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Daniela Raimondi

30 settembre 2018

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lettura di Luigi Paraboschi

Si dice spesso che la buona poesia è quasi sempre frutto del rievocare, e mai come questa volta, leggendo i versi della raccolta della Raimondi, viene istintivo concordare con questa affermazione.
L’autrice stessa lo scrive chiaramente fino dalle prime pagine
“La poesia è mancanza/ E’ il respiro concavo/dove depongo/una susina/un piuma/ una pietra di fiume/
Ma se è vero quanto ella scrive a pag. 8 che:
scriviamo per l’attesa“ o anche “per non dimenticare il sogno“ e anche “per sconfiggere demoni/immobili come aghi sotto la pelle“ allora la nostra curiosità di lettori ci spinge nella ricerca su quali siano stati “ i demoni “ e quali i “ sogni “ della nostra poetessa visto che lei scrive:
“la memoria comincia/ dal rumore di un cuore”
Allora cerchiamo di capire quale sia l’origine della sua memoria di bambina fino al suo diventare ragazza e poi donna.
A me sembra di poter dire che la memoria più dolorosa sia quella che è troviamo scritta in questo verso della poesia “Nata d’inverno “ che dice:
Sono nata in un giorno di neve/ con le grondaie bianche/ e gli uccelli fermi sui rami/…
e poi, più avanti aggiunge :
“Mio padre usci di casa./ Lasciò l’orma sulla neve,/ nel silenzio di un cielo che pesava dentro i nidi, / sulla ossa sepolte dei piccoli mammiferi/
assistiamo ad un accostamento tra un avvenimento gioioso, -quale di solito è una nascita,  e l’ambientazione che traspare dal testo complessivamente cupo, freddo, inospitale, senza concessioni alla gioia per quella nuova vita che sembra già piena del rimpianto per un tempo che ancora prima di essere appare irrimediabilmente perduto, come leggiamo:
… “L’ultima neve cadeva nel buio/ e i campi avevano scordato l’odore delle mele,/ il suono dolce che a volte nasce/ sulle labbra di un uomo.// Le parole morivano sulle bocche dei pozzi/ si perdevano lungo le strade bianche della pianura//.
Il cammino famigliare appare in salita, condiviso con una sorella “una bambola di pietra“ come l’autrice, entrambe “pallide come una maiolica”, dentro “una casa che era un mausoleo”, dove lei cresceva  “umida e silenziosa come una malattia”, ove c’erano “ un uomo e una donna “, ma, “Nascosta nell’ombra respirava un’altra donna“.
La crescita si sviluppa meccanicamente: “le bambine crescevano come l’erba dell’orto,“ fino a quando “un giorno la sorella più grande/ impugno’ la spada del padre/. Si tagliò il seno sinistro/ e fuggi nel mondo con la voce di un uomo/
Si avverte in questi versi la pesantezza di un clima famigliare di sospetti, paure, dubbi, incertezze, finte rassegnazioni, intolleranza, solitudine, sia degli adulti che della figlia più giovane. Infatti “l’infanzia accadeva“ e già questo verbo dice tutto sulla inevitabilità degli eventi, il subire il clima in cui “la madre innaffiava vasi senza polline“ e “il padre tratteneva la fine/ fermo dietro una porta“. Tre anime che vivono assieme quella che si avverte come una tragedia silenziosa, ove il tempo passa inevitabile come in questo splendido finale della “la terra degli invincibili
La bambina sognava, la bambina sognava /. La madre taceva./ Il padre teneva il cuore del mondo/ chiuso a chiave in una scatola rossa./ La pioggia cadeva, spaccava la terra./ Sui rami gli uccelli tacevano/ per non far sorgere il sole //.
Oggi che non si fa altro che parlare del come supplire nell’animo dei figli l’assenza o la carenza della figura paterna mi domando quanto siano costato in sofferenza all’ autrice mettere in versi queste prime pagine della sua opera, e quanto sia dolorosa tuttora la memoria di quei tempi quando:
“da bambina baciavo la fronte grigia dei morti/ -L’importante era che avessero gli occhi chiusi/, le narici immobili, poi non avevo più paura “…//
Ricordo bene anch’io quei tempi in cui anche nel mio paese c’erano le bambine che come dice Raimondi “Ai piccoli funerali di paese/le suore mi mettevano un mantello azzurro/ un cappello in testa,/ e sfilavo dietro la bara insieme alle altre: trenta bambole vestite dalla festa/ con occhi che brillavano e scarpe di vernice”
Questa poesia si conclude con due versi che fanno rabbrividire per la loro crudezza, al punto che ci si domanda come sia potuta diventare serena -se lo è diventata- la vita da adulta della nostra autrice, come avrà dimenticato il peso di quanto espresso con questi due versi finali :
“trattengo in me un poco di morte/ come fosse un regalo d’amore“
Una bambina che cresce lentamente, giorno dopo giorno, dentro “quella macchia di febbre/ che chiamavano infanzia“, aspettando la sera “la mamma che tornava dalla fabbrica “/ le mani stanche e due baci distratti” e con una presenza assenza di un padre che “seduto in disparte mio padre fumava/ pensava ad un’altra“.
Dicevo in apertura che senza i ricordi non sarebbe possibile fare poesia, specie questo genere di poesia, schietta, una confessione pubblica, dalla quale emergono vivide immagini di interni di famiglia impressionanti per loro crudezza, come questa che mi ha fatto pensare al quadro “bue squartato“ di Soutine.
La poesia ritrae una scena abbastanza frequente nelle case di campagna ancora oggi, si intitola Brodo digallina e descrive l’eviscerazione di un pollo con queste immagini che posseggono una precisione coloristica eccellente: il piccolo cuore del pollo, le uova in formazione/ lo stomaco che era sempre azzurrino
Toglieva gli intestini ancora caldi/con la mano che brillava./ Metteva in fila il piccolo cuore, i grappoli di uova/ lo stomaco azzurro tagliato a metà//,
poi prosegue dicendo, e qui vorrei invitarvi a soffermarvi sulla precisa descrizione dei gesti e sul realismo di quegli occhi del pollo sempre aperti, e del passaggio alla “strinatura “ che toglieva con il fuoco la pelle alle zampe e gli spuntoni di piume:
“C’era il taglio deciso del collo/ la cresta rovesciata/ e quegli occhi rotondi, sempre aperti./ Poi mamma bruciava la ultime piume,/ metteva le zampe sul fuoco //”
La scena si conclude con i gatti che giravano attorno alle gambe sia del tavolo che dei presenti, e l’autrice che osservava l’azione sollevandosi sulla punta dei piedi vista la sua statura di bambina:
“La pentola schiumava/ la fame dei gatti strisciava fra le gambe/e io restavo in punta di piedi in silenzio/. Le mani appoggiate al bordo del tavolo/ fissavo quel filo rosso cadere/ le mani insanguinate di mia madre//
Forse molti bambini ormai anziani come me, ritroveranno una parte della loro infanzia dentro questa poesia, che, unica nell’intera raccolta, sembra allontanarsi dall’immane presenza-assenza di un padre sempre sul punto di lasciare casa, ed una madre “in troppe faccende affaccendata“.
La poesia che invece dà il titolo alla intera raccolta sembra costituita da un serie di fotogrammi da film di Truffaut o di Godard talmente è chiara, piena di desiderio per qualcosa che l’autrice avrebbe voluto provare prima o poi, e racconta di una coppia che “vivevano all’ultimo piano/le stanze piene di sole/ la luce sparsa sui cassetti in disordine”, e, forse inconsciamente, spinta verso di essi da un carenza affettiva che riscontrava nel suo ambito casalingo scrive “mi piaceva guardarli / quando si baciavano come nei film/ o mentre mangiavano /. Poi, un mattino li scopre a letto, ove “i corpi brillavano nella penombra“ e “li ho guardati dormire / poi sono tornata a giocare in cortile“ e si affaccia dentro questi versi finali una atmosfera che mi ha ricordato una particolare poesia di Pavese, credo s’intitolasse Delia, perchè anche la Raimondi sa scrivere e parlare come certe personaggi femminili di questo autore, dicendo: li ho guardati dormire./ Poi sono scesa a giocare in cortile/ e pensavo che anch’io, da grande,/ volevo qualcuno che mi tenesse sulle ginocchia/, ricevere piccoli pezzi di pane dalle dita di un uomo//.
L’assenza del padre è il tema dominante di tutta l’opera, è una confessione d’amore e di sofferenza che la fa scrivere, ricordando il giorno della Prima comunione:
“lei è in fila con le altre/.Ogni tanto gira la testa/, cerca il viso di suo padre tra la folla/. Ma in chiesa c’è solo la madre “/ Lui odia i preti, non ha voluto entrare/ E’ la fuori che fuma/ Cammina sulla pietre del selciato/ con il passo di un messia//…
Ma “dentro le brucia una mancanza// di colpo gira la testa/ scorge il viso del padre nella penombra/ Lui sorride / le fa un piccolo cenno con la testa //
Mi è parso di ritrovare anche echi di certe figure femminili degli ultimi lavori di Ivan Fedeli, in questa poesia dal titolo “Linda“ nella quale è ritratta una donna non più giovane, che “si tingeva i capelli biondo cenere” e che la madre della bambina definiva “che era una vergogna-/alla sua età/ e poi tenersi un ragazzo come amante“.
Linda era una donna sola, “con figli ormai grandi e tutti sposati“ e che “le veniva un po’ paura e restare sola“ e in certe sere “mi portava a dormire nel suo letto” ,… e a letto “chiudeva gli occhi/ E in qualche modo io sapevo/ che Linda aveva i seni freddi/, che quella notte si sentiva sola/.
La prima parte di questo bel libro dedicata ai ricordi della prima adolescenza si chiude con una poesia dal titolo “Il pozzo“ nella quale l’autrice rievoca quando “mia madre racconta del pozzo che avevamo in cortile“ e “lei andava in fabbrica che ancora dormivo“ e l’affidava alle cure di un nonno che “puzzava di vino“ e la madre “alle quattro precise, cominciava a star male, pensando che giocavi in cortile/ ti vedevo affacciarti sul pozzo/… e trovarti annegata là dentro.
La solitudine di questa bambina, lasciata sola a casa fin dalle prime ore del mattino, affidata alle cure di un anziano che “sedeva in cucina con una bottiglia di vino/ Piangeva/ Pensava alla moglie sepolta”//ai pesci del Po e a un cane chiamato Milord “ /e che cantava “addio sogni del passato…/ la porta ad una conclusione amara, dolente, quasi un giudizio poco clemente, come spesso fanno i figli nei confronti dei genitori e dice
“Vorrei chiederle come ha potuto rischiare,/ come ci si possa giocare la vita di un figlio/ per uno stipendio”. Molto acuta come precisione dei ricordi è anche la parte del libro che va sotto il titolo ”Riti di passaggio“, che si apre con lo sgomento causato dall’arrivo delle prime mestruazioni in “primo sangue“ in cui lei si sente “la cerva ferita/“ e di quella sera lei ricorda “il pianto della bambina/ e il mio sangue di donna/ un sangue rosso cupo, liscio e lustro come una rosa“.
Un altro ricordo nitido e preciso come quello dell’eviscerazione del pollo in cucina, è anche quello della visita nei cortili del barbiere che vi si recava per il taglio a domicilio dei capelli agli adulti ed anche delle ragazzine e rilevo un verso che trovo stupendo, quando descrive il gesto dell’uomo che dispiega la tovaglia di protezione : “con lo schiocco che fa la mantilla del torero“, vi trovo che la precisione di questa descrizione risuona anche nelle nostre orecchie come risuonava allora in quelle di questa adolescente di intelletto curioso e precoce, che “perdeva il peso delle trecce/ il peso del mio sesso“.
Era diventata un “Efebo con la testa rasata./ Ero il maschio che mio padre/aveva sempre sognato: un maschio senza pene/ senza traccia di barba, con appena un inizio di seno”.
Un’altra figura pavesiana di donna è quella che appare nella poesia “pomeriggio al lago“, che “prima di sera si infilava i jeans/ poi saliva con Claudio sulla Gilera“. I due giovani fanno le cose che erano tipiche di quegli anni “si fermavano lungo la strada a mangiare l’anguria” e “più tardi facevano l’amore in qualche angolo di prato.”/ ma la ragazza era donna irrequieta /e , pensava che a Claudio non lo amava, forse domani glielo diceva //. Più pavesianamente di così non si può far parlare un personaggio femminile dal verso che incanta e canta.
E finalmente la ricucitura con al padre avviene in occasione di un incidente automobilistico nel quale la nostra autrice esce miracolosamente illesa, ma che serve per farle recuperare interiormente la figura paterna : “distesa sulla barella, ho sentito la porta aprirsi,/ poi ho visto il viso di mio padre:/ era la bestia impaurita, appena scampata al coltello./ La testa infilata nella fessura/ mi fissava come fanno i bambini di notte/ quando non dormono// Fece un cenno con la mano/ Sorrideva. Forse aveva negli occhi la stessa sorpresa/ di quando ero nata./ Forse era quello lo sguardo/ di quando mi aveva vista sporca di parto/ appena arrivata/
Il rancore, l’ostruzionismo, il dialogo muto con il padre si avvia alla conclusione, la tensione si scioglie e la Raimondi scrive in “la bella estate“:
… non si muta il corso di un’estate/ né il fiorire dell’orto, né gli occhi grandi dei bimbi/ che ti guardano e vogliono/ solo vogliono senza capire/. Ma adesso comprendo tutto, papà/. Solo adesso, con la mani ferme contro l’orizzonte./ ora che il cerchio della tua vita si chiude nella mia/ e fuori c’è un notte che scalpita,/ un cielo teso inchiodato agli alberi//
La maturità induce a lasciar decantare i rancori, le incomprensioni e la Raimondi affida la conclusione di questa parte del suo libro, quella che la riguarda in prima persona per tutto il bagaglio di amarezze a delusioni accumulate, a questa poesia che titola Il passare degli anni che riporto per intero per non compiere una ingiustizia alla sua bellezza :

Sono terribili le notti
quando il corpo invecchia,
la case si svuotano,
come del resto i letti, e le voci
e le giornate.
Poi non sarà più la scodella di latte
o la pioggia che batte e batte alla finestra,
e noi chiusi nella calda placenta dell’infanzia.
Più non bastano canzoni di re sciti e favole arabe
a illuminarci gli occhi nella sera.
Abbiamo strappato pagine intere di vita
e le teniamo accartocciate nelle tasche.
Stanotte le stelle pesano sul mondo.
Fuori il vento scuote gli abeti
Sul tavolo forbici aperte,
gusci di noci,
chiodi ossidati

Raimondi si riconcilia con entrambi i genitori e lo fa con versi ricchi di compassione, di umana comprensione per gli errori commessi, per le disattenzioni, e prende addio dal padre con i versi della poesia Foto in bianco e nero: resto nel vuoto dove mi hai lasciata/ dove ho imparato a fermentare/ la linfa solitaria del mio sangue./ Ho tenuto per anni/ il cuore avvolto nella carta velina/ Non sapevo si chiamasse dolore/ fino a quando qualcuno pronunciò la parola/ e da’ anche addio alla madre nella poesia intitolata Madre, scrivendo: …Brillano per un istante i nostri nomi/ ma presto saremo un fuoco spento, mamma/ Nel sangue scorrono correnti amare/ ma so che adesso è tempo/ di lasciare entrare in me soltanto il bene//
E’ un libro questo di Raimondi che non si può passare sotto silenzio, perché accade poche volte di incontrare versi cosi intrisi di sincero dolore ma espressi ed esposti al lettore in modo che fa veramente onore alla grandezza di questa artista.

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Daniela Raimondi

30 giugno 2017

MARIA DI NAZARETH

“Farò quello che posso
e più di me, come tutte le altre sulla terra”
M.G.Calandrone

                                             

i.                    Promessa di matrimonio

Era un tempo di doni,
di uccelli turchesi e polline d’oro.
Il mio corpo cambiava.
Sulla pelle brillava il sudore,
nuove fragranze di vento e d’avena.
Nata femmina,
moltiplicato il mio sangue ad ogni luna,
ad ogni solco.
Così viva.
In attesa.

Un mattino i sacerdoti del tempio
mi chiamarono e dissero
che era il momento di darmi un marito.
Cercarono a lungo e fra tutti
fu scelto l’anziano Giuseppe.

                     “Sono vecchio e ho già molti figli” – rispose.

Lui non voleva, e io non volevo
ma tutto era stato deciso.
Iniziai a filare la tunica rossa.
Dodici mesi e sarei stata sua sposa.

CORO

Maria ha finito un pasto povero di pane ed olive.
Ora si reca alla fonte a lavare i piatti di coccio,
le sue pentole rosse.
Tutto ha inizio da questo momento:
c’è un rumore di passi,
la sabbia rovente smuove l’orma dei suoi piccoli piedi.

È qui, Maria, che si compie un destino.
È in questo mattino di sole
che la luce di tutti i pianeti
si riversa sul tuo sogno di carne.
Vivrai solo un’ora,
verrai esorcizzata per sempre contro il peccato.
Ma intanto, Maria,
accetta il momento d’amore che ti è stato concesso.
Che il tuo corpo sia benedetto
e benedetta sia tu, tanto vicina all’ora più santa:
una goccia di sangue
la prima scintilla,
lo scindersi dello zigote
nel chiarissimo aprile del mondo.
                                      

ii.              Annunciazione

Camminavo a piedi nudi:
la brocca sul capo,
il sudore lungo la schiena.

Si alzò il vento,
un fascio di luce mi strinse la vita.
Mi fermai, il cuore atterrito.
Chiusi gli occhi per bisogno di quiete,
per pudore,
per salvarmi da un destino di poca fortuna.
Mi coprì la sua ombra.
Poi, udii una voce chiamare il mio nome:

                   “Shalòm, Miriàm.”

Ricordo un’ala bianca,
il gelo baciarmi la nuca.

“Non sono di qui – gli risposi. –
Venni in aiuto a una parente
che aspetta un bambino.”

Volevo fuggire, correre via,
ma lui parlò
e la sua voce scese come neve
nel deserto del mio orecchio.

Illuminò la rosa.
Soffiò dentro il mio fiato
il nome di un dio giudeo,
un destino di solitudine e sabbia.

Caddi in ginocchio sopra un metro di sole.
Mi arresi al disegno divino,
e al suo sguardo.

Lui aprì il mio corpo al mistero.
Mi donò qualcosa semplice e lieve
come la vita.

                                     

iii.                    Concepimento

E poi fu il silenzio.
Cessarono i venti
tacque il vino negli otri,
il canto di tutti gli uccelli.
Tacquero le voci degli uomini
e le grida degli animali.
Le fonti seccarono.
Non scorsero i fiumi
né si gonfiarono i mari.
Ogni cosa era ferma nel mondo.

Entrai la ruota del tempo,
il centro infuocato dell’uragano.
Il mio corpo era acceso,
fine e principio di tutte le cose terrene.
Ed io,
io ero l’Attesa, colei che fu scelta.
Io figlia del vento e del caos.
Io brace, nube, rugiada
furia del lampo e prima goccia di pioggia.
Io sfamata
sfinita,
coperta di meraviglia –
la resa
e il sangue in sussulti.

Un morso di sole.
Un solo, chiarissimo morso di sole
e il cuore cedeva.

Il tempo rimase sospeso
senza suono, senza tregua o respiro.
Poi, nei mari, sulla terra, nel cielo
fu il tuono e il fragore.
L’acqua tornò a scorrere nei fiumi,
i pesci volarono in fondo agli oceani,
la notte ed il giorno
ruotarono ancora intorno ai pianeti.

Lui ripiegò le ali,
riposò sul mio petto.

                                                

iv.             Canto per un piccolo seme

Mi rialzai dalla polvere.
Tutto intorno, adesso,
era pace.
Nel ventre forgiavo una macchia di luce.

Guardai verso il cielo:
                      “Dammi un segno” – gridai.

Sentii un piccolo cuore d’uccello
battere insieme a un cuore più grande,
reclamare un suo spazio, il suo mondo.

Ebbi paura. Sì, lo confesso
ebbi una grande paura
ma mai come allora
compresi il senso di tutta una vita,
la ragione per cui ero nata.

Un lampo
un fragore
poi da lontano
giunse la voce di Dio.

Caddi sulle ginocchia.
Unii le palme e pregai:

“Questo è mio figlio.
Il suo nome sarà Emanuele,
la sua vita sarà la mia festa.
Svuota i miei occhi di pianto,
scava il dolore
fino al soffice centro delle mie ossa,
ma di una sola cosa ti prego:
risparmia il suo sangue.

Voglio per lui una vita semplice.
Fa’ che il suo corpo conosca la gioia
e possa un giorno costruire una casa,
piantare un albero, concepire un figlio.
Lascia che i tempi d’Israele restino vuoti,
che le preghiere degli uomini
dormano in fondo alle gole.
Lascia che questo figlio viva
con il cuore di un uomo:
che abbia un destino terrestre
e a lungo abiti il mondo.”

                                                 

v.              L’attesa

Fu un lungo viaggio da compiere insieme
nell’acqua, nel fiato e nel buio.
La terra pulsava di lava e di sorgenti
e il mio utero era una carmine conchiglia,
magnolia ardente dai pistilli d’oro.
Lui solo era la pace, l’ordine,
somma perfetta di astri e di radici.
Lui che dormiva in un bozzolo di carne
umido e celeste, mia gioia
e mio terrore.

Vivevo spaventata in tanta gloria
pesante e languida,
magica creatura capace di crescere da sola
mani, pupille, piccoli piedi, tutte quante le dita.
Mai sulla terra sbocciò tanta gioia segreta
quell’essere uniti, legati a un unico sangue.
Lui mia genesi, vivissimo seme
viticcio allacciato al mio corpo;
lui solo mia stirpe, eletta prigione
mia umile opera d’amore terrestre.

Dal libro: Maria di Nazareth, Puntoacapo edizioni 2015.
La silloge ha vinto il primo premio al Concorso Nazionale I Fiori sull’acqua, e si è classificata al secondo posto ai Concorsi Nazionali Città di Marineo e Luciana Notari.

                         

Nella fabula poetica di Daniela Raimondi, Maria di Nazareth cronologicamente vive la sua fase embrionale in alternanza alla composizione della silloge Avernus (edita da Cfr edizioni nel 2014), in cui l’Autrice affronta, quasi per opposizione, il tema della morte dell’Io maschile. Le due produzioni, legate tra loro per qualche meraviglia che l’ictus ideativo regala a chi scrive, viaggiano in parallelo e completano un ciclo ideale che, già con la vulgata de “La regina di Ica” (ed. Il Ponte del Sale, 2012), raggiunge vertici altissimi: qui lo studio dell’elemento femmineo assume contorni archetipici e il topos della Venere-madre s’incatena alla sofferenza della materialità del corpo e, attraverso una via crucis simbolica, ne rivela il dramma.
Maria di Nazareth completa il percorso: Maria incarna in sé ogni possibile maternità e la sua storia incrocia, in modo magnificamente umano, ogni storia di madre. Il percorso narrativo con cui la Raimondi focalizza l’accaduto per eccellenza, la vicenda totale di Maria di Nazareth, investe l’Io narrante di una fragilità così densa che ogni sequenza assume il connotato dell’ineluttabilità: il tutto scritto si trasforma, così, in storia da riscrivere, e la figura di Maria diventa, fortemente, l’allegoria del femmineo a tutto tondo, la donna- madre archetipica.
Ciò che l’Autrice ha sempre voluto nella sua ricerca poetica ora giunge a suo termine: la natura figurale di Maria è il simbolo puro della poesia della Raimondi. Forse, inconsciamente, ma piace pensare la cosa come necessaria, quindi improrogabile, il passo di rivelazione del femmineo puro accade, nella Raimondi, attraverso la purificazione dall’elemento maschile, pur fondamentale come forza oppositiva e, per contrappasso, di completamento: ecco allora la necessità di scrivere Avernus, nella sua tremenda prosa poetica agghiacciante, fredda e umana. Forse il passaggio mancante stava nella sublimazione della carnalità del corpo, della sua decadenza, della violenza derivata da ogni fattore di contingenza. Ecco, allora, magnificamente, Maria, dall’origine dei tempi, fino al tempo concluso: la sua, l’epica dell’umano. In Lei, tutto.
Fino alla pazzia finale, la nemesi. E tutte le Marie lì dentro, da sempre e per sempre. Come se il nome evocasse lo stato, la storia, Poi le streghe, Auschwitz, Gaza, ogni impossibile perdono.
                                                                                                                                                                                        Ivan Fedeli

                                   

                                            

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha vissuto per oltre trent’anni in Inghilterra, dove si è laureata e dove ha conseguito un Master in Letteratura Ispano-Americana. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali, fra questi il Premio Montale, il Premio Sartoli Salis per Opera Prima e i premi Mario Luzi e Caput Gauri per opere edite. È stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournment a Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico (2012). Collabora con articoli e traduzioni al blog Cartesensibili.com ed è presente su vari siti web di letteratura. Un volume di sue poesie in edizione bilingue: “Selected Poems”, è uscito a cura delle Edizioni Gradiva New York. (2013). Di prossima uscita il libro “La stanza in cima alle Scale”, Nino Aragno Editore, vincitore della sezione silloge inedita al Premio Subiaco, Città del Libro.
Il suo primo romanzo “L’ultimo Canto D’amore”, è risultato fra i dieci vincitori al Concorso on line Ioscrittore, e ha ottenuto i premi nazionali San Domenichino e Thesaurus nella sezione editi.
Per notizie più dettagliate: http://raimondidaniela.blogspot.it/

Daniela Raimondi

21 aprile 2014

daniela che legge inanna

La cifra stilistica della poesia di Daniela Raimondi sta nel senso di appartenenza e di condivisione dell’universo femminile, nella carnalità del dolore che esprime con una pregnanza e una crudezza di forte impatto emotivo. La donna sta al centro della sua poesia, la donna di ieri, come quella di oggi, con la dolorosa gioia della maternità (Inanna, dea sumera della fertilità, è il titolo della seconda raccolta poetica della Raimondi), la donna che si consuma fino al suicidio, che sia quello della Plath o del figlio Nicholas, di Alfonsina Storni o di Assia Wevill.
La regina di Ica, vincitore dell’edizione 2013 del Premio Mario Luzi, rappresenta il frutto maturo della poesia di Daniela Raimondi con una continuità tematica che fa di Daniela una delle voci poetiche al femminile, e non solo, più alte della poesia italiana; certo è forte l’impatto con il mondo poetico anglosassone e sudamericano, ma quello che colpisce è la varietà del timbro nello sviscerare il mondo della liquidità e carnalità femminile, parole pregnanti che corrono e ricorrono nei versi della poeta e ti prendono, e ti rimandano a tutta la sua opera: per esempio il tempo della gravidanza, il miracolo della nascita, il corpo della moglie che “depone bambini grassi sulle rive dei fiumi”, mentre l’amante “partorisce piccoli gnomi di pietra” e ogni volta che ama ”impasta una nuova morte”, “appesa a un gancio del retrobottega” in attesa del suo fauno. Un’immagine quest’ultima che rovescia i ruoli della moglie e dell’amante nella poesia Il piede della raccolta Inanna del 2006: l’amante “è il fiume in piena”, la moglie “il piede freddo e secco.
La gravidanza è una costante nella poetica raimondiana, in Estuari (Inanna) il ventre si arrende “al tuo peso, al tuo incedere violento che scende ad ogni spinta, che si fa strada aprendomi la carne.”; in Entierro (2009): “Il sangue aperto / e il figlio che preme / il figlio che pesa …”; qui, invece, è ilSopravvissuto, il figlio “una bolla di liquido vivo, poche cellule / senza nervi o memoria.”
Ne La regina di Ica ogni dolore è superato con una sorta di resurrezione, resurrezione dopo la malattia, resurrezione attraverso la gravidanza, resurrezione attraverso la poesia che dona luce e i “suoni tranquilli del mattino”. Una resurrezione che matura attraverso le raccolte: in Ellissi, raccolta di esordio del 2005: “Non ho un destino sul palmo della mano”, ne La regina di Ical’incertezza trova corpo nella consapevole dichiarazione: “Non ho nessuna vocazione per la morte”, e nell’affidarsi alla benevolenza divina: “Dio, regalami una morte bella”, “Lasciami legata al mondo” perché la propria croce Raimondi l’ha salita palmo a palmo per ridiscenderla e camminare sulla terra.

Edoardo Penoncini

                                               

                                    

LETTERE DALL’AFRICA

                            

                                 

 Parole per mia figlia che parte

Ti ho messo nel fiato un piccolo seme,
un volo di colombe e una musica.
Adesso vai,
lascia alle spalle le vie della polvere
segui la sete degli animali,
l’orma dorata delle gazzelle.
Rccogli la vita nella sua prima luce.
Dividi il pane con uomini dal cuore puro,
sii capace di piangere
ma non scordarti mai di tornare a credere.

Adesso vai,
ascolta il canto di un piccolo uccello migratore,
difendi la piumata creatura del sogno.
Che tu sia fra i salvati,
fra i sopravvissuti di ogni Guernica.
Ovunque ti accompagni la grazia e il mio respiro.
Amata creatura, figlia baciata dal bene,
giovane donna di forza e di coraggio.

 

 

 

Madame Bilha (Meme)

Nei mesi d’inverno
i fiumi d’Angola gonfiano i fianchi.
Le rive straripano e l’acqua sommerge le valli.
In quella stagione i campi non donano miglio,
ma pesci rossi ed anguille.
Quando arriva l’estate tutta l’acqua svapora.
I bisonti pascolano in prati verdissimi,
gli uccelli volano dentro un cielo che brilla.

Madame Bilha ti ospita nella sua casa.
La gente di Oshakati vive in capanne di fango
ma lei ha pavimenti di marmo,
una cucina moderna e mai usata.
Preferisce mangiare all’aperto,
preparare la cena sul fuoco come ha fatto da sempre.

Meme racconta che quand’era bambina
andava a scuola senza scarpe o vestiti.
Sui fianchi portava soltanto perline di tanti colori.
Non aveva la carta, non aveva matite.
I bambini sedevano in cerchio.
Scrivevano nomi di sabbia
che il vento rubava ogni notte.

 

 

 

 Orfani

Lavori con cinquanta bambini.
Cinquanta orfani senza padre né madre.
I più piccoli ti toccano con meraviglia,
litigano per tenerti la mano.
A volte piangono.
A volte dormono: i corpi leggeri,
il fiato legato a un sussurro di alberi.

Quando sognano, le ombre dei morti
vorticano dentro bufere di sabbia.
Il mondo allora diventa una Babilonia di grida,
un luogo di morte che resta negli occhi.
Oh, come resta!.

Quando arriva la sera, ti siedi nel buio.
Senti l’aria che trema, i sospiri dei morti.
Pensi a casa, al mio lungo inverno di neve.
Quanto pesa, a volte,
la solitudine di chi abita il mondo.

 

 

 

Sole africano

Scrivi che ogni giorno è lo stesso:
la polenta di miglio, il vociare dei bimbi,
il vapore sulle lagune.
Le figlie di Meme passano i giorni fumando,
o bevono birra sdraiate in giardino.
La sera ti portano fuori.
Mi racconti che hai trovato marito:
si chiama Mandala,
ti ha promesso sette capre e due buoi se lo sposi.

Meme fa da madre ai suoi figli, ai figli dei figli
e a un mucchio di gente che ogni giorno le passa per casa.
“In Africa il poco è di tutti” – ti dice.
Ride. Ti accarezza i capelli.
Promette che quando ti sposi verrà al tuo matrimonio.

 

 

 

Sabato sera

Ieri sera sei andata a ballare.
Racconti che è un piccolo bar di cemento:
qualche sedia di plastica, il frigo che ronza,
una radio a tutto volume e le casse di birra.

Ti diverti. Muovi i fianchi come una vera africana.
Sei rientrata alle tre di mattina.
Meme ti ha aperto la porta.
Era nuda.
Si muoveva col passo di una regina:
i sogni vivi negli occhi, i seni nel vento.

 

 

 

  Il villaggio

Domenica ti hanno invitata a un pranzo in campagna.
La farina di mahango cuoceva sul fuoco.
Hanno preso una capra
e l’hanno finita davanti ai tuoi occhi.
Poi ti hanno chiesto di uccidere un pollo.
Gli hai dato la caccia,
ma alla fine non hai avuto il coraggio.
La piccola Sunday ti è venuta in aiuto
e, senza battere ciglio, gli ha tagliato la testa
con un solo colpo deciso.
La testa è rimasta sul gradino di pietra,
ma il pollo correva per il cortile,
saltellando per un tempo lunghissimo.
Sembrava un giocattolo,
non fosse per il fiotto di sangue
che spillava dal collo reciso.

Dopo pranzo la gente è andata a dormire.
Il sole era fermo nel cielo.
Il caldo si tendeva sui campi.
I corpi brillavano.

Poi, da lontano, è arrivata la pioggia.
È giunta con un boato di selva,
in un fragore di foglie ed uccelli.
Siete corsi tutti per strada.
Nessuno ha preso l’ombrello.
Le donne ridevano. I bambini ballavano,
le braccia spalancate ad accogliere
quel po’ di frescura.

L’acqua scrosciava sui tetti.
La pioggia saziava la sete degli animali,
scioglieva la crosta sui campi.
Anche tu hai ballato per strada:
anche tu senza scarpe, i capelli pesanti di pioggia,
la fronte accaldata.

Scendeva la sera.
Il cielo cambiava colore.
Nell’aria saliva una fragranza di fiori e radici.
L’antilope correva verso la notte.

 

 

 

Morire di Aids

Gli insetti copulano e muoiono sotto un sole che brucia.
La bestia è là, viva
ed attende.
È pronta per lo scatto finale:
gli occhi socchiusi, i muscoli tesi.

Il bambino nasce col male impresso negli occhi.
È senza memoria.
Non ricorda i canti lontani dei padri
né i favi pesanti di miele o la corsa felice dei leopardi.
Succhia la morte nel primo colostro.
Sua madre gli canta una ninna nanna,
ma lo attende una culla di terra,
la fredda pietà delle stelle.

Ieri siete andati a trovare una donna malata.
Sprofondavi nel fango.
Avete impiegato un’intera giornata per arrivare.
La capanna era un bozzolo nella calura.
La donna taceva.
Nascondeva in fondo alla bocca ogni umana memoria.
Sapeva che Orfeo non sarebbe mai sceso a salvarla.
Viveva l’attesa, la consegna di ogni speranza.

Le avete portato lattine di carne,
sacchetti di zucchero e riso.
Poi, in ginocchio, vi siete prese per mano,
avete pregato.

La pace che precede la morte è un mistero divino.
L’Africa il costato aperto di Cristo,
la piaga che sanguina ancora.

(Namibia, inverno 2011)

 

 

 

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha vissuto 30 anni in Inghilterra dove si è laureata in Lingue e Letterarature Moderne all’Università di Londra e dove ha conseguito un Master in letteratura ispano-americana presso il King’s College dell’Università di Londra. Al momento vive in Sardegna. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali sia per la poesia che per la narrativa e il teatro. È risultata fra i vincitori del Premio Montale per una silloge inedita. (2004). Nel 2012 è stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournmente a Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico. Suoi testi sono stati tradotti in ungherese, inglese, tedesco, spagnolo e serbo croato. Ha recentemente pubblicato un volume di sue poesie in edizione bilingue presso le Edizioni Gradiva di New York. Il suo ultimo libro di poesie La Regina di Ica (Edizioni Ponte del Sale), ha ottenuto il Premio Mario Luzi (Roma, 2013). Fa parte di varie giurie di premi letterari e suoi testi sono presenti in vari blog letterari.

Ha pubblicato: La Regina di Ica (Ponte del Sale Edizioni, 2012). Diario Della Luce, Inanna, Entierro, presso Mobydick Editore. Mitolologie Private (Edizioni Clandestine); Ellissi (Ed. Raffaelli, 2005) – Premio Sartoli Salis Opera Prima, Premio Caput Gauri.