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Ivano Mugnaini

18 ottobre 2016

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Il cinema estivo

Il cinema estivo all’aperto
i vecchi del quartiere
lo ascoltano dal parapetto
del fosso.
Seduti uno accanto all’altro,
come pronti per la fucilazione,
contenti del piombo delle macchine
che lacerano il buio.
Non hanno i soldi per il biglietto.
O forse preferiscono non vedere.
Parlano, più da soli che con gli altri,
e ascoltano nell’acqua stagnante,
guizzi di pesci sporchi, inguardabili,
contenti del fango, le squame aperte
a respirare sembianze di sorrisi.
Malinconia nei visi e nelle mani:
rivedono fotogramma dopo fotogramma,
il loro film, il mitra che falcia la Magnani,
le gambe della Mangano, il riso
della Loren che accende nel corpo
e nel cuore un sole mai spento.
È questo il loro trucco, il loro
effetto speciale: restano fuori
a ridare poesia alla poesia, vita
alla vita. Noi, facciamo la fila
per vedere la commedia di Natale
in salsa estiva.

* * *

Amazzonia

Ti parlo in una lingua inventata,
un idioma ignoto, grammatica
che sguscia tra le dita.
La parola vola per chissà quali ponti,
quali nuvole, quali gabbiani. Accade la magia
e tra le mani stringo le foreste, la pioggia,
la linfa dei rami.
Ci separano oceani, milioni di gocce salate.
Vorrei potermi dire che ti ho cercata
con animo puro. Ma ho estratto dai tuoi alberi
il succo per il profitto del mio corpo
e della mente, per il mio continente
malato, per il rigoglio delle tue fronde,
per il tuo fiore dolce, invitante.
Pur sapendo di non sapere niente,
neppure l’ora della tua sera, il risveglio,
il caffè scuro delle strade, ti ho cercata.
Non ci incontreremo. Non ce la farò;
è lontana per me perfino la città dove vivo
da secoli, la finestra sulla mia tortura familiare.
Ho creduto di depredare il tuo oro. In realtà,
la Storia lo insegna, alla fine perde solo l’invasore.
Ora riesco a sperare nella tua rivolta, il sorriso
della rivoluzione.
Eppure, nel silenzio, conserverò una goccia,
un’immagine, stilla impossibile da lavare via.
L’illusione che esista davvero
l’Amazzonia al di là del mare, pianeta
assetato di cielo a dispetto del niente.
L’Amazzonia esiste, entra dentro, permane.
Sorrido anch’io, nel buio, pensandola.
E il battito del cuore, ora, è un luogo.
Sole sulle rughe di gelo dell’inverno,
sogno ancora vivo che fa respirare
l’inferno.

* * *

Sopra

La matrona imbellettata, restaurata
per l’occasione, mi si avvicina, dopo
la premiazione del mio libro nella villa
del conte con annesso vasto giardino,
e mi sussurra pian pianino, ma in maniera
che ognuno possa sentire, che ha avuto
modo di gradire ed apprezzare i miei versi,
ma, a dire il vero, a suo parere sono un po’
sopra le righe.
Ringrazio, non so bene perché, forse
per liberarmi della vista della sua cipria
e della stretta febbricitante della sua mano.
Adocchio agognante un angolo vuoto
distante dal corteo vociante, e solo
allora, al sicuro come un pesce nell’anfratto
di uno scoglio, mi metto a pensare,
cerco di risolvere il mistero, analizzo
ciò che davvero mi ha voluto dire.
Evidentemente a suo parere un vero poeta
deve essere dentro le righe, o, meglio ancora,
sotto, al sicuro, al riparo di un tetto robusto,
a prova di pioggia e grandine, saldo
più di un muro.
Forse ha ragione. Ma sta di fatto che io,
ora come ora, sotto il suo stesso tetto
non mi sento a mio agio. Non sono
in sintonia con il suo abitino color
pastello, con il suo anello incastonato
più saldo della dentiera e meno freddo
dello sguardo con cui taglia
lo spazio di questa sera che avrebbe potuto
essere quieta e solitaria, o calda di risa,
di vino e farina, magari una bella aia
con una dolce e formosa contadina,
una che non sa cos’è una metafora
e ancor meno una metonimia, ma sa
stringerti sopra il fieno maturo e dorato
con un abbraccio appassionato, sincero
di poesia.

* * *

L’ultimo lupo

L’ultimo lupo del mio paese,
si schiera docile al lato della strada.
Mi guarda passare con occhi
spenti, nuvola lontana, segreto
svelato, odore di carne essiccata.
Un tempo quello stesso lupo
divorava il vento e i vestiti,
le ruote e le tonache dei preti,
si intrufolava tra le sottane
e digrignava i denti al sole
fino a farlo fuggire, stranito.
È diventato saggio, si è arreso
ai fucili e alle urla, o è diventato
vecchio, un cucciolo ingrigito,
mucchio di ossa che non sanno
danzare.
O forse la colpa è nostra:
siamo noi che non lo sappiamo
più vedere, non lo sappiamo
odiare come un tempo, ed amare,
per ogni ululato, ogni sguardo
di rabbia e d’amore
alla terra e alla luna
che anche noi
avremmo voluto azzannare.

* * *

Il compito, il segreto

Latte di nuvole, lassù, candido
come i denti di mio padre, nel cielo
dell’estate del cinquantatre.
Guardava sorridendo le gambe sode
delle ragazze sotto le gonne ampie
a fiori freschi, accesi, come i sogni
di quell’Italia misera e felice.
Sfidava sereno, mio padre, il potere
e la gerarchia: lo rivedo ancora, nella foto
in bianco e nero scattata durante la sua naja:
senza berretto, con uno sguardo limpido;
lui, basso di statura, sovrastava
i commilitoni con la forza
dell’allegria.
Diverso oggi è il grado, il tono,
il colore del cobalto: la paura, gli occhi
di questo tempo fugace, tanto rapido
da sfrecciare via, lontano dal suo stesso cuore.
Ma forse è proprio questo il compito, il segreto:
ritrovare a poco a poco il coraggio di guardare
il sole, venendo a patti con l’orrore e la sete,
la pioggia e la terra riarsa.
La salvezza è nel riso rubato alla ragione:
restare nella luce diretta senza berretto,
senza timore, lasciando che il sole
entri negli occhi e nella mente a petto nudo,
respirando a pieni polmoni, come un cigno,
un pazzo, un bambino che urla, o forse canta,
a squarciagola, prima ancora
di saper parlare.

 

IVANO MUGNAINI

Nato a Viareggio, si è laureato a Pisa con una tesi sul teatro rinascimentale. È autore di romanzi, racconti, poesia e saggistica.

    Scrive per alcune riviste tra cui “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “Il Grandevetro”, “Italian Poetry Review”, “Doppiozero”,  “L’ Immaginazione”.  Collabora con case editrici in qualità di redattore e curatore di recensioni ed editing. Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, testi e contesti di volo letterario”, www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
e il sito www.ivanomugnaini.it .

    Nelle rubriche “L’ombra del vero” e “Panorami congeniali” sul sito della Bompiani RCS, www.bompiani.rcslibri.it/speakerscorner ha proposto suoi racconti e “rivisitazioni” in forma di racconto di film e classici letterari.

    Suoi testi sono stati letti e commentati più volte in trasmissioni radiofoniche di Rai – Radiouno e da alcune televisioni regionali e nazionali.

     Ha collaborato come autore di lavori creativi, note e recensioni, con diverse associazioni culturali, tra cui l’Associazione “AstrolabioCultura” di Pisa, diretta da Valeria Serofilli.

     Ha presentato sue prose e liriche all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, e brani letterari abbinati ad opere artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.

   Ha pubblicato le raccolte di racconti LA CASA GIALLA e L’ALGEBRA DELLA VITA, i romanzi IL MIELE DEI SERVI e LIMBO MINORE e i libri di poesie CONTROTEMPO, INADEGUATO ALL’ETERNO e IL TEMPO SALVATO. Il suo racconto DESAPARECIDOS è stato pubblicato da Marsilio e il suo racconto lungo UN’ALBA è stato pubblicato da Marcos Y Marcos. Di recente pubblicazione i romanzi IL SANGUE DEI SOGNI e LO SPECCHIO DI LEONARDO.

   Tra i critici e scrittori che si sono occupati della sua attività letteraria: Vincenzo Consolo, Gina Lagorio, Roberto Pazzi, Giorgio Bàrberi Squarotti, Alberto Bevilacqua, Luigi Fontanella, Paolo Maurensig, Elio Pecora, Maria Luisa Spaziani, Giorgio Saviane, Walter Mauro e altri.

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Ivano Mugnaini

7 ottobre 2015

Strade

Come se si potesse scarnificare la parola,
irriderla, violentarla e lasciarla lì, occhi
gelidi, incolume, feroce, ancora serena.
Inebriarsene, sfregiarla di carezze di vetro,
senza pagare lo scotto, la ruga che scava
la pelle, lasciandola bella di bellezza ineffabile.
Passarle addosso il peso del corpo e lamiere
squadrate come si fa con l’asfalto, confidando
nella pazienza dell’eterno, l’immutabile.
Ma l’asfalto si squama, si sgretola.
La strada non è la stessa. Lacera, deborda
la rabbia dei pini, affiorano grida di radici.
Passi al mattino nell’abitacolo surriscaldato,
e ride l’operaio del cantiere stradale guardandoti
blaterare tra i denti frasi che si schiantano
sui finestrini. Ride, lui che sa, conosce la consistenza
del bitume, sonda l’amalgama con i piedi,
una danza imparata da bambino, gambe
salde tra i grumi e l’aria, cosparge
cantando la strada al giusto livello, la quantità
ideale. Ride, mentre il cervello si tritura, pasta
farinosa, impalpabile, e prosegui, lento, a un palmo
dalla striscia della mezzeria. Scruti il guard-rail
con la coda dell’occhio lasciando solo un esile
spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde
di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,
sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra
del tutto, del niente.

 

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Ivano Mugnaini

29 maggio 2012

 

IL SORPASSO DI IVANO MUGNAINI

 

Di Augusto Benemeglio

1.Strade

Sentire “Il sorpasso” come metafora del proprio ineluttabile destino, un po’ come avvenne cinquant’anni fa nel film di Risi, con Gassman e Trintignant, e quasi quasi  nella stessa situazione socio-politica di sciattezza, cialtroneria, perdita di forma etc., che fin da allora lamentava Italo Calvino. Ma con una enorme differenza, allora si iniziava un cammino verso un futuro radioso, da spremere e godere come un frutto maturo,  pur con tutti i limiti di cui sopra, e con canzonette tipo  Saint Tropez Twist di Peppino di Capri, o Guarda come dondolo  di Edoardo Vianello, che fanno da sfondo al film;  oggi non c’è più niente davanti a noi, il futuro ce lo siamo già giocato ad un gigantesco video-poker mediatico. Siamo tutti in liquidazione, in via di estinzione per consunzione spirituale ancor prima che materiale. E tutto ciò non poteva non essere registrato da un poeta colto raffinato e sensibilissimo come Ivano Mugnaini, che indaga l’assurdo che c’è nelle scene di vita quotidiana  (Sarebbe tempo di percorrere le strade/ dei perché lasciando a casa le borse/ dei come, cercare una voce, una chiave/ nelle ossa spezzate dei cani o nella carne/ soffice di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,/se il tempo non fosse fragile, imperfetto…//ma/  La strada non è la stessa. Lacera, deborda/ la rabbia dei pini, affiorano grida di radici).

Mugnaini è uno di Viareggio, che conosce bene l’arte delle maschere e delle magnifiche sfilate dei carri grotteschi sul lungomare, il galoppo dell’onda sulla battigia invernale, coi suoi ossi di seppia, le statue scolpite dal vento e la danza del mare; è uno ancora toscano, e conosce l’arte della Lingua italiana e della Parola, che è  “l’unico strumento che media mondo e sentimento e, allora essa deve essere perfetta”. Se saliamo appena un poco più su siamo in altre terre, in culture diverse  di frontiera (Lunigiana, Garfagnana, ect), fine pianura, pendii scoscesi, colline verdi, radici attaccate a tutti i costi, cave di marmi e lave lavate.

2. Arte

Ma, onestamente, a dirla tutta, io conoscevo solo il Mugnaini saggista, avevo letto un suo articolo sull’arte che mi aveva intrigato per tutta la sequela (splendida) di ossimori. “L’arte, la più vitale delle cose superflue, la più inutile delle cose indispensabili”, arte come ”zucchero salato” dal gusto sapido e a tratti amaro della coscienza del tutto; e poi un po’ di Pavese, Alvaro, Goethe, Adorno, Goethe, e naturalmente Wilde, per finire con un condivisibile assioma: “ l’arte aiuta a vivere, ma non salva, non evita il tonfo, la caduta, la ferita, anche se permette di sognare, di volare”. Insomma le nostre strade s’erano già incrociate, ma è stata  Cristina Bove , la Grande Giardiniera, che mi ha fatto scoprire l’altra faccia, l’altra strada di Mugnaini, quella della poesia, costruita come un movie road, che ha molte simbologie e attualità, che si fa spesso cronaca, pur nella ricerca dell’astrazione. Ad esempio “Strade” mi ricorda, fin quasi nei dettagli, la scena finale di quel magnifico film, quando l’auto, la mitica Lancia Aurelia B24, esce di strada e precipita sulle rocce della scogliera toscana, quasi in un silenzio spettrale. S’avverte solo l’urlo senza tempo del mare,  con quell’onda immensa di risacca che rifrange sugli scogli, – metà luce di spruzzi d’argento e diamanti, metà ombra e tenebra di morte (…Scruti il guard-rail/ con la coda dell’occhio lasciando solo un esile/ spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde/ di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,/ sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra del tutto, del niente).

E’ un film di un simbolismo radicale, una vita da “sorpasso”, un po’ come la poetica del Nostro, che naviga “sull’onda dell’incertezza”, in equilibrio precario, con il mirino della telecamera che inquadra la “forza di suggestione” di un particolare, ascolta la “voce del silenzio” e nella percorrenza di questo “antidestino” che è l’arte, luogo di perfetta libertà,   gioca a “sorpassare se stesso”, il senso del tempo, della propria precarietà,  del proprio naufragio, del proprio fallimento (…“sarebbe tempo di scrivere solo del tempo,/ come un naufrago che si innamora / dell’acqua che lo strangola e si abbandona”). Non ha rimpianti, non si specchia alla fonte, né si compiace della propria bravura. Ma dimentica se stesso. E anche questa è un’arte non trascurabile.

3. Ironia

Come ha osservato Fontanella, Mugnaini è uno che si sente “inadeguato”, che sta sempre sul “baratro”, con il “cappio” alla gola, e che tuttavia “non rinuncia al confronto”, e non esita a offrirsi ogni volta in tutto il suo disarmante candore”. Insomma si mette in gioco, non si tira mai indietro. Benché abbia “un’aspirazione alla tregua, egli conserva la coscienza del dramma esistenziale,  e carpire la pace dell’attimo è drammaticamente tutto ciò cui si può aspirare”. Ma il magma del sacrificio non si spegne sotto lacrime non vissute, nell’attesa di un rimorso e di una diminuzione necessaria. Nella sua poesia quasi sempre “disperatamente magica”, e “luminosamente spietata”,  nella sua nuda verticalità espressiva (Non è più concesso, o almeno opportuno, /lasciare spazio al rimpianto. Visi che erano /sogno, brivido che squassava la schiena, /speranza, pazzia), c’è una vena d’ironia (un popolo senza ironia sarebbe barbaro, aveva detto Palazzeschi, suo corregionale), che lo salva da quelle tempeste di  memoria a fil di pelle che squassano tutti i poeti.

4. Parola

Ma a ben vedere il viareggino  è soprattutto il  poeta dei “ponti interrotti” , i fragili ponti di parole, della sillaba franta, o della frase spezzata, che devono essere ricostruiti  ricuperando  quel senso di  ri-incontro, stupore e  spazio infinito, svelare il mistero che cela i nomi delle cose  perché   “dare, ora, alle parole/il giusto peso, è tutto/ciò che abbiamo” …//Tocca al poeta sollevare le parole / con le braccia, sentire la pelle / bruciare di sudore ad ogni sillaba / che riga l’asfalto, ogni silenzio / che sfregia la spina.

La parola di oggi è solo bla-bla, violenza dell’aria,  polvere di cipria, stele oltraggiata, pietra disonorata, fredda luce non usata,  piano di pianto, Sms che stravolge e depreda ogni lingua  “come se si potesse scarnificare la parola,/ irriderla, violentarla e lasciarla lì, /occhi gelidi, incolume, feroce, ancora serena..

Ed ecco, allora,  lungo la strada litoranea la faticata parola degli operai che ridono con la bocca di mattoni e di cemento, gli operai che sanno del tremore degli alberi e i movimenti delle nubi (frecce di sangue, al tramonto), del rumore incessante del martello pneumatico,  del delirio circolare in cui vive l’uomo di strada che cerca la pausa come schiarimento dell’anima, sanno della concavità della memoria, del magma che ci avvolge, della necessità del   “sorpasso”  di se stessi per poter sperare ancora nell’uomo: “Ride, lui che sa, conosce la consistenza/ del bitume”.

E tuttavia  Mugnaini non  rinuncia alla sua prigione. Fa costante esercizio di pazienza e di equilibrio quotidiano del proprio scacco di vivere, spezzandosi la schiena mille e mille volte prima di ripresentarsi al pubblico. Tenta il sorpasso della propria disperazione, sospeso al filo delle parole, vede come le cose passano attraverso di lui e lo spazio in cui succedono, uno spazio che è anche il tempo.  E’ lui il primo a sapere che la sua opera è solo un ponte di mediazione, e che il poeta non è un piccolo dio, ma voce di tutti e di nessuno. A lui non interessano le quasi verità e il quasi delirio,  né contano le suggestioni del  ritmo giambico e il fremito  di liquide allitterazioni. Qualsiasi cosa possa aver ispirato la sua voce (ispirazione, inconscio, azzardo, accidente, rivelazione)  essa rimane voce di ciò che è altro, ” magia liberata dalla menzogna di essere verità”.

 

5. Sorpasso

Quel che conta veramente è andare “oltre”, è il sorpasso, inseguendo che cosa? Non lo sappiamo, magari una trattoria di Ferrara, che ha lo stesso nome, ed è nel cuore medievale della città, dove Luchino Visconti  girò alcune scene del mitico film “Ossessione” , e dove fanno le “tagliatelle al sorpasso”, le polpette di alici e i maccaroni Montalbano, in una mescolanza siculo-ferrarese;  o un negozio dove fanno scarpe che sono come ali ai piedi, e si chiamano – neanche a dirlo – “Il sorpasso”, e ci puoi girare il mondo senza fatica;  o, infine, a Piazza Risorgimento, a Roma, dove “Il sorpasso”  è un Caffè, ma anche una filosofia di vita, dove puoi trovare il trapizzino alla Trilussa, una pizza bianca di forma triangolare farcita con i piatti tipici della cucina romana, e naturalmente aperitivi alla Sainte Beuve, cocktails e dintorni gogoliani o caravaggeschi, ma anche la birra bavarese di Augustus Wiezen, a metà tra Goethe e Papa Ratzinger, un doppio malto di frumento e di lievito a fermentazione naturale. Ma forse  non ci troverai il “vermentino”, la farinata e l’ironia spezzina, né la “lei” che avrebbero potuto salvarti o perderti : “Non sarà certo il chiarore di un vermentino/ a salvarmi stasera in questa bettola di lusso/ di La Spezia, anticamera ironica del nulla, risate /e focacce quasi tiepide, e tu, la pelle delle mani,/ gioco pigro dei bracciali, oro puro che suona come ottone”.

Non c’è neppure il salgariano eroe della nostra infanzia, che ci aveva fatto ridere e sognare: “Abbiamo rivisto insieme, tu ed io, /passato a tarda ora, su una rete infima,/ minore, “Sandokan”, lo sceneggiato /a colori di una gioventù ruggente”. Quello che ti (ci) attende è solo un’ombra liquida, l’ora definitiva, un antico desiderio di morte, una pratica da sbrigare con massima celerità, e senza arrecar disturbi e fastidi al traffico cittadino :”È cosa da poco, in fondo, la morte, banale, / veniale o giù di lì, di sicuro scontata”

6. Amore

Il sorpasso, il primo road-movie della storia del cinema, da cui prese spunto Dennis Hopper per il suo mitico “Easy Rider”, non è citato a caso dal toscano Mugnaini, che ben conosce il film e  quei posti, che descrive nella lirica  ancora vivi, pregnanti, attuali (“anche la realtà è sogno”). Sono pressoché gli stessi scenari del finale del film, il castel Sonnino sul promontorio, la cala del Leone, le scogliere della Calignaia  e del Sassoscritto, quelle curve scoscese che anch’io ho percorso, negli anni ’70, quando abitavo a Quercianella, e mi recavo ogni mattina a Livorno. E, per astrazione, mi sembrava – effettivamente – di andare “oltre” me stesso, dove in qualche luogo mi ritrovavo ad attendere il mio (miracoloso) arrivo. E’ un po’ – forse – quello che accade a Mugnaini, quando se ne va a Castiglioncello, a fare shopping di solitudine, in cerca delle sue oscure verità,  sguardi  di cenere congelata, corpo che si sdoppia e si guarda: un Ivano è prigioniero nelle lamiere dell’auto, l’altro si fa scintilla, onda giaguaro, teschio, cratere, silenzio, sogno,  e vola. Ma poi ritorna in terra, e  non chiede nessuna amnistia, ma  “Almeno allora uno sconto di pena alla pena/ dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,/il lusso di un carcere aperto alla speranza/ della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi/ colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe/ le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,/e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani”.

E quelle sue parole nate dalle ombre segrete del  silenzio, flusso luminoso d’energia, sono sculture scolpite dal vento, coscienza protesa all’avvenire,  sono parole d’amore, un monumento pubblico al buio del  Milite Ignoto dell’esistenza, che è dentro ciascuno di noi, quel milite che ha il coraggio di vivere e lottare,“malgrado – come annota Roland Barthes – le difficoltà della mia vicenda, malgrado i disagi,/i dubbi, le angosce, malgrado il desiderio di uscirne fuori,/dentro di me non smetto di affermare l’amore come un valore  e cerca una guida, un senso, un giusto cammino, un riconoscimento di sé stesso quale innamorato folle della poesia,  “nella certezza che nessun potere, / nessun politicante avvelenatore di sangue / e di sorrisi potrà mai strapparmela”.

Anche se l’Italia dei sistematori di poesia è ignobile – scrive Alberto Bevilacqua –, forse un giorno qualcuno scoprirà in modo giusto questo tentativo di “Sorpasso” della poetica di Mugnaini. Ma è difficile, ridotti come siamo a fumo pietrificato, in patrie sempre più straniere, in percorsi ineluttabili e sempre più disperati, in strade senza vie d’uscita e senza orizzonti, anche se non ce ne accorgiamo, non lo sappiamo ancora che siamo tutti dei disperati. Ci vogliono i poeti come Mugnaini , che scrivono parole interdette, segni  intrecciati su una pagina di quaderno, che può essere vasta come un letto di mare, ci vogliono questi erratici visionari, cercatori d’oro e di veleni, che portano  alla luce un potenziale mistero, dono, follia e (forse) un attimo di felicità  (È istante in cui la mente / diventa riflesso di sole, sorriso profondo del cuore. /avrai il dono scabro/ di un attimo: l’istante/ in cui ti senti vivo, seppure fragile, / inadeguato all’eterno. Ci vogliono i poeti come lui, che cerca un barlume di autenticità, che  si mette in gioco, rischiando, che fa “Il sorpasso” in curva, e non ha  una Ferrari, né una Honda, forse non sa nemmeno guidare,  ma sfida lo stesso il proprio destino. E lo fa  per amore, nient’altro che per amore.

Roma, 18 maggio 2012

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 STRADE

Strade

Come se si potesse scarnificare la parola,
irriderla, violentarla e lasciarla lì, occhi
gelidi, incolume, feroce, ancora serena.
Inebriarsene, sfregiarla di carezze di vetro,
senza pagare lo scotto, la ruga che scava
la pelle, lasciandola bella di bellezza ineffabile.
Passarle addosso il peso del corpo e lamiere
squadrate come si fa con l’asfalto, confidando
nella pazienza dell’eterno, l’immutabile.
Ma l’asfalto si squama, si sgretola.
La strada non è la stessa. Lacera, deborda
la rabbia dei pini, affiorano grida di radici.
Passi al mattino nell’abitacolo surriscaldato,
e ride l’operaio del cantiere stradale guardandoti
blaterare tra i denti frasi che si schiantano
sui finestrini. Ride, lui che sa, conosce la consistenza
del bitume, sonda l’amalgama con i piedi,
una danza imparata da bambino, gambe
salde tra i grumi e l’aria, cosparge
cantando la strada al giusto livello, la quantità
ideale. Ride, mentre il cervello si tritura, pasta
farinosa, impalpabile, e prosegui, lento, a un palmo
dalla striscia della mezzeria. Scruti il guard-rail
con la coda dell’occhio lasciando solo un esile
spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde
di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,
sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra
del tutto, del niente.

***

VLADIMIR: Questo ci ha fatto passare il tempo
ESTRAGON: Ma sarebbe passato in ogni caso
VLADIMIR: Sì, ma non così velocemente
S. Beckett, Aspettando Godot

La speranza di settembre

Ora che sono finiti gli spunti antichi
e le idee adeguate annotate con cura
hanno ridisceso una per una scale di ferro
senza ringhiera, ora che perfino l’afa
lascia spazio alla coscienza della sera,
sarebbe tempo di scrivere solo del tempo,
come un naufrago che si innamora
dell’acqua che lo strangola e si abbandona
ad occhi aperti ad un infinito abbraccio.
Sarebbe tempo di percorrere le strade
dei perché lasciando a casa le borse
dei come, cercare una voce, una chiave
nelle ossa spezzate dei cani o nella carne
soffice di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,
se il tempo non fosse fragile, imperfetto,
regolato da cronografi tarati male, ancora
soggetti a salti e arresti, orgogli e terrori,
costretti a fare algebra dell’aritmetica,
sbagliando i più elementari teoremi,
contenti, in fondo, di fallire gli schemi
essenziali, le basi, i calcoli, le proporzioni,
felici, nonostante tutto, di sprecare un’altra
estate fingendo di studiare, per poi tornare,
assetati, vibranti, al primo giorno di scuola,
immutabilmente, finché sussiste la speranza
di settembre.

***

Con sollievo

Sì, lasciamo che il testo
trovi la sua strada, l’oggetto, il messaggio.
Niente sarà sprecato, non un gesto,
un sorriso, uno slancio, un pensiero
dedicato a lei che, ferma di fronte
al portone serrato del sogno, ci dava
appuntamenti per il giorno sbagliato,
ridendo, giocando a scardinare il tempo
che giocava a dadi, distratto, muto.
Lasciamo che il verso trovi
per sé e per noi la sua strada, il suo senso.
Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,
e la sua assenza di sostanza è pietà,
misericordia nella tortura che ci consuma,
il “foco che ci affina”.
Forse, magari nel regno del sonno, quando
sarà pace il silenzio e prato il respiro,
ci sarà detto dove conduce il sentiero
e diverremo noi il cammino, saldo, sicuro,
ignaro di abissi di tornanti. Tutto avrà scopo,
ed ogni interrogativo irrisolto sarà arte
arcana di filosofia astratta e carnale, volto
incrociato lungo un viale straniero, quando
è già quasi sera, e, con sollievo, non si è certi
di distinguere buio e luce, falso e vero.

***

Non è più concesso

Non è più concesso, o almeno opportuno,
lasciare spazio al rimpianto. Visi che erano
sogno, brivido che squassava la schiena,
speranza, pazzia. E’ bene guardare, ora,
la foglia che cade sul tratto di via
che hai di fronte, prendere il sole che c’è,
amaro o scialbo, non importa.
Adesso c’è il vento che sposta la foglia
sfiorandoti i piedi. E conta soltanto vedere,
con gli occhi spalancati, se l’aria che la muove
è brezza lieve o fiato di treno marcio d’olio
e di distanza. Tonnellate di ferro corrono costanti,
e, nell’attimo in cui ti sembra di cogliere una mano,
uno sguardo dal finestrino, ti distrae il grigio
e il viola, la venatura quasi pulsante della tua foglia,
che appare anch’essa, per un istante, intrisa
della stessa lontananza.

***

Quale amnistia?

Quale amnistia? Per quali peccati mortali?
E’ cosa da poco, in fondo, la morte, banale,
veniale o giù di lì, di sicuro scontata,
garantita come una sentenza, o un elettrodomestico
Philips con controllo illimitato di qualità.
Perché tarda allora l’indulto al vizio comico
del vivere? Qualcuno lo disse “assurdo”,
questo abuso, tale misera esuberanza, ma
fu solo mirabile tautologia.
Almeno allora uno sconto di pena alla pena
dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,
il lusso di un carcere aperto alla speranza
della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi
colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe
le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,
e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.

***

Eravamo proprio noi

Non sarà certo il chiarore di un vermentino
a salvarmi stasera in questa bettola di lusso
di La Spezia, anticamera ironica del nulla, risate
e focacce quasi tiepide, e tu, la pelle delle mani,
gioco pigro dei bracciali, oro puro che suona
come ottone. In questa trattoria, frastuono virtuale
di una stazione buia ormai, siamo fuggiti per gettarci,
lepri cieche, l’uno nelle braccia dell’altra,
entrambi sorridendo, davanti al mirino millimetrato.
Non sarà certo il tuo vinello frizzante dal costo
di diamante sudafricano, né la tua voce liscia, brillante,
accesa di verve fresca di bollicine, a salvarmi dal conto,
dal bilancio, addizione puntuale del dare e dell’avere,
coperto e servizio compreso, la mancia proporzionale,
si vous voulez, al vostro buon cuore.
Non sarà il tuo occhio per nulla azzurro, né il tuo capello
biondo pseudonaturale, e neppure il racconto di fiaba
senza alcun possibile verdiano brindisi trionfale.
Eppure, bevi amore, accosta labbra rosse di vita al vetro
avido! E’ ancora sera, è ancora presto, la cameriera
ha sempre voglia di scherzare, bevi amore, e parlami
di sogni che senza te non so versare né stillare. Bevi,
non importa quanto, non importa come pagheremo.
C’è ancora il buio, spreme mosto denso,
profumato. Domani al mattino risaliremo lenti verso
la stazione, lo sguardo a terra, ebbro quanto basta
per credere che ieri sera quelli seduti a sfiorarsi
gli occhi e le mani sopra il cristallo
lucido e sottile dei bicchieri,
eravamo proprio noi.

***

Sandokan

Abbiamo rivisto insieme, tu ed io,
passato a tarda ora, su una rete infima,
minore, “Sandokan”, lo sceneggiato
a colori di una gioventù ruggente.
Abbiamo provato di nuovo a sognare
album di figurine da riempire
a poco a poco a scuola, durante le lezioni,
lasciando una sola casella vuota, quella
che manca, per fortuna, la Perla di Labuan,
da cercare domani, sperando
di non trovarla mai.
Ora però, neppure gli occhi della Tigre
cerchiati di kajal, sanno più ipnotizzare,
è sbiadito il rosso del sole, l’India domestica,
chiosco abusivo di Cinecittà, sa di zucchero
caramellato andato a male.
Passa adesso, eterna, inesorabile, solo
la réclame. La segue e la incalza una canzone
anni settanta; “la piazzetta del mercato è ancora
là”, sì, ma il sorriso da contratto del cantante
biondo tinto somiglia troppo, ora, a un ghigno;
o forse a un pianto.

***

  IVANO MUGNAINI

Laureato in Lettere Moderne all’Università di Pisa.

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E’ autore di narrativa, romanzi e racconti, poesia e saggistica.

               E’ autore di testi di prosa e poesia e di recensioni per alcune riviste nazionali e straniere: “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “La Mosca di Milano”, “Il Grandevetro”, “Italian Poetry Review”,  “L’ Immaginazione” e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet.

           Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario”, www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com, in cui pubblica, con un commento introduttivo, liriche e prose di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo.

       Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, brani letterari abbinati ad opere artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.

  E’ autore di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari, tra cui:

 *  Premio  “Nuove Lettere” giuria presied. da A. Bevilacqua  Istit. Italiano di Cultura (NA);

 *  “Parole di carta” (Roma)   “Fiur’lini”   (L’Aia, Olanda) giuria Associaz. Culturale Forum;

 *  “Eraldo Miscia – Città di Lanciano”  giuria Roberto Pazzi, Giuseppe Cassieri, Vincenzo Consolo;  “Premio Loria”.

    Il suo racconto lungo dal titolo Desaparecidos  è stato pubblicato da Marsilio, e il racconto Un’alba da Marcos Y Marcos.

          Ha pubblicato la raccolta di racconti “LA CASA GIALLA”, i romanzi “IL MIELE DEI SERVI” e “LIMBO MINORE”  (Piero Manni, Lecce) e il libro di racconti “L’ALGEBRA DELLA VITA” (Greco & Greco, Milano, 2011).

          Dirige, assieme a Mauro Ferrari, la collana “AltreScritture” di Puntoacapo editrice.

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         È autore di liriche e raccolte di poesie premiate o segnalate in concorsi  letterari nazionali, tra cui:

Premio “Eugenio Montale” (Roma) – Sez. Inediti Italiani – giuria Goffredo Petrassi, Maria Luisa Spaziani;

*       “Leopardi” Recanati giuria Centro Studi Leopardiani;

 *       “Lerici-Pea” (SP) giuria presied. da Folco Portinari;

 *       “Fiorino d’Oro” (FI) – Centro Cult. Firenze Europa;

 *       “Camaiore” (LU)  -Sez. opere prime          ed altri.

           Ha pubblicato la silloge dal titolo “CONTROTEMPO”  e le raccolte “INADEGUATO ALL’ETERNO” Felici editore, Pisa,  2008, e “Il TEMPO SALVATO”, Blu di Prussia , Piacenza, 2010.

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       Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo:

       Andrea Camilleri, Ferdinando Camon, Vincenzo Consolo, Michele Dell’Aquila, Luigi Grazioli, Gina Lagorio, Paolo Maurensig, Raffaele Nigro, Elio Pecora, Giorgio Saviane, ed altri.