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Francesco Lorusso

7 gennaio 2021

[…] Cominciamo col dire che qui non si narra una qualunque vicenda esistenziale. Intanto perché il poeta ha capito da tempo che la sua vicenda, fin negli interstizi del quotidiano, non si discosta da quella degli altri uomini che abitano casualmente il suo tempo. Il poeta non cerca di consegnarci alcuna storia, non lotta per far sedimentare alcun romanzo. Il poeta è in quanto facitore di un linguaggio. Essenzialmente, sperimenta se stesso in quanto capace di riprodursi in linguaggio, di tramandarsi in parole oltre quell’intelligenza compiuta delle stesse a cui tanti (troppi) anche oggi vanno dietro. Il linguaggio che è in grado di generare attraverso l’esperienza poetica è la sua unità di misura, l’atto che certifica il suo essere nel mondo. Siamo dunque di fronte a una poesia che non ha l’esigenza di refertare il quotidiano (anche se di fatto lo fa, ma a ben altro livello), come è prassi consueta in numerosi (e agguerriti) poeti à la page. Qui non si tratta di produrre referti. Tantomeno di redigere proclami. Qui si tratta invece di pronunciare quel sé che in poesia è sempre sinonimo di inalterabile unicità, anche quando, più o meno consciamente o addirittura rivendicandolo, tende la mano all’altro. Ciò che compie questo miracolo, ciò che lo rende possibile, è il costituirsi del soggetto poetante in linguaggio, in forza primigenia che si lascia abbindolare, per qualche pagina, dalla parola, senza porre alcuna condizione. Naufraghi di se stessi, i poeti come Lorusso ritornano continuamente in mare aperto, anche a costo di es-sere addentati dai pescecani. La devozione al lin-guaggio che li attraversa e li ricrea ogni volta è to-tale. Tale che da tempo non osano autodefinirsi se non come suoi discepoli, adepti di una religione se-greta e immutabile che, tramite loro, si affaccia fra le stelle e le sfida.[…]

dalla prefazione di Giacomo Leronni

 

 

1.
Non ricordo cosa accompagnava il contorno
la precisa misura tagliata lentamente a filo
per quella retta identità del progetto solido
dove il singulto della luce si è alterato bene
proprio nel punto dove la sedia comoda stride
malamente congiunta alla linea marcata del muro
consonanze identitarie che sono state solo lette.

 

 

2.
Non ha corpo la ferita
il respiro regge i gradini
al possesso minimo dei passi
di una mezza mossa sbagliata
con l’aspettativa troppo breve.
Avverti il rilascio dell’olezzo viziato
adesso che ti richiamano le stanze
verso l’urto freddo della porta con l’aria
quando i tuoi giorni vagano con la notte.

 

 

3.
I nuovi fili radenti di grano
hanno dato fondo ai margini
alle sacche improvvise di gelo
dopo un rapido cambio di marcia.
Ritrovando il respiro sul portone
ora colmano la sera smisurata
che ti è passata lungo i fianchi
con la sua ricca borsa di pelle stanca.

 

 

4.
Rivolto nei tuoi occhi
ogni ipotesi soggiace
nella lunga luce dissuasa
che copre e perde i tratti.
Deposti sia l’impresa che il consenso
trova soluzione imperante l’esiguo
con il disagio e il cosmo
coesistenti come unico fondo.

 

 

5.
Le strade aperte sul petto delle camicie
ti ritrovano senza rughe sempre ramingo
in questo gioco di carezze e dolori
sono le case che si addossano fra loro
presso un incrocio intermittente
che solitario ci precetta e perde.

 

 

6.
Lambire gli atomi fragili
lungo i loro argini rugosi
nella ricerca in legame evoluta
da un flusso aperto con la terra
per l’equilibrio abile del tempo
che muta insieme al vento
il passo che rivolta la strada.

 

 

7.
Tutto il tratto si volta di scatto
tra le volute dei volantini lividi
mentre passa immesso nel suo ciclo
retto sul periodo sempre lineare,
con un battito ricorrente fra le case
quando l’evento sta sotto ampie ali
e si ritrova il suo silenzio pieno
nella essenza senza senso
che si percepisce sempre nei presenti.

 

 

 

Francesco Lorusso è nato a Bari, dove risiede, nel 1968.
Dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’atti-vità concertistica come solista e corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e di Diret-tore di Coro con diverse ensemble vocali.
In poesia, dopo aver ottenuto menzioni e ricono-scimenti nell’ambito di premi letterari, esordisce sulla rivista scientifica “incroci” (semestrale di let-teratura e altre scritture) con una densa silloge inti-tolata Nelle nove lune e altre poesie (Bari, Adda Edi-tore 2005).
La sua prima raccolta, Decodifiche, è pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Cierregrafica (Verona) nella collana “Opera Prima”, con prefazione di Flavio Ermini. Segue L’Ufficio del Personale (Milano, La Vita Felice 2014), prefato da Daniele M. Pegorari e con una nota critica del poeta Vittorino Curci; il vo-lume si classifica secondo al 1° Premio Internazio-nale “Salvatore Quasimodo” di Roma nel 2015, e nel 2016, sempre a Roma, viene premiato con se-gnalazione alla VIII Edizione del Premio “Di Liegro”.
Nel 2016 è segnalata e premiata, fra gli inediti alla XXX edizione del Premio “Lorenzo Montano”, la silloge L’Ultimo Uomo.

La sua ultima pubblicazione, introdotta da una bre-ve nota del poeta Guido Oldani, è datata 2018 e si intitola Il secchio e lo specchio (Lecce, Manni Editori).
Al 2018 risale anche il tentativo di indagare la com-promissione fra spinta creativa e attività lavorativa extraletteraria che prende forma in un poema com-posto a quattro mani con il poeta (e collega) Mauro Pierno, apparso, su invito dei condirettori, sulla rivista “incroci”, con il titolo 37 Pedisseque Istruzioni.
Con il musicista Franco Degrassi sonda campi spe-rimentali e di contaminazione tra musica acusma-tica e poesia producendo lavori come la recente installazione Decodifiche2 (2019), avente come “base” l’omonima raccolta poetica del 2005, realizzata presso la Biblioteca Civica del Comune di Bari e in librerie specializzate.
Sue poesie e letture critiche sono presenti nelle principali riviste e nei più importanti lit-blog nazio-nali.
Molti e di rilievo sono i critici e gli autori che si so-no interessati alla sua poesia e ne hanno scritto.
Si dedica ad attività di divulgazione culturale e di volontariato dirigendo gruppi corali legati alle U-niversità Popolari e della Terza Età e con perfor-mance di lettura improvvisata. Dal 2008 fa parte del Comitato Scientifico della collana poetica “Opera Prima” della CierreGrafica.

Francesco Lorusso

15 luglio 2018

02 - COPERTINA Immagine

 

 

Quella di Francesco Lorusso è una scrittura palestrata, frutto di una buona dedizione all’esercizio del linguaggio. L’atmosfera è la casa e il mare, ma i luoghi si intrecciano, uscendo da un regionalismo troppo facile e un po’ scontatamente redditizio. Sin dalle prime battute si pongono le fondamenta della raccolta. A volte, persino un verso è già quasi un testo a sé. Dunque l’urbanistica di tali versi e delle strofe sembra registrare assennatamente “l’accatastamento dei popoli”, in atto progressivo. Scrittura incardinata in questa epoca, dunque. Ma la parabola della traiettoria di queste sequenze dirada il tratteggio mentre si va verso l’apice della narrazione. Man mano la metrica s’impone, persino unitamente a delle tracce di espressionismo d’altre latitudini. Poi, quando la scansione sta andando a compimento, compare qualche concessione al respiro geografico. Allora le individualità del linguaggio si manifestano più esplicitamente, come se i protagonisti della rappresentazione teatrale del vivere comparissero tutti insieme sulla scena. Perché è un coro, voce per voce, figura per figura, quello che va ad affrontare il sipario di questa apprezzabile raccolta.

Guido Oldani

 

I.
La volta bombata dalla bambagia
tira contromano il flusso della forza,
giunge e sospinge pure al ruvido della svolta
intaccato da trilli di suonerie personali
che aggiungono false connessioni
mentre ci migrano di continuo
tante equazioni dalla terra a noi
e con un canto solitario ne attendo
attonito l’attrazione dei tuoi occhi.

II.
La folla già si fondeva al fumo
scuro della sera quando il sogno
si sedeva dietro l’ordine del giorno
accarezzando tutte le nostre cose
come un canto alto di vento.
Perfino l’urlo sottile ghiaccia la superficie
e finge di fuggire la goccia di quella bocca
da un pensiero nella pancia che non ritorna
nel dissapore che con forza digerisco per te.

III.
Rapsodie diffuse silenziano la notte
ti trascinano fuori dalle acque aperte
da questo fiato inceppato nell’onda.
Sono i corpi che muovono la paura
sul mare delle parole marchiate
da una balbuzie digiuna e diversa.

IV.
E non sapremo mai fino dove
noi due fummo in fine sospinti
quali occhi adesso ci separano
e se giacciono il resto delle ombre
alla resa alta della pietra muraria
dove Marte ci pose in campo
un gioco a scambio traguardato
o la nostra porta tutt’ora persa
aperta nel mattino o nello specchio
del presente che oramai ci divide.

V.
Sei aperto da fessure al vento
che è frutto del lavoro di chi paga
di colui che consuma il nome
sul segno certo di suole sconosciute
le voci di una prigione indistinguibile
nervo montante di finestre troppo simili
a forme fatte lunghe di luce già mozza
mantenuta meticolosamente nascosta
all’ascolto di quella parte comune di bocca.

VI.
Si sbriciola pietra, la sola rimasta mite
e pure tu nella cosa perdi senso e via
insieme alla idea incisa nella prima età
mentre ora invisi gli occhi si sono divisi
e nel malore si infrange persino l’amore.
Dove riposa ora quel richiamo lontano,
quell’assenza immancabile di peso?
Sappiamo bene che si può parlare adesso,
inseguiti dal silenzio che ci accontenta
sotto i tanti numeri dei controlli costanti
e seppure si è soli e forse appena più veri
da noi a conti fatti non saremo mai più liberi.

VII.
Se questo verde pieno è con le carte
come negli sgoccioli delle stagioni
a noi non è possibile saperlo, ma cede
appena una parte sui sibili e ne resta coperto
con un rovinoso flesso fatale e finissimo
o come quando si va via solamente seduti
dentro gli specchi doppi oramai grigi di luce
che sono simili alle grinze che ci cuce la sorte.

VIII.
Il panno del fiato sulla superficie
combatte i prospetti dal setto preciso,
se l’oggetto ha l’anima di un atomo
deruba tutto fra i sostantivi presenti
e l’odore acre della carne dal gene sano.
Lunghi fusti di canne fumose
è il fregio che tocca a noi patire
ora che la firma delle bandiere
scuote l’aria fiera verso il basso
senza neppure la gloria delle guerre.

IX.
Così ritorno nella stanza nuda
fra l’umore immutato dei mobili
la sedia sperduta che non mi aspetta
e un suono lontano senza più luce.

X.
Sarà forse un fenomeno del freddo
che passa anche fra le loro consonanti
ma sappiamo che le pietre nascoste
con le mani non si pronunciano quasi mai.
Quale passo mente e separa in patria le voci
come l’ignoto di una divisa spersa
e il nome afono di un atto presente?
Possiamo solo illudere una ragione
noi terra nata già in lapidi senza croci
che senza una discendenza perfetta
subiamo i nostri padri stranieri… e lo sai.

          
              

Francesco Lorusso (Bari 1968), dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’attività concertistica solistica e di corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e Direttore di Coro, collaborando con diverse ensemble vocali.
Nella poesia, dopo aver ottenuto diverse menzioni e un premio nel 2003 con la lirica “Fra le carte”, al concorso “Città di Bari”, pubblica una corposa silloge sulla rivista “incroci”, dal titolo Nelle nove lune e altre poesie (Adda Editore, Bari 2005). Esce in volume con la raccolta Decodifiche (Cierregrafica, Verona 2007), nella collana Opera Prima, prefato da Flavio Ermini.
Con L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, Milano 2014), con prefazione di Daniele Maria Pegorari e una nota del poeta Vittorino Curci, si qualifica secondo al 1° Premo Internazionale Salvatore Quasimodo di Roma nel 2015 e premiato con segnalazione alla VIII Edizione del Premio Di Liegro 2016 a Roma; raccogliendo un riscontro numeroso di critica.
La silloge che da il titolo alla sua ultima raccolta, Il secchio e Lo Specchio (Manni Editori, Lecce 2018), con una breve nota di Guidi Oldani, risulta già segnalata e premiata nel 2015, per gli inediti, alla XXIX edizione del Premio Montano.