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Luca Pizzolitto

21 marzo 2022

CROCEVIA DEI CAMMMINI

Ed peQuod 2022

                                

                                       

recensione di Luigi Paraboschi

                                   

                                                    

Due parole in questo lavoro mi hanno affascinato dall’inizio : si trovano nell’ esergo di apertura ove si legge una citazione del poeta francese Bonnefoy che dice :

“ E l’estraneo, l’esilio, in te, in me, si faccia origine “

Le parole sono : estraneo – esilio, e le ho tenute presenti lungo tutto lo sviluppo della raccolta; lentamente mi hanno aperto uno squarcio dentro i versi di Pizzolitto aiutandomi, spero, a inquadrare meglio la figura di questo poeta che nella sua scrittura dimostra ottime qualità di approfondimento nell’animo suo e, di conseguenza, anche in quello dei lettori armati di buona volontà.

La raccolta parla d’amore. Vorrei però dissipare i luoghi comuni molto diffusi attorno a questo sentimento, perché nel nostro caso ci troviamo di fronte a una forza interiore talmente grande da far sì che l’autore si senta, e ci faccia sentire tutto il peso la sua condizione di esiliato e di estraneo, come leggiamo a pag 35 :

“ Io cammino solo e/ spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro/ di amore possibile-// “

Il libro ha un andamento che assume la veste della confessione pubblica attorno a una storia d’amore finita, o che sta per finire, e il tutto viene esposto al lettore con estrema brevità ( al massimo otto versi in qualche raro pezzo, ma se ne trovano parecchi di una o due brevi strofe ) che rimanda a certi film di Resnais degli anni ‘59-’60 (“ Hiroshima mon amour“ e “ L’anno scorso a Marienbad “ ) .

Come in quei film, si è talmente ridotta la comunicazione-dialogo dei personaggi da arrivare al punto di fare estinguere la storia dell’amore tra un uomo e una donna per non causare ulteriori sofferenze tra di loro.

Infatti l’autore scrive a pag. 20 :

“ Parole che staccano a morsi/ lembi di pelle, parole su carne viva “

E’ il tormento, la tortura psicologica – che forse traggono origini dal “ non detto” nel rapporto a due- ciò che fa sentire il poeta come tagliato fuori dal vivere, mandato in esilio non per colpa di qualcuno, bensì per una sorta di dannazione dovuta all’esistere ove

“ nessuno verrà a dirti/ ciò che manca “ (pag. 40 ).

L’esilio è tradizionalmente la condizione perenne di distacco dalla terra ove si ha avuto origine, ma per terra si può anche intendere una persona con la quale c’è stato :

“ il cedere lento all’ebbrezza/ dei naufragati, un dolce restare/ dentro tutte le cose “ ( pag. 26 )

e l’esiliato è colui che analizza il suo vivere ancora di pag. 40 :

“ E’ come bere, bere tenendo le labbra/ stette alla bottiglia, bere e avere sempre più sete //.

Quando il dolore per una perdita è molto acuto l’anima del sopravvissuto cerca in continuazione il modo per non sentirsi estranea all’esistenza e pag.12 riporto per intero un testo che lo esprime con chiarezza :

“ La terra divisa e lasciata/ alla cenere, ciò che avanza/alla notte è deriva lenta del cuore:/ quale libertà, mi dici, quale libertà/ è questo nostro stare, inquieti,/ inchiodati// nello spazio senza rumore di un istante ? //Qui sulla riva lontana del fuoco,/ ti seguo con lo sguardo,/ mi cerco ancora .//

Tutto il lavoro di Pizzolitto appare come una tela di pittura astratta costruita passo dopo passo con brevi colpi materici di spatola, come se egli usasse la lingua come il pittore fa con i colori .

Lentamente egli passa l’osservazione del paesaggio a pag. 16:

“ fluisce la vita, irreparabile,/ tra bottiglie lasciate a metà/ e questo cadere di foglie/ nei giorni di ottobre “

ove però la natura ha qui un posto quasi marginale nel suo narrare, sembra un “ pour parler “ che gli serve semplicemente per imbastire il racconto di sé e del suo dolore, a pag.14

“ …….tutto sfugge e trema/ nella città dimenticata, tutto/ si fa memoria austera del vuoto/…….

ed è sempre lui il nucleo centrale attorno a cui si annoda e snoda tutta la storia, pag35 :

“ io cammino solo e spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro / di un amore impossibile !!

e l’amarezza gli fa scrivere con echi pavesiani a pag. 40

“ Forse il senso della vita è qui/ nel tempo che scorre e non chiede ragione ; forse è l’abbaiare d’un cane alla notte, il ricordo di una giovinezza/ ormai lontana/….

Poi con fatalità aggiunge a pag. 91 :

“ noi andiamo sempre verso un tempo, una stagione che non sappiamo “

e conclude a pag. 102 con questa strofa :

“ Nell’ istante esatto in cui il tuo cuore/ si spezza e capisci che niente ritorna/ niente può mai durare davvero “.

Rimangono soltanto i ricordi ma causano sofferenza, e stralcio ancora questi due versi di pag. 21 .

“ questo silenzio tra i nostri corpi/ il fragile inganno delle mani “

Al poeta non resta che la sconfitta e a comprova di quanto scrivo, trascrivo questa di pag. 93 per intero :

“cammino solitario mentre/ nell’ azzurro del cielo cade/ la sera e si fa notte//
Questa collina è sabbia/ che il vento solleva e disperde// giorni fatti di addii,/ cappotti scuciti e foglie/ fiorite su nuove,/ disabitate lontananze “.

Alla fine della storia l’uomo-poeta avverte tutto il peso della impossibilità a condividere con qualcuno il suo dolore se non con chi lo ha generato sia esso la madre terrena o il Dio in cui egli dimostra di credere, e, come succede spesso agli uomini, alza lo sguardo al Cielo sperando di trovarvi qualche conforto, ma…

“ Nell’ ostinato silenzio di Dio / nel suo sguardo breve/ di madre/ e trova riposo/ ogni mia lontananza//

E’ duro amare dentro una storia finita, scardina ogni sicurezza il ricordo del passato, così ben detto a pag. 65 :

“ Di questa estate ci resta addosso/ la nuda felicità delle gerbere in fiore/ l’andare del vento sui nostri passi,/ le Ave Maria in latino nel chiostro/ di san Miniato// Due rondini volano sui cieli infranti/ dei nostri inutili ritorni./ Firenze è il ricordo di una città che/muore nel sole di agosto //

Ma quel Dio che precedente l’autore aveva definito “ silenzioso “ prepara dentro l’ animo di Pizzolitto la Sua resurrezione, e riporto per intero questi versi della poesia “ Venerdi’ Santo “ ( pag. 51)

E’ un sole che splende/ sulla polvere di strade/bruciate; forte ed eterno è l’amore.// Guardi il vuoto, silenziosa presenza:/ niente cede, niente muore davvero //

Il cammino dell’esilio è stato lungo e dolorosi, i ricordi portano un poco di gioia dentro il cuore, ma il poeta sa dove cercare rifugio e conforto, e volge lo sguardo verso qualcuno che ha sempre sentito presente nella sua vita, concludendo la raccolta con questa poesia a pag. 103 che dà il titolo all’intero lavoro :

Crocevia del cammini

Nello spazio sacro della sera,/
nel volgere a compimento/
di tutte le cose/
scenda ancora su di noi la grazia,/
una dolce benedizione//

a Te giunga il canto/
di questo inquieto esistere,/
a Te giunga il grido/
che non trova pace, ragione//

Anch’io da lettore appassionato, da uomo spesso addolorato per le più diverse ragioni, da persona che si muove lentamente per le vie del mondo e spesso si smarrisce per la strada, non posso che riconosce nei suoi versi una forza espressiva non indifferente, e la mia speranza per lui è che possa trovare la pace e la ragione ove egli pensa di averla riposta.

17-18 febbraio 2020
luigi paraboschi

POESIE TRATTE DA “CROCEVIA DEI CAMMINI” (peQuod, collana Rive, 2022)

Nell’avanzo di parole
su cieli colmi di rabbia,
qui dove piove piano
e rinfresca la sera

cedi al vuoto, al niente,
il dono austero delle labbra.

Nell’ostinato silenzio di Dio,
nel tuo sguardo breve
di madre trova riposo
ogni mia lontananza.

Dalle tue cicatrici

Il nostro è un paese
di pietre e rovine,
qualcosa che somiglia
al distacco lento dei corpi
dopo l’amore,
lo stelo avulso,
spezzato del tempo.

Dalle tue cicatrici
ciò che nasce – ora,
ciò che nasce è solo
inerme, smisurata
bellezza.

Luce lasciata e tersa
dei primi giorni di dicembre,
misericordia del vento sul
tuo viso gentile, tagliato dal freddo.

È l’eco ostinata del vuoto,
è un peso greve sul cuore;
neve che accende e poi placa
l’inciampo della sera.

Andare in pezzi, fiorire un mattino.

Un dolce restare

Tra me e voi giace un’assenza,
una sussurrata lontananza.

L’aria intorno è ferma, pesante.
Nel cielo caldo, nell’afa di agosto.

Il cedere lento all’ebbrezza
dei naufragati, un dolce restare
dentro tutte le cose.

Hai detto

Ritrovarsi a terra, salvi,
qui dove i vetri soffrono
e le tue ciglia tremano appena.

Mi hai preso per mano,
hai detto Vieni, è quasi mattina.

Venerdì Santo

È un sole che splende
sulla polvere di strade
bruciate; forte ed eterno
è l’amore.

Guardi il vuoto,
silenziosa presenza:
niente cede,
niente muore davvero.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale.

Da quasi vent’anni si interessa ed occupa di poesia.

Nel 2008 vince il Premio Arezzo Poesia; nel 2014 si classifica primo al Concorso Letterario Internazionale Città di Moncalieri (“Una disperata tenerezza”, Ladolfi)i.
Nel 2019 vince il Premio Internazionale Città di Latina (“Il tempo fertile della solitudine”, Campanotto).
Nel 2021 è finalista al Premio di Poesia Onesta e Premio Prato Poesia (“La ragione della polvere”, peQuod)

I suoi ultimi libri pubblicati sono: L’allontanarsi delle cose (Ladolfi), Il silenzio necessario (Transeuropa), Dove non sono mai stato (Campanotto), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto), Tornando a casa (Puntoacapo).
Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: La ragione della polvere (2020) e Crocevia dei cammini (2022).

Da fine 2021 dirige la collana di poesia portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.

sito: http://www.lucapizzolitto.it
facebook: https://www.facebook.com/pizzolittoluca

Due parole in questo lavoro mi hanno affascinato dall’inizio : si trovano nell’ esergo di apertura ove si legge una citazione del poeta francese Bonnefoy che dice :

“ E l’estraneo, l’esilio, in te, in me, si faccia origine “

Le parole sono : estraneo – esilio, e le ho tenute presenti lungo tutto lo sviluppo della raccolta; lentamente mi hanno aperto uno squarcio dentro i versi di Pizzolitto aiutandomi, spero, a inquadrare meglio la figura di questo poeta che nella sua scrittura dimostra ottime qualità di approfondimento nell’animo suo e, di conseguenza, anche in quello dei lettori armati di buona volontà.

La raccolta parla d’amore. Vorrei però dissipare i luoghi comuni molto diffusi attorno a questo sentimento, perché nel nostro caso ci troviamo di fronte a una forza interiore talmente grande da far sì che l’autore si senta, e ci faccia sentire tutto il peso la sua condizione di esiliato e di estraneo, come leggiamo a pag 35 :

“ Io cammino solo e/ spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro/ di amore possibile-// “

Il libro ha un andamento che assume la veste della confessione pubblica attorno a una storia d’amore finita, o che sta per finire, e il tutto viene esposto al lettore con estrema brevità ( al massimo otto versi in qualche raro pezzo, ma se ne trovano parecchi di una o due brevi strofe ) che rimanda a certi film di Resnais degli anni ‘59-’60 (“ Hiroshima mon amour“ e “ L’anno scorso a Marienbad “ ) .

Come in quei film, si è talmente ridotta la comunicazione-dialogo dei personaggi da arrivare al punto di fare estinguere la storia dell’amore tra un uomo e una donna per non causare ulteriori sofferenze tra di loro.

Infatti l’autore scrive a pag. 20 :

“ Parole che staccano a morsi/ lembi di pelle, parole su carne viva “

E’ il tormento, la tortura psicologica – che forse traggono origini dal “ non detto” nel rapporto a due- ciò che fa sentire il poeta come tagliato fuori dal vivere, mandato in esilio non per colpa di qualcuno, bensì per una sorta di dannazione dovuta all’esistere ove

“ nessuno verrà a dirti/ ciò che manca “ (pag. 40 ).

L’esilio è tradizionalmente la condizione perenne di distacco dalla terra ove si ha avuto origine, ma per terra si può anche intendere una persona con la quale c’è stato :

“ il cedere lento all’ebbrezza/ dei naufragati, un dolce restare/ dentro tutte le cose “ ( pag. 26 )

e l’esiliato è colui che analizza il suo vivere ancora di pag. 40 :

“ E’ come bere, bere tenendo le labbra/ stette alla bottiglia, bere e avere sempre più sete //.

Quando il dolore per una perdita è molto acuto l’anima del sopravvissuto cerca in continuazione il modo per non sentirsi estranea all’esistenza e pag.12 riporto per intero un testo che lo esprime con chiarezza :

“ La terra divisa e lasciata/ alla cenere, ciò che avanza/alla notte è deriva lenta del cuore:/ quale libertà, mi dici, quale libertà/ è questo nostro stare, inquieti,/ inchiodati// nello spazio senza rumore di un istante ? //Qui sulla riva lontana del fuoco,/ ti seguo con lo sguardo,/ mi cerco ancora .//

Tutto il lavoro di Pizzolitto appare come una tela di pittura astratta costruita passo dopo passo con brevi colpi materici di spatola, come se egli usasse la lingua come il pittore fa con i colori .

Lentamente egli passa l’osservazione del paesaggio a pag. 16:

“ fluisce la vita, irreparabile,/ tra bottiglie lasciate a metà/ e questo cadere di foglie/ nei giorni di ottobre “

ove però la natura ha qui un posto quasi marginale nel suo narrare, sembra un “ pour parler “ che gli serve semplicemente per imbastire il racconto di sé e del suo dolore, a pag.14

“ …….tutto sfugge e trema/ nella città dimenticata, tutto/ si fa memoria austera del vuoto/…….

ed è sempre lui il nucleo centrale attorno a cui si annoda e snoda tutta la storia, pag35 :

“ io cammino solo e spento nel tramonto// il mio cuore è un ceppo/ di legna secca bruciato/ fino all’ultimo centimetro / di un amore impossibile !!

e l’amarezza gli fa scrivere con echi pavesiani a pag. 40

“ Forse il senso della vita è qui/ nel tempo che scorre e non chiede ragione ; forse è l’abbaiare d’un cane alla notte, il ricordo di una giovinezza/ ormai lontana/….

Poi con fatalità aggiunge a pag. 91 :

“ noi andiamo sempre verso un tempo, una stagione che non sappiamo “

e conclude a pag. 102 con questa strofa :

“ Nell’ istante esatto in cui il tuo cuore/ si spezza e capisci che niente ritorna/ niente può mai durare davvero “.

Rimangono soltanto i ricordi ma causano sofferenza, e stralcio ancora questi due versi di pag. 21 .

“ questo silenzio tra i nostri corpi/ il fragile inganno delle mani “

Al poeta non resta che la sconfitta e a comprova di quanto scrivo, trascrivo questa di pag. 93 per intero :

“cammino solitario mentre/ nell’ azzurro del cielo cade/ la sera e si fa notte//
Questa collina è sabbia/ che il vento solleva e disperde// giorni fatti di addii,/ cappotti scuciti e foglie/ fiorite su nuove,/ disabitate lontananze “.

Alla fine della storia l’uomo-poeta avverte tutto il peso della impossibilità a condividere con qualcuno il suo dolore se non con chi lo ha generato sia esso la madre terrena o il Dio in cui egli dimostra di credere, e, come succede spesso agli uomini, alza lo sguardo al Cielo sperando di trovarvi qualche conforto, ma…

“ Nell’ ostinato silenzio di Dio / nel suo sguardo breve/ di madre/ e trova riposo/ ogni mia lontananza//

E’ duro amare dentro una storia finita, scardina ogni sicurezza il ricordo del passato, così ben detto a pag. 65 :

“ Di questa estate ci resta addosso/ la nuda felicità delle gerbere in fiore/ l’andare del vento sui nostri passi,/ le Ave Maria in latino nel chiostro/ di san Miniato// Due rondini volano sui cieli infranti/ dei nostri inutili ritorni./ Firenze è il ricordo di una città che/muore nel sole di agosto //

Ma quel Dio che precedente l’autore aveva definito “ silenzioso “ prepara dentro l’ animo di Pizzolitto la Sua resurrezione, e riporto per intero questi versi della poesia “ Venerdi’ Santo “ ( pag. 51)

E’ un sole che splende/ sulla polvere di strade/bruciate; forte ed eterno è l’amore.// Guardi il vuoto, silenziosa presenza:/ niente cede, niente muore davvero //

Il cammino dell’esilio è stato lungo e dolorosi, i ricordi portano un poco di gioia dentro il cuore, ma il poeta sa dove cercare rifugio e conforto, e volge lo sguardo verso qualcuno che ha sempre sentito presente nella sua vita, concludendo la raccolta con questa poesia a pag. 103 che dà il titolo all’intero lavoro :

Crocevia del cammini

Nello spazio sacro della sera,/
nel volgere a compimento/
di tutte le cose/
scenda ancora su di noi la grazia,/
una dolce benedizione//

a Te giunga il canto/
di questo inquieto esistere,/
a Te giunga il grido/
che non trova pace, ragione//

Anch’io da lettore appassionato, da uomo spesso addolorato per le più diverse ragioni, da persona che si muove lentamente per le vie del mondo e spesso si smarrisce per la strada, non posso che riconosce nei suoi versi una forza espressiva non indifferente, e la mia speranza per lui è che possa trovare la pace e la ragione ove egli pensa di averla riposta.

17-18 febbraio 2020
luigi paraboschi

POESIE TRATTE DA “CROCEVIA DEI CAMMINI” (peQuod, collana Rive, 2022)

                            

Nell’avanzo di parole
su cieli colmi di rabbia,
qui dove piove piano
e rinfresca la sera

cedi al vuoto, al niente,
il dono austero delle labbra.

Nell’ostinato silenzio di Dio,
nel tuo sguardo breve
di madre trova riposo
ogni mia lontananza.

Dalle tue cicatrici

Il nostro è un paese
di pietre e rovine,
qualcosa che somiglia
al distacco lento dei corpi
dopo l’amore,
lo stelo avulso,
spezzato del tempo.

Dalle tue cicatrici
ciò che nasce – ora,
ciò che nasce è solo
inerme, smisurata
bellezza.

Luce lasciata e tersa
dei primi giorni di dicembre,
misericordia del vento sul
tuo viso gentile, tagliato dal freddo.

È l’eco ostinata del vuoto,
è un peso greve sul cuore;
neve che accende e poi placa
l’inciampo della sera.

Andare in pezzi, fiorire un mattino.

Un dolce restare

Tra me e voi giace un’assenza,
una sussurrata lontananza.

L’aria intorno è ferma, pesante.
Nel cielo caldo, nell’afa di agosto.

Il cedere lento all’ebbrezza
dei naufragati, un dolce restare
dentro tutte le cose.

                       

                   

Hai detto

Ritrovarsi a terra, salvi,
qui dove i vetri soffrono
e le tue ciglia tremano appena.

Mi hai preso per mano,
hai detto Vieni, è quasi mattina.

                    

                   

Venerdì Santo

È un sole che splende
sulla polvere di strade
bruciate; forte ed eterno
è l’amore.

Guardi il vuoto,
silenziosa presenza:
niente cede,
niente muore davvero.

Luca Pizzolitto nasce a Torino il 12 febbraio 1980, città dove attualmente vive e lavora come educatore professionale.

Da quasi vent’anni si interessa ed occupa di poesia.

Nel 2008 vince il Premio Arezzo Poesia; nel 2014 si classifica primo al Concorso Letterario Internazionale Città di Moncalieri (“Una disperata tenerezza”, Ladolfi)i.
Nel 2019 vince il Premio Internazionale Città di Latina (“Il tempo fertile della solitudine”, Campanotto).
Nel 2021 è finalista al Premio di Poesia Onesta e Premio Prato Poesia (“La ragione della polvere”, peQuod)

I suoi ultimi libri pubblicati sono: L’allontanarsi delle cose (Ladolfi), Il silenzio necessario (Transeuropa), Dove non sono mai stato (Campanotto), Il tempo fertile della solitudine (Campanotto), Tornando a casa (Puntoacapo).
Con la casa editrice peQuod ha pubblicato, nella collana Rive: La ragione della polvere (2020) e Crocevia dei cammini (2022).

Da fine 2021 dirige la collana di poesia portosepolto, sempre per conto della casa editrice peQuod.

sito: http://www.lucapizzolitto.it
facebook: https://www.facebook.com/pizzolittoluca