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Elia Belculfinè

10 dicembre 2017

Riproposte

 

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Elia

 

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Elia Belculfinè

7 maggio 2016
                             
                                   
Serial Killer
                      
                              
un uomo mi ha spogliato e mi ha
cavato gli occhi
sono preoccupato perché ora saprà che erano gli occhi
di un altro… uno dei paia che tengo nel comodino
per non sciupare i miei.
sono una specie di maniaco.
un uomo mi ha rubato un paio di occhi
al caffè grande sull’appia
domenica 6 marzo 2016 ore 23 43
un giorno strappato a una pentatonica in la. Il tizio
un pederasta di certo dal modo in cui tiene il microfono
buon padre di famiglia, magari allergico ai semi di
girasole_
ci fa giocare al karaoke mentre sfilano le nuvole
là fuori sopra ai campi dei peschi
come su una passerella_
là fuori, una volta ci sono stato_ tu puoi dire lo stesso?
come farò senza i miei occhi?
mi toccherà andare là fuori di nuovo!
e stasera ho voglia soltanto di essere qui, qui dentro, con la pancia
piena e le orecchie sintonizzate sulla fine del mondo.
30 mila persone cantano i giardini di marzo
di lucio battisti
ora in questa stanza bianca lunga 20 kilometri e altri 20 di distanza
dal mediterraneo_
e un ragazzo in carrozzina chiede a me_ ma non
sa che lo chiede a me_
Il senso di una vita avventata_
non so risponderti_ ma mi piacciono
i tuoi occhi_ ti va di fumare una sigaretta
con me – lì – fuori?
*
31mila persone che cantano
e alla fine anche io canto_ continuai a camminare
lasciandoti attrice di ieri _al nord, lì da dove vengo, si portano colori
vivi.__e un angelo si bagna le labbra
nella sambuca_
e la sedia di vimini cigola_ ho messo su peso_
e le persone continuano a cantare, 30.00o di loro qui dentro_
identici uguali a me e a te.
non ho mai visto un luogo più deserto sulla terra
…ho abitato in caserme… terzi piani… camposanti…
chiuso in questo margine di buio strillante_
brillante. un brillante strillante_
Altro qui

Elia Belculfinè

14 maggio 2015

Alchìmia Alchermès

 

I
Un epistolario                                      di Melville
Ritrovato in una basilica benedettina.
Svolgevo i miei studi
sulla relazione fra
il tempo meccanico e lo spazio
Lessi di un seguito al suo Moby Dick – perduto –
Le conservo gelosamente, fino ad ora
non ne avevo fatto parola.

Una bozza-
La balena ______catturata__in fine.
“a me le ossa, a me
il grasso”
Non volli credervi. Bruciai tutti i miei testi raccolti in anni di sete errabonda. L’attesa è solo un attimo prima di essere felici, non
esiste altro motivo
che giustifichi un ristagno sotto i cieli verdi – e le parole sono gli specchi _traversati da Alice, confluiti in questo tropo insulso: il trattenersi,
l’essere nudi contro la didattica delle

fo_r_m_e.

*Non sono uomo ma posso umanizzarmi.
Non sono pazzo ma per cinque minuti al
giorno indosso le vesti di giullare
senza il permesso della contea, studi che mi
comprovino i sonagli.

Né le mie vene hanno il sangue blu degli schiavi
bambini. _________ Ma riportami i fulcri della grande luce.

II
Ho avuto molti amanti
Alcuni di loro dai capelli azzurri di Pierrot
Altri tentarono
Di vedere la mia bellezza, li maledissi per sempre, ma nelle notti
                                                                                           senza lume
evoco ogni amore irragionevole,
Attraverso i mari dell’indifferenza,
e mi inabisso
nel mio mietuto igneo che è il cibo dei poeti
E dei trovatori.

III
Osservo la sua danza, mia sorella la notte,
stelle guizzo d’acciughe fra le varie modulazioni della frequenza pensiero
Non sono mai uscito
Dal centro di igiene mentale.
Il piccolo chiostro
Su cui gli infermieri spalancano le finestre
Piene di impronte digitali
Tutte uguali.

IV

Né oggi né per quello che chiami domani,
io benderò la supernova rossa del mio respiro, lo stesso vale per il tuo. Ma lasciate che sia
                         come uno scricciolo fra
Gli arcolai del
rovo, lasciate che dall’alto
del mio albero io canti il mio
poema di gioia.

– Picchiettio di piedi scalzi. Crepitio di fanali –
E ancora
                                     mi duole che _in questo
abito di seta io tanto cocciutamente sia
                                             corsa dietro a cento
                                                  cappelli rubati dal vento,

a tale amore __daltonico. Fischiante.
Quale ingenua, e dici
vantarmene – l’ insidia incessante __delle
mie __povere __carte.

Quante stelle in una chela
di granchio!

 

 

il blog di Elia

Elia Belculfinè

27 marzo 2015

Elia

ROBIN

1

 

                                                        Da dietro il suo triangolo

mistico, l’incerta voce arricciolante –

passa i piatti con la polenta,
batte con una candela accesa ruvidamente il rullante;
un nuovo dio è solo un motto.
La terra da pagare, la terra da fare supplica. Ogni volta quella pena

spigolosa negli occhi,  come
uscisse da
uno specchio fino a sbucare  nel salotto con il lampadario
di Murano e le poltroncine

rosse di velluto. Un centrotavola pieno di datteri
di cristallo a grappoli.

 

Diceva che sarebbe sempre stato
quello che sarebbe
potuto essere___________ il desiderio non durò che un attimo

Tanto a lungo trattenuti  i fuochi cadranno e scrosceranno giù lungo la grondaia.

insopportabile piuma dell’avere
i segni di un lento umido accoppiamento
con la propria forza.

___________

 

 

2

La Venere di Warhol scese con un cesto di papaveri

nel grembo, in quel mattino

di neon accesi sopra le incerate a fiori, e un mangianastri fra le mani, l’Om del pesce

rosso e gli elefanti comprati con tre sacchi di arachidi

nella legnaia. Bip!

Scese dal muro in cartongesso.

Mi confessò . sono una spacciatrice_______________________

riscrivendo quel suono sopra le mie squame

poi allunga la mano in un

sacchetto pieno di

 

occhi di serpente; toh,  dice questo è un regalo,

la prossima volta però me lo paghi.

 

Come credi possa permettermi un elefante?

______________________________________________________

In bilico fra equazione e disequazione, fra Saffo e Alceo

che per un ragazzo sono la stessa cosa.

________________________

 

3

________________________

 

Il Colosso di Rodi si sta polverizzando

giorno dopo giorno.

 

Gli scimpanzé hanno costruito cunicoli ovunque, dedali di rumore –

sarà difficile raggiungere il __Giordano

senza perdere qualche uomo.

 

Non siamo puri, non a questo giro di boa,

con il parabrezza ghiacciato

su cui raschiano i tergicristalli,

e i limoni nell’abitacolo, raccolti dalle mani

di qualche dea dell’amore.

 

Si va.

 

O Mari tranquilli, voglio una vela aperta come una finestra.

Ho bisogno che qualcuno mi battezzi

nel nome dell’uomo.

 

_________________________

_______________________________________________

_________________________

 

4

L’abate di Montecassino

per cinquemila euro

ti faceva entrare nella Fiat – Oh, Lili Marlene, conservo le uova

della tua ultima cova. L’abate scoperto e trasferito._________ davvero

umile e  pio e savio ——–

Mezzo insanguinato, dovevi proprio sputarlo

qui il tuo salva-denti?

 

*

Mia moglie era a un funerale:

Un oscuro uccello becca il grasso tra

l’oro dei cadaveri

 

Noi siamo i barbari . parola di Dio

staccando il prete il crocefisso dal rosario

di perle di fiume.­

 

Il crostaceo ha la corazza rosa e dura: un soldato giocattolo a cavallo

e incomincia a puzzare, <<gettalo nell’acqua appena bolle,
metti a candeggiare i piattini delle offerte____

Avremo ospiti a cena>>

 

Comico, davvero. Gente di mare di sponda

gente di sabbia

e di rabbia e di bibbia. Visitai un cimitero, strapiombo sul mare;

nella cappella c’era una panca che avrei

voluto rubare – O Francesca

O Laura,

O Beatrice

– Credo che ogni poeta ____________debba avere la faccia del

boxeur dopo l’incontro. D’esser solo e di solo poter dire.

Ero l’ultimo arrivato e mi toccò di mangiare

la polenta avanzata, fredda

 

dolente | nella serale __quiete. tamburo basco battuto

da una coda di lepre. Chi laverà___________

tutti i cucchiaini? Chi getterà queste ossa

di pterodattilo ai lupi?

 

 

Elia Belculfinè

18 gennaio 2012

Elia

                                   

La poesia di Elia è un ibrido di pensiero, eventi, sintesi fulminanti e piccoli particolari determinanti all’armonia totale nella quale tutto il suo essere fluisce. Egli ama la poesia come ama la sua donna e questa carnalità possente si percepisce benissimo: la notte “dolciastra” “scoppietta fra i denti”, sicché noi la assaporiamo e la sentiamo come un fuoco d’artificio che vive prepotentemente. I capelli della donna amata hanno i colori dell’olio nuovo, ecco, assumono corposità liquida giallo verdino: non si può davvero dire che qualcuno, prima di Elia, abbia usato tali aggettivi, metafore e mescolanze. Un modo poetico di porsi azzardatissimo, che nelle sue mani è semplice, ma soprattutto sovrabbondante, sicché una metafora ne genera altre e ancora altre, la sua poesia diventa infinita, non incomincia e non finisce: c’è ed è circolare.
“Come ogni donna tu ami con il sangue pieno”: l’innamorato trae una regola generale dal proprio caso particolare, se poi questa meraviglia sia vera o no è secondario, non gli interessa.
Volevo anche dire qualcosa anche sui suoi “a capo”. Per un poeta moderno, che si affida alla musicalità interiore piuttosto che alla metrica e rima esteriori, gli a capo sono fondamentali e mai casuali. Eppure quelli di Elia arrivano imprevisti, come se uno avesse parlato di seguito a lungo e alla fine, a caso, gli mancasse il respiro. Allora ecco lo spazio bianco, senza una regola, che lui non mette dopo il punto, ma riprendendo fiato quando non ne può più.
Per fiato intendo la sua pienezza poetica e la sua novità.
C’è una grande naturalezza espressiva, che viene da un pensiero poetico costante. Non si sente alcuna costruzione o sforzo creativo, che egli sorvola anche quando un pullulare di metafore emergenti l’una dall’altra dovrebbe creare una boscaglia, e invece qui c’è uno strano ordine disordinato, dove ogni parola si mescola senza unirsi del tutto, ma riemergendo in colori puri, prepotenti, caldi e intensamente umani.
Egli non teme di chiamare “amore” la sua donna, “venuta per resuscitare i morti”, e di esprimere anche il male della vita :”ed ogni cosa è aceto”. La sua poesia è da godere come una bevanda dai sapori confusi d’incanto non stridenti durante una giornata di caldo e di noia. Non è una poesia facile perché l’irrazionale e il razionale s’intersecano formando una strana linea di pensiero difficile da commentare, ma semplicissimo da assaporare. C’è anche un altro elemento che soltanto la grande poesia lascia: si rilegge e nuove sfumature rapiscono, sicché uno dice: ancora la miniera non è esplorata, il più e il meglio rimane nel fondo dell’iceberg.

Domenica Luise

 

                         

                        

.
Nemesi

Sto con la tua voce, adesso,
donna piena

di lemma.

Adesso è spazio, non è tempo, quello che non ho, neppure un granello ne ho piantato
in riva al mare. Ma una scusa vale l’altra.| E’ una notte dolciastra, attesa
da una vita, scoppietta fra i denti,
mentre pilucco preghiere
di cui non
ricordo la fine e mi rincresce di non avere
modo per invocare
una specie di pietà sensibile,
una rinuncia definitiva.
E’ mia nonna che me lo ha insegnato: tenere sempre in bocca qualcosa
mentre si prega, ma che sia piccolo, un tipo di isola
possibile.

Anche un chicco di riso può andar bene, quando mancano i simboli
e non resta che la stanza vuota, nemmeno il camposanto
di quell’estate a precipizio sul mare, e
i tuoi occhi scuri battuti dal vento
sopra una tolda ventosa,
pieni di relitti e di
aeroplani.

                                       

II

Sei coscienza,
sangue, e questo specchio lieve che mi unisce a ciò che è fuori.
E sei, e i tuoi occhi, ciò di cui

un uomo non ha paura, li ho conosciuti,
il sole era grato di
risplendere

fra i tuoi capelli quel giorno, almeno sembrava.
Hanno il colore dell’olio nuovo. La notte non è cieca qui, ti
vedo nei primi amori lavati con spazzola di ferro,
i primi, battezzati con la tempesta nel
cortile della

grande casa.

Tua madre raccoglieva la pioggia per le piante in una grossa tinozza azzur_
ra messa fra i gerani, e ti innamoravi di tutti questi
fantasmi, lo credo. Era il tuo sangue che
amava. Come ogni donna tu ami con
il sangue pieno.

E sperperi l’amore per il mondo.

Oggi sfioro
la tua luna. Tua perché tua

Tua perché hai pagato.
La sfioro con la piuma d’oca delle mie dita. No, non è una piuma!
è una cava di ardesia, perdio! ma la mente
è un albatro, questo è certo, e il corpo
si sfilaccia sempre più facilmente.
Pesa essere un figlio.

Ogni giorno, amore.

                     

III

Credo

di non aver mai sperato così forte, prima.
Credo molte cose. Credere una cosa non significa necessariamente escluderne un’altra.
Ma è così che un uomo diventa uno che se
ne intende

di cassette di sicurezza, di davanzali e spifferi,
dei desideri, della polvere che può intasare i polmoni;
andando per eliminazione, fino a una
specie di salvezza.

Mi hanno allenato
a morire, nient’altro mi

riesce meglio, sai?

Scassinare e scrivere.

Nonostante tutti i discorsi sul vento e le rane e il fatto che a un ladro non si paga
la vecchiaia. Ci vorrebbe una domanda adesso, su questo
specchio d’acqua di neve sciolta
fra i pioppi,
un quiz a sorpresa come sui banchi
e non ho nulla da

chiedere. Nemmeno so il tuo nome e se sei una.
Ma sento crescere in me la parola,
proprio ieri invocavo
un caos irreparabile,
come deve sembrarti una lacrima usata per
gioire. Per essere felici soltanto
Perché impazzisco sempre più spesso negli ultimi tempi –

Un demonio lo si trova per ognuno ed ha una sola voce.
Non vuoi proprio dormire con me?
Scrivo ogni cosa aperta a pochissimi fiumi,
non compatto – io – e bestemmiando sul fondo del bicchiere
Perché è lì, nel convivio, che
è scritto il nome del
poeta.

                             

IV

I tuoi occhi staranno senza eccezione
fra i teatri più animosi della luce, li vedo già coperti da lenti scure
Non si parlerà di

risurrezione senza scrivere in calce
la parola malleveria, senza associare il tuo respiro a
qualche grossa banca.
Vendono le nostre mani nel mercato
in piazza, amore.
E giro con la moneta del sole fra le dita
non è poi così calda, sai?
Ma fa ribollire il
sangue

Ed ogni cosa è aceto. Fresco contro l’arsura delle arroganze.
So che guardi costeggiando questo mezzo buio su poche
vecchie cose portate da amici
che non vedo da anni

so che guardi e stendi il velo della bellezza senza che firmi in cambio nes
sun assegno e il mio animo sobbalza quando ti siedi e
stranamente la sedia non diventa
un trono.

Ma ti accoglie come accoglierebbe chiunque.
Non ne so costruire

E’ di questo che mi vergogno, perché cerchi la sosta, ed io qualcosa
da non finire. Continuerò a contare le cose che non
sono accadute, cose andate in malora per via
di certe parole.

I balconi lasciati alle pietre, alle erbacce.
Ma il mio cuore è un’isola
incantevole, ogni infarto da poco lo ha fatto –
non ci sono tesori al mondo, amore.
L’anima è aria, desiderio.

E anche gli ultimi smetteranno
di parlare.

                             

                          

                                   

Novembre

Lo scenario – il tuo
sangue incrinato – la coppa di una grande divinità indiana – la tua
terra – la moltitudine nei bar sovraffollati, la sera prima della
grande festa – Vino, eternit
Rituali e tramonti: il

Titolo è della poesia

di Vittorio, e inforchi il tuo arcobaleno perché le
strade qui da fare a piedi
lasciano piccole

vesciche nella suola delle scarpe. Bmx. In fin dei conti
sei cresciuta guardando il meteo sul terzo
canale, guerre stellari,

come premio per il buon contegno. Sbuffando
per un riflusso della bile,
ingoiato l’ultimo

boccone.

                               

II

Il testo. Risicato, preso da una locandina

della sagra del borgo medievale –
banda popolare, i
fagioli

bolliti in un trogolo di cotto.Sostenuto – primadonna – tu che piagnucoli, ma è gioia, nel vedere
che tuo nonno Vincenzo ha un posto davvero accogliente,
su al cimitero vecchio, nella
cappella di San Felice.

Perché chiedere un sorso d’acqua?
Su questo avrei da ridire,
amore mio.

Il mio, di nonno? Mi ciba da anni – resoconti
– anitre selvatiche –

marchiati a fiamma ossidrica nella mani di mia madre. Come
aprire un lunario rubato di sottecchi
al tempio
al centro del giardino, fresco: l’albero mzimu, un abete di 30’anni,
in cui
si incarnano gli spiriti dei miei gatti – ne ero certo, qualche
anno avanti – E’ da qui che dobbiamo ripartire.
Staccare il frutto prima

che sia maturo,

III

bagnarci la lingua nell’acqua di scolo dei Poeti, ora che il giorno lo
scagli nel fiume della fontana, sasso dopo sasso. Deve
venire la gioia, sollevando le cortine da
sopra agli occhi
confusi: quello che tu hai cercato,

quando la follia spuntava cocente nell’animo illogico:
un filo d’erba che spacca la zolla,
muto

e intralcia le normali faccende dei morti: punti, sanguinano
e cadono in polvere.

Lasciatemi dormire – la sala vuota,
qui, dietro la coulisse
del mondo –

non ufficiale. Generico.
Doppio.

                           

IV

Con la sola luce dell’ora di pranzo. Levata in alto, aerea, la cantilena
dei forasiepe tra i castagni di quest’estate, camminavamo
tra gli alberi e i pali del telefono,
nudi come solo

gli innamorati possono essere,
ci sgolavamo giù per il fosso:

l’insostenibile bascula dei pensieri. – Una danzatrice
del ventre, occhi pieni
di insegne tutto esaurito, in qualche
trattoria, simbolica:

coreografia;

donna maestosa, dea del minuto e
dell’ora viva.

Zoppica, vestita di tulle rosso. Ha i tuoi stessi occhi feriti come
una colomba, il tuo fiato che si squaglia
nell’acquasantiera.

Sei venuta per recitare la parte dell’Imperatrice.
Selvatica. Sorpresa mentre
sollevi la mano

contro i tendini della luce gelata. Sei venuta.
per risuscitare

i morti.

                         

                                            
Piccolitudini

#8
Luna calante
Si incendiano le orbite dei versi;
luna crescente.

#9
Le mani fredde.
Cosa bolle sul fuoco?_ Un
rollio di culle.

#10
Ora mi sveglio.
Trent’anni ho vissuto
Acqua chiara.

#11
Crepita il tempo;
ho scritto lettere piene d’amore.
La forma di antilope.

#12
Siamo in 2. La rosa
e la forbice. Un giardino
pensile.

#13
Spacco una mela. Non avevo mai avuto
così freddo. Scrivo a una
vecchia fidanzata.

Mi chiamo Elia Belculfinè. Sono nato a Caserta il 29 settembre di qualche anno fa. Scrivo poesie da prima di quella data (mi pare altissimo dirlo, ma non mi prendo molto sul serio, a dire il vero).
Abito a Caserta con la mia compagna.
Elia

il blog di Elia Belculfinè