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Alessandro Moscè

15 aprile 2021

COME RIANIMARE UN PADRE

Qual è l’elemento conduttore che fa dire a Roberto Cotroneo, nella prefazione alla raccolta poetica di Alessandro Moscè, nativo di Ancona (la patria del dialettale Franco Scataglini, che costruì una vera e propria residenza poetica nella sua città) che questi versi sono consolatori? Muore un padre, e non è sostituibile da un’altra persona. La vita scorre e gli imprevisti sono inevitabili, come la morte appunto, fatto cruciale e drammatico per chiunque la subisce indirettamente. L’ospedale e il ritorno a casa sono episodi struggenti, nella figura della moglie e madre che si chiude in un silenzio di preghiera, di raccoglimento. La vestaglia del padre (Aragno 2019) è un bel racconto poematico in cui si riscontrano più volte le stesse parole di Giuseppe Ungaretti, che nel conforto e nel sollievo della poesia sentiva la pace interiore: quel “grido unanime” e represso dei momenti difficili, in un’individualità tanto anonima quanto universale. Moscè, nelle sue interviste, ha spesso detto che i morti continuano a vivere come avessero a disposizione un amplificatore, un mezzo sofisticato per farsi sentire. Il padre geometra che lavorava a Roma in un centro di studi e controlli, offre al bambino il ricordo della grande città, del maestoso catino dello Stadio Olimpico dove gioca Giorgio Chinaglia, che segue spesso Alessandro Moscè, il quale se ne è servito anche nei romanzi innalzandolo a vero e proprio mito. Alla solitudine si avvicina il ricordo: disinvolto, limpido, catartico, degli anni Settanta. “Una volta, una volta sola / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati. / Oppure comporre un numero telefonico, / sentire un fruscio di correnti, un buongiorno / e nient’altro”. Lo smarrimento e un filamento resistente, che non si spezza, mitigano la perdita che si colma nei luoghi marchigiani e romani, tra cui il Colle Guasco di Ancona, la spiaggia di Porto Recanati, il Palatino e Vigna Clara. Tutto come fosse accaduto ieri o la settimana scorsa. La peculiarità di Moscè, in questa come in altre prove, è nell’unità della famiglia patriarcale, nella suggestione della tavola natalizia, negli interminabili pranzi, nel gioco scherzoso delle carte. Le abitazioni addobbate ricorrono spesso al pari dei cieli, dei luoghi marini e collinari (penso a Stanze all’aperto edito da Moretti&Vitali nel 2008), in quei “monti pallidi” che sono guardati con tenerezza, come faceva Alfonso Gatto. O, sporgendosi da una finestra, focalizzare “la festa verso l’imbrunire” che introiettava Sandro Penna, quando tutto sembra finire per sempre. Eppure in Alessandro Moscè c’è un costante riprendere quota, un ritorno ostinato, quasi fosse ingiusto morire e dunque necessario riesumare il defunto, rianimarlo. I vivi e i morti si incontrano nella sala della casa paterna, nei divani, davanti al televisore, nel giardino pubblico di Fabriano, in un vicolo o in un albergo. A tal proposto, sempre Aragno, nel 2013, pubblicò Hotel della notte, in cui Moscè dava appuntamento a tutti i suoi cari per un cenacolo all’ombra di luci soffuse tra suoni indistinti, provenienti da un indecifrabile mondo unito da telegrafi senza fili. La stessa cosa succede con il padre scomparso, raggiunto tra la terra e il mare, sotto le nuvole di Piazza Navona con la camicia arrotolata sopra i polsi. Si vive e si muore, eppure “l’eterna notte da dormire”, diceva Catullo, recupera e rimette in moto l’individuo visionario nello sguardo che “vede dove non si vede”.

Andrea Liverani

Padre e figlio, la domenica

Papà, quel passo oltre la soglia del reparto
strappato al tuo respiro, l’ultimo, il più lungo
per una vigilanza tra noi
che non ci guardiamo più
nello spazio sciolto
di occhi alla finestra rigata,
di pigiami ora ripiegati nei cassetti
e di ciabatte custodite nella scatola.

Le tue mani magre e unite
mi indicano un segno invisibile,
la tua bocca un muto linguaggio
per noi che ci siamo stretti il petto solo dentro gli ospedali,
io da piccolo, tu da anziano,
amati davanti ad un televisore
nel prato verde di palloni spioventi
e di ingressi bianco-celesti in area di rigore,
di padre in figlio, domenica dopo domenica.

I cuori non inceneriscono
come le ossa dei defunti,
rimangono nei sorrisi apparecchiati
prima della colazione e dopo pranzo, sui divani,
sulle molliche dei biscotti posate in ordine sparso
da sabato scorso, nel taglio tra la luce e l’ombra,
nella fiamma del ricordo in un punto cieco


Non so dove sei o finirai,

in quale ruota del tempo invisibile

cammini con la giacca slacciata

come a trent’anni sul porticciolo.

Difficile credersi immortali in una fotografia

che tanti occhi hanno guardato

nei baffi scuri dietro al bicchiere d’acqua.

Un cristallo e un’ombra svaniti,

un dettaglio per gli occhiali,

nelle parole soffiate a febbraio

mentre la televisione mi fa compagnia

nel canale riservato al tennis,

il tuo preferito, papà,

per quelle volées incrociate de revers,

frammenti che accendono le lampadine della sala


Il tempo ti ha rapito

Benedetto tempo slavato di febbraio,

privato delle lancette, riaffiorato nel salto dei delfini

o nei drappi delle nuvole, nei bacini dei fiumi,

nei cellulari spenti, nelle case popolari.

Ci ha riservato le cose peggiori,

non ha mai avuto fantasia, né alcuna clemenza

battendo nei quadranti impolverati degli ospedali

trattenendo ogni pratica umana.

In un lampo mattiniero, papà,

l’orario ti ha sottratto l’ossigeno e l’aorta ha ceduto,

inflessibile cronometro che girava a vuoto.

Il tempo ti ha rapito arrivando dalla storia, da ogni storia…

Evangelico, il parente del quartiere Vallemiano di Ancona,

il primo che ti vide sul binario di Porto Recanati

e l’ultimo che ti ha salutato a Fabriano,

Enrico, che eri andato a prendere alla stazione

e che ti ha riaccompagnato

in una coincidenza di treni locali

per l’aldilà che precede l’ora di pranzo.

Ora siamo qui a scavare episodi su episodi

con i nostri sorrisi interiori

di stagioni lontane sul ciglio dell’estate del 1976,

con sempre meno zii e più fotografie nei portafogli

“Arrivederci Roma” canterai,

sulle note di Renato Rascel in un varietà televisivo

prima di abbracciare nonno Alvaro con la giacca gualcita,

nonna Irma elegantissima con la camicia di pizzo delle nobildonne,

in piedi con il vassoio per un brindisi serale.

Ingoierete la luce del bene, la lunga memoria

cucita nella stoffa dei pantaloni a gamba larga,

nella pelle rimarginata lungo le vene incrociate del braccio.

Tesserete una trama con l’universo, vi riconoscerete

battendo nuove strade nel passeggio dei fondisti


Lo sanno

La polvere nascosta nella camera da letto,

gli interstizi delle mattonelle nel pavimento nell’atrio

e gli armadi a muro lo sanno

che non ci sei più.

Lo sa la borsa dell’acqua calda

sotto la vestaglia che indossa qualcun altro

che dalla cucina maschera un sospiro infaticabile

non credendo che il nulla sia nulla,

in un marzo discreto di mezzo sole

che arriverà nei glicini rampicanti e nel bianco sfumato delle azalee.

Lo sa la signora garbata del piano di sopra che non parla

e lo sanno le cravatte annodate sulle grucce,

chiuse al buio che non vediamo

Ho preso in mano il tuo cuscino dove un capello curvo

ha l’impronta del viaggio serafico

dove custodisci la giovinezza di Ancona e di Roma,

uno specchio in stile francese antico

per la barba con la schiuma al mentolo,

scorgendo un profilo da attore prima di infilare i guanti di pelle

come sul porto di Ancona, a San Ciriaco nel 1957,

nell’orizzonte della nebbia sfidata dal faro

e dal suono dei traghetti che gettavano gli ormeggi.

Sul Colle Guasco tenevi per mano un’intera vita,

il tuo passo sicuro tra i segnali marittimi

della navigazione costiera,

traccia dei tuoi imbarchi d’amore


Ad ogni ora

Una volta, una volta sola

dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale

in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza

dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi

e salutarsi con gli occhi arrossati.

Oppure comporre un numero telefonico,

sentire un fruscio di correnti, un buongiorno

e nient’altro.

Sono sogni che ci farebbero trovare pronti

ad ogni ora, specie di notte,

con il batticuore sotto il pigiama

e una pila in mano,

tu con la vestaglia regale del padre

Dimmelo che una preghiera vale una visita,

un pensiero è un’immaginetta,

un ricordo una composizione di fiori,

una poesia, un brano, un portachiavi.

Siamo irraggiungibili come i ladri già scappati,

ma nessuno sa che l’amore

contiene lo stupore della gravità

che riporta ancora qui

l’asola degli occhi, le gambe frenetiche

in qualunque punto della casa,

i giorni estivi al mare, gli scogli agostani,

i natali con lo stoccafisso sul piatto e l’olio di frantoio.

A carnevale, papà, eri al centro della tavola

con i baffi più scuri

sotto i quali soffiavi le stelle filanti di carta

e ballavi con la mia suora delle elementari


Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino), la plaquette in e-book Finché l’alba non rischiara le ringhiere (Laboratori Poesia 2017) e La vestaglia del padre (Aragno 2019). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012), L’età bianca (Avagliano 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

Alessandro Moscè

24 ottobre 2018

HOTEL 1(1)ALESSANDRO MOSCE’: UNA POESIA SPOGLIA DI RETORICA

Due lingue che si avvinghiano e crollano assieme: è questo che ho pensato leggendo Hotel della notte, di Alessandro Moscè (Buenos Aires Poetry, 2018).
Tutto comincia da “una storia scritta nel mio cognome”, la ricerca di una radice, di una lingua e di una casa che sono state e che tornano nella poesia.
Poesia di sobborghi e di strade, di città che appassiscono all’unisono tracciando una retta tra il Nord e il Sud del mondo e dell’uomo.
“Arrivo dalla forma lunare / di un cielo curvo che impatta le navi” scrive Moscè, e in questi versi smarrisce la propria provenienza. Non è da una città che viene, ma dal mare, esule dai punti cardinali. Poi si sposta di città in città, si domanda “Cos’altro della città si è perso […] da un niente nel niente?”, e non c’è risposta. D’altronde, se la poesia avesse forma, sarebbe quella di un punto di domanda. Tuttavia, si ritorna alla veglia “Sotto la volta degli archi e degli alberi”, si osservano le fondamenta che trattengono dalla deriva. Quando i greci videro gli alberi, sorsero le grandi colonne dei templi. E nei templi il sacro si rinnova, l’origine si manifesta: nella poesia di Moscè, però, il tempio è già disastrato, non ci sono angeli imbianchini, ma “un camion che trasporta / la frutta e la noia” a ricordarci che la modernità è un preludio di catastrofe.
In un “buco di parole” iniziano le danze della Suite per Pierino, che è andato via in un amen, facendo però in tempo a lasciare i versi più belli della raccolta: “La testa in alto e la polvere / sbirciano un senso invaso, / un crocifisso in legno / che potrebbe parlare”. Così, nella paura che la croce prenda la parola e conduca a una redenzione possibile, nella casa di riposo smettono di assisterlo, Pierino, “e di tradire il segreto / del suo rosario verde”. In chiusura, per la prima volta, una direzione: “È lì che sei tornato…”, scrive Moscè, e se non si conosce la provenienza, non è detto che sfugga l’ultima stanza in cui mettiamo piede. Stanza che è strofa, stanza che è malattia dove la parola smette di attraversare quella degli altri, dismette il dialogo (dià-lògos, attraverso la parola) ed entra nel monologo.
A Senigallia “Piove in bocca”, alla stazione “La panca vibra parole straniere”, e metonimia e analogia si con-fondono. Solo i cartelloni pubblicitari colloquiano, e si aprono sulle cose: ci guardiamo allo specchio, ci troviamo “in questa orfanità”. Una condizione di minoranza, dove i poeti, per avvicinarsi un po’ di più al senso dell’uomo, devono necessariamente entrare. Così percorrono la notte, osservano il declino della luce che non è orfana, ma si sente bastarda, perché “figlia illegittima di uno sconosciuto incanto”, e Moscè si rende conto che la parola stessa non basta a strappare l’indicibile, a farlo cadere dalle sue vertigini. Allora si siede, guarda la sedia di vimini che, dopo tanto errare, “aspetta ancora”.
La poesia di Moscè è una poesia spoglia di retorica, dove il canto rischia pericolosamente di sfociare nel racconto, ma di volta in volta barlumi di lirica tengono in piedi i versi. Lo sa bene Antonio Bux, quando dice che “per tenere due versi in piedi / si cade tutta la vita”. Allora il verso non è assoluto, non raggiunge l’apice nella sua compostezza, ma sciogliendosi nel canto si ordina e raccoglie. Nella poesia di Moscè non ci sono mani. (“Che secolo di mani!” – scriveva Rimbaud – “non avrò mai una mano, io”). Non ci sono mani perché non c’è un medio che si alza contro il mondo, né un indice che lo condanna. Ma dal polso, ecco, il mondo cresce al posto delle ossa: Moscè ha centrato i tempi, o i tempi hanno centrato lui.

Mattia Tarantino

Non c’è altro

C’è chi mi guarda
chiedendomi di non andare
senza dirlo,
chi tace nella notte e nel sonno,
il saluto rimandato
da un’altra birra
che svanisce nel fremito
di scarpe adolescenti.
Neanche un amore da ripetere,
né una fuga cittadina,
un sogno lambito
nei detriti dell’estate
dopo l’ultima pioggia
che bagna gli occhiali.
Non c’è altro che la sedia del bar
su cui rimanere immobili

Luce nella notte

Cos’altro della città si è perso
nella notte superstite,
alienata terra
di ombre nei lampioni accecati
da un niente nel niente?
Non c’è più il cielo, non c’è più
in un’infinita distanza riflessa
dalla luce arancio
nell’anfratto del borgo.
Un senso di addio indocile
si ritrova nella foschia del giardino
e nella luna che manca,
nei faretti tondi di due motorini
che si rincorrono a zig zag.

31 dicembre

Sotto la volta degli archi e degli alberi
Matelica e la sua veglia
promettono un anno innocente
che arriva alle grate delle chiese.
E’ il 31 dicembre
di uno scorcio che colma la notte,
dove non c’è minaccia
nel freddo infinito.
Il suono della festa è lento
dopo la mezzanotte,
una ninna nanna
che non chiede,
che dà solo piacere

La nuova gioventù

Nel chiacchiericcio del quartiere
si mostra un’eternità di giovani
sulle labbra violacee
e sugli occhiali da sole
delle ragazze più belle.
Una città la vedi dimenarsi
nei bar e nelle pizzerie,
negli oggetti informi
e nel grande gelo della notte.
L’incapacità di andarsene
è impressa nella pioggia di dicembre
che picchia sui coperchi dei cassonetti,
quando non c’è passante
che si azzardi ad attraversare
la strada angosciata
dai fanali bassi sull’asfalto
di un camion che trasporta
la frutta e la noia

I due ragazzi

Il suono di un blues
esce dallo stereo e sembra un lamento,
una scia di tristezza
per l’anima svenuta.
Al parcheggio nasce un amore al giorno,
un gesto di vita abbandonato
sui pantaloni di velluto dell’atleta
e sulle spalline della ragazza pallida.
Si assomigliano quei due,
si vogliono prendere
e hanno un lume negli occhi:
non conoscono il tempo,
questa vastità.
Ricorderanno un passaggio,
un brulicare di finestre,
un’ansia che viene dal sonno,
dal non poter restare smarriti.
Saliranno il viale e saranno già sognati
dai loro padri davanti ai televisori,
divisi dalla paura di un giudizio qualunque

Non ha mai avuto una donna
Pierino,
ma un’anima d’incenso
nei vicoli di Fabriano,
nei tramonti rosati a primavera,
fischiettati al nulla.
Non ha mai avuto un lavoro,
ma una grazia che scrutava,
e lo sapeva che un’altra vita
ripaga più di un adesso da signori,
più di una morte frettolosa.
E’ ancora davanti alla crudeltà
dei battiti che hanno smesso
di assisterlo
e di tradire il segreto
del suo rosario verde

Il letto di Pierino è vuoto,
ma la sua orma rimane,
come quella di un santo.
Un ritmo e una voce
entrano dalla finestra spalancata
e nel vestibolo della casa di riposo.
La sua foto nel rettangolo
è appesa alla parete
e a ridosso dell’ombra
taglia una felicità di poveri,
il sorriso di chi si accontenta.
I suoi piedi attraversano il corridoio
senza più ciabatte.
L’acqua nel bicchiere è rimasta
per ricordarlo a quella stanza

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.
Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli 2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro) e Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Francia, Spagna, Venezuela, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

Alessandro Moscè

11 giugno 2016

galleria_del_Millennio

ALESSANDRO MOSCE’
UNA GALLERIA DI ARCHETIPI

 

Galleria del millennio (Raffaelli 2016) raccoglie le riflessioni e le interviste che Alessandro Moscè (nato ad Ancona 1969, vive a Fabriano) ha compiuto nel decennio 2004-2014. L’autore scrive di critica letteraria e questo impegno militante si affianca a quello di narratore e poeta. Gli scritti di Galleria del millennio sono suddivisi in tre sezioni. La prima parte racchiude testi editi, non seguendo un criterio cronologico di pubblicazione su quotidiani (“Il Corriere Adriatico, “Il Tempo”), settimanali (“L’Azione”), periodici (“Atelier”, “Poesia”, “Prospettiva”) e su siti on line di buona levatura, ma una sequenza che ripartisce gli autori trattati in critici letterari, narratori e poeti, così come per la seconda e la terza parte, con l’indicazione dell’anno delle interviste e delle recensioni, revisionate e in alcuni casi ampliate rispetto ai testi originali. La terza parte contiene recensioni inedite. Il pretesto, complessivamente, non è certo quello di stilare una graduatoria o di indicare una formula programmatica nel vasto e controverso contesto letterario di un decennio a cavallo tra due secoli. Gli incontri con alcuni maestri di via, l’impatto con voci individuali e con libri letti occasionalmente, hanno fornito ad Alessandro Moscè l’opportunità di identificare un flusso percettivo che si oppone alla persuasione delle arti audiovisive e all’egemonia di una comunicazione massiva, mediatica e asettica. La letteratura che segue, lo dice nella premessa, e sulla quale indaga da anni, è la letteratura dell’esperienza, racchiusa in un caleidoscopio di soggetti, scenari, ambienti, di atmosfere, squarci e affreschi, in uno stile che metabolizza l’umano escludendo una prassi gergale, misurata a tavolino, di stampo sperimentale. Annota: “La letteratura di oggi ci consente ancora di addentrarci nella crisi del mondo globalizzato e insieme di conoscere gli autori e il loro universo mediante la parola del reale e il senso del vero, nonché nel bisogno di fare forma e colore alle cose. Ne esce un linguaggio senz’altro non abitudinario, non consunto, che si oppone in modo netto alla notizia confezionata e ridotta in pillole (l’inflazionato short message). Letteratura e vita, dunque, secondo l’insegnamento di un riferimento insostituibile come Carlo Bo, per cui la letteratura, ad un certo punto, è stata tutta la sua vita. La sopravvivenza, fisica e morale di ciò che costituisce il fattore umano, traccia la magna quaestio del presente e del futuro odierni, comprendendo un’osservazione nello specchio della memoria affidata al sentimento del tempo”. I luoghi, il tempo, la nascita, la morte, il ricordo sono alcuni dei temi affrontati attraverso le recensioni. Pier Paolo Pasolini con la critica alla società consumistica e omologante e Paolo Volponi con l’utopia di una modernità industriale sono solo alcuni degli scrittori affrontati, ai quali vanno aggiunti i narratori di oggi: Gianni Celati con le case che crollano; Alberto Bevilacqua con i sentimenti al femminile; Claudio Piersanti con l’occhio vigile sulla coppia; Roberto Pazzi con la visionarietà ariostesca; Susanna Tamaro con la reazione al dolore. Quindi i poeti: il cristianesimo di Mario Luzi; il Montefeltro di Umberto Piersanti; il tempo straniero di Giancarlo Pontiggia. Molti, moltissimi altri autori si addensano in questo libro così vivo e ben strutturato. Menzioniamo i critici: Cesare Garboli nella sua scrittura simmetrica; Franco Cordelli nella mortificazione del romanzo; Alfonso Berardinelli nel rifiuto del fondamentalismo; Marc Augé nel mondo e nello spazio globale. Alessandro Moscè ci fa capire che gli archetipi della letteratura incarnano un’immagine completa, una concezione grandiosa dell’esistenza come l’ha programmata Dante, che faceva i conti con gesti e situazioni allegoriche. In ogni storia esiste una tensione conoscitiva e certamente l’uomo non può smettere di attraversarla proprio come in un cammino dantesco, in una durata senza un tempo cronometrico, in uno spettro ampio di soluzioni, nello specifico creative e interpretative. Conclude Moscè stesso nella prefazione: “Sono i valori totali che si ergono al di sopra del contingente a segnare le migliori intenzioni della letteratura. Non è mai una potenza fantastica e innaturale a prevalere, ma una condizione che si butta a capofitto sulle ragioni assolute che conchiudono una linea di forza”.

Marcella Ferrante

 

Pier Paolo Pasolini: l’eretico senza tempo

Non c’è un altro intellettuale italiano che abbia messo in crisi la critica novecentesca come Pier Paolo Pasolini. Narratore, poeta, critico, pamphlettista, cineasta, giornalista di costume, dotato di un esprit de finesse che non può essere schematizzato facilmente. La complessità di Pasolini può essere percepita non solo nella versatile e incessante produzione, ma anche, soprattutto nella dimensione antropologica di chi individuò per primo i cambiamenti della società italiana, stereotipata e senza più distinzioni geografiche, quindi sociali e di classe. L’omologazione culturale, a partire dagli anni Sessanta, aveva cancellato dall’orizzonte le piccole patrie “le cui luci brillano ormai nel rimpianto, memorie sempre più labili di stelle scomparse”. Pasolini scriveva sui suoi Scritti corsari (Garzanti 1975): “Tra sviluppo e progresso vi è una differenza enorme, sono due cose non soltanto diverse, ma opposte e inconciliabili. Lo sviluppo vuole la creazione, la produzione intensa, smaniosa, disperata di beni superflui, chi vuole il progresso vorrebbe la produzione di beni necessari”. Ma non basta. Pasolini è altro nella vastità del pensiero: un eretico, un corsaro scomodo. Perché al centro del dibattito viene messo sempre l’italiano, il popolo, questo Paese che vive a vari livelli economici, culturali, storici, fino a rendere la comunità qualcosa di sfuggente, senza senso civico. Oggi l’attualità di Pasolini appare impressionante per il coraggio di dire la verità senza fare sconti, con una convinzione priva di vincoli, viscerale e analiticamente contro un sistema preordinato e conforme.

 

 

 

Tahar Ben Jelloun: mescolarsi tra la gente

A Fabriano, nel maggio del 2008, Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, ha dichiarato a chiare note che lo scrittore deve essere pronto a mescolarsi tra la gente, a farsi comprendere, a dare impulsi per trasmettere qualcosa di illuminante, ritenendo che spesso il solo capitolo di un libro è più incisivo di una miriade di discorsi fatti dai politici e dalle istituzioni. La letteratura è un mezzo nobile per raccontare esperienze e destini. Aveva la faccia da buon diavolo, Jelloun, con gli occhi assorti e il pizzo ben curato. Una giacca rosso fuoco lo poneva, di diritto, al centro della scena. “Lo scontro non è mai tra le civiltà, ma tra le ignoranze”, ha detto lasciando seguire una pausa di silenzio. La poesia e la narrativa svelano, uniscono, per uno scrittore che esalta l’amore e la passione nonostante sappia che i libri non hanno potere, che mai lo acquisiranno. Se la letteratura non fa rivoluzioni, serve però a cambiare una mentalità. “La cultura araba è ospitale, ma dobbiamo cambiare il rapporto con il tempo e l’individuo. Va riconosciuto il singolo. E con esso, finalmente, il valore della donna, che è svilito, nonostante siamo nel terzo millennio. I libri ci aiutano a conoscere, sono un mezzo per indurre il cambiamento”. Guardando all’Occidente Jelloun ha ammonito espressamente: “Vige la dittatura del denaro, la brutalità del liberismo selvaggio che sacrifica l’essere umano in nome dell’interesse. Per non dire della disoccupazione che in Europa è il risultato di una politica disumana. Viviamo nell’era dell’indignazione dove le popolazioni insorgono ma non sono abbastanza organizzate per impedire al grande capitalismo di stritolarle”.

 

 

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.

Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli  2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008) e Hotel della notte (Aragno 2013). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Spagna, Venezuela e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com