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Silvia Rosa

11 luglio 2018

cop intera Tempo di riserva - Silvia Rosa

TEMPO DI RISERVA di Silvia Rosa, Giuliano Ladolfi editore 2018

Dalla prefazone di Gabriella Montanari:

“[…] In queste poesie di Silvia tornano frequentemente termini o espressioni che hanno a che fare con lo sperpero, lo spreco, la quotidianità scolorita, la banalità di giornate tutte uguali, la gabbia domestica, la noia, il niente, il vuoto, la nudità, il buio, il freddo, il silenzio, l’assenza, le ombre, le illusioni, le delusioni. I corvi giorni, neri come i pensieri. E non tornano solo d’inverno. Ne sappiamo qualcosa tutti, credo. Leggendo Silvia ho pensato ai diari-confessione di Sylvia Plath, in particolare alla sua campana di vetro. Quel guscio invisibile capace di proteggerla dal mondo esterno e al tempo stesso soffocarla. E ho pensato a lei che cerca di scalfirlo con la poesia, unico, liberatorio antidoto all’asfissia.

[…] Tutto il calendario di Silvia, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione, quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta. È la stagione dell’analisi, della somma parziale, dello sguardo rivolto a quello che è già stato. E non torna. Al pari dell’infanzia, la vera protagonista di questa raccolta e, a mio avviso, uno dei pilastri della poetica di Silvia Rosa. Del resto, quello dell’infanzia, è un tempo non tempo. Immobile, quasi eterno, scrive lei. Irripetibile ma sempreverde nella memoria, traccia incancellabile, concime per l’età adulta.

[…] Silvia, Cappuccetto rosso, noi tutti, in quanto esseri umani, siamo deboli e possiamo sbagliare. Perdiamo l’ingenuità e l’innocenza infantili quando incontriamo i pericoli nascosti dentro e fuori noi stessi.
Riceviamo in cambio la saggezza di chi ha superato delle prove fondamentali. E anche vivere è una prova, forse la più necessaria e ardua. Percepire la giovinezza alle nostre
spalle. Non poter più scegliere la vita che avremmo voluto. E allora i corvi giorni di Silvia. Ma senza lamenti, senza autocommiserazione. La sua è una non rinuncia. E il lieto fine, se non dall’amore, verrà dalla poesia e dal suo potere taumaturgico.

[…]” (Gabriella Montanari).

*

TdR

Testi tratti da “Tempo di riserva” (Giuliano Ladolfi editore, 2018)

CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ

Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto

e io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
‒ serio ‒ di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)

che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

*

QUELLA VOLTA

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Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

*

INVERNO VOLPE

La volpe ha il pelo elettrico
nocciola vivo, un ghigno
nella notte inverno con la coda teleferica
‒ non ha nido la menzogna(*) ‒
passa al vaglio la strada periferica
da nord a sud e ritorno, cerca la sua cena
mentre mi parli piano questa scena
si ripete dopo anni ancora identica,
insieme al sogno che mi cadevano
due denti e alle mani spuntavano
gli artigli e dappertutto avevo occhi aperti:
non ti fidi di nessuno, piccola gemella
che non mi somigli neanche un poco
questo è il tuo problema, dici tu, sei selvatica
o lo diceva qualcun altro, ma non importa
è sempre la stessa scena, la stessa corsa
lo stesso ottuso bisogno che preme a fari spenti

resta, ti prego, ancora un poco
voglio l’illusione della rosa che vale più di tutto
la caccia silenziosa, il pugnale tra le costole
la fitta di cometa sbattuta a testa in giù,
meritare lacrime e una coda nuova
luccicante da sfoggiare quando il giorno
arriva in fretta e chiede in cambio verità

quella carogna cacciata in una buca
per l’assalto della fame, per il dopo.

(*) Questo verso è di Fernando Pessoa

*

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali ‒ Silvia invece è un nome docile,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
‒ Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda ‒ ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.

*

32130678_10216767815417391_8066882221878804480_nSilvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino. È redattrice del blog “Argo – poesia del nostro tempo”, cura la rubrica “L’asterisco e la Margherita” per NiedernGasse, ed è tra le ideatrici di “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book, a cura di Versante Ripido e La Recherche. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi editore, 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice, 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice, 2012), Di sole voci (LietoColle, 2010 -II ediz. 2012); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni, 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni, 2010).

*

*QUELLA VOLTA testo di Silvia Rosa, photo di Romina Dughero.

 

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Carlo Alberto Simonetti

22 giugno 2018

Riproposte

Carlo Alberto Simonetti 1977

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2015/04/07/carlo-alberto-simonetti/

Giovanni Campi

5 marzo 2016

 

Ancora una pagina qui al giardinodeipoeti  tratta da ”Babbeleoteca minuta (inoperosa opera)” di Giovanni Campi. Avvincenti, ipnotici frammenti di senso frammentati. Specchi che amano avvitarsi in una danza di domande aprenti a cascata in altre domande per un inevitabile (e irresistibile) effetto – domino – senza inizio senza fine, tolto il centro gravitazionale cui ruotano riflesse costellazioni di filosofiche surrealtà metafisiche (o metafisiche surrealtà filosofiche?).  [d.e.b]

:

plotone d’esecuzione

:

“Mon dieu! Ô mon dieu!” – disse il Signore.
La vita del signore era stata costellata da una serie di avvenimenti a dir poco sconcertanti, l’ultimo dei quali fu appunto di trovarsi, tradito da uno, e ancor di piú da tutti coloro non l’avevano creduto, dinnanzi ad una platea fatta di persone pronte a tutto sí ma non al perdono. Come se il perdono non fosse fatto per costoro, come se il perdono non esistesse punto.
Due uomini gli erano accanto: c’è chi dice che soltanto uno venne salvato, un altro invece dice che ambedue furono condannati, altri ancora tacciono sulla questione. Come dire che dei fatti ci son versioni discordanti, cui credere o meno; cui dar credito, e credibilità, o, per lo meno, verosimiglianza. E se invece fossero vere tutte le versioni? o false amendue? Forse la verità era nel silenzio di quelli che tacevano? e perché la tacevano? Era dunque una verità indicibile? o semplicemente non riuscivano a far corrispondere le cose all’intelletto di esse?
“Un, due, tre: fuoco!”
C’era dunque un numero per ognuno di loro, e il fuoco per tutti.
“Mon dieu, Ô mon inaccessible dieu!”

:

abbandoni

.

“Y a-t-il quelqu’un?” – chiese il Signore.
“Il n’y a plus personne” – rispose una voce.
Nel dileguarsi d’ogni voce, nel silenzio piú puro dell’esser solo, gli parlava dunque una voce, che non era di qualcuno, che forse era la sua stessa voce: una voce senza corpo, forse una eco di sé a sé. Gli dava una risposta, muta: una risposta che mutava l’ordine dei fatti, e insieme dei fattori. Quel qualcuno di cui chiedeva chi era? Non essendoci nessuno, c’era appunto questo nessuno che gli parlava, ma gli parlava per dirgli nuovamente che non c’era nessuno, nemmanco uno. Lui stesso era questo qualcuno? Lui stesso era questo nessuno? Questa insistenza nel domandare di qualcuno, che era lui, e non lo era, non poteva essere destinata ad altri se non a lui stesso, ma non in quanto uomo, né in quanto ragione d’essere uomo, ma piuttosto
in quanto esser solo, e solo e soltanto senza ragione d’esser solo. Era sgomento, ma pronto ad esser tale: senza paura di esserlo. Si trovava in una radura, là dove era stato posto, là dove era stato posto ci fosse posto per lui, ora mai deposto. E la cosa era senza un perché.
“Mon dieu, Ô mon dieu, pourquoi m’as-tu abandonné?”
E lí, e lí non c’era niente, o in fine c’era un dono donato.
“Oh, se soltanto si avesse tempo!”
“Oh, se soltanto ci fosse tempo!”

.
@

.

“Quelqu’un connaît-il la vérité ?” – fu chiesto al Signore.
Il signore si avvalse della facoltà di non aver risposta alcuna, in quanto le possedeva tutte, non solo dunque quella della conoscenza della verità, ma anche quella della menzogna che tale verità celava, e della verità di questa menzogna: il signore si trovava all’interno di una delle due torri, o d’amendue, il che sarebbe come dire la stessa cosa, e, forse, anche dire meglio; il signore dunque si trovava, oltre che all’interno di una delle due torri, o di tutt’e due, anche all’esterno di essa, o di esse. Le torri, sia l’una che l’altra, erano fatte e di scale e di porte. Le scale, che, per loro definizione innata e indefinita, non si sa se siano ingiuse o insuse, erano delle scale a chiocciola, cosa questa che non mancava di porre interrogativi, di tra l’inqujetante e l’angoscioso: se d’un lato, di fatti, parevano volersi elevare in un’estasi superna e paradisiaca, dall’altro lato parevano volersi inabissare in quella discenditiva e infernica. E cosí pure ogni porta, che si apriva, c’è chi dice che si aprisse verso una nuova, altra scala, chiudendo dietro di sé la precedente, e c’è chi dice il contrario, o quasi, e cioè che ogni porta, che si apriva, non si aprisse che sulla precedente, chiudendo dietro di sé la novella et altera. Et cetera, et cetera. Altri ancora afferma che le porte non si aprivano, ma si chiudevano, e che, cosí facendo, talvolta chiudevano talvolta aprivano e le novelle et altere e le antique. Come dire che ogni porta è tutte le porte, e ogni scala tutte le scale.
“Chaque chose est toutes choses: n’est-ce pas?”
“ça va sans dire” – rispose il Signore.
“Il n’y a rien d’autre.”

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altro qui

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*

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altro di babbeleoteca minuta (inoperosa opera)

in LPELS introduzione di Nina Maroccolo

in Versante Ripido  introduzione di Claudia Zironi

in Bologna In Lettere  Marion D’Amburgo interpreta…

in Imperfetta Ellisse  introduzione di Giacomo Cerrai

*

 

Giovanni CampiGiovanni Campi, non importa né dove né quando è nato, e neppure se, piú che scrivere, scribacchia, o viene scritto; alcuni testi sono in rete, altri in antologie, sotto varî nomi, nel mentre il suo, di nome, compare sulla copertina d’un dialogo – “l’irragionevole prova del nove” – tra due men che personaggî da nulla, Simpliciter & Complicatibus; vincitore del Mazzacurati-Russo con la “babbeleoteca minuta” il volume poco voluminoso è rimasto allo stato phantasmatico, tuttavia alcune minuzie & minute di esso trovarono la voce di Marion D’Amburgo nel corso di Bologna in Lettere 2015.

Pasquale Vitagliano

10 ottobre 2015

:

La poesia di Pasquale Vitagliano sembra riuscire a fondere impressioni intimiste con scenari corali che si alimentano di osservazioni disincantate, affamate di franchezza. Strumenti d’indagine frutto di uno sguardo concentrato sì sull’uomo ma anche sugli accadimenti circostanziali che lo vedono soggetto, con insita la capacità di convogliare o modificarne il corso. La sua ottica esamina cosmi e microcosmi regolatori di una perfusione dell’io che si dosa in varie apparizioni. Uno e un tutt’uno con verosimiglianze capaci di vocalizzare similitudini esperitive, emozionali. Non è difficile in questo caso “cadere dentro” la lettura dei suoi testi, specchio di modi e tempi che si consumano liberandosi dalla mera ricerca esistenziale per farsi concretezza di un vivere esponenziale che nella scrittura trova un canale propositivo, agente e perdurante. Doris Emilia Bragagnini

*

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*

Pop Art Pops
Rimossa la piastra poetica,
smontate le officine del secolo,
spostata sul ventre la guardia,
cos’altro resta da dire?
Rimetto tra le cose la parola,
metto a bagno i versi,
e premo sull’uscio del giorno,
perché sia giorno benedire.
Rivolgimi un nuovo saluto,
soltanto la vita è scampata,
adesso che Soup non è che soup,
per una pietà umana
nient’altro che parola,
senza più umanità.

*

Noli me tangere
Non voglio che mi tocchi, sono sveglio,
svuotato non sono ancora, mi sento
e sento il tuo tatto febbrile di ceramica.

Non puoi sciogliere i miei nodi, li sento
di legno, sebbene io sia presente ancora,
carne su tronco, corpo su peso.

Io non risorgo, ma resto sospeso nel sonno
di questo riposto crinale senza ritorno,
appeso nel vuoto come un sipario rotto.

*

Gli ultimi giorni
Credi proprio che gli ultimi istanti
della giornata siano proprio uguali
agli ultimi giorni dell’umanità
perché non li puoi mettere in scena.
Ti lasciano appiccicata addosso
l’etichetta della lavanderia,
che nessuno ha il coraggio di
toglierti dalla piega della giacca.
Hai voglia tu a sperare che domani
la storia potrà essere riscritta.
Tutto quello che hai detto, e fatto
si riverserà dentro senza farsi domande.
Quante volte ti sei convinto che
tutto fosse finito, così per ricominciare.
È bene che ti rassegni a ciò che vedi:
non c’è giornata che termini senza umanità.
Non c’è umanità senza le tue giornate.

*

Paesaggi 1
Non ci è più dato di fuggire dalle nostre vite
da quando le terrazze non sono più sgombre,
se sali fino ad affacciarti su di esse non entri più
in quella dimensione che un tempo ti lanciava via.
Non c’è più alcuna piattaforma per le stelle,
né la città ti appare più capovolta sulla strada del cielo;
è scomparsa la casbah di panno e si sono eretti i sottotetti,
le cuffiette di legno o i pannoloni marci per tenersi dritti.
Non ci abbandonare mi dice l’involontario portiere,
ma non basta questa fiducia a ridare vita al vento
sulle terrazze che ti vengono incontro imbrigliate dai fili di ferro
e non si può più correre sui mattoni neanche ad essere un mutante.
Non ci abbandonare mi ha detto l’involontario portiere.
Ma se non ho ancora trovato il coraggio di abbandonare me stesso.

*

Questo è l’ultimo giorno di scuola,
il pianto è scemo
il sole ha l’aria fresca.
È l’ultimo giorno di scuola, l’ultimo.
Qualcuno piange per i miei figli
e i miei figli invece ridono.
Qui fuori è pieno di colori
perché questo per loro è l’ultimo giorno di scuola
e per caso prima avevo visto i quadri,
quelli dei disabili belli come pollock,
i piedi dei compagni, i piedi storpi fotografati e
i miei piedi che non mi fanno più male,
ed io che farei santi i loro genitori.
Questo è l’ultimo giorno di scuola
anche nelle stradine abbagliate che abbiamo percorso
gli attrezzi, le taniche, i carrozzini , il sugo e la resina.
Quanti ultimi giorni di scuola abbiamo avuto.

Come chiameresti tutto quello che abbiamo visto oggi?

*

Fine della malattia

Non c’è più la malattia
a far galleggiare sul pantano
il nostro amore senza amore.
E’ più molesto
questo nostro stalking quotidiano
della violenza di un estraneo.
Siamo stati messi all’angolo
dal rumore dei ragazzi,
zittiti dalle nostre paure,
impotenti per le nostre querule verità.
Non si chiamerà genealogia
questa sequenza di ingenue causalità.

Vorrei andare al cinema
a rivedere la mia storia.

*

Monologo in vece di Buzz Aldrin

Mi sono fermato a lungo a pensare se
se ne debba parlare, raccontare l’esperienza unica,
sconosciuta prima e adesso irripetibile
di camminare sulla luna, sul suo suolo,
il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Quasi ne ho dimenticato la sensazione,
del primo passo, come sulla sabbia,
ma meno duro, meno solido l’impatto.
E’ stato diverso il mio passo da quello di Colombo.
Anche quella era terra, la terra, la spiaggia bagnata,
il riflusso dell’acqua, eppure uguale alla luna.
Ma lui ha poi fatto passi stabili. Non è stato lo stesso
per me. Era come muoversi nell’acqua su un fondale senza mare,
ma intorno tutto era storto, il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Sarebbe stato utile raccontare questa esperienza unica,
la prima, un inizio, la nascita, un tempo nuovo, se fosse
stata ripetuta, ripetibile, narrabile appunto come una storia nuova,
invece è rimasta unica, sola, isolata nella memoria e nelle immagini
che non mi appartengono più. Mi è sempre più difficile ricordare
quello che ho provato, quel primo passo, l’approdo, anche se
chiudo gli occhi le immagini si dissolvono ogni volta più rapidamente.
Adesso comincio a comprendere il silenzio di Aldrin.
Perché lui non ne abbia mai parlato. Perché ha scelto di tacere.
La sua è stata una scelta pratica. La mia non lo è stata per niente.
Anche perché, se ci penso, credo che sulla luna io non ci sia mai stato.

*

*

Pasquale Vitagliano. È nato a Lecce. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista e critico letterario per riviste locali e nazionali. Ha scritto per Italialibri, Lapoesiaelospirito, Reb Stein, Nazione Indiana, Neobar, Nuovi Argomenti. Menzione speciale nel 2005 al Premio di Poesia Lorenzo Montano Città di Verona – Sezione Opera Inedita. Nel 2006 è tra i “Segnalati” nello stesso premio – Sezione Poesia Inedita. Sul settimanale Diva e donna ha scritto di cinema e letteratura per la rubrica Scandali e Passioni. Nel 2006 ha curato la sezione riservata a Italialibri dell’Antologia della Poesia Erotica (Atì editore). Ha pubblicato le raccolte Amnesie amniotiche (Lietocolle, 2009) e Il cibo senza nome (Lietocolle, 2011). Nel 2010 la silloge di poesie civili Europa è stata inserita nell’antologia Pugliamondo – un viaggio in versi, curata da Abele Longo (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto Neobar). Nel 2011 ha partecipato alle opere collettive Impoetico mafioso – 100 poeti contro la mafia, curata da Gianmario Lucini (Edizioni CFR) e La versione di Giuseppe – poeti per Don Tonino Bello, curata da Abele Longo, (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto). Nel 2012 la silloge Dieci Camei è stata inserita nell’antologia Retrobottega 2, curata da Gianmario Lucini (Edizioni CFR). Sempre nel 2012 è uscito il romanzo d’esordio, Volevamo essere statue (Sottovoce). E’ presente nell’antologia di racconti del Dicò Erotique per Lite-edition, curata da Francesco Forlani su ispirazione del Dizionario di sessuologia pubblicato dal francese Jean-Jacques Pauvert. E’ tra i poeti antologizzati nello studio A Sud del Sud dei Santi. Sinopsie, Immagini e Forme della Puglia Poetica, a cura di Michelangelo Zizzi (Lietocolle, 2013). Nel 2013 è stato finalista nella XVI Edizione del Premio “Poesia di Strada” di Macerata. Sempre nel 2013 è uscita l’ultima raccolta di poesie, Come i corpi le cose (Lietocolle).

*

Enrico Marià

29 settembre 2015

:

Incontrare le parole di Enrico Marià è trovare conferma che la bellezza non si crea, la bellezza esiste, aspetta solo d’essere rivelata. La bellezza esiste per chi sa trovarla per sé o ne è investito, anche per gli altri se ad acciuffarla è un artista o un poeta. In questo caso la capacità di Enrico Marià è qualcosa di sorprendente nell’idea meno abusata e logora del termine, se, l’indissolubile separazione tra l’esito evocato nel testo e la definizione dell’atto che l’ha generato, non frappone nel divario nulla di simile a un’intenzionalità stilistica capace di schermirsi, piuttosto intraprende un’adesione al vero che adopera il linguaggio in modo sincero, diretto, onesto. C’è un sentore di forte pulizia immaginale percorrendo i suoi versi che sembra congelare le ambientazioni alla luce di una potente proiezione razionale, abile a sezionare anche (paradossalmente) ogni più piccolo cono d’ombra. Una specie di volontà kamikaze capace di puntare/allargare un faro indagatore ed essere/divenire allo stesso tempo carta assorbente per una materia che così scioglie i suoi grumi più duri, in una liquidità d’emozione cruenta e travolgente, come la verità, la poesia.

(Doris Emilia Bragagnini)

 

Cosa Resta. Enrico Marià.

“… una poesia che raggiunge alti risultati trovando un equilibrio precario e rischiosissimo tra giornalistica registrazione di fatti ed estrema compressione dei versi, con frequenti faglie e salti di isotopia.” (dalla prefazione di Mauro Ferrari)

:

***

.

Pagato l’euro
danno sapone
un asciugamano
e quindici minuti
d’acqua calda.
Il tizio vicino a me piange;
questa la nostra parte nel mondo
in fila ai bagni pubblici,
prede che aspettano
di sporcare
col sangue la vita.

.
*

.
La tomba di Claudio
è lapide nel fango.
In tasca la sua ipodermica –
per farmi non uso altro;
uccidere la morte
penso questo su ogni buco.
In riformatorio a mio padre
sfondarono i denti
perché non mordesse
mentre succhiava;
con me ha fatto lo stesso,
sussurro soffocato
che non arriva a parola
solo nell’eroina
non tremo
davanti alla vita.

.
*

.
Se quando esci sei solo
torni a rubare;
corpi annichiliti
sordi a ogni cosa
ti scarcerano a mezzanotte.
Alle pensiline di Marassi
Stefano senza denti
si mastica le gengive;
il desiderio è essere
dimenticati dal mondo,
infiniti nessuno
per sempre cadere
niente nel nulla.

.
*

.
Cristina vende i capelli
e il suo latte materno,
da cena ci spartiamo
una latta dei cani;
intuire la verità
è peggio che saperla,
amore della morte madre
ti prego stringimi
facendo di me l’istante
di un tuo bianco frammento.

.
*

.
Tra le braccia del vento
noi polvere alzata
di corpi caduti;
vita agli occhi invalicabile
della morte l’infinita fame.

.
*

.
Le madri, pancia,
tette distrutte,
scarafaggi in dispensa.
Gli occhi non hanno
che il filtro delle palpebre;
davanti alla violenza
esserne testimoni
esserne carne, memoria.
Il corpo modellato dai tagli
è ricerca di un posto
è l’odio per se stessi
l’affondare per riemergere;
mare che precipita
noi la vita dei morti
la morte dei vivi.

.
*

.
Fuori dal San Martino
dimesso da un’overdose
mia sorella mi abbraccia,
mi stringe a sé
tentando di tenermi insieme
come quando si cerca
di trattenere l’acqua
con le mani a scodella.

.
*

.

Enrico Marià è nato nel 1977 a Novi Ligure (AL), dove risiede.
È redattore di Puntoacapo Editrice, dove figura nello staff di CollezioneLetteraria. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (Puntoacapo Editrice 2010, II ristampa); Cosa resta (Puntoacapo Editrice 2015). Presente in numerose antologie tra cui Genovainedita (Galata 2007); Dolce Natura, almeno tu non menti (Editrice Zona 2009); La giusta collera (Edizioni CFR 2011); Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (Puntoacapo Editrice 2012); Poeti di Corrente (Le Voci della Luna 2013); Cronache da Rapa Nui (Edizioni CFR 2013; Poesia in provincia di Alessandria (Puntoacapo Editrice 2014); Bukowski. Inediti di ordinaria follia (Giovane Holden Edizioni 2014); Ad limina mentis (deComporre Edizioni 2014). Nel 2013 è stato inserito da Pordenonelegge nel censimento della giovane poesia italiana dai 20 ai 40 anni. Nel 2012 ha partecipato all’e-book scaricabile gratuitamente La droga: un’ispirazione? O l’ispirazione: una droga?. Suoi testi compaiono su riviste e nel web. Collabora con il blog “Corrente Improvvisa”.

Angelica Cante

9 giugno 2015

 

Spalle al lupo”. Apre su uno sfondo che concede più possibilità l’emblematico titolo scelto da Angelica Cante per nominare la sua prima silloge poetica, dove già dall’ìncipit s’intuisce la dimensione psichica in cui si sarà calati proseguendo, passo dopo passo, nel fitto e denso “bosco” d’ immagini con le quali la poetessa redige il proprio paesaggio interiore: una selva di fotogrammi frastagliati dai forti chiaroscuri. È la sua poetica, la sua impronta – orma – fatta parola, che si dà visceralmente. Uno scorrere pulsante attraverso travasi di scabra visione surreale dove scabrità è necessaria, dove scanalature sono affondi tra passato e presente che vengono in contatto, vasi comunicanti, rivoli a convogliare immagini che non si collocano ma s’imprimono, pervadono, con il flusso inarrestabile della loro potenza suggestiva: scorrere di piani basculanti che oscillano tra la disarmante, pura visione bambina (con la sua labilità propriocettiva) e la sezionante, spietata rivisitazione adulta della stessa che violentemente s’impone ad annientarne il sogno.

È in questa fusione, contaminazione sinestesica d’- uggiolante – drammatica rappresentazione che s’incontra, si percepisce, si respira la tensione dominante dall’innegabile potenza espressiva con cui l’autrice scandaglia se stessa affidandosi al mezzo della Poesia, in un cercarsi, rincorrersi tra i versi in proiezioni che, come gioco di specchi, rifrangono quanto sotto la spinta di una forte pulsione emotiva viene convogliato in – forma – grazie alla sua straordinaria sensibilità artistica.

Amore, irrisolto interiore, dolore, conflitto, questi i temi che dispongono una – pista – da seguire testo dopo testo, laddove le tracce portano a una chiave di lettura complessiva dell’ opera: il lupo inteso non come aggressore o antagonista esterno ma come quella parte del sé annidata nella zona più lontana e profonda del proprio essere a “racchiudere” il desiderio d’ –incorporare- quello che viene inteso come –bene- necessario alla propria sussistenza sia esso da perseguire con intensità autodistruttiva. Non esiste compiacimento nella materia immaginifica di Angelica Cante dove fragilità e furia si dibattono sull’unico vero campo di battaglia: il Soggetto.

Sapere se nell’ intenzione di Angelica Cante, “Spalle al lupo”, sia inteso come rappresentazione di un invito a essere catturata dal morso di quel -qualcosa- impossibile d’ ammansire al quale non opporre resistenza, pena la separazione da se stessa o se venga inteso come atto riassuntivo di rinascita (pronta a emergere nuova da una condizione lacerante, con lo sguardo posto avanti), non è fondamentale, in un contesto poetico in cui tenerle la mano attraverso sentieri che portano alla scoperta dei suoi luoghi segreti diviene sguardo al suo immaginario, palcoscenico di forti emozioni dove ognuno sicuramente troverà qualcosa di sé.

::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::  :    Doris Emilia Bragagnini

 

 

Photo P.M.

Photo P.M.

:

Casa da massaro

mi dicono sia rosso il temporale
che sbatte imposte e tuona
alle finestre gialle come le vene
sulle mani gonfie e lo sforzo
di rauca voce alle gengive nude.

ormai dal sentiero un raccolto di torsoli
e un vento che li smuove appena
segna un autunnale passo
-adesso-
dissonante di ciò che fu di foglia.

ma ogni spicchio conosce infine il taglio,
i miei pensieri slegati già dai rami
quando la terra si fa supina e curva
sulle mie ossa e la tua veste nera.

e aspetto la fredda bruma di pianura,
dimentico del cielo e nessun pianto,
dimentico di squarci e di riparo.

il nuovo marzo ad abbracciare il tutto
sorprenderà la mia voglia di tornare
alle tue mani rosa ed ai ricordi,

ai sogni bianchi di tua madre
deposti nel cortile .

a volte nonno non bestemmiava
lavorava nel granaio e canticchiava


(cosa piangi poi?)

:

*

:

Requiem

non ho più tempo
/dicevo/
faccio coriandoli
dei giorni rimasti
a far drappo a un corpo di guardia.

non è più tempo
/dicevi/
di carri allegorici dal Falck,
c’è il rischio
di defenestrar ghirlande.

non c’è più tempo
/rispose la terra/
estrema foglia dei pioppi
lungo il chiavistello di Dio.

ad ogni colpo
un contraccolpo più forte.

.

*

Bang

e se avessi finalmente il coraggio.
ti direi che non è più tempo
di parole e di pause riflessive,
né di attese di pause rampicanti
o di quant’altro
tu riesca a celare nelle tasche.

ora mi serve un caricatore a salve,
un grammo di polvere e sparare
in un baule con il doppio fondo,
ché il buio non trapassi e che
le ossa non fuggano all’incoerenza.

al diavolo le cure o il tuo guarirmi.

è tempo di discorsi inconcludenti
per annullare il vizio alle domande
tra i capelli che ho amato e.

la violenza di un taglio
rimasto incastonato
su di un pettine,
rimasto tra le gambe(,)

semichiuse che aspettano
una voglia ormai lontana e.

tra gli occhi grigi di mia madre.

*

Angelica Cante è nata a Giugliano in provincia di Napoli.
“Spalle al lupo ed. Kimerik 2009” è la sua opera prima, altre brevi raccolte sono ospiti in siti dedicati (neobar, larosainpiù, il giardino dei poeti). Poesie e fotografia sono il suo modo di raccontare il suo piccolo mondo, una figlia, il compagno, il cane, il gatto, il coniglio e poche altre splendide cose.

:

Carlo Alberto Simonetti

7 aprile 2015

 

Calo Alberto Simonetti compagno-di-provincia-1979-laboratorio-teatrale-del-palazzo-mazzancolli

 

La Parola chiamava forte e per nome Carlo Alberto Simonetti, che non riusciva a non “risponderle”:

La parola?!
Penso sia la vita stessa, in qualche modo.
Minuscola forse.
Non so più immaginare alcunché se non immergendomi nella dinamica, tra un confine e l’altro del suo universo.
I suoi confini sgorgarono con l’aurora del tempo in prossimità del principio, prima, molto prima che le immagini prendessero a sciogliere il proprio corpo in trame di gocciole sonore!

Ed ecco l’eco, immediatamente delineante della caratteristica dell’autore, capace di avvolgere in un’aura poetica di potente malìa, la personale capacità descrittiva. Tutto il suo modo di “sgarrare” le trame abituali dei tessuti espositivi, come lui stesso riconosceva. Ambientazione e poesia confluite in un unico corpo, sapiente fusione tra imbastitura del mezzo comunicativo e prezioso ricamo dell’anima. Viaggi che Carlo Alberto Simonetti percorreva alla ricerca dell’origine del proprio modo di essere, del nòcciolo della propria insopprimibile ansia di vivere, nell’impossibilità della propria natura a far coincidere l’interiorizzazione soggettiva dei significati con la rilevanza oggettiva degli stessi. Uno sguardo al sé difficile da gestire, dovuto al modo di percepire sublimante a oltranza, impraticabile conciliazione con un contorno fatto di realtà molto più semplici. Sguardo capace di tenerezza matura nell’analisi di un percorso vissuto alla ricerca di un anello di congiunzione tra l’incontrovertibile essenza di poeta e la dimensione umana calata in un – ordinario – avvertito come necessario all’identificarsi in un connettivo dove tutti gli affetti e le disposizioni sociali abbiano gravitato. Di lui scrivevo pochi anni fa: “Ricorre nella sua opera poetica l’anelito verso il superamento di uno stato adamitico, dove il senso e i sensi sono una polifonia d’evoluzioni inverse per un ricongiungimento con l’Assoluto. L’assoluto di un attimo o l’assoluto dell’eterno. L’assoluto di un sacro che è ricerca interiore. Partenza e arrivo. Chiusura del cerchio. L’essenziale è il viaggio e chi ha la fortuna d’imbattersi nei versi di questo autore, supererà i limiti angusti della mente verso rotte inesplorate e vivide. Il suo pensiero diventa traduzione, dono, interpretazione e suggerimento del reale, trasposizione d’emozioni amplificate, dilaganti”… “Portavoce da sempre della magia alchemica di forgianti immagini frutto di concatenazioni verbali inconsuete e scardinati, vittima-carnefice del feroce “percepire e sublimare”. Così, tra un alternarsi di momenti di pura e malinconica passione erotica, dissacranti composizioni d’irrealtà reali, tensione spasmodica verso il divino, l’essere scagliati in una dimensione atemporale (dove l’introspezione è uno scalfire nella roccia fino a farne fluire sangue) diventa ciò di cui si ha più bisogno e del quale non si riesce a farne senza.“: Doris Emilia Bragagnini

 

*

 

I cieli della mia infanzia
ciottolosa e acciottolata
camminano per strade
d’asfalto, oggi
lungo il dicembre.
Siepi di primavere
legano e sbarrano
il letargo alle fronde
trillano, zirlano e
cinguettano come
mosche sonore
sul sonno
pelle d’inverno che
sbadiglia senza tregua
e non può stringersi a Morfeo.
Un merlo in picchiata
sullo sparo di una doppietta si fa sentire
con gli occhi, prima che all’orecchio.
La polvere del tempo
si alzava polvere
per le strade allora.
I cieli di questa
improbabile età
nostra
sono nuvole
di polvere e nebbia rosa
colore di un tramonto accidentale
tra filari di pentagrammi
ulivi e note
di cortecce nodose
e promesse
immagini di oli
extravergini
spremuti alla mola
tempo diverso
dalla stesura dei miei ricordi!
Gli occhi si perdono
e fiati di parole
tamponano il microfono
del cellulare
che vellica l’orecchio
del mio amore
più antico dell’udito
che mi riceve…
verso un orizzonte
che non so.

 

*

 

La notte è un grattacielo smarrito
dentro lo stormo di stelle
dove volano pensieri
parole e sguardi senza terra
senza gravità, senza meta
ma ci sono e volano
tra le arcate dell’universo
a caccia di un senso
e coprono il suolo dei giorni
con il guano dei putridi perché.
Ma tu che ci fai tra le parole
se non diventiamo mai
una frase compiuta?

 

*

 

Al piano terra delle stelle
appaiono e scompaiono
le lucciole
proprio come
la luce di una lucciola.
È più alta
ancora la luce delle stelle
di quella dei lampioni
che le offuscano.
Ecco perché scrivo poesie
amo pensare la vita
dalla montagna
ed uscire dal vicolo cieco della terra

 

*

 

Sono entrato al buio nel buio
vedevo niente.
Sono usciti biascichii imbastiti
da pensieri e fiati muti
sentivo niente.
Sono irrotto con gli sguardi
in paesaggi e fisionomie
odore di meraviglia
scorgevo niente.
Ho solcato eventi, di sangue
e di pace fragorosi.
Allora perché la mia vita
è muta e niente?
Fendo il tuo corpo
attraverso il brio
e non so più l’unicità del piacere.
Niente
Ne sento parlare, ne cantano
tutti e ne scrivono
ma cosa è l’amore
più del mio niente?
Sono solo
Davanti alla follia volubile
delle nuvole e dei miei pensieri
incantati e desolati
dalle solitudini e dal mio vuoto.
Il niente.

Sono il riassunto
dell’amore negato
intruso del viaggio forzato
resto apolide
escluso
dall’amplesso e dalla tenerezza.
Non pellegrino,
profugo nel guado
del fiume terra promessa.
Infine assumo
tutte le energie del pianto
mai versato
per tanto amore respinto
ma risarcito
dal miracolo di ricordi futuri
appesi alle code dei tuoi occhi
saldati dalle comete
che sovrastano i cieli
del viaggio che mi trascina.
Sono il riassunto
dell’amore scippato.

Sei il mio futuro alle spalle,
lasciato in una sacca
tanti anni fa.
Di tanto in tanto atterri
da un alito o da un volo
senza tempo e senza i limiti
che assediano me,
la mia passione e tenerezza
senza limiti
di tempo e di declini
non è un dramma vivere la vita,
ma il modo di guardarla dilatata
d’ansia
la nostra condizione.

Umana.

 

*

 

Il giorno, il mare ed io
saremo vivi domani.
Oltre la coltre della notte
saremo vivi anche domani,
tra le vie adombrate
i nostri occhi scalcinati,
lampioni dimenticati.
Il nostro futuro sempre
con la testa volta indietro.

 

*

 

I miei pensieri
ogni giorno
stanno con te
senza scalo
di un qualsiasi
giorno dopo.
Frutti di fantasia cozzano
sulla prora che insegue
la terra e la dossologia
per due che sostano
alla fermata d’un amore
in sciopero e senza biglietto.
Domani i miei pensieri
come ogni giorno
staranno con te senza scalo.

 

*

 

C’erano le parole
squittivano come biglie impazzite
smarrite nei pensieri di cristallo.
O farfalle fossili
Impietrite tra le rocce del tempo :
nei tramonti autunnali
nei sorrisi rari dell’inverno .
C’erano le parole
e gridavano disperate.
Taci

 

*

 

Il suono di ogni ultimo verso
demolisce la pretesa
di agguantare
il cielo poesia
per virtù
di metrica rima e armonia.
L’olimpo poesia
non lo scrive la scala da scalare
piuttosto l’ascesa
del venir giù.
Fragra la poesia
solo col vento della valle
fin dal primo passo
nella pianura
dove le parole sono state
“di-sparse”
con la larghezza
di una provvidenza
mai ravvisata
di campate galattiche
di lingue che illuminano
il pentagramma
del tempo.

 

*

 

Una notte lunghissima e cupa a modo di criniera. Una pantera nera e tenebrosa come l’assenza dell’amore che accende occhi di pensieri verdi le luci a mezza costa sul monte scuro fracassato da una ghirlanda di bagliori lontani più del monte e sospesi i bagliori senza forma sulla cornice oscura del buio indefinito lontano come il ruscello dell’infanzia in cui si espressero i primi occhi verdi di una fisionomia dimenticata e scomparsa nel non so e nell’ansia di volerla mia. Zavorra di vuoto a perdere su quadri e sculture di parole o poesie. Poesie di vuoti a perdere senza luce qualsiasi fosse la forma adescata dalla fame e dalla sete di non so chi smarrito su fiumi di volti scorsi dai due ai sei miliardi di fisionomie in maratona senza stop tra rifiuti e miasmi spogli discariche e vuoti di soluzioni.
Spossato sul bordo della sconfitta pensata e trascritta in un pentagramma di significare arcaico e dislessico alla deriva di una palafitta di mutismi sordi e rumorosi.
Spossato sull’attesa insopportabile del niente tra figli amanti moglie nipoti e ansia trascendente tra fiati e fiato di palude essente avvinti a pentagrammi di significare arcaico e d’afasia carico. Spossato la carezza di un fiato fu aferesi di mutismi afasie e dislessie e cominciai a percepire gli echi onde nel lago del silenzio fiati penetrati e penetranti. Echi di fisionomia sbiadita decomposta e promessa di ricomposizione ad un orizzonte che non so ma di sicuro alba. Alba bifronte nell’eco e nel monte.

*

Mi alzo all’alba e mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immobile cullata da sirene sfrenate e frenate sibilanti e scrosciare di fiumi in cascata e ululati di clacson. Tu tieni le tue cosce nel giuoco del giogo e delle briglie bancomat e vetrine saldi e conti consunti che mi abbracciano sopra i fianchi e spingono a inarcarmi la schiena e/o a rotolarmi sul bordo di aiuole lussureggianti e depilate a disegnare provocazioni clonate dalla promozione ingannevole di sensi che come il fumo uccide eppure da venti anni fumo e sono ancora qui a meravigliarmi del tuo bosco in cui non mi stanco d’inselvarmi e umido disselvarmi ed uscire per scalare i tuoi colli dietro le mie spalle e rotolo dentro l’amplesso che lega la luna al sole e i graffi e i graffiti delle tue unghie penne intinte di sangue di umori e rumori che scrivono eco di storie invisibili sui silenzi di chi ha perso le briglie dei perché e si ritrova e si bea del senso delle cose. Mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immota cullata dalla notte e dal fragore dei mutismi oscurati in attesa di stelle e di luna e dagli schizzi di sangue che urlano fluvidi silenzi ansimanti coiti sospesi o contesi o rappresi nei ricordi incompresi degli schizzi fango a vita cogente e incosciente. Resto disteso supino sui tuoi seni e coseni o tra le cosce spalancate divaricate alle fustaie turgide di cerro lungo le ultime strade d’erba pei colli libere ancora dall’insulto degli asfalti e prigionieri dei cani da guardia e dalle recinzioni di un privato cimitero assassino.
Centinaia di milioni di micro vite immolate al vampiro pel cimitero che sugge e con noi sopravvive … Te la mia dolce Vita su cui dall’alba mi distendo supino per godere dei colli alle spalle dei pruriti pel ventre fiorito di boschi che m’inghiottono e non conosco… come te che non so dietro le mie spalle distesa su fisionomie ignote e sognate non fisionomia eppure ne faccio poesia. E non mi cullo e non riposo mentre le rughe canute raccolgono e incidono detriti in dissolvenza. Tu che non potrò scrutare quando le spalle si leveranno pel riposo vero mentre su di te alcova surreale supino sogno di essere prono e saperti. Conoscerti infine. Te la Vita.

*** testi tratti da varie pubblicazioni e apparsi in rete in siti dedicati (poetichouse, clubpoeti).

 

Il diciotto gennaio dopo un lungo periodo di malattia, ci ha lasciato Carlo Alberto Simonetti, scrittore e poeta ternano, noto e apprezzato nella sua città così come nei circuiti letterari che frequentava anche in rete. Classe 1943, se ne va con lui, oltre che un caro amico dalla dirompente personalità e carica umana, un intellettuale, uno scrittore, un prezioso poeta che ha saputo declinare la sua creatività artistica in svariate soluzioni, come la regia, la sceneggiatura, la recitazione. Negli anni settanta uscì con “Terra raggruma sepolcri luce” e “Il pugno nero del cielo”, sillogi poetiche improntate dalla letteratura beatnik. Sempre in quegli anni partecipò e convogliò la rabbia, la fantasia e le nuove attese di giovani poeti ternani nell’antologia “Brani dai viaggi sul Nera”. Fondò con Marcello Ricci una delle prime emittenti private, Radio Evelyn, facendo scuola con la rubrica “Mantide religiosa”, dove puntualizzava con caustica e irriverente ironia i difetti della classe politica locale, sollevando non pochi vespai sotterranei. Negli anni ottanta, spinto da un forte moto interiore si dedicò allo studio e alla meditazione di temi teologici e filosofici e più in là, proseguendo ancora, si dedicò al teatro collaborando a diversi spettacoli del Progetto Mandela contro razzismo e intolleranza. Del 2002 è “Lo scrigno, i bagliori, le cose “ opera in versi, e poi “Pensieri con gli occhi” 2005, “Racconti a quadretti” 2006, ” Vicoli ciechi e Usci” 2008 (ed. Thyrus). Aveva pronto un romanzo autobiografico, altre raccolte e alcune favole, opere ancora inedite e straordinarie.

Elina Miticocchio

21 marzo 2015

Elina Miticocchio

Ho un’immagine in mente quando penso ai versi di Elina Miticocchio. Un’immagine che in me si è fatta strada lentamente, come uscendo dalla nebbia finalmente definendosi. Non ricordo quale maestro profumiere raccontasse che il segreto di una fragranza avvolgente ma allo stesso tempo discreta, fosse l’alimentarne il desiderio mediante la necessità di avvicinarsi per percepirla meglio. Elina Miticocchio nei suoi testi, dosa, al limite dell’impalpabilità, ogni più piccolo alito di suggestione, ogni piccola vibrazione che si riveli attraverso un universo dal sentore animista, tanta la delicatezza, il sacrale sottovoce cui sono tratteggiati gli argomenti. Un viaggio trascendente fatto di passi e passi piccolissimi (come un ricamo), in punta di piedi attraverso un percorso privo di riferimenti direzionali ma che li sfiora tutti, guadando gli elementi naturali (terra, fuoco, aria, acqua) e la disponibilità degli eventi attinti alla fonte dei ricordi personali. Colpisce l’umiltà della disposizione all’ascolto, alla raccolta della messe di “segni” che sanno rendersi disponibili come embrioni sensoriali e di pensiero. Elina Miticocchio non detta, non suggerisce, non chiama in prima persona, si fa piuttosto mediatrice di qualcosa che è dentro e attorno, suo e di tutto/tutti. Evidenzia ciò che ha bisogno d’essere evocato al fine della migliore intuizione, comprensione, ricerca. Lieve (ma non fatua) come il battito d’ali di una farfalla, la sua poesia si offre contemplativa, senza schiamazzi ad alimentare quella logica del caos capace di farsi movimento interiore, tempesta o moto placido, così come ognuno sarà portato a percepire, proiettare nel proprio immaginario, avvicinandosi

Doris Emilia Bragagnini

.

 

*

 

Nell’istante tutte le epoche
Nuvole e sogni si spostano
lente un respiro di Luce
(mi) fa luce

La retina pesca dai fondali
dell’iride la terra delle nuvole rimbalza
una tana d’ore
fino al mattino dentro l’aria di verdi altipiani
in ferie il tempo è fuggito
lontano

 

*

 

Annodato a questo giorno
luminescenza segreta
c’era un mistero
fiori che sognavano di migrare
senza radici partire e poi
entrare nelle tasche di un bambino
o anche in un’isola di vetro

Anno dato
incubatoio.

 

*

 

Ho avuto case ad abitarmi
nessuna cosa è perduta.
Le tue stanze senza porte avevano oblò
non troppi mi sarebbe parsa una prigione
così l’ho scambiata per una nave.
Anche di notte faccio ritorno
senza parola approdo appiglio
sosto e attendo
spengo la luce tesso illusioni
filo il miracolo d’onda immobile.

 

*

 

La parola spesa
presa all’amo divenne
guerra e sole
e non valse una cornice
per disegnare i volti
stretti schiacciati nella valigia
di cartone le scritture esuli
naufraghe in perenne ascolto di voci
affogate in mare
un perimetro brevissimo di carta bagnata

 

*

 acqua che goccia attenta
narra di rami
neri e scomposti nel chiaro celeste

 

come tutto è lontano
come è
vicino come silenzio
e bianco il dorso della mano
del piede circonda

poi si apre
sospeso il cielo
il giorno

 

*

 

Tra code di luce il giardino
e una sera di corde
aperte crepe in un cristallo
Della falce della luna
delle mani al cielo
recito il bianco.

Del viaggio e del labirinto
della stanza
di mia madre

conto i passi
e germoglio figlia
un canto che rinasce.

 

*

 

Abbaglio di lume
gittata di stelle
coraggio della carne
la vita si svolge nel retro

la neve è solo un’invenzione degli adulti
non scrive alla finestra
accendi la luce
chi teme il viola
della neve ha solo paura
del suo cielo del suo fiato

stanno tornando
le bambine dai capelli rossi
di fuoco ceppaie e di vento appigliano
destini in un sonaglio

al gancio stretto
appende vita la ragione
un rosso  crepitante   di papaveri in fiore.

 

***
Elina Miticocchio nata a Foggia l’11 maggio 1967, dopo gli studi classici si è laureata presso la facoltà di Giurisprudenza di Bari.  Nel 2014 è stata selezionata per far parte di una plaquette dal titolo “Le trincee del grembo” – Dodici prove d’autore al femminile – dell’Associazione Culturale LucaniArt. Nel maggio 2014 ha pubblicato per la casa editrice Terra d’Ulivi la raccolta poetica dal titolo “Per filo e per segno”.
Cura il blog “Imma(r)gine”.

Marina Torossi Tevini

7 ottobre 2014

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È donandoci otto testi, alcuni tratti da “L’unicorno” (1997 Campanotto ed.), altri inediti, che Marina Torossi Tevini lascia cadere, per la prima volta qui nel giardino, il seme della sua poesia. Amo credere che esista sempre un progetto, sospeso tra razionalità e inconscio, a far sì che un’intuizione stia alla base della scelta degli scritti che un autore lega in successione per rappresentarsi, o rappresentare un particolare periodo della sua produzione poetica. La scelta di Marina ne espone uno ampio, un arco che si tende tra la data della pubblicazione e l’inedito del 2011, eppure non c’è disarmonia tra i versi, tra i movimenti di un corpo poetico e l’altro. Partendo dalla prima stazione per arrivare all’ultima (contenenti entrambe un dichiarato omaggio a Eliot) si va attraversando i temi dominanti che la poetessa scandaglia con la sua lirica sicura, strutturata con cura, parole che avanzano e si scandiscono in ormeggi e pause, ritmiche, diseguali, come piccole onde di risacca. Il mare è la costante di questi componimenti sintomatici, sia in essere sia nel moto simbolico a farsi riferimento assiduo d’infinito, un esempio nel capovolgimento di coordinate preordinate come nel cielo di una Stoccolma ri_visitata:

“Non era il cielo/dei Fiamminghi/ma un azzurro fatato/trasparente/” (… Atmosfera Iperborea)

dove il disorientamento, la deliberata resa della sensazione di precarietà umana e dell’insensatezza del vivere si fanno improvvisamente scudo con una benefica tregua, dove la perfezione è assurta a simbolo di episodica cognizione raggiunta esclusivamente in quanto stravolgimento dell’ordinario, del reale. Si muove bene tra i versi in questo senso Marina Torossi Tevini: ironia, sarcasmo, denuncia di una “china” intrapresa da un Uomo sempre più inaridito e vuoto, vittima di se stesso e di una corsa insensata verso un punto che si discosta inesorabilmente da quella forma d’idealismo iniziale in un tempo remoto, antecedente l’assorbimento nella crisi dell’epoca in cui è immesso. Un canto il suo che generosamente pone l’io personale in secondo piano e sa farsi emblema di un malessere collettivo in cerca di speranza. Lo stato di – dilavamento – umano, lo stemperamento dell’esistenza necessitano così di agganci, ancoraggi solidi, stabili ma capaci di un lassismo figurativo personale scintillante, come un baluginio tra le correnti e l’autrice le naviga mirabilmente; da buona conoscitrice di periodi e stili affronta la rotta con uno sguardo al passato ma proiettata nel futuro, “armata” di una lirica sfrondata del superfluo che si mantiene morbidamente complessa, imperturbabile nell’espressività che serba una cadenza “rotonda”, armonica, come di marea.

Doris Emilia Bragagnini

.

.

Poesie di Marina Torossi Tevini

.

La terra desolata

Un tuono secco senza pioggia
…………si infratta tra…………..
……….le rocce dei monti……..

Non si può fermarsi nè pensare
acchiappati alla gola
…..dalla sete

Ho udito la chiave girare
ognuno nella sua prigione

Da tempo tenuti a freno
i veloci aironi
non conoscono
……..che il passo cadenzato
…………..della strada di casa

Eppure non ci sono barriere
il futuro è libero e vuoto

Infinita la pianura laggiù
assetata di pioggia

Seduti sulla riva del mare
si gettavano sassi a piattino
si correva galoppando nel vento
l’acqua salsa spegneva la sete

Con quali pietre pietose
puntelleremo le nostre rovine
di pensieri, di edifici, di parole?

In questo frastuono
affogheremo

Oh almeno cessasse
questa pioggia
che non disseta la terra
ma ci fa spalancare le bocche
chiedendo un po’
di frescura
chiedendo qualche goccia
di nuovo
(non arido non vuoto non fasullo)
chiedendo che ancora
la parola
(qualche parola almeno)
vinca il tempo

si stampi nei solchi inariditi
della terra desolata
d’Occidente

(da L’unicorno 1997)

.
La scoperta del mare

Ognuno scopre
..adolescente
………….il mare
quando le alte pareti
…..di parole
limitate…….amate
diventano all’improvviso
…..troppo strette

Un reticolo di strade
perduteall’orizzonte
la fine…..dell’atlante
e di ogni………viaggio

Stupore
silenzio
…..batticuore
………..La meta
è lo stesso itinerario

(da L’unicorno, 1997)

.
Atmosfera iperborea

……Stoccolma
ci sembrava un paradiso
…………………tutta sospesa
tra il cielo e l’acqua
Una pioggia…..veloce
poi subito le nuvole
divennero….leggere
….sottilissime
quasi di cristallo

Non era il cielo
……………..dei Fiamminghi
ma un azzurro fatato
trasparente
e la luce radente
del tramonto
……………..rendeva
tutto perfetto

(da L’unicorno, 1997)

.

Sul Baltico

Il mare……..veloce
……..cancella
………..le orme
………..sulla sabbia
………E subito
non siamo passati
Oh cercare….una pietra
…….qualcosa
per incidereun
….piccolo segno
……del nostro breve
…….passaggio
………della nostra minuscola
………vita

(da L’unicorno, 1997)

.
Giochiamo a scacchi?

All’ombra
……………………….di queste onde irate
ritorni a rinfrescarti
sulla riva
Ecco le tue carte
non barare!
(Ma mi dicono
che in amore
……………..è inevitabile)

La fiamma della candela
………s’affievolisce
ma ancora luccica
uno spicchio di luna
…….intermittente
Tralci di vite
circondanoi nostri corpi
………….pagani

…………….– Giochiamo a scacchi? –
Veramente io volevo
che germogliasse il gelo
che il mare
….desse frutti
….dolci e freschi
che i tuoi occhi superassero
….monili e inganni…
Non giocheremo a scacchi
Da amici
passeggeremo lungo il fiume
…………………………………..Le finestre
il soffitto a lacunari
……………..l’orologio
Aria di chiuso
Riconosci la luce?
Gli arbusti si innalzano…….nel cielo
carezzano con mani audaci……..il sole
hanno sfondato…..la porta
di questa stanza……chiusa
Non siamo nella terra desolata!
Non più abili giochi di parole
barocco compiaciuto
senza
Ah Eliot Eliot
perdona qualche fantasia
……………..arrischiata
qualche utopia
……….di donna
per vestire….di prati
la terra desolata
del ventesimo secolo
E percorrere nel vento nuove piste
……………..dentro il cuore del mondo…

……………– Giochiamo a scacchi?-
No, stasera passeggeremo
lungo il fiume….da buoni amici
vecchi buoni amici
e poi domani
forse
…………….esisteremo
…….Domani
i cadaveri cominceranno a germogliare
……….fiorirà il gelo
non avremo unghie……..per graffiare
domani……forse
l’amore sarà fatto
ad altri patti

(da L’unicorno, 1997)

.

Il liocorno

ci scambiammo sorrisi mielati
con denti truccati
con menti truccate
ci stringemmo le mani
lontane

oh fuggire
in un luogo dove il fuoco
scaldi davvero
e non volino ogni giorno
coltelli

mi venne incontro un liocorno
ingioiellato
sorrideva di profilo
avvolto in verdi drappeggi

(una luce bianca piove
blu mare /blu di speronella)

le ho detto parole
e mi ha creduto.
un liocorno ingioiellato
mi tendeva la mano,
sorrideva con denti di lupo
e di guerriero.
a forza salimmo le scale

(inedita 2003)

.
Pantera

srotolando gomitoli di vetro
cammineremo tutta la notte
con mani audaci disperderemo
il nostro miele
la nostra forza è un albero
che dona frutti acerbi
(una pantera inquieta
balza su di noi
e ci divora)
srotolando gomitoli di vetro
abbiamo camminato tutta la notte,
con deboli mani
abbiamo disperso il nostro miele
(una pantera ci guardava
da un albero)

ci siamo acquattati e nascosti
ci hanno benedetto e dato
gli anelli
ci hanno messo dei sonagli intorno
al collo
poi ci hanno dato un indirizzo
per far quadrare i conti

ecco, è iniziata l’avventura
(se così si può dire)
tra steccati
e filari di olivi

dissodiamo con cura questa terra
la giungla la guardiamo
da lontano

(inedita 2007)

.
Il canto di Prufrock
(à la manière di Eliot)

e allora andiamo tu e io
mentre la sera si avvolge nel cielo
andiamo per strade semideserte
per notti senza riposo

la nebbia si strofina la schiena contro i vetri
e tu mi chiedi
ci sarà tempo?
ci sarà tempo per te e per me?

(nella stanza le donne vanno e vengono
parlano di Michelangelo)

ci sarà tempo per te e per me?
ci sarà tempo per creare un mondo con le mani
prima di prendere un tè abbrustolito
prima che ci portino confetti e crisantemi?

ci sarà tempo? ci sarà tempo
per decisioni e indecisioni?
tempo per indossare cravatte variopinte
tempo per invertire le rotte
e sbagliare i bersagli
tempo per berci un caffè e per parlare?

(nella stanza le donne vanno e vengono
parlano di Michelangelo)

potrei rischiare?
ho conosciuto la musica che confonde
ho conosciuto profumi
ho conosciuto le braccia
(braccia ingioiellate e bianche e nude
braccia appoggiate a un tavolo o avvolte in uno scialle)
potrei rischiare ancora?
prima che il crepuscolo si infili nelle vie più strette
prima che gli artigli camminino sul fondo del mare,
potrei osare?

potrei comprimere l’universo in una palla
potrei osare?
dopo tramonti e cortili e tazze di té assieme
dopo le parole e i troppi romanzi
potrei osare?

ho udito le sirene cantare
ho pensato che cantassero per me.
potrei osare?
ho visto le onde al largo
ho pettinato la schiuma del mare.
potrei osare?
prima che ci portino un té abbrustolito
prima che ci offrano confetti e crisantemi…
possiamo osare?

(inedita 2011)

.
MARINA TOROSSI TEVINI nata a Trieste è laureata in lettere classiche e ha insegnato dall’82 al 2000 al Liceo classico “Dante Alighieri”.
Ha pubblicato nel 1991 la raccolta di poesie “Donne senza volto” (Italo Svevo) – 3° classificato al Premio Cesare Pavese 1993. Ha ricevuto nel 1993 il 1° premio al concorso letterario “Il leone di Muggia” con il racconto “Una donna senza qualità” (pubblicato sulla rivista Borgolauro). Nel 1994 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il maschio ecologico”- finalista al Premio Carrara Hallstahammer 1995, nel 1997 la raccolta di poesie “L’unicorno”(Campanotto). Ha pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti “Il migliore dei mondi impossibili”, nel 2004 il romanzo “Il cielo sulla Provenza, nel 2008 “Viaggi a due nell’Europa di questi anni” – menzione speciale al Premio Trieste Città di Frontiera 2008 –, nel 2010 “Le parole blu” – 1° premio per la narrativa al Golfo di Trieste 2013 e nel 2012 la raccolta di racconti “L’Occidente e parole” (Campanotto) – vincitore della Sezione narrativa al Premio Contemporanea d’ Autore 2013 di Alessandria.
Compare in alcune antologie tra cui “Nella fucina delle parole, “Poeti triestini contemporanei”(Lint 2000), “Trieste la donna e la poesia del vivere” (Ibiscos 2003), Antologia del decennale del Pen Trieste (Hammerle 2013). Collabora alle riviste Arte&Cultura e Zeta. Fa parte del direttivo del Pen Club Trieste e di altre società culturali.
È attiva anche in web. Sue opere sono presenti in rete e nel suo sito personale www.marinatorossi.it cura il blog l’Ippogrifo letterario.

……..

Paola Puzzo Sagrado

9 giugno 2014

 

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I versi di Paola Puzzo Sagrado colpiscono per nitidezza, definizione degli attimi, l’intenzione ferma con cui il drappo posto sul nodo gelido da sciogliere è sollevato. Ci sono grazia ed eleganza nel porgerli che nulla tolgono alla forza delle immagini: onda calibrata che investe, limpida nel registro, finemente profonda. Latente, implicita, la sensuale rarefazione di un femminile che non cede alla lusinga di un’esposizione dell’eros fine a se stessa, piuttosto una fusione con la dimensione che s’interroga sul senso (o ruolo) di un sé capace di contenere le domande di una generazione che dura millenni. Può accadere così che il tempo, precipiti in un non luogo dell’avvenire avvenuto, fissando lo sguardo sul groppo preciso, approdo cercato, un particolare vicino e riesca poi a deviare il “sospeso”, a rifletterlo, come biglia che schizzi sul centro taciuto (fissandolo sul foglio bianco “fino al midollo” cit.). I versi lancinano e la “compostezza” (accurata la rimozione del superfluo, ogni sonorità vibra senza rumorosi artifici) con cui è offerto il sacrificio, la lucente bellezza delle figurazioni, tocca corde che rispondono a un richiamo ancestrale seppure l’immedesimazione abbia convinzione di modernità attraverso i lemmi, i temi che abbracciano il vario, comune e singolare, mondo di donna calata nel quotidiano ma protesa per quel dove di sguardo che fa di Paola Puzzo Sagrado una voce poetica necessaria.

(di Doris Emilia Bragagnini)

 

inediti di Paola Puzzo sagrado

 

Fatalité d’une femme

Gesti di folle autarchia
equilibrismi della logica
tengono piatta la posizione

Denti in gabbia
Stipsi dei sentimenti

La livida umiliazione
di un rossetto inviolato
stinge vendette irrisolte

rivoli di carminio sversati
tutti, in un cuore inesatto

Scaldare questa sedia cosmica
avallare la nuda sintesi del graffio
avvolgersi in stole d’egoismo
sgranare rosari di lussuria
o impazzire in segreto
la mente puerile rinchiusa
nei fondi cassetti di un limbo…

No, no, no, no!
Sbocciare altrove, altra
opposta al vento

curva di tenerezza
sulla terra diaccia

 

Violenze impercettibili

Tono su tono
come un cieco se vedesse il buio
il tumulto rombante del sangue
in un silenzio di carne nuda.

Inavvertita la differenza
tra un sorriso
e una piega amara
tra un ricordo
e una catacomba mentale
l’infliggersi di uno sguardo
è un’apocalisse del cuore.

Ma tutto avviene, cade o piove
l’aria si fa senza uscite
nell’attimo di uno smottamento
nello spazio di un filo d’anima.

Rivedersi a valle
non è nella mia idea di amore.

 

Disegnarsi gli occhi per vedere di sperare

Accade, talvolta
che i fiori recidano la luce
e in un collasso d’intenti
l’aria nella stanza vacilli
(occorre fenderla anziché
portarne il peso sulle spalle)

che un ragno di sgomento
s’inerpichi nero fino al midollo
abbandonandoti alla fine
di qualcosa che non c’è stata
mentre guardi in faccia
il foglio bianco.

E di spingere
le parole a bordo tavolo
rifiutando di mettere un forse
davanti a ogni frase.
Anche se, comunque
non dirai il vero.

 

Dire due partendo da zero

Blu coccinella, rosso da scialare
a cenni ipotetici di sfumature violente
già amare un canto, senza saperne la voce
scambiare cinque lettere per meta esotica
di persistenti desideri da spiaggiare

Fregarsene della metrica, a quel punto
per ribadirsi un concetto impopolare
ciò che possiedi è tutto in una gabbia
d’organica materia ossea, fratturata
da un’anima troppo incline a divagare

Disamalgama crudele che fraintende
il particolare annegato nel totale
per vedere quanto stai per perdere
ti basta incontrare due occhi fermi

Sciocca pareidolia sentimentale!

 

Poesia di ogni estate

37 gradi
mi colano sogni
dalla fronte madida
evolvono in verità combuste.
E ora, in che dolore muterai?
La luce taglia i polsi al futuro
autoerotica ironia della sorte
ed io, Dio! Sto qui, con la mente
piazza di un folle raduno.
Vorrei graffiare a sangue quest’ipocrisia
ammaccare a pugni ogni frase
sfondarne a calci il senso
spaccarne il suono
sentirne lo scricchiolio
sotto le scarpe.
Ribaltare di colpo
la farsa di questo tavolo.
Farne la mia trincea.
Finirà, un giorno
questa faida di aggettivi.
Fuggiranno i pochi verbi superstiti,
si getteranno urlando sulla carta
strada delle mie parole!

 

*

 

Paola Puzzo Sagrado vive in Sicilia e si occupa di grafica e web design. Scrive poesie da sempre. Segnalata al Premio di poesia giovanile «Mario Gori» della città di Ragusa nel 2001, ha successivamente partecipato a diverse antologie tra cui «Parla come navighi – Antologia della webletteratura Italiana» a cura di Mario Gerosa (Ed. Il Foglio) e «Il Giardino dei Poeti» (Ed. Historica). Nel 2007 ha pubblicato la sua raccolta «Il diavolo piange» (Ed. Il Filo). E’ redattrice del blog letterario Neobar, altre sue poesie sono gentilmente ospitate su diversi altri blog e siti dedicati alla letteratura (Filosofipercaso, Il giardino dei poeti, Arteinsieme, Larosainpiù, Tornogiovedi, The Cats Will Know etc.). Recensita positivamente per alcuni testi  nello spazio “dialoghi in versi” , da Maurizio Cucchi su La Stampa.

Doris Emilia Bragagnini compare in alcune antologie tra cui «Il Giardino dei Poeti» (Ed. Historica), con prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari web: Neobar, Filosofi Per Caso, Il Giardino dei Poeti, Torno Giovedì, Viadellebelledonne, Carte Sensibili, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Le Vie Poetiche. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia « Fragmenta» (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher 2011). Menzione d’onore per il testo “claustrofonia” sezione “Una poesia inedita”, premio Lorenzo Montano 2013. Oltreverso, il latte sulla porta (ed. Zona 2012) è la sua opera prima. Redattrice di Neobar cura il blog personale ”Inapparente Crèmisi”.

 

 

Doris Emilia Bragagnini

21 ottobre 2013

Doris Emilia Bragagnini giardino dei poeti:

.

Ascoltare i suoni emessi dall’insieme di parole che quest’autrice accosta con la precisione armonica di una partitura per orchestra, non è difficile, basta lasciarsi andare sull’onda dei versi e non pensare alle matematiche della poesia. Doris Emilia Bragagnini, con la sua “musica” ci risucchia in un vortice di sensazioni che esulano dal comune, che s’insinuano tra le pieghe dell’anima facendoci sentire là, in quel momento. L’effetto presenza è un punto di forza di questa sua poetica che ha uno schema unico perché personale e diventa difficile discernere la poetessa dalla donna perché lei, Doris, è così. Da lettore entusiasta della Bragagnini dico che c’è tempo per entrare negli intrinseci significati, nei perché di quel tipo di strutture e di metriche o del vocabolario; avventurarsi nel suo territorio poetico attraverso quei sentieri di crome e sincopi, sospensioni e allungamenti, è davvero emozionante, tanto da permettere di riuscire ad escludere l’audio della fisicità per “sentire” solamente il suono dello spirito che muove la sua poesia. (Sebastiano A. Patanè-Ferro)

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Circonduzione di capace (la danza)

Sfuma anche la rabbia parole come stillicidio dei giorni
chiaroveggenze figurate di: vene, slabbramenti agli orli
e silenzio – ombra – vuoto – anima – grumo come
stelle – luna – cattedrali – gabbiani sì, anche loro

mi fanno vomitare
gli spalancamenti sgocciolati, non per voyeurismo di misura
ma nel ventre ripetuto così tanto, oh tanto di tanto in tanto
da perdere diritto di dimora gli organi interni {*femminili*}

Non sei tu che chiamo nei paraggi di una me qualunque
a ogni ora, di ogni giorno – qualunque giorno, di cui penso
non ci sarà più tempo, non ci sarà più modo
di fingerti astrazione scantonando verosimilari versi per asporto

i vagoni sono pieni di giunchiglie trapassate
aghi di pino sotto la vestaglia (in lana di lama) fino al soffitto
non teme coricarsi il fachiro di fiducia e il fianco
il fianco amabilmente sanguina, a ruota di pavone

.

claustrofonia

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi, uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate a terra ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky ”

.

Serra d’inverno (solvente 12)

filtra ad angolo retto la vita_sul linoleum ]
investe il bidone d’acciaio schiacciato alla parete

sono forse luci vere quelle, franate
a capoverso di corsia
un’ovatta scintillante captapensieri
se chi mi dice il nord è compagno di sventura
e la linea d’orizzonte guarda basso

ma noi avremmo inciso i polsi a pleniluni e cioccolato
tanti tempi in un bicchiere solo tuo
da passarmi sulla fronte dopo

tu mi toccavi come le spighe correndo
il viso verso l’alto, senza mai spiegare il chicco

.
.

Doris Emilia Bragagnini nata in provincia di Udine, definisce così la sua essenziale biografia: ”nata nel nordest vive da sempre a due passi da sé, qualche volta v’inciampa e ne scrive”. Compare in alcune antologie, con prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari web: Neobar, Filosofi Per Caso, Il Giardino dei Poeti, Torno Giovedì, Viadellebelledonne, Carte Sensibili, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Le Vie Poetiche. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia Fragmenta (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher 2011). Menzione d’onore per il testo “claustrofonia” sezione “Una poesia inedita”, premio Lorenzo Montano 2013. Oltreverso, il latte sulla porta (ed. Zona 2012) è la sua opera prima. Redattrice di Neobar cura il blog personale ”Inapparente Crèmisi”.