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Fausto Paolo Filograna

12 maggio 2018

Copertina persona

Immagine profilo

 

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte
le tue creature, spetialmente
messor lo frate sole, lo qual
è iorno, et allumini noi per lui.

Francesco d’Assisi

Eravamo a Gallipoli notte piena
eravamo pochi e bianchi faceva freddo
non ho voglia di mangiare questa notte
eravamo suicidi e battezzandi
attraverso la strada principale si arriva presto

fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare
la bionda seduta è vestita uguale all’altra
e ha gli occhi di un uomo morto
fermate la bionda non sopravvivrà
ha gli occhi di chi se lo prende il mare

un tizio con una torcia è messo a scacciarci
siamo troppi e puri come bestemmie
siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte
un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare.

Una città ci deve essere

Ma una città ci dev’essere
e dal mare merita un excursus.
Insegne a forma di croce ne diffondono la luce intermittente
la città ne vive illuminata a volte sì e a volte no
– e nel complesso no -.
Un tizio un girovago solo intuìto dai passi
o solo immaginato incedere, qualcuno
con scarpe leggere passa sulle macerie
e rotola, coi piedi, o con le scarpe
pietre sulla strada di pietre
piedi bianchi che possiamo solo intuire
strada nera che possiamo soltanto immaginare
scostano e fanno rotolare
pietre e caclinacci e i ferri
dei lavori incompiuti e lasciati lì senza nome.
Resti dell’acqua
di quando c’era l’acqua
questo è quello che fa l’acqua: portare
restare
senza esserci più.

Non c’è bisogno di immaginare luoghi, antiche regioni
cantieri abbandonati, desolazioni
residui del mare è soltanto
terra, visitata durante una stagione estiva
e abbandonata sotto i vestiti delle donne
andate, e ancora immaginate
svestirsi e rivestirsi dopo un bagno
e lasciare ciò che erano e andare via
come se ne vanno i serpenti
terra
tanta, morta soltanto perché visibile
terra con non più acqua
nata (ma sarà
poi vero?) per morte.
Il mare ha lasciato carte di consumazioni e manciate di ossa
da calciare e spostare con la punta della scarpa. Vieni
guardiamo meglio
non ci è rimasta
che simbologia
e l’importanza
del nome. Il tempio
è rovesciato.
Gli atridi piangono le colonne.
Dio se n’è andato.
Questo cumulo di ossa
questa volta chiamiamolo madre
perché con amore va guardato.

Vita senz’acqua

Vita senz’acqua
dove c’era acqua, dove c’era un fiume, o forse –
e più probabile –
il mare. Il mare, nella sua Onnipotenza
dominava su tutto.
Magari
non essere più
niente se non qualcosa, qualcosa
se non niente come questa città
ricordata solo per essere ciò in cui una volta
c’era il mare
come la donna che piange ad un angolo
e forse urla senza definizione
con la mano capiente per contenere…
l’essere, probabilmente, e poi
dimenticarsene. In questa città
c’era il mare, dove ora sono ossa
e manciate di respiro di Dio,
da amare solo per amore
(di Dio).
Strade strade strade, viste una volta
nell’aprirsi di un sole mattutino, marmi
come corpi fuoriuscenti dall’acqua bagnati
vivi solo della loro splendente impermeabilità.
Immagini ripeterla fino al cuore, uguali superfici
ripetere se stesse – se fosse un cuore
marmo e superficie, in perfetta continuità
un David riemergere dalle acque, in perfetta
ripetizione di sé un cuore di pelle risplendente col nome di strade
«questa strada la chiamerete
la strada che ha contenuto Dio»
Questa città ha unito il tempo
questa città la chiameremo brocca
perché il mare ha contenuto.
Alla domanda: di una brocca
pròvati a dissetare
non risponderemo.
(E della divisione
fece supremazia).

 

Ricordo di spessore

Vita è violenza di immaginazione
o solo ricordo
e qui, sulla via del mare
solo una foto emerge tra i calcinacci. Le pietre
non scoprono gli occhi
e tutto è ciò che è solamente. Non qui
non qui si può volare dal mondo, non
qui riemergere o spirare, qui
saria già troppo
immaginare.
Tutto questo spazio
non è che arbitraria voglia di danzare,
volare tra i crocicchi in assenza di peso
ma ci vogliono ali, ci vogliono gambe a danzare
e ci vogliono occhi, almeno
dotati di gambe; la luce
non è che luce, di stelle o vetrine
e una danza, in definitiva, non attraversa la strada: puoi solo immaginare
ciò che vive in assenza, la danza di foglie
che non avviene
dalla schiera dei caseggiati
a quella di fronte. Qui
non emerge che una foto,
nella luce impossibile e forse
ricordo di stelle lontane. Le pietre
ne sconvolgono il volto, ne nascondono gli occhi
abbreviati e forse stesi
come guardare in alto l’uomo
che ti sotterra.
Così leggemmo scritto su una targa ciò che non ha occhi
non chiamarlo volto
è ciò che è solamente
come un’automobile che, spiegando le ali
non si riesce ad alzare.
Così gli occhi non sporgono a scostare le pietre
ciò che è è solamente
sotto le macerie appena la metà
e il resto
è solo ricordo
e voglia
di religione…

È solo violenza l’umano
prevaricazione o eccessivo sforzo,
in fin dei conti fraintendimento.
Colore sbiadito, o foglia
che si posa su un volto ghiacciato
senza per questo farne un albero.
Trasparenza in fin dei conti
senza corpo da trasparire
luce, ricordo travolto di luce
¬luce che non può nutrire, luce
soltanto. Miracolo
è la trasparenza. Le insegne religiose delle discoteche
ne diffondono le intermittenze
e tutto è ciò che è solamente
luce
e ricordo di spessore. Qualcosa
color ametista.
Pietà Signore, pietà.

Una città ci dev’essere, e questa
ha conosciuto le tenebre delle vetrine
il silenzio delle croci disabitate da anni e mai
rinfrescate da un corpo
e qui, definitivamente chiamate
strade.

Ekstasis

San Tommaso, fantoccio impagliato,
aveva una penna a gridare per lui
brutto com’era. Risorto, si sa,
ma prima, ahilui, morto.
Conobbe la sofferenza, e la ripudiò
ma la più grande grandezza
è soffrire, la più grande santità
morire. Così
dissi all’epigrafe di una madre: felice
io sono della tua morte
felice della tua vita finita
della tua malattia, della tua bianca
nullità, della tua mortificazione.
Ma questa volta chiamiamola
glorificazione.
Ascolta…
Il canto che viene da ovunque –
da sciami di televisioni abbandonate
o forse dal petto del nostro girovago –
non risuona per le strade
è come un filo che si dipana per le strade
e non risuona.
Non è voce, questa, risuonante
poiché non c’è un petto in cui risuonare
e i corpi che giacciono qui tutti intorno
non hanno cavità o pance
sono come casse armoniche rotte
e noi, acquattati con le schiene lungo i muri
non sapremo mai se il canto che udiamo
sia un canto di gioia
o un grido dell’umano
più lugubre e più tetro
del vento che passa tra i fili degli autobus.
Potremmo urlare, certamente, e questo
è ciò che fa quella donna rannicchiata ad un angolo
senza gridare solo soffrire
senza eco nelle pance degli uomini vuoti
così la sua morte continua
ricorda la morte dei pesci o l’urlo dei terremoti
nelle falde oceaniche subissati da chilometri di metri cubi di acqua e forse
non è più morte
è solo il grido delle macerie
illuminate a volte sì e a volte no. Beatitudine forse,
miscredenza. Beati quelli
che ‘l sosterranno in pace
ca la morte secunda
no ‘l farà male.

II

Così all’ora sesta si fece buio su tutta la terra
Il figlio gridava, il cielo spariva
ed ecco il velo del tempio si squarciò
piangi o Madre di Dio
la terra tremò e le rocce si spaccarono
le tombe si aprirono e molti corpi di santi risuscitarono
piangi Tempio dello Spirito
uscirono dalle tombe così com’erano
ed entrarono nella città santa
davvero davvero costui
questo è quello che non fa il cielo, donna
questo possiamo soltanto immaginare
nel silenzio ametista di queste voci
che sembrano dire fate presto
si chiude ma forse è il vento
forse solo violenza,
immaginazione
o voglia d’altro, forse
di religione.
Donna donna donna
chiamata da qualche parte Madre, o Giusi
non immaginate i suoi capelli biondi
(fasce di lamenti i suoi capelli biondi)
non immaginate i suoi occhi bruni
(bagliori di stelle i suoi occhi bruni)
non immaginate nient’altro che fasci di lettere,
la donna in questione era solo il niente che va dalla G alla I.
Non immaginate altro:
questo è la sua tomba
questo è il suo corpo, questo
il suo battesimo dell’acqua
all’ora settima e il velo squarciato:
Giusi.

III

Da una parte, lontano cade una chitarra e non fa rumore.
Questo è il momento di chiedersi
ci sarà pelle? Ci sarà
carne lungo tutte le strade le finestre
lungo tutti i nomi scritti sulle porte
ci sarà vita dentro? e ancora passando
con un soffio di vento per piedi ci sarà
vita dentro? e ancora ci sarà
vita dentro?
Dietro i muri intonacati non emerge spessore di muscoli
chitarre di cemento armato
girandole che conobbero il movimento
hangar che conobbero l’urlo delle catene.
Ricordo di piazze desolate, grandi bocche, quelli
furono i loro denti, le case
morte per fame, magre per attesa,
lampioni nella violenza dello spegnimento
furono i loro occhi
e tutto giace nella confusione della luce
e del buio e di ciò che si può solo vedere.
FATE PRESTO SI CHIUDE
Quando cadde quella colonna dicono i vecchi
terribile fu il rumore che fece
ma loro sono sordi
e nessuno sa più niente dell’udito.
Occhi furono tutto ciò
occhio fu Dio nei secoli dei secoli
ab aeternum ecco l’eternità
ciò che si può solo vedere
la perfezione al massimo riflessa
e mai grande abbiamo peccato
dicevano i vecchi
abbiamo peccato.
Pietà per il sole.

Un sole splendente come mille vetrine o stelle
ricordò la Verità
e la Verità era l’ombra per terra e la luce sui corpi
senza sole dicevano i vecchi
ci saremmo amati abbracciati confusi
senza mai vedere noi stessi
senza mai dunque dimenticarcene.
Su questa città, sole o non sole,
splendeva una luce
e gli anziani sbalorditi ai loro occhi
dimenticarono se stessi

vedendo la luce che li illuminava.

 

IV

Pietà, Signore, della luce. 

Chiamarono giovinezza la luce più dolce
e vecchiaia quella più truce

Pietà, Signore, della luce.

Chiamarono muri le case
e pelle i fratelli

e presero le ombre per le persone che cominciavano dai loro piedi 

Pietà, Signore, della luce.

 

 

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