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Patrizia Sardisco

1 ottobre 2022

recensione di M. Carmen Lama

 

Sìmina ri mmernu

-Semina d’inverno-

(di Patrizia Sardisco – Ed. Cofine 2021)
recensione a cura di M. Carmen Lama

Proteggere le parole, sempre. Sono il mezzo più caratteristicamente umano che abbiamo. E quando nessun altro mezzo ci consente di portare a soluzione dei problemi, spesso le parole fanno miracoli. Le parole dei poeti, nello specifico.

Patrizia Sardisco, poetessa molto sensibile e attenta ai molti problemi del presente, cerca di far sentire la propria voce attraverso i suoi versi incisivi, incandescenti, duri come pietre, eppure molto chiari, affrontando una tematica che è purtroppo di casa, frequente, nella nostra bellissima isola, la Sicilia, specialmente nei mesi estivi, quando il caldo naturale molto al di sopra del sopportabile, serve a degli sciagurati come schermo per nascondere le loro mani distruttive, appiccando subdolamente dei fuochi che in pochi minuti annientano aree boschive, collinari, montane, con gravi danni anche agli animali, dei quali sono habitat naturali.

Il titolo di questa raccolta (di poesie-denuncia di comportamenti inaccettabili) è paradigmatico nel senso accennato in apertura di questa mia recensione: è necessario seminare e proteggere le parole poetiche, dare loro ampi spazi di fecondazione e di vita, affinché diventino stimolo alla riflessione e alle azioni positive conseguenti.

Prendendo come esempio l’agricoltura, si dà per scontato che la semina invernale di alcuni prodotti, mentre dà continuità all’operosità contadina, esige anche un’attenzione particolare proprio riguardo alla protezione delle piantine, con sistemi quali il riparo del terreno con teli impermeabili per proteggere le radici e far mantenere il calore più a lungo possibile, mentre la temperatura è bassa.

Eppure le piantine che superano l’inospitalità del terreno invernale hanno già una loro particolare resistenza, vanno solo aiutate un po’.

E traslando poi il discorso agricolo al mondo poetico, viene spontaneo pensare che anche le parole dei poeti abbiano già in sé una loro particolare resilienza, ma non sarebbero molto efficaci senza un loro appropriato uso in contesti che richiedano una speciale vigilanza, senza la protezione (affidata soprattutto ai poeti) che le aiuti a “crescere” e a diffondersi.

Seminare parole poetiche, come fa la poetessa Patrizia Sardisco con lo scopo di far conoscere le conseguenze disastrose di atti così incivili come il dar fuoco ad aree naturali estese, è infatti un modo esemplare per scuotere le coscienze, per sensibilizzare le persone alla responsabilità dei comportamenti, al rispetto della natura, e per far sì che ognuno faccia la propria parte nel tenere d’occhio l’ambiente e nel cercare così di prevenire anziché subire comportamenti dettati solo e soprattutto dall’ignoranza e dalla cecità di chi non si rende conto che i danni recati alla natura si ripercuotono inesorabilmente sugli uomini stessi e sulle loro attività.

Mette in guardia, la poetessa, coloro che non sanno (e non pensano) quello che fanno. Lo fa in particolare con una poesia-manifesto, che riporto di seguito interamente, in quanto parla da sé (anzi “grida”!):

Opposto del morire  / è il pensiero / come la semina / è l’opposto del tacere / il vento sa. / Dove cuce, dove dipinge / dove non è rumore / né sbadiglio / seminare è accendere la favilla / che comanda e chiede / giustizia al suo destino / e intanto al buio tempra / la generosa sostanza del legno / e solitudine di altezza e ombra / di foglie che stanno al proprio posto / lungo tutto l’inverno / per chi le guarda / per te che stai pensando a loro / in quest’istante. (pag. 25)

 

“Seminare è accendere la favilla  che chiede giustizia al suo destino e che al buio tempra la generosa sostanza del legno e lo prepara a colmarsi di foglie che stanno (devono stare!) al loro posto così che si possano ammirare, pensare, nella loro preziosa funzione di vita per l’albero-madre e per l’ambiente circostante”

Seminare le parole poetiche, sempre, ogni volta che sia necessario, è accendere la favella per dire quel che va detto, per non tacere rendendosi indifferenti e quindi corresponsabili.

Il poeta sa. Il poeta chiama a raccolta con la sua voce potente chi ha a cuore le cose che ci ri_guardano, che ci sostengono se a nostra volta le sosteniamo.

Sono molto efficaci i versi delle poesie di questa breve ma importantissima silloge/documento.

Ne scelgo alcuni in particolare, perché mi hanno coinvolta in maniera impressionante, con reazioni fisiche reali, come la pelle d’oca, il tremore, la mancanza di respiro, l’assenza di voce:

Di colpo, con gli occhi pieni di neve / avvoltolati dalla vampa agostana / con la fretta stupita e vana delle bestie / col loro stesso spavento dissanguato / pure così distanti / da loro e in salvo / vicini spalla a spalla con la notte / pure così lontani / fuoco di fuoco sta gelando l’estate / così di colpo avvoltolato inverno. (pag. 9)

 

Cenere: non è più bosco / come qui questa lingua / soavemente adagiata sulla carta / non è più lei, non dura / non suda più, non reclama.//

Mi empie il cuore di neve / l’ombra di questa mano che la sperde / leggera a leggerla, forse / comunque inascoltata. (pag. 15)

 

E ancora:

Portone di deposito / che non so più chiudere / e  adesso si lamenta, scosso / mentre il buio s’insinua.//

Quest’inverno greve non arretra / questa neve di cenere / è nel paesaggio e negli occhi / un uguale fuoco / ma è la mia voce / il bosco di tizzoni più agghiacciato / come quando le dita nella ghiacciaia / il gelo si incolla e penetra / non si sentono più, sembrano / estranee, ma messe in bocca bruciano. (pag. 10)

 

Ho riportato le poesie nella traduzione in italiano, per rendere più fruibile questa mia recensione, ma non renderei veramente giustizia alla silloge se non sottolineassi il fatto che l’origine delle poesie è il dialetto siciliano, lingua che oltre ad assegnare una precisa identità a coloro che la parlano, ha una sua specifica connotazione non facilmente trasponibile in italiano, esattamente come avviene per le traduzioni in generale.

Con un valore aggiunto, per il dialetto, in quanto esprime concetti con un’immediatezza e una forza che non si riesce a rendere in italiano, né in qualsiasi altra lingua.

Queste caratteristiche (immediatezza e forza) credo attengano a tutti i dialetti, in quanto essi hanno radici ancestrali che, se pure nel tempo possano avere subìto delle modifiche dovute ai passaggi generazionali e ai tempi che cambiano irrimediabilmente, mantengono tuttavia una loro peculiare specificità storico-antropologica che ne rafforza, più che indebolire o attenuare, le origini stesse.

Pertanto le poesie vanno lette nella lingua in cui hanno visto la luce, per sentirle vibrare insieme alla voce della poetessa, per ascoltare il tramestio l’affanno lo scombussolamento che avviene a tutti i livelli, dalla consapevolezza della mente, al cuore, alla fisicità tutt’intera, fino alla soglia dell’inconscio e forse ancora più in profondità, nell’anima.

E solo dopo, confrontare l’esito della lettura dialettale con le poesie in italiano, per provare a comprenderle bene, per provare a farle proprie entrando direttamente nello spirito del testo.

È soltanto un breve excursus, il mio, in questa raccolta di poesie che rimescolano il sangue, che fanno riaffiorare emozioni forti (già da me vissute in prima persona), paure, ma soprattutto indignazione, nel ricordare, ad esempio, la trasformazione di meravigliosi spazi verdi, in arido e nero deserto di tizzoni che fanno da sfondo a un paesaggio che sarebbe altrimenti da favola.

A ciascun lettore spetterà poi il compito di addentrarsi nelle poesie con le proprie personali sensibilità, seguendo le proprie inclinazioni e disposizioni d’animo, interpretando o semplicemente lasciandosi lucidamente trasportare nelle gelide atmosfere prodotte dai fuochi, rilevando nel contempo le “ossimoriche” situazioni descritte e, forse, impallidendo nell’immaginare la disperazione di chi assiste, inerme, a violenze così gravi (tanto più perché ripetute) sugli ambienti naturali.

Un grande plauso a Patrizia, quindi, che mette il dito su una piaga ancora non guarita, su ferite gratuite e ancora aperte, inferte a una terra che non merita niente di tutto questo, che andrebbe invece preservata, resa migliore, feconda, non solo nell’ambito naturale, ma più in generale, negli aspetti socio culturali, negli aspetti di tradizione, di estetica antropologica, di etica delle relazioni…

E inoltre molte grazie a Patrizia per aver dato voce anche a me! E chissà a quanti altri…

  1. Carmen Lama

(24 settembre 2022)

 

 

 

 

 

Patrizia Sardisco

23 ottobre 2021

 

 

                                                                                                                                                  

                                                                                                                                                                   

Lo spettro del visibile, di Patrizia Sardisco, ed Cofine 2021

Recensione a cura di M. Carmen Lama

 

 

Non solo della visione e del pensiero ha bisogno il poeta, ma soprattutto della parola, con cui scalfire la lingua, inciderla, plasmarla.

La lingua poetica non esiste di per sé, ma è creata e ri_creata ogni volta dal poeta, a partire, sì, da una visione, da un pensiero, da una suggestione o atmosfera, ma tutto questo è lo sfondo, la pagina bianca che attende l’esatta formulazione del verso più adeguato a rendere rappresentabile (dicibile) la visione, il pensiero…

È come estrarre una luce dal buio dell’anima, qualcosa che si rivela a lampi, a sprazzi, in frammenti da cui iniziare per ricostruire una figura intera.

Il poeta è come un archeologo dell’anima. Deve essere in grado di decriptare quel che gli si presenta come enigma, come codice segreto.

 

“Vola alta, parola” scriveva Mario Luzi, la parola usurata dal parlare comune non può dire in modo efficace il sentire del poeta.

E anche quando, con un lavoro di lima e cesello, una composizione poetica sembra soddisfacente, il poeta nota ancora uno scarto rispetto alla sua intenzionalità espressiva, la comunicazione  non coincide con la sua visione, si approssima ma non la raggiunge mai del tutto.

 

Leggendo il bel libro di Patrizia Sardisco, Lo spettro del visibile (ed. Cofine 2021, con Prefazione di Anna Maria Curci), ho colto proprio un lavorìo interiore dell’autrice, che sembra utilizzare uno scandaglio mentale per scendere sempre più in profondità, nel suo Io inquieto, alla ricerca delle radici aurorali della lingua, per trovare le parole-cose, le parole-affetti, le parole-visioni-atmosfere, che sappiano dire, appunto, che sappiano rappresentare in forma poetica, l’essenza sottile, quasi ineffabile, del suo sentire.

E ogni volta è un doversi impegnare, darsi da fare con determinazione, come cercando in un magma incandescente, fino ad accontentarsi almeno di un percorso di senso, ma con la consapevolezza che forse c’era dell’altro, nel fondo, nel centro, nel cuore -del sentire e della lingua con cui esprimerlo- e che la ricerca dovrà continuare.

 

Molte sono le poesie della silloge nelle quali questa “soddisfazione a metà” emerge quasi con disappunto; alcune invece rivelano una rassegnata consapevolezza, che si presenta quasi come modalità didascalica, come se la poetessa volesse avvertire chi legge che ci sono cose – eventi – situazioni non dicibili una volta per tutte, non in tutti gli aspetti, non con la precisione che ci si potrebbe aspettare e a cui la stessa poetessa aspirava.

 

La bellezza dei componimenti poetici del libro ‘Lo spettro del visibile’ sta soprattutto nei molti e diversi modi di cercare la parola perfetta (o almeno, quasi perfetta..) e in quel tentare di mostrare le diverse facce rifrangenti di un prisma in cui si riflettono i mille colori delle parole, con le loro sfumature-nuances di significati, e nell’assegnare loro il posto più adatto nel verso e nella poesia tutt’intera.

 

E poi anche il lettore si trova come imbrigliato in una sorta di rete i cui nodi sono mobili e ricomponibili, “snodabili”, e si è condotti per nuovi sentieri di senso, per significati insospettabili alla prima lettura.

 

Nella ricca e approfondita Prefazione di Anna Maria Curci e nella interessante Recensione di Luigi Paraboschi (alle quali rimando) sono esplicati diversi spunti per una comprensione più puntuale, con citazioni ed esemplificazioni di versi, di poesie utilizzate e utilizzabili come chiavi interpretative, che hanno attirato anche la mia attenzione (ma che non riporto qui per evitare di ripetere quanto già ben espresso da altri)

 

E credo che questa silloge sia imperdibile, non solo per quanto fin qui evidenziato, ma anche perché lo stile della scrittura poetica di Patrizia Sardisco si avvale di una cultura ampia e di una espressività originale e, pertanto, leggere e approfondire il significato di poesie come queste de’ Lo spettro del visibile è come entrare in mondi nuovi, tutti da esplorare.

 

(M. Carmen Lama, 7.9.2021)

                                    

                                    

                                   

il residuo non cessa
di emettere segnali

amputare la mano dopo il tiro
continuare a saperne
la posizione le sensazioni tattili

del dolore sottratto
resta la sottrazione, l’assenza di visione
la bruciatura plastica sull’orlo
l’urlo fantasma che sutura il foro

                                                    

                                        


                                     

                         

fare della reticenza fiato
dell’astensione morso segno
usurare
la lingua torcerla al verso
darsi la direzione tra i picchi delle onde
decidere tagliare
la frequenza coattiva la catena
scantonare forse
forse cantare

                                   

                                 


                         

sembra vuoto ma è materia mobile

il lume tra tutto questo
andare e il mio restare
muta in sostanza, dico
qui riconosco un guado, ve lo mostro

ma non si guarda, non si sente un ponte
lo si passa

                                

                                   


                          

Chiedi a una rosa
se è colta o pronunciata
o se è recisa.

Sia detto che la rosa
non sbavava
per travasarsi in rosso
in un decanter

rubra dentro al suo cono
emergente incidente
era e danzava iperurania e sparsa
chiusa ma in sé esclamata

né sbocci né sboccature
non traboccava
restava, non rosa
rosa.

 

                               

Patrizia Sardisco

2 giugno 2021

LO SPETTRO DEL VISIBILE

di Patrizia Sardisco

edizioni Cofine – Roma

recensione di Luigi Paraboschi

Quando ci si accinge a trattare qualunque argomento usualmente si afferma che “bisogna pur trovare uno spunto per iniziare“ e io ho scelto i versi che seguono per trovare la chiave interpretativa che mi fosse utile.

“Ma dico/ quale lingua?/ Non ha una lingua /a strappo// la chiusa scatoletta/ rossa e polposa in succo/ ci vuole un apriscatole/ un affilato arnese/ di parole/ per arrivare al cuore//.

Ho riflettuto più volte su ogni verso di tutto questo lavoro e mi sono convinto che l’apriscatole del quale l’autrice avverte il bisogno sia la parola intesa nel  senso più ampio, quasi la stessa che San Giovanni apostolo pone all’inizio del suo Vangelo ove scrive “all’inizio fu il Verbo“.

Qui assistiamo veramente al trionfo dell’uso della parola;  pochi autori sono in grado di costringere il lettore come fa Sardisco a indugiare sul significato dei numerosi aggettivi, verbi e sostantivi raramente diffusi nel linguaggio usuale, al punto da farci tornare indietro nella lettura, ricercare ogni significato non chiaro e d’improvviso vedere aprirsi la luce sul senso pieno di quanto stiamo leggendo.

Il primo verbo che mi ha attratto è stato “campire“  perché inusuale in poesia e  lo si riscontra più frequente in pittura.

L’ho trovato nella prima poesia d’apertura ove si legge:

“dal sogno della voce migrarono/ particole di luce/ a campire la vacuità del bianco/ lo spazio fantasmatico/ di una impossibile nominazione“

Dice lo Zingarelli che con “campire” si intende:dipingere un quadro a fondo/ stendere il colore in maniera uniforme, e – pur conoscendo il significato di quel verbo – mi è parso si aprisse uno scorcio dentro i versi e ho pensato che se avessi fatto riferimento alla pittura forse avrei trovato qualche illuminazione che mi fornisse una interpretazione abbastanza vicina alle intenzioni della poetessa.

Ma a quale genere di pittura avrei potuto avvicinarmi trovandomi di fronte ad una raccolta di grande difficoltà di disvelamento come questa?

Non potevo leggerla utilizzando gli stessi schemi critici che avrei potuto usare di fronte a un testo poetico dell’800 letterario e neppure della prima metà del ‘900; dovevo per forza trovare quell’apriscatole di cui fa cenno l’autrice, e a quel punto mi è parso che se dovevo “campire“ la tela di Sardisco avrei dovuto usare un rimando pittorico ad una tecnica più moderna che mi aiutasse durante la lettura.

Ho pensato al pittore americano Jackson Pollock, che ha inventato la forma  più nuova del suo tempo, il “dripping“.

Partendo da una tela vergine, stesa sul pavimento, egli, utilizzando qualsiasi strumento – che solo rare volte era rappresentato dal tradizionale pennello, sostituito spesso con  lunghi e sottili pezzi di legno  o anche stendendo il colore sulla tela direttamente dal tubetto, oppure sgocciolando le tinte  dal barattolo,- stendeva sul lino bianco una rete sovrapposta di vari passaggi di tinte che alla fine forniscono all’osservatore un reticolato dentro il quale chi guarda riesce a sperimentare dentro di sé una emozione che gli permette di assimilare interiormente il quadro.

La tela di Sardisco è rappresentata dal semplice foglio bianco  dal quale essa parte per tentare una coraggiosa analisi interiore che la conduce all’interno di quell’ IO che nella letteratura moderna è partito da Joice con l’ Ulisse che ha sconvolto tutti i canoni narrativi e poetici del 900.

Con questa predisposizione all’analisi interiore, il visibile appare come qualcosa di interiorizzato in modo così profondo da essere chiamato “spettro“ (per definizione invisibile), che però la poesia tenta in molti modi di rendere “visibile“, perché, scrive l’autrice:

… l’uomo dentro il guinzaglio/ trova dentro un bisogno/ l’evasione“

e tale bisogno nasce da una forte necessità espressiva:

“… dove la sete occupa uno spazio/ proliferano i rami / per simmetria alla opposizioni radicali…/”

La sete come bisogno di conoscenza fa crescere i rami che dovrebbero dare slancio e aperture per bilanciare le opposizioni alle radici interiori, e in altra successiva leggiamo :

“nessuno scrive un rigo se ha altro da mangiare …“

Da queste poche parole stralciate da differenti poesie ci possiamo rendere  conto che il colore base, quello sul quale l’autrice costituisce la campitura è steso, e lo potremmo definire come la

 “necessità di esprimersi dovuta alla condizione umana di essere trattenuti da un guinzaglio che impedisce all’anima di alimentarsi“.

Questa prima stesura di  colore è fondamentale, è la base che sarà il fondo del quadro/poesia che si costruirà verso dopo verso, parola dopo parola attorno a quell’ IO accennato poc’anzi, un IO che: 

… si disponeva al centro dei corpuscoli/ mediava tra voce e sottrazioni/ sfibrato da un principio di realtà/ aveva scelto di non sporcare i panni/ per non doverli poi lavare //

E’ un ego  dibattuto, che vorrebbe gridare ma che è soffocato dalle paure di sporcare i panni e teme di doverli lavare, dato che non può farlo perché troppi sono i condizionamenti, è anche grande la sfiducia in se stessa:

”ogni denominazione dell’intorno/ è l’audacia/ di non gettare troppo in basso l’occhio“

Ci si rende conto durante la lettura che l’IO si dibatte  sommerso da una marea di pressioni esterne ad esso ed anche interiori, vorrebbe emergere ma non può farlo con libertà, e questa impotenza a essere compreso genera frustrazione nella poetessa, come scrive anche A.M. Curci nella sua prefazione “… ricorre il divario lacerante tra l’urlo di invocazione…  e l’impossibilità di emettere la voce “e prosegue più avanti sempre la Curci… ”sottrarre vigore alla barriera che rende l’urlo strozzato, sporgersi a invocare”  e crea una poesia che in certi punti assume il sembiante di esame scientifico e quindi  per nulla sentimentale, sul quale prevale spesso un angosciante domandarsi e dibattersi tra la volontà e il potere, come leggiamo:

”gli asindoti hanno un fascino inconcludente/ tensioni d’arco e fughe all’infinito/ da un desiderio amodale di tangenza/ gli orridi ci attraggono negli scoscendimenti della gola“

e aggiunge in un’altra

“ll residuo non cessa/ di emettere segnali// amputare la mano dopo il tiro/ continuare a saperne/la posizione di sensazioni tattili// del dolore sottratto/ resta la sottrazione, l’assenza di visione/ la bruciatura plastica sull’orlo/ l’urlo fantasma che sutura il foro//.

Si esce dalla lettura di questa raccolta con la stessa sensazione di stordimento che ci lascia la visione di un quadro astratto il cui significato completo ci sfugge per l’impossibilità di penetrare fino in fondo l’anima dell’autore.

A questo punto mi sembra possibile  inserire un altro accostamento pittorico che ci possa aiutare a comprendere meglio la poesia di Sardisco, e mi soffermo sul quadro famosissimo di Magritte dal titolo “cecì n’est pas une pipe”, titolo nel quale il pittore sembra aver compiuto un errore grammaticale dicendo “cecì“ al posto di “celle-ci“ al femminile, pensando alla pipa, ma la sua intenzione è quella di depistare l’osservatore obbligando a comprendere che quel “ceci“ è usato al maschile in quanto egli sta parlando del quadro e non della pipa.

E anche Sardisco scrive:

“… la mente è epifenomeno di luce/ in metamorfosi// eppure apprende presto a ruminare il buio/ nell’onda urente degli inchiostri/ inchiodata a se stessa ma chirale“

Ove “chirale” è da intendersi come qualcosa non sovrapponibile alla propria immagine speculare, compiendo in tal modo lo stesso percorso di Magritte.

Usualmente chi scrive parla anche involontariamente di sé e anche la nostra autrice lo fa con pudore e cela la sua incertezza/timore/paura  dietro il velo di parole acute e sapienti  che costituiscono la bellezza della sua scrittura.

Non si tratta di un lavoro di facile lettura, occorrono pazienza, attenzione e diversi passaggi tra i versi ma proprio per queste difficoltà che si incontrano ci si sente pieni di ammirazione per gli sforzi di chi ha fatto del suo meglio  per metterci sotto gli occhi tutta la sofferenza ed il conflitto del vivere mai completamente espressi  perché :

“…le grammatiche/ giocano entro limiti finiti/ segmentano lo spettro del visibile/ in unità di campo tendenzialmente rigide //

 

 

Luigi Paraboschi

3 maggio 2021

dalla sezione Lo spettro del visibile

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fare della reticenza fiato
dell’astensione morso segno
usurare
la lingua torcerla al verso
darsi la direzione tra i picchi delle onde
decidere tagliare
la frequenza coattiva la catena
scantonare forse
forse cantare

dalla sezione Aprèslude
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Chiedi a una rosa
se è colta pronunciata
o se è recisa.

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Sia detto che la rosa
non sbavava
per travasarsi in rosso
in un decanter

rubra dentro al suo cono
emergente incidente
era e danzava iperurania e sparsa
chiusa ma in sé esclamata

né sbocci né sboccature
non traboccava
restava, non rosa
rosa.

Patrizia Sardisco è nata a Monreale dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano (parlata monrealese). Vincitrice e finalista in diversi concorsi a carattere nazionale, nel 2016 pubblica, per i tipi di Plumelia, la silloge in dialetto “Crivu”, vincitrice del Premio Internazionale Città di Marineo e menzionata al Premio Di Liegro di Roma. Nel 2018 si aggiudica il Premio Montano nella sezione “Una prosa breve”; con la silloge inedita in dialetto “ferri vruricati” guadagna il secondo posto del XV Premio Ischitella – Giannone e, nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, dà alle stampe la sua prima pubblicazione in lingua italiana, “eu-nuca”, prefazione a cura di Anna Maria Curci, finalista al Premio Bologna in lettere 2019 e vincitrice della sezione opere edite del Premio Città di Chiaramonte Gulfi 2019. Ancora nel 2018, la raccolta “Autism Spectrum” vince la quarta edizione del Premio Arcipelago Itaca, indetto dalla Casa editrice omonima che, con postfazione a firma di Anna Maria Curci, ne cura la pubblicazione nell’aprile del 2019. Autism Spectrum è tra le Opere edite segnalate al Premio Bologna in lettere 2020. Del 2021 è la raccolta “Lo spettro del visibile”, Edizioni Cofine, prefazione di Anna Maria Curci.