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Anna Maria Curci

7 giugno 2017

foto curci

TESTI INEDITI

 

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

                                                               

Dell’Angelo
Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

                                   

A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”
«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.

                                              

Stendo al sole
Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.

                                       

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.

Non ho fretta

                                     

EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.

                                          

Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

 

Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.

                                                     

                                              

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.

Ha scritto la raccolta Inciampi e marcapiano (Lieto colle 2011)
e Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015)

Scrive sui blog

Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.
Inoltre ha tradotto Johanna” di Felicitas Hoppe.

Organizza eventi e presentazioni di libri  presso l’ Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”

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Anna Maria Curci

24 maggio 2016

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Haiku del guado

I
Nuovi programmi:
apprendo la tristezza
non opzionale.

II
Dissoda il campo,
pazienza. Scalpitare
non ti appartiene.

III
Ripudia sempre
quella vocale bianca
falsa e sguaiata.

IV
Questa paura
che brandisce il futuro
come arma impropria.

V
Ora mi avvedo:
mai mi hai chiamato “amore”.
Questo mi è caro.

VI
La carta straccia,
già riposta in un canto,
è testimone.

VII
Ma di nascosto
nelle mie albe incontro
versi vaganti.

VIII
Ritrarsi appena
spencolarsi nel vuoto.
Tempo-reggiamo.

IX
Ogni passaggio
rimodella il ghiaietto
laggiù sul greto.

X
Punching-ball sei,
disincanto pungente,
ragione alleni.

XI
Mi aspetti adorna,
tu lingua, mia dimora,
castello in aria.

XII
A passar l’alba
con chi non si perdona
s’accresce il fiato.

XIII
Sapessi l’ora,
per tempo canterei.
Ma non è dato.

XIV
Fu così accorta
da finger distrazione
la sentinella.

XV
Senza parere,
ci fermerà qualcosa
di familiare.

XVI
Canto smarrito
saluta lo strapiombo
come un approdo.

XVII
Terra straniera
dimora universale
presso ogni sponda.

XVIII
Canto corale
tecnica d’esistenza.
Impara, studia.

XIX
Emarginato,
manifesta il desueto
luce caparbia.

XX
Mi fa approdare
l’impazienza del cuore
al disappunto.

Anna Maria Curci
(30 giugno 2015- 7 maggio 2016)

                           

altro di Anna Maria
qui

Anna Maria Curci

2 maggio 2015

Nuove nomenclature e altre poesie – L’arcolaio, 2015

Anna Maria Curci pubblica poco e raramente, ma traduce spesso dal tedesco ed è attivissima sul piano della promozione letteraria. La partecipazione con singole poesie ad antologie di carattere etico e di denuncia la collocano fra quei poeti che non riescono ad adattarsi a questi tempi volgari, nefasti, immorali, dove vige l’imperativo immorale , come anticipato da Hobbes, homo homini lupus. Politica e cronache sono quasi indistinguibili perché compartecipi di un disegno di egotismo e di sopraffazione: la gente perbene non sa a chi rivolgersi, le solitudini scoppiano come angurie marce, il male vortica e confonde, la discriminazione fra bene  e il suo contrario manca di linea di demarcazione, al grido supplice risponde il silenzio dell’infinito.

Ma Anna Maria Curci artiglia nella sua poesia coltissima un presente terraneo e brutale che violenta pensieri e creature; la sua denuncia non ha risposte né illusorie consolazioni misticheggianti, figliastre di religioni e filosofie. Il suo sguardo coglie l’orribile nascosto sotto una bella apparenza, non è ingannata da una bellezza contaminata, siliconata, da manichino.

Il titolo stesso, Nuove nomenclature, rivela che, se nomen omen, allora occorre chiamare le cose, gli eventi, con nuovi nomi, oppure ripristinare il significato in cui questi tempi li hanno mercificati.

Dunque ci troviamo davanti a un doppio percorso di lettura, e, tuttavia, qualunque percorso si scelga, il senso non cambia.

I versi scarni nel metro e non nel senso denunciano che non resta molto da dire, l’invalida è totale, la bocca fatica a trarre sillabe ben accostate per una nuova parola; si ricorda ora lucidamente l’odore dei garretti recisi nella cella frigorifera del mattatoio del Testaccio, che ha “visto da bambina, funzionante”. È un odore pervasivo, non frutto di lavoro, ma di macelleria umana che resta appiccicato alla pelle perché pulviscolo aereo che contamina il respiro. Nei marasmi quotidiani non si coglie uno spiraglio di verità, un tentativo di carezza, un luccichio di bellezza: “Volano stracci intorno./ I veri hanno colori / da tuta mimetica, / inodore è il tanfo./…    …”.  Gioca raramente con la retorica la Curci  e questo ossimoro rischia di sfuggirci: tanfo/ inodore.

Già siamo talmente assuefatti che anche i sensi ci ingannano, sono diventati ottusi, penosamente imbelli: “E la sibilla libica rinnova/ torcicollo aggraziato: di massacro / in massacro volge lo sguardo a Onna.”  Da Misurata, terra sotto sequestro dai massacratori dell’Isis al Paesino, Onna, distrutto dal terremoto e mai più ricostruito.   Anche di lei si fa dire che ha “la testa in riserva”. Abbattuto un muro , l’uomo ha trovato il pretesto per erigerne tanti, pare che mettano ordine e intanto soffocano gli intrappolati.

L’opera, che ha una sua continuità di senso, è ripartita in “Nuove nomenclature”, in “Staffetta” e altre ripartizioni di cui diremo poi.

                                  

Indubbiamente “Staffetta”, parte corposa del libro, forse ancora più visionaria della prima, ma non simbolica né onirica, pur essendo scritta con un dettato meno aspro e mostrando in filigrana un io che fatica a farsi imago: “…/ Non mi distoglie scherno/ e quel pallore mio già m’innamora/ l’idillio di natura non ristora/ chi sceglie l’auto-inferno.”

La scelta dell’auto –inferno è la scelta consapevole, di chi sa e non vuole compromissioni ( leggere pagg. 54/ 55 ) e comunque se sollievo esiste resiste un attimo, quindi peggiora ogni futura situazione.

A mio parere, i titoli non sono ininfluenti, dunque Staffetta, all’interno di questo percorso, che cosa sta a significare?

Staffetta è una corsa in cui ci si passa il testimone, anche qui ci si passa il testimone, sempre lo stesso, dunque la consapevolezza di procedere in avanti è falsa, si corre in tondo, forse all’interno di un’ellissi. Ecco versi dichiarativi:  “Non ho voglia di puntellare, oggi./ Ho esaurito la pietas/ per fragilità immemori” ; “Moderato cantabile suonavo/ o leggevo, non so ( sai mi confondo) / a incaponirmi nel mio viaggio indietro/ per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.”

La Curci prosegue nella sua staffetta  e passa il testimone spesso, ma è gioco crudele e dissennato perché il testimone è uno strumento di efferatezza, irride il principio di realtà, irride chi per un istante si è fatto abbagliare.

Le altre poesie del titolo fanno riferimento ad argomenti a latere. Più  miti? Non direi. se anche la madre diventa tessera di questa efferata realtà, eppure il libro si chiude con due poesie, la prima quasi a disconferma di quanto affermato nelle pagine precedenti (.. ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.), la seconda confermativa (nel duetto di farsa e illusione/ perso per sempre il notturno d’incanto.).

Lasciamo questo dubbio a Anna Maria: è così difficile conquistare l’alba senza neppure una briciola di bellezza nello sguardo.

 

Narda Fattori

 

 

dalla sezione Nuove nomenclature

 

Lumpen – prefisso

 

Volano stracci intorno.

I veri hanno colori

da tuta mimetica,

inodore è il tanfo.

 

Nella notte ti culli

e ti spaventi a vuoto

per Lumpen variopinti

(rinnegati parenti).

 

Il cencio del risveglio

non porta la ragione.

pre-fissi la coscienza

con novelitas lumpen.

 

*

 

Macelleria

 

L’ho visto, da bambina, funzionante.

Era a Roma, era al monte dei cocci.

Mio padre, col suo camice e coi timbri,

lo conosceva con l’antico nome.

 

Fu la sua sede poi in periferia,

innocuo il nome: solo centro carni.

Con Brecht, Santa Giovanna dei Macelli,

pensavo al mattatoio di Testaccio.

 

Sociale, sale ancora a narici

marchiate squarto di macelleria.

In cella frigorifera hanno messo

quel ricordo di garretti recisi.

 

*

Onna

 

Di donna è il volto sfondato. Spalanca

seriale il paradosso di cartone

malamente inchiodato a Misurata.

 

Lei, l’oltraggiata, dispiega lontano

a fil di voce il sembiante. Puntella

pertinace l’assenza d’elezione.

 

E la sibilla libica rinnova

torcicollo aggraziato: di massacro

in massacro volge lo sguardo a Onna.

*

dalla sezione Staffetta

 

Fuori classe

 

A fatica trascino

le quattro carabattole più amate

case-motto da manto declassate

a ripari ambulanti.

 

A sostenere il mondo

per velleità prescelta ti condanni

d’abnegazione tu sciorini i panni

e sempre giri in tondo.

 

Non mi distoglie scherno

e quel pallore mio già m’innamora

l’idillio di natura non ristora

chi sceglie l’auto-inferno.

*

«’Namo donne che oggi so’ matta»)

 

Non ho voglia di puntellare, oggi.

Ho esaurito la pietas

per fragilità immemori.

 

Non ho voglia di chiosare, oggi.

Ha bevuto, il plumbago,

e sa ricompensare.

 

Non ho voglia di pescare, oggi,

refusi propri e altrui

sul pelo dello stomaco.

 

Non ho voglia di ballare, oggi,

la quadriglia dei cannibali

all’idiota.

 

Punto i piedi, faccio la verticale,

salgo sullo sgabello

e canto.

*

Moderato cantabile

 

Moderato cantabile suonavo

o leggevo, non so (sai, mi confondo)

a incaponirmi nel mio viaggio indietro

per stanchezza, viltà, dila(ta)zione.

 

*

dalla sezione Canti dal silenzio

V

 

Della pioggia a dirotto e della cura

che tutto abbraccia e mitiga e separa

e molce e scinde imbeve e poi asciuga.

 

Ha una cuffia piccarda o un berretto;

mette a sghimbescio un cappello consunto

se armeggia con cesoie, giardiniere.

 

Sul fuoco, a sobbollire prende tempo.

Cronomisuratori stanno in guardia

ma lei, la cura, alza le spalle e cuoce.

*

VI

 

un fantasma la serva di scena
nei giorni del gelo senza voce

 

Gli occhi abbassati sulla tela grezza

non scorgono altri cenni d’intesa

mentre esamina lembi e suddivide

toppe e rinforzi di primo soccorso.

 

La schiena scricchiola senza spartito

precipita la suite della speranza

nel duetto di farsa e illusione

perso per sempre il notturno d’incanto.

Anna Maria Curci

3 gennaio 2015

Inediti 

 

Quesiti, VI

Di che materia è fatta questa morte?
«Ghermisce» è una parola accovacciata.
Bivacca, perde il pelo e pure il vizio,
sta nel disinteresse la sua chiave.

 

*

 

In disarmo

L’occhio lacrima e il sogno è in terapia.
Lo zelo ha chiesto un collettivo di classe.
La volontà diserta l’assemblea.
La trovi – punkabbestia – al lungofiume.

 

*

Cade il suono

 

Cade il suono

come il tonfo di un remo

nel silenzio.

Non ha dita –

le aveva forse un giorno –

solo accenna

 

pianoforte

tastiera immaginaria

dipartita.

 

*

 

Del saltimbanco

 

Il vestito di scena,

riposto e ripiegato,

mi guarda e tace.

 

Del saltimbanco

racchiude il ricordo

e non rinnega.

 

*

 

Accuso insonnia

I
Quando il coltello si aggira tra il consueto
è troppo tardi per scapole ciarliere.
Parole penzoloni, la baldanza
è farina, cade a pioggia.

II

A piegare il già visto e soppresso
ancora sfrutti l’epigrafe sonante.
Sorda ai presagi zittiti, quella si libra
volontaria e coscritta allo scherno.

III

Potessi ripiegare i giorni addietro,
al mio passato si affiancherebbe morte
con il volto scoperto, compagno di piccozza
e di sentiero. Con altro sorriso m’incamminerei.

 

http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/

Anna Maria Curci

4 febbraio 2014

a.m. curci

’Namo donne che oggi so’ matta

Non ho voglia di puntellare, oggi.
Ho esaurito la pietas
per fragilità immemori.
Non ho voglia di chiosare, oggi.
Ha bevuto, il plumbago,
e sa ricompensare.
Non ho voglia di pescare, oggi,
refusi propri e altrui
sul pelo dello stomaco.
Non ho voglia di ballare, oggi,
la quadriglia dei cannibali
all’idiota.
Punto i piedi, faccio la verticale,
salgo sullo sgabello
e canto.

***

Quartine della Morra
I
Vado dietro a Isabella e non mi pento –
«Torbido Siri, del mio mal superbo» –
Non è cupio dissolvi, né spavento,
volto le spalle a tal marciume acerbo.
II
Volteggia e mi picchietta sulla spalla
– mentre procedo al fiume agile è il passo –
la gazza, contraltare alla farfalla.
Luci raccatta e ingoia senza scasso.

III
Me ne lancia qualcuna, noncurante
degli sguardi affidati alla sterpaglia.
Subito appare, piana e già tremante,
la solita ragione che s’incaglia.

***

in-zwischen
in quei giorni
in cui la vita
in altri spazi
invasione appare
indebita e viziata
incursione banale
incede il dubbio

***
16 ottobre 1943

Se Cassandra è Celeste,
è vestita di nero
è scarmigliata e sciatta
è fradicia di pioggia.
A vuoto profetizza,
scombinata com’è.
«Sfiduciata speranza»
apre gli occhi e li chiude.
Nell’alba successiva
le grida stropicciate.
Razzia, rastrellamento
nel cielo grigio topo.

***

Cosa porto con me se non la prosa
Con i segni severi e un po’ noiosi
banale rosso-blu non stendhaliano
li vorresti dismettere, donare
a qualche volontario dell’attesa
officiante in perenne contrizione.
Sono gli erbari di delitti e pene
strizzati tra la carta dei giornali
mucchi pile plastica in sacchi scuri
atti impuri di stomaco acquietato
ripostigli ribelli e impolverati
di sdegni da bas-bleu beneducata.
Da graffiti e patacche d’ordinanza
(soffritto espande aromi già sfiatati)
non si sgancia il respiro e non depone.

***

Traducendo Zärtlich di Oskar Pastior
Con Pastior porto le civette ad Atene;
gelosamente, al ritmo di Tirso.
E mi sorride la saggia noncuranza
del cuore che saltella, carezza
immemore di ingorda indifferenza.

Anna Maria Curci