo che ha conquistato dalle sue esperienze di vita e di scrittura. Perché ha troppo chiaro che il mondo, di cui una volta i poeti, ma soprattutto i narratori, che credo egli preferisca, raccontavano abbastanza liberamente, non ha oramai più «colori e forme definite». E sa bene che «oggi tutto si muove in fretta, la stanchezza / ci attraversa senza lasciare al cuore il respiro /per un battito anche senza futuro».
[…] Ennio Abate

 

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Luigi Paraboschi

2016 – finalista al premio “Città di Forlì “
2015 – segnalazione speciale al premio “ tra secchia e panaro “
2014 – ottobre secondo classificato al premio per poesia inedita “ le quattro porte “ di Pieve di Cento ( Bo )
2013 –
ottobre : 1° classificato al 32°premio per poesia inedita città di Quarrata ( Pistoia )
2011
aprile : terzo classificato al premio per poesia inedita “ tra Secchia e Panaro “ Modena
ottobre : menzione al premio Soragna per poesia singola.
2010
ottobre – primo premio al concorso “ Violetta di Soragna “ per la sezione “ libro edito con il volume “ Geometrie precarie “
maggio -terzo premio per la sezione silloge di poesia al concorso Mezzago Arte “ a Mezzago ( Milano)
maggio – Secondo premio per libro “ Geometrie Precarie “al concorso
“ Toscana in poesia “ di La spezia.
2009 –
Settembre – primo premio poesia inedita “ Le quattro porte “ Pieve di Cento ( Bologna )
Giugno –primo premio per silloge inedita al xxxiv concorso” Casentino “ di Poppi ( Arezzo ) con pubblicazione del volume “ Geometrie precarie “
2006
1° premio pari merito al concorso per poesia inedita all’VIII concorso “ Giacomo Natta “a Vallecrosia ( Sanremo )
2003 –
1° premio assoluto per la silloge di poesia “ Controvento “al concorso “Città di La Spezia”