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Maria Gisella Catuogno

25 febbraio 2014

gisella matr. paola

                                                                                               

I semi dell’inquietudine
Chissà che forma hanno
i semi dell’inquietudine?
Forse spaziano liberi
tra una nuvola e l’altra
vagabondi nel cielo
aspettando di piovere
crocifissi d’azzurro.
Per questo –forse- l’ansia
ha tale anelito
tale smania d’altrove
che sia tempo o spazio inedito
mai vissuto né prima né dopo
mai calpestato da creatura umana
se non nel sonno, nel sogno o nel ricordo
di un’improbabile felicità trascorsa.
Forse è quest’indicibile tendersi, la vita
quest’attesa che già diventa ieri
dove ogni riflessione è troppo lenta
ogni pausa un lusso esagerato
e le stagioni vive rimpiazzano le morte
il nido abbandonato accoglie nuove piume
i cumuli di alghe sulle spiagge
non hanno memoria della scorsa estate.

Camelia di febbraio
Rabbrividisce al freddo di febbraio
ma ci schiude generosa
le sue corolle perfette
-candide rosse rosee-
buca il cielo basso e grigio
l’uniformità della stagione spoglia
il bianco immacolato della neve;
ci rammenta l’Oriente
l’armonia di spirito e materia
i paesaggi esotici e veri
solo nei nostri desideri.
Era in un angolo riparato di giardino
nella mia prima casa di sposa
giovane e in attesa:
la guardavo come una promessa.
Anche ora m’incanto alla sua vista
e penso che il suo sia un invito
a sperare che anche nel cuore
dell’inverno
-o nell’inverno del cuore-
siano sempre possibili
miracoli
–seppure minimi-
d’armonia bellezza e amore.

L’ onda lunga
Oh, l’impossibilità d’avere una certezza
un punto fermo, una stella polare
che brilli immobile a illuminare
il cammino nella notte;
o un richiamo anche rauco
come quello d’un gabbiano vagabondo
che tutti i giorni alla stessa ora
ti ricordi d’esserci e d’esser viva.
Invece nulla è stabile, certo
concluso fisso definito:
tutto si evolve cambia si trasforma evapora
non è più quello che era
soltanto poco fa
o semplicemente non sarà più
per sempre.
Il punto all’orizzonte
è una nave che scorre e poi sparisce
volti mani odori
con i quali è stata impastata
la tua vita
e da cui hai ricevuto
la forma e la sostanza
il senso stesso
della tua esistenza
non si trovano più
-hai voglia a cercarli!…-
e te ne rimane solo l’eco dentro
come un’onda lunga
che non trova pace
e s’allunga su battigie solitarie
per poi riformarsi al largo
e di nuovo cercare una sponda
un approdo dove cessare
il tormento scomposto dell’errare.

Neve
Non è nel mio paesaggio quotidiano
eppure mi sembra a volte
di sentirne l’odore
d’avvertirne l’assenza
perché renderebbe più tenue
il grigio circostante.
Voglio dire la neve:
quel bianco sorprendente
che raramente si posa
sulle nostre riviere
e le rende fiabesche.
Forse ci rammenta l’infanzia
oppure la voglia
d’un silenzio irreale
che solo la sua bianca coperta
può regalare..

Maggio d’antan
Hai in mente il maggio d’una volta?
L’aria lucida e trasparente
di paesaggi nuovi
le rondini accasate sotto i tetti
le lucciole la sera
a movimentare il buio
la scuola agli sgoccioli
e l’estate alle porte
scrigno di promesse.
Oh, ritrovare quel nido
di piume accoglienti
solo per qualche attimo
quando si è faro
che tenta di resistere
agli assalti del mare
sognando orizzonti
guarniti di vele.

Maria Gisella Catuogno

 

 

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Maria Gisella Catuogno

22 aprile 2012

 

 

 

Ha la grazia innata dei movimenti e la precisione esperta  di termini e ritmi la poesia di Maria Gisella Catuogno. Tende con slancio autentico alla natura e ne conosce, tuttavia, la fragilità della “promessa vagheggiata” (Vigilia di primavera) e destinata a infrangersi, non senza aver prima danzato, incantando e incantandosi, al ritmo di un rondò.

In questo senso, Stelle frante è rivelazione di una poetica, suo manifestarsi nella catena impeccabile di immagini-suoni: “Non un filo d’erba/un grappolo di glicine/un sospiro di vento/un tremolio di mare/nell’alba appena desta/cambieranno di forma/intensità colori incanto.” Non è mero idillio questa ‘necessaria’ continuità, è, piuttosto, la musica, potente perché non teme di apparire semplice e sommessa (Il girasole), della “legge mite”, che regola, ovvero, più precisamente, “compone” i rapporti tra mondo e esseri umani, quella legge teorizzata da Stifter nella Premessa ai suoi racconti Pietre colorate e citata più volte da Heidegger.

La “legge mite” passa per una fase di rottura, di lacerazione, che nella lirica E già il cielo si infiamma di tramonto ha i tratti del contrasto cromatico, tra il bianco, autobiografico bagliore irresistibile del foglio da vergare “di segni e di parole/che modellino/ l’animo” e il rosso fiammante del cielo della sera,  al tramonto delle illusioni di “bloccare il tempo/in un presente infinito”.

Che la nozione della “legge mite”, “dell’ordine universale” (Il girasole) non sia supina arrendevolezza, ma “intelligenza acuta/ e libera/ da ogni pregiudizio”, “calma paziente” che affianca la “curiosità”, la consapevole “accettazione delle sfide”, è chiarito dal ricordo insieme struggente e luminoso A Patrizia (ad memoriam): “Quel che più mi manca/è quello che sapevi/e che porgevi/senza salire in cattedra/come solo i veri maestri/sanno fare;/e quel passo franco/d’eterna ragazza/cittadina;/quel tuo vestito giallo/splendido sull’abbronzatura”.

La cifra di Stillano i giorni, nell’alternanza, dominata con agilità e sicurezza,  di misure – al prevalente endecasillabo si intrecciano dodecasillabi e un settenario –  e di ritmi diversi, è la “quieta grandezza”, è la melodiosa semplicità, è l’armonia con la quale Maria Gisella Caatuogno tesse, non priva di sublime ironia, classico e fiabesco, donando a chi legge, a chi ascolta, il ritratto veritiero, familiare e originalissimo, di un sé incantato a guardare “i petali dell’alba”, a riempire “d’acqua sorgiva” le brocche, ad aspettare “il sole,che sciolga questa brina”.

Anna Maria Curci

http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it

 

Stelle frante

Non mi nascondo la vanità del vivere

la sua fragilità di vetro di cristallo

la brevità di volo di farfalla

l’impronta lieve

appena sagomata

che resterà di noi

a chi toccherà

di vivere a sua volta

e penserà di nuovo

a quella vanità.

Non un filo d’erba

un grappolo di glicine

un sospiro di vento

un tremolio di mare

nell’alba appena desta

cambieranno di forma

intensità colori incanto.

E in ogni luogo

la bramosia di vita

colmerà di verde

i fossi a primavera

feconderà nei nidi

le uova degli uccelli

fiorirà i grembi

d’attesa e di speranza.

Perché la vita è questo

germogliare instancabile

e precario:

appena il tempo

di alzare gli occhi al cielo

e perdersi

nella luce

delle stelle frante.

 

***

Vigilia di primavera

Eppure l’aspettiamo, tutti gli anni

come l’approdo d’una promessa

vagheggiata nell’ombra fredda

delle stagioni morte;

come la gemma d’una speranza

di fede nella vita, tuttavia:

le piume d’un nido in attesa

sotto il tetto

il vento tiepido d’ Eostre

che rinasce

e semina di petali e di luce

le lande desolate dell’inverno

le uova fecondate degli uccelli

negli anfratti sicuri

d’una cavità d’albero

della concavità salata d’uno scoglio

le ripe che s’accendono di giallo

negli spettinati grappoli

dei fiori di ginestra

il mare già cosparso sui fondali

del baluginio biancastro

delle posidonie

il cielo più alto e meno vuoto

di voli e di schiamazzi

acrobata sospeso

tra verità e mistero.

***

 

E già il cielo s’infiamma di tramonto

Non si crederebbe l’attrazione

del foglio bianco a vergarlo

di segni e di parole

che modellino

l’animo –informe-

come creta il vasaio;

a bloccare il tempo

in un presente infinito

che non ci fiorisca di rughe

la fronte e il pensiero

per raccontare le storie del mondo

e di quanti l’hanno solcato

o sfiorato appena

e lui forse

nemmeno se n’è accorto:

della nostra alba di petali rosa

di un mattino fugace ubriaco di sole

e della lunga dolorosa sera.

Eri bambina un attimo fa

e già il cielo s’infiamma di tramonto.

***

 

Il girasole

 

Mi ha regalato mia figlia un girasole:

è assetato di luce, come me.

Ma a lui basta girare il capino

e offrire i petali alle carezze

dei raggi per star bene

sentirsi appagato

e al posto giusto

nell’ordine universale.

Non ha incertezze:

le corolle sono gialle e salde

il pistillo scuro e vellutato.

La notte si riposa

dopo aver bevuto

per tutto il giorno il sole

e forse sogna il fresco

l’ombra

il chiaroscuro.

***

 

A Patrizia (ad memoriam)

Quel che più mi manca

è il tuo sguardo lucido

sul mondo;

il tuo giudizio sicuro

su eventi o su persone

ispirato non da presunzione

ma da un’intelligenza

acuta

e libera

da ogni pregiudizio.

Quel che più mi manca

è la tua calma paziente

quel non lasciarti

condizionare

da nulla

se non dal tuo pensiero;

la tua curiosità

del mondo e della vita;

quella tua accettazione

delle sfide

d’ogni natura fossero:

le mani alla tastiera

o a sfogliare

come quasi sempre

libri

o a tagliare e cucire

come una sarta vera.

Quel che più mi manca

è quello che sapevi

e che porgevi

senza salire in cattedra

come solo i veri maestri

sanno fare;

e quel passo franco

d’eterna ragazza

cittadina;

quel tuo vestito giallo

splendido sull’abbronzatura.

Quel che più mi manca

è vederti in bici

o a spasso con i bimbi;

le chiacchiere e le risate

per strada o sulla spiaggia

per qualche ora

in vacanza

dai problemi;

e quel tuo ciglio asciutto:

una lezione

che non ho imparato

ancora

come invece

da sempre

sapevi bene tu.

***

Stillano i giorni

Stillano i giorni il loro avaro miele
e lo mescolano all’amaro quotidiano
per tentarmi alla vita, nonostante.
E i nodi dell’ansia che arrochiscono
la voce e la baldanza
profumano di nardo tuttavia.
Arpeggia lieve la mia malinconia
e le sue note si perdono nel vento
non fa più male, ormai, è solo compagnia.
Avvolgo alla mia rocca il filo del passato
[sguardi, sussurri e lame di parole
sorrisi, pianti e grumi di dolore
perle di gioia e grandine di rabbia]
e ne alimento il fuso del presente
pungendomi le dita, non di rado.
Non ho un principe azzurro al mio risveglio
né fatine gentili a trepidare
ma guardo incantata i petali dell’alba
riempio d’acqua sorgiva le mie brocche
aspetto il sole, che sciolga questa brina.

Maria Gisella Catuogno scrive di sé:

sono nata all’Isola d’Elba, dove vivo, mi sono laureata in Lettere all’Università di Firenze, sono sposata e ho tre figli. Insegno Italiano e Storia.

Ho pubblicato nel 2003 la mia prima raccolta di liriche, Parole per amore (Ed.Libroitaliano) cui sono seguiti altri testi in prosa ( Il mio Cavo tra immagini e memoria Nidiaci; Riviere Aletti; Vento nelle vele Aletti) e poesia ( Brezza di mare Ibiskos-Ulivieri; Fiori di campo Montedit) Ho partecipato a esperienze di scrittura collettiva (Il volo dello struffello, Liberodiscrivere; Malta Femmina Zona; Dedalus puntoacapo editrice)

Sono presente in molte antologie e ho ottenuto vari riconoscimenti.

Collaboro a testate giornalistiche e a periodici come Lo Scoglio dell’Isola d’Elba e L’Isola di Capri e  a blog letterari quali Liberodiscrivere, Viadellebelledonne, Poetika,In purissimo azzurro, Flannery.