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Fernando Della Posta

2 aprile 2020

Sembianze della luce

 

Poesia come luce

Nei diversi messaggi scambiati con Fernando Della Posta nei primi giri di bozze, l’autore mi offriva ogni volta un’ipotesi di titolo diversa. Ogni nuova proposta aveva però come centro la luce e ne conteneva invariabilmente la parola, segno che il rovello del titolo (che in verità attanaglia quasi ogni autore alla soglia della pubblicazione) era incentrato sul tentativo di ricomprendere i diversi significati, possibilità semantiche, opportunità immaginifiche che si raccolgono intorno al termine luce. Il timore del poeta era che la luce fosse intesa come elemento singolare, escludendo l’insieme delle molteplici sfaccettature, delle diverse temperature, dei diversi colori e corpuscoli che la compongono. Bisognava dare atto al lettore di questa molteplicità ed ecco allora la soluzione prescelta: Sembianze della luce, un titolo multiforme che andrà a svelarsi di fronte a chi legge, testo dopo testo.

La luce è allo stesso tempo la poesia e il linguaggio che le dà corpo, depositandola sulla pagina, è il prisma che la scompone nei suoi elementi essenziali. Si tratta di offrire delle possibilità di realtà, stratificazioni e tagli che mettono in risalto gli elementi rilevanti dell’amore, dell’esperienza di scrittura, della relazione, ma anche della disillusione e dell’impegno civile.

La poesia di Della Posta è una scrittura del possibile nella quale trovare il senso del divenire, quasi una scrittura quantistica, un paradosso del gatto di Schrödinger, dove il testo prende vita e si costituisce realtà solo nel momento in cui il lettore apre la pagina.

La luce ha dunque diverse manifestazioni. Si tratta di apparenze che regalano al lettore diversi sguardi “angolari”, o per meglio dire diverse sembianze della luce.

È allora evidente come già in questo titolo polisemico si nasconda la complessità di un libro che regala squarci e varchi nell’esistenza di chi legge, per gettare lo sguardo, come invita l’esergo iniziale, mostrandosi come opera necessaria, matura, a tratti coraggiosa. […]

Dalla prefazione di Luca Benassi

 

 

I solstizi, le marionette,

la diagonale del quadrato

sono tre cose meravigliose

secondo Aristotele magno.

*

Nelle gole il sole raso spazia

come lo sguardo di un amante.

Luce del corallo di cammei disciolti.

 

 

 

Se le dimostrazioni risiedono nei fatti,
già prima che qualcuno le sveli,
non importa tanto il nostro pensiero
ma se stiamo alle fondamenta
o all’apice di un antico edificio
e fino a che punto questo stia per sgretolarsi.

Mentre conversiamo
la luce del tramonto invade le nostre stanze
e ci culla dolcemente.

 

*

 

Quegli orribili abbigliamenti
quelli consoni all’età, o alla condizione
ci dicono che ci sono passaggi
nella vita che ci sono obbligati
– goffo, persino l’imperativo
come la biglia che s’ingolfa
nel muricciolo di sabbia asciutta.
S’incomincia da una pagina bianca
che anela ciecamente ad una scritta
a chiare lettere che recita:
Finisterrae!”, poi la bufera.

 

*

 

Non è facile, non è facile catturare una luce
nel temporale portato dal vento, mentre
la noia pasquale imperversa, e una parvenza
di perdita ci assale, una caduta al ribasso
tra le lente ore che passano, incespicando
in un buco, una gora, una traccia, una fiumara
che s’ingrossa dietro i vetri che si riempiono
di timide gocce di cielo ricacciate nel nulla
dal lesto sole. Altri maestrali si porteranno via
questi già vecchi e fragili puntini di mimosa.

 

Luce autunnale

 

Ti stringevi nel tuo chiodo
il collo avvolto in uno scialle violetto
i capelli neri come piume di corvo
sotto una pioggia di foglie.
Avevi un pallore di materia fragile
ma le guance sorprendentemente accese.
Il sole si nascondeva
dietro strali di nuvole blu.
I nomi dei giorni si dimenticano,
restano sequenze che sarebbero indecifrabili
se non ci fossero palpabili emozioni
che più lentamente,
come braci di un fuoco spento
col tempo si dissolvono.
Viviamo scambiando senza volontà
un tepore che è tutto, con cenere.

 

Convalescenza

 

Tergiversare sospesi
come fantasmi al mondo
nei risvegli della convalescenza.
I cifrari si riducono all’osso
e l’alfabeto dell’essenziale
riacquista la sua importanza.
La sorpresa che fa bene
è quella dei volti che si rivelano alla luce
e che ci rimettono al mondo,
con la sicura delicatezza dei gesti
e dei discorsi, come i nuovi padroni
accolgono il cucciolo
strappato alla nidiata,
che deve ricominciare a fare
lunghi sorsi di vita.

 

*

 

Quella sera il poliziotto e suo figlio
vennero da me: scrive versi
– dice orgoglioso – mio figlio – occhi azzurri
forse come sua madre – pensai,
non come le pupille opache di corteccia
di suo padre, forse molto in là
con gli anni – dicci come si sta
seduti sulle nuvole della grazia.
Si sta su nuvole di piombo – pensai,
ma non lo corressi. Dissi solo
che se una piuma dai, una pietra togli
ché la questione non è tanto lavorare
per la ricerca di una gloria duratura,
semmai un amare con costanza
come il gioco del tennista di seconda fila.

 

*

 

Vidi la versione sua, più antica
in una giallastra foto d’epoca
spiccicata sua madre
che la seguiva d’appresso
ondeggiante come una giara
nobile contenitore di vissuto
altare apparecchiato di conforto.
Mi dicesti: “sei materiale
vedi occasioni da far tue
sempre senza interpellare
chi stai facendo oggetto
del tuo bisogno d’ammalato”.
Così apristi in me un varco
e capii che per coloro che scegliamo
ci facciamo linfa e nutrimento
e che legarsi è sempre un investire
per diluire la nostra identità,
disperderci per poi trovarci, forse,
senza poterne dare annuncio
– non ne varrebbe poi tanto la pena
pochi starebbero ad ascoltare –
nelle fila delle vite altrui.

 

*

 

Siamo stati due punti
che si sono allineati,
trafitti dalla stessa
spietata linea retta.
Non è stato tanto un male
per noi che ad ogni modo
nel nostro piccolo cantuccio
abbiamo trovato la maniera
di colmarci, è stato un male
piuttosto per il resto, tutto intero
che un giorno si è trovato
due persone in meno
a rispondere all’appello.

 

Turning Point
               
               
Lo sprovveduto il principiante
l’outsider – l’ammanco dell’accademia
che viene subito colmato
con la semplicità impossibile –
avviene spesso che chiuda con lucchetto
l’ala impolverata del castello
e che il legno le fondamenta la grondaia
il transetto l’avancorpo
entrino nello sfacelo.

Dove il suo occhio di leopardo alligna
la consunzione accelera gli eventi
senza poter chiedere appello
o redigere un riassunto.

Chi sta in basso grida più forte
e il limite è un cavaliere appiedato
che sistematicamente sorpassiamo.
Genio è fiamma che brucia e resiste.

 

*

 

Fernando Della Posta, nato nel 1984 a Pontecorvo in provincia di Frosinone, laureato in Scienze Statistiche, vive a Roma e lavora nel settore informatico.Tra i tanti riconoscimenti ottenuti in poesia nel 2011 è arrivato tra i finalisti al concorso di poesia “Ulteriora Mirari”

nella sezione silloge poetica inedita; nel 2015 è risultato tra i finalisti del concorso letterario “Sistemi d’Attrazione”, legato al festival “Bologna in lettere 2015”, nella sezione dedicata a Pier Paolo Pasolini; nel 2016 vince il concorso “Stratificazioni: Arte-fatti Contemporanei” legato al festival letterario di Bologna in Lettere 2016 nella sezione B poesia inedita a tema libero e ottiene una menzione al XXX premio Montano per la silloge inedita. Nel 2017 vince il Premio Nazionale “Poetika” nella sezione silloge inedita. Nel 2018 si classifica secondo nella sezione inediti di poesia al Premio “Andrea Torresano”, ottiene una segnalazione al premio Lorenzo Montano per la silloge inedita e vince il Premio Letterario Zeno nella sezione poesia. Nel 2019 ottiene piazzamenti da finalista per la raccolta inedita ai concorsi: “Paul Celan”, “Pietro Carrera” e menzioni speciali al premio nazionale editoriale  “Arcipelago Itaca”. Sempre per la raccolta inedita ottiene la segnalazione al Lorenzo Montano. Sempre nello stesso anno, inoltre, ottiene il secondo posto nella poesia inedita e la menzione di merito per il libro edito “Voltacielo” al premio Chiaramonte Gulfi.

Numerose sono le sue recensioni e le sue sillogi reperibili su diversi blog letterari come «Neobar», di cui è redattore, «Words Social Forum», «Viadellebelledonne», «Poetarum Silva», «L’EstroVerso» e «Il Giardino dei Poeti».

Nel 2011 ha pubblicato la raccolta di poesie: L’anno, la notte, il viaggio per Edizioni Progetto Cultura e, sempre in poesia, nel 2015 Gli aloni del vapore d’Inverno per Divinafollia Edizioni, nel 2017 Cronache dall’Armistizio per Onirica Edizioni, nel 2018 Gli anelli di Saturno per Ensemble Edizioni e nel 2019 Voltacielo per Oèdipus Edizioni.

Fernando Della Posta

7 marzo 2013

 Fernando Della Posta

        

Normalmente le poesie di Fernando Della Posta qui raccolte iniziano da un punto culminante addensato, da cui il pensiero si dispiega concentricamente come un sasso nel fiume. C’è una grande ricchezza umana dove la coscienza del dolore si intreccia a una profonda delicatezza di sentire l’amore. In Versi sfusi, dove sfusi significa liberati o anche usciti con prepotenza in casualità apparente dalle proprie radici, il poeta è “un avventore che paga da bere a tutti…con versi viscosi come alcolici oleosi – sierosi – – quasi purulenti”.

La vita, ne “Il deserto dei Tartari” è desolazione in un continuo entrare e uscire, andare e venire vano, ma poi interviene la speranza in “La favola dell’albero di Allah” dove le prime due strofe sono un’autoaccusa: “Ho tradito…Ho tradito“, ma subito dopo, imprevedibilmente, si addolcisce fino alla tenerezza: “È così fragile l’amore in boccio, è così improbabile che scoppi un terremoto, eppure accade”. Qui il “terremoto” è l’amore che arriva, impetuosamente, a maturare e realizzarsi nel vicendevole possedersi e riconoscersi. Ma la precarietà dell’amore è subito puntualizzata nei versi immediatamente successivi: “Possono incontrarsi foglie mentre cadono, si girano di scatto, s’abbracciano cadendo. Un alito di vento le separa, un alito di vento unisce“.

Saltano all’occhio l’incisività e la semplicità espressive: lo stile è equilibrato.
E c’è l’intreccio di suoni e sogni in Kaleidoscope mentre ne Il quartiere S. Lorenzo il luogo diventa stato d’animo che si allarga oltre la terra: “È una donna che fuma. È una goccia di liquore sulla faccia bianca della luna”.
En passant: la storia umana è sfuggente e zigzagante come il passo dell’ubriaco e non è fatta “dell’ostinazione delle date“, ma di vita al cui calice il poeta beve fermamente.
In Visi c’è l’amore di compassione per gli altri e quello sguardo poetico intenso con cui l’autore li distingue, sicché la loro vita diventa dolore o allegria per chi li sa vedere.

Domenica Luise

                         

Versi sfusi

Prendete il poeta come un avventore
che paga da bere a tutti.
Conosce tutti i suoi compari
– non li conosce – ma ci parla –
compagni di bevute e shortini
di sambuca – ma ci parla
con versi viscosi come alcolici
oleosi – sierosi – quasi purulenti.
*
/ Qualcuno va via e resta parziale.
/ Un cilindro tagliato obliquo
/ con gli occhi da sole. Gangster
/ dal cravattino rosso rosa nero.

Boccia sul biliardo, la biglia otto.
Si gioca una partita dove chi si vede
è uno solo. Ha un contorno nero
ma dentro è nudo come il bianco.

Si rientra al bar – riparte la cinepresa
col suo ticchettare a raggi, da bicicletta –
se riboccia ancora, la otto al centro
o se stecca, ancora una soffiata.

Il deserto dei Tartari

Un essere umano è i mondi che si sceglie,
alcuni li percorre, altri li oltrepassa.

“Accetta gli scompensi dei pesi
e le bilance sempre in mancamento!
Sono l’equilibrio, che più ha di vero!”

Quest’eterno contraddire il senso,
che con la parola di rado si accorda,
l’ho trovato nell’essenza del fiore
che di continuo si apre, di continuo avvizzisce.

Ho visto camminare soldati di pattuglia
davanti a muraglie senza fine,
– in una ricognizione – che non ha mai fine

… tirare avanti dinanzi a certe porte
in altre ancora entrare, poco dopo uscire

La favola dell’albero di Allah

Ho tradito il mio sguardo pensando
che fosse tutto un arrendevole abbracciarsi
e strascicarsi di parole appese al labbro.
Virgole negl’interstizi, o nell’intervallo
della carne rossa,
e opposizione nell’unione dello spirito
che tutto separa tutto include – adolescente.

Ho tradito il mio sguardo pensando
che un filo rosso che si slaccia da una guancia
e si posa lieve su una bocca
ha a che fare poco, con l’amore in boccio.
Un occhio presentito e prematuro
lascia travisare una scelta che c’è stata
ma potrà non essere.
Basterà un cadere lungo i fianchi delle braccia,
uno scostar di lato il guado, una triste vela
a terra che si posa.

È così fragile l’amore in boccio,
è così improbabile che scoppi un terremoto,
eppure accade …
Possono incontrarsi foglie mentre cadono,
si girano di scatto, s’abbracciano cadendo.
Un alito di vento le separa, un alito di vento
unisce.

Dalla mia terra

Dalla mia terra non ho più nulla da imparare.
La poso al suolo come il cane posa l’osso,
ne ho lo stesso suono.

Di tanti amori prematuri io qui ti porto il frutto.
Un po’ consunto, un po’ sgualcito.
Vi s’intravede l’appassire zuccherino,
che saggi poco a poco con il tocco.

Abbine la stessa cura, con cui lo custodisco,
perché – per amarti io ti amo, più di me stesso.

Kaleidoscope
“canterebbero corde più libere
oltre la parola”.

Di fini intessuti occhi e caleiscòpi
è un intreccio di suoni e sogni,
visione di rammaricante nostalgia
persuasa dai sentieri di maggio,
pietraie secche e fili d’erba
come draghi smerigliati;

un’acqua acuta e fredda sotto l’ombra
di chiome vermiglie, trapunte di sole.

E i raggi di luce intèssono
maglie d’intricati rami, lingue di foglie
venate e pendenti, asparagina secca
dal granulare grigio,
monti di terra rossa, semioscura,
nel crepuscolo.

Quartiere San Lorenzo

San Lorenzo è come un tassello scheggiato.
Ha le case scure come il caffè.

“Mettiamogli dei guanti imbottiti!
Proteggiamone i muri scoloriti!
La neve potrebbe, ammorbidirne i risvolti,
… dei palazzi seghettati.”

Sembra una grande fabbrica dimessa,
un dormitorio londinese.

“Rilassati nella piazzetta!
Rilassati sul suo cuscino!
Li senti i cocci di bottiglia
che danno carattere all’ovatta?”

È una donna che fuma. È una goccia di liquore
sulla faccia bianca della luna.

Vicino la casa del Manzoni, Milano

Mi s’innesta qui, sull’avambraccio
un incanalarsi calmo, di stecche di bambù,
mentre da un riflesso al vetro,
di Porto, mi s’insinua rubino un volto
di Omenone stanco, pensoso.

Entra nell’assimilazione, linfa di sapienza
e ancora protetta si sfalda
la struttura ch’egli regge. Va via il peso,
vino e alambicco, deflagra
pietra e marmo, come canta un girotondo.

En passant

Ho dato di matto a una gara di storia.
E’ che fanno coincidere le date
col districarsi delle ere,
delle correnti e degli imperi.
E tant’altre lagne non ve le concedo.
Il medioevo alto … Chi l’avrebbe mai detto?
Scuro come l’orzo, sbriciolato come il malto.
Volete dare confini – al darsi il passo
dell’ubriaco?

Che il mio cuore lo porto nascosto
dietro il colletto, al margine del gozzo
di Adamo che non ho. Pulsa come
il tamburo dei tuoi eserciti schierati,
che fanno l’imboscata a un pigro vecchio
ma non lo colgono né in fallo né in arrivo.
Dell’arroganza, dell’ostinazione delle date
si può morire, ci si può marcire
pur bevendo fermamente al calice – della vita.

L’ammutolito dietro il suo difendersi
e le definizioni di razza e di omogeneo
del diritto dei pochi acquisito per nascita
e delle sprezzanti rivelazioni di un dominio
superiore, lo getto nelle fauci del drago
della mediocrità di un piccolo mucchietto
mascherato da cervello. Vi faccio battaglia,
non vi do il mio benestare, più di voi tutti
– scellerato – è chi non vi pone l’attenzione.

Visi

Come dei momenti d’allegria
ce ne prendiamo gioco,
così della tristezza
su un viso o su uno scritto,
ne prendiamo allegria – oppure
ne guardiamo il tristo accrescersi
di un sorriso
che nasce o che si spegne,
che sboccia o che si chiude
alla notte.

Vorrei tanto non essere banale
ma la pelle si piega e si può accendere
un disegno
– chissà da quale parte arriva.

Non ne segniamo il tempo e l’ora
sui taccuini.
La tristezza e la felicità – restano
nell’anima sola – di chi sente

              
              

                  

Fernando Della Posta è nato a Pontecorvo e vive e lavora a Roma nel campo dell’Information Technology. Ha scoperto la poesia da pochi anni e come per Pessoa, anche per lui la poesia non è un’ambizione ma una maniera di stare solo. Molti suoi testi sono apparsi sul web, riviste e antologie. E’ redattore del blog di letteratura e poesia Neobar, http://www.neobar.wordpress.com/. Ha partecipato con suoi testi al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello”, edito da Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011.

La sua prima raccolta di poesie, “L’anno, la notte il viaggio” nella collana “Le gemme” edita da Progetto Cultura, 2011: http://www.progettocultura.it/le-gemme/379-lanno-la-notte-il-viaggio-9788860923875.html.

Il suo blog personale, “L’anno e la notte.poesia”:  http://versisfusi.wordpress.com/.