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Stefano Di Ubaldo

5 dicembre 2018

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Verso un forse” di Stefano Di Ubaldo è una raccolta di versi in cui si alternano riflessioni, battute, giochi, istantanee, con una buona dose di surrealismo.
Quella del gioco è un’idea che molti scrittori rifiutano. L’autore, peraltro molto giovane, incastra le parole, le addestra, le smonta, le accelera al servizio di una costante e virtuosa allitterazione e con la capacità di giocare con le similitudini. Non è un funambolismo verbale fine a se stesso, tratta temi intimi e personali con rimandi più o meno espliciti a cultura cinematografica e letteraria sia di alto sia di basso livello cosa che ritengo avrebbe fatto felice Umberto Eco.
Leggere queste poesie è un divertimento azzarderei musicale. L’autore, come un buon rapper, mostra la giocosità profonda che può avere la letteratura grazie a composizioni ricche di sarcasmo e ironia scritte in un linguaggio semplice e chiaro.
Per leggere questo lavoro dobbiamo sbarazzarci di tutti i pregiudizi, etichette o modelli letterari attesi. Al contrario, bisogna essere disposti a essere sorpresi e lasciare che l’autore giochi con noi.
Lo stile non rivela una poetica dell’abbondanza, ma non è minimalista; tende al dissolvimento della soggettività, ma non ne annulla la dizione; trasmette il sentimento, ma con una verità denudata del suo residuo patetico (ad esempio in Nessuna ambizione).
Di Ubaldo possiede un raro equilibrio che lo allinea ai poeti capaci di ascoltare la voce interna delle parole e forse, anzi senza dubbio, questa dimensione dovrebbe aiutarci a riscoprire la reale icona del poeta in genere, disilluso e tuttavia con speranza, intriso di una quotidianità significativa, che crede nella proprietà musicale e rivelatrice delle parole, come ad esempio in Babele su carta
“tra milioni di voci
che piovono stanche
dalle torri d’avorio,
dopo aver rigirato,
frottole impazzite,
nella vuota schiera
di una verità per finta”

I testi che appaiono relativamente sciolti, si sgranano davanti al lettore, prendono con disinvoltura l’andamento della cantilena, a tratti persino della filastrocca o comunque seguono il capriccio di una rima facile e sonora, tutto questo lascerebbe presupporre una scioltezza di tempi, una leggerezza di pronuncia che momenti più intensi smentiscono, aprendo il varco per un diverso tempo di lettura e di comprensione, dilatando la semplicità di questa poesia in purezza espressiva. C’è uno straniamento di fondo a manifestare il beffardo contrasto tra la superficie grafica e i temi in essa congelati.
Appropriata la scelta dell’immagine di copertina con quel cappello tra i binari, perché la vita è metaforicamente un lungo viaggio di cui non si conosce la meta e di cui non rimangono che memorie.
Consigliato.
(Luisa Debenedetti)

UNO SGUARDO NON BASTA

Ci siamo impietositi
di fronte al nulla,
all’inconsistenza
di avere due occhi
e soltanto una bocca:
troppo per vederci
e poco per raccontarci
ciò che vediamo.
Qualcuno dice
che, a chi si ama,
basti uno sguardo
per capirsi;
ma, chi lo dice,
non considera
che uno sguardo
non basta
per amarsi.
Così, ridicoli,
siamo rimasti in silenzio,
come quando per strada
si passa a fianco
a un senzatetto assopito:
lo vediamo,
non sappiamo che dire
e abbiamo pietà di lui;
e forse, poi,
un po’ anche di noi.

 

NESSUNA AMBIZIONE

Vorrei spogliare
il manichino che sono
dalle ambizioni che non ho
e che occorre esibisca in vetrina
come sperassi
le avessero tutti.
Potrei attendere
di passare di moda
o sfilare indifferente
su passerelle di nicchia,
dove l’eco dei gargoyle
rammenta l’umiltà.
Intanto l’acqua scorre
e non torna dov’era,
ma capita che ricordi
da dove è passata.

 

BREVE DIALOGO TRA UN INSONNE E UNA FANTASIA

Breve messaggio
di un insonne
a una sua fantasia:
“Narrami del mondo
e non lasciarmi solo,
ma appena mi addormento,
sei libera di andare:
quel vuoto dei miei sogni
è pronto a scomparire.”
Breve risposta
di una fantasia
a un suo insonne:
“Per me non c’è problema,
ti tengo compagnia,
ma se mi stringi forte,
non riesco a respirare:
quel vuoto è il mio lamento
finché mi fai morire.”

 

AL FINALE DI PULP FICTION

Ripeti pure la storiella
che ti sei sempre raccontato,
per dare un senso
a ciò che fai;
nessuno mai
la metterà in dubbio,
perché è credibile
quanto basta;
eppure, lì,
di fronte a te,
nello specchio di un altro,
c’è il debole;
e tu sai bene
che puoi provarci
a diventare il pastore,
che quel debole te lo chiede,
affermando lo smarrimento
in un punto di non ritorno.
Lo sai bene,
perché questa
è un’altra storia.

 

ESTRATTO DA UN INTERROGATORIO AD UN UOVO

“Sei un caso da strapazzo!
Ti toccherebbe la camicia di forza
se la tua scorza
non fosse tanto fragile!
Forse l’albume dei tuoi ricordi
ti tormenta,
come una pagliuzza nell’occhio
o una mosca intorno a un bue,
ma per tua sfortuna,
non sono una pollastrella nata ieri
e intuisco che qualcosa ti cova!
E non venirmi a dire
che prendo per assodato
di essere sempre un passo avanti a te!
Qui non è importante chi venga prima!
Ciò che mi preme verificare
è che tu non abbia in serbo sorprese!
So che è difficile trovarti dei difetti,
a parte pochi peli!
Tuttavia inizio a pensare
che tu sia marcio dentro
e non ti importi un bel nulla
di fare una frittata della tua vita!
Di certo è meglio
averti qui oggi,
piuttosto che sapere
di poterti prendere un domani!
Chissà quante malefatte
progetta ogni secondo la tua Testa
e quante ne abbiamo sventate
con la tua cottura,
rompendo nel tuo paniere
gentaglia della tua foggia!
E sappi che non me la bevo
questa tua messinscena
di sembrare sbattuto,
come se tu non abbia mai visto
dischiudersi la luce
in fondo a un tunnel.
Ma forse sto parlando troppo
e tu non mi stai nemmeno a sentire.
Piuttosto, hai qualcosa da dire in tua difesa?”
“Soltanto una cosa:
se tu urli, io tuorlo!”

 

ISPIRAZIONI CON PARTENZA DA BOLAÑO E ARRIVO A DÜRRENMATT

Prima di ridere
di un ubriaco che ride
dietro le sbarre di una cella,
assicurati
che non stia ridendo di te,
che ridi
di fronte alle sbarre della tua.
Perché poi,
se ci credi,
a te libero
e a lui prigioniero,
va a finire
che lui riderà più forte
e più forte riderai tu
e, a furia di ridere,
la realtà si confonde
con la disgrazia
di non capirla.
E a quel punto,
urge la pazzia
per spiegare
quello che manca
e dare un senso
all’intera scena.
Ed è difficile
tornare indietro,
ché la pazzia
è schiava tiranna
e, una volta eletta
a servizio della ragione,
non se ne può più
fare a meno.
A meno che, dopo,
non scoppi una rivolta;
o si rida anche di se stessi,
prima di ridere
di quell’ubriaco.

 

DÉJÀ-VU

Portiamo dentro
polifonie intorno
e fantasie perdute
tra dure realtà;
e le mentite spoglie,
identità a ritagli,
caravanserragli
per culture ipocondriache,
memorie dionisiache
di fresca gioventù,
ricami all’incoscienza,
richiami all’apparenza,
profondi sottosuoli
e occhi da bambino,
aperti sulle strade
che fuori percorriamo.

 

 

Stefano Di Ubaldo nasce a Lecco il 17/05/1993. Dopo il Liceo Scientifico, intraprende un percorso di studi dapprima all’Università Bicocca di Milano, dove si laurea nel 2015 in Scienze e Tecniche Psicologiche, quindi all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, dove sta ultimando il Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata. Attivo nel volontariato sociale da diversi anni, si è occupato di animazione per ragazzi, forme di disabilità, cure palliative e carcere.

Scrive poesie dal 2012. Oltre a partecipazioni in collane ed antologie poetiche e riconoscimenti in concorsi letterari (primo classificato nel Premio Poetico Amarganta 2018; terzo classificato nel IX Concorso Nazionale di Poesia Amalia Vilotta), nel 2017 sono state edite le sue prime raccolte monografiche: Scorci su giochi di regole (Aletti Editore) e Da qui in avanti, un passo indietro (Alétheia Editore). Nel luglio 2018 è stata edita la sua terza raccolta di poesie, dal titolo Verso un forse (Casa Editirce Antipodes).

Tra i temi conduttori delle poesie, la cura, la ricerca e il cambiamento, come chiavi di lettura di una realtà in costante trasformazione. Tra i suoi autori preferiti, Dostoevskij, Bolaño e Cortázar.

 

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