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Nazim Comunale

23 febbraio 2021

Un’affermazione in un testo è stata la mia guida nel viaggio in anteprima tra i versi di Chiamala febbre: pancia e quaderno aspettano, reclamano a gran voce di essere riempiti. Se è vero che pancia e quaderno aspettano di essere riempiti, è vero altresì che la sazietà non è mai raggiunta, che prosegue, con l’acume di chi vive e scrive, l’osservazione e la partecipazione, se pur critica, al tentativo di colmare un vuoto: la vacuità di questa fine del mondo in piccole dosi quotidiane che riceviamo, veleno e farmaco. La sazietà non è raggiunta perché, felicemente, la raccolta di Nazim Comunale colma e, allo stesso tempo, rinnova la sete nelle due istanze che trovo fondamentali nella poesia: slancio e rigore. Slancio e rigore che Nazim tende in avanti e rende, quindi, dinamico fare poetico, con una percezione acuta, e una altrettanto acuta, perfino febbrile, “disastrografia”, che non dimentica, nei viaggi molteplici verso le periferie, verso gli estremi, due direzioni dell’impegno: quella verso i maestri, nominati non solo nelle epigrafi, bensì, anche, filo robusto che attraversa l’originale tessitura del dire poetico, e quella verso la propria professione, nel caso di Nazim la professione di insegnante.

Anna Maria Curci

                     
                  

                       

Cose da farsi

Aspettare l’alba su una gamba sola.

Torcere un capello a un bambino.

Mangiare del sale.

Coprire i fiori con cucchiaiate di sabbia.

Mettere miele sulle ferite.

Ascoltare la versione dell’assassino.

Tergiversare.

Diffondere notizie false.

Accecare il cielo con un lapis rovente.

Sbucciarsi il cuore

poi offrire rose ai piedi dei santi.

Bere da un barattolo blu.

Sognare i fiordi

e non spettinare

non spettinare mai

il delicatissimo random dei ricordi.

                                             

                                

Le cose sparse sul tavolo.

I numeri del caso

riposano nella scatola di legno chiaro.

Questo senso di fragilissima preghiera.

Null’altro.

Solo il vasto disordine

di un altro pomeriggio

vertiginosamente immobile.

                           

                          

                    

Unico passeggero sul bus tra Sant’Arsenio e Roscigno

mi dirigo verso Sacco

il paese della mia famiglia paterna

dove in estate il trasporto pubblico non arriva

perché la montagna è franata anni fa

e non è mai stata messa in sicurezza.

Cristo non si è fermato ad Eboli

si è dato semplicemente alla clandestinità.

Si nutriva di peperoni cruschi

e parlava un dialetto arcaico

dormendo sotto gli ulivi di queste terre remote.

Da qui il nord è un’apnea diplomatica

il miraggio di un secolo orfano e grigio.

Un vicolo cieco, un pozzo tutto cupo.

La morte è solo un capitolo di un’epica sussurrata e familiare.

Le ansie cadono a terra

come mele selvatiche.

Siamo solo comparse di un teatro povero

nell’era eterna della controra.

Muti, mitologici

gli ulivi trattengono ancora un brano di stupore

e uno spicchio di cielo.

Napoli è lontana come il Tibet.

“Una strada attraversa il paese. Il paese è quella strada. “.

                  

                     

In quest’ora

a forma di diario

la luce

si accanisce

in capriole.
                       
                       
                 

Anche se zero
anche se soldo di cacio
solo
anche se disastrato
sdrucito
sfinito
strappato.
Stanale
le tue parole stupite
soppesale mentre scuotono le gambette
assopite
sottrai subito al buio dei cunicoli
il sale del tuo dare
la sete del tuo fare
la seta imperfetta del tuo dire.
La didattica della luce
non prevede appello.

                        

                      

Esercizi per esistere

Nel mondo delle creature sottili

muto e vivo

guerrescamente felice

tra le nebbie d’inizio secolo

sto con gli inquieti del sud

conto i mesi del cuore storto

e ciò che si ruppe nel guscio sacro.

Esistere una mezza giornata.

Resistere.

 

                   

                                  

Mappa

E’ rauco questo blu che scolora

e si addormenta tra l’indice e il pollice della stanza.

Qui è dove sabbia entra

dove serpe cova i suoi figli di rame

dove vetro cresce, cresce e si gonfia

nel respiro insonne di ogni brace.

Qui è dove sole affonda

dove ombra sancisce il suo regno

dove in lunghissimi minuti

fioriscono

mille città di marzapane.

Qui è dove l’arrotino affila la lama spenta

dove la porta geme aspettando il ritorno

dove un uomo di trent’anni un giorno si sveglia

e non trova più i suoi occhi.

Qui è dove il miele è rancido

dove la pazienza del legno è vino dei naviganti

dove la corda consunta finalmente strappa

dove barca è foglia di giunco

in mare aperto

alla deriva.

Qui è dove carta uguale casa

dove pomeriggio significa mandorla e bambino

dove un dio impossibile mantiene ogni promessa.

Qui è dove un cielo di nuvole basse tiene

ancorata la terra

col sottile filo di un respiro

dove la pagina è arsa dalla seta

dove la mappa è antichissimo pasto del sole.

Qui è dove il fachiro esita

dove ogni orma si sovrappone all’altra

dove la madre candida sorridendo stende il primo bucato.

Qui è dove il pianoforte zoppica

dove la marea si alza vittoriosa

dove giungla e labirinto sanno il denso latte del dire

dove l’alta febbre del fare

si dissipa

in una lunga collana di gesti nativi.

Qui è dove preziosissimo sangue rapprende

dove ebano vuol dire infanzia e finestra

dove la mano e lo scriba

discendono il ripido foglio

dove soglia è palmo di mano timorata.

Qui è dove ombra suggerisce possibilità

dove il vocabolario è un cucchiaio di sale

dove Kafka si addormenta sognando il risveglio scarabeo.

Qui è dove cibo, famiglia e approdo sono parole torbide

dove tucano e matita sono i naufraghi della penisola

dove stupore è ogni sentiero interrotto.

Qui è dove la grandine spezza

la pazienza

v

e

r

t

i

c

a

l

e

del ragno

dove il mare passa

e lascia la scia

e una schiuma di stracci.

Poi, da queste sponde

finalmente

uno dei due fratelli scappa.

                      

                                

Nazim Comunale è nato a Guastalla (Reggio Emilia) nel 1975.
Sue poesie sono apparse sulle riviste Dea Cagna, Versante Ripido e on line su Interno Poesia, Diario di passo, Ipoet, Poetarum Silva.
E’ stato tradotto in Venezuela e negli Usa.
Ha pubblicato Aguaplano ( autoproduzione, 2015), Lei Oceano (Terra d’Ulivi, Lecce, 2017)
Chiamala febbre (Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia, 2020)
ed è presente nella collettive Non ancora silenzio (NMZ edizioni, Ravenna, 2019) ed Emilia Romagna (Bertoni Editore, Perugia, 2020).
Ha avuto la menzione speciale nel 2019 al premio Raffaele Crovi.