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Lucia Tosi

24 gennaio 2020

Ricordando Lucia

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https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/12/23/lucia-tosi-3/

 

Lucia Tosi

18 maggio 2016

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[…] penso che se fossi una sana
stupida signora perbene mai ti avrei
ri-conosciuta
si riconoscono i propri simili
quelli che dio natura o chi altro mai
ha fatti
di-versi.[…]

(da una poesia di Lucia in risposta a una mia)

                                                    

                      

versi sciatti e indigeribili

#47
e non pensavo
giuro non pensavo
quando pure t’amavo
con tutto il trasporto
che la natura mette
alle madri in corpo
che tu saresti diventata
il centro di tutto
senza fronzoli e orpelli
senza cornelia
che mostra i suoi gioielli.
vorrei tornare indietro
per ritoccare il quadro
casomai abbia mancato
di un sorriso o dell’ascolto
che niente t’abbia a turbare
che nel ricordo di me tu possa
ridere riflettere ricordare
una donna che un destino
– per tante specie assassino –
t’ha messo accanto
– per una volta gentiluomo –

 

#46
una cosa spero:
di non aver detto mai
e mai aver scritto
niente di “ispirato”
niente di poeticamente
poetico.
spero di aver scritto
spero di aver detto
cose normali
niente di volatile
e sfumato poeticamente
polisemico.
spero ancora
di essere stata
al mondo per rompere
per strappare
per mettere dita
negli occhi
per accecare
per alzare la testa
e tirare su col naso.
per imparare a stare
sola e fare finta di niente.

                            

#45
ci sono cose che non faccio più
e altre di cui non voglio più parlare
ho usato tutte le parole tutti i segni
ho cercato e creduto in quello che cercavo
trovato in parte in parte era un abbaglio
tutta la vita un sogno
dal sogno al sonno
e non faremo, non parleremo più

                       

#44
la mia è vita
che si sottrae
che si ritira
e in questo
non starci
– che mai
avrei pensato –
ho trovato
un senso
– penso –
uno dei tanti
– niente di che –
una specie
di pertugio
di anfratto
da cui spiare
l’infinito

altri versi sciatti e indigeribili

 

 

 

10/04/2016 
la domenica è in questo guardare
è nel perdere tempo
nella gioia sottile
del vuoto delle ore
è il fuori dai vetri
che mi sfugge ogni giorno
la terra smossa nei vasi di fiori
spiarne curiosa la crescita stenta
non cala il tenore del mio stare
al mondo che continua a girare
sono solo più attenta
alle cose da niente
che quelle importanti mi azzanneranno
comunque e dovunque
tutto il tempo dell’anno

altra  “poesia si fa per dire 

                      

tanka d’aprile
il relativo
in cui impari a vivere
t’insegna tutto
a goderti il giorno
a immaginar la notte
                     

Altri tanka

 

02/01/2016 
La Crusca nella tazza mi sobilla
perch’io diffonda quest’endecasillabo:
– Così ti metti l’anima in pace:
“Non ti curar di lor, ma guarda, e taci” –

                                   
Altri “endecasillabi rimasti” 
                                      

e se volete immergervi nell’intelligenza, nello spirito, nella poesia… fatelo qui

Lucia Tosi

14 aprile 2015

                                                                                       

Tempo r(e)ale

Sono entrata in una vasca di nebbia
un lattice tagliato da lame di sole
un telo d’azzurro militare sopra
a farmi pensare a niente di buono.
Ho vagato paziente, riprendendomi il tempo
di andare: le gambe inchiodate, stordita
la testa, ripetendomi Arsenio. E il diluvio
era già pronto ad esaudire i pensieri:
turbine esatto, luce sbigottita, cartacce
e tendaggi travolti dal bianco, odore di zolfo
di ozono di ferro arrugginito, tregenda di fili
e camicie. Lì l’acqua avanzava come un muro
qui ero all’asciutto, ancora per poco.
Ridendo pensavo che la morte,
goccia più goccia meno, sarà
come il temporale d’estate
improvviso, invalicabile.
Senza riparo, senza rimedio.
Bagnarsene, fino in fondo.

continua a leggere  

Lucia Tosi

23 dicembre 2014

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Le poesie appartengono a raccoltine che vado componendo da circa un paio d’anni: si tratta di versi generalmente sorti da un’ispirazione lampo che in un secondo momento si rivelano pertinenti a un discorso più ampio che me li fa collocare nell’una o nell’altra. La caratteristica comune è la scarsità o totale assenza di punteggiatura: una sfida a far sì che sia il suono delle parole a produrre ritmo e senso. I temi derivano dall’esperienza della malattia, della morte (meno evidente che non in passato), della difficoltà a mescolarmi con i ritmi del mondo: discorso solo apparentemente personale, che scaturisce, al contrario, dal continuo dialogo e confronto con le tante persone importanti della mia vita.

insomnia (frammenti)

le notti si sommano alle notti
e tutte hanno una spuria lentezza
che ti ridà al sole del mattino
gli occhi ancora aperti disperati
disegnano dei margini al silenzio

entropie #28

le braccia possenti
e le mani degli alberi
tese a tenere la terra
in alto dove è montagna
sono pochi drappelli
di soldati di retroguardia
[l’uomo-nemico
dappertutto dilaga]

metafore del freddo – 1

essere aquila averne l’occhio guardare
il sole senza abbassare lo sguardo
non serve: una corrente fredda
ammala anche le aquile le cala
a venti metri da terra
le spiuma mentre precipitano
le ritrovi passeri infreddoliti
su una siepe puntuta
con l’aria a mezzo stupita
uccelli di dio abituati alle altezze
al vasto respiro dell’ala
indecisi da un ramo all’altro
che oscilla precario
preda del primo gatto rognoso
che s’acquatta nell’ombra
credendosi tigre, leone

gli atti della postera – atto secondo

non mi stupisco quasi più di niente
ne ho viste troppe e ancora ne vedo
mi incanta un sorriso una parola
mi atterrisce la superbia l’invidia
quella che mi vorrebbe morta e sola
e invece io davanti a te non cedo
io sono io: io non sono gente

quartine #2

ci son tromboni in codesto paese
che far delle labbra trombetta è fargli
un complimento nobile e cortese
[il suon della tromba copre lor ragli]

H – come Hunger (nuovo alfabeto)

vorrei trasgredire,
combinare un bel pasticcio.
risolvo i guai altrui,
aggiusto cuori, mi impiccio;
sistemo nodi alle cravatte,
correggo errori di lingua,
chiedo scusa. vorrei
far piangere qualcuno,
spezzare almeno un cuore,
stare a guardare
un gran disastro
e non saper più ricominciare,
non saper più come i cocci
raccogliere e incollare

echi ridotti #42

sublime specchio di veraci detti
‘o scostumato, ‘o parlanfaccia
quando dico i miei versi maledetti
chi mi piglia a sassate
chi si lava la faccia

Lucia Tosi

18 febbraio 2014

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preghiera del poeta domenicale

la forza della filastrocca
l’energia del verso infantile
la tenerezza del domenicale
lo spessore dell’ingenuo sentire
l’onesta complicazione
il sale della precisione
i versi poveri e infaceti
dammi, signore dei poeti;

allontana da me la cresta
vietami l’alloro;
fa’ che indossi stracci
che raccolga ciò che resta
sul fondo da altri raschiato
e quando l’abbia cantato
– da poeta non laureato –
non mi vergogni
di sembrare una pazza
che i suoi bi-sogni
ha messo in piazza

 

da Echi ridotti

 

lo sdegno peloso lo schiaffo
ed il pugno per l’intasamento
fognario dei bassifondi poetici:
non vedete che siete patetici?
a me mi fa un emerito baffo
il piacimento e il compiacimento.
verrà la morte e avrà i vostri versi
i miei e tutti gli altri. non siete diversi.

 

***

giù per il mondo senza fine amaro
senza il tuo sorriso buono e arguto
ogni dardo del destino avaro
sarebbe stato velenoso e acuto.

 

***

ecco: fernuto.
m’è crisciuto
‘o scartiello:
e nun so’ scelle.

 

***

delle cose che fanno la mia domenica
la più bella è quando si svegliano:
una talpina che sgattaiola
non vista – crede lei, poiché, bambina,
se non vede non è veduta, pennuto
biondo e bello e di gentile aspetto –
e un tal signore che mi abbraccia
in un modo che non ha eguali in settimana
– io alta arrivo appena alla sua spalla –
mi godo l’illusione del tempo
che mi riporta una giovane madre
e un padre alto a protezione.

 

***

questa mattina mi son svegliata
o mia bella notte travagliata
addio! ho sentito il cuore dare
in un cigolio uno iato
di motore ingolfato
che parte si spegne si riaccende
una di quelle cose tremende
che ti fanno pensare che è giunta
la grande amica-nemica
che ti lasciano madida consunta
di forze di fiato
[e piena la vescica]

si sta male, a crepare.

***

la grande morte è il frutto
che per vivere dobbiamo
masticare. fu la mela del giardino
archetipo della vita
inchiavardata alla sua fine.
la maledizione non era
nel peccato del mangiare
non era nel disubbidire:
era nel dopo, nel terrore
della fine che ci portiamo
addosso. era nell’estremo
paradosso di chi per paura
di finire [ancora adesso
dove non si sa] massacra
i popoli dando la caccia
all’eternità.

***

ovunque orbite vuote
palpebre abbassate
un tempo brillanti ridenti
sontuosamente spalancate
su ogni bendiddio.
affittasi vendesi trasferito
riapertura in data da destinarsi.
è tutto un mondo che è finito
bisogna farsene una ragione:
dalla periferia al centro dell’impero
è un continuo sgretolarsi
un venir meno di modi e mode
pezzi di vita del grasso epulone.
e fuori è pianto e stridor di denti.

 

***

hai poco da averci
lo sguardo che mira
lontano: le cose vicine
son tali che ingombrano
la vista (le morti sbagliate
i fastidi di giornata l’ombra
sempre più lunga che fa piccine
le beghe stantìe ma appassionate).
non c’è il grillo non c’è il gatto nemmeno
un focolare con quelle quattro capriole con cui stare.
[hai un labirinto di strade da attraversare
la meta è lontana l’incubo diurno ti abbranca]

 

da Versi sciatti e indigeribili

 

venne il gelo e il matto
non sapendo dove andare
si riparava in un anfratto
tra i muri delle case.
da sotto le cimase
cadeva un gocciolare
solido, compatto. il matto
parlava con questo apostrofare:
signore, pietà, non ho più il tatto,
fa un freddo più di me matto,
un freddo bipolare”.

 

***

ho il sospetto
che sia per questo
che non vado troppo
d’accordo con gli umani:
sono troppo libera: troppo!
ed è terribile difetto
assai indigesto
ai sani.

 

 

***

oh divano divano
che mi fai così accidiosa!
sei perfettamente divano:
ove la diva posa
il deretano.

 

 

Lucia Tosi