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Raffaela Fazio

4 dicembre 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesie da “A grandezza naturale. 2008-2018” (Arcipelago Itaca, 2020), libro vincitore del Primo Premio per la poesia edita della XXXVI Edizione del Premio Nazionale di Poesia Caput Gauri.

 

È forse un dissacrare
la forza dell’incontro.
Rivoluzione d’aria, complotto
di correnti
tra braccia conserte
che fa scattare il moto
verso il gesto che ieri
era ignoto.

***

Mi disse un saggio

Per anni in me ho curato l’aderenza:
paziente somiglianza
al centro equidistante
immoto. Un caso però
la trafittura, la sorpresa.
Nell’acqua limacciosa
non fu il loto bianco, ma la serpe
che risvegliò guizzando
il senso
l’andatura.

***

Ci nomina l’azione
e ci conforma
˗ spinta
e tratto liminare.

Ma il risveglio
non è solo il commiato dalla notte:
è l’abbondare
di là da quel momento.

Così il senso
trabocca
dalla parola detta
(nel suo incessante corso).

E soprattutto
l’amore eccede il fare
e anche il suo farsi.

***

Controluce

La vita appare
a grandezza naturale
se emerge il Fuoriposto e si fa ingombro
come macchia scura contro il sole:
risuscita i contorni
nascosti fino allora
nella dismisura della luce
(cresce la forza
grazie all’espansione
di ciò che all’improvviso la confina)
e nel momento in cui
fa quasi male
ci libera la vista sul reale.

***

Verbum loci

Vieni e vedrai.
Non potrai farlo prima
da qui, dall’acquis
col bordo a fiorami del pensiero
che sporge solo un po’ dal davanzale.
Scendi. Vieni.
Vieni e dirai.
Perché è la geografia della parola
che l’invera.
Lo spazio crea il verbo che gli è proprio
(ricordi dove piano dissi “ti amo”?)
come ogni spezia è tesa
al suo profumo.

***

Si leva il giorno:
si fa accadimento.
Io ti aspetto
come il muro che ricorda il sole
e inganna con l’ombra
il suo spostamento.

***

Risuscita il profumo da un istante
e da un profilo a distanza
lo sparo
d’inattesa somiglianza
che snida chiassose dai rami
le cose che temi o che ami.

***

Esercizio

Sono qui (come una volta a scuola)
a scomporre il difficile
in più innocue parti.
E sbaglio.
Invece di scindere il dettaglio
arto per arto, dovrei scavalcare
il cadavere riverso

non prenderti
parola per parola
ma uscire incontro al fuoco
saltando tutto il verso.

***

Il paradosso

Essere un niente, un soffio
eppure esserlo
a ogni costo.

Per lascito
un’accordatura che invoglia
alla prova.
Ad altri
riesce meglio la nota, la vita

ma non c’è delega
in questo:
cadere, rialzarsi
scrollare il basto
e soprattutto amare
scordare il resto.

***

Radura

Diradarsi:
questo forse il destino di ogni uomo
quando rimane in vista
una cosa sola contro l’orizzonte.
E offrire
proprio quella al mondo e al cielo
come a un padre si offre
la fronte.

***

Sillabare.
Quando si crede che la linea è finita
bisogna ricominciare.
Imparare di nuovo
a lasciarsi cadere
sulle labbra il suono.
E poi leggere le cose
a voce alta, vedi
perché si alzino in piedi.
                          In punta di piedi.

 

Raffaela Fazio è nata ad Arezzo nel 1971, dove è rimasta fino al conseguimento della maturità. Ha trascorso dieci anni in Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Belgio, laureandosi in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzandosi presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, si è stabilita a Roma, dove lavora come traduttrice. A Roma ha ottenuto un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali, alla Pontificia Università Gregoriana. Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato: Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images (2011). Entro la fine del 2020 è prevista l’uscita di un’altra guida: “La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani” (Contatti, 2020). È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015) con prefazione di Paolo Ruffilli; Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) con postfazione di Francesco Dalessandro; L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018) con prefazione di Francesco Dalessandro; Midbar (Raffaelli Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso; Tropaion (Puntocapo Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano e postfazione di Sonia Caporossi; A grandezza naturale. 2008-2018 (Arcipelago Itaca, 2020) con prefazione di Daniele Barbieri. Di prossima pubblicazione: La meccanica dei solidi (Puntoacapo Editrice, 2021) con prefazione di Paolo Ruffilli e postfazione di Giancarlo Pontiggia. Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in Silenzio e Tempesta (Marco Saya Edizioni, 2019). Una selezione di poesie tradotte di Edgar Allan Poe uscirà nel 2021, sempre con Marco Saya Edizioni (Nevermore. Poesie di un Altrove).

 

Raffaela Fazio

8 gennaio 2020

 

 

   Il simbolismo che permea Tropaion, la cui prima sezione non a caso s’intitola Una battaglia non vista, attinge  a  un  immaginario  militare:  «I  miei  soldati/ hanno pugnali saldi/ e pettorali sporchi»; «Lungo le coste/ un vento spinge i fuochi delle torri»; «Tra le nostre  opposte  trincee/impigliato  nel  filo  spinato/ un  cavallo/  senza  padroni»;  «Volgerà  alla  fine/  anche questa battaglia/ non vista»… Ma a quale battaglia si fa accenno? Raffaela Fazio ci offre un suggeri mento già all’inizio della raccolta, citando alcuni autori classici. L’autrice si riferisce sia alla dinamica insita nella natura dell’esistenza ˗ il “polemos” eracliteo, per cui la vita è una continua lotta tra gli opposti˗, sia al conflitto interiore che l’individuo sperimenta, spesso in maniera celata, tra pulsioni contrastanti.

   Questa “tensione”, per quanto a volte dolorosa, rimane vitale. La scrittura di Raffaela Fazio la evoca costantemente. Se ne trova una traccia evidente, ad esempio, nella seconda poesia del libro, in cui gli amanti vengono ritratti come coloro che eternamente si rincorrono: «la natura ha bisogno di tensione/ tra destini votati/a una disperata cerimonia». La cerimonia, ogni cerimonia ˗ schema, sistema, verità ˗ ri- chiede infatti una lotta, per evitare la cristallizzazione della vita, poiché siamo «distanti, diversi:/ disuguale la capienza del respiro/ nell’odore controvento».

   La vita è lotta, ma anche possibilità di trasformare la lotta in vittoria. Da qui il titolo del libro, Tropaion. In parte, la vittoria consiste già nella capacità di rivolgere uno sguardo diverso alle cose. Nel brano lucreziano del De rerum natura citato all’inizio, ci viene detto che, vista dall’alto, una battaglia potrebbe assumere l’aspetto della stasi e, insieme, del fulgore. Si tratta, secondo l’autrice, di fissare nello sguardo ciò che fisso non è, di dare eternità al movimento, metamorfosi per eccellenza. Questo pur sapendo che è «Difficile disporsi/ all’eternità». Le “cose” osservate sono guardate partendo da un “tempo” preciso, che è anche un tempo interiore. In Tropaion, aleggia spesso il senso del passato. Qualcosa è successo prima e il presente serve a rivederlo (come quando si scruta, appunto, una battaglia dall’alto), a emendarlo,  a  rimediare:  «Ma  oggi  finalmente/non sei  dove  io  sono:/è  tempo  di  condono/e  il  chiavistello è tolto». La differenza di stato tra un tempo e l’altro, ciò che è cambiato tra il prima e l’adesso e ciò che ancora può mutare, è la frattura di conoscenza che la poesia ama attraversare: «La memoria/ ci guida fino all’alba/ poi rallenta./ Il tempo degli eventi/ la distanzia.// E la sua narrazione/ è un desiderio/ a cui  si  torna/  senza  mai  arrivare//  come  mai  si arriva/ a un luogo dell’infanzia».

 

 

   Un aspetto determinante della tensione di questa poesia, a cui si accennava, è dunque il desiderio che spinge alla conoscenza, a partire da un’esitazione di fronte al già visto, una pausa prima della definizione. Ciò che sottende tale processo è la chiara percezione del mistero di tutto. E del mistero dell’io. Neppure gli occhi altri possono arrivare a un chiarimento definitivo, come mostra l’interrogazione tambureggiante di certe poesie, ad esempio «Se mi conosci, mi chiedo come è stato». Elemento che emerge anche nei versi dedicati dalla madre ai figli. Sembra quasi di essere di fronte a un rifiuto lucidamente scelto di affermare qualcosa di perentorio. Il fatto è che il nostro sguardo assomiglia (questo sembra il suggerimento) a quello di Dante alla fine della Commedia, dove vede ma non riesce a trattenere se non qualcosa di vago: «Vedere/ non meno dell’invisibile/ (nel fuoco/la  sabbia  farsi  vetro)//  e  ricordare/  senza guardarsi indietro». Ciò che conta, in ultima analisi, è quella specie di elevazione dello sguardo alla quale l’autrice ci chiama in continuazione, e che consiste nella sua particolare maniera di inseguire un’immagine, senza mai circoscriverla. Come a lasciarci il passo, perché ˗ Leopardi docet ˗ è nel vago la poesia; potremmo dire, nel rigore della libertà con cui questa poesia ci accompagna.[…]



(dalla prefazione di Gianfranco Lauretano)

 

 

 

 

 

 

*

           I miei soldati
hanno pugnali saldi
e pettorali sporchi.
Sui tuoi nel sonno
è facile vittoria.
            Ma nessuno torna.
Restano là, dentro al silenzio
indistinti, confusi con i vinti:
          lo stesso volto.
Ombra che si getta su altra ombra
e l’ama perché affine.

Un solo esercito che aspetta
di essere sepolto
al mattino nella mente
o in fondo al corpo
finché il tempo
ne fa bianco corredo:
memoria di altra vita
nella notte
ancora in piedi
          – armata in terracotta.

 

*

Nel gioco si accende la fuga
e nel bosco la caccia:
ogni cosa pare si rinnovi
non dal tepore della tana
ma per l’accelerarsi
di battiti, di appelli.

La natura ha bisogno di tensione
tra destini votati
a una disperata cerimonia.

In eterno si rincorrono gli amanti
nel giardino d’inverno.
Distanti, diversi:
disuguale la capienza del respiro
nell’odore controvento.

È passione. Ma fa male.
Nel carniere ha l’assoluto
di cui ha perso
tutto il sangue, la speranza.

*
Lo senti? C’è un fiato
selvatico, furioso dietro l’arte
di cui si copre
anche il più piccolo segreto
nell’attimo in cui infine
vuole essere tradito.
Eppure scuotendosi rivela
solo ciò che lo nasconde:

si gonfia l’erba alta
e non si apre
         – soffio dopo soffio
si crede il proprio moto, il vento

confonde
l’innocenza del sussulto
con il celato accanimento.

 

*

Malfermo, un istante
è stato distanziato
dal branco delle ore.
È docile, stanco
come chi ha una forma
tra cespugli radi a filo di memoria.
       Sarà facile preda.
Ma quando anche il rancore
con lui avrà finito
non sarò io a fare
della sua carcassa
       raro cimelio
       o gabbia di me stessa.

 

La ferita

 

Nel ripulirle i bordi
aspetteremo
che a forza di guardarla
riveli un tratto familiare

e che al mattino
       il male si raccolga
come vegliando
un cadavere supino, forestiero
con indosso l’uniforme del nemico
tra le spighe scure, chine
accanto al fosso.

 

*

Forse sei
l’eco scarna della segreta
sotto il livello del giorno
sei il gesto che si allunga
verso il ricordo
e ne fa solo sua la forma
perché ha raccolto
il buio intorno.
Ma oggi finalmente
non sei dove io sono:
è tempo di condono
e il chiavistello è tolto.

 

La vita parla

 

Ogni notte ti asciugo la fronte.
Raccolgo di te
quello che si era sparso.
Ma tu non volermi
diversa.

Stringi forte il mio corpo di ore
lungo il recinto di edera e mirto.

Su me spunta fedele
anche colei che credi mi sia ostile
e invece è solo morte.

 

*

Volgerà alla fine
anche questa battaglia
non vista

con la naturalezza
dei fossili, dei clasti
a riposo
nel chiuso dei versanti.

In ciascuno
la ressa
di vite, di detriti, la fatica
sarà scasso
per il tempo a venire
           – un lascito migliore.


Imago  et  umbra  sumus:  la  battaglia  invisibile  di Raffaela Fazio

 Nell’accezione primigenia, la parola greca tropaion indica la pratica comune presso i guerrieri greci di riportare in patria le spoglie del nemico e le sue armi, come commemorazione della vittoria. La stessa fun-zione aveva il monumento a forma di albero sulla cui struttura veniva esposta l’armatura del nemico. Universalmente si considera il trofeo come un ringraziamento rituale alle divinità che permettevano la vittoria, ma un passo di Tucidide sembra suggerire che in realtà il trofeo fosse un modo per celebrare proprio il nemico ucciso in battaglia: lo potremmo forse interpretare, modernamente, come in un estremo saluto, un omaggio alla memoria della grandezza dell’avversario; o forse, più atavicamente, come una celebrazione dello sforzo che era stato necessario per sconfiggerlo. Un’altra caratteristica non secondaria del trofeo consiste nel fatto che, presso i Greci, il tropaion venisse costruito direttamente sul campo di battaglia, per evocare immediatamente la benevolenza degli Dei sui vincitori, a differenza dei Romani, che preferivano esporlo a Roma al ritorno dalla campagna militare, principalmente per ragioni di prestigio politico.
Sul piano simbolico il trofeo possiede quindi, in un certo senso, una doppia funzione enfatica: celebra una morte, quella dello sconfitto, di colui che, nella battaglia (e quindi, per estensione, in qualsiasi tipo di battaglia) è uscito spogliato dei suoi possedimenti e dell’onore; e celebra una vita, quella del vittorioso, del sopravvissuto, di colui che, in definitiva, rimane a esercitare il suo compito precipuo commemorativo, compresa l’evocazione della potenza della sorte a futuro monito delle genti, in funzione non solo simbolica, ma in qualche modo, esperienziale. Di quale battaglia stiamo parlando, quindi? Poeticamente, innanzitutto della contesa d’amore, combattuta su quel campo di battaglia che è la contrapposizione dualistica fra un io e un tu. In questo senso, essa è coincidente con qualsiasi altra battaglia da vincere o da perdere, con qualsiasi altra krisis, con qualsiasi altro dolore o ferita da curare e da cui uscire se non proprio indenni, quanto meno ancora vivi.

Tra le diverse accezioni in cui si può intendere la battaglia che origina il tropaion, quella relativa alla metafora dell’amante miles è già classica. Viene subito in mente Ovidio con il suo «Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido». Ogni amante è un soldato, secondo il vecchio adagio: ma non solo. Se ogni amante è un miles, gli amanti possono vincere o perdere una battaglia o la guerra d’amore intera; gli innamorati, in definitiva, possono essere anche pensati come vittime di guerra, schiavi o trofei essi stessi, secondo il topos grecolatino di cui sopra; basti pensare ancora al poeta di Sulmona che altrove quasi si scusa di non riuscire a scrivere poesia epica, poco adatta alle sue corde: «Arma gravi numero violentaque bella parabam /edere…»3, eppure, sopraggiunge sul più bello Cupido, il quale, si badi bene, altri non è che un arciere, ovvero, nemmeno a farlo apposta, anch’egli un giovane guerriero: «questus eram, pharetra cum protinus ille soluta / legit in exitium spicu- la facta meum…»  […]

(dalla postfazione di Sonia Caporossi)

 

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, vive a Roma, dove lavora come traduttrice, dopo aver trascorso dieci anni in vari paesi europei. Laureata in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, si è poi specializzata presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. In seguito, ha conseguito un Diploma in Scienze Religiose e un Master in Beni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato “Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images” (2011). È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015) con prefazione di Paolo Ruffilli; “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017); “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018) con prefazione di Francesco Dalessandro; “Midbar” (Raffaelli Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso. “Tropaion” (Puntoacapo Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano e postfazione di Sonia Caporossi. Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in “Silenzio e Tempesta” (Marco Saya Edizioni, 2019).