Giuseppe Castrillo

by

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Limoneti

Ridono al sole i limoneti
nell’ardua canicola con quel
tanto d’allegria che basta.

Quei che ancora mi penso
abitano a ridosso delle case, su
fazzoletti di terra innocente.
D’inverno coprono di foglie
imperiture le fessure dei tufi
slabbrati come calze stile
anni sessanta, e incupiscono
d’invidia il melo e il fico,
la vite, il ciliegio e il pero.

I miei pomari danno gialli
limoni che stampano su per le
pareti alle Palazzine*, ragnatele
di luce, gomitoli di frutti  che
penso all’uovo pieno di mistero
a fiaccole accese nelle tessere
tra  case e  dirupi, fragile
gioia nel seno del piccolo paese
che visse le garrule voci che
ancora ascolto  di vicinati
che più non sono e che amai.

*Quartiere del paese dell’autore

*

Le canzoni

Non sono uno che è vissuto
di canzoni. Da intellettuale,
parola in disuso, all’era di
internette*, cito qualche titolo

che quasi più nessuno ascolta
e io neppure. È che le lego poco
alla mia vita. Son albe silenziose
nel cielo maledetto, crete rapprese

nel  bosco, ustinate** a dirmi piano:
Ricordi? Una sera a cinema quasi
litigammo per Around Midnight.

E mi sono vergognato che il tema
di Lara e del Padrino mi piacesse
cantato da Dorelli. Fesso. Nevvero?

*inernet (voce dialettale)

**ostinate (voce dialettale)

*

Contro i  poeti

Io non sono più
quel che fui.
Ho perso di quel tempo
la secchezza
delle parole che non mentono,
l’arida scrittura
di chi ha poco da dire
ma sa che dire.

Ora che mi fingo poeta
guardo il mondo
dalle feritoie di un giorno
che muore
e lascia spazio al dì
che nasce,
registro il suono
della cetra sfiorata dal vento
e cerco le parole nel rimario.

E poi mi chiedo
ma che cosa cantano
i poeti
andalusi e non?
Sono vivi,
come dicono tanti,
e attenti, svegli
all’attimo che passa,
e che par, agli occhi lor,
esser sublime?

O si ubriacano
nei giochini
che perlustrano
strade che non esistono?
E continuano
a naufragare
in questo o in quel
mare e forse
non sanno ch’oggi altri
sono i naufragi.

*

La dea Era

È nell’aria l’eco dei tuoi
ritorni. È il cielo dei nostri
incontri e della vita che ci
tese agguati e sviluppi
e più non ci abbandona.

Si inonda di cielo il pezzo
di strada  che cammini fugace
come un attimo di gioia che ci
afferrò mentre gli altri vanivano
ombre solitarie, scorie di naufragi.

Lo spazio di cielo che godo
ancora, sono i tuoi occhi
a farmelo toccare, mentre
quasi citando mi guardi e dici:
a chi la storia, a chi la memoria.

Nel cielo aperto come libro,
sfilano leggere le sillabe
più semplici che il tempo
ancor non ha contorto, e chiara
sulle case antiche la sera avanza.

*

Saffo

Certi guardano in volo
gli aquiloni per fingere
di  volare  e poi smarrirsi.

Certi negli occhi salmastri
vedono frangersi le onde
sugli scogli d’ agave irti.

Certi desiderano un pensiero
alto che sorvoli le umane
pene dei giorni sempre uguali.

A me bastano i tuoi seni
color sabbia, i capezzoli
che ricordano il dolce carrubo.

Mi basta tenderti le mani,
la braccia che si incontrano
perché scompaia la croce della vita.

*

Mimnermo

Ci sono dei giorni
che va tutto bene
il sesso batte forte ed entra
che nemmeno il vento  e pare
una falsa morte che con gli occhi
vagola al vetro delle imposte.

Va così bene che non
ti accorgi d’essere vecchio
e non ci fai caso se di mano
ti cadono gli oggetti, o i nomi
dimentichi e ti’incazzi con l’iphone.

Hai provato a chiederle
in un impeto di coraggio
brutale: “Mi vuoi bene?”
“Certo. E tu?”  Non sapevo
che dire. “Non lo so “. Non è
che non lo sappia: mi pare
troppo bello che lei mi ami
ancora, e mi cerchi. Penso.

L’alba ai vetri del paese
antico porta un gesto che
rischiara le chiome apparecchiate
dei lecci dopo il sonno della notte,
e la torre già respira il sole che arriva.

Rifare l’amore con te
quando le vecchie imposte
sbattono e dicono: “c’è tempo
ancora per vivere, per amare.

*

L’inesprimibile nulla

Lega a un ricordo
la polvere posata
sui fogli delle cose.

Né aliti né ventate
scuotono il nulla
infantile scia di giochi lontani.

Nel nulla è dolce consistere di gioia.

*

Fiori

Fiori di carta
ho visto impressi
sui vetri di una scuola
di campagna, di città
-non saprei ricordare-
insieme ai petali diacci
sulle dune a metà febbraio.
Li ho scambiati
per un tenue palpito,
per un bacio silenzioso
quando sulla spiaggia
l’onda ritorna e l’altra
ancora non arriva.

*

Il veglio

Al vento delle cose che passano
parla il custode della casa.

Le parole le ascolta il tempo,
le sommerge incommensurabile
ll naufragio dell’istante.

Le case dicono il dolore
dell’assenza che si fa cupa
come pietra nel greto
dove si son persi i fondi.

*

La perfezione dell’uovo

Fummo uovo
ora siamo donne e uomini,
eventi e misteri.
Venimmo dalla perfezione,
ci bastò un piccolo mare
di acque
per vivere e respirare.
La perfezione dell’uovo
fece tutto al posto nostro.

Loro sono ventre
e forno
cibo, acqua e aria,
sapienza e amore.
Le madri
sono la perfezione dell’uovo.
Sono donne:
soffrono e piangono,
muoiono e sopravvivono.
Sono storie:
le nostre solitarie e collettive.
Sono il dolore
che accompagna la vita,
la luce che ristora,
il raggio di sole tra lacrime trasparenti.
Sono donne
sono madri:
il ramo rubato
alla primavera in fiore.

Sono la perfezione dell’uovo.

La silloge fa parte di una raccolta di liriche inedite di prossima pubblicazione

*

Giuseppe Castrillo: laureatosi a Napoli  in Lettere Moderne presso la Federico II, Giuseppe Castrillo ha insegnato nei Licei e negli Istituti Tecnici, ha svolto il ruolo di Dirigente scolastico.  Ha partecipato ad un progetto del CNR volto ad esplorare la diffusione del teatro erudito nel Meridione d’Italia tra Cinquecento e Seicento. Si è interessato di Letteratura in chiave comparatistica. Ha scritto saggi critici sul teatro minore di tardo Rinascimento nel Meridione d’Italia, sulla cultura tra Settecento e Ottocento, sulla metafora in Vincenzo Monti, sulla fase storica post-unitaria nell’Alto Casertano, sulla poesia di Sereni e Fortini, sulla pedagogia di Gianni Rodari. Ha pubblicato recensioni su riviste specialistiche; ha partecipato alla presentazione di opere di narrativa, di saggistica ecc. È intervenuto, con alcuni contributi sulla scuola, al Festival del Diritto di Piacenza (2010 e 2011).  Sta raccogliendo i suoi studi di letteratura e i suoi interventi a vari convegni, in un volume collettaneo. Ha pubblicato per le Edizioni del Festival dell’Erranza il racconto Stella del mattino (2020); per Aletti Editore il libro di poesie Recisioni e suture. Taccuino del trito sentire (2021); per Europa Edizioni  la raccolta di racconti L’ora tinta. Piccolo prontuario di medicina familiare (2021).

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