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Maurizio Manzo

22 gennaio 2016

“ Rizomi e altre gramigne” di Maurizio Manzo

Maurizio Manzo ci ha fatto conoscere opere di buon livello, aspre, a volte fiere e feroci, non risparmiandosi e non risparmiandoci.
Il materiale visionario che ha sempre usato è di quello umile, quasi di scarto a dimostrazione che anche i rifiuti sanno lunghe storie di noi, le conoscono a menadito, se si ritraggono è per pena, oggi fa moda dire misericordia. Non è attaccato alle sue poesie, le trovo di frequente qua e là, dunque vuole comunicare, gli urge dentro un male che condividiamo in tanti e il suo dettato, di facile comprensione, senza astruserie, sembra sottolineare che è uscito dalla fase autarchica per affermare le sue verità.
Il poeta ha ritenuto di dover far precedere il libro da una veloce spiegazione di cosa sia il rizoma ( contenitore di succhi, riserva), quanto alla gramigna sappiamo quanto sia infestante ma anche quanto sia resistente, di come ampli il territorio impedendo ad altre erbe di convivere con lei. La battaglia tessuta con l’endecasillabo prepara il lettore ad una poesia antilirica. L’endecasillabo è il signore dei versi, il più musicale e s’appiccica a chi lo frequenta (e chi ha compiuto un corso di studio normale ne è venuto abbondantemente a contatto) e toglierselo dalla mente e dal proprio ritmo è un processo lungo e faticoso.
Ne parlo per esperienza diretta : all’inizio l’ho dovuto frammentare che è l’esatto contrario di quello che fa Manzo che lo raddoppia stirandolo fino al margine della riga. Ne nasce una poesia quasi prosastica che tuttavia non perde la facoltà ritmica e la seduzione semantica.
Il libro “Rizomi e gramigne”, come altri del poeta affondano in esperienze dolenti e, credo sentendosi più al sicuro dietro questo verso, lascia andare un io che paga e ha pagato il male che l’uomo incontra nel suoi tragitti esistenziali, quindi a volte palesemente si confessa, altre si rivolge al tu, altre ancora al mondo. Proviamo a leggere una poesia intera e lo stralcio di un’altra:

OSSA
Si prosegue a salti fugacemente, anche ascoltare richiede sforzi immani
si parla solamente a e per sé stessi, tu ascoltavi il suono del mio cammino
stonato e fatto di sincopi stolte, quando si avvicina la vita è tardi
l’ora di piegare i panni e cambiarli, ma manca al solito l’armadio giusto
e gli scheletri hanno l’osteoporosi, buttare cose frantumate è semplice

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poi ci sono i Tg gli urli veri, ma il dolore non si somma s’accoda.

Trovo che questi versi siano onesti, veri, che non celino la loro potenza, che esplicitino una realtà personale e sociale a ciglia asciutte, col dolore che grava ovunque e che l’uomo non sempre è in grado di sopportare.
Ma tutto l’e-book vibra di questa malinconia ritrosa, a volte impacciata, che procede oscurandosi e mutando impercettibilmente in angoscia.

CALCO
Appena in tempo smetti di sperare, ricalcare quello già disegnato
essere inseguiti pensi sia bello, non tutti però vogliono abbracciarti
la strada non è stabile sui piedi, a rotolare la vita inizia presto
le vertigini spargono colori, gli occhi sporgono di meraviglia
si calcola il mormorio la durata, tra urlo e sorriso un calco su ciniglia.

Credo che questi versi, così amari e così belli si porgano come una lucida testimonianza del percorso compiuto da Manzo: l’uomo c’è, impercettibilmente dura e si stringe gli attimi del sollievo per sopportare quelli della sofferenza. Dice di sé, Maurizio, dice di noi, senza alcuna presunzione di additare, di colpevolizzare: dalla stessa terra un’umanità varia si esprime in molti modi, c’è anche chi non riesce neppure a fare questo.

Narda Fattori

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Maurizio Manzo

13 giugno 2015

Sette terribili ostriche e una perla Maurizio Manzo LepismaPS

Quando ho letto, proprio nel suo evolversi, i testi di Sette terribili ostriche e una perla di Maurizio Manzo, la mia attenzione è stata immediatamente attirata da Punti di vista, testo nel quale trovo le luci, le immagini, i passaggi dal visionario al quotidiano, che trovo tra i più efficaci e riusciti della sua produzione poetica. Nello snodarsi dei testi, nella seconda sezione ci si imbatte nel terzetto Contromisura, Interruttore e Grigliata e la raccolta trova il giusto passo ai miei occhi: è il passo che sa unire padronanza del ritmo, gioco linguistico e arte del pastiche, dominata con equilibrio non comune, a un robusto tessuto etico e a considerazioni filosofiche ben distanti dalla banalità. Da quelle tre poesie, il respiro si allarga e la cadenza, cercata e trovata, evita, con una naturalezza innata, soluzioni scontate. Si intravede una linea di continuità, non monotonia, ma coerenza, con piccoli gioielli, soste di riflessione lungo il tragitto, come Riguardi o, appunto, Tragitti. La differenza formale tra le otto sezioni non mostra la corda della forzatura; il filo rosso della ricerca formale – con interessanti variazioni sull’anapesto nella quinta sezione: “Sgretolata l’idea / fuoriusciva tra segni” – che si affianca alla solidità del contenuto e all’acutezza dello sguardo non ne viene affatto scosso. L’insieme ha dignità e coerenza, nulla avverto di ciò che suscita in me un moto di irritazione, né fumo né mancanza di onestà, né manierismi ammiccanti né rincorsa alle mode del momento.
Anna Maria Curci

                                   

PUNTI DI VISTA

Ho provato fin troppo
a vivere senza morirne
è che non riuscivo mai a smettere
di guardare le luci
nelle città in chissà
quali fessure
andavano spegnendosi
se in silenzio o in carezza –
persino senza fumo, polvere,
sembra sempre un’invasione
di stelle che si tolgono
calzoni magliette mutande
e si danno la buonanotte.

CONTROMISURA

Presto ci taglieranno il sole
sarà alle undici di mattina
l’hanno annunciato
con solare serenità
senza dirci modalità
perché ti chiedi come possono
fare a oscurare il sole
dove lo metteranno
o se credono di poterlo
spegnere di farne un abat-jour.

Non si vedrà più un viso
di luce spalmata irradiarti
darti un bacio a voltaggio
alternativo
inattiva scorrerà la vita
senza penombra
sgombra ogni strada interiore
sarà caldo solo il cuore
prima di spegnersi
assieme agli occhi.

Però pare che i tentativi
sono iniziati già da tanto
l’oscuramento mentale
che ci trascina è dissimile
al tempo Democrito di Borges
ci riporta un buio pesante
atassico
che ci allinea davanti a Romberg
sotto la pioggia fatta da uomini
proboscide a pisciare sul sole.

INTERRUTTORE

Perso stringendo i denti
il colore giugulare
lo smalto scrostato
dagli impianti arenati
gironzoli tra matasse
di tendini sfilacciati –
un tracciato schizzato.

La ragione abbandona
se stessa cavalca l’onda
in estinzione è l’alterazione genetica
inflitta dal profitto che ti lascia
appeso al soffitto per poco appeso
al dondolare
del lampadario lapidario –

fintanto che dio sta seduto
e giochicchia con la luce.

GRIGLIATA

Sciogliere carne e ossa
intasare vene e radici
affogarle di fuliggine
più leggera del sughero
se non ti ferma l’odore
che alcuni dicono che urla
altri solo che puzza
qualcuno pensa carne
della tua carne
oppure terra soltanto
terra che sbriciola
annerita che importa
se affumica il cardo
se il mare cuoce alla brace
la pace che dopo pasce
in fondo è solo fumo
disteso nero fondo
di una grande grigliata
un banchetto per pochi
disegno a carboncino.

RIGUARDI

Quando sto immobile
penso che qualcun’altro
è più fermo di me
come quando mi brucio
è impensabile il dolore
di chi si spegne
alleato con la fiamma
così è questo strano potere
che mi fa smettere
d’immaginare il dolore
altrui come un riguardo
che non capisci bene
per chi.

TRAGITTI
Poi sono finito
come la buccia di banana sotto al piede
arrovellato e costellato
di costole di mucca
impazzita come
una vespa che non riesce
a pungere un toro che t’insegue
cieco e si conficca nel muro

davanti alla vita cancerogena
che ti rincorre
mi chiedevo se può
bastare
chiedere l’ora e di che
odora la ribellione
che mai attuerai
se a un embrione
posso parlare all’orecchio
dirgli: stai in campana
dipana il tragitto.

                  

Maurizio Manzo
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Nato a Cagliari nel 1961, nel quartiere Castello, quartiere che influenzerà non poco la sua infanzia, Maurizio Manzo ha iniziato a scrivere fin da giovanissimo. Il suo primo poemetto, Coreografia del ghetto storico racconta il “delirio” di quattro donne ai margini, ambientato nelle stradine di Castello, e mostra, nonostante la giovane età, una forza stilistica già matura. Il poemetto scritto nel 1981 è stato pubblicato nel 1985, Edizioni Castello, con la presentazione di Tonino Casula. Dopo molti anni da questa prova e grazie alle possibilità offerte dal web, Maurizio Manzo pubblica diversi testi e lavori raccolti in ebook nei vari Litblog, testi che raccontano il disagio sociale senza retorica: “Le anamorfiche”, “Mirate”, “Fai date “ “All’ombra dei pixel”, ”Distorsioni a occhio nudo” con un’attenzione particolare all’aspetto metrico-ritmico e al suo farsi suono-immagine-senso.
Con il racconto Il Mutamento è stato finalista alla II edizione del premio Ulteriora Mirari, sezione prosa, Edizioni Smasher.
http://rebstein.wordpress.com/2011/10/22/il-mutamento/

Premiato con Menzione d’onore alla Ventottesima Edizione del premio Lorenzo Montano, sezione Raccolta Inedita, con la raccolta Anamorfiche e altre Distorsioni.

A ottobre 2014 è uscita la sua seconda raccolta poetica per Lepisma Edizioni, collana La Cicala diretta da Dante Maffia: Sette terribili ostriche e una perla.

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