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Pasquale Vitagliano

10 ottobre 2015

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La poesia di Pasquale Vitagliano sembra riuscire a fondere impressioni intimiste con scenari corali che si alimentano di osservazioni disincantate, affamate di franchezza. Strumenti d’indagine frutto di uno sguardo concentrato sì sull’uomo ma anche sugli accadimenti circostanziali che lo vedono soggetto, con insita la capacità di convogliare o modificarne il corso. La sua ottica esamina cosmi e microcosmi regolatori di una perfusione dell’io che si dosa in varie apparizioni. Uno e un tutt’uno con verosimiglianze capaci di vocalizzare similitudini esperitive, emozionali. Non è difficile in questo caso “cadere dentro” la lettura dei suoi testi, specchio di modi e tempi che si consumano liberandosi dalla mera ricerca esistenziale per farsi concretezza di un vivere esponenziale che nella scrittura trova un canale propositivo, agente e perdurante. Doris Emilia Bragagnini

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Pop Art Pops
Rimossa la piastra poetica,
smontate le officine del secolo,
spostata sul ventre la guardia,
cos’altro resta da dire?
Rimetto tra le cose la parola,
metto a bagno i versi,
e premo sull’uscio del giorno,
perché sia giorno benedire.
Rivolgimi un nuovo saluto,
soltanto la vita è scampata,
adesso che Soup non è che soup,
per una pietà umana
nient’altro che parola,
senza più umanità.

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Noli me tangere
Non voglio che mi tocchi, sono sveglio,
svuotato non sono ancora, mi sento
e sento il tuo tatto febbrile di ceramica.

Non puoi sciogliere i miei nodi, li sento
di legno, sebbene io sia presente ancora,
carne su tronco, corpo su peso.

Io non risorgo, ma resto sospeso nel sonno
di questo riposto crinale senza ritorno,
appeso nel vuoto come un sipario rotto.

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Gli ultimi giorni
Credi proprio che gli ultimi istanti
della giornata siano proprio uguali
agli ultimi giorni dell’umanità
perché non li puoi mettere in scena.
Ti lasciano appiccicata addosso
l’etichetta della lavanderia,
che nessuno ha il coraggio di
toglierti dalla piega della giacca.
Hai voglia tu a sperare che domani
la storia potrà essere riscritta.
Tutto quello che hai detto, e fatto
si riverserà dentro senza farsi domande.
Quante volte ti sei convinto che
tutto fosse finito, così per ricominciare.
È bene che ti rassegni a ciò che vedi:
non c’è giornata che termini senza umanità.
Non c’è umanità senza le tue giornate.

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Paesaggi 1
Non ci è più dato di fuggire dalle nostre vite
da quando le terrazze non sono più sgombre,
se sali fino ad affacciarti su di esse non entri più
in quella dimensione che un tempo ti lanciava via.
Non c’è più alcuna piattaforma per le stelle,
né la città ti appare più capovolta sulla strada del cielo;
è scomparsa la casbah di panno e si sono eretti i sottotetti,
le cuffiette di legno o i pannoloni marci per tenersi dritti.
Non ci abbandonare mi dice l’involontario portiere,
ma non basta questa fiducia a ridare vita al vento
sulle terrazze che ti vengono incontro imbrigliate dai fili di ferro
e non si può più correre sui mattoni neanche ad essere un mutante.
Non ci abbandonare mi ha detto l’involontario portiere.
Ma se non ho ancora trovato il coraggio di abbandonare me stesso.

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Questo è l’ultimo giorno di scuola,
il pianto è scemo
il sole ha l’aria fresca.
È l’ultimo giorno di scuola, l’ultimo.
Qualcuno piange per i miei figli
e i miei figli invece ridono.
Qui fuori è pieno di colori
perché questo per loro è l’ultimo giorno di scuola
e per caso prima avevo visto i quadri,
quelli dei disabili belli come pollock,
i piedi dei compagni, i piedi storpi fotografati e
i miei piedi che non mi fanno più male,
ed io che farei santi i loro genitori.
Questo è l’ultimo giorno di scuola
anche nelle stradine abbagliate che abbiamo percorso
gli attrezzi, le taniche, i carrozzini , il sugo e la resina.
Quanti ultimi giorni di scuola abbiamo avuto.

Come chiameresti tutto quello che abbiamo visto oggi?

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Fine della malattia

Non c’è più la malattia
a far galleggiare sul pantano
il nostro amore senza amore.
E’ più molesto
questo nostro stalking quotidiano
della violenza di un estraneo.
Siamo stati messi all’angolo
dal rumore dei ragazzi,
zittiti dalle nostre paure,
impotenti per le nostre querule verità.
Non si chiamerà genealogia
questa sequenza di ingenue causalità.

Vorrei andare al cinema
a rivedere la mia storia.

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Monologo in vece di Buzz Aldrin

Mi sono fermato a lungo a pensare se
se ne debba parlare, raccontare l’esperienza unica,
sconosciuta prima e adesso irripetibile
di camminare sulla luna, sul suo suolo,
il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Quasi ne ho dimenticato la sensazione,
del primo passo, come sulla sabbia,
ma meno duro, meno solido l’impatto.
E’ stato diverso il mio passo da quello di Colombo.
Anche quella era terra, la terra, la spiaggia bagnata,
il riflusso dell’acqua, eppure uguale alla luna.
Ma lui ha poi fatto passi stabili. Non è stato lo stesso
per me. Era come muoversi nell’acqua su un fondale senza mare,
ma intorno tutto era storto, il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Sarebbe stato utile raccontare questa esperienza unica,
la prima, un inizio, la nascita, un tempo nuovo, se fosse
stata ripetuta, ripetibile, narrabile appunto come una storia nuova,
invece è rimasta unica, sola, isolata nella memoria e nelle immagini
che non mi appartengono più. Mi è sempre più difficile ricordare
quello che ho provato, quel primo passo, l’approdo, anche se
chiudo gli occhi le immagini si dissolvono ogni volta più rapidamente.
Adesso comincio a comprendere il silenzio di Aldrin.
Perché lui non ne abbia mai parlato. Perché ha scelto di tacere.
La sua è stata una scelta pratica. La mia non lo è stata per niente.
Anche perché, se ci penso, credo che sulla luna io non ci sia mai stato.

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Pasquale Vitagliano. È nato a Lecce. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista e critico letterario per riviste locali e nazionali. Ha scritto per Italialibri, Lapoesiaelospirito, Reb Stein, Nazione Indiana, Neobar, Nuovi Argomenti. Menzione speciale nel 2005 al Premio di Poesia Lorenzo Montano Città di Verona – Sezione Opera Inedita. Nel 2006 è tra i “Segnalati” nello stesso premio – Sezione Poesia Inedita. Sul settimanale Diva e donna ha scritto di cinema e letteratura per la rubrica Scandali e Passioni. Nel 2006 ha curato la sezione riservata a Italialibri dell’Antologia della Poesia Erotica (Atì editore). Ha pubblicato le raccolte Amnesie amniotiche (Lietocolle, 2009) e Il cibo senza nome (Lietocolle, 2011). Nel 2010 la silloge di poesie civili Europa è stata inserita nell’antologia Pugliamondo – un viaggio in versi, curata da Abele Longo (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto Neobar). Nel 2011 ha partecipato alle opere collettive Impoetico mafioso – 100 poeti contro la mafia, curata da Gianmario Lucini (Edizioni CFR) e La versione di Giuseppe – poeti per Don Tonino Bello, curata da Abele Longo, (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto). Nel 2012 la silloge Dieci Camei è stata inserita nell’antologia Retrobottega 2, curata da Gianmario Lucini (Edizioni CFR). Sempre nel 2012 è uscito il romanzo d’esordio, Volevamo essere statue (Sottovoce). E’ presente nell’antologia di racconti del Dicò Erotique per Lite-edition, curata da Francesco Forlani su ispirazione del Dizionario di sessuologia pubblicato dal francese Jean-Jacques Pauvert. E’ tra i poeti antologizzati nello studio A Sud del Sud dei Santi. Sinopsie, Immagini e Forme della Puglia Poetica, a cura di Michelangelo Zizzi (Lietocolle, 2013). Nel 2013 è stato finalista nella XVI Edizione del Premio “Poesia di Strada” di Macerata. Sempre nel 2013 è uscita l’ultima raccolta di poesie, Come i corpi le cose (Lietocolle).

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