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Mariapia Quintavalla

3 aprile 2018

riproposte

 

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Maria Pia Quintavalla

14 ottobre 2015

L’età moderna

E’ sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Fabiana:

rinata là, mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta –
accucciata a terra poi, Sono qui,
vengo a prenderti, ristorati –
la tua casa e la mia sono nate
qui stesso spazio, sogno lo stesso –
sosteneva i suoi occhi,
prima di morire.

Le sue stanze combaciano là sopra
alle altre native
ma hanno sagome aperte più spaziate,
trapezi cerchi
verso i gradi della vita, poi:
quadri, rombi della luce che veleggiano
nell’alto

altre qui

Maria Pia Quintavalla

14 febbraio 2015

 Corleone, II

Compianto in terracotta, III

L’età moderna

 

E’ sorella rinata dalle ceneri,
bisogna che io parli di Fabiana:

rinata là, mi aspetta
nella casa dove ha vissuto il padre,
ha taciuto di lui mi ha accolta –
accucciata a terra poi, Sono qui,
vengo a prenderti, ristorati –
la tua casa e la mia sono nate
qui stesso spazio, sogno lo stesso –
sosteneva i suoi occhi,
prima di morire.

 

Le sue stanze combaciano là sopra
alle altre native
ma hanno sagome aperte più spaziate,
trapezi cerchi
verso i gradi della vita, poi:
quadri, rombi della luce che veleggiano
                                           nell’alto

                                                 

 

*

La notte stanno a schiera (all’erta)
lampioni la punteggiano
sul parco e sostengono l a s e r a.

C’è tepore dove la donna ha procreato
amato e perso i suoi bambini,
una soltanto è viva, i ritratti piccoli
salutano fulgidi ogni giorno.
Lei si alza pigra, ci prepara il caffè
parliamo –
poi stiamo ore a rimirare la beltà
e la luce, in dolce sfondo
esplodono piccole nicchie ombrose
dai cespugli del San Paolo.

*

A notte, garrule chiacchieravamo
del giardino come sue guardiane,
né gli occhi si stancavano,
vagando nella musica i bicchieri.
Sapevo che là sotto, a quel secondo piano,
un bel varco attendeva
propiziando notte, il sonno dei felici:
negli occhi
la sopita infanzia si mostrava.

*

Il mondo era moderno al quarto piano,
come un’era adulta ma più sotto,
era l’antro dei sogni era l’infanzia.
Non era addio ma arrivederci,
a più tardi.
L’amica era la vita e libertà di affetti
adolescenti che ti porta piano,
va lontano, in fiaba eterna
di una piccola me contenta
come entrare e uscire da una porta,
una soltanto q u e l l a,
perché un padre aspetta
al piano che non s’apre più,

aspettava stava.

 

*

Ora il salto dei piani si è smarrito,
l’ascensore scende direttamente
al pian terreno, in un’uscita sola,
nessuno abita né solitario attende
alcuna voce dice,
E’ tardi va’ a dormire, oppure,
Cosa vuoi per pranzo l’indomani.

Alcuno a notte lascia letterine scritte
in uno stampatello di grafia leggera,
messaggi d’amore delicati dove
sentirsi al centro della vita,
non già più in salita ma una mano
che entra nella tua soave, e certa
                                       piano
                                          

*

La popolazione che abita lassù
l’età moderna, oggi è in ospedale
lei non popola tutta la mia notte
ma una parte,
quella dell’oggi di chi scrive e conta:
qui dalla mano tenta
in un soffio rinverdisce cupole, sentieri
giù dalle sue scale, e stelle
            una cartografia leggera

 

suggerisce non più parole umane
ma sole, le minute
di un diario che si annuncia ponte
o epistola, abbandono a cerchi della luce
dove vivere
verso l’impronta di noi due,
                        in amore.

Maria Pia Quintavalla

18 ottobre 2012

Ci vuole coraggio, ci vuole sapienza per scegliere due motivi cardine della poesia universale, l’incontro e il commiato, e dare loro una veste semplice e inconsueta insieme, luminosa e schietta, nella forma elegante e compiuta che le conferisce il dire onesto. Questo è il caso della poesia di Maria Pia Quintavalla, questo è il caso dei due componimenti Trasmigrano e Stiamo facendoci un sacco di saluti.
La lettura rivela che incontro e commiato si configurano come due momenti strettamente collegati, complementari di una architettura solida e innovativa, originale e sostenuta in ogni sua parte da una motivata ragion d’essere: il Congedo.
Chi scrive sa, e lo dichiara fin dalle prime battute, che l’incontro non può che avvenire in un momento sì successivo alla ‘poesia ingenua’, ma mai dimentico di essa. Accostare, come mi è capitato, Trasmigrano di Mariapia Quintavalla e Unter der Linde del Minnesänger Walther von der Vogelweide – che dà voce al canto dell’amante-amata dopo il convegno d’amore – è un passaggio rivelatore: i due amanti di Trasmigrano si incontrano “dopo i cimiteri delle macchine là fuori” e l’essenza del loro incontro risiede in un verso indimenticabile, che segue immediatamente: “e trattengono il cuore, lo smarrito”. Cercare “la cena dell’amore vivo” è disegnare e attraversare – i due momenti sono strettamente collegati – paesaggi antichi e sempre nuovi. Il desueto si fa quotidiano: chi legge sosta, ri-conoscendola, nella “terra scoscesa e bretone” dello splendido ottonario nella prima delle tre parti del componimento. Lì le parole sono “calvari in pietra”, il paesaggio è passaggio ineludibile.
L’incontro è presagio del congedo, il congedo è un incontro che canta – con il ritmo sincopato del distacco imminente, ma senza indulgere nello struggimento – il commiato degli amanti. Le allitterazioni che si rincorrono nei primi versi di Stiamo facendoci un sacco di saluti dicono in velocità vorticosa il susseguirsi di sensazioni. L’addio concitato coinvolge movimenti e oggetti, reminiscenze e convenevoli. Torna, in altre e ben più prosaiche vesti, l’immagine della tavola imbandita. La “cena dell’amore vivo” si manifesta qui come “perenne break” annunciato dallo sferragliare del “carrello dei sandwich”, non è “pane morso”, “né tenebre ma sandwich al salame/ vino bianco su tavola / che in un luogo pubblico è imbandita”.
Il congedo riunisce “circostanze diverse somiglianti”, consapevole “di quell’intimo botto il crac che avvampa/ nel silenzio in crepitio insonoro”. Nell’ultima strofa il ritmo rallenta, annuncia la distanza della riflessione: “stiamo facendoli i saluti piano”. Come per “il treno immobile” in procinto di partire, la distanza ha una valenza duplice: vede lo strappo profondo del quale erano ignare “le smaniate cose / dell’adolescenza” e, nell’enunciare quello strappo prima taciuto o rimosso, si allarga a comprendere la pluralità, non ‘la’, ma “le storie”, come recita il verso conclusivo.

Anna Maria Curci


             

Trasmigrano

I)

Trasmigrano i corpi, così l’amore
che mi sposta e muove
ali che si toccano sfilano appena
il collo gli occhi, più leggeri
nel sorriso. Sogno:
anse di nomi spinti da sonno cieco e
cani che riaprono l’alba

lui, lei che si ricambiano
il cerchio del piacere,
dopo i cimiteri delle macchine là fuori,
e trattengono il cuore, lo smarrito

                    se balbetta il tuo nome, o tenerezza.

Terra scoscesa e bretone,
nel verde
che disegna menhir in magnitudine,
parole come calvari in pietra –

Tra i nostri amori è l’acqua dove
una promessa sarà certissima
nel cuore,
colmo e con incerta mano
dai baci incoronata

la t u a voce.

II)

Ha fede e ostinazione il mio diletto,
sparge il suo dire a coprifuoco
cerca mappe alle stelle –
per arrivare fino a me, la sera,
una promessa, un rilevante sogno
in balbettii leggeri
esse-emme-esse che si sollevano

III)

Il mercato è la regola
della circolazione delle merci,
e non dei sensi
che amplificano il regno –

Volessi io tornare al segno dove l’anima
e il corpo si fronteggiano,
si palpano da ciechi
un tesoro ai tuoi piedi io governo,
tu lo porgi dal libro dell’amore inviti,
voli alto in dolore
poiché il ragno della vita, la mia la tua
rinascano in nuova c a s a.

ritorno un poco indietro, attenta
scelgo sedermi calma, cerco
la c e n a dell’amore vivo.

          

Congedo, II

Stiamo facendoci un sacco di saluti

Stiamo facendoci un sacco di saluti,
ai finestrini smorfie, i sorrisi
a rate smozzicati
intermittenti i versi i vetri
abbassati a visi freschi,
tese le parole che gesticolano non salgono
più bene in gola, s i c o r r e
dai corridoi ai convenevoli
per adeguarsi al cammino alla chiacchiera
a godere senza limiti della l e n t e z z a;
l’ora dei fischi prolunga gioca
a nascondino i fazzoletti, le ragazze
si baciano mimando lo stesso gioco,
“e noi rivolti a catene di gioventù tradite.”

E’ perenne break, può farlo
il ragazzo che gira col carrello dei sandwich,
con la coca cola, il vetro che lo scopre
non separa, si vede
da moviola e non su manifesto erroneo,
Non siamo avvinti, e soli,
si partirà più tardi, aspettiamo
dallo stesso treno le partenze
e gli arrivi, la benefica forma
delle ferie che non sono pane morso
a caso, e fame ma per ora,
né tenebre ma sandwich al salame
vino bianco su tavola
che in un luogo pubblico è imbandita.

Stiamo facendoli i saluti piano,
il treno immobile rallenta
circostanze diverse somiglianti,
le gite scolastiche le smaniate cose
dell’ adolescenza rossa di emozione
buona, che gesticola nel vento
abbraccia i visi ingoia gli altri senza sapere
di quell’intimo botto il crac che a v v a m p a
nel silenzio in crepitio insonoro
c h i u d e di ogni via,

le storie.

          

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Nata a Parma, Maria Pia Quintavalla vive a Milano. Suoi libri: Cantare semplice, Tam Tam‘84, Lettere giovani Campanotto1990, Il Cantare, Campanotto‘91, Le Moradas, Empiria‘96, Estranea (canzone), Manni 2000, nota A. Zanzotto, Corpus solum, Archivi‘900, 2002, Album feriale Archinto 2005, Selected Poems, Gradiva 2008, NY, China, Effige 2010. L’antologia Donne in poesia, Presidenza Com. di Milano/Campanotto 1985-1988. Premi: Tropea, Cittadella, Alghero Donna, Nosside, B.gomanero, Montano, Città S.Vito, Contini. Cinquina al Viareggio 2000 e 2011. Tradotta in antologie. Collabora alle Università degli Studi di Milano e di Parma con laboratori di scrittura.