Archive for the ‘Stefano Guglielmin’ Category

Stefano Guglielmin

6 luglio 2017

 

da Come a beato confine (Book editore, 2003)

sez. II
io fatica e migra

                                                                                                        

1

io grumo s’inforra
nel più penoso dei vuoti:
nel corpo come miseria
o cibo, là dove delizia spreca
in gabbia la sua polpa
                                     

2

alla leva che volta
in luce il vuoto dell’occhio
io preferisce l’orfano gridare
e darsi in cibo a chi soccorre
                                    

3

pur fidandosi
all’incantevole computo dei ruoli
io talvolta sfibra
confonde orto e selva
sgravando così la parte
dal suo più crudo inverno
                                     

4

io trema nel risucchio
del sangue e s’ammoglia
per questo agli anni
come a radice
che l’anima abbia in ferro
                                        

5

nell’assurdo che crepa
l’ostia e il tempo, io s’invena
come topo in fuga nei sifoni
pregando nella corsa l’ombra
e l’infanzia che riluce
                             

6

io salva
all’inguine e alla lingua
la giustezza delle carni
il cedevole lo sposta invece
nella vena aperta dalla voce
                                        

7

io schiva la sete
d’esser vivo dando
ai nomi il moto
tondo dell’astro
e all’asola nel sottosuolo
l’acqua d’ogni dovuto tormento
                                

8

io glabro sbarca
in coda al tempo, al corpo
per aderire con le sue sole
forze al bianco dello spazio
come a fratello siamese
o alla trasparenza i nomi
                                       

9

io fatica nei cento specchi
nei cento libri nei cento
passi
in quelle cose da soma
da trapasso, sopra le quali però cresce
e attraversando il colmo
migra fino a farsi mano
nuoto
cosa altra e soda

 

                                                                                                                                                 

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. È membro della Società filosofica Italiana.

Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo “Fara”, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), C’è bufera dentro la madre (L’arcolaio, 2010), Le volpi gridano in giardino (CFR Edizioni, 2013), Maybe it’s raining. Poems 1985-2014 (Chelsea Editions, 2014), Ciao cari (La Vita Felice, 2016) e i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009), Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea. Vol.1 (Le Voci della Luna, 2011), Le vie del ritorno. Letteratura, pensiero, caducità (Moretti&Vitali, 2014) e Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea. Vol.2 (Dot. com Press, 2016). È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006), Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. E stato tradotto in inglese, spagnolo e bulgaro. Ha pubblicato anche racconti; l’ultimo in L. Liberale (a cura di), Père-Lachiase. Racconti dalle tombe di Parigi, Ratio et Rivelatio, Oradea (Romania), 2014. Dirige le collane di poesia “Laboratorio” per le edizioni “L’Arcolaio”, “Segni” per conto di “Dot. com Press” e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, “Format” della “Puntoacapo Editrice”. Gestisce il Blog Blanc de ta nuque.

 

Stefano Guglielmin

7 febbraio 2015

 

 dalla sezione “Ritratti” della raccolta inedita Ciao, cari.

 

 

 

Gianni Toti

 

 

Oppure il quaternario, squadernarlo. Tenere in mano il topo, il tropo, pregare in torto quiete. Ci si spassiona dell’impolitica tanto da spoetibolarci per il neozotico. Viviamo in tempi zoppi, insomma, in scricchi, scrocchi e frusci di chiavi. Chiaviamo.

 

La blessure inguérissable, l’inguinaia del re pescatore, in antidoto. Che ci sguaina dalle dee moderne. Madri del beer garden zoologico, s’intende. Un disperato monito a riveder le stroppie o la via del bricolage poerotico.

 

 

 

 

Alfredo Giuliani

 

 

Questo merdoso cerchio malato dove l’appeso oscilla. Tutto in cancrena, volge l’opaco in epoca, e stagna dopo la tosatura dell’eden. Gli sfiniti mondigli prada, per dire, o il tremore cardo della lepre: un frammentario gorgo come sintesi impraticabile, una sinossi di tendini e bronchi. E tendìne, da dove sbirciare gli olmi bruciati.

 

 

 

 

Eros Alesi

 

 

Come dura madre, dura linfa, come la linea croma, il jazz, la bamba, come faccia infetta, in liquefazione, come Roma o reticolato, come opera postuma, per FELICE padre di ALESI, suo figlio marcio, come

 

morte che mette un punto, che marcia, morte saetta e tutta corsa, che vent’anni, che esattamente, che l’amaro dalla bocca e la cattiva, che il taglio ombelicale, che noi microbi e infelici, che noi arresi.

 

 

 

 

 

Nota

 

Gianni Toti: poetronico per eccellenza, realista intraverbale, ci ha insegnato la proliferazione del verbo nella sua duplice valenza mortifera e fruttifera, sempre scansando, da buon “poesimista”, le conventicole e la visione lacrimevole del mondo.

 

Alfredo Giuliani: poeta e lucidissimo teorico della neoavanguardia. Coniugò biografia con “riduzione dell’io”, elogio della struttura con batticuore, per quanto “zoppo”. Trovò in Carlo Michelstaedter la via d’uscita dal crocianesimo.

 

Eros Alesi: morire a vent’anni, saltando dal cuore di Roma, avendo scritto tutto il necessario. Leggeva “Mondo Beat”, frequentava la Comune di via Andrea Fulvio e il carcere “Cesare Beccaria”. Amò mamma morfina e la poesia.

 

 

Stefano Guglielmin

11 marzo 2014

 

922982_10151448425856849_635233367_n

 

Da Ciao cari (inediti, 2013)

 

Una vita, ti dico

Una vita, ti dico
la puoi scrivere soltanto, fingere
che ci sia stata, unendo i fuochi
tra poco e poco: stare in sala
d’attesa quando piove, né felice
né infelice, altro non c’è.

Però fuori si muore, mi dici.
Anche dentro si muore
ti dico. E si semina altra delizia
dentro e fuori, altra sporcizia.

                                                    

Mariarosa (1961 – 1984)

Quando venivo a trovarvi
tua sorella mi accoglieva a seno scoperto

lo poggiava sopra il bustino e rideva per farmi
arrossire.

Quel cuoio le sbocciò dopo il volo:
voleva sparire, tu lo sapevi.

Lessi di lei e di te sul giornale.
Bevevo una birra al bar, morivo un poco.

                                  

Beppe (1959 – 1995)

Cantavi, di Juri Camisasca,
il suo galantuomo e mi prestavi libri
come fossero pistole. Poi la vita fa i buchi
dentro, prende l’aids.

Lo dico a Cristina, con cui stavi
in principio: Beppe, verso la fine,
mi chiese i nomi dei poeti della nostra
generazione, e se per caso avessi
altro denaro.

Il tema più bello, a scuola, me lo scrisse
lui: comparava le risorse con i limiti
del mondo. Ed era pieno di pensieri
anche per noi.

                              

Antonella (1958 – 1993)

L’ultima volta in giardino pesavi metà
di ogni cosa felice.

Aspetto un figlio
ti ho detto. E io la morte, hai risposto
quieta, come se ci fosse una logica
segreta, che lega forbice a fiore.

Sei stata la prima a saperlo
l’ultima a partire.

                               

Loretta (1959 – 1981)

L’ho saputo da poco che sei morta di overdose.
Lo sapevo da sempre. L’aspettavo.

Mi chiamavi glielmin ed eri la più lenta di tutti
a spogliare dagli alberi le mele. Andammo a letto vestiti
perché il corpo aveva più sonno di noi
che volevamo giocare prima di dormire.

L’ho chiesto a Mariangela, che ora ha due figli
e un’altra vita.

 

 

Stefano Guglielmin

Stefano Guglielmin

15 febbraio 2012

Sulle “poesie londinesi” di Stefano Guglielmin

Le condizioni materiali (luogo e mezzo) della composizione di questa sequenza poetica ce le rivela lo stesso Stefano Guglielmin:

L’estate del 2009 sono salito a Londra per un soggiorno di studi. In quell’occasione ho scritto queste poesie, seduto in differenti panchine, nei pochi giorni di sole. Di solito io scrivo poesia davanti al computer, a casa. Lontano da lì non riesco che a balbettare. La parola poetica esce infatti a fatica: “non c’è canto, lo so” scrivo qui sotto, consapevole che questa voce è poca cosa.

Mi sembra che queste note a margine pongano degli interrogativi preliminari all’analisi dei testi. La domanda che mi sorge è questa: possono, quelle che una visione astorica e assoluta della poesia degraderebbe a semplici “circostanze”, modificare la percezione della realtà e il modo di organizzarla a livello testuale? Io propendo per il si. Senza scomodare un’auctoritas come la critica americana Marjorie Perloff (la quale ha mostrato che l’avvento dei media e dei computer ha influenzato la produzione poetica delle avanguardie), mi sento di dire che l’enfasi di Guglielmin sul luogo (Londra piuttosto che casa propria) e sul mezzo (la scrittura a mano piuttosto che il computer) non va sottovalutata.

Anzitutto, scrivere al computer porta più facilmente a manipolare l’architettura del testo, di saggiare le sue possibilità spaziali e combinatorie. Questo a rischio non dell’autenticità (che non può essere un fattore di medium) ma piuttosto della linearità e dell’economia espressiva, tratti pervasivi di questa suite. Forse l’assenza dello strumento computer ha contribuito a rendere più immediata la voce di Guglielmin, che porta con sé una rara leggerezza, di tono certo, ma anche di stile: la sintassi è infatti paratattica, gli espedienti retorici ridotti quasi all’invisibilità, mentre il dettato oscilla tra il descrittivo e l’epigrammatico; tuttavia, sull’intenzione critica (che pure non manca in questi versi) sembra prevalere un senso di vicinanza umana.

Il luogo, poi, fornisce alla sequenza il titolo (“poesie londinesi”) e anche, nel primo frammento, referenti reali e culturali spiccatamente inglesi: le volpi, il barbarico, e la woolfiana Mrs Dalloway, tutti a interagire nella scena. Scena che è immessa in un quadretto (e in una quartina) in apparenza minimalista, in realtà sapientemente deformata: Mrs Dalloway pronuncia una frase (“non sembra incredibile la vita?”) spiazzante nel contesto, ostentatamente falsa ma eloquente nel mescolare rassegnazione e tragedia; nelle volpi che gridano e nel barbarico che sfibra la tovaglia è difficile non ravvisare un’allusione alla caccia: non solo alla caccia alla volpe (pratica che per altro, in Inghilterra, è stata bandita solo pochi anni fa) ma, come per estensione, a qualsiasi barbarie umana.

Lacerazioni, dunque; ma anche la continuità della voce, vero leitmotif della sequenza. Si va dalla voce terrorizzata delle volpi a quella “civilizzata” di Mrs Dalloway, per poi passare alla declinazione poetica della voce: il canto, ma che qui è canto impedito, di montaliana memoria. Una descrizione critica della realtà come quella del primo frammento è infatti estranea al canto, perché rielaborata nel corpo che “parla da solo” (a proposito, trovo questa espressione di rara efficacia), rendendo la realtà presente anziché trascenderla nella luce, nella catarsi. Parlare è tessere relazioni, tentare di ricomporre quella tovaglia sfibrata dalla barbarie; qui cantare sarebbe fuoriluogo.

Ne deriva l’importanza concreta delle parole, come nel quarto frammento, il mio preferito. Qui ridere e morire sono mescolati in una regressione (si veda la giostra del frammento precedente) di leopardiana memoria, complice quel “darsi pace naufragando”. Guglielmin ovviamente non può credere a un’utopia regressiva che riduce due esperienze complesse e basilari come il ridere e il morire a puro linguaggio; e infatti, credo che il termine “imparare” vada inteso in tutta la sua portata esperienziale. Nonostante ciò, perfino il presentare l’utopia come una realtà remota alla quale non è più possibile credere, mostra nondimeno la necessità di un orizzonte utopico, malgrado tutto.

L’esplorazione del parlare continua nel quinto frammento (“dice tante cose in inglese”) per tramutarsi poi nel sesto in canto, sia pur obliquamente (“qualcosa che suona / come il soffio di un cuore malato”). Ma qual è il soggetto degli ultimi tre frammenti? Certo, da una parte può essere la poesia (che appare nel terzo frammento, e il cui significato si dà, ancora una volta, nell’immanenza: “poesia significa, qui, stare fermo”); dall’altra però possiamo immaginarci qualcuno in carne e ossa, qualcuno che ci si è fatto vicino e con cui magari cresciamo come “seguaci / in quest’impresa”.

Questa sequenza di Guglielmin, originatasi da un doppio spaesamento che si aggiunge a quello dello scrivere versi (e il tema dello spaesamento è ben noto all’autore, come dimostra il titolo della sua raccolta di saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento, Anterem, 2001) ritrova il suo equilibrio sulla giostra di una pacata essenzialità, offerta a noi come qualcosa che ci ascolta e che siamo chiamati ad ascoltare.

Davide Castiglione

www.castiglionedav.altervista.org

_______________________________________________________________

L’estate del 2009 sono salito a Londra per un soggiorno di studi. In quell’occasione ho scritto queste poesie, seduto in differenti panchine, nei pochi giorni di sole. Di solito io scrivo poesia davanti al computer, a casa. Lontano da lì non riesco che a balbettare. La parola poetica esce infatti a fatica: “non c’è canto, lo so” scrivo qui sotto, consapevole che questa voce è poca cosa; tuttavia, vista l’occasione che mi offre Cristina Bove, ci tengo a farle conoscere e che escano nel suo blog, consapevole che forse non entreranno in alcun libro a venire.

 

poesie londinesi

Triste è il suo viso come il viso di un poeta,

un poeta senza canto

                                       Virginia Woolf


°

Le volpi gridano in giardino

mentre il barbarico sfibra la tovaglia;

raccoglie Mrs Dalloway la voce e dice:

“Non sembra incredibile la vita?”

 

°°

Non c’è canto, lo so. Però il corpo

talvolta, parla da solo, ama il fango

più della luce e cancellare tracce

darsi malato…

 

°°°

Poesia significa, qui, stare fermo

sulla giostra, darsi pace naufragando.

 

°°°°

Chiede se mi piace ridere

se morire giovani sia peggio.

Ripete due volte le frasi

così che ridere e morire

non siano che verbi da imparare

 

°°°°°

Dice tante cose in inglese

mostrando la lingua, la districa:

il suo sesso non farebbe di meglio.

 

°°°°°°

Impone qualcosa che suona

come il soffio di un cuore malato;

sembra felice di avere seguaci

in questa impresa.

.

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo “Fara”, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), il foglio d’arte Il frutto, forse (L’Arca Felice, 2008), Erosioni, in Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), C’è bufera dentro la madre (L’arcolaio, 2010) ed i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009) e Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (Le Voci della Luna, 2011) È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006) e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Gestisce il Blog Blanc de ta nuque. Dirige le collane di poesia “Laboratorio” per le edizioni “L’Arcolaio”, “Segni” per conto de “Le Voci della Luna” e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, “Format” della “Puntoacapo Editrice”.