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Miro Gabriele

3 febbraio 2021

 

 

MIRO GABRIELE

quattro poesie

.

UNA MOMENTANEA INTIMITA’

Un cenno e sei uscita nel cielo (irriducibile
spazio ritorna a chiudere la nostra giornata)
dietro l’ala di un’automobile schiudi una fessura
e un po’ si scioglie quella stanchezza delicata

non c’è suono nell’aria non c’è segno
che possano offrire ancora i tuoi fianchi svelati
il fiore che gocciola piano la sua pura fontana
le gambe aperte l’anima lontana.

da “Le città antiche ed altre poesie” GBE 2014

.

NOCTURNA QUIES

Ignoto a tutti, quasi assente,
chiudo gli occhi e cadono le acque
rapide nell’onda sottostante

fuori la pista sonora raggiunge
vertici puri di uranica dolcezza
trasmette bassi rumori tranquilli

io lascio andare i tiepidi zampilli
uno per uno in placida amarezza.

da “Le città antiche ed altre poesie” GBE 2014

.

LE ROSE

Oh le rose le rose come s’affollano
sul tiepido del muro mentre si fa sera
come se il vuoto che le accoglie – l’angolo
di luce che ancora per poco le svela –
possa farle salve in una chiara eternità
e non invece la minuziosa sera
l’ombra fraterna che ci chiude gli occhi
già ne dissolva l’agitarsi breve
la mite sincronia, tutta la vana festa
che insieme a loro ora si spegne in un giardino.

da “Le città antiche ed altre poesie” GBE 2014

.

IL FONDALE

Il sole lascia quella traccia controluce
e un’improvvisa leggerezza
spinge chi scrive nella freschezza del tempo
una sera come tante
immaginata ancora una volta come un fondale
si affollano là dentro le voci le illusioni
forme della celeste malinconia le ascoltiamo
sature di stelle di intenzioni, e oltrepassiamo
il privilegio della stanchezza
la mancanza di un sogno di un gesto lieve
pieni di anni come siamo di parole perdute
di quei volti all’orizzonte che hanno sempre
una benevolenza senza fine per il nostro cuore.

inedita

.

MIRO GABRIELE vive a Roma. Ha pubblicato “Odi et amo” Ianua 1988, una traduzione di poesie di Catullo con prefazione di Luca Canali, e “Il Gaio Verso” Ianua 1992, antologia di autori latini. È stato inserito da Luca Canali in “I poeti della ginestra”, Lalli 1989. Ha vinto il premio internazionale Eugenio Montale nel 1992, ed è presente in “Sette poeti del premio Montale”, Scheiwiller 1993. Compare in “Vent’anni di poesia” 1982 – 2002, a cura di Maria Luisa Spaziani, Passigli 2002. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo “La Vita Incerta”, Valter Casini Editore. E’ autore, con Anna Maria Giannetto, del testo di latino per i licei “Navigare”, Zanichelli 2006. E’ stato finalista del Premio Lorenzo Montano nel 2006 e 2008. Nel 2014 ha pubblicato “Le città antiche e altre poesie” GBE Editoria, con prefazione di Alessandro Fo, segnalato al premio Montano 2015. Nel 2019 è uscito “Dentro lo sguardo” Ensemble edizioni.

 

.

Bill Dodd

2 ottobre 2020

Gli scenari di campagna e di città sono stati spesso in passato associati a due generi antitetici di poesia: quella di evasione e quella di impegno civile. Ma la natura sfregiata di oggi non ha più nulla di bucolico mentre i suoi sempre più frequenti cataclismi hanno smesso da tempo di suscitare il sentimento del sublime, per rientrare nella sfera del quotidiano e della banalità del male.

Bill Dodd è poeta della natura che appartiene alla feconda tradizione romantica inglese inaugurata da Wordsworth agli inizi dell’Ottocento, ma ora radicalmente mutata nei temi e nel linguaggio, sommessamente tradotta nella Stimmung ecologica odierna.

Presentiamo qui quattro sue poesie. Le prime due (“Relatività” e “Grecale”), semplici e brevi, ci mostrano l’antitesi classica fra quiete e tempesta: la leggiadra danza delle foglie in caduta e la violenza del vento che toglie il respiro.

La seconda coppia di poesie (più complesse e allegoriche) forma anch’essa una sorta di chiasma, attingendo a una dimensione metapoetica. Poiché al sapiente impasto del pane della prima lirica (“Pagnotta”), corrisponde lo sbriciolamento del testo poetico nella seconda (“Sogno dello scrittore”). Ed entrambe possono essere lette come metafore del poiein in senso lato.

“Pagnotta” è un componimento esemplare della poesia di Dodd: una sinestesia dettagliata ed estesa. Costituisce davvero un mondo a parte, un’allegoria del poema, ricca di echi letterari (Shakespeare, Donne, e altri): un impasto fragrante di suono e di senso, di frumento e di parola. L’offerta di un’ostia benefica: indubitabile nutrimento del corpo e dello spirito. Sul limite tra percezione e azione, coniuga natura e cultura in un unico dono, un raro sinolo di materia e forma, un impasto di perizia e di amore.

Nel “Sogno dello scrittore” invece, alla danza delle foglie subentra quella delle parole e la messa a fuoco passa decisamente dalla natura all’arte, dall’impasto dei grani alla levigatura e alla rastremazione del discorso. All’esercizio della spersonalizzazione e della cancellatura, a rischio di trovarsi di fronte al vuoto della pagina bianca e al fantasma dell’emozione. Come in una sorta di escursione sull’altra faccia del cielo, dove appare per un attimo la filigrana, la pura forma di luce, l’idea pura della poesia. Di cui la memoria può però solo preservare tracce, “brandelli e bucce di suono”, “chiazze di colori, borbottii”, da consegnare alla pazienza dell’ascolto, finché la pagina, come una foglia, torni a respirare, in attesa di uno scroscio di pioggia.

Ecco allora che natura e arte, ispirazione e tecnica, si ricompongono nell’improbabile miracolo del poema. Mentre la metafora del foglio/foglia che respira ci restituisce la chiave della poesia semplice e vibrante di Bill Dodd.

                                                                                                                                               Giuseppe Martella

***

Testi del poeta inglese Bill Dodd, traduzioni a fronte dell’autore

Relativity

Who says leaves fall?
They haven’t seen
the way this dawn
in a rash breeze
leaf after leaf
of the chestnut
turns cartwheels in the sky.

Hold tight! Feel the earth waltzing
onto each spinning leaf
crash-landing there
time and again
safely, softly.

Relatività

Chi dice che le foglie cadono?
Non hai visto come all’alba
nella spericolata brezza
foglia dopo foglia del castagno
piroetta, volteggia nel cielo!

Tienti stretto! Senti la terra
balzare su ogni foglia rotante
precipitando sopra volta a volta
toccando terra
soffice e sicura.

*

North-easterly

It slams planks, scuttles buckets
it threads every cranny of our home
with icy needles.

No truce.
It has come too far for such niceties.

It shrieks at us in strange tongues
we scamper before it like torn leaves.
We cannot even hold our breath
the wind has kidnapped it.

Grecale

sballotta assi, sparpaglia secchi
infila ogni fessura della nostra casa
con gelidi aghi

nessuna tregua

viene da troppo lontano
per tali sottigliezze

ci strilla in strane lingue
sgambettiamo davanti a lui
come foglie strappate

non riusciamo nemmeno
a trattenere il respiro
il vento l’ha rapito

*

Loaf

I watch the hunk of bread she baked,
craggy, erupting with seeds.
On one end there it stands,
a megalith of grains
an Easter Island torsoless head.

My hand clutches at the sight of it.
It wants to be balanced, shouldered,
hurled. No mineral has such
solid gravitas. Inside it went
palms’ moisture, knuckles’ torque
and stress. And her quiet persistent
desire to make taste beautiful.

And so it is. Taste visits your mouth
like a small goddess, a corn nymph
on a romp, in love with tongue.

Sit easy, let your teeth slowly
mill the grain again. Catch the whiff
of straw there in the aftertaste,
those ghosts of cumin, ginger, sesame.

Lick your fingertips to pick
crumbs from the tablecloth.
These are pearls that once
were ears of spelt. Each one
shaken away is a world lost.
There’s something about a loaf
won’t be denied. Call it
a brief completeness, a readiness
to be itself and then a crumb.
Or something that lends its name
to sharing. Use me! it says,
for god’s sake use your loaf!

Pagnotta

Guardo fresca dal forno
la tozza pagnotta,
rocciosa, che erutta semi.
Megalito di grani
sta su, in verticale
testa senza corpo
da maoi dell’Isola di Pasqua.

Solo a vederla la mano si stringe.
Vuol essere impugnata,
issata, scagliata. Mai minerale
vanta tanta solida gravitas.
Dentro di lei sono entrate
umidità di palmi, tensione e
torsione di nocche. E la tenace
pacata voglia della cuoca
di far del sapore bellezza.

E così è. Il gusto ti visita la bocca
come una piccola dea, ninfa del grano
vogliosa di lingua, in vena d’allegria.

Siediti calmo, lascia che i denti
macinino di nuovo lentamente il grano.
Senti l’olezzo di paglia
nel retrogusto, i fantasmi di
sesamo, zenzero, cumino.

Lecca la punta delle dita
e raccogli le briciole dalla tovaglia.
Quelle ora sono perle
che furono spighe di farro.
Con ognuno che butti via
perdi un mondo intero.

C’è qualcosa in una pagnotta
che respinge la negazione:
chiamalo una breve completezza,
il saper essere se stessa
poi lasciarsi sbriciolare.
O qualcosa che per destino
si lascia condividere.
Usami! dice, per l’amor di Dio,
adopera la tua pagnotta!

*

Dream of the Writer

                                        for Antony Osler

The first phrase danced
down six or seven lines
but the sense needed honing.

He took a razor to it
slashed adjectives
gutted predicates.

Blood of poetry poured out.
Too liquid.

Clotting was needed
syllables must tighten
into knuckles.

Butchery went on
till he faced the glare
of a bleached page,
ghosts of feeling
rushing for cover.

Nothing remained
but to cut deeper
into the fleeing spirit,
till he found himself
on the far side of poetry.

Not blank as he’d supposed
but like a watermark
come free of paper.

It leapt and spiralled
soared in arches
towards the pure form of light

only it was chill
within its movement
nothing his fingers could latch onto.

It was all memory could do
to get him back
through the white sheet
into his room.

There, scattered on the floor
scraps and peelings of sound
begged to be words again
to speak pieces of his heart—

carelessly even, through daubs
of colour, half-rhymes, mumbles.

The bare page was ready, breathing.

He heard its rustle and assented.

Sogno dello scrittore

Il primo fraseggio danzava
lungo sei o sette versi
ma il senso bisognava scolpirlo.

Egli prese il rasoio:
aggettivi furono falciati
predicati escissi.

Il sangue della poesia sgorgava,
ma troppo liquido.

Necessitava di aggrumarsi
sillabe dovevano stringersi
in nocche.

Il macello continuò fin quando
il poeta si trovò di fronte
al bagliore d’una pagina sbiancata
dove fantasmi d’emozione
scappavano alla ricerca di riparo.

Non gli rimaneva
che incidere sempre più
a fondo lo spirito in fuga,
fino a trovarsi
nell’al di là della poesia.

Se l’era immaginato vuoto.
Invece era come una filigrana
svincolatasi dalla carta.

Balzava, mulinava,
si lanciava attraverso archi
verso la forma pura della luce.

Solo che era gelido
dentro il suo movimento,
niente a cui le dita
gli si potessero allacciare.

A fatica la memoria riuscì
a riportarlo
attraverso il foglio bianco
nel suo studio.

Là, sparpagliati per terra
brandelli e bucce di suono
gli imploravano di poter tornare parole
di poter narrare brani del suo cuore—

pure sbadatamente
tramite chiazze di colore
mezze rime, borbottii.

La pagina nuda lo aspettava, ansimante.

Ne sentì il fruscio e acconsentì.

***

Bill Dodd è nato a Lancaster, G.B. Ha insegnato letteratura inglese per lunghi anni nelle università di Bologna e Siena (Arezzo). Ha pubblicato due volumi di poesie: Sightings (2015) e Voicings (2018).

Miro Gabriele

9 aprile 2020

 

“… poesia suggestiva, quella di Miro Gabriele, che ci fa accettare quasi con complicità la parola ’anima’. Con delicatissimi strumenti ci immette nel mistero, ci inserisce nella trama dei suoi ’fili invisibili’, sospesi fra le dita della sera’…” Maria Luisa Spaziani

*

 

 

dal libro “Le città antiche e altre poesie”  (GBE Editoria) prefazione di Alessandro Fo

 

Le rose di Porto

 

I

Limpida fra i passi quest’offerta
di noi che attraversiamo il giorno
nel silenzioso giardino, perfetta
l’opera per rinsaldare l’ombra,
senza memoria le stagioni
coprono l’abisso, la luce
è forte la rosa selvatica
oscilla nel miele delle ombre
intatto il vuoto azzurro il cielo chiaro
dove si sciolgono le nuvole.

 

 

II

Luminosa pietà si ricompone
nella distratta ombra, qui lo sforzo
di rendere il dolore più sottile
più intenso è stato
(il papavero splende sulla porta
una colomba si china a sfiorarlo)
Mani gentili
fate che il lampo di ogni breve vita
rischiari il cielo
dove ardono le rose, dove noi
nella luce che resta nella riva
d’occidente consumiamo i passi.

 

 

III

Nel giardino degli assenti
ombre irrequiete segnano la terra
i papaveri s’inclinano
sull’intonaco celeste e il soffio
in forma di colomba inghiotte
il fiore che recide l’affanno,
lo sguardo è netto il passo
parallelo, il sole scende
accanto alle piccole rose
accese come labbra lungo il muro,
e il buio già le spinge
nel grembo umido davanti a noi.

 

 

IV

Su questa soglia
nel flusso oscuro dei pensieri ecco
l’aperto disegno tutta la luce
che cola a fondo nelle vene
della pietra, solo la rosa
brilla con un lampo silenzioso,
da qualche parte il varco
un vuoto nella forma, il cielo
scorre dentro le parole,
e noi passiamo oltre
(forse nell’erba il profumo)
senza riuscire a vederlo.

 

 

V

Soltanto per caso quel giorno,
amica lieve che eri ancora
al culmine, provammo a ricomporre
l’ombra ma in un reticolo di crepe
minutissime era persa,
per quella astratta geografia eravamo
dove l’occulta rosa si sfaldava
nel vuoto della luce
non c’era intorno altro che
bagliore del marmo e nel lampo forse
per quei segni vaghi una sommessa
pietà di noi dello sciupato amore
del nostro viaggio così breve.

 

*

 

MIRO GABRIELE vive a Roma. Ha pubblicato “Odi et amo” Ianua 1988, una traduzione di poesie di Catullo con prefazione di Luca Canali, e “Il Gaio Verso” Ianua 1992, antologia di autori latini. È stato inserito da Luca Canali in “I poeti della ginestra”, Lalli 1989. Ha vinto il premio internazionale Eugenio Montale nel 1992, ed è presente in “Sette poeti del premio Montale”, Scheiwiller 1993. Compare in “Vent’anni di poesia” 1982 – 2002, a cura di Maria Luisa Spaziani, Passigli 2002. Nel 2004 ha pubblicato il romanzo “La Vita Incerta”, Valter Casini Editore. E’ autore, con Anna Maria Giannetto, del testo di latino per i licei “Navigare”, Zanichelli 2006. E’ stato finalista del Premio Lorenzo Montano nel 2006 e 2008. Nel 2014 ha pubblicato “Le città antiche e altre poesie” GBE Editoria, con prefazione di Alessandro Fo, segnalato al premio Montano 2015. Nel 2019 è uscito “Dentro lo sguardo” Ensemble edizioni.

Flavio Almerighi

12 dicembre 2019

 

selezione testi tratta da “Cerentari
Antologia 1998 – 2017 (con alcuni inediti)
pubblicata su “La dimora del tempo sospeso” per
Quaderni di RebStein
LXII. Giugno 2017

 

da Allegro Improvviso
(Ibiskos, 1999)

Tarda estate, primo pomeriggio

Figuriamoci
se agosto fosse stato infinito
e il moto ondoso in perenne bonaccia
riempito soltanto dalle anime morte
da esso assediate giorno e notte…
Fumare e dormire
il programma piatto che segue momenti
di grande vicinanza e comunicazione,
quando decidevi l’importanza del mio piacere,
un’esigenza superiore
alla precauzione estrema di non lasciare tracce.
Oggi dormirei volentieri su quel letto di gusci rotti
senza averti toccata
e sopra un altro più plausibile
di piume e molle, dopo l’ennesimo atto
di un nostro colloquio d’amore.
Che silenzio!
Alla ricerca affannante della felicità
nell’impresa disperata
di creare una sublime opera d’arte.
Il letto è composto,
le trame ordinate, abbinate
e il primo pomeriggio
tutto da riempire.

*

da Vie di Fuga
(Aletti, 2001)

Amelia Rosselli

Piano piano
sbocciano fiori fra i CD.
Si alzano
sfioriscono,
tu non puoi fare niente.
Bizzarra questa mente,
s’accende e poi si spegne.
Inventa
si nasconde,
indossa uno sleep
e si autoconsegna
al sonno esterno.
Salsa rossa trilingue
con pettini imburrati
roba da trattoria,
come l’offesa di dover vivere
che ti ha portata via
il tonfo di una poesia
affondò
anche i muri

*

da Amori al Tempo del Nasdaq
(Aletti, 2003)

A mia figlia

Paternità, verbo al presente,
come se li avessi inventati io
quei tuoi occhi così pieni di luce
e filati i capelli,
colorate le labbra
di ciliegie e sorrisi
progettate le mani come le mie.
Invece, imperfetto,
nemmeno ho descritto la gioia
di poterti stringere al petto
e le dita che ho
non sanno contare
il tempo rimasto
per restarti vicino.

*

da Coscienze di mulini a vento
(Gabrieli, 2006)

Tre sorrisi

Ho visto quel che non si vede,
ma non esiste ciò che ho visto.
Una brace illumina e ombreggia
volti sconosciuti che inseguono l’aurora
muovendo ai lati d’una scacchiera in stallo.
Chi sono io?
Non dovrei chiedermi,
ma sembro il sorriso scoccato dal palco
di un teatro mai aperto.
Potrei nascere dalla tomba
e raggiungere, camminando, mia madre
per rinfrescarle in viso il gelido make up,
ripensare seriamente al volo.
Sorrido. Soltanto il desiderio
rifà profilo alle cose,
tutti sono ritorni.
Che sia riagguantare lo sfuggito
con il morso di un cavallo scosso,
che sia su strade poco illuminate.
Chi sono io?
(altro sorriso)
Amarsi è l’incontro con qualcuno
che sappia rompere il silenzio.

*

da durante il dopocristo
(Tempo al Libro, 2007)

Otto Giugno 2007,

tra una versione definitiva
e l’altra della vita
corrono strazi paralleli
riempiti di terriccio e formicai
a tirar rosari, somme e pareggi
che non rendono pari dignità
a un tramonto di classe.
[Guardava cani sui tetti,
anche allora sapeva di non vivere.
Già dall’Ottanta la sua anima
desiderava esequie vichinghe,
ma si sentì grande quel giorno,
quando, sulle rovine di Ninive,
trovò un cancello.]
L’arte sepolcrale
rasenta a volte l’imperfezione
non sono ritocchi, ma rintocchi
quelli d’ala al messaggero,
ad avere cura di,
orgogliosi per avere scalato
una ziqqurat caduta.

*

da qui è Lontano
(Tempo al Libro, 2010)

Apocrifi

sull’estremo promontorio in brandelli
il vestito incollato ai polpacci,
l’epica di capelli storti dal vento
e palpebre incollate alla fronte,
perché lunga è aspettare i feriti
e ritorni caduti nei fossi,
preghiere di fatto – grida scosse
e minime note di piano,
fresche non scadute, subito dimenticate,
piove e arrugginiscono, baciatele prego
che non si sa più se sono carta o penna,
e di quali rami sono vestite,
i poeti seducono prassi,
allontanano il senso alle cose
per seminare pezzi e nascerne altri,
lanciano sassate imprecanti ai cantieri,
sfollano penisole e fenditure
perché hanno facce da gitanti apocrifi

*

da Voce dei miei occhi
(Fermenti, 2011)

Voce dei miei occhi

Oggi passerà alla storia
per i primi tratti di rondini
nascoste dopo un anno,
mi panegirico pensando
forse potrò sopportarmi
ancora un altro poco,
magari per poco
valeva la pena, penso
di tutto quanto il gelo
dagli schiaffi cattivi
e per quello che verrà,
aspettare e aspettare
per sentirne ancora.

*

da Procellaria (Fermenti, 2013)

Storm Petrel (Xenos Books, 2017)

Rosso d’uva

Questa notte un uomo
col ghigno
di un’acquasantiera
mi ha gettato
un giornale in faccia
poi mi ha accoltellato,
rosso d’uva
il sangue corre
dove non è mai stato
mi porta dietro,
quanto silenzio – penso
mentre muoio
e mi sveglio.

*

da Sono le tre
(LietoColle, 2013)

A volte mi perdo in stazione

treni in ritardo consentono deflagranti letture

A volte mi perdo in stazione
negli occhi di un cane
illuminanti sullo stato
di salute e precarietà,
avessi trascorso tutta la vita
ad aggiustare parole
non mi sarei reso conto
della storia andata in replica,
del saluto nel bacio
della gratitudine al tempo reso
prima dell’arrivo
e alla prossima partenza.

 

*

da Caleranno i vandali
(Samuele Editore, 2015)

memorie di un pulitore di carrozze

sabato,
il sacco nero pesa vuoto
come la notte intorno,
trovo inutile controllare l’ora
come qualche raro viaggiatore
fa con l’unica voglia di partire
senza dire dove scenderà
le tendine ferme
divaricate poco più chiare
la stagione infinita,
io non godo le stelle
all’uscita prendo un po’ d’aria
prima di un’altra vettura
l’ultima parte per prima,
debbo smontare in fretta
non mi armo, me ne andrò
con la mia raccolta
di vuoti a perdere.
I bambini dormono
offesi perché nati,
se sono qui m’immagino
che non è finita,
l’anima nel sacco nero
conserva leggerezza
sotto le spalle indolenzite.

*

da INEDITI (2016 – 2017)

Clara vive sola

una sera
Clara ha raccontato la storia
di chi l’ha baciata
dentro un armadio,
mentre scriveva nascosta
dietro ante semi aperte
seduta sulla naftalina,
la luce andava,
venivano nubi veloci,
al buio la carta
brillante come richiamo.
Solo chi è stato là
sa di cosa si parla,
quali siano stati
gli abiti che indossava.
Mia madre
non poteva avere figli,
le sono nato io
che ho rapito Clara,
ma i suoi occhi,
quando voleva aprirli,
sapevano scrutare oltre.
Il candore dello zucchero
è dissolto il velo.

*

C E R E N T A R I
Antologia 1998 – 2017 (con alcuni inediti)

*

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia Allegro Improvviso (Ibiskos 1999), Vie di Fuga (Aletti, 2002), Amori al tempo del Nasdaq (Aletti 2003), Coscienze di mulini a vento (Gabrieli 2007), durante il dopocristo (Tempo al Libro 2008), qui è Lontano (Tempo al Libro, 2010), Voce dei miei occhi (Fermenti, 2011) Procellaria (Fermenti, 2013), Caleranno i Vandali (Samuele, 2016), Storm Petrel (edizione bilingue di Procellaria, Xenos Books Los Angeles 2017 traduzione di Steven Grieco). E’ presente in rete con il blog amArgine (https://almerighi.wordpress.com/).

Annalisa Rodeghiero

7 dicembre 2019

[…]… “la poesia è un andare oltre, è una realtà” altra”. E’ un modo di sentire più che un modo di pensare, esplorando i recessi profondi dell’anima, è un ponte tra il dicibile e l’inesprimibile, tra il sensibile e l’insondabile”…

Annalisa Rodeghiero

inediti

 

I

 

L’origine stava nel nome pronunciato

come un’eco ridondante

sotto le vertebre – se le vertebre

s’erano incurvate a trattenere l’anima

che non volasse troppo in alto, era

nella fisiologia del sostegno,

stretta la carne nell’evoluzione.

Ma l’anima- almeno l’anima

sentivo svincolata dai confini,

l’anima sapeva la sua rivoluzione.

 

*

 

II

 

A lungo ho cercato nelle radici

intricate del sottobosco il senso-

ho offerto il fianco di resina al tronco

nello svincolarsi dell’alba dai sassi.

Senza misura sono risalita

incontro alla neve copiosa di promesse

mantenute nel mese più breve-

ho ascoltato ogni sua verità nel palmo.

La verità si rivela nel palmo.

 

*

 

III

 

Tuttavia ci vedevano vivi e non sapevano

né mai sapranno l’afasìa di certe notti

senza dorsi di luce sulla nuca

né tu mi dirai domani al risveglio

il nome, il nome io non ti dirò- non lo sentiranno

le madri e i figli dormiranno un sonno rispettato.

Come fossero, dei semi, l’ultimo.

E mai si arrende in noi questo volare inquieto.

 

*

 

IV

 

In fondo siamo noi a decidere le altezze

come fosse lecito dare dimensione all’anima,

corso al fiume o all’argine perimetro.

Così, oltre la tenda

si svelerà straniera terra -né mia, né tua –

nel volo incompleto delle tortore.

Appagato interamente- solo il bisogno minimo,

un colloquio di respiri sulla fronte.

 

*

 

Annalisa Rodeghiero è nata ad Asiago e vive a Padova dove si è laureata in Scienze Biologiche.
Ha pubblicato Percorrimi tutta (Art&print 2013), Di spalle al tempo (Venilia Editrice di Natale Luzzagni, 2015 con prefazione di Stefano Valentini, Versodove (Ed. Blu di Prussia, 2015 con prefazione di Nazario Pardini) e Incipit (Ed. Stravagario 2019 con prefazione di Giacomo Vit), tutti premiati in prestigiosi concorsi nazionali e internazionali.
Ha ottenuto numerosissimi riconoscimenti anche con l’inedito rientrando spesso tra i vincitori.
È presente con altri autori in Antologie di prestigio: Leucade Antologia poetica a tema IL PADRE di Nazario Pardini, Il segreto delle fragole 2018 Agenda Poetica (LietoColle), Lunario in versi (11 poeti italiani) iPoet 2018 di LietoColle, Antologia proustiana Una notte magica, magie e cunicoli spaziotemporali di La Recherche curata da Giuliano Brenna e Roberto Maggiani.
Sue poesie e note critiche di testi sono contenute nel IV volume “Lettura di testi di autori contemporanei” curato da Nazario Pardini.Collabora con riviste letterarie nazionali cartacee e on line con note critiche e testi poetici.

Guglielmo Aprile

24 ottobre 2019

 

 

Guglielmo Aprile – testi scelti dalla raccolta Elleboro (Ed.Terra d’Ulivi 2019)

*

Sipario

Adoriamo un sipario,
un capriccioso bestiario fantastico
istoriato su un parasole:
ha gioco facile
sui nostri sensi infantili
l’arte delle miniature
che ricama leziose efflorescenze
a margine di un decreto,
il vento inciampa fra i drappi sfrangiati,
l’occhio resta a lungo ipnotizzato
dalla farfalla delle insegne al neon
di materiale elettrico cinese;

il gioco finisce quando
la modella ritratta
si scolla dalla tela, scende dal cavalletto
e ci rivela che non ci ha mai amato:
le nuvole di vetro vanno in pezzi,
evapora la firma
sulla parcella ancora non corrisposta.

*

Ammonimento

Nell’area delle vecchie concerie
a una certa ora si alza
una nebbia che spaventa gli uccelli;

colla sotto il palato
di fronte alla sfida delle grandi vette,
siate umili
quando il mare vi convoca in udienza;
la sede ottocentesca
delle Poste appena fa scuro assume
un’aria accigliata, contrae
le sue mascelle massicce: evitate
la sfrontatezza di fissarla,
di porle domande direttamente,

tenete sempre a mente
la sproporzione
tra il chicco di senape
e gli ettari di regno che ancora non ha ereditato.

*

Errori di miopia

Se la vettura dell’Aci ha attivato
i suoi segnalatori fluorescenti
c’è stato un incidente.

La luna è una crosta di pane vecchio,
ma la distanza inganna:
la scambiamo per una dea al bagno,
dalle natiche di porcellana.

Il lontano ci adesca,
le ore trascorse da piccoli ad abbracciare isole
le paghiamo oggi,
chi ha come hobby il modellismo

manca, in genere, di obiettività;
tutti i bambini saranno mutati in statue
appena immaginano
cosa ci sia

in cima al mandorlo.

*

Ballo in maschera

Ci aggrappiamo ai paraventi,
addobbiamo di sciarpe calde e soffici
e palloncini colorati
la carcassa dell’alligatore,
cercando alibi
alla lastra trovata rotta;
collezioniamo chincaglierie varie,
graziose barchette di cartapesta,
dipingiamo a tinte vivaci i cateteri,
esploriamo cesti di frutta finta
travestiti da insetti

e intanto il vento di Dio
sbrana le vie.

Alle spalle della collina nera
ci inabissiamo, con nient’altro indosso
che un rumore di marmitte truccate.

*

L’essenza

I fanali delle auto disegnano paesaggi
che ci sembra di aver già visto altre volte
La primavera sparge odore di sperma
su sterminati campi di segale e piume d’oca
che riempiranno materassi
Il futuro del mondo nelle sacche scrotali
Confezioni di giochi elettronici fabbricati ad Hong Kong
attendono di entrare in commercio
L’animale non sa cosa sia la noia
mentre noi stiamo attenti a evitare le frasi fatte
e neanche ci accostiamo ai vestiti usati
Le donne si cospargono i gomiti di clorofilla
Nuovi modelli ogni settimana
di passeggini e articoli per l’infanzia
si danno il cambio nei negozi specializzati
Nei grandi alberghi i montacarichi non si fermano mai
di ripetere a memoria i teoremi di Euclide
Non hanno un attimo di pausa le mascelle dei coleotteri
La ruota dentata si fa largo fra corpi e pianto
L’immagine all’interno del quadro
è diversa ogni mattina
Ma la cornice rimane invariata

*

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra cui Il dio che vaga col vento (Puntoacapo, 2008), Primavera indomabile danza (Oedipus, 2014), L’assedio di Famagosta (LietoColle, 2015), Calypso (Oedipus, 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi, 2018), I masticatori di stagnola (LietoColle, 2018), Il giardiniere cieco (Transeuropa, 2019), La strage di aquiloni (Robin, 2019), Elleboro (Terra d’Ulivi, 2019).

Irene Sabetta

19 settembre 2019

 

Irene Sabetta da Inconcludendo (EscaMontage 2018) e tre inediti

Inconcludendo

Osservando con attenzione
il caleidoscopio sul davanzale
mi frango.
Ci sono mille e più ragioni
per essere così o così.
E altre mille per non esserlo affatto.
Dispendioso scegliere il pronome oggetto
per suffissarlo al verbo.
Non in ogni istante è possibile.
E poi c’è sempre tempo per.
Troppe, troppo poche persone
Ad ascoltarmi cantare dal palco.
E anche la scelta del femminile
o del maschile,
dell’avverbio o dell’aggettivo
non mi sembra cosa da poco.
Per non parlare delle quantità,
delle qualità, delle proprietà
e dei mutamenti fonetici.
Nella grattugia telematica
sciogliere inoltre il dilemma del prefisso:
im- in- o i-?

 

Nel segno del «dilemma del prefisso», Inconcludendo, plaquette di  Irene Sabetta, acquista vigore là dove la forma poetica diventa epifania di ciò che vorrei chiamare ‘la dolente indolenza della contemporaneità’. È allora che, liberandosi dai grumi e dai tic incontrollati del tributo, la forma, divenuta più sorvegliata, sa fondere, di-vertire, mescidare e fecondamente mutare di senso e funzioni fenomenologie del quotidiano e incontri letterari – anch’essi, per molti versi, parte integrante del quotidiano dell’autrice, insegnante di lingua e letteratura inglese –, tanto da giungere a creare una interessante mitopoiesi, insieme familiare e straniante. A. M. Curci qui

 

*

 

tre inediti

 

Mezza estate

Quando a inizio estate
il corpo malato del mondo
esala odore d’acqua sfatta,
il cimitero è il luogo migliore
per passarci le vacanze.
Perché i morti ci aiutano
a capire
quello che Newton non ci ha spiegato.
Le stelle appuntate
alla volta buia del dormiveglia
pungono l’aria sul terrazzo
dove la cura dei gerani
lenisce la smania di capire.
Nel vuoto dell’estate
la sorpresa per la chiazza
di bagnato sull’asfalto
e la noia per la legge
del più forte
assediano le ore
postmeridiane
alla velocità oziosa
di un motore spento.

*

Palmarola

Il vuoto scavato
dal vento nelle rocce
ha la profondità
dell’ombelico
che moltiplica il centro
in un mulinello
di punti multiformi.
Capre e ginestre
intrecciano le rotte dei delfini
che sanno sempre dove andare
e i rami della vite e del mirto
fanno macchia con l’azzurro
del mare
che ci lega.

*

Sera d’estate
(lungo mare)

Quando il mare
sovrasta le tue minime
incerte possibilità di cognizione
e i racconti delle inondazioni
dilatano il tuo senso della vastità
oltre ogni limite consentito dallo spazio,
un’immagine sfocata ma ancora percepibile…
Quando la sera è più dolce di quella volta che…
(non parlarne con nessuno).
E ti cerchi e non ti trovi
ma l’aria intorno profuma di te e dei tuoi sogni,
allora è là che ti senti di stare,
sul lungo mare,
fingendo di non conoscerti,
tra la folla dei passanti
che leccano il gelato e non parlano di Michelangelo.
Immobile e felice e sazio in una scena dipinta
come quella volta che…

(a Gaeta, estate 2018)

 

Irene Sabetta vive ad Alatri dove insegna inglese al liceo. Quando non cammina scrive poesie e molte di esse sono presenti in antologie  curate da vari editori. Nel 2015, si è classificata prima al concorso Augusto Tacca e, nel 2017, è stata finalista al Festival della Lentezza con un racconto breve e ottenuto una menzione al premio  Don Luigi Di Liegro.  La casa editrice LietoColle ha scelto alcune sue poesie per l’Antologia iPoet 2018 e per l’ Agenda poetica Il segreto delle fragole. Sempre nel 2018 ha pubblicato una plaquette dal titolo Inconcludendo con l’editore Escamontage e ha ricevuto una menzione d’onore al premio Lorenzo Montano per la prosa Sogno horror. Nel 2019 è stata finalista al premio Costruire la Città Terrestre e la sua raccolta inedita Nomi cose città ha ricevuto una segnalazione al Premio Montano. Suoi testi sparsi si trovano sulla rete (Poetarum Silva, Patrialetteratura, Neobar, Gateway to the fourth dimension, I poeti del parco). Collabora con il sito Atlante delle residenze creative di Tiziana Colusso ed è presente nel volume Residenze e Resistenze creative con un saggio sullo studio di F. Bacon.

Francesco Sassetto

18 luglio 2019

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“La poesia di Francesco Sassetto è la testimonianza di una strenua resistenza al dilavamento interiore umano reso dall’assunzione abituale di un mondo che s’impone per gelida grettezza, paradosso, ingiustizia. Attraverso la parola, l’autore, dona voce a un campionamento rilevato in campo quotidiano, fatto di lotta per la sopravvivenza. Intimista e colloquiale, il poeta si lascia avvicinare attraverso immagini malinconicamente attive che s’infiltrano nel lettore come dosi omeopatiche di un veleno attivato alla denuncia, comunque propulsore di speranza reattiva. Lo sguardo parte dal sé per posarsi sulla folla di sentimenti che uno a uno ci riguardano tutti e che, attraverso i suoi versi, trovano strada per non essere eternamente riconsegnati a un altrove fatto di coscienza distratta e latente solitudine.” Doris Emilia Bragagnini

“Che Francesco Sassetto fosse una delle voci più forti della poesia civile contemporanea, intesa nel senso migliore del termine, era già emerso con chiarezza dalle precedenti raccolte Ad un casello impreciso (Valentina Editrice, 2010) e Background (Dot.com Press, 2012); Stranieri, la nuova raccolta dell’autore veneziano edita nuovamente per Valentina Editrice, è dunque una conferma importante, approfondisce molte delle tematiche delle opere che l’hanno preceduta e al tempo stesso delinea ancora con maggiore nitidezza lo spessore ed il valore della poesia di Sassetto…” Francesco Tomada su Perigeion

testi dalla raccolta “Ad un casello impreciso”, Padova, Valentina Editrice, 2010

Io sono rimasto a queste calli

Sono finite le strade del tempo
ragazzo – un lume appena di memoria
che si spegne – quando avevo negli occhi
lo stupore dei libri e le notti tutte da inventare
e molte carte e parole e giorni lunghi da sprecare.
Imparavo l’amore allora a poco a poco,
sognavo quel dolce fuoco, i baci e le promesse
di una vita da correre alla luce
del suo viso sorridente di ragazza. E furono ore
di sole alto davvero, di lunghi
sguardi oltre il cancello delle ciglia,
conobbi l’abbraccio di due anime
accanto. Più tardi ho saputo il suo strazio.

Gli altri sono andati, hanno fatto figli
un po’ per amore un po’ perché si fanno,
qualcuno è caduto nell’orrore delle pistole
giustiziere, degli aghi nelle vene.
Di tanti – oggi – ricordo appena il nome.

E il cielo si chiude, si fa nero, il breve
gioco delle nuvole in viaggio
adesso stringe in gola.

Io sono rimasto a quest’acqua verdastra
di laguna, ai suoi giochi eterni
di riflessi che dissolvono palazzi
in un brusìo di coriandoli impazziti.
Sono rimasto a questi muri scrostati
da un’aria di sale che, giorno per giorno,
li sfarina, a queste calli che so a memoria
e ripetono i miei passi su se stessi
nell’assurdo girotondo che per celia
noi diciamo storia.

Con un fragore muto d’anni senza volto
alle mie spalle e, in fondo,
la sirena spalancata nel fumo
di Marghera,
continuare,
è questa, dunque,
la mia,
la nostra pena.

*

Precari della scuola

…eccomi su questo treno
carico tristemente di impiegati,
come per scherzo, bianco di stanchezza,
eccomi a sudare il mio stipendio

Pier Paolo Pasolini

Noi siamo quelli che partono di notte, il vagone
sporco del regionale delle sei e venti ci carica
dagli imbuti neri dell’inverno di strade
senza nome, stralunati e lenti, le bocche
livide che stentano a parlare impastate
di sonno e caffè bevuto in fretta.

Noi siamo quelli che si possono cambiare,
i disponibili, i tappabuchi della scuola, quelli
che possono aspettare, che non lasciano
memoria, nomi senza volto e senza storia
a settembre in classe
a giugno fuori dal portone,
pedine d’una cinica scacchiera sgangherata
che vuole il pregio di dirsi istituzione.

Abbiamo dignità ferita e figli e affitti
da pagare, crocifissi da ordinanze e circolari
in perpetuo moto, veniamo sempre dopo
e presto spariremo cancellati nella gabbia
del contratto a scadenza prefissata,
abbiamo il presente, mai il futuro, noi offesi
senza più nemmeno la forza dello sdegno,
senza articolo diciotto o sindacato.

E qualche stracciato manifesto è tutto quel che resta
al muro di un’antica rabbia.

Sonnecchiamo, ritornando, al tempo fiacco
del vagone e parliamo della scuola e della casa,
se ci sarà lavoro l’anno venturo, sapendo già
che non ci rivedremo tutti dentro a questo
treno che dice polvere e stanchezza e rode
ore troppo lente, noi insieme adesso per sola
coincidenza e breve, noi esperti
dell’avvicendamento, professionisti del cambiamento
dove non cambia niente.

*

Le ragazze per noi

Le ragazze stanno là, stanno sulle strade
e nelle case, nell’ora che il cielo
si nasconde e i profili dei paganti
s’allungano in ombre cupe sull’asfalto.

Le hanno portate da terre distanti dove cresce
immensa la rovina, caricate su carri e barche
da bestiame come portarono un tempo
gli innocenti nei campi che oggi
si va con occhi di dolore a visitare.
Anch’esse una razza minore, buona
per il nostro pasto proibito,
il nostro piccolo orrore.

Le hanno portate per le nostre società avanzate
mercanti delegati dai nostri conti in banca,
con l’inganno, la minaccia ed il coltello,
spedite da bestie senza faccia
per noi che ritiriamo i pacchi, noi
signori della civiltà.
Di loro solo più vigliacchi.

Le hanno portate per la nostra distrazione
fuori porta, per noi che abbiamo libertà, denaro
e leggi di mercato, che sappiamo il gioco
della domanda e dell’offerta, uomini
di lavoro e dignità.

Le ragazze stanno là, sulle nostre strade,
nelle nostre case, invisibili e presenti
nel coro ronzante dei pensieri,
domenica il pranzo coi parenti,
lunedì al lavoro.
E il sabato, la sera, insieme a loro,
per un’ora soltanto, un brivido
di corsa. Poi si torna di nuovo
alle famiglie, alle nostre stanze larghe
di luce sorridente.

Le ragazze stanno ancora là
fino alla notte.
Affogano nel buio lentamente.

*

E si cerca l’amore

E si cerca l’amore disperatamente,
che sia giusto o sbagliato, l’amore comunque
dovunque, qualcosa che ne abbia
il sapore, l’amore nelle case
degli altri, negli occhi indaffarati
della ragazza del bar,
nei treni affollati di silenzi.
L’amore che dia consistenza all’ombra
che siamo, al fumo delle nostre parole,
l’amore che bruci la sera che viene
ogni sera come un grido taciuto,
una scadenza in attesa.

E si cerca a terra perché siamo di terra
e il cielo è solo un lago silente
di quiete lontana.
Che non ci appartiene.

A volte è un trastullo, un gioco innocente,
una mano veloce di carte,
ma quando è davvero è il sole di giugno
che ci porta il grano, muove i passi
e le mani, spalanca le porte socchiuse.

E si corre allora e lasciamo alle spalle
le stanze mancate o perdute,
le stazioni deluse.

Perché noi cerchiamo l’amore che si prende
e si dona senza ragione, senza certezza
alcuna, così dolce e vitale
com’è l’acqua che salva dall’arsura,
la bella stagione che toglie il fiato e regala
il respiro, che accende negli occhi
fatti stanchi
il sorriso del sogno che infutura.

 

*****

:

dalla raccolta “Background“, Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012

Cinquant’anni di treni e di stazioni, partenze
e ritorni, labirinti di calli, incerte direzioni,
adesso qua
a contare i giorni e le ore che vanno via da sole
nella pioggia che cade
fuori e dentro di me.

Cresciuto ad ansiolitici, De Andrè e letteratura
con tutte le parole dimenticate e le mani
gelate, con troppe favole rimaste nelle tasche,
affacciato ancora al solito balcone a guardare

questa notte che sale.

Sempre in bilico tra allegria e ansietà, illusione
e realtà, coi piedi piantati sulla terra e gli occhi
alle nuvole che vanno
a cercare invano
di sbrogliare questo intrico di rovi
tra ferite e bellezza, con la fede antica
di chi cammina senza alcuna certezza
né verità da poter regalare.

Testardo ancora a viaggiare senza occhiali da sole
né Ipod alle orecchie per ascoltare osservare
senza silenziatore
questo desolato teatro che non mi appartiene
e mi gira attorno, questa sorridente disperata
umanità che si muove in branco
con il navigatore.

E sono stanco e forse hai ragione tu
forse è vero
che non sorrido più come una volta,
finito chissà dove quel mio ritaglio di sole
buono a levare dagli occhi un po’
della polvere che s’alza dallo sciagurato
carosello quotidiano, dall’ondata di indifferenza
e ignoranza che monta ogni giorno più forte,
grida ed avvolge di vuoto e tracotanza.

Anche i sorrisi i sogni
hanno una scadenza.

*

Oggi a scuola c’è Foscolo

da spiegare, oggi tocca il sonetto della sera
e io non so
come potrò dire ai miei tredicenni cos’è
davvero questa sera
quest’ombra di silenzio e di spavento,
la fatal quiete, il nulla eterno che anch’io
sto a guardare dal balcone
e la luna spenta
nella polvere incolore del suo alone

accendo un’altra sigaretta e metto qualche verso
sulla carta
filo più evanescente del fumo
che si allarga nella penombra della stanza.

Dire questo a loro che la sera hanno la playstation
e le partite sul satellitare insieme al padre a gridare
per quel rigore evidente
la madre sola in altra stanza
davanti alla centesima puntata di chissà quale
storia d’amore travolgente
e il pranzo di Natale
con gli amici e i parenti nel salotto
abbagliato da lampade al quarzo e divani bianchi
e il quadro di Cascella che è stato un vero affare

no, io questa sera davvero
non la so spiegare ai miei adolescenti
del nuovo millennio,
con le magliette firmate e l’allenatore,
la faccia incolpevole e beata, la cameretta
col computer personale, le feste, le vacanze assicurate
la vita
perennemente illuminata.

*

Background

Dipende da dove che ti vien, da l’aria
respirada da putèlo, le vose i oci
che te xe entrài dentro e se ga inciodà,
le man indurìe de me pare, le onge col nero
de i feri che no va più via, le so storie
de cavi e ascensori da montar in quela dita
deventada multinazionàl
e l’amigo cascà
da l’impalcadura, brusà ne la calçe viva,
’na note in bianco e po’ el sciopero e la paura
de perdar el posto.

Dipende da mia mama maestra a vint’ani
ne le campagne de Pianiga, miseria
e litorina a le sie e bicicletta par chilometri
de giasso e sassi, el paltò, sempre quelo,
revoltà e messo a posto
e i fioi de i contadini,
trentaquatro putèli strucài nel magazèn
co la stùa a carbon, da insegnarghe
a scrivar e contar, a parlar,

e ’na paga che no rivava al vintisete.

Dipende da le case abitàe insieme a èla, oci
che rideva, afito e precariato, magnàr
e bolete da pagar, no ghe xe schèi ’sto mese
par la paruchiera, fa gnente, amor,
ti xe bela lo stesso
fa gnente,
ma queli oci de sol se velava
e la strada tirava in salita.

E la piova che passa i copi roti e riva al sofito,
casca le giosse in camera da leto, ti ghe meti
soto un caìn e ti buti l’ocio a quando
che ’l xe pièn
e restemo in quela casa
in nero e malsana perché l’afito xe bon,
ghe la femo, restemo e sognemo
’na casa megio, un lavoro sicuro, quel viagio
a Parigi rimandà ogni ano a l’ano dopo.

E riva un giorno che ti ghe mòi de sognar, ti te alzi
de note a svodàr el caìn
ti tachi a porconàr
e i sorrisi pian pian se destùa, ti xe stufo
de ’ndar sempre in salita, ti te ricordi
de to pare e to mare
le to raìse impastàe
de amor e fadiga, quel seme duro piantà
tra stomego e cuor, la to vita
el to specio.

*****

;

testi dalla raccolta “Stranieri, Padova, Valentina Editrice, 2017

Natale 2014

Dovrei smettere di fumare, ho due stent piantati nel cuore e
il fumo fa male e anche questo mattino di luce imprecisa,
andare e tornare ogni giorno uguale
stanca e fa male.

Accanto una donna mi accompagna e sorride, ci diamo
la mano quando il respiro manca e ci sono ancora scale
da fare e non so se costa più fatica scendere o salire
nel breve tempo che rimane, quanto tempo avanza
me lo chiedo a ogni risveglio
e come sarà l’ultimo sguardo,
una contrazione, un pallore e basta,
schianto o scivolamento
l’ho visto negli occhi di mia madre
questo andare via definitivo, nella sua mano che si allentava
come quando il pensiero è altrove e nulla più rimane.

Le strade piene di gente, si sale a massa sul bus
delle sette che ingoia odori di lingue diverse, voci
straniere nel silenzio di gelo di un’alba ancestrale o
preludio di una fine, teste chine, occhi smarriti,

un padre insegna al figlio a tirare bene i pugni,
perline e collanine, tatuaggi, anelli alle narici,
geroglifici insondabili, labirinti di solitudini allo specchio,
iphone e cellulari, assenza di connessione, nessuna
lingua comune tra i viaggiatori, un ruminare sordo
i detriti di un alfabeto in estinzione, uno scossone,
stridore di gomme sull’asfalto bagnato alla fermata.

Si scende, si va tutti nella corsa elettrica quotidiana, si va al lavoro,
si dorme, si mangia, a volte si fa l’amore
qualcuno sogna ancora qualcosa o solo intravvede
nella notte ombre di passaggio, fantasmi
di altre età, residui da eliminare con lo spazzolino e
il filo interdentale qualcuno dice

che dovrà arrivare un salvatore
lo dico anch’io

ma temo giunga un altro carnefice sorridente,
messia di qualche nuova forma del dolore.

*

Riabilitazione cardiologica

Noi che stiamo qua siamo i salvati, redenti da tecnologia
angioplastica, fortuna o destino, dallo sguardo
benevolo di qualche dio,
scampati ad infarto od ischemìa.

Graziati da morte improvvisa e anticipata, ora da riabilitare,
cardioaspirina e allegria, noi qua si ride, si balla
sui tapis roulants al tempo di Macarena e Vita Loca
a corsa controllata, monitorati da Holter ed Ecg, oggi
a tempo quattro dieci minuti
domani cinque per venti.

Noi miracolati, con due, tre, cinque stent nel cuore e
un futuro nuovo, un altro respiro ancora.

Gli altri stanno di sotto, nelle sale bianche
di emodinamica e rianimazione.

Ci guardano ogni mattina salire al piano superiore.

*

La bufera che viene

… in una bocca che chiede in italiano con accento albanese
qualcosa che non si può rifiutare, e non solo per ragione morale…
… ma perché sta scadendo la cambiale
dei popoli che non hanno neanche il pane

Gianni D’Elia

Sentila, sentila bene anche tu la bufera che viene,
questa tempesta straniera che preme,
che avanza dall’est, dal sud della fame
e sbarca alla vigna ubertosa
dei signori d’Europa e vuole
il lavoro e la casa
e vuole una fetta del sole
che accarezza quest’aiuola felice
del mondo.

E il piccolo uomo che cura le rose
del proprio giardino
si fa adesso feroce ed affila le unghie
e spranga porte e balconi, alza la voce,
vuole leggi e pistole e cani e cancelli
a difesa del suo metro di terra.

E l’aria già odora di guerra.

*

Ai respinti di Lampedusa il popolo italiano
porge sentite condoglianze (3 ottobre 2013)

Alta sui naufragi / dai belvedere delle torri /
china e distante sugli elementi del disastro /
delle cose che accadono al disopra delle parole /
celebrative del nulla / lungo un facile vento /
di sazietà, di impunità /… / la maggioranza sta.

Fabrizio De Andrè

Da giorni sui giornali, a pagine intere colorate, su Youtube,
alla tivù le ricostruzioni, le scene minuto
per minuto dell’accadimento
per il dovere di informare, con il gusto
antico della pietà a buon mercato
e dell’accanimento.

Così il popolo italiano può levare ad alta voce
angoscia sdegno smarrimento
e girare un’altra pagina dell’orrore abituale, dopo
il pianto unanime sul disastro immane si può tornare
all’IMU, alle funzioni del nuovo cellulare,
alle partite sul satellitare.

Il popolo italiano sempre innocente, sono loro, quelli che stanno
al Governo e in Parlamento, che hanno fatto le leggi
sui respingimenti
loro hanno firmato i trattati con Gheddafi

e po’ xe ciaro che tuta ‘sta gente
qua no ghe pol star.

I ve lo ga dito sento volte de molàrghela de impegnìr
quei barconi a tòchi par sercàr qua un Eldorado
che ve insogné

ve l’hanno ripetuto cento volte che per voi
non c’è né casa né lavoro
la crisi è globale, le fabbriche
chiudono o vanno da altre parti
per voi qua
non c’è niente da fare.
Sì, lo sappiamo che scappate dal terrore del fuoco e della fame,
da epidemie e carestie e sabbia che s’inghiotte tutto,
dai pozzi d’acqua recintati da mitragliatrici
ma noiàltri cossa podémo far?

Noi restiamo sgomenti a contemplare
le scarpette a galla, le bianche file
delle bare e spargiamo lacrime e fiori
sui vostri corpi in fondo
al nostro mare che somiglia ormai a un cimitero
una discarica ancora da colmare.

Noi dalle nostre rive sfogliamo stancamente il giornale
che già annuncia altri barconi in avvicinamento, assuefatti
alla compassione ad intermittenza
coristi del coro
che grida forte e freme

e tace nuovamente il giorno dopo.

*****

 

Francesco Sassetto risiede a Venezia, dove è nato nel 1961. Si è laureato in Lettere nel 1987 presso l’Università “Ca’ Foscari” di Venezia con una tesi sul commento trecentesco di Francesco da Buti alla Commedia dantesca, pubblicata nel 1993 dall’editore Il Cardo di Venezia con il titolo La biblioteca di Francesco da Buti interprete di Dante.

Ha collaborato in qualità di cultore della materia alla cattedra di Filologia Dantesca ed ha conseguito nel 1998 il titolo di dottore di ricerca in “Filologia e Tecniche dell’Interpretazione”. Insegna Lettere presso il C.t.p. (Centro territoriale per l’educazione in età adulta) di Mestre.

Scrive componimenti in  lingua e in dialetto veneziano che hanno ricevuto  premi e segnalazioni.

Ha partecipato a presentazioni, incontri e pubbliche letture di testi poetici. Suoi testi sono presenti in  antologie e riviste ed ha pubblicato le raccolte di poesia: Da solo e in silenzio (Milano, Montedit, 2004) con prefazione di Bruno Rosada,  Ad un casello impreciso (Padova, Valentina Editrice, 2010) con prefazione di Stefano Valentini,  Background (Milano, Dot.com Press-Le Voci della Luna, 2012) con prefazione di Fabio Franzin, Stranieri (Padova, Valentina Editrice, 2017), con prefazione di Stefano Valentini, Xe sta trovarse (in dialetto veneziano) (Samuele Editore, Fanna, 2017), con prefazione di Alessandro Canzian.

Una silloge di poesie in veneziano, intitolata Semo fati de sogni sbregài è stata ospitata nel volume antologico Poeti in lingua e in dialetto. La Poesia Onesta 2007, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale La Guglia, Agugliano 2007.

Una raccolta di testi in veneziano, intitolata Peoci, è stata edita nel volume antologico Poeti e narratori in italiano e in dialetto. La Poesia Onesta 2012, a cura di Fabio M. Serpilli, Associazione culturale Versante, 2012.

Una silloge di poesie in lingua e in dialetto veneziano, intitolata Di ordinari galleggiamenti è stata pubblicata, con una introduzione critica di G. Lucini, nel volume antologico Retrobottega 2, a cura di G. Lucini, Edizioni CFR, 2012.

Suoi testi compaiono nelle antologie tematiche La giusta collera, Edizioni CFR, 2011, Ai propilei del cuore. Poeti contro la xenofobia, Edizioni CFR, 2012, Il ricatto del pane, Edizioni CFR, 2013, Keffiyeh. Intelligenze per la Pace, Edizioni CFR, 2014, tutte a cura di Gianmario Lucini.

Sue liriche sono state ospitate nell’antologia 100 Thousand Poets For Change, Roma, Albeggi, 2013; nell’antologia Sotto il cielo di Lampedusa. Annegati da respingimento, Milano, Rayuela, 2014; nell’antologia In classe, con i poeti, a cura di M. Casagrande, Puntoacapo editrice 2014; nell’antologia L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre lingue minoritarie tra Novecento e Duemila, a cura di M. Cohen, V. Cuccaroni e altri, Camerano, Gwynplaine edizioni, 2014.

Hanno scritto su di lui: Flavio Almerighi, Marco Baiotto, Claudio Bedussi, Fabrizio Bianchi, Alessandro Canzian, Ivan Fedeli, Fernanda Ferraresso, Mauro Ferrari, Fabio Franzin, Lucia Guidorizzi, Gianmario Lucini, Angioletta Masiero, Fabio Michieli, Marco Molinari, Luciano Nanni, Alfredo Panetta, Melania Panico, Michele Paoletti, Luigi Paraboschi, Laura Pierdicchi, Paolo Polvani, Bruno Rosada, Francesco Tomada, Stefano Valentini.

Suoi testi sono presenti nelle riviste online Versante Ripido e Sagarana, in blog e siti web.

*

Emilia Barbato

25 novembre 2018

 

Tutto si svolge all’interno di un cuore che sanguina preventivamente sul distacco e la compassione. Si scandiscono ore presenti e passate col metronomo di un tepore umano onnicomprensivo, non solo un tu/io ma un ordine dove non esiste gerarchia fatta di personale, piuttosto un avvolgente sguardo d’abbraccio al pullulare di voci. Note scandite nella polifonia che investe ogni substrato umano, animale, vegetale, perfino l’inanimato emette il proprio gemito o la propria ode. Emilia Barbato sa farsi interprete del variegato mondo delle “piccole cose”, di minimi e grandi sommovimenti, dei sentimenti assoluti che per lei disarmano ogni sicura, schiudono lo scrigno, offrono il dono prezioso di una fine rielaborazione degli eventi. Il setaccio poetico qui diviene pentagramma sul quale luci e ombre si rincorrono, come le speranze e le paure chiamano o si smorzano, come piccole gemme intermittenti che proiettano il loro segnale in codice, restituito dall’autrice in preziosi grammi di tangibile significato esistenziale.

Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato (ed. Pietre Vive settembre 2018, illustrazioni Nadiya Yamnych.) è lo “spazio” dove l’autrice convoglia e cristallizza i fermoimmagine che per comune determinatore hanno il dolore provato per la malattia della madre, ennesima vittima di una nota situazione di degrado e sprezzo ambientale, quello della “Terra dei Fuochi”. Divisa tra senso d’impotenza e tenace ricerca di un qualcosa che apra alla salvezza, il suo sguardo si volge all’esterno, si posa d’intorno, quasi a trovare un appiglio, un sostegno che sappia squarciare il buio e restituirle l’integrità parcellizzata anche di un solo atomo di bellezza, di bene incorruttibile. Le coordinate per non perdersi si sovrappongono, si “appoggiano”, a quelle preesistenti che il paesaggio urbano sa offrire, nelle sue strutture fisiche e socialitarie, nei microcosmi naturali che in esso vivono e sopravvivono. Emilia Barbato osserva e si mette all’ascolto, disponibile al suggerirsi di ogni più piccola evoluzione, metamorfosi vitale, ne capta le frequenze e le traduce, nel sommesso linguaggio della poesia.

(Doris Emilia Bragagnini)

 

***

 

“Dicono che il sambuco nasconda in sé l’energia primordiale di una trinità mistica che ingloba alcune delle forze vitali della natura: la verginità, nel candore dei fiori, la maternità, nello splendore verde delle foglie, la morte, nella tinta cupa delle bacche. Questa forza archetipica e, nel contempo, naturale e ambivalente, anima l’ultima produzione di Emilia Barbato, ‘Il rigo tra i rami del sambuco’.” (dalla postfazione di Ivan Fedeli)

 

 

Il rigo tra i rami del sambuco, ed. Pietre Vive, settembre 2018

 

 

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

 

*

 

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

 

*

 

Se solo sapessi creare una parola, se riuscissi
a racchiudervi l’integrità degli sguardi, la fragilità
dell’andatura sbilenca, a darle un suono ampio
– come il varco che ti curva le gambe –
se fossi capace di sfumare il pudore
e il bisogno di sottrarsi alla curiosità,
potrei scrivere con amore, fiera,
della curva liscia del tuo cranio.

 

*

 

Con levigata perizia radunare le prove minori,
i piccoli pezzi, i nostri intenti per valutare
l’autenticità della cosa che si rompe, sopportarne
il riconoscimento e giurare la parola vero è impossibile,
troppe motivazioni storiche nascoste e una certa
regolarità nei fallimenti, vero quindi non è
un aggettivo conforme alla realtà ma la somma
massima di sventatezza che la parola contiene.

 

*

 

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) e Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi – Città dei musei. Il rigo tra i rami del sambuco, ed. Pietre Vive, settembre 2018

Fausta Genziana Le Piane

8 ottobre 2018

Fausta Genziana Le Piane

__Gli Steccati Della Mente – Ed. Penna d’Autore 2009

 

DAL LABIRINTO AL CERCHIO MAGICO

C’è una continuità sotterranea nei libri di Fausta Le Piane, poesia, saggistica o narrativa poco importa, che attinge al rapporto dialettico tra vita e arte, inteso come work in in cui la poesia, tanto per stare allo specifico di questa riflessione, si fa epifania dell’utopia del cuore e terapia dell’io diviso.
Ecco, quindi, che alle “maschere” di “Incontri con Medusa” e “Notte per maschera” subentrano, dentro questi “Steccati della mente”, la “caccia”, le “stazioni” e le icone del “femminile” come varianti metaforiche del repertorio esistenziale.Maschere, insomma, che ancora una volta velano e svelano.
A cominciare dalla “caccia” dove preda e predatore si scambiano di ruolo fino a diventare una cosa sola; la stessa ossimorica dimensione della vita tra memoria e storia.
La caccia di “falchetta e falconiere” senza la volgarità dello sparo, senza il latrare dei cani o il calpestio degli zoccoli; solo il crudele silenzio del cielo appena increspato dal fruscio di un ala, da un lampo di sole che cancella il grido impercettibile della resa rapida e senza condizioni e, per un attimo, l’azzurro che si fa bianco lutto d’amore.
L’orizzonte capovolto promuove l’ebbrezza del vuoto stupore dove, senza più peso, vacillano gli “steccati della mente”.
Fausta Genziana Le Piane continua con questo suo nuovo libro, bello e intenso, il dialogo assiduo tra l'”io” e il “sé”; tra le sue parole “senza voce/nè sguardo/senza fine/nè limite” e l’impudica castità di donna-luna che non teme l’inquietudine dell’ansimare di un desiderio che, pur minacciato dal fiato pesante del disincanto, resta, tuttavia, eterno e indistruttibile come il cerchio magico delle pietre o delle orme dei passi cancellate dal dubbio di una “luna di sabbia” che è clessidra di un tempo senza durata.

Questa poesia è fatta di parole che volano libere nel cielo della sensibilità fantastica addestrate a cacciare sogni e poi a tornare, ubriache di vento e di luce,sulla pagina, fedeli al loro nido di carta che odora di cuoio e velluto come il “ruvido guanto” del falconiere.
C’è in tutto il libro una struttura compositiva nella quale immagini e concetti sono ritmati in un gioco di contrappunto dentro lo spartito poeticocche i colori del vissuto suonano nel tempo smarginato dove eterno ecquotidiano dialogano, s’interrogano e ti prendono per mano in uno spazio checla pagina non può contenere perché è la mentale proiezione di un viaggiocsenza una meta né un ritorno certi. Siamo dunque, ancora una volta, nel “labirinto”.
Come l’amazzone “aizza i cani nella notte/all’inseguimento d’un nobileccervo”, Fausta Le Piane “aizza” i versi nelle scorrerie di una indocile passionalità, pudica e scapigliata, leggera e furiosa.
Poi, all’improvviso, si accorge che è la poesia, come sete di verità e di abbandono, ad inseguire lei; all’improvviso si sente preda e tenta la “fuga”.
Anzi, vorrebbe farne la sua “strategia”, tant’è che evoca persino il suo teorizzatore e mentore, Henri Laborit, ma mentre lo scienziato e sociologo francese polemizza con la società tecnologica e virtualizzata che ha fatto dei suoi veleni la “kultura contro natura” dell’uomo contemporaneo, Fausta cerca e trova, o meglio, ri-trova la “cultura della pietra scheggiata” per ricongiungere, attraverso la poesia, la sua anima al cosmo.
“Rapidi viaggi”, “stazioni provvisorie e improvvisate”, “sudici marciapiedi.

….
Ma che stazioni frequenta Fausta?
Certo non “stazioni di posta” di polverosa e avventurosa memoria e nemmeno le liriche stazioni prevertiane, meno ancora quelle “spaesate” di Chatwin; no, quelle di Fausta Le Piane più che stazioni ferroviarie sono “porti di cemento per amori sbandati” dove lei, comunque, non approda; non può approdare perché è “roccia e isola” … “sbriciolata dalle onde in tempesta” Quindi in perenne viaggio e naufragio.
Anzi, a ben leggere i suoi versi, le “stazioni” sono la scenografia mimetica di una ribellione.

Le stazioni, quelle di rotaie, pensiline, scambi e deragliamenti, finestrini appannati, orologi polverosi e altoparlanti gracchianti sono sostanzialmente l’evocazione di una realtà subita, di una memoria double-face; quella della fanciullezza e quella dell’amore-assenza colte, entrambe, in viaggi verso stazioni non sue, non scelte, non amate: “ignote al mio vivere” scrive Fausta.
Per questo parlavo prima di “porti”; di moli più che di pensiline e si sa che ogni molo è solo “una nostalgia di pietra”.
In queste “stazioni” circola un’aria di rivolta, di rifiuto, di desiderio divento e sabbia estratti dalla “valigia di vetro dei sogni” per mimare “spiagge per distendermi al sole con te” ed invocare “un Fato voluto dagli Dei” per “un viaggio più ampio del mare aperto” in cui l’amore si fa corpo-mare; continente liquido da scoprire e conquistare oltre le colonne d’Ercole della mediocrità e viltà che scandiscono la banalità quotidiana.
E’ un esorcismo che funziona perché funziona la poesia di Fausta Le Piane.
Una poesia dove i deragliamenti del cuore sono imbrigliati da uno statuto semantico rigoroso e rigoglioso e il terzo livello della parola poetica nutre, come una linfa sotterranea, la griglia compositiva in cui linguaggio alto e basso dialogano in una sinergia di sensi e ragione di grande efficacia espressiva e coinvolgente emozionalità.
Basterebbe citare i versi di “Le isole” felicemente giocati sulla decantazione simbolico-rituale di una “svestizione” che è liberazione da ogni sovrastruttura culturale e da ogni condizionamento moralistico per approdare alla icastica nudità danzante nel perimetro degli occhi amati.
Quanto “Al femminile”, Fausta Le Piane disegna le sue “improbabili” donne con versi agili, animati da una forza volatile e decisiva.
“Volatile”, nel suo irridere con sottile e perfida ironia ad ogni deriva “femminista” e “decisiva”, nel rivendicare la declinazione “femminile” di una pienezza di vita che è affascinante sintesi dei contrari; parafrasi ossimorica di una orgogliosa diversità che, per dirla con Bernanos, “apre brecce di cielo dentro la vita” e che, come il diamante, è fragile e indistruttibile; riflette e rifrange una luce non sua e, tuttavia, basta una sua carezza per ferire a morte la vanità dello specchio e il vetro dell’indifferenza. Per questo Eva è, insieme, “smarrita e consapevole” e la donna del sud “incantata e saggia”; Penelope paziente e virtuosa ma anche “mai paga d’ignoto e di avventura” ; è madre-regina dal “tenero fiocco tra i capelli” ma anche “farfalla dalle ali che nessuno può spezzare”.

Ritroviamo poi in questa sezione del libro due costanti di tutta la produzione poetica di Fausta Le Piane: la prima è un rapporto con la natura che è continua “aggettivazione” di un “clima” e /o di una situazione …. “un pomeriggio ombroso”, “una preghiera all’ombra delle palme”, “io fungo rotondo/tu alga fluttuante”, “sii falasco sulle paludi del nostro piccolo mare”, “scacchiera di cielo e di mare”… e potremmo continuare a lungo.
Una “natura”, quindi, che è rappresentazione simbolica di un desiderio e di una perdita, o meglio, di una impossibilità che la parola poetica riesce ad inverare.
Non a caso Alcmane diceva di essere poeta perché aveva capito la lingua delle pernici.
Tanto per ricordare che la poesia è verità dell’inconoscibile; epifania del segreto mistero dell’indicibile che si rivela nell’appercezione sensibile di suono e silenzio promuovendo la ricomposizione unitaria dell'”io diviso”. Che è poi, tout court, il senso profondo della frase conclusiva del discorso di accettazione del “Nobel” da parte di Wislawa Szimborska…”la poesia è rimanere in silenzio in attesa di se stessi davanti ad un foglio di carta bianca”.
L’altra costante che connota la poesia di Fausta Le Piane e scorre nelle vene dei suoi versi è una sensualità diffusa e soffusa; fisica e mentale, che nella sua caratura espressiva si fa cifra stilistica.
Qui l’esemplificazione sarebbe deviante perché non si tratta di un’ aspetto particolare e magari significativo della sua scrittura ma di un climax direi alchemico, proprio nell’accezione di reagente metamorfico del senso che pervade in generale la struttura portante della composizione poetica.
Perciò suono e significato; ritmo ed idea hanno il ruolo degli strumenti in un’orchestra. Ciò che conta, allora, è la musica che scaturisce dall’insieme; ciò che ci trasmette; se e come ci “costringe” a reagire quando tocca le corde della nostra emozionalità. Quando, in definitiva, prima di “capire” “sentiamo”, ecco ciò che conta.
Perché dare tanta importanza a questo climax?
Intanto, perché è uno dei punti di forza della tenuta formale della poesia di Fausta e poi perché è l'”humus” che nutre e fa crescere e fiorire la verità dei “sentimenti” che questi versi esprimono emarginando ogni rischio di “sentimentalismo” o “romanticismo” di riporto.
Ma è tempo di tirare le fila del discorso e intendo farlo ritornando all’inizio di questa riflessione.
Là dove c’è un accenno al “labirinto” come possibile chiave interpretativa del libro e, più in generale, della poetica della nostra autrice anche se, è vero, la notazione non è una novità dato che ha formato oggetto di altre attente e acute letture critiche.
La ragione di questa insistenza sul tema sta nell’accezione di “labirinto”, un po’ diversa da quella delle altre indagini interpretative, che vorrei rapidamente evidenziare in questo contesto in quanto particolarmente significativa sul versante del rapporto, sempre misterioso e rischioso, tra arte e vita; tra Le Piane-poeta e Fausta-donna che mi pare però opportuno approfondire per una comprensione del nesso sinergico che esiste e resiste alla radice della sua poesia.

Per farlo cedo volentieri la parola ad Hermann Kerm col quale concordo pienamente laddove scrive che …”Nel labirinto nessuno si perde/nel labirinto ognuno si trova/nel labirinto nessuno incontra il Minotauro/nel labirinto ognuno incontra se stesso”.
Chiaro il concetto?
Ecco perché, tra l’altro, il “tempo” di questa poesia è un verbo tutto coniugato al presente.
Perché è un presente che marca il “continuum” dell’esistenza individuale come esperienza e processo; come ricerca ostinata e necessaria del rapporto tra “realtà e verità” che è, forse, azzardata scommessa progettuale ma che l’impudica innocenza del sentire può rendere obiettivo credibile e perseguibile.
E, del resto, “se vogliamo vivere il presente dobbiamo riscattare il nostro passato, saldarne il debito. E questo si può fare solo con il dolore che purifica”, cosi Cechov fa dire a Trofimov nel “Giardino dei ciliegi”.
Il “dolore”, infatti, è il filo rosso che lega le poesie di questo libro come le perle di una collana allacciata al collo della memoria sensibile e che colma “il vuoto puro dell’esistenza senza futuro” giacché, lo sappiamo, è difficile vedere il futuro quando è il dolore a tracciare la linea dell’orizzonte.
Dolore, non sofferenza; dolore che sedimenta il passato in esperienza, che rifiuta il ripiegamento elegiaco del rimpianto.
Fausta Le Piane non si piange addosso, non recrimina ma vive lucidamente il dolore non nelle ” ricordanze” ma nella conquista dell'”oblio” come forma d’incontro con un futuro, è  stato detto, privo di certezze ma che, tuttavia, non abdica alla speranza.
E’ cosi che la sua poesia “funziona” perché ci convince e coinvolge con l’impietosa innocenza della verità.
Fausta Genziana Le Piane, infatti, a mani nude, cuore aperto e lucida coscienza traccia con le parole della sua poesia il “cerchio magico” dentro il quale, finalmente, si dissolvono gli “steccati della mente”.

Italo Evangelisti

*

 

_____________

Carnac

Un granello di sabbia
attraversa tessere di vento
e si adagia
nell’incrinatura secca
della grigia pietra celtica
a rompere
l’equilibrio del tempo.

*

L’Amazzone

Aizza i cani nella notte,
l’Amazzone
all’inseguimento d’un nobile cervo.

Impazzita
per la preda che sfugge
azzarda
incalza all’orizzonte
dell’isola di Saint Kilda.

E non v’è che la parola
a dire lo strazio,
il giorno e la notte,
l’ora e l’infinito
del suo dolore.

E non v’è che la parola
a dire la caccia
e lo spirito inviolato
che corre sull’isola selvaggia.

Il viola dell’erica s’inchina
muto
al coraggio dell’Amazzone
alla sua furia
alla sua solitudine
al suo cavallo stanco.

Amazzone ispiratrice
guidami
a ritroso nel tempo

nel bosco sacro di querce
dove il cielo e la terra
sono un’unica cosa

nel cerchio magico della mente
dove le stelle
hanno eterna dimora.

*

Stonehenge

Un lampo
e la notte fu mistero.
La luna scese
lentamente
a posarsi
come bianco coperchio
sul cerchio delle pietre
che,
come lance,
la trafissero.

*

Stonehenge

Il cuore del gigante agonizzante
debolmente pulsa
al centro del cerchio magico.
Il Titano giace
senza forze
nascosto
nel cuore della Terra:
forse la sacerdotessa
lo chiama a nuove energie
sussurrandogli
parole d’amore incantate.

*

Fausta Genziana Le Piane: nata in Calabria, vive ed opera a Roma. Laureata in Lingue, ha insegnato francese e ha vinto una borsa di studio per la Romania. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore. I suoi libri di poesie, “Incontri con Medusa” (Calabria Letteraria), “La Notte per Maschera” (Edizioni del Leone) e “Gli steccati della mente” (Penna d’autore) hanno incontrato il favore della critica. Con Tommaso Patti, ha pubblicato la raccolta di racconti “Duo per tre”, Edizioni Associate, Roma (Prefazione di Paolo Ruffilli) cui ha fatto seguito “Al Qantarah-Bridge”, Un ponte lungo tremila anni fra Scilla e Cariddi, Nicola Calabria Editore. Ha pubblicato una raccolta di racconti, “La luna nel piatto”, Edizioni Associate, Roma, con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi e “Interviste a poeti d’oggi”, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato “La meraviglia è nemica della prudenza”, invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato… biografia completa qui

Italo Evangelisti, poeta e critico d’arte. E’ stato autore di saggi e interventi, in particolare, sulla “scuola romana” e “l’astratto-espressionismo”; presentazioni al catalogo e interventi critici sull’opera di alcuni tra i più importanti artisti italiani, da Attardi a Calabria, da Vespignani a Gianpistone e Gino Guida, da Franco Ferrari a Bruno Varacalli e Giulietta Paolini o di giovani emergenti quali i pittori Angela Pellicanò, Gabriele Tagliabue, Serena Maffia, Giacomo Montanaro; lo scultore Francesco Marcangeli, nonchè di pittori stranieri di fama internazionale, quali la filandese Sojle Yli-Mary, il bulgaro Atanas Atanasov, la slovena Vida Slivniker e l’argentina Ana Negro.

Premio “Margutta-Comune di Roma” 1993 della critica; consulente artistico dell’Associazione – Accademia ” Art-studio Tre”; Presidente della giuria del Premio internazionale “Open – Art ” 2004, 2005 e 2006.
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Silvia Rosa

11 luglio 2018

cop intera Tempo di riserva - Silvia Rosa

TEMPO DI RISERVA di Silvia Rosa, Giuliano Ladolfi editore 2018

Dalla prefazone di Gabriella Montanari:

“[…] In queste poesie di Silvia tornano frequentemente termini o espressioni che hanno a che fare con lo sperpero, lo spreco, la quotidianità scolorita, la banalità di giornate tutte uguali, la gabbia domestica, la noia, il niente, il vuoto, la nudità, il buio, il freddo, il silenzio, l’assenza, le ombre, le illusioni, le delusioni. I corvi giorni, neri come i pensieri. E non tornano solo d’inverno. Ne sappiamo qualcosa tutti, credo. Leggendo Silvia ho pensato ai diari-confessione di Sylvia Plath, in particolare alla sua campana di vetro. Quel guscio invisibile capace di proteggerla dal mondo esterno e al tempo stesso soffocarla. E ho pensato a lei che cerca di scalfirlo con la poesia, unico, liberatorio antidoto all’asfissia.

[…] Tutto il calendario di Silvia, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione, quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta. È la stagione dell’analisi, della somma parziale, dello sguardo rivolto a quello che è già stato. E non torna. Al pari dell’infanzia, la vera protagonista di questa raccolta e, a mio avviso, uno dei pilastri della poetica di Silvia Rosa. Del resto, quello dell’infanzia, è un tempo non tempo. Immobile, quasi eterno, scrive lei. Irripetibile ma sempreverde nella memoria, traccia incancellabile, concime per l’età adulta.

[…] Silvia, Cappuccetto rosso, noi tutti, in quanto esseri umani, siamo deboli e possiamo sbagliare. Perdiamo l’ingenuità e l’innocenza infantili quando incontriamo i pericoli nascosti dentro e fuori noi stessi.
Riceviamo in cambio la saggezza di chi ha superato delle prove fondamentali. E anche vivere è una prova, forse la più necessaria e ardua. Percepire la giovinezza alle nostre
spalle. Non poter più scegliere la vita che avremmo voluto. E allora i corvi giorni di Silvia. Ma senza lamenti, senza autocommiserazione. La sua è una non rinuncia. E il lieto fine, se non dall’amore, verrà dalla poesia e dal suo potere taumaturgico.

[…]” (Gabriella Montanari).

*

TdR

Testi tratti da “Tempo di riserva” (Giuliano Ladolfi editore, 2018)

CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ

Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto

e io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
‒ serio ‒ di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)

che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

*

QUELLA VOLTA

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Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

*

INVERNO VOLPE

La volpe ha il pelo elettrico
nocciola vivo, un ghigno
nella notte inverno con la coda teleferica
‒ non ha nido la menzogna(*) ‒
passa al vaglio la strada periferica
da nord a sud e ritorno, cerca la sua cena
mentre mi parli piano questa scena
si ripete dopo anni ancora identica,
insieme al sogno che mi cadevano
due denti e alle mani spuntavano
gli artigli e dappertutto avevo occhi aperti:
non ti fidi di nessuno, piccola gemella
che non mi somigli neanche un poco
questo è il tuo problema, dici tu, sei selvatica
o lo diceva qualcun altro, ma non importa
è sempre la stessa scena, la stessa corsa
lo stesso ottuso bisogno che preme a fari spenti

resta, ti prego, ancora un poco
voglio l’illusione della rosa che vale più di tutto
la caccia silenziosa, il pugnale tra le costole
la fitta di cometa sbattuta a testa in giù,
meritare lacrime e una coda nuova
luccicante da sfoggiare quando il giorno
arriva in fretta e chiede in cambio verità

quella carogna cacciata in una buca
per l’assalto della fame, per il dopo.

(*) Questo verso è di Fernando Pessoa

*

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali ‒ Silvia invece è un nome docile,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
‒ Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda ‒ ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.

*

32130678_10216767815417391_8066882221878804480_nSilvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino. È redattrice del blog “Argo – poesia del nostro tempo”, cura la rubrica “L’asterisco e la Margherita” per NiedernGasse, ed è tra le ideatrici di “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book, a cura di Versante Ripido e La Recherche. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi editore, 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice, 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice, 2012), Di sole voci (LietoColle, 2010 -II ediz. 2012); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni, 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni, 2010).

*

*QUELLA VOLTA testo di Silvia Rosa, photo di Romina Dughero.

Carlo Alberto Simonetti

22 giugno 2018

Riproposte

Carlo Alberto Simonetti 1977

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2015/04/07/carlo-alberto-simonetti/

Giovanni Campi

5 marzo 2016

 

Ancora una pagina qui al giardinodeipoeti  tratta da ”Babbeleoteca minuta (inoperosa opera)” di Giovanni Campi. Avvincenti, ipnotici frammenti di senso frammentati. Specchi che amano avvitarsi in una danza di domande aprenti a cascata in altre domande per un inevitabile (e irresistibile) effetto – domino – senza inizio senza fine, tolto il centro gravitazionale cui ruotano riflesse costellazioni di filosofiche surrealtà metafisiche (o metafisiche surrealtà filosofiche?).  [d.e.b]

:

plotone d’esecuzione

:

“Mon dieu! Ô mon dieu!” – disse il Signore.
La vita del signore era stata costellata da una serie di avvenimenti a dir poco sconcertanti, l’ultimo dei quali fu appunto di trovarsi, tradito da uno, e ancor di piú da tutti coloro non l’avevano creduto, dinnanzi ad una platea fatta di persone pronte a tutto sí ma non al perdono. Come se il perdono non fosse fatto per costoro, come se il perdono non esistesse punto.
Due uomini gli erano accanto: c’è chi dice che soltanto uno venne salvato, un altro invece dice che ambedue furono condannati, altri ancora tacciono sulla questione. Come dire che dei fatti ci son versioni discordanti, cui credere o meno; cui dar credito, e credibilità, o, per lo meno, verosimiglianza. E se invece fossero vere tutte le versioni? o false amendue? Forse la verità era nel silenzio di quelli che tacevano? e perché la tacevano? Era dunque una verità indicibile? o semplicemente non riuscivano a far corrispondere le cose all’intelletto di esse?
“Un, due, tre: fuoco!”
C’era dunque un numero per ognuno di loro, e il fuoco per tutti.
“Mon dieu, Ô mon inaccessible dieu!”

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abbandoni

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“Y a-t-il quelqu’un?” – chiese il Signore.
“Il n’y a plus personne” – rispose una voce.
Nel dileguarsi d’ogni voce, nel silenzio piú puro dell’esser solo, gli parlava dunque una voce, che non era di qualcuno, che forse era la sua stessa voce: una voce senza corpo, forse una eco di sé a sé. Gli dava una risposta, muta: una risposta che mutava l’ordine dei fatti, e insieme dei fattori. Quel qualcuno di cui chiedeva chi era? Non essendoci nessuno, c’era appunto questo nessuno che gli parlava, ma gli parlava per dirgli nuovamente che non c’era nessuno, nemmanco uno. Lui stesso era questo qualcuno? Lui stesso era questo nessuno? Questa insistenza nel domandare di qualcuno, che era lui, e non lo era, non poteva essere destinata ad altri se non a lui stesso, ma non in quanto uomo, né in quanto ragione d’essere uomo, ma piuttosto
in quanto esser solo, e solo e soltanto senza ragione d’esser solo. Era sgomento, ma pronto ad esser tale: senza paura di esserlo. Si trovava in una radura, là dove era stato posto, là dove era stato posto ci fosse posto per lui, ora mai deposto. E la cosa era senza un perché.
“Mon dieu, Ô mon dieu, pourquoi m’as-tu abandonné?”
E lí, e lí non c’era niente, o in fine c’era un dono donato.
“Oh, se soltanto si avesse tempo!”
“Oh, se soltanto ci fosse tempo!”

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“Quelqu’un connaît-il la vérité ?” – fu chiesto al Signore.
Il signore si avvalse della facoltà di non aver risposta alcuna, in quanto le possedeva tutte, non solo dunque quella della conoscenza della verità, ma anche quella della menzogna che tale verità celava, e della verità di questa menzogna: il signore si trovava all’interno di una delle due torri, o d’amendue, il che sarebbe come dire la stessa cosa, e, forse, anche dire meglio; il signore dunque si trovava, oltre che all’interno di una delle due torri, o di tutt’e due, anche all’esterno di essa, o di esse. Le torri, sia l’una che l’altra, erano fatte e di scale e di porte. Le scale, che, per loro definizione innata e indefinita, non si sa se siano ingiuse o insuse, erano delle scale a chiocciola, cosa questa che non mancava di porre interrogativi, di tra l’inqujetante e l’angoscioso: se d’un lato, di fatti, parevano volersi elevare in un’estasi superna e paradisiaca, dall’altro lato parevano volersi inabissare in quella discenditiva e infernica. E cosí pure ogni porta, che si apriva, c’è chi dice che si aprisse verso una nuova, altra scala, chiudendo dietro di sé la precedente, e c’è chi dice il contrario, o quasi, e cioè che ogni porta, che si apriva, non si aprisse che sulla precedente, chiudendo dietro di sé la novella et altera. Et cetera, et cetera. Altri ancora afferma che le porte non si aprivano, ma si chiudevano, e che, cosí facendo, talvolta chiudevano talvolta aprivano e le novelle et altere e le antique. Come dire che ogni porta è tutte le porte, e ogni scala tutte le scale.
“Chaque chose est toutes choses: n’est-ce pas?”
“ça va sans dire” – rispose il Signore.
“Il n’y a rien d’autre.”

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altro qui

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altro di babbeleoteca minuta (inoperosa opera)

in LPELS introduzione di Nina Maroccolo

in Versante Ripido  introduzione di Claudia Zironi

in Bologna In Lettere  Marion D’Amburgo interpreta…

in Imperfetta Ellisse  introduzione di Giacomo Cerrai

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Giovanni CampiGiovanni Campi, non importa né dove né quando è nato, e neppure se, piú che scrivere, scribacchia, o viene scritto; alcuni testi sono in rete, altri in antologie, sotto varî nomi, nel mentre il suo, di nome, compare sulla copertina d’un dialogo – “l’irragionevole prova del nove” – tra due men che personaggî da nulla, Simpliciter & Complicatibus; vincitore del Mazzacurati-Russo con la “babbeleoteca minuta” il volume poco voluminoso è rimasto allo stato phantasmatico, tuttavia alcune minuzie & minute di esso trovarono la voce di Marion D’Amburgo nel corso di Bologna in Lettere 2015.

Pasquale Vitagliano

10 ottobre 2015

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La poesia di Pasquale Vitagliano sembra riuscire a fondere impressioni intimiste con scenari corali che si alimentano di osservazioni disincantate, affamate di franchezza. Strumenti d’indagine frutto di uno sguardo concentrato sì sull’uomo ma anche sugli accadimenti circostanziali che lo vedono soggetto, con insita la capacità di convogliare o modificarne il corso. La sua ottica esamina cosmi e microcosmi regolatori di una perfusione dell’io che si dosa in varie apparizioni. Uno e un tutt’uno con verosimiglianze capaci di vocalizzare similitudini esperitive, emozionali. Non è difficile in questo caso “cadere dentro” la lettura dei suoi testi, specchio di modi e tempi che si consumano liberandosi dalla mera ricerca esistenziale per farsi concretezza di un vivere esponenziale che nella scrittura trova un canale propositivo, agente e perdurante. Doris Emilia Bragagnini

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Pop Art Pops
Rimossa la piastra poetica,
smontate le officine del secolo,
spostata sul ventre la guardia,
cos’altro resta da dire?
Rimetto tra le cose la parola,
metto a bagno i versi,
e premo sull’uscio del giorno,
perché sia giorno benedire.
Rivolgimi un nuovo saluto,
soltanto la vita è scampata,
adesso che Soup non è che soup,
per una pietà umana
nient’altro che parola,
senza più umanità.

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Noli me tangere
Non voglio che mi tocchi, sono sveglio,
svuotato non sono ancora, mi sento
e sento il tuo tatto febbrile di ceramica.

Non puoi sciogliere i miei nodi, li sento
di legno, sebbene io sia presente ancora,
carne su tronco, corpo su peso.

Io non risorgo, ma resto sospeso nel sonno
di questo riposto crinale senza ritorno,
appeso nel vuoto come un sipario rotto.

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Gli ultimi giorni
Credi proprio che gli ultimi istanti
della giornata siano proprio uguali
agli ultimi giorni dell’umanità
perché non li puoi mettere in scena.
Ti lasciano appiccicata addosso
l’etichetta della lavanderia,
che nessuno ha il coraggio di
toglierti dalla piega della giacca.
Hai voglia tu a sperare che domani
la storia potrà essere riscritta.
Tutto quello che hai detto, e fatto
si riverserà dentro senza farsi domande.
Quante volte ti sei convinto che
tutto fosse finito, così per ricominciare.
È bene che ti rassegni a ciò che vedi:
non c’è giornata che termini senza umanità.
Non c’è umanità senza le tue giornate.

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Paesaggi 1
Non ci è più dato di fuggire dalle nostre vite
da quando le terrazze non sono più sgombre,
se sali fino ad affacciarti su di esse non entri più
in quella dimensione che un tempo ti lanciava via.
Non c’è più alcuna piattaforma per le stelle,
né la città ti appare più capovolta sulla strada del cielo;
è scomparsa la casbah di panno e si sono eretti i sottotetti,
le cuffiette di legno o i pannoloni marci per tenersi dritti.
Non ci abbandonare mi dice l’involontario portiere,
ma non basta questa fiducia a ridare vita al vento
sulle terrazze che ti vengono incontro imbrigliate dai fili di ferro
e non si può più correre sui mattoni neanche ad essere un mutante.
Non ci abbandonare mi ha detto l’involontario portiere.
Ma se non ho ancora trovato il coraggio di abbandonare me stesso.

*

Questo è l’ultimo giorno di scuola,
il pianto è scemo
il sole ha l’aria fresca.
È l’ultimo giorno di scuola, l’ultimo.
Qualcuno piange per i miei figli
e i miei figli invece ridono.
Qui fuori è pieno di colori
perché questo per loro è l’ultimo giorno di scuola
e per caso prima avevo visto i quadri,
quelli dei disabili belli come pollock,
i piedi dei compagni, i piedi storpi fotografati e
i miei piedi che non mi fanno più male,
ed io che farei santi i loro genitori.
Questo è l’ultimo giorno di scuola
anche nelle stradine abbagliate che abbiamo percorso
gli attrezzi, le taniche, i carrozzini , il sugo e la resina.
Quanti ultimi giorni di scuola abbiamo avuto.

Come chiameresti tutto quello che abbiamo visto oggi?

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Fine della malattia

Non c’è più la malattia
a far galleggiare sul pantano
il nostro amore senza amore.
E’ più molesto
questo nostro stalking quotidiano
della violenza di un estraneo.
Siamo stati messi all’angolo
dal rumore dei ragazzi,
zittiti dalle nostre paure,
impotenti per le nostre querule verità.
Non si chiamerà genealogia
questa sequenza di ingenue causalità.

Vorrei andare al cinema
a rivedere la mia storia.

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Monologo in vece di Buzz Aldrin

Mi sono fermato a lungo a pensare se
se ne debba parlare, raccontare l’esperienza unica,
sconosciuta prima e adesso irripetibile
di camminare sulla luna, sul suo suolo,
il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Quasi ne ho dimenticato la sensazione,
del primo passo, come sulla sabbia,
ma meno duro, meno solido l’impatto.
E’ stato diverso il mio passo da quello di Colombo.
Anche quella era terra, la terra, la spiaggia bagnata,
il riflusso dell’acqua, eppure uguale alla luna.
Ma lui ha poi fatto passi stabili. Non è stato lo stesso
per me. Era come muoversi nell’acqua su un fondale senza mare,
ma intorno tutto era storto, il terreno, non la terra, il suolo della luna.
Sarebbe stato utile raccontare questa esperienza unica,
la prima, un inizio, la nascita, un tempo nuovo, se fosse
stata ripetuta, ripetibile, narrabile appunto come una storia nuova,
invece è rimasta unica, sola, isolata nella memoria e nelle immagini
che non mi appartengono più. Mi è sempre più difficile ricordare
quello che ho provato, quel primo passo, l’approdo, anche se
chiudo gli occhi le immagini si dissolvono ogni volta più rapidamente.
Adesso comincio a comprendere il silenzio di Aldrin.
Perché lui non ne abbia mai parlato. Perché ha scelto di tacere.
La sua è stata una scelta pratica. La mia non lo è stata per niente.
Anche perché, se ci penso, credo che sulla luna io non ci sia mai stato.

*

*

Pasquale Vitagliano. È nato a Lecce. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista e critico letterario per riviste locali e nazionali. Ha scritto per Italialibri, Lapoesiaelospirito, Reb Stein, Nazione Indiana, Neobar, Nuovi Argomenti. Menzione speciale nel 2005 al Premio di Poesia Lorenzo Montano Città di Verona – Sezione Opera Inedita. Nel 2006 è tra i “Segnalati” nello stesso premio – Sezione Poesia Inedita. Sul settimanale Diva e donna ha scritto di cinema e letteratura per la rubrica Scandali e Passioni. Nel 2006 ha curato la sezione riservata a Italialibri dell’Antologia della Poesia Erotica (Atì editore). Ha pubblicato le raccolte Amnesie amniotiche (Lietocolle, 2009) e Il cibo senza nome (Lietocolle, 2011). Nel 2010 la silloge di poesie civili Europa è stata inserita nell’antologia Pugliamondo – un viaggio in versi, curata da Abele Longo (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto Neobar). Nel 2011 ha partecipato alle opere collettive Impoetico mafioso – 100 poeti contro la mafia, curata da Gianmario Lucini (Edizioni CFR) e La versione di Giuseppe – poeti per Don Tonino Bello, curata da Abele Longo, (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto). Nel 2012 la silloge Dieci Camei è stata inserita nell’antologia Retrobottega 2, curata da Gianmario Lucini (Edizioni CFR). Sempre nel 2012 è uscito il romanzo d’esordio, Volevamo essere statue (Sottovoce). E’ presente nell’antologia di racconti del Dicò Erotique per Lite-edition, curata da Francesco Forlani su ispirazione del Dizionario di sessuologia pubblicato dal francese Jean-Jacques Pauvert. E’ tra i poeti antologizzati nello studio A Sud del Sud dei Santi. Sinopsie, Immagini e Forme della Puglia Poetica, a cura di Michelangelo Zizzi (Lietocolle, 2013). Nel 2013 è stato finalista nella XVI Edizione del Premio “Poesia di Strada” di Macerata. Sempre nel 2013 è uscita l’ultima raccolta di poesie, Come i corpi le cose (Lietocolle).

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Enrico Marià

29 settembre 2015

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Incontrare le parole di Enrico Marià è trovare conferma che la bellezza non si crea, la bellezza esiste, aspetta solo d’essere rivelata. La bellezza esiste per chi sa trovarla per sé o ne è investito, anche per gli altri se ad acciuffarla è un artista o un poeta. In questo caso la capacità di Enrico Marià è qualcosa di sorprendente nell’idea meno abusata e logora del termine, se, l’indissolubile separazione tra l’esito evocato nel testo e la definizione dell’atto che l’ha generato, non frappone nel divario nulla di simile a un’intenzionalità stilistica capace di schermirsi, piuttosto intraprende un’adesione al vero che adopera il linguaggio in modo sincero, diretto, onesto. C’è un sentore di forte pulizia immaginale percorrendo i suoi versi che sembra congelare le ambientazioni alla luce di una potente proiezione razionale, abile a sezionare anche (paradossalmente) ogni più piccolo cono d’ombra. Una specie di volontà kamikaze capace di puntare/allargare un faro indagatore ed essere/divenire allo stesso tempo carta assorbente per una materia che così scioglie i suoi grumi più duri, in una liquidità d’emozione cruenta e travolgente, come la verità, la poesia.

(Doris Emilia Bragagnini)

 

Cosa Resta. Enrico Marià.

“… una poesia che raggiunge alti risultati trovando un equilibrio precario e rischiosissimo tra giornalistica registrazione di fatti ed estrema compressione dei versi, con frequenti faglie e salti di isotopia.” (dalla prefazione di Mauro Ferrari)

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Pagato l’euro
danno sapone
un asciugamano
e quindici minuti
d’acqua calda.
Il tizio vicino a me piange;
questa la nostra parte nel mondo
in fila ai bagni pubblici,
prede che aspettano
di sporcare
col sangue la vita.

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La tomba di Claudio
è lapide nel fango.
In tasca la sua ipodermica –
per farmi non uso altro;
uccidere la morte
penso questo su ogni buco.
In riformatorio a mio padre
sfondarono i denti
perché non mordesse
mentre succhiava;
con me ha fatto lo stesso,
sussurro soffocato
che non arriva a parola
solo nell’eroina
non tremo
davanti alla vita.

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Se quando esci sei solo
torni a rubare;
corpi annichiliti
sordi a ogni cosa
ti scarcerano a mezzanotte.
Alle pensiline di Marassi
Stefano senza denti
si mastica le gengive;
il desiderio è essere
dimenticati dal mondo,
infiniti nessuno
per sempre cadere
niente nel nulla.

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*

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Cristina vende i capelli
e il suo latte materno,
da cena ci spartiamo
una latta dei cani;
intuire la verità
è peggio che saperla,
amore della morte madre
ti prego stringimi
facendo di me l’istante
di un tuo bianco frammento.

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Tra le braccia del vento
noi polvere alzata
di corpi caduti;
vita agli occhi invalicabile
della morte l’infinita fame.

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*

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Le madri, pancia,
tette distrutte,
scarafaggi in dispensa.
Gli occhi non hanno
che il filtro delle palpebre;
davanti alla violenza
esserne testimoni
esserne carne, memoria.
Il corpo modellato dai tagli
è ricerca di un posto
è l’odio per se stessi
l’affondare per riemergere;
mare che precipita
noi la vita dei morti
la morte dei vivi.

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Fuori dal San Martino
dimesso da un’overdose
mia sorella mi abbraccia,
mi stringe a sé
tentando di tenermi insieme
come quando si cerca
di trattenere l’acqua
con le mani a scodella.

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Enrico Marià è nato nel 1977 a Novi Ligure (AL), dove risiede.
È redattore di Puntoacapo Editrice, dove figura nello staff di CollezioneLetteraria. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007); Fino a qui (Puntoacapo Editrice 2010, II ristampa); Cosa resta (Puntoacapo Editrice 2015). Presente in numerose antologie tra cui Genovainedita (Galata 2007); Dolce Natura, almeno tu non menti (Editrice Zona 2009); La giusta collera (Edizioni CFR 2011); Poesia in Piemonte e Valle d’Aosta (Puntoacapo Editrice 2012); Poeti di Corrente (Le Voci della Luna 2013); Cronache da Rapa Nui (Edizioni CFR 2013; Poesia in provincia di Alessandria (Puntoacapo Editrice 2014); Bukowski. Inediti di ordinaria follia (Giovane Holden Edizioni 2014); Ad limina mentis (deComporre Edizioni 2014). Nel 2013 è stato inserito da Pordenonelegge nel censimento della giovane poesia italiana dai 20 ai 40 anni. Nel 2012 ha partecipato all’e-book scaricabile gratuitamente La droga: un’ispirazione? O l’ispirazione: una droga?. Suoi testi compaiono su riviste e nel web. Collabora con il blog “Corrente Improvvisa”.