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Anna Maria Curci

20 gennaio 2021

   Luigi Paraboschi recensisce OPERA INCERTA di Anna Maria Curci
ed. l’Arcolaio 2020

La grande poesia (e questa della Curci lo è) possiede la capacità di saper leggere la storia attraverso gli elementi temporali nella quale viene scritta.
Può talvolta accadere che le parole nelle quali ci si imbatte sembrino poco connesse alla logica espressiva che è propria di ciascuno di noi, così il genere di poetica della Curci manifesta tutta la sua ricchezza e profondità solamente dopo una seconda o terza lettura.
Se si legge “Opera Incerta” non tenendo presente lo spessore culturale dell’autrice, se non si presta sufficiente attenzione alla sua capacità di essere ironica con se stessa e di conseguenza anche con chi legge, non si arriva ad afferrare il significato di questi versi di “Atlantina“, dove l’autrice sembra parlare a se stessa, ma nel finale indica con chiarezza quali errori si è indotti a giudicare quando si opera “senza gli occhiali“ necessari per esaminare in profondità ogni cosa.

“ innaffia i tuoi sensi di colpa/ piega la schiena / fustiga le reni// non basta ancora dici/ e gonfi il petto/ però con quello non trascini pesi // pensavi di aver fatto un buon affare/ allo spaccio dei miti senza occhiali/ scambiasti per la bella corridora un ricurvo complesso// 

e la stessa annotazione attorno all’uso discreto dell’ ironia vale anche con questi che chiudono la poesia Controcanti:

“come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione./ Il passo indietro nella lista di attesa : altre sportule reclamano attenzione“.

Leggendo la raccolta mi è parso che la tecnica di scrittura sia spesso costruita “per esclusione” cercando di costringere il lettore a fermarsi e a domandarsi le ragioni e i perché Curci lungo il suo cammino poetico ( già iniziato nel libro precedente a questo “Nei giorni perversi “) stia scegliendo di non farsi coinvolgere nel vizio che spesso si riscontra in poesia, quello di dire troppo, e decide di diventare sempre più rarefatta nel manifestarsi.

E’ lo stesso discorso che si può fare parlando di pittura, quando di osservano i lavori di due artisti, Pollock e Rothko, che hanno operato contemporaneamente in America attorno agli anni 40, 50 del scorso secolo. Se Pollock ha manifestato la sua genialità adottando la tecnica dello “sgocciolamento“ del colore sulla tela, sovrapponendolo ed incrociando  fino ad ottenere il risultato voluto, Rothko ha invece operato “per sottrazione“, cioè togliendo quanto più fosse possibile al colore, eliminando ogni elemento figurativo e disponendo man mano sulla tela numerosi strati dello stesso colore in tonalità sempre leggermente differenti per giungere alla fine al risultato di presentarci un quadro composto esclusivamente di quadrati o rettangoli con due o tre colori differenti da quali si evince il lavoro sottostante all’ultimo.

Lo stesso lavoro fa Curci e cercherò con qualche esempio di chiarire meglio servendomi dei versi di questa poesia a pag. 22 intitolata “Avvento“ che trascrivo verticalmente affinché non si perda la sua essenzialità:

Fosse sempre serena come oggi
questa proroga
attesa protratta
gioie minute

in scatole modeste

Dentro soltanto cinque righe l’autrice ha saputo condensare l’attesa che è contenuta nella parola “proroga“ e ha detto di sé e del proprio gioire per l’attesa di un avvenimento che sta per arrivare dopo l’Avvento, usando quel ” in scatole modeste “ che possono racchiudere tante cose, avvenimenti, umori e amori, insomma tutto ciò che fa parte del fatto di possedere un corpo e di conseguenza essere contenitori di emozioni.

Anche con la poesia e non solo con la pittura può succedere che ciò che leggiamo o vediamo ci costringa a leggere e rileggere, come pure osservare e riosservare un quadro, lasciando poi dentro di noi un senso di incapacità a comprendere fino in fondo il pittore o lo scrittore come a me è successo con i versi della poesia a pag. 24 “Stendo al sole“

“Stendo al sole fasce per polsi / con cura, dopo averle lavate. / Tendo la tela rossa/ e i miei pensieri”//

e mi sono sentito smarrito e confuso, incapace di afferrare sino in fondo quanto di astrazione e di concretezza vi sia in quelle “ fasce per polsi “ e in quella “ tenda rossa “.

Scrive Francesca del Moro nella sua acuta e profondissima postfazione che di fronte al lavoro della Curci non si può essere “lettori passivi“ e non posso che concordare con lei. La sua poetica non si può liquidare con un semplice “like“ o un “cuoricino rosso”, occorre entrare nella selva di riferimenti culturali ai quali l’autrice si aggancia, con speciale riguardo ai poeti o autori in prosa da lei incontrati nel lavoro di traduttrice.

Un altro elemento del quale occorre tenere conto è il continuo mettersi in discussione, il dubitare di sé, il timore di non essere all’altezza delle aspettative, come scrive nella VI parte della poesia “Controcanti“:

“Come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione/. Il passo indietro nella lista d’attesa:/ altre sportule reclamano l’attenzione “

Curci è colei che sempre si rimette in gioco ; ecco nella stessa poesia alla III strofa:

“… In permanenza oscillo/ tra il balzo all’utopia/ e l’orrore tranquillo“

L’adesione che è quasi immedesimazione a quanto lei traduce, la condivisione ai personaggi o ai testi, che riscontriamo bene nel verso di questa a pag. 37 esprimono l’immediatezza del suo giudizio attorno alla versatilità della Storia:

“Dal pascolo al patibolo è un salto/ dietro le tende cifra la menzogna/ e batte i denti“

e la chiusa è una domanda che essa rivolge sia a sé che a noi che leggiamo e che si può banalizzare chiedendoci se ci si può salvare dal narrare il falso interpretando la storia o semplicemente raccontarla, oppure si finisce sempre col ricorrere ad un linguaggio servile.

Questi sono i versi “c’è via di scampo dal fumo perenne/ o resta il bivio di falso autorizzato/ e prosa da scudieri ?//”

La fierezza della cultura, lo sdegno di fronte ai falsi della letteratura e della critica letteraria si toccano in questa poesia di pag. 38, dedicata a Cristina Campo dentro i quali vibra con forza un giudizio sferzante nel confronti dei molti che–anche in poesia- distribuiscono banalità:

“imperdonabile inattuale resti/ neghi a chi archivio ti vuole dolente/ e lorde liquida cambiali unte,/gabelle d’aria fritta, campionario// di impenitenti solite sconcezze:/ nichilista, utopista, apripista,/ autodafé alimenta per i gonzi/ ghiotti solo d’altrui gozzoviglie/”

Così anche la poesia di pag. 39 ci pone di fronte al sentire di una persona abituata a leggere, a dare un giudizio su ciò che legge e a dubitare sempre dello stesso (le omissioni), a riflettere di conseguenza sulla nostra collettiva incapacità di agire:

“più degli omissis temo le omissioni/ le sommosse mancate contro l’inanità”

Le certezze, i dubbi, la fragilità che ci riguardano sono tutte messe sulla carta dall’autrice, esposte con poca misericordia e commiserazione; Curci è severa con il suo dire, specie durante l’insonnia, come leggiamo a pag. 44 nella prima strofa:

Quando il coltello si aggira tra il consueto/ è troppo tardi per scapole ciarliere: Parole penzoloni, la baldanza/ è farina, cade a pioggia //”

e l’affiorare della paura, sentimento che talvolta attraversa tutti, la lascia sgomenta e sofferente “Potessi ripiegare i giorni addietro, / al mio passato si affiancherebbe morte con il volto scoperto, compagno di picozza e di sentiero. Con altro riso m’incamminerei //”

perché il vivere non è mai una passeggiata e neppure chi ha lo sguardo “rivolto al cielo” si può sentire tranquillo se non aggrappandosi a valori perenni come la cultura, la lettura o la musica, e tutto ciò è elencato nella poesia di pag. 51 dal titolo “Kit di sopravvivenza“, ove troviamo:

“dosi massicce di sopportazione/ sordina a false rivendicazioni/ sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba/ un libro spalancato o uno spartito”

Forse la parte meno criptica di “Opera Incerta“ è quella nella quale appare l’aspetto socio-politico della scrittrice, quando visitando il cimitero acattolico a Roma di fronte alla tomba di Gramsci, si sente toccata dalla presenza-assenza di questo grande pensatore che la induce a scrivere a pag. 62 versi dentro i quali si legge tutta l’amarezza per aver forse scordato o tralasciato il suo pensiero:

“E qui mi fermo sempre/ penso ai tuoi scritti/ al tempo ad altre soste// Anni addietro lasciammo i nostri segni/ scansate foglie/ sospese le parole//”

Anche la guerra rivista nel ricordo della madre, allora ragazza, ”l’ 8 settembre 43 “- che si mise in fuga tra i monti per cercare rifugio, e pure il ricordo dolente di quella bambina assassinata dalle SS a S. Anna di Stazzema nell’ Agosto del 44, e la visita, calvario doloroso, al campo di concentramento di Birkenau di cui sente di dover scrivere:

“Non sediamo sui fiumi a Babilonia,/ ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento“

Non meno importante è l’attenzione al problema delle migrazioni, affrontato nella poesia “Angelos“ di pag. 76 in cui la poetessa immagina di dialogare con un angelo che sotto vesti umane la soccorse assieme al fratello quando un giorno furono sul punto di annegare, ed è la stessa figura che nell’immaginario dialogo afferma:

“Sono migliaia adesso e non per gioco / Tuffarsi per salvare più non basta/: Lo schiaffo arriva:“perché ha detto “mostro“? non più il rassicurante “mare nostro“?/ Parlo per lei per noi che sconteremo/ mani a premere teste giù nell’ acqua/ il lezzo criminale dei proclami/ e la complicità che allaga il male nostro“.

Il libro si chiude con un omaggio affettivo e sentimentale, una poesia che definirei dolce e accattivante, ricca di tenerezza e di devozione, prova tangibile della profondità dell’ affetto figlia/madre, che tocca il cuore del lettore senza abbandonarsi a sentimentalismi banali, che sa commuovere specie in quel “facevi volare nel mattino“ di pag. 88

“non so se sono ancora la bambina/ che facevi volare nel mattino/ nitido e freddo nel sole di dicembre// La casa, poi il mio asilo nido e la tua scuola/ dove trafelata ti mutavi,/ lingua-madre diventava il francese// So che di tanto azzurro mi rimane/ un fiocco, il cielo in testa e ’occhio desto,/ pegno d’incanto, balzo, testimone”.

E quel fiocco dentro il cielo è un tocco pittorico non alla Rothko ma, questa volta, alla maniera luminosa di Claude Monet.

Luigi  Paraboschi

8 gennaio 2021

 

Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.
ascolta, su, porgi l’orecchio

ascolta, su, porgi l’orecchio
dirama la conversazione
traduci e chiedi, leggi e annota,
discerni e associa sotto il cielo

Dell’Angelo

Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.

Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.

L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

Controcanti
I
“Bau bau baby” mi viene da cantare,
un ringhio contro il dì, paradossale,
moderata cantabile eversione
(nuovo marcio che avanza è minestrone).

II
E puoi anche negarti,
nel regno delle madri
(non sfugge, la bellezza,
dimora, sosta, danza).

III
Parto indotto o realtà,
questo è solo un dettaglio.
In permanenza oscillo
tra il balzo all’utopia
e l’orrore tranquillo.

IV
E quella goccia non si perde e viaggia
e si trasforma: ogni replica è prima,
indica vie di fuga tra le quinte
o svela il ben celato sul proscenio.

V

Leggo la musica della pazienza,
talvolta inciampo sulle biscrome
e all’improvviso, ecco: cadenza.

VI

Come Parzival al primo tentativo,
ancora pecchi di acuta discrezione.
Il passo indietro nella lista d’attesa:
altre sportule reclamano attenzione.

Sale

Stanza tutta per me è un’espressione
che aggrinza le mie labbra ad un sorriso.
Di rimpianto, tu dici, tu che sai
che l’esclusiva sempre fu preclusa.

Invece l’ho trovata, l’ho inventata
in fogge disadorne eppure piene.
Due reti e un cassettone a soggiornare
con Il trono di legno e La ricerca.

Accolse una poltrona grande e lisa
gli esercizi sgraziati alla chitarra.
Ora è un ramo proteso di ligustro
a guidare lo sguardo, ogni risveglio.

Nelle sale remote puoi entrare
a patto di scostare le cortine
di sfondare i tramezzi in truciolato
di sopportare il peso d’esser sale.

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.

Teresa Valentina Caiati

16 giugno 2020

Foto libro Frange di interferenza

“Frange di interferenza” di Teresa Valentina Caiati (Quaderni di Poesia Eretica Edizioni, 2019) è una pregiata cornice di ricerca poetica, una fusione musicale in uno sfondo sensoriale, metafora di desiderio e di nostalgia, associata al senso di vaga ed indefinita malinconia, contenuta nell’indugio compiacente di sentimenti e passioni comuni, resti emotivi corrispondenti alle tracce lasciate e alle relazioni salvate dal deterioramento interiore. I versi accordano la sovrapposizione di rumore e silenzio, l’incrocio invadente di verità e illusione, misurano l’intonazione delle attitudini umane, l’intensità e l’ampiezza del linguaggio nel suono articolato della poesia. La superficie dell’anima è la memoria decifrata dalla traiettoria esistenziale dello spazio e rivela la sua presenza, nella direzione del tempo e scorre arredando i margini del conflitto intimo. La poetessa rende visibile il principio luminoso del suo percorso aggirando gli ostacoli nella propria esperienza quotidiana, celando il profilo netto dell’ombra che delinea il suo cammino. La percezione profonda di essenze reali distinte, l’osservazione cromatica degli accidenti e delle note, rivelano l’interferenza delle emozioni e la fenditura dei confini in chiaro-scuro della sensibilità. Teresa Valentina Caiati assiste il mutevole ed inaspettato coinvolgimento della realtà elevando l’approfondimento periferico degli eventi con la spontanea ed istintiva melodia della sua centrale interpretazione e avvolgendo la singolare e delicata bellezza dei destinatari che cingono la seduzione gotica ed oscura delle vicende, dei luoghi e delle immagini. La poetessa affronta il destino di una solitudine che è al centro di tutto e attraversa l’impenetrabile cupezza, girovaga ed inquieta, di ogni inesprimibile relazione umana contro l’ineluttabile fissità del cuore smarrito e confuso. La curva impercettibile delle parole oscilla nella volontà intelligente e condiziona le scelte, fa da scudo alle sensazioni. Assorta nella quiete dell’assenza, la visibilità del ricordo non si dissolve ma dilata le intuizioni emotive, come se custodisse il segreto della consistenza e della necessità della vita. La testimonianza umanistica della poetessa è un patrimonio potente e fedele allo stupore, sostenuto da quella brezza, misteriosa ma espressiva, che soffia sull’esasperata consuetudine di ogni esulante condizione, pena che non allontana il perpetuo e spontaneo corso del tempo e destina al richiamo solitario la coscienza reduce. La direzione esclusiva ed imperturbabile dei pensieri sosta su una piccola nicchia sospesa, affatturata nel segreto delle discordanze che regolano la tensione esatta di quanto è trascorso o di quanto è lontano.

 

Rita BompadreCentro di Lettura “Arturo Piatti”

 

 

 

Il talento

 

Il talento

è l’aggettivo superlativo

posto dinnanzi ad un nome.

Tutt’intorno fa stragi e razzie

e senza termini di paragone,

governa, assolato e indisturbato,

nell’impero grammaticale dei sogni.

 

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Error Invalid Function

 

Noi altri

abbiamo insenature

e promontori sulla schiena

simili alla gobba di Leopardi

per il peso crescente

cui la natura sottopone.

Incompatibilità di sistema.

 

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La bellezza

 

Riconosco la bellezza

quando l’orizzonte s’allontana

e un pensiero gli va in soccorso.

In un istante

sono lì

dove ancora non sono.

 

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Il destino

 

Ogni volta che mi fermo

contemplo il destino

scorrere, imperterrito,

su quella strada parallela

al mio incedere lento.

 

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Le occasioni

 

Le occasioni

sono loculi sempre aperti

in cui dimora

da lontano

l’ansia esitante

di non avere fine.

 

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D’un tratto

 

D’un tratto capii

che solo il ritmo genera l’amore,

così presi a pensarti con la stessa frequenza.

 

Teresa Valentina Caiati nasce a Bari e si diploma in pianoforte e organo. Ricrea, attraverso la musica, il connubio con la poesia, sua profonda passione. Sue composizioni sono state incise ed utilizzate in video e performance artistiche d’avanguardia. Attualmente insegna educazione musicale a Milano.

 

Recensione di Giuseppe Martella a “La simmetria del vuoto”

1 giugno 2020

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Il tratteggio: C. Bove, La simmetria del vuoto, Arcipelago Itaca, 2018.

Nella sua perspicua e illuminante prefazione, Anna Maria Curci propone la parola tedesca schweben, “fluttuare, stare in bilico, esser sospesi”, come chiave di lettura di questo testo e della intera poesia di Cristina Bove. Seguo questo suggerimento e aggiungo altri due termini, sempre di ambito tedesco: Ausdruck: “espressione, frase, detto” ma anche “sguardo e voce”. Da cui Ausdruckweise: “fraseggio”. E poi Abgrund: “abisso, pendio, precipizio, salto nel blu.” Etimologicamente “assenza di fondamento”. Filosoficamente, quest’ultimo termine indica infatti il fondamento nullo del nostro essere al mondo, tra realtà biologica e rappresentazione psicosociale: la terribile simmetria del vuoto. Tra fluttuazione e spro-fondamento dell’esserci si svolge infatti il fraseggio poetico di Cristina Bove.

Una triangolazione fra le costellazioni semantiche di Ausdruck, Schweben e Abgrund (espressione, bilico e abisso) può svelarci il luogo proprio e offrici l’orientamento di fondo della versificazione di Cristina Bove, cioè anche una cartografia del suo dire (Dichtung). C’è infatti nel termine Ausdruck (espressione, manifestazione, frase) un nesso fra sguardo e voce, assente nei suoi corrispettivi italiani, che implica quel cooperare nell’espressione poetica dell’occhio e della mano, che Walter Benjamin già indicava come la virtù precipua dell’antico cantastorie, il suo saper trarre da una tradizione condivisa le formule verbali e le alchimie del verso e della performance, il suo saper catturare e tenere avvinti gli ascoltatori nel giro della frase, nella reciprocità degli sguardi, nella cerchia dell’ascolto, che è la base di ogni circolo ermeneutico. Da qui parte la mia ipotesi: il dettato (Dichtung) di Cristina Bove sta sempre in bilico sull’abisso del proprio esserci. Una ipotesi che coniuga quell’esitazione fra suono e senso che Valery indica come carattere saliente della poesia, con la sua funzione primaria di testimonianza e terapia della finitudine e precarietà dell’essere al mondo insieme ad altri.

Una poesia della soglia, dunque, e del filo: liminale e sorvegliata. Filata sulla sottile ragnatela del carro della regina Maab (in Sogno di una notte di mezza estate) ma anche tessuta con la dedizione e la sapienza con cui Penelope tesse e disfa quella tela che è il sostrato comune del canto di tutti gli aedi dell’Odissea, Ulisse compreso. Una struttura flessibile, leggera e ferrea, come quella di un ponte d’acciaio teso sopra l’abisso. Quando indicherò nella maestria del fraseggio (Ausdruckweise) una sua virtù caratteristica, intenderò anzitutto questo convenire dello sguardo e della voce, questo accennare, nell’intervallo minimo fra pause e battute del verso, a un altrove, a quel fondo da cui emergono tutte le sue nitide figure, nel saper cogliere il tempo giusto (kairòs) perché la grazia (charis) della parola incarnata risulti efficace. Il dettato di Cristina Bove è danza graziosa sull’abisso che si intravede nella luminosa trama (nell’ultrasenso e nell’oltreluce) delle sue figure, nel chiaroscuro impeccabile, dei suoi versi.

Questa espressione dell’esserci come esser tra, frammezzo, sospeso e intrappolato nello stesso atto del dire, di tracciare percorsi e indicare luoghi, e costruire una dimora per abitarla, è forse il senso eminente di questa simmetria del vuoto. I suoi versi intrecciano una danza fra dettaglio e disegno, fra macro e microcosmo, dove risuona, nella squisita e tenace volontà di forma dell’io poetico, l’eco sfinita della risata tragica dell’es stretto “nel labirinto delle sue mutazioni”. (13) In una serie di attributi felicemente variati di un soggetto-fondamento mancante, volatile, spro-fondante appunto in un interminabile salto nel blu – quel colore che pare essere il preferito della nostra autrice, a giudicare dalle composizioni di videoarte che spesso ne accompagnano i versi sul suo blog e su Facebook. E’ un verde-blu iridescente che, attraversando la gamma dei colori, pare sfumare nel diafano da cui ci invia riflessi di figure, sovrimpressioni, fantasmagorie. Ecco: la trasparenza è un’altra caratteristica dei versi di Cristina Bove, nel senso intuitivo del termine (poiché si tratta di figure luminose, leggere, sfumate) ma anche in quello del confine sottile che passa tra riflessione e rifrazione di un raggio di luce. Del punto cruciale in cui un medium qualsiasi, in parte assorbe e in parte riflette il messaggio luminoso. Così come la memoria riflette l’evento rifrangendolo nelle molteplici tangenti delle sue figurazioni inconsce. Quella di Cristina Bove è anche una poesia della trasparenza e della soglia, una esplorazione dei limiti del diafano nel linguaggio: una videoarte del dire.

La sapiente variazione dei suoi versi equivale all’intero gradiente di rifrazione dei corpi al messaggio della luce. In questo senso, anche le figure del suo discorso assumono la valenza di una fantasmagoria in cui trascendenza e immanenza si incontrano come il riflesso e la frattura di una immagine in un punto sulla superficie della rappresentazione. Pertanto le figure in sospensione nei versi di Cristina Bove si possono considerare anche come degli ologrammi, delle produzioni sul foglio di carta di immagini tridimensionali, attraverso il reticolo di diffrazione dei suoi versi. Ologrammi metafisici che coniugano riflessione e rifrazione, trascendenza e immanenza, manifestazione ed essenza del nostro essere al mondo. In una sapiente orchestrazione della “toccata e fuga di se stessi” (44), tra valenze aforistiche e chiusure epigrammatiche, tra sottolineature e motteggi, nonsense e paradossi.

Il lievitare misurato della parola rigenerata (logos egeneto), il fraseggio accurato, l’equilibrio di una versificazione interstiziale in cui la espressione sapiente riunisce la mascherata della vita e quella dell’arte, facendone un bilancio lucido e mirabile, spassionato e implacabile, realistico e visionario, dove nell’umana confessione si può leggere talora in palinsesto una dichiarazione di poetica. (54) Il fraseggio di Cristina Bove si svolge in una fluttuazione caratteristica tra l’espressione linguistica come manifestazione dell’esserci e il suo fondamento nullo, cioè anche tra figura e fondo, linguaggio e silenzio. In questo senso, la sua è una poetica del tratteggio e della sottrazione, dell’adombramento e della sospensione sistematica di ogni (pre)giudizio di esistenza. Una fenomenologia e una ermeneutica della finitezza e dell’impermanenza, a tutti gli effetti, che spesso si esprime per calembours e paradossi, intesi come controlli severi ed esperimenti cruciali sui limiti del nostro linguaggio e della visione del mondo che su di esso si basa. L’insieme di questi giochi linguistici converge graficamente poi verso il punto, da una parte e il trattino basso, dall’altra. La punteggiatura, nella poesia di Cristina Bove in generale, risulta pressoché assente ma tale assenza indica il suo esser tra le righe, il suo essere stata completamente assorbita (sospesa, messa in mora, epochizzata) nel fraseggio e nella versificazione. O se si preferisce nel fondo del suo dettato poetico. Tranne che nell’unico caso, nella presente raccolta, in cui compaiono dei puntini di sospensione (61) a marcare l’irrazionale poetico. O in quello, assolutamente singolare, della poesia dal titolo esplicito, “.mettere un punto” (86), dove il punto appare in posizione anomala, a inizio frase, e messo in correlazione coi trattini bassi  che compaiono nell’ultimo verso del componimento. L’uso del trattino basso è invece estremamente frequente, nell’intera poesia di Cristina Bove, fungendo quasi da supplemento alla punteggiatura rarefatta e indicandone infine lo sprofondamento nell’abisso della dizione. I trattini bassi, vera e propria ossessione grafica della nostra autrice, croce e delizia dei suoi editori, non sono certo un vezzo ma costituiscono il tratto distintivo della sua versificazione, il suo svolgersi al limite dello spro-fondamento del discorso, del riassorbimento delle figure della espressione (Ausdruck) sul fondo (Abgrund) della nuda vita. L’uso del trattino basso, il tratteggio ritmico-semantico che funge da basso continuo della sua versificazione, costituisce inoltre la condensazione grafica di quel fraseggio (Ausdruckweise) e di quella lievitazione del dire (Schweben) che ho indicato all’inizio e che caratterizzano in modo inconfondibile la sua poesia. Mentre il punto anomalo è qui manifestazione grafica della coincidenza delle varie prospettive, o fasci di luce coerente riflessi-rifratti dal s/oggetto della rappresentazione, a costituire quella configurazione ologrammatica del discorso che ne rappresenta un’altra caratteristica saliente. Il punto, infine, qui segna il limite di quella funzione di dis/orientamento al mondo che è propria della poesia in generale, ma che qui assume tutti i connotati di una ascesi della parola e di una sobria composizione del luogo del discorso attraverso un costante esercizio di eliminazione del superfluo, in una pratica della sottrazione che è da attendersi in una poeta che è anche scultrice e il cui alter ego, in una recente raccolta, appare come “Una donna di marmo nell’aiuola”.

*

Per corroborare la linea ermeneutica adottata, sarà ora opportuno fornire alcuni esempi di ordine tematico-strutturale. A partire proprio dalla messa a punto della propria poetica che  Cristina Bove compie nella poesia prima menzionata (“.metter un punto”) e che val la pena citare per intero, per dare una idea dello spessore e della consapevolezza del suo dire: “Per solidificare la parola estinta/_il suo vissuto termina sul foglio_/magari farle un monumento/solo di interpunzioni/dedicarlo ai poeti che non scrivono/           Mi ci metto/perché non ho mai scritto un bel silenzio/perché non ho saputo eliminare/una vita di sillabe/           mi arrendo nel mimare un’esistenza/_tra due trattini stesi_”. (86) Questa lirica è nel contempo un compendio della sua poetica e una convalida di quanto abbiamo osservato: tutta giocata com’è sulla linea d’ombra, sulla lievitazione tra vita e forma, mondo e linguaggio, cose e parole: su quello schweben che abbiamo menzionato all’inizio e che implica anche una sorta di sospensione del giudizio di esistenza  (o epoché trascendentale) del mondo ricevuto, che qui viene messa a tema e in forma, tutta racchiusa fra il punto anomalo dell’inizio e i due trattini stesi alla fine, che insieme sottolineano e sdoppiano, sottendono e mettono in mora, il valore dell’enunciato, cioè della loro stessa verbalizzazione. Questo per dire tutta la sottigliezza, complessità, condensazione, humour, ironia e lucidità di cui è capace Cristina Bove. Che qui in partenza si esercitano sullo statuto stesso della poesia, “la parola estinta” in quanto “il suo vissuto termina sul foglio” e dunque anche il luogo in cui la vita trapassa e si fissa nella parola. E su quello dei poeti, che vengono chiamati in causa con elegante sprezzatura, come coloro che nutrono “una vita di sillabe” ma che non riescono mai a giungere al cuore del reale galleggiando sulla superficie del discorso.  Una sprezzatura che però presto si volge in autoironia poiché lei stessa afferma di non aver mai  “scritto un bel silenzio”.

In questi versi, metricamente calibrati e variati, vien fuori la perfetta congruenza tra la fluttuazione metafisica e il fraseggio poetico, come tratto fondante e distintivo della versificazione di Cristina Bove. E si tratta di una declinazione singolare e memorabile di quello Unter-Schied (differenza-relazione o interferenza fra linguaggio e mondo) che per Heidegger costituisce il sostrato della poesia in quanto tale e che qui nel testo di Cristina Bove si traduce graficamente nell’uso insistito del trattino basso. Si tratta dunque di una messa a punto onto-logica del proprio dire che si esprime poi in un metro e in una sintassi meravigliosamente esatti e variati, in un minidramma della ipostasi della parola scritta che, fra peripezie e riconoscimenti, squisitamente infine si arrende al silenzio che la attende. Per cui questa ironia che non fa sconti, questa umanissima certificazione dei propri limiti, umani e poetici, finisce per tramutarsi infine, in virtù del suo proprio stesso disincanto, in una muta domanda che esprime tutta la pietà del pensiero. E infatti, nel componimento seguente, il tratteggio poetico rivela la trama esistenziale da cui è sotteso: “le questioni mai risolte/tra la vita e la morte” (87). Quella sospensione dei mortali che sanno di “esistere per poco” e null’altro sapendo sospettano di essere solo “sogni/di un dio che ad ogni suo risveglio/ha già dimenticati.” (ibid.)

Ma la fluttuazione ontologica è endemica nella poesia di Cristina Bove, e i suoi tratti ritornano in una molteplicità di profili e intagli come accade, con evidente allusione alle opere di Lucio Fontana, nella poesia “Fontaniana” appunto, dove il taglio della tela di un quadro appare come un “varco tra pensiero e corpo” (83) e pertanto assume la valenza metafisica del frammezzo, “la zona franca aperta sulla tela” fra essenza e apparenza, in quel continuo dialogo fra essere e coscienza che si svolge nei suoi versi, senza che le due parti possano mai veramente scindersi né coincidere, (“_perché il male ci dispensa dall’amalgama_”), (ibid.) come monadi che danzano alla cieca il ballo in maschera dell’esistenza, in bilico sul filo del rasoio, in attesa di una finale messa a punto di cui ignorano il tempo e il luogo. Questa arlecchinata metafisica ha peraltro già avuto un’esposizione magistrale nella splendida “Maestri (s)concertatori” dove “in un emiciclo di ripercussioni”, (44) l’intera sinfonia dell’esserci appare intesa a “lustrare gli occhi spersi di chi sa/che tutto muore/come le note già suonate/nella toccata e fuga di se stessi.”  Su questa stessa pratica della espressione  fenomenologicamente sospesa sul fondamento nullo dei suoi trattini bassi, del fraseggio come correlativo verbale del frammezzo esistenziale tra dettaglio e disegno, nomi e cose, essere e coscienza, si veda per esempio anche l’impeccabile umorismo di “Inquilini e scalatori” dove ci si può esprimere solo “Per interposta ragnatela”, (53) perché “non si trova il modo/di dare un altro nome a ciò che accade”, e ci si trova “intrappolati ai muri e ai versi”, presi in tenzoni futili, quasi dimentichi che “tanto sarà per poco” e che ci tocca “nel frattempo/vivere di miracoli a ritroso/esserci quanto basta”. E dove infine la charis (grazia, dedizione e cura) di ogni dire risulta funzionale a riempire il frattempo che ci divide dall’attimo fatale.

L’equivalenza tra frammezzo esistenziale e fraseggio verbale, viene sviluppata ancora nella lirica che segue, “Considerando il dentro e il fuori”, dove la sinfonia dell’esistenza trova ulteriori accordi nel tenore metapoetico del testo e la commedia umana nuovi scenari, (tra dentro e fuori, tra essere e coscienza), un intero copione di metafore gastronomiche che riconducono l’ispirazione poetica alla sua base organica, mentre la poesia appare ancora una volta come farmaco (rimedio-veleno) contro il male di vivere: “sta quasi per accendersi la festa/si pronuncia l’antitodopoesia da bocca a bocca” per render il “mondo commestibile” e chiudere gli occhi sui “_transiti scatologici_”/di questa mascherata cromosomica/che ci consegna ad un perenne oblio.” Mentre “l’aria che si annida negli alveoli, ad ogni inspirazione/incendia le apparenze e ci consuma/           malgrado innumerevoli varianti, siamo carboni ardenti”. (54) La ironica e spassionata demistificazione dell’arte sfocia infine, nella lirica seguente, in quella della religione, dove “il dio dei fallimenti programmati/in palinsesti onirici” (55) per non farci accorgere “che non esiste porto/né un orizzonte per colare a picco”, viene rappresentato in tutta la sua comica impotenza mentre “è lì che aspetta il sorgere del mondo”.

Su questi incroci prospettici fra realtà e rappresentazione, si producono dunque quelli che ho chiamato gli ologrammi poetici di Cristina Bove, nel senso degli incroci di prospettive o di raggi laser sull’oggetto che appare così traslucido e multidimensionale. Ma anche nel senso di una inclusiva grammatica della creazione che sa mettere insieme dettaglio e disegno, in una fantasmagoria dell’esistenza che è nel contempo lucidissima e visionaria. Questo “Paradigma ologrammatico” (significativo anche in vista delle sue applicazioni all’arte digitale di Cristina) trova d’altronde una esatta definizione nella lirica eponima, dove lo sdoppiamento e la fluttuazione ricorrente fra essere e coscienza, dettaglio e disegno, micro e macrocosmo, trovano una messa a tema e una definizione esplicita: “è che assistiamo/_contemporaneamente_/ad ogni tempo della nostra vita/il vivere e il morire a ogni momento/essere il sognatore ed il suo sogno”  perché “di fronte ad uno schermo/siede il frammento e tutto l’universo” (50): un disegno frattale impeccabile che va ad arricchire l’ologramma poetico-esistenziale, in cui lo sdoppiamento di essere coscienza, reso in una costante variazione aspettuale e prospettica, distillato nell’alambicco di un linguaggio senza fronzoli, genera quella geometrica veggenza che caratterizza la poesia di Cristina Bove: “immagine riflessa _pupille come fori_/negli occhi innumerevoli e diversi/attraversati dalla stessa luce/un solo aspetto/eppure il tutto riversato in esso/nell’illusoria percezione che/ci si veda soltanto un po’ per volta”. (ibid.) E qui si nota chiaramente come l’oscillazione caratteristica del dettato di Cristina Bove, non riguarda soltanto i diversi livelli di realtà ma anche l’ordine temporale dell’accadere, muovendosi tra due tagli verticali (Kairoi), l’attesa dell’evento ineludibile della morte e il ricordo non già della nascita, ma di un evento traumatico, di un tentato suicidio, in una notte “del trentuno agosto/che lei precipitò dalla ringhiera/e poi si addormentò sul marciapiede” (83). Evento che assume però qui i connotati gnostici della metempsicosi, di una caduta dell’anima nella prigione del corpo, segnando l’inizio di quel dialogo fra sé e sé, di quello sdoppiamento, prospettico ed esistenziale, e di quella veggenza  che caratterizzano la poesia di Cristina Bove: “io me ne andai/lasciandola sul posto_ venni al mondo/pagandomi l’accesso dal balcone.”, “Però le ho sempre raccontato tutto/e lei non ha mai smesso di volare/_non si ricorda d’essere atterrata_/:sogna di me piombata sull’asfalto/sagoma disegnata con il gesso/e nel suo sogno lei si crede viva/ed io nel mio fingo d’essere morta”. (ibid.) Questo dialogo fra self and soul, che mi ricorda una splendida poesia di W.B. Yeats, costituisce l’arco teso su tutta la poesia di Cristina Bove, l’arcobaleno iridescente che contiene tutte le sfumature della sua veggenza e i magnifici doni che essa sa offrirci, e che a mio parere fanno di lei uno dei maggiori poeti viventi, ancora in attesa di un pieno e doveroso riconoscimento.

Giuseppe Martella

http://www2.lingue.unibo.it/romanticismoold/membri/Martella/Martella_Giuseppe.htm#top

 

 

Rita Bompadre

15 marzo 2020

Foto libro Nulla di ordinario

 

Il libro di Michal Rusinek “Nulla di ordinario su Wislawa Szymborska” (Adelphi Edizioni) è una memorabile e privilegiata visita alla spontanea ed affabile dimora della poesia, luogo devoto dell’ispirazione e placida permanenza dello stupore e dell’immensità, nell’inattesa meraviglia di  ogni appuntamento persuasivo con la vita. La vita di Wislawa Szymborska si intrattiene in un gradevole colloquio seguendo lo sguardo unico sui suoi versi, ospiti graditi che infondono viva fiducia e compiuta ammirazione. Michal Rusinek, il suo giovane segretario, insegue testimonianze e fedeltà per più di quindici anni accanto ad una fascinazione privata e muove ogni particolare curioso ed inedito, confermando la singolarità degna di memoria che nutre la biografia della poetessa. Le parole, parole di poesia, ripercorrono attraverso l’intensa partecipazione affettiva il contenuto di un’incondizionato amore per il talento, per la capacità intellettuale non comune e rincorrono la vivace tradizione di irresistibili esperienze letterarie, sensibilizzano il desiderio di fermare nel non luogo della scrittura lo “smisurato teatro” dell’esistenza. La luminosa gioia della storia narrata aggira e cattura la sorgente avventurosa dell’animo umano, riconosce lo sguardo felice e carezzevole che si sofferma sugli aneddoti spiritosi e stravaganti legati alla poetessa, sulle sue provvisorie abitudini di traslocare, sulle sue amabili qualità nel cucinare, sulla squisita disponibilità alle cene e alle lotterie, sulla passione per i collage artistici. Le gradite atmosfere della vita quotidiana cedono alla fantasia delle immagini, alla voluta segretezza della complicità, nelle conversazioni e nei comuni interessi, nei suggerimenti letterari e nelle dichiarate risate che hanno caratterizzato il legame distintivo tra Michal Rusinek e Wislawa Szymborska. Leggere Wislawa Szymborska è una scelta e un’opportunità elegante a mantenere il dubbio”stupefacente” per la grande compiacenza del mondo, per proteggere la propria affinità, assecondare la propria esclusività, adottare in ogni intonazione un modo di essere e di comportarsi. La dilatata imponenza del suo linguaggio, convince il rispettoso gioco delle parole con acuta ed ironica filosofia e respira nella struggente inevitabilità la profondità dell’intero ventre della poesia. L’immutato elogio della poetessa da parte di Michal Rusinek descrive un’eccentrica nostalgia dei luoghi e delle persone che accoglie l’ombra di un passato non perduto ma che esibisce la veloce, inafferrabile ostinazione della volontà a ritirarsi nell’inconfondibile senso dell’umorismo. La poetessa assorbe l’aspetto meditativo con la leggerezza raffinata, è delicatamente distante da tutto e dove “ogni parola ha un peso non c’è più nulla di ordinario e normale”. L’amicizia che ha convinto il segretario a seguirla fino alla fine ha lo stesso bisogno di solitudine che imponeva la poetessa nel momento in cui nascevano le sue poesie, per rendere universale il rituale attrattivo di ogni riservata confidenza.

 

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”

https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

 

Il giorno dopo – senza di noi

La mattinata si preannuncia fredda e nebbiosa.
In arrivo da ovest
nuvole cariche di pioggia.
Prevista scarsa visibilità.
Fondo stradale scivoloso.

Gradualmente, durante la giornata,
per effetto di un carico d’alta pressione da nord
sono possibili schiarite locali.
Tuttavia con vento forte e d’intensità variabile
potranno verificarsi temporali.

Nel corso della notte
rasserenamento su quasi tutto il paese,
solo a sud-est
non sono escluse precipitazioni.
Temperatura in notevole diminuzione,
pressione atmosferica in aumento.

La giornata seguente
si preannuncia soleggiata
anche se a quelli che sono ancora vivi
continuerà a essere utile l’ombrello.

Wislawa Szymborska

Claudia Zironi

10 dicembre 2018

Lettura di Luigi Paraboschi

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Variazioni sul tema del tempo
poesie di Claudia Zironi

Credo di poter dire, senza timore di essere contraddetto dall’autrice, che il tema del tempo costituisca quasi una costante di tutte le sue raccolte, a cominciare da
Fantasmi, spettri, schermi, e avatar da cui stralcio :
A un certo punto il mondo ha rallentato
…non so bene quando è successo…
il mondo era invecchiato

Che Zironi pensasse che il tempo abbia rallentato e invecchiato il mondo, e il flusso degli anni abbia trasformato e si sia portato via i nostri migliori sentimenti, lo si poteva già intuire e dedurre dal finale di questa altra tratta da Eros e polis ove, forse parlando di sé stessa, preconizzava un destino di morte, di oblio e di sconfitta al quale però siamo inevitabilmente destinati tutti:

Sei nido della rondine /a settembre, destinato /all’abbandono. Servirai /da concime alla terra / dei nuovi ramoscelli /che culleranno uova

Ma in questa ultima raccolta lei affronta ancora e con maggiore impegno e attenzione quasi scientifica il tema temporale, costruendo all’interno di tutto il suo lavoro scansioni letterarie chiamate: Ucronie-Eterocromie-Eucronie-Discronie-Sincronie-Ur-cronie-Diacronie dentro ognuna delle quali inserisce testi a suffragio del tema principale che è
“il tempo“.

In tutti questi “paragrafi“ o “capitoli“ del discorso poetico sono inseriti testi che davvero spiegano il significato dell’intitolazione ad essi assegnata, e ritraggono ciò che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico avesse assunto un andamento differente.

E’ una sorta di “sliding doors“ letterario nel quale Zironi immagina di viaggiare con la fantasia attraverso luoghi geograficamente precisi ( la Finlandia, Stoccolma, Santiago, Il Cile, la Fossa delle Marianne, Istanbul ) per proporci testi a volte leggermente angoscianti per quel senso di solitudine e di lontananza che mi hanno fatto riandare al romanzo “La strada“ di Mc Carthy, per la visione desolata di un mondo sopravvissuto ad un disastro ecologico o nucleare.

Poiché in un testo essa scrive: ”per scrivere di cose profonde/ ho scritto di curiosità geografiche “, non ci resta che seguirla nel divenire poesia di queste “cose profonde“ il cui sviluppo lascia il lettore a volte spiazzato, come in questa:

Avevo- forse ho-qualche parente a Padova/.Ci sarò stata due o tre volte in tutta la mia vita/ ricordo solo la chiesa, la piazza/ ma è uno di quei posti che diceva mia nonna/ suona familiare/ come se ci avessi perduto qualcosa/”

ma lo spiazzamento arriva da questo verso folgorante che chiude il testo “Guarda per me nel fiume“.

La spiegazione di questa volontà di disorientare il lettore mi è apparsa più chiara da questi versi di un’altra:

“Sei mai stato una gazza?/ disposta in fila con altre trenta su un cavo/ nel sottotetto, che guarda/ te che sospiri scacciando l’idea/ di un nuovo amore/. E sei mai stato il tuo letto?/ che accoglie l’insonnia, le mani, il calore/ come fosse il suo corpo/. Sei mai stato il treno che ascolta/ i tuoi nuovi pensieri cosi azzurri/ come fossero raccolti di fresco in un campo/ E sei mai stata l’aria che lei respira? Il pipistrello/ che le vola davanti alla finestra ? Sei mai stato la sua bocca, i suoi occhi/ il suo seno?/ da quando ti conosce//”

Ancora una volta, come nei precedenti lavori, affiora in Zironi uno sguardo sul mondo che pare volere celare una invocazione di aiuto, la volontà disperata di vincere l’inevitabile trascorrere del tempo e di volerlo piegare alle esigenze di un cuore sempre bisognoso d’amore e di contatti umani, malgrado quella che a un lettore frettoloso potrebbe quasi apparire aridità o quanto meno indifferenza.

Se non ci si sofferma sul disincanto racchiuso in questi versi, sul loro nichilismo:

“non è infinito l’universo/ è il nulla-meno qualche cosa, esiste/ per sottrazione al nero/ ma Tu/ sei come il tempo

se non ci si lascia influenzare dal contenuto di questi altri:

“E se un giorno svanissero/ i pensieri la luce non esistesse più/ la percezione/ dello spazio né quella del freddo, non ci fossero/ più nervi ad accogliere il dolore/ nessuna voglia nel ventre, un grande/ silenzio./ Il tempo/ fosse una macina per ossa/ Se un giorno restasse solo questa sensazione/ di non servire a niente//

e si va oltre la prima reazione di sconforto, tornando sui differenti testi di questa raccolta ci si può rendere conto che l’anima di questa artista possiede angoli di sensibilità eccezionali capaci di venire fuori con tutto il loro vigore,e la loro forza espressiva come si può dedurre dal finale di questo testo che segue, malgrado sembri essere stato dettato dallo scetticismo più globale:

“Misurazioni effettuate hanno dimostrato/ che l’ innamoramento sul pianeta Terra/ nell’uomo dura circa tre mesi, nella donna/ un anno, dopo sei anni c’è la sopportazione/ quando va bene,/ poi solo fastidio, la possibilità/ di incontrare l’uomo dei sogni è pari/ a quella di trovare il libro di Urizen/ su una bancarella, arrivata a cinquant’anni/ ogni donna libera dichiara guerra/ all’amore e alla coppia, ogni uomo/ di pari età corre appresso le ventenni…..“

se non fosse che il riscatto dalle parole precedenti e dallo sguardo disilluso che si apre su una realtà abbastanza diffusa viene fuori da questi versi della chiusa che dicono :

…”mi spieghi/ per quale statistico motivo/ mi hai sorriso ?“

Ma l’anima che cerca il sorriso che nasconde l’attrazione, è la stessa anima che la induce a trattenere i sogni nella tasca di un cappotto nel quale ha rintracciato un rettangolino di carta (forse un biglietto d’ingresso a qualche locale) e di conseguenza scrivere: “… quando ho letto ho ricordato/ un piccolo prezzo per un anticipo d’estate/ per il sogno di un’intera vita./ L’ ho rimesso tra i rifiuti/ nella tasca, e la fa ribadire l’ostinazione di voler riattivare un rapporto che sembra esaurito. “Ti cercherò tra le spighe e i papaveri/ imbiancati, nelle tane lasciate vuote/ delle pietre, nonostante il frastuono/ dei gabbiani ti cercherò tra i vescovi/ in conclave, tra le sabbie delle mie parole e/ tra le rose senza nome, tra tutti gli uomini/ mancati nel millesettecento, tra le madri/ che non hanno avuto figli. /Se c’è una possibilità di ritrovarci/ non la lascerò intentata, il giorno / della fine del mondo //

La speranza dell’incontro va al di là del fluire inevitabile del tempo e culmina nello splendore di questa ultima che riporto per intero:

“ci sono cose che capitano./ Accade di nascere comete/ o solo di nascere, come di morire/ cadendo in un fiume/. Capitano strambi incontri/ dove i silenzi non sono/ contemplati, accade di traversare/ il deserto e il mare./ Può capitare di imbattersi/ in un astronauta per strada/ e non saperlo. Può essere/ che quando si aprono le mani/ per sentire il vento freddo/ della notte qualcuno le stringa/ e si parli dell’amore//

Luigi Paraboschi 13.10.2018