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Stefano Vitale

5 febbraio 2020

Incerto confine cop (2)-1

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori
Italo Calvino

Se attraversiamo la vita alla ricerca di sicurezze che ci consolino e ci garantiscano la nostra ‘appartenenza’ come singolare e unica, saremo sempre più fragili di fronte al mutare del mondo e del tempo.
Siamo vivi e siamo ricchi se sappiamo cogliere nell’Altro la parte sempre mancante di noi stessi.
I versi e i colori di Albertina e Stefano disegnano un percorso possibile, concreto, ispirato, di questa ricerca attraverso la creazione di un loro vocabolario.
Prima di tutto, la Parola, come in alfabeto muto dove alla ricerca della trasparenza di significato si oppone l’incertezza, l’imperfezione, l’attesa che giunge al termine della raccolta in modo inequivocabile: La chiave è nella Parola. Perché la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri.
E poi il Tempo, che è plastico, vario, contradditorio. Il tempo si raggruma, fa rumore, è misura e al tempo stesso è altro, fino a porsi al centro della nostra soggettività con la domanda finale sono io il mio tempo? che si confronta con le speculazioni della fisica contemporanea che ha spezzato il concetto di un tempo unico e misurabile.
I Bambini sono gli unici soggetti umani che vivono questi versi, perché conoscono il vero, sono magri di rugiada, sono forse loro cui è dedicato il pensiero dell’essere come le nuvole, con la libertà di pensare di poter cambiare tutto: forma, luce, colore.
Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola. Così recitano alcuni versi di Kahlil Gribran, che si pone di fronte al mondo con gli stessi occhi innocenti e aperti di un bambino, che non pensa a barriere, confini, muri, ma che desidera invece appagare la propria curiosità attraverso la conoscenza del nuovo, del non conosciuto, del diverso.
Il colore è nei vividi versi di Stefano e si esalta nel caleidoscopio delle illustrazioni di Albertina. Simbolica è la rappresentazione della finestra dentro la quale siamo prigionieri dei confini ma che oltre vede una pioggia di colori che ci congiunge con un’altra parte di noi.
Le variazioni cromatiche scelte per rendere concrete le parole rappresentato un controcanto simbiotico nel descrivere le emozioni, il sogno, il dolore, la speranza, fino al vasto orizzonte verde che chiude la raccolta.
Ci piace pensare che il sentiero di Stefano e Albertina ci porti in quel luogo dove non esistono più barriere, muri, rifiuti, ma libertà e mare aperto dell’anima.

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera

Giorgio Caproni

  ……………………………………………………………………………………Vittorio Bo

                              

                                       
Chiudere i porti

Chiudere i porti e lasciar riposare
le nere coscienze marce di rabbia
merce di scambio di triste rancore
mentre grasse risate bruciano l’aria
nelle sudice piazze deragliate ragioni.
Chiudere i porti per non incontrare
l’orrore di occhi naufraghi in mare
di corpi salvati piagati dal sole
stremati da guerre monete sonanti
del nostro silenzio di barbari stolti.
Chiudere i porti alla fuga smarrita
sul mare-sepolcro di cenere e sangue
le ombre dei morti sono gelate
scure radici senza più storia
deserto di mani e orecchie mozzate.
Chiudere i porti del mare che un tempo
fu Nostro onda di luce
ora muro che cresce abisso di sale
specchio scheggiato dal pianto di pietre
posate sul fondo del cielo d’estate.

                                 
                               
Lyrische Suite

Una lama di coltello
taglia il pane secco
universo che si sbriciola
polvere di vita sotto scacco.
Il tempo si raggruma
buccia d’arancia spremuta
c’è chi beve il succo
chi porta via i cadaveri.
Si resta sempre altrove
dice la nera figura
chiusa nel mio occhio:
un essere remoto o la paura?
C’è chi vive rarefatto
felice nell’evaporare
senza sporgenze di roccia da afferrare.
Suprema libertà senza figura.

                                    
                                     
Il linguaggio dei muri

Non muore
il linguaggio dei muri
messaggi a distanza
di graffiti dispersi
tra coltelli e martelli
fiori di luce e sangue straziato
nel ricordo degli anni
passati a tracciare i confini
tra i giorni di piombo
e le parole di vetro
resta l’ombra di noi
e un altro paesaggio gira e passa*
vuoto che pesa
pianto sprecato
fame che non muore.
a Filippo R.

*verso di Vittorio Sereni da “Ancora sulla strada di Zenna”

                                
                                 
Affacciàti *

Spiare lo stupore del giorno
affacciàti alla finestra dello sguardo
interrogare con un battito di ciglia
il disordine del mondo
negli scorci di luce sfasciata
si perde il ricordo di noi
senza padroni e senza gloria
vanno e vengono senza posa
le anonime stagioni dell’esistere
senza peso non c’è rimorso
nell’incerto sfumare
restiamo affacciàti
su strade di vetro, sabbia e lamiere
che oltrepassano il confine
senza passaporto, senza controlli alla dogana.
Così la vita mette
sempre nuove foglie lontano da qui
muto fiorire di luce
nel marcire del tempo.

*“Affacciati” è il titolo di una mostra fotografica
di Luigi Rusconi esposta alla Biblioteca “Osvaldo Berni”
di Riccione nel 2014

 

 

La paura della gioia
I.
Solo i bambini conoscono il vero
passaggio che porta oltre quel nero
ombra che trema nel bianco di luce
alba straniera d’una parola dolce
sulla punta della lingua danza
l’azzurro canto della cura.
Chi coglierà lo sguardo puro
senza pianto, inganno o ricompensa?

II.
Fili d’erba nuova
al vento incerto della primavera
aspettano i bambini
che la pioggia sia cosa buona
che la luce non confonda
l’odore del dolore
con la voglia di fuggire
oltre il rischio della resa
senza più temere
la paura della gioia.

 

 

Stefano Vitale
Poeta e critico letterario, ha pubblicato Double Face (Ed. Palais d’Hiver, 2003); Semplici Esseri (Manni, 2005); Le stagioni dell’istante (Joker, 2005), La traversata della notte (Joker, 2007); Il retro delle cose (Puntoacapo, 2012) Angeli (con disegni di Albertina Bollati, edizioni Paola Gribaudo Editore, 2013); ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando,
2015); La saggezza degli ubriachi (La Vita Felice, 2017). È presente su numerose antologie, blog, siti. Sue poesie sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). È presente sull’ ”Atlante dei poeti” del portale Griseldaonline dell’Università di Bologna e sul sito Italian Poetry.

Albertina Bollati

Fotografa, disegnatrice, illustratrice di loghi, copertine, libri. Ha pubblicato Torino 2011, raccolta di fotografie in tricolore e illustrato le raccolte di poesia Palazzo di giustizia e umanità limitrofe di P. Berti e M. Napoli (Caramella Editrice, 2007); Angeli di Stefano Vitale (Edizioni PaolaGribaudo, 2013); l’antologia Mal’amore no (SeNonOraQuando, 2015); Pensieri sparsi di un psicoanalista di Daniela Gariglio (arabAFenice, 2017). Ha curato Oggi che il verde è così verde, scatti in bianco e nero di R. Balbo (2016) e ha partecipato al Festival della Scienza di Roma.

“Ogni terra straniera è patria. Ogni patria è terra straniera.”

                                                                
                                            

                                                     

In questo nostro tempo di affermazioni e riaffermazioni di confini, in questo nostro tempo di migrazioni infelici e drammatiche, la memoria della “Lettera a Diogneto” si staglia, isolata, certo, ma vivissima come un destino mancato, sulla nostra prospettiva storica.

Al suo prezioso avvertimento, molto caro al mio cuore, vorrei intestare questa lettura dell’ultima novità di critica Albertina Bollati e Stefano Vitale: “Incerto confine” uscita nel mese di  Novembre 2019 nella collana “disegnodiverso” curata di Paola Gribaudo; un piccolo libro importante per il suo messaggio civile e insieme bello e gentile, certamente da nicchia, dal punto di vista editoriale, in cui i disegni, le immagini colorate di Albertina Bollati inseguono e oltrepassano i versi di Stefano Vitale e se ne fanno interpreti, per lasciarsi poi riacciuffare in un continuum di torsioni e di rimandi reciproci. E’ un movimento che balza con indiscutibile efficacia sotto gli occhi del lettore anche per il fatto che Albertina Bollati riscrive spesso a mano alcuni versi, avvalendosi della scrittura come elemento iconico, in modo da rendere incerto lo stesso confine tra immagine e parola. Quel che ne scaturisce è decisamente un unico messaggio articolato su un doppio registro.

Si tratta di un messaggio chiaro anche se ricco di polisemie accattivanti. Nel tentativo di darne conto, la mia attenzione si rivolgerà specificamente ai versi di Vitale. In essi il titolo “Incerto confine” parla chiaro sia che lo si intenda come presa d’atto di una realtà che si osserva, sia che lo si intenda come la manifestazione di una prospettiva, di un intento programmatico che gli autori propongono ai loro lettori.

 

Lucia Triolo

 

 

 

 

https://limeslitere.wordpress.com/2020/01/12/incerto-confine-di-stefano-vitale-nota-di-lettura-di-lucia-triolo/

Stefano Vitale

25 novembre 2019

Stefano Vitale. Una degustazione poetica.

La saggezza degli ubriachi, La Vita Felice, Milano, 2017

La saggezza degli ubriachi. E non può non scattare un déjà lu con il noto proverbio latino su cui anche Orazio non esitò a pronunciarsi. In vino veritas. Secondo il poeta lucano l’ebbrezza mostrerebbe «le cose nascoste». Quando i freni inibitori si allentano, grazie all’azione distensiva dell’alcol, pensieri, fatti e verità custoditi e occultati dalla sobria coscienza potrebbero essere rivelati. Più oculata mi pare l’interpretazione di Erasmo da Rotterdam che distingue «l’ubriachezza sfrenata», che tende a falsificare la corretta visione della realtà, dalla «moderata ebbrezza» che «elimina la simulazione e l’ipocrisia».

                        E in tutto questo come si colloca la saggezza, ossia, etimologicamente, l’avere senno? Stefano Vitale sembra suggerircelo facendo «luce» (di certo il sostantivo più gettonato della raccolta), con la torcia del fuoco poetico, sui confini, interiori ed esterni, tra zone luminose e zone in ombra. Tra i versi serpeggia un quesito che da secoli accompagna l’uomo pensante: chi stabilisce la soglia tra verità e possibilità? Credo che ognuno, nel quotidiano, tessa il proprio velo di Maya e viva, candidamente, nel migliore dei mondi a lui possibili. E come ben sa il nostro poeta, questi mondi sono investigabili con l’ausilio di strumenti complementari, tutti indispensabili e di pari dignità: il raziocinio, l’intuito, la percezione sensoriale. Per l’indagine, sia dentro che fuori di noi, il metro non cambia, la realtà è talmente intrisa del nostro punto di vista da diventare specchio deformante. Specchio… altro sostantivo che, non a caso, compare e ricompare nelle liriche di Vitale, come a ricordarci che tra riflessi e proiezioni siamo comunque sempre davanti a noi stessi. Anche offuscati, anche sviati dai fumi di Bacco, i nostri stessi occhi non ci perdono mai di vista.

              Ho letto La saggezza degli ubriachi tutta d’un sorso, avvertendo un clima di grande convivialità, tra effluvi di visioni e parole corpose. Ho immaginato il poeta nelle vesti di un oste che con estrema competenza mesce figure e sonorità, ottenendo un bouquet di note così equilibrato da far credere che non ci possano essere annate più soddisfacenti per il palato.

            Durante i Moments musicaux ho pensato a Stefano anche come a un direttore d’orchestra che, gesticolando sulla carta con precisione chirurgica e spargendo armonia sul rigo, dirige un ensemble capace di riempire la sala di una luce melodica. Il tutto in un ambiente intimo, curato, in cui il lettore-ospite, coccolato dalle note suggerite dal padrone di casa, con in mano un calice di poesia, assapora il tempo senza dimensioni di cui è impregnata l’aria.

            Dinnanzi alla poesia di Vitale si sta in bilico tra la sorpresa e la rassicurazione, tra la feroce lucidità e la pietas senza retorica; si annusa l’onestà d’animo e di pensiero, ci si sente parte della stessa squadra di maratoneti dell’esistenza. Vivere è trattenere rabbia e abbagli, ma forse la liberazione è a portata di pasto, galleggia in quel calice di vino condiviso con gli ubriachi che ci portiamo dentro. Quindi sì, in vino veritas, perché il vino è sangue e la verità si nutre del sangue della vita.  

            Un’opera da portare ogni giorno con sé, sul ring.

                                                                                              Gabriella Montanari

Da « La saggezza degli ubriachi »

Vivere e trattenere rabbia e abbagli

chiudere loro il campo

che non facciano altro scempio

e andare oltre il vino versato

il bicchiere frantumato, la giacca macchiata,

la parola sbagliata, il mazzo di fiori dimenticato,

le mele lasciate marcire.

Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli

distratti da una mano invisibile

che rovescia il respiro

nella torsione dell’attimo sgrammaticato

in cui precipitiamo trascinati per il collo

a una festa d’ubriachi.

****

Cosi giriamo in tondo

ritti sulla nostra rotta

di un viaggio storto in cerchi di giostra.

Nuvole basse e grigie

ci accompagnano da lontano

ventre d’acqua che ci ha generato

e dove torneremo svaporando

rapidi e silenziosi

come questo sangue scuro

che intanto macina nelle nostre vene

e agita le nostre sere.

****

Luce sempre più scura

più dura, luce che

s’è fatta bianca

e fredda

qua dove

nel triste notturno passo

la citta muta

mastica l’amaro gusto

del suo sasso

e lenta scivola

in un boato di silenzio.

****

Cadono in una voragine

di fuoco e di ghiaccio

i miti di questa nostra terra

angolo d’universo fortunato.

Altrove infuria la burrasca

il gelo sulla faccia brucia come lava

ma restano piccoli pensieri,

sorgente e pane ai margini del sonno

dolente canto senza smania di vendetta

perché siamo figli di un destino comune

sapienza senza tempo in vortici di luce.

Come pastori erranti alziamo lo sguardo

verso le stelle, manto di leopardo,

notturno continente che tutti ci racchiude.

*****

Stefano Vitale (1958), nato a Palermo, vive e lavora a Torino.

Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan, Francia, nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa), Semplici Esseri (Manni Editore, Lecce).  Per le Edizione Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (Prefazione di Mauro Ferrari, 2005) e La traversata della notte (Prefazione di Giorgio Luzzi – 2007).   Nel 2012 ha pubblicato Il retro delle cose (presso le edizioni Puntoacapo (Prefazione di Gabriella Sica).Nel 2013 per PaolaGribaudoEditore la raccolta di poesie “Angeli” (con illustrazioni di Albertina Bollati) che ha dato vita ad uno spettacolo di teatro-danza andato in scena al Teatro Astra di Torino il 12 maggio 2014. Nel 2015 ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) la raccolta di poesie “Mal’amore no” edito da Se Non Ora Quando. Nel 2016 ha partecipato alla mostra del pittore Ezio Gribaudo “La figura a nudo” con 24 poesie pubblicate in mostra e sul catalogo.   Nel 2017 ha pubblicato presso l’editore “La Vita Felice” la raccolta “La saggezza degli ubriachi”. Le sue poesie, oltre a ricevere riconoscimenti in numerosi premi, sono pubblicate in riviste  e antologie. Sue poesie tratte da “La saggezza degli ubriachi” sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). E’ presente in Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei sul portale di letteratura  griseldaonline  dell’Università di Bologna oltre sul sito internazionale Italian Poetry diretto da Paolo Ruffilli. Appassionato di musica, ha collaborato con l’Accademia di Musica di Pinerolo ed è Direttore Artistico dell’Associazione Amici dell’Orchestra Sinfonica della Rai. Giornalista pubblicista, scrive sul www.ilgiornalaccio.net occupandosi delle rubriche critiche dei libri di letteratura e di poesia nella rubrica “Oggetti smarriti”.

Dalla prefazione di Alfredo Rienzi

…..È una esperienza feconda per il cercatore – di poesia e di vita – incontrare la parola di Stefano Vitale o rincontrarla in questa nuova raccolta, che prosegue nel solco più autentico e, in quanto tale, più sofferto quella poetica che verso a verso, passo a passo, tempo su tempo si è andata delineando nelle precedenti raccolte…. Stefano Vitale ha sempre avuto il pregio della chiarezza: non quella banalizzante o didascalica di facile arredo, ma una chiarezza caparbiamente raffinata e secreta. Ha lavorato con tensione e attenzione sull’occasione poetica, sulla materia sorvegliata del verso, del suono, della parola…

…. La fluidità del dire, la sobria eleganza dei componimenti, le calibrate assonanze e la compiutezza sintattica fanno sì che l’invito di Stefano Vitale alla lettura risulti agevole da accogliere. Sulla via percorsa dal poeta, impegnativa e sincera fino alla nudità, ognuno può ritrovare anche una propria orma, e rileggerla con occhi rinnovati, e può essere richiamato in un qualche tempo che, dilatandosi dal personale all’universale, anch’egli avrà già vissuto.