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Anna Maria Curci

20 gennaio 2021

   Luigi Paraboschi recensisce OPERA INCERTA di Anna Maria Curci
ed. l’Arcolaio 2020

La grande poesia (e questa della Curci lo è) possiede la capacità di saper leggere la storia attraverso gli elementi temporali nella quale viene scritta.
Può talvolta accadere che le parole nelle quali ci si imbatte sembrino poco connesse alla logica espressiva che è propria di ciascuno di noi, così il genere di poetica della Curci manifesta tutta la sua ricchezza e profondità solamente dopo una seconda o terza lettura.
Se si legge “Opera Incerta” non tenendo presente lo spessore culturale dell’autrice, se non si presta sufficiente attenzione alla sua capacità di essere ironica con se stessa e di conseguenza anche con chi legge, non si arriva ad afferrare il significato di questi versi di “Atlantina“, dove l’autrice sembra parlare a se stessa, ma nel finale indica con chiarezza quali errori si è indotti a giudicare quando si opera “senza gli occhiali“ necessari per esaminare in profondità ogni cosa.

“ innaffia i tuoi sensi di colpa/ piega la schiena / fustiga le reni// non basta ancora dici/ e gonfi il petto/ però con quello non trascini pesi // pensavi di aver fatto un buon affare/ allo spaccio dei miti senza occhiali/ scambiasti per la bella corridora un ricurvo complesso// 

e la stessa annotazione attorno all’uso discreto dell’ ironia vale anche con questi che chiudono la poesia Controcanti:

“come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione./ Il passo indietro nella lista di attesa : altre sportule reclamano attenzione“.

Leggendo la raccolta mi è parso che la tecnica di scrittura sia spesso costruita “per esclusione” cercando di costringere il lettore a fermarsi e a domandarsi le ragioni e i perché Curci lungo il suo cammino poetico ( già iniziato nel libro precedente a questo “Nei giorni perversi “) stia scegliendo di non farsi coinvolgere nel vizio che spesso si riscontra in poesia, quello di dire troppo, e decide di diventare sempre più rarefatta nel manifestarsi.

E’ lo stesso discorso che si può fare parlando di pittura, quando di osservano i lavori di due artisti, Pollock e Rothko, che hanno operato contemporaneamente in America attorno agli anni 40, 50 del scorso secolo. Se Pollock ha manifestato la sua genialità adottando la tecnica dello “sgocciolamento“ del colore sulla tela, sovrapponendolo ed incrociando  fino ad ottenere il risultato voluto, Rothko ha invece operato “per sottrazione“, cioè togliendo quanto più fosse possibile al colore, eliminando ogni elemento figurativo e disponendo man mano sulla tela numerosi strati dello stesso colore in tonalità sempre leggermente differenti per giungere alla fine al risultato di presentarci un quadro composto esclusivamente di quadrati o rettangoli con due o tre colori differenti da quali si evince il lavoro sottostante all’ultimo.

Lo stesso lavoro fa Curci e cercherò con qualche esempio di chiarire meglio servendomi dei versi di questa poesia a pag. 22 intitolata “Avvento“ che trascrivo verticalmente affinché non si perda la sua essenzialità:

Fosse sempre serena come oggi
questa proroga
attesa protratta
gioie minute

in scatole modeste

Dentro soltanto cinque righe l’autrice ha saputo condensare l’attesa che è contenuta nella parola “proroga“ e ha detto di sé e del proprio gioire per l’attesa di un avvenimento che sta per arrivare dopo l’Avvento, usando quel ” in scatole modeste “ che possono racchiudere tante cose, avvenimenti, umori e amori, insomma tutto ciò che fa parte del fatto di possedere un corpo e di conseguenza essere contenitori di emozioni.

Anche con la poesia e non solo con la pittura può succedere che ciò che leggiamo o vediamo ci costringa a leggere e rileggere, come pure osservare e riosservare un quadro, lasciando poi dentro di noi un senso di incapacità a comprendere fino in fondo il pittore o lo scrittore come a me è successo con i versi della poesia a pag. 24 “Stendo al sole“

“Stendo al sole fasce per polsi / con cura, dopo averle lavate. / Tendo la tela rossa/ e i miei pensieri”//

e mi sono sentito smarrito e confuso, incapace di afferrare sino in fondo quanto di astrazione e di concretezza vi sia in quelle “ fasce per polsi “ e in quella “ tenda rossa “.

Scrive Francesca del Moro nella sua acuta e profondissima postfazione che di fronte al lavoro della Curci non si può essere “lettori passivi“ e non posso che concordare con lei. La sua poetica non si può liquidare con un semplice “like“ o un “cuoricino rosso”, occorre entrare nella selva di riferimenti culturali ai quali l’autrice si aggancia, con speciale riguardo ai poeti o autori in prosa da lei incontrati nel lavoro di traduttrice.

Un altro elemento del quale occorre tenere conto è il continuo mettersi in discussione, il dubitare di sé, il timore di non essere all’altezza delle aspettative, come scrive nella VI parte della poesia “Controcanti“:

“Come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione/. Il passo indietro nella lista d’attesa:/ altre sportule reclamano l’attenzione “

Curci è colei che sempre si rimette in gioco ; ecco nella stessa poesia alla III strofa:

“… In permanenza oscillo/ tra il balzo all’utopia/ e l’orrore tranquillo“

L’adesione che è quasi immedesimazione a quanto lei traduce, la condivisione ai personaggi o ai testi, che riscontriamo bene nel verso di questa a pag. 37 esprimono l’immediatezza del suo giudizio attorno alla versatilità della Storia:

“Dal pascolo al patibolo è un salto/ dietro le tende cifra la menzogna/ e batte i denti“

e la chiusa è una domanda che essa rivolge sia a sé che a noi che leggiamo e che si può banalizzare chiedendoci se ci si può salvare dal narrare il falso interpretando la storia o semplicemente raccontarla, oppure si finisce sempre col ricorrere ad un linguaggio servile.

Questi sono i versi “c’è via di scampo dal fumo perenne/ o resta il bivio di falso autorizzato/ e prosa da scudieri ?//”

La fierezza della cultura, lo sdegno di fronte ai falsi della letteratura e della critica letteraria si toccano in questa poesia di pag. 38, dedicata a Cristina Campo dentro i quali vibra con forza un giudizio sferzante nel confronti dei molti che–anche in poesia- distribuiscono banalità:

“imperdonabile inattuale resti/ neghi a chi archivio ti vuole dolente/ e lorde liquida cambiali unte,/gabelle d’aria fritta, campionario// di impenitenti solite sconcezze:/ nichilista, utopista, apripista,/ autodafé alimenta per i gonzi/ ghiotti solo d’altrui gozzoviglie/”

Così anche la poesia di pag. 39 ci pone di fronte al sentire di una persona abituata a leggere, a dare un giudizio su ciò che legge e a dubitare sempre dello stesso (le omissioni), a riflettere di conseguenza sulla nostra collettiva incapacità di agire:

“più degli omissis temo le omissioni/ le sommosse mancate contro l’inanità”

Le certezze, i dubbi, la fragilità che ci riguardano sono tutte messe sulla carta dall’autrice, esposte con poca misericordia e commiserazione; Curci è severa con il suo dire, specie durante l’insonnia, come leggiamo a pag. 44 nella prima strofa:

Quando il coltello si aggira tra il consueto/ è troppo tardi per scapole ciarliere: Parole penzoloni, la baldanza/ è farina, cade a pioggia //”

e l’affiorare della paura, sentimento che talvolta attraversa tutti, la lascia sgomenta e sofferente “Potessi ripiegare i giorni addietro, / al mio passato si affiancherebbe morte con il volto scoperto, compagno di picozza e di sentiero. Con altro riso m’incamminerei //”

perché il vivere non è mai una passeggiata e neppure chi ha lo sguardo “rivolto al cielo” si può sentire tranquillo se non aggrappandosi a valori perenni come la cultura, la lettura o la musica, e tutto ciò è elencato nella poesia di pag. 51 dal titolo “Kit di sopravvivenza“, ove troviamo:

“dosi massicce di sopportazione/ sordina a false rivendicazioni/ sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba/ un libro spalancato o uno spartito”

Forse la parte meno criptica di “Opera Incerta“ è quella nella quale appare l’aspetto socio-politico della scrittrice, quando visitando il cimitero acattolico a Roma di fronte alla tomba di Gramsci, si sente toccata dalla presenza-assenza di questo grande pensatore che la induce a scrivere a pag. 62 versi dentro i quali si legge tutta l’amarezza per aver forse scordato o tralasciato il suo pensiero:

“E qui mi fermo sempre/ penso ai tuoi scritti/ al tempo ad altre soste// Anni addietro lasciammo i nostri segni/ scansate foglie/ sospese le parole//”

Anche la guerra rivista nel ricordo della madre, allora ragazza, ”l’ 8 settembre 43 “- che si mise in fuga tra i monti per cercare rifugio, e pure il ricordo dolente di quella bambina assassinata dalle SS a S. Anna di Stazzema nell’ Agosto del 44, e la visita, calvario doloroso, al campo di concentramento di Birkenau di cui sente di dover scrivere:

“Non sediamo sui fiumi a Babilonia,/ ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento“

Non meno importante è l’attenzione al problema delle migrazioni, affrontato nella poesia “Angelos“ di pag. 76 in cui la poetessa immagina di dialogare con un angelo che sotto vesti umane la soccorse assieme al fratello quando un giorno furono sul punto di annegare, ed è la stessa figura che nell’immaginario dialogo afferma:

“Sono migliaia adesso e non per gioco / Tuffarsi per salvare più non basta/: Lo schiaffo arriva:“perché ha detto “mostro“? non più il rassicurante “mare nostro“?/ Parlo per lei per noi che sconteremo/ mani a premere teste giù nell’ acqua/ il lezzo criminale dei proclami/ e la complicità che allaga il male nostro“.

Il libro si chiude con un omaggio affettivo e sentimentale, una poesia che definirei dolce e accattivante, ricca di tenerezza e di devozione, prova tangibile della profondità dell’ affetto figlia/madre, che tocca il cuore del lettore senza abbandonarsi a sentimentalismi banali, che sa commuovere specie in quel “facevi volare nel mattino“ di pag. 88

“non so se sono ancora la bambina/ che facevi volare nel mattino/ nitido e freddo nel sole di dicembre// La casa, poi il mio asilo nido e la tua scuola/ dove trafelata ti mutavi,/ lingua-madre diventava il francese// So che di tanto azzurro mi rimane/ un fiocco, il cielo in testa e ’occhio desto,/ pegno d’incanto, balzo, testimone”.

E quel fiocco dentro il cielo è un tocco pittorico non alla Rothko ma, questa volta, alla maniera luminosa di Claude Monet.

Luigi  Paraboschi

8 gennaio 2021

 

Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.
ascolta, su, porgi l’orecchio

ascolta, su, porgi l’orecchio
dirama la conversazione
traduci e chiedi, leggi e annota,
discerni e associa sotto il cielo

Dell’Angelo

Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.

Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.

L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

Controcanti
I
“Bau bau baby” mi viene da cantare,
un ringhio contro il dì, paradossale,
moderata cantabile eversione
(nuovo marcio che avanza è minestrone).

II
E puoi anche negarti,
nel regno delle madri
(non sfugge, la bellezza,
dimora, sosta, danza).

III
Parto indotto o realtà,
questo è solo un dettaglio.
In permanenza oscillo
tra il balzo all’utopia
e l’orrore tranquillo.

IV
E quella goccia non si perde e viaggia
e si trasforma: ogni replica è prima,
indica vie di fuga tra le quinte
o svela il ben celato sul proscenio.

V

Leggo la musica della pazienza,
talvolta inciampo sulle biscrome
e all’improvviso, ecco: cadenza.

VI

Come Parzival al primo tentativo,
ancora pecchi di acuta discrezione.
Il passo indietro nella lista d’attesa:
altre sportule reclamano attenzione.

Sale

Stanza tutta per me è un’espressione
che aggrinza le mie labbra ad un sorriso.
Di rimpianto, tu dici, tu che sai
che l’esclusiva sempre fu preclusa.

Invece l’ho trovata, l’ho inventata
in fogge disadorne eppure piene.
Due reti e un cassettone a soggiornare
con Il trono di legno e La ricerca.

Accolse una poltrona grande e lisa
gli esercizi sgraziati alla chitarra.
Ora è un ramo proteso di ligustro
a guidare lo sguardo, ogni risveglio.

Nelle sale remote puoi entrare
a patto di scostare le cortine
di sfondare i tramezzi in truciolato
di sopportare il peso d’esser sale.

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.

Anna Maria Curci

11 novembre 2019

Come per le precedenti prove, o forse ancor di più, data la dichiarata natura di diario di «ricerca ed esistenza» di questa nuova opera strutturata in quartine di endecasillabi, non posso fare a meno di pensare che l’incontro con Nei giorni per versi, l’incontro con la bellezza densa e pensosa che costituisce una tra le più sapide e riconoscibili peculiarità della poesia di Anna Maria Curci, faccia dono ai suoi lettori di una feconda esperienza di immersione sonora in un coro di voci liquido ancorché capace di perfetta armonia: le voci limpide e chiaramente udibili che nell’autrice convivono e convincono. Si legge la poetessa avvertendo l’occhio e l’orecchio vigili della critica; si studia la poetessa e si coglie la mano della traduttrice intenta a nettare la parola come sfogliando un cespo fino al suo cuore tenero e fedele; si ama la poetessa e si intravede l’insegnante che orienta la vocazione etica dei versi pungolando la parola fino a far emergere livelli di verità sempre più profondi e complessi. E ancora, ponendosi in ascolto della «voce claudicante», si viene raggiunti dagli accenti delle diverse posture del privato, la madre e la figlia, l’amica, la compagna… […]

Dalla prefazione
di Patrizia Sardisco

Nota dell’autrice

Le centosettantatré quartine di endecasillabi qui raccolte costituiscono il diario di oltre cinque anni, da gennaio 2014 ad agosto 2019 (con due soli balzi indietro al 2013), di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto che si alternano e si affiancano nel guado, condizione permanente. La forma chiusa così come l’ampiezza contenuta sono espressione del mio modo di ripensare realtà, anticipazioni, ricordi, visioni e, allo stesso tempo, della scelta di dare una cornice rigorosa allo sfogo del cuore e alla rivolta della mente. Si alleano così indole e determinazione, ben consapevoli del rischio di optare per una forma esplicitamente tradizionale e di restituire un contenuto intenzionalmente inattuale. Perché assumo questo rischio? Semplicemente, e senza tanta retorica, per due motivi: in primo luogo perché è in questa forma conclusa che pensieri, motti di spirito e moti dell’animo si presentano alla mia coscienza, in secondo luogo perché l’impalcatura regolare impone riflessioni, soste, dà spazio e respiro – anche quando sceglie di contenere lo spazio, di trattenere il respiro – alla mente che discerne così come al cuore che serba e seleziona memoria.

Come le pagine di un diario, le quartine di Nei giorni per versi registrano ricordi, danno il conto di reazioni, provano a fissare sulla carta bellezza, sale o tocco ispido di un incontro. La cadenza rielabora, poi, ricanta e ricompone i frammenti d’infanzia, propria e altrui, le veglie pensose, quiete oppure aggricciate, gli antichi e nuovi sbuffi di ribellione e le insopprimibili timidezze nelle dichiarazioni d’amore, gli ‘esercizi spirituali’ della traduzione e la sorridente devozione alla poesia, tra stupore riconoscente nel leggere i versi di un amico e la rievocazione assorta e divertita, ancora con un amico, di baruffe e rivalità, miti e creazioni, tutto nel tragitto dalla casa dove abitò Cristina Campo sull’Aventino al Cimitero acattolico a ridosso della Piramide Cestia. Come in un diario, il passaggio dalla registrazione della quotidianità alla visione universale, dalla contemplazione del sé alla condivisione, sa di essere limitato e di avere, forse, la massima possibilità di slancio nell’affinità riconosciuta con le anime «messe a maggese» alle quali ci lega una cura per le «pagine scordate».

A. M. C.

I

Come un accento a voce claudicante

 balza e s’arresta il limite del giorno.

Taglieggia tra le sdrucciole e le piane

 e tronca si riveste soluzione.

II

Raccogli panni e polvere a tentoni

 (volteggia cencio bianco in dissolvenza).

Increspate le reti a ranghi storti,

pesca a strascico appare soluzione.

III

Non mette conto di narrare cruccio

se questo è tenue al cospetto di strazio

carta vetrata che sfalda ogni giorno

anche il sorriso imbe(ci)lle e tenace.

IV

Hai diviso, sezionato, riposto,

glossato e modulato con l’artrosi.

Sui piedi e le misure le escrescenze

si spingono, arrendevole reclamo.

V

Al portatore d’acqua non si chiede

di narrare di sé e della sua fonte.

Sorda sete che s’avventa sul secchio

scansa polvere suole e passi stanchi.

VI

«Lassez!» soleva dire, inascoltato.

La si faccia finita col teatro

le baruffe bassotte flatulente

il bolo sbalestrato ma conforme.

VII

Alacre in automatico, pedala

il postino obiettore (ma è coscienza?)

 all’ennesimo sorgere del sole.

Ardore d’ordinanza occulta resa.

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni

s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.

Pesce rosso nella boccia di vetro

è invece e a malapena se ne avvede.

IX

Voi che apprezzate solo di sfuggita

(non vi si chieda altro, veh, non licet)

siete fermi al morbillo della spunta,

quella sociale esiliata all’occhiata.

X

Quando, strazio negli occhi e mente scossa,

apre Augustus Snodgrass quel taccuino,

avanza di buon grado anche il sorriso.

Non lo sperava, ma si allarga breccia.

XI

Quei rondinotti rannicchiati all’Elba

sono cresciuti, si son fatti corvi.

Non gracchiano, starnazzano eleganti,

 librano versi telecomandati.

XII

A scrivere si va, furiosamente,

col contagocce o piena senza presa.

Senza pudore scimmiotta il lenzuolo

l’ardire di coperta rimboccata.

XIII

Voi che l’ardire lo intestate a terzi

che visibili ansiosi poi abdicate

non vi basta tastare le mie piaghe

fare la doccia con le mie macerie.

XIV

Discreto, torni a chiedermi dell’ora,

quando ti ridarò… che ti ho prestato?

Non ha più suono la luce che filtra,

vano o spicchio, anticamera di pace.

Anna Maria Curci

1 giugno 2019

AMC_Morlupo2018

Opera incerta è il titolo della mia raccolta inedita che raccoglie testi scritti nell’arco di diversi anni, fino a quello in corso, il 2019. Il nome, come già accadde per la prima raccolta da me pubblicata, Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), coincide con un termine usato nell’architettura. Qui si fa riferimento all’opus incertum, di cui Vitruvio scrisse: «Le pietre dell’opus incertum, invece, poggiano l’una sopra l’altra ad embrice, formano muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum» (Vitruvio, De architectura, Trad. di G. Florian, 1978). L’ opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio.

Mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune: una sfida quanto mai attuale e mai come oggi condannata all’inattualità, messa nell’angolo e sfiancata dalla brutalità, dall’oblio e dalla menzogna, triade elevata a esercizio del potere.

Sull’oggi brutale e dimentico si affaccia l’aggettivo “incerto” con l’interrogazione permanente posta dalla poesia. Esemplare guida è in tal senso il componimento di Marie Luise Kaschnitz È ancora incerto: «Se, in più, non ci toccherà imparare il linguaggio di chi bussa da cella a cella,/ spiare il prossimo, essere spiati dal prossimo, e dover piangere alla parola/ libertà. Se ce ne andremo di soppiatto in tempo su un letto bianco o/ periremo per l’attacco nucleare centuplicato, se ce la faremo a/ morire con una speranza, è ancora incerto, è ancora incerto.»

Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum?

Anna Maria Curci, 30 maggio 2019

 

 

 Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.

 

Avvistamenti

In bilico su toni e fenditure,
cerca il prodigio il varco quotidiano
senza i sipari i tuoni e le tribune.

Tu prova a decifrare
linee forme colori.
Della sciarada resta
l’anelito, l’attesa.

 

Jeanne, Johanna, Giovanna

“Par mon Martin!” soffiava
– era fuoco o bivacco? –
sugli altri copricapo la pulzella.

Dal pascolo al patibolo è un salto,
dietro le tende cifra la menzogna
e batte i denti.

“Ne avessimo da noi!”»
mormorava il nemico.

Di sante folli,
di candide sgobbone da incendiare?

C’è via di scampo dal fumo perenne
o resta il bivio di falso autorizzato
e prosa da scudieri?


8 settembre 1943

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.
Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.
Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero

e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.

 

2 agosto 2015

E oggi e sempre ero lì, nello spazio abolito
di fronte all’orologio, all’ora fissa,
domenica d’agosto, ma era sabato
allora, nel millenovecentottanta.
La sera, gola polvere macerie,
non ho detto a mio zio, sì, il ferroviere:
ricordo la paura e gli anni, trentacinque.
Viaggiavi al tempo lungo quel percorso
e mi portavi i rotocalchi sparsi
dai turisti tedeschi sui sedili.
Non gli ho detto: l’angoscia
per te, per gli altri, mi è compagna
(“tu non conosci il sud” mi nutrì
e il dannato ritegno all’espansione).

 

Traducendo Rose Ausländer

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

 

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.


Il canto di Ischitella

Nella sera che lenta
scendeva i gradini
netta di note
carica di sorte
modulò la voce.

E fu canto
e fu romanza.

Prodigio capovolta tatto udito.
Pareti bianche incavate di grigio.
Liscio di luce si inchinò agli scuri.

Riso d’amore non è mai peccato.

 

 

altro qui

il suo blog http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/

 

Danilo Mandolini

27 gennaio 2019

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Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

 

 

Recensione di Anna Maria Curci

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.

… continua su Poetarum Silva

Ricordando Narda Fattori

14 gennaio 2019

 

https://giardinodeipoeti.files.wordpress.com/2014/01/scrittori-a-confronto01-12-06-09.jpg[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?

continua qui

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543&zoom=2

 

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote
se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “
ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi…

continua qui

 

 

 

 

Anna Maria Curci

7 giugno 2017

foto curci

TESTI INEDITI

 

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

                                                               

Dell’Angelo
Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

                                   

A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”
«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.

                                              

Stendo al sole
Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.

                                       

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.

Non ho fretta

                                     

EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.

                                          

Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

 

Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.

                                                     

                                              

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.

Ha scritto la raccolta Inciampi e marcapiano (Lieto colle 2011)
e Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015)

Scrive sui blog

Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.
Inoltre ha tradotto Johanna” di Felicitas Hoppe.

Organizza eventi e presentazioni di libri  presso l’ Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”

Anna Maria Curci

24 maggio 2016

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Haiku del guado

I
Nuovi programmi:
apprendo la tristezza
non opzionale.

II
Dissoda il campo,
pazienza. Scalpitare
non ti appartiene.

III
Ripudia sempre
quella vocale bianca
falsa e sguaiata.

IV
Questa paura
che brandisce il futuro
come arma impropria.

V
Ora mi avvedo:
mai mi hai chiamato “amore”.
Questo mi è caro.

VI
La carta straccia,
già riposta in un canto,
è testimone.

VII
Ma di nascosto
nelle mie albe incontro
versi vaganti.

VIII
Ritrarsi appena
spencolarsi nel vuoto.
Tempo-reggiamo.

IX
Ogni passaggio
rimodella il ghiaietto
laggiù sul greto.

X
Punching-ball sei,
disincanto pungente,
ragione alleni.

XI
Mi aspetti adorna,
tu lingua, mia dimora,
castello in aria.

XII
A passar l’alba
con chi non si perdona
s’accresce il fiato.

XIII
Sapessi l’ora,
per tempo canterei.
Ma non è dato.

XIV
Fu così accorta
da finger distrazione
la sentinella.

XV
Senza parere,
ci fermerà qualcosa
di familiare.

XVI
Canto smarrito
saluta lo strapiombo
come un approdo.

XVII
Terra straniera
dimora universale
presso ogni sponda.

XVIII
Canto corale
tecnica d’esistenza.
Impara, studia.

XIX
Emarginato,
manifesta il desueto
luce caparbia.

XX
Mi fa approdare
l’impazienza del cuore
al disappunto.

Anna Maria Curci
(30 giugno 2015- 7 maggio 2016)

                           

altro di Anna Maria
qui

Anna Maria Curci

2 maggio 2015

Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio, 2015

Anna Maria Curci pubblica poco e raramente, ma traduce spesso dal tedesco ed è attivissima sul piano della promozione letteraria. La partecipazione con singole poesie ad antologie di carattere etico e di denuncia la collocano fra quei poeti che non riescono ad adattarsi a questi tempi volgari, nefasti, immorali, dove vige l’imperativo immorale , come anticipato da Hobbes, homo homini lupus. Politica e cronache sono quasi indistinguibili perché compartecipi di un disegno di egotismo e di sopraffazione: la gente perbene non sa a chi rivolgersi, le solitudini scoppiano come angurie marce, il male vortica e confonde, la discriminazione fra bene  e il suo contrario manca di linea di demarcazione, al grido supplice risponde il silenzio dell’infinito.

Ma Anna Maria Curci artiglia nella sua poesia coltissima un presente terraneo e brutale che violenta pensieri e creature; la sua denuncia non ha risposte né illusorie consolazioni misticheggianti, figliastre di religioni e filosofie. Il suo sguardo coglie l’orribile nascosto sotto una bella apparenza, non è ingannata da una bellezza contaminata, siliconata, da manichino.

Il titolo stesso, Nuove nomenclature, rivela che, se nomen omen, allora occorre chiamare le cose, gli eventi, con nuovi nomi, oppure ripristinare il significato in cui questi tempi li hanno mercificati.

Dunque ci troviamo davanti a un doppio percorso di lettura, e, tuttavia, qualunque percorso si scelga, il senso non cambia.

I versi scarni nel metro e non nel senso denunciano che non resta molto da dire, l’invalida è totale, la bocca fatica a trarre sillabe ben accostate per una nuova parola; si ricorda ora lucidamente l’odore dei garretti recisi nella cella frigorifera del mattatoio del Testaccio, che ha “visto da bambina, funzionante”. È un odore pervasivo, non frutto di lavoro, ma di macelleria umana che resta appiccicato alla pelle perché pulviscolo aereo che contamina il respiro. Nei marasmi quotidiani non si coglie uno spiraglio di verità, un tentativo di carezza, un luccichio di bellezza: “Volano stracci intorno./ I veri hanno colori / da tuta mimetica, / inodore è il tanfo./…    …”.  Gioca raramente con la retorica la Curci  e questo ossimoro rischia di sfuggirci: tanfo/ inodore.

Già siamo talmente assuefatti che anche i sensi ci ingannano, sono diventati ottusi, penosamente imbelli: “E la sibilla libica rinnova/ torcicollo aggraziato: di massacro / in massacro volge lo sguardo a Onna.”  Da Misurata, terra sotto sequestro dai massacratori dell’Isis al Paesino, Onna, distrutto dal terremoto e mai più ricostruito.   Anche di lei si fa dire che ha “la testa in riserva”. Abbattuto un muro , l’uomo ha trovato il pretesto per erigerne tanti, pare che mettano ordine e intanto soffocano gli intrappolati.

L’opera, che ha una sua continuità di senso, è ripartita in “Nuove nomenclature”, in “Staffetta” e altre ripartizioni di cui diremo poi.

                                  

Indubbiamente “Staffetta”, parte corposa del libro, forse ancora più visionaria della prima, ma non simbolica né onirica, pur essendo scritta con un dettato meno aspro e mostrando in filigrana un io che fatica a farsi imago: “…/ Non mi distoglie scherno/ e quel pallore mio già m’innamora/ l’idillio di natura non ristora/ chi sceglie l’auto-inferno.”

La scelta dell’auto –inferno è la scelta consapevole, di chi sa e non vuole compromissioni ( leggere pagg. 54/ 55 ) e comunque se sollievo esiste resiste un attimo, quindi peggiora ogni futura situazione.

A mio parere, i titoli non sono ininfluenti, dunque Staffetta, all’interno di questo percorso, che cosa sta a significare?

Staffetta è una corsa in cui ci si passa il testimone, anche qui ci si passa il testimone, sempre lo stesso, dunque la consapevolezza di procedere in avanti è falsa, si corre in tondo, forse all’interno di un’ellissi. Ecco versi dichiarativi:  “Non ho voglia di puntellare, oggi./ Ho esaurito la pietas/ per fragilità immemori” ; “Moderato cantabile suonavo/ o leggevo, non so ( sai mi confondo) / a incaponirmi nel mio viaggio indietro/ per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.”

La Curci prosegue nella sua staffetta  e passa il testimone spesso, ma è gioco crudele e dissennato perché il testimone è uno strumento di efferatezza, irride il principio di realtà, irride chi per un istante si è fatto abbagliare.

Le altre poesie del titolo fanno riferimento ad argomenti a latere. Più  miti? Non direi. se anche la madre diventa tessera di questa efferata realtà, eppure il libro si chiude con due poesie, la prima quasi a disconferma di quanto affermato nelle pagine precedenti (.. ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.), la seconda confermativa (nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto.).

Lasciamo questo dubbio a Anna Maria: è così difficile conquistare l’alba senza neppure una briciola di bellezza nello sguardo.

 

Narda Fattori

 

 

dalla sezione Nuove nomenclature

 

Lumpen – prefisso

 

Volano stracci intorno.

I veri hanno colori

da tuta mimetica,

inodore è il tanfo.

 

Nella notte ti culli

e ti spaventi a vuoto

per Lumpen variopinti

(rinnegati parenti).

 

Il cencio del risveglio

non porta la ragione.

pre-fissi la coscienza

con novelitas lumpen.

 

*

 

Macelleria

 

L’ho visto, da bambina, funzionante.

Era a Roma, era al monte dei cocci.

Mio padre, col suo camice e coi timbri,

lo conosceva con l’antico nome.

 

Fu la sua sede poi in periferia,

innocuo il nome: solo centro carni.

Con Brecht, Santa Giovanna dei Macelli,

pensavo al mattatoio di Testaccio.

 

Sociale, sale ancora a narici

marchiate squarto di macelleria.

In cella frigorifera hanno messo

quel ricordo di garretti recisi.

 

*

Onna

 

Di donna è il volto sfondato. Spalanca

seriale il paradosso di cartone

malamente inchiodato a Misurata.

 

Lei, l’oltraggiata, dispiega lontano

a fil di voce il sembiante. Puntella

pertinace l’assenza d’elezione.

 

E la sibilla libica rinnova

torcicollo aggraziato: di massacro

in massacro volge lo sguardo a Onna.

*

dalla sezione Staffetta

 

Fuori classe

 

A fatica trascino

le quattro carabattole più amate

case-motto da manto declassate

a ripari ambulanti.

 

A sostenere il mondo

per velleità prescelta ti condanni

d’abnegazione tu sciorini i panni

e sempre giri in tondo.

 

Non mi distoglie scherno

e quel pallore mio già m’innamora

l’idillio di natura non ristora

chi sceglie l’auto-inferno.

*

«’Namo donne che oggi so’ matta»)

 

Non ho voglia di puntellare, oggi.

Ho esaurito la pietas

per fragilità immemori.

 

Non ho voglia di chiosare, oggi.

Ha bevuto, il plumbago,

e sa ricompensare.

 

Non ho voglia di pescare, oggi,

refusi propri e altrui

sul pelo dello stomaco.

 

Non ho voglia di ballare, oggi,

la quadriglia dei cannibali

all’idiota.

 

Punto i piedi, faccio la verticale,

salgo sullo sgabello

e canto.

*

Moderato cantabile

 

Moderato cantabile suonavo

o leggevo, non so (sai, mi confondo)

a incaponirmi nel mio viaggio indietro

per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.

 

*

dalla sezione Canti dal silenzio

V

 

Della pioggia a dirotto e della cura

che tutto abbraccia e mitiga e separa

e molce e scinde imbeve e poi asciuga.

 

Ha una cuffia piccarda o un berretto;

mette a sghimbescio un cappello consunto

se armeggia con cesoie, giardiniere.

 

Sul fuoco, a sobbollire prende tempo.

Cronomisuratori stanno in guardia

ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.

*

VI

 

un fantasma la serva di scena
nei giorni del gelo senza voce

 

Gli occhi abbassati sulla tela grezza

non scorgono altri cenni d’intesa

mentre esamina lembi e suddivide

toppe e rinforzi di primo soccorso.

 

La schiena scricchiola senza spartito

precipita la suite della speranza

nel duetto di farsa e illusione

perso per sempre il notturno d’incanto.

Anna Maria Curci

3 gennaio 2015

Inediti 

 

Quesiti, VI

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

 

*

 

In disarmo

L’occhio lacrima e il sogno è in terapia.
Lo zelo ha chiesto un collettivo di classe.
La volontà diserta l’assemblea.
La trovi – punkabbestia – al lungofiume.

 

*

Cade il suono

 

Cade il suono

come il tonfo di un remo

nel silenzio.

Non ha dita –

le aveva forse un giorno –

solo accenna

 

pianoforte

tastiera immaginaria

dipartita.

 

*

 

Del saltimbanco

 

Il vestito di scena,

riposto e ripiegato,

mi guarda e tace.

 

Del saltimbanco

racchiude il ricordo

e non rinnega.

 

*

 

Accuso insonnia

I
Quando il coltello si aggira tra il consueto
è troppo tardi per scapole ciarliere.
Parole penzoloni, la baldanza
è farina, cade a pioggia.

II

A piegare il già visto e soppresso
ancora sfrutti l’epigrafe sonante.
Sorda ai presagi zittiti, quella si libra
volontaria e coscritta allo scherno.

III

Potessi ripiegare i giorni addietro,
al mio passato si affiancherebbe morte
con il volto scoperto, compagno di piccozza
e di sentiero. Con altro sorriso m’incamminerei.

 

http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/

Anna Maria Curci

4 febbraio 2014

a.m. curci

’Namo donne che oggi so’ matta

Non ho voglia di puntellare, oggi.
Ho esaurito la pietas
per fragilità immemori.
Non ho voglia di chiosare, oggi.
Ha bevuto, il plumbago,
e sa ricompensare.
Non ho voglia di pescare, oggi,
refusi propri e altrui
sul pelo dello stomaco.
Non ho voglia di ballare, oggi,
la quadriglia dei cannibali
all’idiota.
Punto i piedi, faccio la verticale,
salgo sullo sgabello
e canto.

***

Quartine della Morra
I
Vado dietro a Isabella e non mi pento –
«Torbido Siri, del mio mal superbo» –
Non è cupio dissolvi, né spavento,
volto le spalle a tal marciume acerbo.
II
Volteggia e mi picchietta sulla spalla
– mentre procedo al fiume agile è il passo –
la gazza, contraltare alla farfalla.
Luci raccatta e ingoia senza scasso.

III
Me ne lancia qualcuna, noncurante
degli sguardi affidati alla sterpaglia.
Subito appare, piana e già tremante,
la solita ragione che s’incaglia.

***

in-zwischen
in quei giorni
in cui la vita
in altri spazi
invasione appare
indebita e viziata
incursione banale
incede il dubbio

***
16 ottobre 1943

Se Cassandra è Celeste,
è vestita di nero
è scarmigliata e sciatta
è fradicia di pioggia.
A vuoto profetizza,
scombinata com’è.
«Sfiduciata speranza»
apre gli occhi e li chiude.
Nell’alba successiva
le grida stropicciate.
Razzia, rastrellamento
nel cielo grigio topo.

***

Cosa porto con me se non la prosa
Con i segni severi e un po’ noiosi
banale rosso-blu non stendhaliano
li vorresti dismettere, donare
a qualche volontario dell’attesa
officiante in perenne contrizione.
Sono gli erbari di delitti e pene
strizzati tra la carta dei giornali
mucchi pile plastica in sacchi scuri
atti impuri di stomaco acquietato
ripostigli ribelli e impolverati
di sdegni da bas-bleu beneducata.
Da graffiti e patacche d’ordinanza
(soffritto espande aromi già sfiatati)
non si sgancia il respiro e non depone.

***

Traducendo Zärtlich di Oskar Pastior
Con Pastior porto le civette ad Atene;
gelosamente, al ritmo di Tirso.
E mi sorride la saggia noncuranza
del cuore che saltella, carezza
immemore di ingorda indifferenza.

Anna Maria Curci