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Ursprunglichen Leben

5 luglio 2018

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 poesia e pittura in dialogo
Martina Dalla Stella, Silvia Secco e Claudia Zironi

 

Due donne, anzi tre sì, tre amiche che celebrano il fatto di essere tali con un libro che quando  lo si chiude non si sa  se ti abbia toccato più Claudia per la concretezza che le fa scrivere “ non basta dare il nome / alla rose, Silvia, esse/ devono avere consistenza/ e aspetto al cospetto/del pensiero, la rosa sta nel nome/ esistendo pensata quando/ nome e rosa insieme/ si sostanziano, quando/ anche la rosa a te pensa //, oppure Silvia che vuole sottolineare la sua fragilità qui : “  Occorre dire alla rosa che è rossa/Chiamare ROSA la rosa. L’intera/ rosa. E la rosa sfogliata, il petalo chiuso nel libro/ una memoria del tatto, l’odore/ scampato al gelo, lo stele reciso/ all’altezza del nodo. Non termina/ mai l’essere rosa l’ultimo lembo/ rimasto a sfioritura e non è rosa/ già il seme della rosa ? Vedi, cose/ così come questa mutano/ se ne muti una sola consonante,/ e una c fa comune il nome proprio./ Nella distrazione la rosa smette “// o anche la pittrice Martina che nei suoi quadri stende talvolta velature sottili come ragnatele, come quando ritrae gli “ alchechengi “, o sa rendere tutta la tensione dell’attesa quando dipinge una lunga fila di uccelli sopra un filo nel quadro “ aspettando per migrare “, ed aggiunge a titolo esplicativo di un sé timorosamente nascosto “ anch’io così “.

 

Tre donne giovani che dichiarano fin dall’inizio, dall’esergo del loro lavoro,- citando un verso del poeta Frost che dice- “ due strade divergevano in un bosco ed io-/ io presi la meno battuta/ e questo ha fatto tutta la differenza//  che sanno ove vogliono dirigersi e lo fanno bene questo viaggio poetico che ci parla del loro modo di porsi nel mondo in cui vivono e viviamo.

 

Parlano di sé, dei propri desideri, delle loro passioni, anche le più dolenti come fa Silvia in questa sua : “ Senti come vengo a chiedere. Come/ti chiamo : mani e nome. Che sai/ montare alta, marea e piena, allagare/. Guarda come mi riduci: fradicia e/ bellissima, come mai sono stata./ Toccami lì dov’è la ferita e lì/ entra/, slabbra e straziami che sai/ dei brividi in agguato sulle scale/ dei lividi che poi dovrò coprire/ quando te ne andrai e dovrò sorriderne./ Scavami e trova. Le dita di chi ama/ si sfiorano sul libri e sotto i tavoli/ e tu lo sai che sono scalza e nuda/ davanti a te come davanti al mare//, ma anche Claudia si metta a nudo in questa sofferente : “  L’acqua cade sempre su altra/ acqua, seppure in altra forma/ e non si chiede il tempo// Sarò prima di te ombra, quando/ starai seduto davanti a casa/in attesa del tramonto. Ti coprirò/ i piedi come capelli, le ginocchia/ come accucciandomi. Porterò/ una nuvola di pioggia dall’oriente/umida e calda di monsone, profumata/ di zenzero e vaniglia. Risalirò / le cosce tue/ alle venti e trenta della sera.// Saprà poi l’acqua come amarti.//.

 

Ma non è il loro soltanto un canto autocelebrativo, dentro il loro scrivere è anche forte l’attenzione al decadimento della nostra umanità, l’ esserci ridotti come pietre su cui, scrive Claudia “ si era evoluta una ben strana razza “ che “ non poteva volare “ ed era “ dall’intelligenza non ben orientata “ in un tempo in cui “ ciascuno si credeva migliore degli altri“, e conclude la Zironi “ il nostro silenzio li annientò. A nome di tutte le pietre/ ancora oggi ce ne dispiace “. Ma pure la Secco non nutre molta fiducia nel nostro futuro quando scrive : “ Le anziane madri -le mani sul ventre/ che ha custodito- hanno nozione/ del tempo. Ci cantano all’orecchio/ che ne avremo, da morte, per riposare/ la quiete concessa finalmente/ la coerenza dell’ultima parola/ fissata nell’eternità, quando saremo pietre/ purissimi diamanti, e non avremo pietà/ di nessuno. Allora, senza gli occhi, senza l’opinione/ saremo trasparenti esseri di perfezione./ Sceglieranno per noi i fiori delle spose. Poi/ dopo le cerimonie, ci dimenticheranno .//

 

E saremo dimenticati anche noi umani, pietre inutili e aride per colpa dell’indifferenza al male che contraddistingue questa nostra storia recente, piena di sofferenza urlata ma inascoltata, ricca soltanto del nostro silenzio colpevole nei confronti dei tanti che ci chiedono accoglienza.

Ecco cosa scrive Claudia : “ tutti in fila/come bambini/.Tutti in fila/ come a scuola/. Fate i bravi soldatini !/ Mettetevi i fila per la marcia/. Alla fermata/ ben educati/ tutti quanti formate la fila/. Tutti in fila sulla banchina/ uomini e sogni/ nei sacchi di plastica “,  e aggiunge Silvia sulla stessa pagina :
“ dove il mare arriva siamo in tredici/ fradici a guardare tredici paia/ di piedi nel fuoruscire dai sacchi/ sacchi di sogni e di sale/ sabbia nei tredici sacchi/ sabbia e sale e l’acqua in luogo dell’aria/ a riempire i polmoni. E i piedi/ tredici paia : / trattati somatici adatti alla platea / dei telegiornali. Tredici paia/ uguali in tutto e per tutto al mio paio/ da lontano da dove li guardiamo/ scordarsi dei passi, annerire./ Degli ultimi tredici passi/ chi ci verrà a dire ? E dei nomi ? / Tredici nomi gridati, pianti/ pensati, gridati nomi affidati/ a un dio in tutto e per tutto uguale/ al mio: come lui sordo, dove il mare/ giunge ed aggiunge al tredici al totale.//

 

Ci si allontana da questo libro con il piacere di aver fatto ancora una volta un incontro fortunato con queste due poetesse che in molte  altre occasioni hanno già dimostrato tutta la loro bravura, ma resta un poco di amaro in bocca per la sottile vena di tristezza che sta alla base di quasi tutti i  loro pezzi, ed anche gli oli di Marina Della Stella ci lanciano unghiate dolorose tutte condensate in un volto di madre  ritratto superbamente alla maniera della migliore pittura espressionista.

 

Non mi resta che aggiungere il mio apprezzamento per la veste tipografica del libro, originale per la sua dimensione orizzontale anziché verticale come comunemente si fanno i libri, per i colori che sembrano aderenti in modo perfetto ai quadri, e per il gusto nella scelta delle poesie messe in lista.

Luigi Paraboschi 26.6.2018

 

 

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Silvia Secco e Claudia Zironi condividono da anni la rappresentazione delle loro singolarità artistiche. Il recente progetto di poesia in dialogo, Ursprunglichen Leben, è scaturito da esperienze di recital comuni che si sono tenuti nel 2017 a Messina e a Ercolano e nel 2018 a Vicenza. Le poesie di Claudia e Silvia dialogano tra di loro in sequenze multivoce, ripetizioni, silenzi, toccando temi filosofici, civili e amorosi. I versi sono accompagnati e scanditi dalle esecuzioni musicali di giovani artisti. Durante il recital viene coinvolto anche il senso della vista, mediante la proiezione dei dipinti di Martina Dalla Stella, con la quale le poete da tempo collaborano, che si unisce al “dialogo” in modo assolutamente pregnante. Dal progetto del recital è nato un “libretto di sala”, questo vero e proprio piccolo libro d’arte, firmato Edizionifolli, che raccoglie i testi di Silvia e Claudia ed è illustrato a colori con i dipinti di Martina.

 

 

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“Dispacci” Lettura di Luigi Paraboschi

11 gennaio 2018

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              Dispacci
              Narda Fattori
              L’arcolaio 2016

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote

se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “

ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi

……….

nei libri il viaggio bambina fu con Sandokan/

con Nietzsche più tardi e saputa ma non ho imparato/

a discriminare il grano dal loglio/

 

Da questo nuovo cammino che ha intrapreso essa invia poesie nelle quali parla di sé  spesso in modo diretto, alludendo al suo modo di aver vissuto, e usa il titolo che ho precisato, forse perché tradizionalmente si adotta il termine “ Dispaccio di agenzia “ per indicare un  sintetico rapporto giornalistico o di agenzia giornalistica, quasi un avviso, e talvolta anche un breve rapporto militare dal fronte di guerra volto a condensare gli avvenimenti e ad aggiornare il ricevente sullo “ status quo “ di quanto accaduto.

 

E l’aggiornamento di Fattori è un riassunto composto da tante immagini, tante sensazioni, tante emozioni tra le quali direi che i motivi conduttori girano attorno ai temi degli : affetti perduti- solitudine e del distacco-  delusione nei confronti delle aspettative e dei rimpianti –  la fede e l’immigrazione.

 

Uno dei primi dispacci lo si incrocia nelle poesie di apertura, dedicate al padre alla madre ed alla sorella, tutti citati con nome e cognome, ma credo sia stata l’assenza ( forse ) troppo repentina della figura del padre a rendere ancora forte e vivo il bisogno di aiuto nel cuore dell’autrice, e questi sentimenti così ben condensati nel corso della poesia “Lui” possiamo viverli attraverso la  sintesi racchiusa in  questo verso finale:

 

 ci vuole la mano di una padre per un bambina “

 

ma se la mano del padre è mancata, anche il legame con la madre cui fa cenno nella poesia “ e tu madre “ ( forse ) non è stato portato avanti troppo a lungo  nel tempo, come  possiamo leggere qui :

 

il nodo si sciolse e molto passò/

del bene e del male/

nel coagulo nudo dell’essere vivi/

 

ed infine c’è la figura della nonna, evocata dalla poesia “ Vespro “ che “ muoveva piano la labbra arse/ e si segnava al vespro-  e che ha lasciato un vuoto interiore nell’autrice  da indurla a concludere  così :

 

io ormai dico crepuscolo e già non vedo “

  
Ma agganciandomi  a questo “ non vedo “ vorrei riprendere altri versi raccolti dalla raccolta  precedentemente citata “ “la vita agra”, che suonavano :

 

 

Perché se sopravvivere è una fortuna

                     allora il prima e il dopo la vita

                   appartengono al segreto

                   di una divinità terribile e troppo umana

 

per giungere a questo breve passo della poesia  di questa raccolta“ Enigmi “ che dice:

……………………………………………

mi restano mani nude inabili alla poesia/

restie alla preghiera /

…………………………………

la mosca unisce due zampine all’interno/

della ragnatela- Vanamente prega/

 

E questa mosca che “ vanamente prega “ unendo le zampine è la stessa  “ mosca “ che dirà nella poesia “ Single “

 

misuro a spanne la dimensione/

                      della mia anima/

non più ampia di una tovaglia/

 

e concluderà la stessa poesia affermando

 

La mia anima è più piccola della tovaglia/

poggia-piatto all’americana/

…………………..

single per non dire sola

 

E’ un’amara conclusione quella di questa “ mosca “- per giunta “ single” – una conclusione amara ma lucida, quasi impregnata di disperazione, come si può leggere nella poesia “ la forma del finire “ dalla quale stralcio alcuni versi .

 

 

finire dimenticando  il volo le ali/

lasciare che il niente pettini/

le piume e sostare senza fretta/

alla porta che non si conosce/

…………………………..

nessuno sussurro nessuna preghiera/

nel silenzio tondo la nescienza/

dell’essere stati del non essere più/

 

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo americano oserei dire, (ma lo scrivo con il rammarico, cosciente di una realtà che vivo in prima persona), che questa non è poesia per …….giovani ; c’è molta amarezza,  una sofferenza chiusa, quasi senza speranza, di chi avverte lo scorrere del tempo e l’incalzare dei giorni, e le delusioni che derivano da una presa di coscienza del reale  sempre più avvertita con consapevolezza.

 

A conferma di quanto detto riporto parte della poesia Avvenne

 

Avvenne che inciampo’ sul primo scalino/

infausto incontro con la diminuzione/

…………………..

il corrimano era bastato fino a ora/

e passi studiati lentezze contro sole/

…………………………..

non ha re-imparato la rincorsa/

l’epidermide bruciata dallo sfregamento/

……………..

…………………

sta seduta in silenzio

lei che aveva sempre profetato

 

 

Ma  raggiunta una certa età, quando le condizioni fisiche non sono più quelle di un tempo, non si può non concordare con la Fattori : spesso quel corrimano che ha sostenuto per tanti anni le nostre illusioni ha ceduto sotto il peso metaforico dei “pensieri poco profondi” e lo scoprire che “i fiumi di un tempo si sono trasformati in fossati” può condurre alla conclusione  espressa  da questi versi della poesia “ la mia sera “

 

la mia sera è un albero con foglie residuali

 

che si accostano ai versi successivi dove risalta l’ incertezza fideistica  di quel “ brivido” che la coglie e lo sgomento esistenziale  di quel non so

……………………

la mia sera è una nuvola sfilacciata che s’allunga/

sotto la volta del cielo- s’attarda – guarda la terra/

che l’ ha generata e un brivido la coglie – non sa/

ancora se sarà brina pioggia o neve di peso lieve/

                                               o tracimazione/

 

 

Lo sguardo dell’artista è talvolta acido e sarcastico nei confronti della stupidità e della cattiveria di questa società, come nella poesia 2014-2015

 

2o13-2014-2015 abbiamo scavalcato/

il dosso del tempo ancora morte/

lutti cupidigie rapine e omicidi/

stradali cioè di umani in strada/

un’ammaccatura alla carrozzeria/

un mazzo di fiori sul ciglio/

                            del fosso/

……………………

Fra smartphone iPod e tablet/

vocifera la solitudine on line/

 

 

E concludo questa lettura stralciando qualche verso da questa poesia dal titolo Abbi pazienza perché essa ha, per me, un sapore amoroso forse involontario, quasi un invito  rivolto ad un partner immaginario, magari ultraterreno, ad un rapporto fisico che rassomiglia un po’ ad un amplesso  tristemente mortale

 

……………………….

Abbi pazienza ho navigato tanto/

la vela è stracciata e si beve il vento/

………………………..

 

prendimi quando il sonno/

mi picchierà sulle tempie e l’orologio/

sarà qualche minuto indietro/

una dimenticanza succede invecchiando/

aspetta ora rimedio…….sii paziente/

aspettami …..sarò qui subito subito./

 

Siamo così giunti alla fine della lettura di questi Dispacci e ne abbiamo riportato la sensazione del malessere dell’autrice che si estende anche all’animo del lettore il quale non può fare a meno di essere  coinvolto.

Quando si termina questo viaggio si deve riconoscere alla Fattori una lucidità di pensiero, una profondità nelle  considerazioni di poetessa e di cittadina-testimone del mondo  tali che diventa obbligatorio considerare questa opera un esempio attento ed alto di come sia possibile coniugare il valore letterario congiuntamente alla  poesia civile.

 

 

 

Luigi Paraboschi

Luigi Paraboschi

23 ottobre 2017

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Geometrie

Angoli

Detesto quelli acuti sono spilli,
ed anche quelli meno appuntiti

hanno spesso un po’ di “sopracciò”,
specialisti nel salto della quaglia,

quelli retti, poi, sono così altezzosi
con la loro verticalità e il dogmatismo.

Gli ottusi, invece assumono sempre
quell’aria da vomere che squarcia,
sfondano ma senza cattiveria, non ci arrivano,
anche se usano molta buona volontà,
con quelli piatti mi sono deliziato
a lungo, distesi come orizzonti, calmi,
copule sull’erba, dolci morti in geometria.

Ma ora che indosso male il tempo, amo
quelli a giro perché non hanno punte,
si sono annullati nel vorticare, consci
che il bene ha forma circolare dentro cui
basta cambiare una vocale
per tramutare l’angolo in angelo.

 angolo giro

La perfezione non sta dentro il triangolo
come raffiguravano un tempo sul catechismo,
è l’angolo giro con i suoi 360 gradi quello
che può narrare questo amore che t’abbraccia
anche se incontra certi spigoli, ma è ancor di più
dentro un cerchio senza circonferenza
che io immagino sarà la vita attesa, ove
non basterà moltiplicare raggio per raggio
e poi per tre-e-quattordici per calcolare
la superficie, perché saremo tutti in tutto
senza dover sfiorare la felicità passando
per la tangente come succede quando amiamo.

a mia figlia

 

Cono e poi tronco di cono

Il massimo del fulgore l’ebbe col Metafisico
quando la sua forma celebrata dai manichini
nelle piazze deserte della città estense
si prestava per i giochi con la conoscenza.

Per la sua eleganza e per la disinvoltura
seduceva nei circhi sulla testa ai clown,
amava ergersi sopra gli altri solidi
pungere con l’arguzia nel dibattito tra menti.

Dentro il cono d’ombra nascondeva segreti
da confessionale e nel suo occhio di bue
le ballerine s’avvinghiavano ai doppiopetto,
ma perse la punta quasi senza rendersi conto

e si scopri ridotto a tronco di cono malandato
buono per sostenere i piedi di qualche vecchia
credenza traballante, poi lo costrinsero
a passare il tempo assieme ai parallelepipedi
dalle troppe facce, una per ogni circostanza.

 

l’area del cerchio

Provo a rinchiuderTi dentro la superficie
che credo di scoprire quando moltiplico
la fede con la speranza, e se invece del pigreco
metto il tuo nome, l’area ti sta stretta.

C’è sempre una falla nella circonferenza
e tu invadi gli spazi attigui a quel recinto
ove con presunzione ti ho racchiuso.

L’acqua tracima sempre dal mio cerchio
confortevole e la contraddizione origina
il mio malore, perché se cinque mariti
nulla hanno potuto contro la sterilità
della donna di Samaria, anch’io devo pur
farmi una ragione se fra i tanti lebbrosi
d’ Israele fu solo Naaman il Siro quello guarito.

 

Sfera

Del cubo meglio non fidarsi
ha troppe facce, una per ogni circostanza,
il cono vive sempre in dicotomia
tra il dottorale e il magico,
un po’ mago Merlino e un po’ Pinocchio,
sul cilindro è meglio sorvolare
è talmente snob che pensa sempre
d’essere infilato sopra il capo
di qualche Fred Astaire d’avanspettacolo,
la piramide è troppo presuntuosa,
crede d’essere investita dal destino
da quando l’hanno elevata a monumento,
il parallelepipede non sai come guardarlo,
quando l’osservi dice sempre con sussiego
“ dall’altro lato vengo meglio “.

Invece della sfera non puoi che dire bene :
tutto le scorre addosso e scivola via ,
non s’ intromette con gli spigoli vivi
ha una sola faccia ma non sai quale,
le basta il buffetto d’unghia di bambino
per correre sulla rena accanto al mare
e quando si fa boccia s’affida ad una mano
che le trasmette la forza necessaria
per appoggiarsi alla sua gemella e riposare.

 

la retta

E’ vero che tra due punti
la via più breve è quella retta,
ma se non mettiamo gli stop
alle laterali succedono disastri,

perché tutti sanno che infinite
sono le rette che possono passare
per un punto solo, perciò tieni presente:

conviene il percorso su stradine di campagna
senza la mezzeria pur se con molte curve
ma prive d’innesti alle carraie
che portano a poderi abbandonati,

occorrerà più tempo per l’arrivo
e di certo troveremo la brace spenta,
ma poco importa, basterà fare legna
nuova attizzare un fuoco senza
le vecchie braci su cui soffiare.

—————

Tre poesie
(con stralcio da una nota di Ennio Abate)

 Il fiume San Lorenzo

Il fiume San Lorenzo corre veloce
tra le rocce prima del Ferro di Cavallo
e poi si schianta nel salto
dentro la nebbia d’acqua
ove galleggia microscopico un battello
dal nome ” Maid of the mist “.
Così noi, tu, io, assieme
alla maschera di Tutankhamon
e allo schiavo che eresse
la sua camera funerarie,
il defunto di Sant’Elena
e gli insepolti delle sue battaglie
i loro amori, le malattie, il sangue
delle ferite, ed il dolore delle baionette
dentro le viscere, i dissolti di Hiroshima,
i disintegrati delle torri
tutto scomparso dentro quella nebbia
ove basta un secolo per essere dimenticati,
anche tu, piccolo uomo che ora balli
al suono dei jingle natalizi
ti perderai nel flusso della corrente
e non saprai di me e dei miei amori
inconfessati e sotto silenzio
non troverai che echi di rimando
ma dell’emozione di una mano intrecciata
con la mia, di quelle labbra cercate
nella morbidezza di un abbraccio contrabbandato
chi ti potrà narrare ?
Eterna è la nebbia del fiume San Lorenzo
e naviga ogni giorno quel battello
con i turisti, tutto avvolge
questo tempo che ci è dato e tolto
in un istante senza poter capire
la ragione della sorte e del destino,
la nostra storia ed i suoi angoli
che non sappiamo arrotondare
e quel bisogno di narrarci all’altro
che talvolta neppure sa di noi
( o l’ha smarrito nelle pieghe
d’un desiderio morto )
e le partenze che rinviamo
con quei biglietti di sola andata
già obliterati, tutto tutto tutto
sarà avvolto e poi travolto
dentro quella nebbia che si scioglierà
soltanto in un incontro dentro quel Tutto
e finalmente respirerà la pace.

*Il battello Maid of the Mist prende il nome da una figura mitologica degli indiani Ongiara, trasporta passeggeri, nel bacino alla base delle cascate, sin dal lontano 1846.
(da https://it.wikipedia.org/wiki/Cascate_del_Niagara)

 

Il pallone cade sempre al di là del muro

In quella fotografia non ancora color seppia
sorrisi, sguardi, complicità, inconsce
speranze, illusioni, tutto era ai nostri piedi
allora, il dubbio e l’incertezza non ci appartenevano,
ogni virgola era al suo posto, chi avrebbe immaginato
che il futuro sarebbe stato quello che divenne ?
A quel tempo si distendeva sotto i nostri piedi
il tappeto rosso delle stelle, tutto era in discesa
quasi senza pedalare, nessuna ombra
sarebbe apparsa sopra l’alba di anni nuovi,
Urbino sferzava i vostri visi col vento delle sue Cesane,
e così disperdemmo negli arabeschi delle strade
i nostri sogni fatti di attesa e i viaggi di speranza,
ma il tempo ci ha buttato addosso il suo mantello
e la vita è rimbalzata al di là del muro di confine
come talvolta avviene col pallone
e si deve scavalcare la recinzione
con la speranza di recuperarlo
ma l’erba è cresciuta a vista d’occhio

 

Al Premio di poesia

Non si nega l’applauso
è pura cortesia, affabilità,
civile comunicare un affiatamento
tra sconosciuti che hanno biascicato
le stesse parole, ordinandole
con diverse sfumature, domandandosi :
” ma cosa voleva dire ? ”
e la giuria indossa le piume d’ordinanza
si sciacqua l’ugola con le citazioni colte
s’arrampica sugli specchi
per dimostrare che ha letto
meditato e soprattutto ben capito
il senso, il messaggio (no, questa parola
non la si dice più, fa troppo anni sessanta)
meglio parlare di mission della poesia
e poi tutti a buttarsi a scapicollo
senza l’eleganza del censo e anche del ceto
sopra i bicchieri di vino bianco
la fettina di crostata e le tartine
gentilmente offerte dalle dame
d’una carità acculturata e progressista
poi la lettrice che declama i testi
con troppo birignao e l’autore
un po’ imbolsito che enfatizza
il suo prodotto, e tu che ascolti
ti domandi il senso di certe calligrafie,
se aiutano il mondo a farsi chiaro a noi
oppure se altro non sono
che l’appagamento d’una vanità
che ci attraversa e lascia folgorati
sopra una strada che mai non va a Damasco.
Infine ci si saluta, ci si complimenta
e si riparte, ognuno con la sensazione
di sfatto,di deja vù, di paura ben nascosta
per ciò che abbiamo dentro
e che avremmo voluto tirare fuori
ma le parole che avremmo usate
non sarebbero state degne del sentimento,
e domani ricominceremo a pennellare
la nostra vita sopra le vecchie tele
sperando che il senso si faccia avanti
e si dispieghi, ma non accade.

Sin dal primo impatto con i versi di Luigi Paraboschi si coglie il tono fondamentale della sua poesia, che è lucido, dimesso e amaro. (Quando ho pensato ad un corrispettivo nel campo della pittura, mi sono venuti in mente i quadri di Edward Hopper, il ritrattista della solitudine americana). Paraboschi coltiva una poesia che non vuole essere per letterati. (Si veda il distacco ironico che mette tra lui e gli altri poeti nella terza poesia qui proposta). E che s’affanna, invece, sulle domande di senso della vita e delle nostre esistenze. Sono, immagino, domande sue. Che però ha sentito galleggiare anche nella mente della gente comune con cui sta a suo agio. Come lui, costoro non hanno una corazza di studi letterari o filosofici e non amano le “ideologie”. Né i ricami col linguaggio («e tu che ascolti / ti domandi il senso di certe calligrafie»). Di solito hanno fatto altri studi (tecnici e scientifici forse) o hanno vissuto in modo pratico buona parte della loro vita. Hanno pensato, cioè, dentro le sue maglie strette e spesso ispide, non in appartati seminari accademici o cenacoli letterari. Dalla poesia, perciò, reclamano qualcosa che abbia ancora a che fare con quel che hanno cercato e cercano nella vita di tutti i giorni. Ai versi chiedono innanzitutto « se aiutano il mondo a farsi chiaro a noi».
Conservando gelosamente un legame privilegiato con questo tipo di lettori, ai quali Paraboschi mi pare legato in modo tenace tanto da farne anche una sua maschera difensiva e selettiva, la sua poesia proviene da un sincero bisogno di narrare e di narrarsi all’altro. Ed è perciò colloquiale. Non resta comunque in superficie. Non ti intrattiene amabilmente ma ti porta nella profondità dei sentimenti da lui vissuti, dimessi e amari, come dicevo. A questo «desiderio di contatto» Paraboschi non si affida però del tutto e tende anzi a castigarlo. E qui entra il realismo che ha conquistato dalle sue esperienze di vita e di scrittura. Perché ha troppo chiaro che il mondo, di cui una volta i poeti, ma soprattutto i narratori, che credo egli preferisca, raccontavano abbastanza liberamente, non ha oramai più «colori e forme definite». E sa bene che «oggi tutto si muove in fretta, la stanchezza / ci attraversa senza lasciare al cuore il respiro /per un battito anche senza futuro».
[…] Ennio Abate

 

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Luigi Paraboschi

2016 – finalista al premio “Città di Forlì “
2015 – segnalazione speciale al premio “ tra secchia e panaro “
2014 – ottobre secondo classificato al premio per poesia inedita “ le quattro porte “ di Pieve di Cento ( Bo )
2013 –
ottobre : 1° classificato al 32°premio per poesia inedita città di Quarrata ( Pistoia )
2011
aprile : terzo classificato al premio per poesia inedita “ tra Secchia e Panaro “ Modena
ottobre : menzione al premio Soragna per poesia singola.
2010
ottobre – primo premio al concorso “ Violetta di Soragna “ per la sezione “ libro edito con il volume “ Geometrie precarie “
maggio -terzo premio per la sezione silloge di poesia al concorso Mezzago Arte “ a Mezzago ( Milano)
maggio – Secondo premio per libro “ Geometrie Precarie “al concorso
“ Toscana in poesia “ di La spezia.
2009 –
Settembre – primo premio poesia inedita “ Le quattro porte “ Pieve di Cento ( Bologna )
Giugno –primo premio per silloge inedita al xxxiv concorso” Casentino “ di Poppi ( Arezzo ) con pubblicazione del volume “ Geometrie precarie “
2006
1° premio pari merito al concorso per poesia inedita all’VIII concorso “ Giacomo Natta “a Vallecrosia ( Sanremo )
2003 –
1° premio assoluto per la silloge di poesia “ Controvento “al concorso “Città di La Spezia”