Posts Tagged ‘Narda Fattori’

Dispacci per Narda

13 gennaio 2017

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su Carte sensibili

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Narda Fattori

12 gennaio 2017

[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

 

_____________________________

 

qui di seguito
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti

Inediti

 

 

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
i suoi colori…

 

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

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Narda Fattori

7 ottobre 2016

  […] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

                                                        

                                                           _____________________________

                                

                  qui di seguito                    
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti
                          
Inediti

 

                           

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.
                                      
                         
              

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
                                                i suoi colori…

                                      
                         
              

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.
                                      
                         
                                                                 

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

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Maurizio Manzo

22 gennaio 2016

“ Rizomi e altre gramigne” di Maurizio Manzo

Maurizio Manzo ci ha fatto conoscere opere di buon livello, aspre, a volte fiere e feroci, non risparmiandosi e non risparmiandoci.
Il materiale visionario che ha sempre usato è di quello umile, quasi di scarto a dimostrazione che anche i rifiuti sanno lunghe storie di noi, le conoscono a menadito, se si ritraggono è per pena, oggi fa moda dire misericordia. Non è attaccato alle sue poesie, le trovo di frequente qua e là, dunque vuole comunicare, gli urge dentro un male che condividiamo in tanti e il suo dettato, di facile comprensione, senza astruserie, sembra sottolineare che è uscito dalla fase autarchica per affermare le sue verità.
Il poeta ha ritenuto di dover far precedere il libro da una veloce spiegazione di cosa sia il rizoma ( contenitore di succhi, riserva), quanto alla gramigna sappiamo quanto sia infestante ma anche quanto sia resistente, di come ampli il territorio impedendo ad altre erbe di convivere con lei. La battaglia tessuta con l’endecasillabo prepara il lettore ad una poesia antilirica. L’endecasillabo è il signore dei versi, il più musicale e s’appiccica a chi lo frequenta (e chi ha compiuto un corso di studio normale ne è venuto abbondantemente a contatto) e toglierselo dalla mente e dal proprio ritmo è un processo lungo e faticoso.
Ne parlo per esperienza diretta : all’inizio l’ho dovuto frammentare che è l’esatto contrario di quello che fa Manzo che lo raddoppia stirandolo fino al margine della riga. Ne nasce una poesia quasi prosastica che tuttavia non perde la facoltà ritmica e la seduzione semantica.
Il libro “Rizomi e gramigne”, come altri del poeta affondano in esperienze dolenti e, credo sentendosi più al sicuro dietro questo verso, lascia andare un io che paga e ha pagato il male che l’uomo incontra nel suoi tragitti esistenziali, quindi a volte palesemente si confessa, altre si rivolge al tu, altre ancora al mondo. Proviamo a leggere una poesia intera e lo stralcio di un’altra:

OSSA
Si prosegue a salti fugacemente, anche ascoltare richiede sforzi immani
si parla solamente a e per sé stessi, tu ascoltavi il suono del mio cammino
stonato e fatto di sincopi stolte, quando si avvicina la vita è tardi
l’ora di piegare i panni e cambiarli, ma manca al solito l’armadio giusto
e gli scheletri hanno l’osteoporosi, buttare cose frantumate è semplice

……………………………………………………………………………………..
poi ci sono i Tg gli urli veri, ma il dolore non si somma s’accoda.

Trovo che questi versi siano onesti, veri, che non celino la loro potenza, che esplicitino una realtà personale e sociale a ciglia asciutte, col dolore che grava ovunque e che l’uomo non sempre è in grado di sopportare.
Ma tutto l’e-book vibra di questa malinconia ritrosa, a volte impacciata, che procede oscurandosi e mutando impercettibilmente in angoscia.

CALCO
Appena in tempo smetti di sperare, ricalcare quello già disegnato
essere inseguiti pensi sia bello, non tutti però vogliono abbracciarti
la strada non è stabile sui piedi, a rotolare la vita inizia presto
le vertigini spargono colori, gli occhi sporgono di meraviglia
si calcola il mormorio la durata, tra urlo e sorriso un calco su ciniglia.

Credo che questi versi, così amari e così belli si porgano come una lucida testimonianza del percorso compiuto da Manzo: l’uomo c’è, impercettibilmente dura e si stringe gli attimi del sollievo per sopportare quelli della sofferenza. Dice di sé, Maurizio, dice di noi, senza alcuna presunzione di additare, di colpevolizzare: dalla stessa terra un’umanità varia si esprime in molti modi, c’è anche chi non riesce neppure a fare questo.

Narda Fattori

Antologia “Assoli”

7 gennaio 2016

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ASS-OLI
suoni e poesia dell’olio, Edizioni Fortino
a cura di Franca Battista

Siamo giunti alla quarta antologia di poesia che canta l’olio, antologia a cui Franca Battista chiama a partecipare poeti noti e meno, ma tutti ricchi di estro, di innovazione, a volte ludici, a volte consci della valenza metaforica dell’alimento.
Questa edizione si arricchisce di spartiti, fra i quali uno molto antico e tanti altri di melodie d’occasione.
Far parte del nucleo dei poeti antologizzati è un vero onore, si è in ottima compagnia a celebrare il liquido ambrato spremuto dai profumati frutti neri, le olive.
Fin dalla prima edizione, l’antologia ha avuto adesioni qualificate e il prodotto finito rendeva merito alla curatrice e all’argomento; la curatrice insegna arte ed è poetessa a sua volta; l’argomento travalica gli abusi e scavalca i millenni come cibo del corpo e cibo dell’anima.
Le religioni hanno fatto proprie le valenze sintagmatiche: l’olio è diventato santo, segna il passaggio dei credenti, è crisma; gli unti del Signore si equiparano ai santi..
Eppure di fronte a tanta e tale messe di significati (un banale dizionario ne esplicita molti ), l’olio è parsimoniosamente usato su tutte le tavole, un filo dorato sul pane, magari con l’aggiunta di un po’ di sale e si faceva mensa.
Mensa del centro sud del mondo, dell’areale mediterraneo, dall’Italia al Magreb, all’Asia Minore.
Nutriente, dorato, profumato, si preoccupava anche dell’aspetto esterno delle persone: veniva aggiunto alle abluzioni per ammorbidire la pelle e nutrire i capelli; ancora oggi se ne fanno creme di bellezza preziose. E, ancora metaforicamente, districa i nodi, i viluppi e porta alla luce la grazia naturale.
La moltiplicazione delle sue virtù la si riscopre nella grande varietà delle scritture: moderne, giocose, epigrammatiche, post-moderne, Credo che l’olio, col favorire il pattinamento, abbia agito anche sulla fantasia sbrigliandola e sfaccettandola.
Notiano subito la originalità linguistica del titolo: ass-oli : l’assolo è opera di singolo, in genere si intende canto o brano musicale per un solo strumento capace di espressività intensa; gli assoli qui rendono ragione al tema, basta un trattino e abbiamo un ass ( moltitudine) e oli, anch’essi uno e multipli. Ogni olivo dà il suo olio, ogni terreno ha una sua identità e così anche regionalmente, gli oli pugliesi si distinguono da quelli toscani e i liguri operano una terza categoria di profumo e gradimento.
Non voglio dilungarmi perché non sono un’esperta e poi la tematica non renderebbe giustizia alla varietà dei linguaggi con cui è trattato.
Sotto queste righe troverete alcune poesie quali exempla, chiedo scusa a chi è rimasto escluso, non perché non degno, semplicemente per costrizione spaziale.

Narda Fattori

ASSOLI

anche se è ancora piccolo il raccolto
l’amore profetizza: ora il tuo volto
emerso
dall’ingranaggio a secco
delle abitudini
scivolerà sull’ olio
delle beatitudini

Maria Grazia Calandrone- Roma 2014

 

ASSOLI

Il mucchio è folto e molto e colto
Niente amalgama solidale lama di proclama
ma un’arnia di celle amare piene di sale
Vanno sul palco dove anch’io salgo
per assali giri di voli girasoli in effettivi parasoli
in cieli vuoti stitici d’oli salvifici
che in un’ottica comune siano allume
volume di savio costume che ci prolunghi

la cieca precaria vita dagli stolti
Imbandita in questa terra

dagli stolti imbandita
in questa terra col timer alle dita

Nadia Cavalera – Modena, 2014
                               
                                 

L’olio adagio s’adagia in un adagio

l’olio des-unto dalla sansa verdeocra
e filtrato tra le corde dei fiscoli
per ungere le labbra con pre-testi
di condimenti afoni o squillanti
in gialle trasparenze con accenti verdi
e ardite legature di armonici contrasti

ora s-cola in fragranti tonalità silenti
conferma in sinfonie un timbro caldo
e spesso rilucente per variazione e fuga
o sci-vola per melodie in altezze
accentua l’intensità di arpeggi
e in fili-grana d’oro si dipana

ora con levigati ritmi compone
su pentagrammi estrose partiture
con oleate pause di sapore
o si con-forma in versi diversi
riversi in sgocciolii di sobri contrappunti
oppure adagio s’adagia in un adagio
poi crea accordi di ibride armonie
per prelibati assOli
da nobili ulivi assolati
con note acute di olive frangiate e gramolate
per insaziabili concerti
del gusto.

Franca Battista – Fontana Liri (FR), 2014
                                    
                               
UNTITLED

SCARTI. …………. PER UN COME SE FOSSE

MODULO…………………………………………………………

ASSOLI SENZA OLI SE FOSSE PER UN
SONO SOLTANTO ASS PER COME SE
…………………………………………….
OLI ED ALI ALICI SOTTOSALE UN PER
E SONOSOLE SUDATE ARRESI NATE (1)
IN UN QUANDO SENZA UN PERCHE’
PERCUSSIVA LA MENTE IN AERE SE
TAMBURI A CORNICE COME SE PER
CONTENUTI D’OLI SE FOSSE PER UN

Arresinate che hanno perso peso e sostanza(l)

Antonio Amendola – Roma, 2014
                                                   
                                

 

OLIO, BALSAMO DIVINO.

UNGITI D’OLIO, CURA LE FERITE,
SUI CAPELLI, LA PELLE SPARGI AMBROSIA,
TI ATTORNIANO GLI DEI, LE DEE RAPITE
DAL SUO PROFUMO, PERCHE’ LUI E’ IL TUO SOSIA,

IL COMPAGNO FATATO, LE TUE VITE
RISORGONO, ELEMOSINA
TI FANNO IN MONETE BEN POLITE
D’ORO COLATO, LA SUA CELLULOSA

COLMA DI VERDE LIQUIDO CELESTE
SI INSINUA NELLE VENE, NEI PRECORDI
E RIMERGI LUSTRATA DAL SUO NETTARE;

RINASCI AL MONDO, MUTI LA TUA VESTE,
CAMBI IL TUO CUORE, ORA PIU’ NON AFFONDI
NEL LAGO DELLE TENEBRE, NUOTI IN MARE …

Francesca Farina – Roma, 2014
                                                    
                                           

                                      

ASSOLI
stilla distilla in oro fuso
dacché fu clorofilla
o bacca nera goloso
ne è il mio merlo
che dall’ulivo saltella
sul prato inglese
lui romagnolo accasato
sul mio tetto
e anche un po’ viziato.
Cip e cippete clop
la goccia musica
quasi con la sordina
silente scende a zigzagare
sull’insalata e sul pomodoro
oro su oro a sfamare
i primigeni nostri con il pane
e un pizzico di sale.
Non si abbia mai a scordare
che ci siamo nutriti
per mille e millenni di pane
ornato di un filo d’olio
sapido di sale.

Narda Fattori – Gatteo (FG), 2014

 

 

per la lettera A dell’olio

se fossimo stati più prudenti
avremmo assaporato gli assoli delle nostre labbra
nel sempre possibile

: preferimmo la via del labirinto
e ritrovarci con le lingue fuori uso
fra due universi
avremmo potuto costruire il precipizio perfetto
e il rossore del tramonto
ma eri vestita di turchese, nuda
respiravi da cane sotto la pioggia
nel bosco di Pofi
io coda di gatto )
nell’Acqua ero l’olio

                    
Elmerindo Fiore – Casalvieri (FR), 2014
                                   

                          

Senza l’olio

Senza l’olio
la vita
scipita
Senza l’olio
il mondo
non è rotondo
è un angolo acuto
uno strillo stonato
un pollo ossuto
beccuto
strozzato
la vita
ha fiori secchi
per dita
I denti
mordono le ossa
cadono sui sassi
mangiano
lame dei rasoi
ci si addormenta
tra le spine dei fossi
Perfino i morti
son sensuali più di noi

I morti sono morti
perché sulla tovaglia
l’olio prezioso hanno rovesciato
e il discorso si è spezzato
Non abbiamo più l’ insalata
non abbiamo più nulla da dire
non sappiamo più inghiottire
La gola
s ‘è chiusa su ogni parola
e le poesie
aspre indurite
sono minestre rimestate
inacidite.

Lucetta Frisa, Genova 2014
                                        
 

                                                                                                 

Sulla terra antica
I pianori si slargano sino al cielo
colmi di olive luccicanti
cadono sulla terra antica
nel riverbero del sole.
Da tronchi atavici spifferi di vento
alitano s.oli.tari
ass.oli vibrano nel ponente
sulle schiene stanche
soffiano segreti e strane melodie
serbate nel cuore del sud.

Anna Lauria – Rossano Calabro (C5), 2014
                    

                                 

                                  

Felicità del gesto

rosolare
soffriggere
insaporire
due giri nell’insalata
un filino sotto la frittata
nella teglia un velo solo
altri cibi. .. sia festaiolo
finto eccesso in piatti vari
grato odor sale alle nari
salutare lustrato stufaiolo
popolare prelibato assolo
oli son assi
assòli i sottoli
sottoli che assali

Maria Lenti Urbino 2014
                                            

 

                                          

Crisi al frantoio

Sono giorni pesanti anche il governo bolle
sospinto da temporali estivi e tanti scontri
e tutti cerchiamo in tasca gli ultimi spiccioli
al supermercato prossimo alla fermata del tram.

E’ stata primavera anche quest’anno con ricche foglie
e gli olivi si sono ricamati in pochi giorni di tanti
piccoli fiori promessa di rami stracarichi di olive
da calare al frantoio per nuovo extravergine di vita.

Ma presto si sono scatenate micidiali burrasche
a sperdere uomini e fiori in troppi rivoli terrestri
e le olive ancora resistenti
sono calate poi nel concime del suolo
lasciando le foglie a piangere
in difficoltà di sopravvivenza.

E ora le bombe in Siria rinviano ogni certezza
di tempi di ripresa oltre gli imperi della violenza
e crolla quest’anno la speranza
di incontrarci al frantoio
per entrare nella felicità di cucinare con l’olio nuovo
mai in crisi d’esistenza.

Roberto Piperno – Roma, 2014

Narda Fattori

22 aprile 2015

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IL VERSO DEL MOTO

Di questi versi vorrei
fare un canto schiuso
da usignolo o da allodola
che superi l’orizzonte a barriera
e al tramontare delle stelle
non tremi e si faccia nido
con abbondanza di mensa

si faccia preghiera

vorrei cantare l’amore
che sboccia anche sugli spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l’odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

 

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Narda Fattori

14 ottobre 2014

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Narda Fattori: un percorso critico.

“Il tempo che nel libro di Narda fa da protagonista assoluto non è il ‘macro-tempo’ che accompagna e asseconda i grandi ciclici mutamenti del mondo, non è il ‘tacito infinito andar del tempo’ leopardiano; è piuttosto il ‘micro tempo’ che misura e scandisce i giorni umani, gli eventi che vi accadono e i segni che li mutano: il tempo medicina-male… Tra tenaci memorie di asprezze lontanate ma non mitigate dal tempo, e non meno tenaci ansie di perduranti attese, è dichiarata a lungo la ferma assunzione di un presente portato con peso di sofferenza, ma anche e più con lucida passione di verità” (Andrea Brigliadori: dalla Presentazione a L’una e i falò, 1998).

“La poesia di Narda Fattori riscopre la musicalità insita nella tradizione metrico-melica della nostra lingua: sceglie con coerenza di sfruttare tutta la ricchezza lessicale – antica e nuova – dell’italiano” (Gianfranco Lauretano).

“Nella sua poesia si trovano anche i riflessi di una cultura classica investiti di una sofferta sensibilità moderna. Muovendosi entro un proprio spazio dialogico, l’autrice lascia aperta ogni ipotesi: la realtà sul filo del sogno è il compromesso giocato con se stessa per il tramite della poesia” (Giulio Panzani).

“In cerca della salvezza che, secondo Kafka, non è nella letteratura, ma, forse, attraverso la letteratura, la pagina di Narda Fattori mostra un senso tragico quando si misura con la morte quotidiana non per esorcizzarla, ma per appropriarsene, restituendole cadenze e voce umana” (Giuseppe Addamo).

“Rimane la complessa, elaborata bellezza dei testi, la profondità di una pronuncia che scava parallelamente nella storia di sé e nella vicenda universale, la necessità di un dire che ha la forza di un gesto scolpito” (Stefano Valentini).

Se la ricerca, persino un po’ ossessiva, di una propria originalità è l’ansioso problema di tanta maggiore e minore avventura poetico-letteraria dei nostri tempi – essere una voce che almeno si distingua dal coro innumerevole – , si può dire che Narda Fattori gode ormai in buona misura di tale acquisito privilegio. Ogni suo libro lo conferma e lo rinsalda. Non toglierei né aggiungerei una
virgola alla “descrizione” che della sua poesia mi accadde di dare nel 1999:“la compattezza compositiva; la sostenuta, convinta intonazione del dettato poetico; la densità tematica; la signoria della correlazione metaforica; il battito fermo dei versi”. ( Andrea Brigliadori)

Sarà opportuno premettere che quella di Narda Fattori è poesia della calda vita, materiale incandescente che sgorga dall’esperienza del vivere temprata dal dolore e dalla sofferenza e sostenuta dalla cifra aurea della parola amore, mai scontata e anzi assolutamente esigente, non idillio arcadico o facile idealismo romantico, non éros, se mai agápe, parola chiave che attesta di una coerenza tematica dell’intera opera poetica, dal primo all’ultimo libro.
La sua lirica non si nega alla prosa e da sempre i suoi versi fluiscono ore rotundo; neppure ora la parola è assolutamente distillata perché il principio che la muove resta la chiarezza del dettato e una generosità cui preferisce sacrificare il nitore del verso e già da tempo la musicalità stessa. Anzi, se a un certo punto, nell’ultima fase del suo percorso per esigenza di essenzialità aveva talvolta rischiato una sorta di ermetismo del testo, con questa raccolta sembra trovare il suo timbro più autentico: le svolte si colgono nitidamente, il processo di spoliazione diviene più radicale, la parola più contigua al silenzio senza mai negarsi quando necessaria.

Le ultime precedenti raccolte volgevano a un plurilinguismo che trascriveva in tempo reale la rappresentazione del mondo; e più intensi che mai esprimevano il disagio di certe irruzioni, il dolore personale e sociale che sempre manifesta la somatizzazione patologica del disagio stesso: non tanto per penuria, quanto per eccesso e dismisura, disadorne si percepivano le cose, le giornate, le cronache, sì che la disarmonia si imprimeva sulla carne. Non che ciò sia venuto meno, ma più ferma è la voce e più decantate le scorie imprescindibili delle contaminazioni con il vivere nel mondo e le sue pene. Ora anche il lessico si spoglia: le parole straniere, quelle più stridenti che restano, afferiscono alla sfera del quotidiano e dunque sono solo quelle indispensabili.
( Anna Maria Tamburini)

IL VERSO DEL MOTO

Di questi versi vorrei
fare un canto schiuso
da usignolo o da allodola
che superi l’orizzonte a barriera
e al tramontare delle stelle
non tremi e si faccia nido
con abbondanza di mensa

si faccia preghiera

vorrei cantare l’amore
che sboccia anche sugli spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l’odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

*
Era luglio
ero nata cicala sulla pagina
del gelso ombroso
e l’inno vibrava sottopelle
ma incontri nel buio mi hanno roso
ali e falangi

Peregrinando lungo la strada
ho sentito la forza del sole
far fiorire la terra
in amplessi di pane di vino e di olio
e fiori minuscoli ranuncoli
violette ubriache fra l’erba.

Anche attraverso le inferriate
il gran sole mi ha toccato
con lame di luce
perché fossi ogni volta sanata
e reggessi l’urto della notte
per albe rosate come dita neonate

per nuove barricate
di resistenza determinata.

*

La bambina si divertiva
nel gioco di specchi rovesciati
faceva le smorfie
s’incrinava al dolore nel petto

i pugni ben stretti in tasca
stringeva semi minimi-chicchi
coltivava una speranza di terra
con le gambette in corsa
lungo via Viole.

Donna mi stringo la bimba
la metto al riparo dal troppo
e non ho alcun desiderio
di altri orizzonti
amo questo spicchio di cielo
che mai si negò al mio cospetto
e si prese incanti e insulti
non avrei meritato di più.

Sta in queste strette curve
a perpendicolo dove il rischio
civetta con l’usignolo
il brivido lungo della vita
e resistere resistere insistere
perché le noti del canto
si sollevino oltre la polvere
verso quel ponte che mi attraversa
e mi affratella.

*

Oggi devo preoccuparmi
della dicondra che cresce
lenta e si fa sopraffare
dagli infestanti
tenero muschio
e prepotente gramigna

avrei preferito occuparmi
di queste parole rinnovarne
il suono la semenza

balenò un fulmine
annerì di fuoco senza fiamma
il gelso sopravvissuto
dai tempi dei bachi

cauterizzo malamente
ma senza deflettere tengo
tutte quelle radici
quante! che come quel gelso

se respirano terra vivono
all’aria rattrappiscono
come mani che invocano
e restano vuote.

*

E brivido sentendo
prossima la res nullius
ho bisogno di denti forti per mele sode
e vista acuta d’ aquila
per abbandonare al cielo di settembre
giacigli di atarassia
e lontana –indimenticata- la cantilena
dell’aia di giugno
“Lucciola lucciola vieni da me
ti darò pan del re
pan del re pan della regina
lucciola scappa – non venirmi vicina”

Ma tu figlio mio
racconta a tuo figlio
la storia delle mani e sarà
un principe saggio come un contadino
saprà le ore e i cicli e le stagioni
della semina e del raccolto

saprà che le cose cambiano di posto
anche di natura ma non scompaiono mai
e la luna si beve i sogni
si fa piena
scompare e poi ritorna.

*

Si sta sempre in trincea
virtual-visiva
altri mali vivono negli organi
negli arti nel cervello
il dolore localizzato
è rassicurante
periartrosi alla spalla
cefalea e tracheite
una polmonite forse
medicinali e riposo
e i grandi mali andranno
per spurghi in cannule
resisteremo se individuati per tempo
per tempo …che significa?
Il tempo si moltiplica soltanto
sull’orologio finge di dividersi
ma procede dopo il massacro
ticchettando ignaro.

Ci nascondiamo in interstizi
di luce neghiamo
il procedere tagliente della pendola
che ticchetta ticchetta …

e non sappiamo quando
esaurita la carica
cesserà il tic –tac
e se ci sarà ancora tempo.

 

 

Narda Fattori

21 gennaio 2014

scrittori-a-confronto01-12-06-09

Le parole con il fare

C’è, nella dolcezza testarda dei versi e dei vocaboli che Narda Fattori sceglie e da cui è
chiamata in causa, in quelle parole che ancora sono “accovacciate sulle labbra”, la forza per una nuova ricerca, a dispetto della consapevolezza, della sempre più solida “cognizione del dolore”. Perché è profondamente radicata l’espressione attraverso la parola, il verso, il cammino esistenziale coincide con quello letterario, il moto degli anni, delle realtà e dei sogni, è diventato “Il verso del moto”, per citare il titolo di un altro volume della Fattori, edito da Moby Dick nel 2009.
È una caratteristica costante, e apprezzabile, dell’autrice, quella volontà-necessità di tener viva la memoria di quel mondo più autentico, di matrice contadina, quello in cui “l’ulivo era per l’olio e l’olio per il pane / col salice si intrecciavano i panieri”. A differenza di altri autori tuttavia non si ferma alla dimensione oleografica da quadro macchiaiolo o da stornello intonato sull’aia al tramonto. La Fattori accosta sempre alla descrizione la riflessione, il ragionamento, su ciò che resta e ciò che è andato, sull’asprezza odierna ma anche sul sudore e le lacrime che si nascondono dietro le cartoline in bianco e nero del tempo che fu. Mette in relazione i punti di contatto e gli abissi, i pieni e i vuoti, e, come imprescindibile filo rosso, si rivolge alla parola, quasi chiedendole di riavvolgere il nastro, rimettendo in rapporto consequenziale e dialogico mondi ormai separati. Con il coraggio di dire e di dirci che non è possibile, che di ogni epoca resta il suo unico e solitario mistero: “Le parole scendono in gola trafiggono / laringe e faringe s’aggrumano / nell’inespresso dire / nella sola parola che non viene a me a dire”.

Ivano Mugnaini ( dalla prefazione)

*
ho disegnato col dito sul vetro opaco
di una finestra esposta al gelo
un passeraceo incapace al volo
spinto fuori a non appestare il nido
ricordo mio padre nel pacato gesto
della compassione e le mie iridi
fisse perché durassero sui suoi solchi
sulle sue romanze
_____________sulle righe dei libri letti.
Il silenzio raccoglie l’ impazienza
di un cielo che corre e non svolta
forse oltre l’orizzonte è sereno
dunque non temo le tempeste
che rubano il fiato ma assecondate
regalano viatici come vela maestra.
Quest’iride che ti somiglia – padre s’è
scarmigliata nelle turbolenze
s’è fatta paglia e carbone
fragile protezione dietro il muricciolo
sul fosso
mentre impasto il certo e il supposto
inciampo sull’erba e frano
nessuno che senta come urla il silenzio-

*

Nel tragitto erto e irto senza fiato
verso una maturità beffarda
di slancio mi capofitto dalla guglia
del lampione come foglia novembrina
arrossata stropicciata franta

non più farfalla solo crepuscolo di foglia.

Nel giardino curo una mitologia di rose
che mi punge e stillo una goccia rossa
sul prato verde – lo scontro con lo spino
è porta che non chiude ai venti
finestra con le inferriate del tempo
fabbro che nelle ossa scrisse a scalpello
la mia origine e la mia sorte
proprio lì dentro l’osso
l’odore delle perdite i vuoti delle assenze
tutte le stupefazioni.

Verrà giorno di riconoscimenti – uno statuto
di eternità simile a una paralisi
di tutti i nervi motori e di ogni sinapsi –

impotente incapace inesperta implacabile
inabile a varcare i fossi.

*

Questo ciglio entrato nell’occhio
l’unghia rotta il disordine dei fogli
mi vengono incontro albe sudaticce
stropiccio incontri mi sporco le mani.
Mi spoglio delle piume ad una ad una
non servono per un volo definitivo
mi aspetta la catapulta per l’addio
che mi spinge oltre la sosta.

Ho sacche di lacrime angoli svoltati
con scarso lume e le cadute
gli sbandamenti le deviazioni
meglio forse starsene all’angolo
fuori dalla mischia pugile suonato
non amo le resse le spintonate delle risse
sola mi sorregge questa pazienza dolce
questo amore minimo per la mia terra
la sua gente – i padri e i figli – tutti i profili
gli amici e voi tutti che mi siete
giudici clementi.

*

Sulle fronde dell’ultima pioggia
un usignolo gorgheggia per l’ arcobaleno
che si formerà oltre la nube sfilacciata
che lenta s’allontana verso un’oltranza
di azzurro infinito – oh l’ignoto
che ci trapassa e non duole.

Sulla strada che non coglie alcun sprazzo
di chiarità nella sua dirittura siglata
i cartelli con le uscite ben segnalate
le entrate i divieti le storie irrise dal rombo
di motori in corsa per una meta sfinita
una spesa una resa un amore già morto
sibila un vento di malasorte.
Ma sfavilla il giallo delle ginestre
cresciuto su un grumo di terra fra pietre
e frusta la tempesta che non vuole morire
e si rinnova del mal-amore fra noi
miseri e dissidenti
senza strumenti per tracciare solchi.

*

Il silenzio qui
mi tiene compagnia come un foulard
o un vecchio cane cieco e fedele
in una cuccia di stanchezza
quante volte dovrò morire perché si faccia
polvere della mia carne respiro lungo?

E di tutti gli amati farne oltre quell’uscio
un banchetto festoso
o una litania di assenti
orme sul cuore eternamente pianti ?

Non è mio stile e costumanza ma
qualcuno mi sa indicare la via del ritorno
nel sereno di un cielo settembrino prima
di tutte le grandi migrazioni a sfrecciarlo
in un addio allegro di ciarle e di richiami?

Partirò – mantengo le promesse – partirò
con la rondine che ha perso la rotta
il compagno il nido e la grondaia
e non ha ai rimpianti né volge lo sguardo
sulla terra che fu dono sempre
immeritata meraviglia.

*

Devo rottamare queste mani
che non hanno imparato
a saldo stringere il gioco dei giorni
e la pendola scandisce soltanto
istanti dispari
la corsa è breve – il cerchio si chiude
con un frettoloso cenno ―
devo rottamare anche il cuore
diastole e sistole discordi
nel capovoltasi di sensi di segni
di incontri e ricordi
che rimandano a suture affrettate
– bagaglio a mano soltanto
per la passeggera irrequieta
e non scaltra ridotti
a coriandoli i sogni
faccio carnevale ogni giorno
e ne rido e ne piango ma poso
sul davanzale le briciole per il pettirosso
che mi osserva piegando il capino
poi trilla severo
che il senso del gioco è il giocare
lo starci nel dispari
____________________ bruciarsi le ali

*

m’infilo sottotono annuso tracce
attendo paziente il sibilo del vento
io taccio
c’è troppo rumore attorno.
Ma nell’ingombra attesa
alleno i tendini al gran salto
colgo minutaglie appuntite
giro armata
con una rete a maglie strette
per schegge e frammenti
che altri dicono di poco conto.
È una sapienza da scampata
far conto del niente
tendere le orecchie al canto
del grillo e lasciar perdere
lo scampanio della festa.

Ma io so che
la forza di una sola goccia
scava abissi crea stalagmiti

dentro quella goccia attendo
il diluvio che laverà via
il belletto degli istrioni
e finalmente contro il nuovo sole
solo innocenza e gratuità del fare.

*
I bambini hanno gambe come ali
per correre dietro al vento
hanno pianti e abbracci per dirti
che hanno bisogno di un nido
non hanno parole ma gridi
e fruscii di insetti.

Non hanno più case certe
fiabe appese al sonno
trastulli d’erba rane verdi
trottole collane di margherite.

I bambini hanno dei mali strani
con i nomi acronimi dall’inglese
e ingoiano pastiglie e sono buoni
rintronati e quieti.

Maledetti noi che non sapemmo
fare di noi disdetta
e seminiamo punte di selci
bombe a grappolo intelligenti
e scandiamo parole d’ordine
omicide nel senso. Maledette.
I bambini ci guardano imparano
e di noi superbi faranno disdetta
o per vergogna si chiuderanno
_____________________ a questa vita
__________________ a questo mondo.

*

A raccontarla la favola del dolore
a raccontarla intera
senza un lieto fine senza una fine
spostati – le dico – fatti più in là ma
sta come una mignatta
a bermi il sangue si fa grossa
sul mio animo sempre più lasso.
Ma la fatica a dirla com’è grossa
e lì sul foglio a schiacciarla tutta
e con la pelle nuova ferita ma dolce
la sua presa quasi un’anestesia
ma no ti schiaccio non ti cedo
ecco vedi lo scrivo in rosso
non mi piego non ti voglio
se proprio vuoi stammi accanto
stammi in un silenzio quieto
senza danni.
Sarai mia cura e medicina
parola sporca – mio lemma amaro
mia passione
infine salvezza mia.

poesie tratte da “Le parole agre” editrice L’Arcolaio 2011

                                   

                                    

Narda Fattori è nata a Gatteo (FC) e ivi risiede in via Garibaldi, 70 ( cap. 47043). Ha compiuto studi di linguistica e si è impegnata come formatrice per l’IRRSAE ( ora IRRE) e come autrice di libri di didattica per diverse e qualificate case editrici. Con testi poetici e narrazioni ha partecipato dagli anni novanta in poi ha raccolto successi a concorsi innumerevoli, apprezzamenti e premi , ha pubblicato diversi libri e partecipa alla compilazione di antologie. E’ redattrice di vari blog online.

LIBRI DI POESIA PUBBLICATI

Se amor parla, Autore Libri, Firenze 1995,
E curo nel giardino la gramigna, Ibiskos (Empoli) 1996, ( premio editoriale)
L’una e i falò, Il Vicolo, Cesena 1998;
Terra di nessuno, Lucca, 2000 (Premio editoriale “Olinto Dini” di Castelnuovo Garfagnana);
Verso occidente, Fara editore, Rimini 2004;
Cronache disadorne, Ed. Joker, 2007 , Novi Ligure ;
Il verso del moto, Moby Dick editore, 2009 , Faenza.
Le parole agre, editrice L’arcolaio, 2011
Dentro il diluvio, edizione puntoeacapo, 2011 , Novi Ligure ( premio Editoriale Astrolabio di Pisa)
È presente con una silloge di dieci poesie nei volumi antologici Voce Donna 1997, Voce Donna 1998, Voce Donna 1999, Il Vicolo, Cesena;
-nell’antologia Santarcangelo della poesia, Luisè editore (RN), 1998;
– nell’antologia Il novecento etico-religioso a cura di Vittoriano Esposito, Bastogi editore;
– nell’antologia Farapoesia con la silloge A che punto è la notte? , Fara Editore 2010 , Rimini;
– nell’ antologia Creare mondi con la silloge De profundis , Fara Editore, 2011 , Rimini .
-con la silloge Canzone nell’antologia Dentro il mutamento, Fermenti editrice 2011
Numerosissime sono singole o coppie di poesie inserite in antologie e riviste; è stata selezionata nell’ambito di un’antologia scolastica per le scuole superiori in uscita.

Narda Fattori – Dialoghi con Pavese.

29 ottobre 2013

La coscienza esiste, ma non è come dicono il cristallino assoluto che ci sorveglia: è la protesta dello nostro amor proprio che sa come in avvenire noi stessi giudicheremo un nostro atto ….
( giugno ’38)

In questi tempi di femminicidio, vorrei riproporre Pavese per la sua  grazia verso le donne, verso il femminile: accogliente e diverso e proprio per questo inappartenente. L’uomo che non accetta di sentirsi rifiutato, non si toglie di mezzo, rispettosamente e dolorante, ma si arma, trucida, dimentica l’amore. La convivenza con la propria coscienza, in tempi di mercantilismo servile e asservito, desta inquietudine e si risolve in una irrequietezza mentale ed esistenziale che non  concede tregua e rilassatezza. Ovunque si spinga lo sguardo vedo armonia di creato sul quale l’uomo è intervenuto spesso con  mano pesante per soddisfare non solo bisogni ma anche un suo personale concetto estetico. Non c’è niente di scandaloso a non pensarla come il Padreterno e che erbacce e fastidiose bestioline meritino di essere estirpate e sterminate: non se ne vede che il fastidio estetico e fisico che producono. Se hanno una ragione per esistere non la conosciamo, forse non l’abbiamo cercata. Anche fra noi ci si comporta in questo modo. Certo non ci è mai uscito di mente la regalia originaria: tutto ci appartiene al costo di insopprimibili e eternanti sofferenze. L’astuzia e anche l’intelligenza dell’uomo ha molto lavorato per ottundere il dolore: viaggiamo con il Prozac a portata di mano, l’ansiolitico sul comodino (a volte in borsetta, magari di  Gucci), ricerchiamo le endorfine, ci stordiamo di alcool , di sesso, di cocaina, di lavoro perfino, come se tutto ciò  potesse tutelarci da una ferita non rimarginabile. Non so a quando risalga questa ferita: se alla spada fiammeggiante dell’angelo che scacciò la prima coppia dal Paradiso Terrestre, se invece dalla separazione violenta dall’utero alla nascita, se, più semplicemente, dalla constatazione che il desiderio ha unghie lunghissime e ci stria la mente di irraggiungibili traguardi  e di sempre altri ancora, se uno fosse raggiunto sarebbe comunque una corsa folle verso un nulla che trabocca. Ci manca l’umiltà di vedere l’armonia del piccolo e del nostro minimo, ci manca l’etica di essere orgogliosi di un lavoro ben fatto, di un incontro che non sia stato di sopraffazione. Ci manca la pazienza di stare sulla riva del fiume a godere dell’argenteo dorso delle trote in salto per godere di luce. Ci mancano l’innocenza del gioco, la freschezza del giudizio incontaminato, la fragranza delle mani disarmate, la luce dello sguardo terso. Non abbiamo perduto nulla dagli albori ad oggi, siamo sempre stati usurpatori, malfidati, invidiosi e assassini. Caino docet. E la nostra coscienza irrequieta, confusa  e riottosa, non vuole riconoscere il cristallino che forse c’è ma che non vogliamo scorgere per non dilaniare la ferita del nostro amor proprio, inquinato e non proprio cristallino. “Soffrire è dunque una debolezza” diceva Pavese; già una stramaledetta debolezza che deve fortificarci.
Lui non ce l’ha fatta: vivere aveva un prezzo esoso, troppo e non si poteva calamitare sulle proprie sofferenze la ragione di una vita.
E se il mestiere di vivere non l’aveva gratificato, ugualmente ci ha fatto dono della sua poesia e della sua visione:

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo.  I tuoi occhi
saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Fra la vita e il nulla si insinua la vana speranza; non è la disperanza leopardiana, matrigna e maligna; è il materiale di cui riempiamo un vuoto, un materiale che appartiene al sogno, all’illusione, all’adolescenza. Fra donna e terra, fra amore e vita , Pavese crea un’insolita analogia: tutto è sfuggente anche quando lo stringi e lo calpesti, nulla meno appartiene di ciò che è sfuggito.
Vorrei che proprio in questi cupi momenti per le donne, che rileggessimo un “classico”: Pavese, il mite, il discreto, l’inappartenente e non appartenuto, ci dice cose importanti che scaldano il cuore, ci scuote dal torpore, ci fossimo cadute.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

The cats will Know

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.
Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.

Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
Farai gesti anche tu.
Risponderai parole –
viso di primavera,
farai gesti anche tu.
I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.                                                                                                                      Narda Fattori

 

 

 

narda2   cesare-pavese