Archive for the ‘poeti contemporanei’ Category

Trittici – Annamaria Ferramosca

18 febbraio 2019

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Quando Annamaria mi comunicò che aveva tratto da alcune mie immagini ispirazione per i suoi versi, ne fui felicemente sorpresa; lo fui ancora di più nel leggere in anteprima la poesia scaturita da “Il Volo”: la sua capacità di trarre dal segno il compendio di una vita, il suo sguardo che tramutava forme in parole, in un coinvolgimento artistico e sororale, mi commosse profondamente.

Il suo progetto mi piacque moltissimo, felice che le mie opere fossero accostate a quelle di Frida Kahlo, Modigliani, Laglia,  felice che dai colori prendessero vita le sue parole, e che da un’arte visiva ne scaturisse un’altra di così densa espressività.
[…]
continua

 

 

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Paolo Polvani

10 febbraio 2019

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L’azzurro che bussa alle finestre
di Paolo Polvani
Collana Versante ripido

 

 

 

 

 

 

Il mistero, ma anche il fascino, che si nascondono dentro ogni libro di poesia consistono nell’essere consapevoli che l’autore ci viene incontro con le sue pagine, ci tende la mano che tiene il suo lavoro, e sembra dirci: “piacere di fare questo incontro con te, io sono  ciò che tu scoprirai nel mio libro“, e poi soggiunge “… ma non sono solamente quello, per conoscermi meglio dovrai attendere anche il prossimo libro“.

 

Per me ogni volta succede così: ogni libro di poesia che mi cade sotto gli occhi mi racconta la storia del suo autore, la sua vita, le sue passioni e le sue delusioni o le amarezze, e questo di Polvani, dedicato all’azzurro, inteso non solo come colore ma  più come sentimento, stato d’animo, mi ha mostrato un lato differente dell’autore che conoscevo come poeta  di poesie civili, impegnate, socio-politiche, rivelando con questa raccolta un’altra sfaccettatura di sé, forse simile a quella che indusse anche il cantautore Paolo Conte a inserire nel corpo della sua canzone Azzurro questi versi “…quelle domeniche da solo/… neanche un prete per chiacchierar“.

 

Credo di poter essere quasi certo che Paolo non abbia avuto la nostalgia di un prete per fare due chiacchiere, però questo libro  ci dice quali sono i temi che spesso attraversano la sua esistenza di uomo che vive e anche scrive poesie, e i temi sono diversi, spaziano dalla domanda su dove risieda la gioia, le ragioni della insoddisfazione di sé, la vigliaccheria per l’omissione di certe minime attenzioni al prossimo, l’angoscia della morte, la passione e l’attenzione verso l’altro sesso ed il coinvolgimento della fantasia che ogni avvenimento piacevole o di sofferenza comporta sempre.

 

Il tutto è raccontato senza pesantezza, e lo prova l’esordio con la prima poesia che ci viene presentata Si chiama azzurro“, come se Polvani volesse trasmetterci la  felicità di un giorno in cui la vita lo ha pervaso d’amore, di voglia di esistere, di passione, sentimenti che lo hanno indotto a scrivere: “ l’azzurro che inchioda i gabbiani /… assottiglia le vibrisse… / l’azzurro che lenisce… / l’azzurro che sfinisce /.

 

Ma se ci riflettiamo bene, questo colore non è forse quello  fondamentale della pittura impressionista ?

Se partiamo da Pizarro, tocchiamo Sisley  con i loro cieli primaverili ed approdiamo agli azzurri delle  marine di Honfleur ritratte da Monet ci accorgiamo che questo colore rappresenta il trionfo della vitalità nella natura, e anche Polvani lo sottolinea quando scrive: “…la tracotanza dell’azzurro/al vento gonfio di capelli //; subito però  appare un’ombra in questa poesia quasi per dar ragione a quanto scriveva allora Paoul Cezanne: “ mettete prima le ombre e poi il resto uscirà da solo“, ed infatti, prosegue Polvani: “...come si chiama questo sproloquio delle credenziali,  /l’ affacciarsi di marzo e un mare di scompigli/ smania di vivere protesa sul bianco della pagina / sul nuovo alfabeto di fittissime foglie, come si chiama // questa ruvida insoddisfazione che ti offusca e ti / afferra, ti trascina allo specchio “//.

 

Noi  che leggiamo non siamo ovviamente il prete che cercava Paolo Conte nella sua canzone, però ascoltiamo con affetto e quasi con la stessa attenzione di colui che raccoglie una confessione, la sua “smania di vivere“ e lo seguiamo in quel “trascinarsi allo specchio“ per cercare di capire come mai in un giorno così pieno di azzurro si faccia sentire nella sua (ma forse anche nostra) anima quella “ruvida insoddisfazione“, e perché  egli scriva in altra poesia a pag. 13  “l’azzurro è un artiglio che non lascia scampo/ ti divora i sogni, è una minaccia e un lampo, /la tentazione di un azzardo, una pazzia /.

 

Il trionfo dell’azzurro nella poesia di Polvani non vuole essere un grido tipo euforico ma superficiale tipo  “la Vispa Teresa“,  e ,come certe marine di Monet non ci raccontano tutto di lui, ci basterà riflettere su un altro quadro in cui è pieno inverno innevato e appare, a fare contrasto con tutto quel bianco, un uccello nero poggiato su di una staccionata a destra nel  quadro, per renderci conto che anche in una giornata splendida di azzurro si possono  affacciare le domande di pag. 15:

 

“sai dove abita la gioia? Dove/ trova riparo? Dove fa la sua cuccia?/

 

e la risposta egli  ce la dà nel verso successivo ove troviamo

 

“a chiunque tremerebbero le gambe/ quando accende la luce/ il tuo sorriso. Ci sono le voci/ e il passo lieve dei gatti, ci sono/ le antiche strade, le passate lacrime./ E’ un abbraccio nel quale riposare //.

 

Tuttavia, prima di andare a scoprire “dove abita la gioia“ per il nostro autore, mi piace camminare ancora un poco accanto a lui nell’itinerario che tocca, – com’è giusto che sia in una poesia non superficiale, – il problema che sta alla base di tante nostre domande, è cioè quello condensato nel  titolo di un altro quadro famoso di Gauguin:

“D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous?“

 

Polvani non sfugge alle ombre necessarie ai quadri e pure alla vita, come diceva Cezanne, e infatti scrive versi angosciati per la celebrazione della morte della maestra Mariella:

 

…// adesso non è vero che riposi, l’assillo/ delle cartilagini ti affanna, le crepe/ nelle palpebre, lo sgomento delle unghie nel vedersi/ crescere nel vuoto, l’ansia improvvisa dei capelli,/ e il tormento, tutta quella solitudine che grida“

 

E’ raro poter leggere con tanta nitidezza, che fa pensare ad alcuni passi dei  racconti di Edgar Allan Poe, l’angoscia che la morte suscita sempre in tutti, e lo si capisce meglio in questa poesia di pag. 34 dal titolo Magia, in cui egli augura alla persona deceduta

 

…”alzati/ dal letto, esci dall’ospedale, percorri a ritroso/ le stagioni, richiama il fumo dalla ciminiera, ricomponi/ ogni frammento d’osso, riprendi i tuoi vestiti, esci/ dalle fiamme e cammina dentro il mese di aprile/, muovi ancora  i passi, allenati per i nuovi/ sorrisi, articola un piccolo discorso, sgranchisci/ la mandibola, prova a parlare, guardaci ancora/ una volta negli occhi, chiamaci per nome, cancella/ quella scritta: morta l’otto di aprile //

 

Non c’è nella poetica di Polvani alcuna speranza di riscatto ultraterreno di fronte alla morte, e i versi di Paradisiamoci qua  lo dicono con chiarezza:

 

“Io non so lo e non lo sai tu come sarà, ma il tuo invito/ di rivederci in Paradiso cara io lo declino, bada non è/ un rifiuto, semmai un rinvio.“

 

e prosegue nella stessa poesia rievocando la concretezza della quotidianità di alcuni atti della vita :

Ti ricordi che abbiamo mangiato un gelato al mascarpone?“

per  domandarsi  subito:

pensi che potremo rifarlo in paradiso? Che potrò comprarti quelle sciarpette colorate?

 

L’agnosticismo dell’autore si conclude poi nella poesia dal titolo strano ma eloquente

eurostar s’infila dentro una galleria e qualcuno s’interroga sull’esistenza di Dio“

ove leggiamo ”... e il fragore affonda tutti nel guscio tondo della galleria, nel fondo/ della marea nera, paura bru bru e tun tun e rimbalza/ sui binari il seguente assillo: esiste dio? Ma nessuno lo sa e ci viene/ da ridere e ci si chiede dove va questo treno immaginario? Va/ dove vanno tutti i treni immaginari: nella pancia di dio/ ma anche dio è immaginario e s’infila dentro una pancia immaginaria//

 

Sono versi che rimandano ad altri di Giorgio Caproni  nella poesia “Congedo del viaggiatore cerimonioso“ sullo stesso tema, e quasi con la stessa ambientazione sopra di un treno in movimento, ove troviamo:

.../ ed anche a lei, sacerdote, /congedo, che mi ha chiesto se io /(scherzava) ho avuto in dote/ di creder al vero Dio /…

 

 

Se allora la visione del nostro autore è strettamente connessa e legata al “qui ed ora“, alla mancanza di una visione ultraterrena è lecito domandarsi da dove egli tragga la forza per sentirsi esaltato da tutto l’azzurro di cui abbiamo parlato poc’anzi, e quale sia l’aggancio che lo trattiene e lo lega in modo così vitale all’esistenza.

A me sembra di poter affermare che  la risposta sia collocata nella corporeità del concreto, in modo speciale  in quel concreto che è quasi sempre rappresentato dall’incontro con l’altro sesso,  tangibile in molti versi di questo lavoro.

Ma non sempre questo aggancio con “l’altra metà della mela” si rivela appagante, e infatti egli scrive a pag. 8 di sentirsi:

“… incatenato/ alla chimera del possesso, all’idea che sia il sesso che ci salva/ e ci riscatta“,

ma contemporaneamente (invocando per sé stesso quel salto qualitativo nel sentimento che gli possa permettere di non “incespicare, barcollare, ed essere“ sgominato nell’orgoglio“):

chiude la poesia in questo modo

“… chiederò ai tuoi santi un consulto, una dritta/ per amarti davvero, per amarti di più, amarti oltre ogni sconfitta“.

E come ogni uomo che si scopra debole e fragile nei confronti delle promesse non rispettate, il nostro autore è capace di auto-da-fé, di promesse che si augura di poter rispettare, – anche contraddicendo quanto affermato in precedenza a proposito di un ipotetico paradiso – quando scrive a pag. 28: “guarda cara, per te io vincerò/ la legge gravitazionale, infrangerò/ la norma, perché già lo so,/ lo avverto, ne sono certo, continuerò/ ad amarti anche da quell’altro luogo,/ di cui non saprei indicarti valide/ e attendibili coordinate: un laggiù, un lassù, chissà, ma che sia per di là/ o per di qua non ha grande rilevanza,/ io so che il mio amore per te si espanderà/ come un oceano, dilagherà come una pioggia/ di fine ottobre//

Se di questo poeta sento di condividere la passione per la vita e per le sue creature, se lo leggo sempre con ammirazione e rispetto verso la sua capacità di far suo il dolore che spesso incontra nel cammino della vita,  se ho stima per la sua intransigenza di intellettuale e  per lo sdegno verso la faciloneria nella quale la stagione sociale in cui siamo immersi tutti sembra travolgerci, vorrei prendere congedo da questo suo lavoro trascrivendo per intero i versi di questa brevissima  poesia che  esprime la sofferenza per un dolore arrecato ad una donna, ma al tempo stesso nei due versi del  finale lascia trapelare tutta la natura di chi è poeta che intuisce la contraddizione ed il dualismo tra ciò che egli vorrebbe essere e ciò che invece lo incatena alla sua indole di scrittore.

 

In cambio del tuo pianto :

 

-quanta disperazione si è data appuntamento e ora/

ti assilla e assedia e ti difende/

la convulsa grammatica del pianto./

 

E’ lì che ti raggiungo, dentro i singhiozzi./

Un pianto di donna che mi chiama a un lampo/

d’immaginazione, a un fervore fecondo.//

 

Quel “lampo d’immaginazione” e “quel fervore fecondo “ sono la condanna del poeta (ma non solo sua) alla disanima continua attorno a sé stesso, sugli altri e sul dolore che causa le lacrime in chi ci ama, ed egli, come le figure che popolano la poesia “le mie amiche sono felici ? “, può concludere:

 

 

Ridono così bene, e non ti negano parole di velluto.

Io non so se le mie amiche sono felici

 

Neppure io  che scrivo lo so.

 

 

Luigi Paraboschi

18.1.2019

Bianca Bi

3 febbraio 2019

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gruppo Zaum edizioni

 

Una foglia s’inventa le ali

Questa di Bianca Bi è una raccolta che sintetizza sentimenti e passioni tra percezione e pensiero.
Emergono le pulsioni del corpo, in modo delicato ma al contempo forte, quando gli istinti e i sensi sono ispiratori di versi come questi:

sei una mano alla maniglia tra una parola
e il punto, lo strappo del mare
tra una parola e l’altra

Il tentativo di sublimare è vano se non se ne accolgono i limiti, se non si sperimentano le modalità con cui vengono registrate dalla coscienza:

ho annusato la viscosità dei liquidi,
ho percorso le linee dure del legno
e le curve dolci dei suoi nodi:
piccole fessure sull’anima delle cose

Il linguaggio poetico si fa metafisico, in un’analisi che coglie ogni vagabondare psichico; tale espressione lirica, nei passaggi segreti, (come camminamenti rocciosi di quella stessa umanità che agogna a livelli più alti di comprensione), attraverso l’esperienza del corpo e le sue vicissitudini, diventa la struttura portante di una poesia vera, viva, non contaminata da romanticismi di genere, tuttavia pervasa di atmosfere sospese e rappresentazioni squisitamente femminili. Poesia che immette negli spazi in cui la misteriosità dell’esistenza umana si raccorda alle piccole esperienze quotidiane, e l’attenzione sui dettagli fa scrivere:

una foglia s’inventa le ali
e l’accompagna un sacro silenzio.
ché il sole acceca ma la pioggia,
la pioggia tace […]

(dalla prefazione di Cristina Bove)

 

Riflessioni dell’Autrice:

Cosa significa camminare facendo perpetuamente penultimi passi?
Il penultimo passo è l’affanno. Affanno dell’arte, affanno dell’umano, affanno della parola che è lì lì, è quasi quella parola eppure non è quella. La parola è intrinsecamente un difetto di costruzione, lo è sempre in tutte le forme.
Essa fallisce e fallisce l’umano perché non ammansisce le cose le quali sono “impiccate” e attonite. Scricchiolanti, dense. Le cose scricchiolano perché non riposano mai dentro l’involucro del linguaggio; lo rompono continuamente, la loro volontà è irremovibile.
Ma un penultimo passo è anche una devozione. La devozione a quel vuoto, a quel buco fitto che “pesa” e che è lo stare della corda a concerto finito** , o il suo stare
“spalancatamente a un passo dall’arco”.
Io davvero credo che questo penultimo passo, questo vivere tra le cose, “né a capo né a fine”, questo stare nel mezzo, essere sospesi tra due gesti, sia tutto; “il gerundio impossibile del morire” che è la vita.

**(Herbert)

Tu sei il rumore che si percepisce appena

tu sei il rumore che si percepisce appena
l’odore di luoghi nascosti
il galleggiante alla canna di un pescatore
tremante.
sei una mano alla maniglia tra una parola
e il punto, lo strappo del mare
tra una parola e l’altra,
il buco della terra
che si è aperto alla croce.

tu sei dolcezza dei liquidi,
sinuosa
sei una forma che si dona,
come una disperazione.

Stanza bianca

la quietezza dell’acqua
quando è ferma
oscura ogni voce:
le urla s’accasciano sulla secchezza placida delle foglie.
una stanza bianca attende
spalancatamente
sussultando a ogni accenno di
vento:
entrerà ancora un poco
il passerotto?

Ho toccato quante più cose possibili

ho toccato quante più cose possibili
indugiando sui perimetri dei petali,
sui contorni della carta.
ho sostato pulsando nel tempo del dolore,
ho annusato la viscosità dei liquidi,
ho percorso le linee dure del legno
e le curve dolci dei suoi nodi:
piccole fessure sull’anima delle cose
per leccare e bere
per riconoscere il mondo
di ogni giorno e ogni istante fermo nel presente.
ho tentato di fissare l’esperienza
disegnandola col mio caldo corpo
sulla superficie fredda del biancore
ma ho sentito un battito
e altro non ho saputo scrivere che cuore

raggelando i corpi alle parole,
di neve
uccidendole.

Istantanea

sono ore piegate queste
dai suoni sordi
i fili d’erba chini
al suolo
l’aria d’attesa intrisa
ma senza bramosia
così come il passero
che né vola né sosta dormiente
si lascia bagnare un poco
nel suo passivo stare
senz’ombre, e guarda:
una foglia s’inventa le ali
e l’accompagna un sacro silenzio.
ché il sole acceca ma la pioggia,
la pioggia tace.

A volte i tuoi occhi sono come gli stormi

a volte i tuoi occhi sono come gli stormi,
io non li conosco.
non so dire su quali superfici
si siano appena mossi,
sopra quali altri oggetti andranno
a posarsi dopo avermi percorso
quel poco.
e arriva un’apnea che si finge riposo del vento
il timore di un cielo acquattato sotto un vaso
e mi scordo dei nomi tranne per questi pezzetti
del tempo che chiamo piccoli addii
e le scarpe scomposte buttate
un po’ a caso
sembrano darmi ragione.
infine anch’io ho le sembianze di un vaso
e in agguato un silenzio…

perché dimmi come si fa a respirare,
parlare
stando nel mentre delle cose
– né a capo né a fine –
nel mentre di uno sguardo
in un frangente del precipitare
nel dovunque del cielo.

Bianca Bi nasce nel 1982, vive per 20 anni in Calabria tra mare e campagna.
Si trasferisce a Torino nel 2004, dopo gli studi universitari. (Scienze dell’Educazione).
Fin da giovanissima si interessa alla musica. A 12 anni impara i primi accordi di chitarra.
Sperimenta le arti visive con approcci al disegno e alla fotografia.
Parallelamente cresce la passione per la poesia a cui si dedica più intensamente in concomitanza con particolari snodi esistenziali.

L’attività musicale, iniziata nel 2002, consiste in una serie di brani composti, registrati e arrangiati rigorosamente in casa. Solo dal 2017, pian piano, stanno progressivamente vedendo la luce alcuni di questi. Si sancisce, con la loro uscita, l’importante passaggio da una composizione individualistica e arroccata a un’opera-messaggio che chiami in causa anche l’altro.

Per quanto concerne i futuri progetti musicali è massicciamente presente il desiderio di comporre e dedicare un album al Sud.

 

Danilo Mandolini

27 gennaio 2019

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Danilo Mandolini, Anamorfiche, Arcipelago itaca 2018

 

 

Recensione di Anna Maria Curci

Percepire dimensioni e condizioni dentro e fuori di noi, rendere queste percezioni è impresa costretta all’angolo, in un angolo limitato, se essa non abbraccia la pluralità di prospettive.
A questa condanna alla limitazione deformante, a questa proposta di apertura di prospettive fa riferimento, già nel titolo, Anamorfiche di Danilo Mandolini (Arcipelago itaca 2018), raccolta della quale, nel mese di marzo 2018, sono apparsi alcuni testi in anteprima su Poetarum Silva.
Oltre ad essere, dunque, proposta di apertura alla percezione e alla restituzione di diverse sfaccettature, della pur minima differenza di sfumature, Anamorfiche è proposta di apertura al superamento del limite individuale attraverso una ‘sinfonia psichedelica’ che si articola in numerose sezioni, alcune delle quali portano proprio il titolo di «psichedelie».
Dopo un’introduzione, che ha il titolo Altrove e un tono che sarebbe sbrigativo e ottusamente tranquillizzante definire apocalittico, tanto realistica è la descrizione della istupidita acquiescenza con la quale gli individui, tappati in case ammucchiate in un conglomerato urbano che inghiotte, novello Crono, qualsiasi forma di comunità, accolgono l’orrore del disgregarsi, parte la prima sezione di Anamorfiche, intitolata, appunto, Psichedelie dei rumori, delle voci, dei suoni e dei silenzi.

… continua su Poetarum Silva

Flavio Natale

21 gennaio 2019

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Vespe

Vorrei ritirarmi
dentro una siepe
dove le vespe lavorano le case,
dove la luce non è che lucore,
e riposare
in un ordinato simmetrico scambiarsi
di voli,
abbandonare il mondo, di fuori,
al suo ronzio ininterrotto.

 

Moltitudini

Moltitudini
di ritorno dal sale,
da sieste, da creme,
cocomeri, bruciature,
sono stipate
sul treno del rientro, direzione
centro città.
Cappelli tondi lillà,
maglie sgargianti, orpelli,
abbronzature Nivea dipinte
sulle epidermidi.
Ma nel vagone Atac
una ragazza fa luce
tra l’afa che scoppietta e il sudore,
capelli biondi, caschetto.
E’ gialla girasole.
Esce alla terza stazione
e anche un ragazzo,
smilzo, introverso, due porte più in là,
sguardo a terra, fa
un passo alla luce.
Lui è blu anemone.
I loro colori s’abbracciano,
al tornello,
mischiati poi
davanti l’uscita.
Sono scesi entrambi
alla giusta fermata:
verde.
Creme

Ti toccavo le mani,
ossute e contrite, curate
con creme Erbolario,
assetate come un cane
al guinzaglio. Asciutte
e a brandelli, erano
l’arteria del quartiere,
a faglie. I medici a stento
li lasciavi parlare.
Oggi ti sfioro
in uno spacco di mare,
dove il contatto è breve:
sale e granelli.

 

 

Nighthawks

Sul bordo del bancone, al fondo
una palma,
si poggia sottovoce,
tra gli scrosci dei lavapiatti,
un brusio di miscele.
“La corretta razione
per un Martini
è Gin e Vermouth, sei – uno” dice.

Tintinnano i bicchieri di Boemia,
a festa.

Aumenta la notte, si fa molle,
e inghiotte il bar
come un blob.
Resiste una luce. Un falco
afferra il locale,
e lo strappa da terra.
Chiude. M’immergo
ubriaco nel buio.

 

 

Mattatoio mattutino

Mattatoio mattutino
di sterminate teste che aggrappate coi denti
a spranghe nel treno
sembriamo bestie, tintinnanti carcasse
inchiodate a uncini di ferro
dirette al macello.
Il macello attende alla fine del rullo
così come il treno su binari a corsa finita:

e questo tremendo tornello
noi tutti prendiamo per vita.

 

 

Colli

In una notte senza stelle
annegata nel buio, nero,
dove non s’intravede nulla
a un palmo di mano
al di là di qualche pensiero, crespo
e immobile,
io sperimento
la solitudine felice.
La sento
bella
come i colli distesi davanti,
gobbi giganti travestiti truccati
decorati da collane di luci
forse
sono queste le strade sterrate
dove Tu mi conduci.

Un gatto si blocca davanti ai portici
illuminati da fari straziati dall’uso,
e si torce solitario tra angoli
e frammenti di campi.
Questo è il silenzio
che porta con sé
tutte le parole che ho davanti,
questo è il silenzio
che io tengo, chiuso,
solo per me.

 

Canale

Siamo bottiglie buttate sulle sponde
di un canale, rotte,
che guardano attonite
l’acqua che scorre.
Qualcuna si scuote,
e di scatto da immobile
si prova a tuffare:
il risultato è soltanto inquinare
e quasi mai si raggiunge la foce.

 

 

Ponte

A Giorgio Caproni

Le scale di Genova tua, Giorgio,
sono sbeccate, incrinate
da un piccolo spacco
a cui ha seguito uno, e un altro, e uno
ancora, ramoscello fiorito
in ramo, e fronda.
E giù.
Ha fatto somma
di lamiere e tetti,
auto, genti centrifugate
in una gromma
di bitume e carne.
Non si sente per le strade
odore di iodio e sale,
ma puzzo di gas,
la nebbia tutt’acqua sbuffata,
e una nuova nube, farinosa,
da guerra.
Pochi ce l’hanno fatta:
uno ha avvertito la scossa
come un fischio, stridente ferraglia,
un altro, camionista, ha assistito
allo strazio su un palco, un terzo,
portiere in promozione, è spiccato
nell’aria per qualche secondo
per atterrare indenne.
Ma altri no: vivevano a rate
sotto un ponte, globo di cavi
e filacci, che traballa
sulle case, inciampa
e poi cade, come per stanchezza.
Erano tante, anime in vacanza
o bassa manovalanza della città,
quell’umanità che sconta
ogni guerra in prima linea.

Oggi la televisione piangeva,
è già una notizia:
sono sepolti
sotto croci d’asfalto
tutti i tuoi amori in salita.

 

Flavio Natale nasce nel 1992 a Roma. Laureato in Scienze Politiche, attualmente lavora presso una redazione che si occupa di sviluppo sostenibile.

Appassionato da sempre di libri, cinema e del mare che si trova a pochi chilometri da casa, scrive da alcuni anni ed è stato pubblicato in antologie come l’Enciclopedia di Poesia Contemporanea, Premio Mario Luzi (2016) o la raccolta del Festival Poetico Il Federiciano (2016).

Ha scritto un testo per il teatro, “Processo ad Allan Simmons”, messo in scena dalla compagnia Gruppo 18, miglior spettacolo nella Rassegna Exit del Teatro Vascello (2018), premio del pubblico nella Rassegna del Teatro Marconi (2018) e in concorso nella Rassegna inDivenire del Teatro Spazio Diamante (2018).

Si occupa anche di promozione della poesia sul territorio romano con l’associazione #LaPoesiaSalveràIlMondo.

Ricordando Narda Fattori

14 gennaio 2019

 

https://giardinodeipoeti.files.wordpress.com/2014/01/scrittori-a-confronto01-12-06-09.jpg?w=201&h=278[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?

continua qui

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543&zoom=2

 

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote
se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “
ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi…

continua qui

 

 

 

 

Maria Pia Quintavalla

7 gennaio 2019

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Mater II

Io scrivo china per pulire

Tra il muro di follia, il suo alto
e la disperazione – io scrivo
acquattata in silenzio trascrivo:
Sono scappata forte,

devi tu alla figlia
al suo distacco revocato e fragile
non medicato, il sacrificio
di quelle molte voci urla, e smorfie
le ingiunzioni di stanza in stanza;
come buttata nel liquame,
che qualcuno mi getta compulsivo
e sempre al buio tento
le cose non vedere, e schivo i volti
che mi conoscevano.

Mi parlano dal mito e dal silenzio
una mistica bestemmia
in orizzonti funebri che entrano dal nord.

*

Io scrivo china per pulire
nell’inchiostro di infermità piegate
sui confini
del già veduto (del dicibile)
ma lei me lo riporta
massicciamente invasa, dietro
le costole degli occhi nella gola
come miele suo.
Intanto m’alzo; lei alza la voce
mi descrive il corpo, lo ri significa
cancella, ingombra
inizia da due dita in gola mi sommerge
poi, chiude gli occhi, io
non la riconosco.
( il viso, un gesto epico
in un vomito nascente ).

Dentro l’aria entra la voce
che piange che punisce, dice Va lontano
maledicta, né amata o stupefatta
di male, e di dolore.

Stanca seduta, io disfo il letto,
vivo l’arsura della crudeltà
odo il rintuzzo delle colpe,
colpo su colpo che da lontano
accede, lo trafigge, il sangue più pulito
mentre dice, Io uccido.

La sua voce la mia, una voce che parlava,
è uscita mi allontana
per un gesto violento che mi prende
in giro in sogno fino
alla mia morte,
le strofe della sua follia r e s p i r a n o;
e scrivo di un corpo che si perde
alle sbarre, al commento
che mi chiude in un grido a mezzanotte,
in q u e s t a notte di vomito freddo.

 

 

C’è pena sotto la volta di Milano

Di notte,
la notte aperta fra lenzuola io parlo
a voce alta comprimo,
anzi comprendo sentendomi negare
per ogni via il calvario
di madre crocifissa,
io cerco non vedere l’icona, oppure
vorrei farla vedere e fatta, ma conchiusa
lei va lontano blatera, sposta
ogni suo gesto dove non esisto –
Così entra la mia persona così
troverà spazio e semenza
per il suo futuro
che oscuro se lo punge e bruca,

come il suo dolore.

*

Gemono porte, c’è pena
sotto la volta di Milano, intanto
punge una natura
bistrattata con il suo passato;
la paura non è la mia –
ma femminile e forte l’io che sognava
ieri – soffre di raggelato assenso
al male, oggi –
di queste sue storture fa
di ogni mondo l’anima vorace,
la trasforma, e tace.

 

 

E’ sceso il bianco

E’ sceso il bianco giù in pianura
e un uomo che mi prende a sera,
la sola parlata che conosco:

il giorno evoca il corpo che l’ha generata,
scende verso la porta, poi a t t a c c a,
a tutti mi descrive come morta,
e dice cose su me sulla mia vita
come quelle antiche quasi
fossi un oggetto inanimato
va verso piante nude a dire oro e schifo,
ombra e luce,
tenta dentro di sé tenere strangolata
la carne dolce che l’ha generata;
intanto piovono le luci
a intermittenza da un alone blu, sui vetri
al davanzale.

*

A sera: la sua voce che danneggia,
è lei la lepre ,
con modi che scardinano, che bucano
nel viola; e non serene fa
tutte le mie giornate, le impoverisce
nuove, le violenta
come in un fumetto orribile

Ma c’è qualcosa nella sua balbuzie
A sera, che unisce
la sua voce che ticchetta al telefono,
o sbadata compone
nell’amore serale di un’amica
il diluvio, e tutte le sue pene
nella conversazione, ora lieta ora isterica
ora insoluta,
*com’era già tra noi la relazione.*

Guardo a riva se alcuno
trasporti via da me una lei lieta,
per andare a stornare
di traverso, riaffiorare più vere
le vene del suo mare.

 

Maria Pia Quintavalla, nata a Parma, vive a Milano. Suoi libri: Cantare semplice, Tam Tam‘84, Lettere giovani Campanotto ’90, Il Cantare, Campanotto‘91, Le Moradas, Empiria‘96, Estranea(canzone)Manni 2000, introduzione di A.Zanzotto, Corpus solum, Archivi‘900, 2002, Album feriale Archinto 2005, Selected Poems, Gradiva 2008, N.Y., China, Effige 2010, I Compianti, Effigie 2013, Vitae, La Vita felice 2017, Quinta vez, (Stampa 2009), 2018

 Cura dal 1985 la rassegna e relative antologie, Donne in poesia, e le sue nuove rubriche: Scrivere al buio, (Casa della poesia ), Le Silenziose (Book City 2013, 2015 e 2017 ), Muse, Autori Resurrezioni (Expo cultura).

Il convegno nazionale Bambini in rima/La poesia nella scuola dell’obbligo, Atti su Allfabeta 1988. Premi: Tropea, Cittadella, Alghero Donna, Nosside, Borgomanero, Montano, Città S.Vito, Contini, Metauro, Alda Merini, Pontedilegno, Città di Como. Cinquina al Viareggio.

Tradotta in varie lingue ed antologie.

Collabora con Laboratori di scrittura a Lettere, Università agli studi di Milano.

Buone feste

23 dicembre 2018

buone feste - abete - by criBo

 

Massimo Guidi

20 dicembre 2018

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La raccolta di Massimo Guidi colpisce per la sua progressione corale, per un certo accenno di venatura epica nell’incedere, per il ritmo che ricorda un passo marziale, perché trattiene un’eco del passaggio dei padri che fecondarono la terra e consumarono il pane, quegli uomini che spianarono gli scoscendimenti a terrazze e che ancora siedono all’ombra dei muri masticando aglio e pane. Il passaggio di quegli uomini che sempre si sono identificati nel vincolo con la terra e si attardano alla fatica. Dunque un’incursione, ragionata al limite dell’analisi, nella memoria di un territorio, una poesia che scandaglia il formicolio delle vite, racconta di quei volti che si mutano “e s’adeguano all’ocra, / calcinandosi al sole”. […]
(dalla postfazione di Paolo Polvani)

 

BRUMA


Una conca pliocenica –

bramiti si ridestano

di un passato lacustre,

solo le cime restano.

 

TERRAZZA

Il vento si dipana.

Da qui senti che l’acqua

ammorbidisce i dossi.

Un altro grano, poi,

rivestirà le dune.

La stagione lavora.

 

 

APPENDICI
 

Durano colombaie

e ricoveri d’uomini,

perimetri di pietra

isolano gli interni.

In sunti di materia

pertinenze di dune

culminano volumi.

Anche i volti si mutano

e s’adeguano all’ocra,

calcinandosi al sole.

L’intonaco si scrosta,

come altro si consuma.

 

 

CORTILE

Il giorno scalda i sassi.

Qualcuno faticò

a portarli e posarli.

Ora avanzano ai muri.

E così le parole,

che dici ma non sai.

 

 

PAUSA

Le cicale sferragliano.

S’invocano rovesci.

Ma l’inutilità

del non fare è palese

quanto quella del fare.

S’affollano lucertole.

 

 

IN TERZA PERSONA
 

Patisce per le cose

a cui non trova posto,

l’uomo che non s’adatta

e che non s’accontenta.

Guarda l’araucaria

stupendosi di quanto

siano veloci i ragni,

guastandone il lavoro.

 

Massimo Guidi è nato a Figline Valdarno nel 1976.

È laureato in Scienze giuridiche e lavora come consulente in un istituto di credito.

Appassionato di pesca e di libri, anche da collezione, vive in un piccolo paese della campagna fiorentina con la moglie Laura e i loro due bambini.

Nel 2004 ha pubblicato per Aletti Editore la sua prima raccolta di versi, Vulnerabile.

Ha partecipato a vari concorsi letterari per opere inedite classificandosi in alcuni al primo posto.

Negli ultimi anni le sue poesie sono apparse sulle riviste Ilfilorosso, Il Segnale, Orizzonti, Poliscritture, Zeta, Poesia, La Clessidra, La Mosca, L’Immaginazione, Collettivo R.

 

 

 

Silvia Secco

15 dicembre 2018

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Lettura di Luigi Paraboschi

 Se le parole che un poeta usa con maggior frequenza sono le spie che ci aiutano a comprenderlo, ciò che in buona parte serve per identificare il nucleo del suo “ sentire “,- visto che  in questa raccolta la Secco usa i sostantivi “ Neve “ “ Pane “ , “Sete e Fame “  con molta frequenza-, non posso non  domandarmi quale sia la parte di sé che essa maggiormente tende a valorizzare, se il corpo o lo spirito, ma propendo a superare la fisicità dei sostantivi elencati per lasciarmi sedurre da un’altra spia del suo essere persona, gli esergo che essa antepone alle varie parti del suo lavoro.

Si sceglie un “esergo” per  fare una introduzione al lavoro che si intende sottoporre al lettore, ed anche per rendere omaggio a qualche autore importante per la nostra formazione, e la nostra autrice  ne evidenzia alcuni  che elenco per aiutare ad inquadrare i vari temi che essa svolge

il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome
e per citarle bisognava indicarle col dito. (Gabriel Garcia Marquez)
Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese
doveva difenderti (Andrea Zanzotto)
della città importanti io mi ricordo Milano (Ivano Fossati)

Se è vero che scriveva Marquez che “ le cose bisogna indicarle col dito “ a me sembra che già dal lavoro precedente “Canti di Cicale “  Secco avesse lasciato capire che il titolo del lavoro attuale fosse già in cantiere quando da allora  indicava al lettore che: Interni al mio ventricolo sinistro/maturano segreti di amarene
e  infatti questi sono i frutti che lei si decide a cogliere ora, quando scrive  del lavoro di cui sto parlando:
io qualche decina di amarene/mi covo nel grembo. Per voi preparo/un pane in dono, minuscolo ed agro.

Ma  aveva anche dichiarato da prima:
All’amore/occorre tacere, come alla neve cadere./Occorre accarezzare, se brucia soffiare. /Placare se serve, lenire.

Le amarene che Silvia ci offre sono talvolta acidule, com’è nella loro natura, e lasciano in bocca un sapore brusco, e quindi il lettore dovrà cercare di addolcirsela girovagando tra i numerosi passaggi morbidi di questo libro.

Il dolore del cuore prorompe dentro la riflessione che essa conduce parlando di  fatti di cronaca recenti, episodi di violenza su bambini e bambine accaduti nel sud del nostro Paese, fatti che hanno turbato le coscienze di tutti per la loro drammatica evoluzione.

E l’urlo di dolore non prorompe ma si tocca con mano perché la poetica di questa autrice è sì tutta giocata con parole che esprimono  fatti e avvenimenti tragici, ma  lo fa sempre con il pudore e la riservatezza che la delicatezza degli argomenti richiede, come in questa  dedicata alla bimba napoletana  di pochi anni, abusata e poi gettata dal terrazzo di casa,  una storia horror raccapricciante.
Leggiamo  questo testo per intero:

le bamboline salgono le scale/dei palazzi con le ginocchia sbucciate,/le ciabattine. Portano nomi come/caramelle. Suonano alle amiche/per giocare sulle terrazze sgombre/delle antenne, a unire i puntini dei nei/nella forma del lupo. Indossano/magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani/gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani.

Si legga attentamente e con pazienza i versi di questa che segue, si analizzi la delicatezza delle espressioni usate, il pudore dei gesti, la riservatezza nel raccontare i fatti, ma anche la precisione quasi pittorica di quella sofferenza fisica derivante dal dolore per la violenza subita.

Nove anni, piedini nei sandali /e i malleoli uniti, ti dondoli / nel piccolo male d’ossicine. /Nove anni e spingi pianto e groppo /giù, ginocchio contro ginocchio/ giù, più forte un malenorme/ giù dal bruciore dell’occhio/giù nel cavo della pancia che è un tondo/ liquido mondo bambino. /Nove anni e stringi che non si spanda/- sopra il cesto del bucato dove siedi /nemmeno tocchi terra con i piedi -/Fingi di farfalle nelle ragnatele /e mani senza dolo da tenere /magari solo per attraversare.

Come non avvertire tutto il dolore che c’è in quel “ malenorme” nel cavo della pancia, come non vedere quello stringersi delle gambe affinché quel dolore non fuoriesca dal corpo, come non rendere concreto sotto i nostri occhi il disagio di quel muovere i piedi che non arrivano a terra ?

Le bamboline salgono le scale /dei palazzi con le ginocchia sbucciate, / le ciabattine. Portano nomi come /caramelle. Suonano alle amiche /per giocare sulle terrazze sgombre /delle antenne, a unire i puntini dei nei /nella forma del lupo. Indossano /magliette preferite con le ali /contano i loro anni, fino a sei. Poi /si chiudono la bocca con le mani /gridano la faccia dei padri. Fanno il salto, volano giù otto piani. 

Le possiamo vedere queste “ bamboline “ con le loro magliette da pochi soldi, le ciabattine strascicate ai piedi e la drammaticità dei versi finali ci fa comprendere meglio il significato dell’esergo ricavato da Zanzotto: Tutto ciò che con ogni amore e afrore di paese /doveva difenderti .

Non c’è protezione né salvezza neppure gli odori di casa, niente difende il cavo della pancia di quelle bimbe, nulla le protegge dai lupi che si aggirano attorno al cesto del bucato sul quale siedono dondolando i piedini.

Ma teniamo presente anche la “neve” che, come ho ricordato all’inizio, è una costante frequente nel versi della Secco, e non occorre possedere troppi studi di psicologia per intuire che  vuole rappresentare uno slancio inconscio verso una serenità ed una pulizia interiore della quale l’autrice sente la necessità, come in questi

Insegnami il coraggio dei papaveri/ai margini di strada, l’ilarità/di certe spighe, a spasso con le folate./Fammi capace di gentilezza/- l’erba sul piede nudo, l’attitudine del sasso/a tacere le erosioni, la pazienza che hanno i pesci/coi costumi dei bagnanti – dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

Questi versi sono una invocazione quasi trascendente ( la trascendenza non appare mai troppo evidente in questa raccolta, ma la si sente, la si tocca anche se non è nominata ),si avverte un bisogno di “ gentilezza “, la necessità di essere spontanea come i papaveri sul ciglio dei fossi, la rassegnazione del sasso che ignora le erosioni del tempo e delle intemperie, e la fede nei risultati che verranno.

 Ancora  la poesia

Impareremo dalle cime la vertigine,/la libertà dal gatto di morire solo. Avremo pietà/- come la terra per il fieno, all’ora della falce -/un biancoridere di scogli davanti al mare./Impareremo a eliminare dalla calce, dalla brace/a trattenere. Avremo sete e avremo fame:/la sete di chiarore della rosa/l’urgenza degli uccelli di cantare./Avremo comprensione nelle mani,/la stessa fame d’ossa degli anni, dei cani.// 

e sottolineo questo bisogno di “ trascendente “ che sarà finalmente soddisfatto un giorno quando avremo imparato dalle cime la vertigine, quando la nostra fame di ossa che hanno i cani sarà saziata, per evidenziare meglio come in Secco vi sia un  tormento  esistenziale così ben espresso da questo esergo di apertura al libro:

 “Tu sentissi come come mi urla il cuore questa litania. /Mi urla come un bambino “.

Ma quando avremo imparato la libertà del gatto di morire solo “ allora sapremo farci concavi per diventare capaci di raccogliere il dolore

…Essere pozzanghere, per similitudine /di condivise profondità, voragini e spaccature/ loro, come le persone. /A raccogliere gocce fuse alle gocce noi /ci diciamo luogo, raduno di piccole cose cadute.

……………. perché scrive più avanti   il nostro destino è  che “ Mai saremo promesse alla quiete “.
Eppure un luogo esiste sembra dire l’autrice per raggiungere quella quiete desiderata, occorre ricercarlo anche :

……….. Dentro la città, dentro le righe/fra le lastre delle pavimentazioni,/ci fioriscono le mani, e sono fili/d’erba nuovi e sono vivi: quadrifogli/che si fanno avvicinare/……….…..ci rassomigliano per illusione…..

L’illusione scompare dentro la scoperta della personale “ pavimentazione “ , quella interiore che è capace di non farsi soffocare e lascia crescere così quadrifogli, anzi genera quei filari di rose che i contadini fanno sbocciare agli inizi di ogni filare di viti, ed è la scoperta di possedere radici ciò che dà all’autrice di “ appartenere ad una patria “ 

Vien vardàre, mi hai detto. Il filare/finisce sul fiore, ognuna delle tue/rose è sana. E nel minuscolo tondo/del chicco/ancora non succo né acino/e nel ventaglio della foglia e nello/slargo del palmo della tua mano/e ovunque fra il passo e l’erba, io mi fiuto/un buono di pelle che è il nostro odore/e dove mi trovo, figlia. Appartengo/a una patria.

Quell’espressione dialettale con cadenza veneta che appare all’inizio è un invito che qualcuna di famiglia, la madre presumibilmente,  le rivolge quasi come  incoraggiamento a soffermare lo sguardo sul tondo di quel chicco d’uva che sta crescendo,- nuova vita-, e la induce a scoprire quell’odore di buona pelle che è la certificazione di origine, l’identificazione con qualcuno che fa parte di noi, è il coronamento di quell’espressione trovata poc’anzi che diceva:

………dammi la fede del frutto/che maturerà come ne ha la neve, in altitudine/a maggio inoltrato.

 e anche di quest’altro verso che  dice parlando delle pozzanghere   :……….Concedere ai bambini di entrarci, di saltare/nudi, con la felicità dei loro gridi.

Una volta trovate la radici delle rose del vigneto, è facile ritrovare anche quelle del proprio destino di donne legate alla stessa pelle, allo stesso colore del suo tessuto, alle stesse linee del destino, come leggiamo:

 Senti come fa rumore, una foglia/sulla strada sopra il letto delle foglie/sopra l’anulare/- l’oro della fede/che dopo appartiene a mia madre -/Senti com’è uguale anche la grana della pelle/a ripensarla, e uguale è il colore/di sua madre, di mia madre e di me/mano a mano, con gli anni che disegnano/le linee, questo destino che ci scrive/una separazione.

La parte più amara di questa raccolta è l’ultima, quella che si fa precedere da quell’esergo iniziale:

Bocca sulla bocca ti ho mentito/l’inutilità di questa frode
Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto/ che levare -una lettera alla volta del tuo nome/ quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole/ nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore/ vasto, come un città -Milano, io mi ricordo: lascivo la casa allora, disadorna e  feroce/ e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade/ dopo la lotta e la rivoluzione/. Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto./ Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto/- immaginata mia primavera- arrivare:/ mia nuovo curva lunare, virgola d’esplicitazione,/ stato di quiete mio. Arrivare//

Secco esce con queste ultime poesie dalla dimensione del dolore particolare ed assume veste di persona che si interroga sul proprio destino, ma anche su quello di coloro che verranno, si domanda  che ne sarà degli anni:

Quanto, quanto avremo/ perduti i prati che non torneranno, non i prati/. Non rimarrà prato alcuno/ Non più gemmeranno i tralci, si seccheranno/ e germi nelle cavità dei legni li marciranno/ e nessuno, né rami né foglie, neppure gli acini/ ripareranno dalla crudeltà del bianco:/ gemere vuoto di luogo disabitato, abbaglio di bianco/ sul bianco del muro

Decisamente l’andamento di questo lavoro della Secco è ineccepibile come svolgimento;  ci prende per mano, l’appoggia al suo grembo a ci lascia togliere i frutti amari che esso raccoglie; parte dal dolore che trasuda da ogni poro del nostro vivere, passando attraverso la sofferenza del proprio vissuto privato

A noi dicono, invece, ce ne sarà per degli anni./Che ci faremo anziani, e alla cura non basterà la neve. /Ma allora come faranno i figli. Come le madri ,/ il bestiame, il torrente o la piena, le vigne /e il grano, oppure il piano a sopportare /nostalgie di tre sillabe – alcun orizzonte, /trincee in luogo di alture, cicatrici incapaci/a guarire – e noi incapaci, a spaesaggire.

E quella crasi “ spaesaggire “ ci fa  approdare  a una conclusione avvilente, disillusa e sconfortante servendosi di un linguaggio anticonvenzionale, privo di retorica, scarnificato all’eccesso, sfrondato da ogni tentazione sentimentale anche nella parte del proprio privato affettivo, ma temo che queste amarene non saranno le ultime che dovremo aspettarci di questa giovane autrice già al terzo libro di poesie.

 

 

 

Claudia Zironi

10 dicembre 2018

Lettura di Luigi Paraboschi

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Variazioni sul tema del tempo
poesie di Claudia Zironi

Credo di poter dire, senza timore di essere contraddetto dall’autrice, che il tema del tempo costituisca quasi una costante di tutte le sue raccolte, a cominciare da
Fantasmi, spettri, schermi, e avatar da cui stralcio :
A un certo punto il mondo ha rallentato
…non so bene quando è successo…
il mondo era invecchiato

Che Zironi pensasse che il tempo abbia rallentato e invecchiato il mondo, e il flusso degli anni abbia trasformato e si sia portato via i nostri migliori sentimenti, lo si poteva già intuire e dedurre dal finale di questa altra tratta da Eros e polis ove, forse parlando di sé stessa, preconizzava un destino di morte, di oblio e di sconfitta al quale però siamo inevitabilmente destinati tutti:

Sei nido della rondine /a settembre, destinato /all’abbandono. Servirai /da concime alla terra / dei nuovi ramoscelli /che culleranno uova

Ma in questa ultima raccolta lei affronta ancora e con maggiore impegno e attenzione quasi scientifica il tema temporale, costruendo all’interno di tutto il suo lavoro scansioni letterarie chiamate: Ucronie-Eterocromie-Eucronie-Discronie-Sincronie-Ur-cronie-Diacronie dentro ognuna delle quali inserisce testi a suffragio del tema principale che è
“il tempo“.

In tutti questi “paragrafi“ o “capitoli“ del discorso poetico sono inseriti testi che davvero spiegano il significato dell’intitolazione ad essi assegnata, e ritraggono ciò che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico avesse assunto un andamento differente.

E’ una sorta di “sliding doors“ letterario nel quale Zironi immagina di viaggiare con la fantasia attraverso luoghi geograficamente precisi ( la Finlandia, Stoccolma, Santiago, Il Cile, la Fossa delle Marianne, Istanbul ) per proporci testi a volte leggermente angoscianti per quel senso di solitudine e di lontananza che mi hanno fatto riandare al romanzo “La strada“ di Mc Carthy, per la visione desolata di un mondo sopravvissuto ad un disastro ecologico o nucleare.

Poiché in un testo essa scrive: ”per scrivere di cose profonde/ ho scritto di curiosità geografiche “, non ci resta che seguirla nel divenire poesia di queste “cose profonde“ il cui sviluppo lascia il lettore a volte spiazzato, come in questa:

Avevo- forse ho-qualche parente a Padova/.Ci sarò stata due o tre volte in tutta la mia vita/ ricordo solo la chiesa, la piazza/ ma è uno di quei posti che diceva mia nonna/ suona familiare/ come se ci avessi perduto qualcosa/”

ma lo spiazzamento arriva da questo verso folgorante che chiude il testo “Guarda per me nel fiume“.

La spiegazione di questa volontà di disorientare il lettore mi è apparsa più chiara da questi versi di un’altra:

“Sei mai stato una gazza?/ disposta in fila con altre trenta su un cavo/ nel sottotetto, che guarda/ te che sospiri scacciando l’idea/ di un nuovo amore/. E sei mai stato il tuo letto?/ che accoglie l’insonnia, le mani, il calore/ come fosse il suo corpo/. Sei mai stato il treno che ascolta/ i tuoi nuovi pensieri cosi azzurri/ come fossero raccolti di fresco in un campo/ E sei mai stata l’aria che lei respira? Il pipistrello/ che le vola davanti alla finestra ? Sei mai stato la sua bocca, i suoi occhi/ il suo seno?/ da quando ti conosce//”

Ancora una volta, come nei precedenti lavori, affiora in Zironi uno sguardo sul mondo che pare volere celare una invocazione di aiuto, la volontà disperata di vincere l’inevitabile trascorrere del tempo e di volerlo piegare alle esigenze di un cuore sempre bisognoso d’amore e di contatti umani, malgrado quella che a un lettore frettoloso potrebbe quasi apparire aridità o quanto meno indifferenza.

Se non ci si sofferma sul disincanto racchiuso in questi versi, sul loro nichilismo:

“non è infinito l’universo/ è il nulla-meno qualche cosa, esiste/ per sottrazione al nero/ ma Tu/ sei come il tempo

se non ci si lascia influenzare dal contenuto di questi altri:

“E se un giorno svanissero/ i pensieri la luce non esistesse più/ la percezione/ dello spazio né quella del freddo, non ci fossero/ più nervi ad accogliere il dolore/ nessuna voglia nel ventre, un grande/ silenzio./ Il tempo/ fosse una macina per ossa/ Se un giorno restasse solo questa sensazione/ di non servire a niente//

e si va oltre la prima reazione di sconforto, tornando sui differenti testi di questa raccolta ci si può rendere conto che l’anima di questa artista possiede angoli di sensibilità eccezionali capaci di venire fuori con tutto il loro vigore,e la loro forza espressiva come si può dedurre dal finale di questo testo che segue, malgrado sembri essere stato dettato dallo scetticismo più globale:

“Misurazioni effettuate hanno dimostrato/ che l’ innamoramento sul pianeta Terra/ nell’uomo dura circa tre mesi, nella donna/ un anno, dopo sei anni c’è la sopportazione/ quando va bene,/ poi solo fastidio, la possibilità/ di incontrare l’uomo dei sogni è pari/ a quella di trovare il libro di Urizen/ su una bancarella, arrivata a cinquant’anni/ ogni donna libera dichiara guerra/ all’amore e alla coppia, ogni uomo/ di pari età corre appresso le ventenni…..“

se non fosse che il riscatto dalle parole precedenti e dallo sguardo disilluso che si apre su una realtà abbastanza diffusa viene fuori da questi versi della chiusa che dicono :

…”mi spieghi/ per quale statistico motivo/ mi hai sorriso ?“

Ma l’anima che cerca il sorriso che nasconde l’attrazione, è la stessa anima che la induce a trattenere i sogni nella tasca di un cappotto nel quale ha rintracciato un rettangolino di carta (forse un biglietto d’ingresso a qualche locale) e di conseguenza scrivere: “… quando ho letto ho ricordato/ un piccolo prezzo per un anticipo d’estate/ per il sogno di un’intera vita./ L’ ho rimesso tra i rifiuti/ nella tasca, e la fa ribadire l’ostinazione di voler riattivare un rapporto che sembra esaurito. “Ti cercherò tra le spighe e i papaveri/ imbiancati, nelle tane lasciate vuote/ delle pietre, nonostante il frastuono/ dei gabbiani ti cercherò tra i vescovi/ in conclave, tra le sabbie delle mie parole e/ tra le rose senza nome, tra tutti gli uomini/ mancati nel millesettecento, tra le madri/ che non hanno avuto figli. /Se c’è una possibilità di ritrovarci/ non la lascerò intentata, il giorno / della fine del mondo //

La speranza dell’incontro va al di là del fluire inevitabile del tempo e culmina nello splendore di questa ultima che riporto per intero:

“ci sono cose che capitano./ Accade di nascere comete/ o solo di nascere, come di morire/ cadendo in un fiume/. Capitano strambi incontri/ dove i silenzi non sono/ contemplati, accade di traversare/ il deserto e il mare./ Può capitare di imbattersi/ in un astronauta per strada/ e non saperlo. Può essere/ che quando si aprono le mani/ per sentire il vento freddo/ della notte qualcuno le stringa/ e si parli dell’amore//

Luigi Paraboschi 13.10.2018

Stefano Di Ubaldo

5 dicembre 2018

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Verso un forse” di Stefano Di Ubaldo è una raccolta di versi in cui si alternano riflessioni, battute, giochi, istantanee, con una buona dose di surrealismo.
Quella del gioco è un’idea che molti scrittori rifiutano. L’autore, peraltro molto giovane, incastra le parole, le addestra, le smonta, le accelera al servizio di una costante e virtuosa allitterazione e con la capacità di giocare con le similitudini. Non è un funambolismo verbale fine a se stesso, tratta temi intimi e personali con rimandi più o meno espliciti a cultura cinematografica e letteraria sia di alto sia di basso livello cosa che ritengo avrebbe fatto felice Umberto Eco.
Leggere queste poesie è un divertimento azzarderei musicale. L’autore, come un buon rapper, mostra la giocosità profonda che può avere la letteratura grazie a composizioni ricche di sarcasmo e ironia scritte in un linguaggio semplice e chiaro.
Per leggere questo lavoro dobbiamo sbarazzarci di tutti i pregiudizi, etichette o modelli letterari attesi. Al contrario, bisogna essere disposti a essere sorpresi e lasciare che l’autore giochi con noi.
Lo stile non rivela una poetica dell’abbondanza, ma non è minimalista; tende al dissolvimento della soggettività, ma non ne annulla la dizione; trasmette il sentimento, ma con una verità denudata del suo residuo patetico (ad esempio in Nessuna ambizione).
Di Ubaldo possiede un raro equilibrio che lo allinea ai poeti capaci di ascoltare la voce interna delle parole e forse, anzi senza dubbio, questa dimensione dovrebbe aiutarci a riscoprire la reale icona del poeta in genere, disilluso e tuttavia con speranza, intriso di una quotidianità significativa, che crede nella proprietà musicale e rivelatrice delle parole, come ad esempio in Babele su carta
“tra milioni di voci
che piovono stanche
dalle torri d’avorio,
dopo aver rigirato,
frottole impazzite,
nella vuota schiera
di una verità per finta”

I testi che appaiono relativamente sciolti, si sgranano davanti al lettore, prendono con disinvoltura l’andamento della cantilena, a tratti persino della filastrocca o comunque seguono il capriccio di una rima facile e sonora, tutto questo lascerebbe presupporre una scioltezza di tempi, una leggerezza di pronuncia che momenti più intensi smentiscono, aprendo il varco per un diverso tempo di lettura e di comprensione, dilatando la semplicità di questa poesia in purezza espressiva. C’è uno straniamento di fondo a manifestare il beffardo contrasto tra la superficie grafica e i temi in essa congelati.
Appropriata la scelta dell’immagine di copertina con quel cappello tra i binari, perché la vita è metaforicamente un lungo viaggio di cui non si conosce la meta e di cui non rimangono che memorie.
Consigliato.
(Luisa Debenedetti)

UNO SGUARDO NON BASTA

Ci siamo impietositi
di fronte al nulla,
all’inconsistenza
di avere due occhi
e soltanto una bocca:
troppo per vederci
e poco per raccontarci
ciò che vediamo.
Qualcuno dice
che, a chi si ama,
basti uno sguardo
per capirsi;
ma, chi lo dice,
non considera
che uno sguardo
non basta
per amarsi.
Così, ridicoli,
siamo rimasti in silenzio,
come quando per strada
si passa a fianco
a un senzatetto assopito:
lo vediamo,
non sappiamo che dire
e abbiamo pietà di lui;
e forse, poi,
un po’ anche di noi.

 

NESSUNA AMBIZIONE

Vorrei spogliare
il manichino che sono
dalle ambizioni che non ho
e che occorre esibisca in vetrina
come sperassi
le avessero tutti.
Potrei attendere
di passare di moda
o sfilare indifferente
su passerelle di nicchia,
dove l’eco dei gargoyle
rammenta l’umiltà.
Intanto l’acqua scorre
e non torna dov’era,
ma capita che ricordi
da dove è passata.

 

BREVE DIALOGO TRA UN INSONNE E UNA FANTASIA

Breve messaggio
di un insonne
a una sua fantasia:
“Narrami del mondo
e non lasciarmi solo,
ma appena mi addormento,
sei libera di andare:
quel vuoto dei miei sogni
è pronto a scomparire.”
Breve risposta
di una fantasia
a un suo insonne:
“Per me non c’è problema,
ti tengo compagnia,
ma se mi stringi forte,
non riesco a respirare:
quel vuoto è il mio lamento
finché mi fai morire.”

 

AL FINALE DI PULP FICTION

Ripeti pure la storiella
che ti sei sempre raccontato,
per dare un senso
a ciò che fai;
nessuno mai
la metterà in dubbio,
perché è credibile
quanto basta;
eppure, lì,
di fronte a te,
nello specchio di un altro,
c’è il debole;
e tu sai bene
che puoi provarci
a diventare il pastore,
che quel debole te lo chiede,
affermando lo smarrimento
in un punto di non ritorno.
Lo sai bene,
perché questa
è un’altra storia.

 

ESTRATTO DA UN INTERROGATORIO AD UN UOVO

“Sei un caso da strapazzo!
Ti toccherebbe la camicia di forza
se la tua scorza
non fosse tanto fragile!
Forse l’albume dei tuoi ricordi
ti tormenta,
come una pagliuzza nell’occhio
o una mosca intorno a un bue,
ma per tua sfortuna,
non sono una pollastrella nata ieri
e intuisco che qualcosa ti cova!
E non venirmi a dire
che prendo per assodato
di essere sempre un passo avanti a te!
Qui non è importante chi venga prima!
Ciò che mi preme verificare
è che tu non abbia in serbo sorprese!
So che è difficile trovarti dei difetti,
a parte pochi peli!
Tuttavia inizio a pensare
che tu sia marcio dentro
e non ti importi un bel nulla
di fare una frittata della tua vita!
Di certo è meglio
averti qui oggi,
piuttosto che sapere
di poterti prendere un domani!
Chissà quante malefatte
progetta ogni secondo la tua Testa
e quante ne abbiamo sventate
con la tua cottura,
rompendo nel tuo paniere
gentaglia della tua foggia!
E sappi che non me la bevo
questa tua messinscena
di sembrare sbattuto,
come se tu non abbia mai visto
dischiudersi la luce
in fondo a un tunnel.
Ma forse sto parlando troppo
e tu non mi stai nemmeno a sentire.
Piuttosto, hai qualcosa da dire in tua difesa?”
“Soltanto una cosa:
se tu urli, io tuorlo!”

 

ISPIRAZIONI CON PARTENZA DA BOLAÑO E ARRIVO A DÜRRENMATT

Prima di ridere
di un ubriaco che ride
dietro le sbarre di una cella,
assicurati
che non stia ridendo di te,
che ridi
di fronte alle sbarre della tua.
Perché poi,
se ci credi,
a te libero
e a lui prigioniero,
va a finire
che lui riderà più forte
e più forte riderai tu
e, a furia di ridere,
la realtà si confonde
con la disgrazia
di non capirla.
E a quel punto,
urge la pazzia
per spiegare
quello che manca
e dare un senso
all’intera scena.
Ed è difficile
tornare indietro,
ché la pazzia
è schiava tiranna
e, una volta eletta
a servizio della ragione,
non se ne può più
fare a meno.
A meno che, dopo,
non scoppi una rivolta;
o si rida anche di se stessi,
prima di ridere
di quell’ubriaco.

 

DÉJÀ-VU

Portiamo dentro
polifonie intorno
e fantasie perdute
tra dure realtà;
e le mentite spoglie,
identità a ritagli,
caravanserragli
per culture ipocondriache,
memorie dionisiache
di fresca gioventù,
ricami all’incoscienza,
richiami all’apparenza,
profondi sottosuoli
e occhi da bambino,
aperti sulle strade
che fuori percorriamo.

 

 

Stefano Di Ubaldo nasce a Lecco il 17/05/1993. Dopo il Liceo Scientifico, intraprende un percorso di studi dapprima all’Università Bicocca di Milano, dove si laurea nel 2015 in Scienze e Tecniche Psicologiche, quindi all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, dove sta ultimando il Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata. Attivo nel volontariato sociale da diversi anni, si è occupato di animazione per ragazzi, forme di disabilità, cure palliative e carcere.

Scrive poesie dal 2012. Oltre a partecipazioni in collane ed antologie poetiche e riconoscimenti in concorsi letterari (primo classificato nel Premio Poetico Amarganta 2018; terzo classificato nel IX Concorso Nazionale di Poesia Amalia Vilotta), nel 2017 sono state edite le sue prime raccolte monografiche: Scorci su giochi di regole (Aletti Editore) e Da qui in avanti, un passo indietro (Alétheia Editore). Nel luglio 2018 è stata edita la sua terza raccolta di poesie, dal titolo Verso un forse (Casa Editirce Antipodes).

Tra i temi conduttori delle poesie, la cura, la ricerca e il cambiamento, come chiavi di lettura di una realtà in costante trasformazione. Tra i suoi autori preferiti, Dostoevskij, Bolaño e Cortázar.

 

Guglielmo Aprile

28 novembre 2018

primavera Guglielmo Aprile

 

MOLTO PRESTO, AL MATTINO

Gemma di suoni chiusa
nel suo scrigno di foglie,
il passero recide la giugulare al canto,
e dà all’alba il segnale
di sorgere, impaziente
trombettiere agli eserciti
della luce: dilapida
le monete che il sole
gli versò nella gola,
spacca di colpo le anfore
della voce e ne sperpera
senza risparmio le acque,
ingarbuglia il groviglio
delle note nell’aria
che in vortici in spirali
si avvolgono, gomitolo
di fili d’oro alato
rotolante tra i rami,
diamante di trilli
che sul pavimento del cielo
si frantuma, va in pezzi:
ne raccolgo una scheggia,
porta riflesso il volto
che avevo da bambino.

 

BREZZA DI MARZO

Tenace, l’inverno incatena
nel ghiaccio i capelli ai torrenti,
strangola il bocciolo
nella scorza, spezza le piste
dei rondoni contro la frusta
obliqua della pioggia,
l’inverno carceriere;

ma lo vedrò, il mandorlo esultare
dietro un cancello, un muro
scalcinato, e le prime, ancora rade
tenere, candide foglie
ammantare il suo corpo
esile, esausto: Lazzaro
di bianchi lini avvolto
che spalanca il sepolcro!

Sarà come guarire
dopo una lunga malattia, evadere
da una cella, o abbattere
un tiranno; impigliate
nei raggi di sole le tortore
canteranno, perché insieme alla brezza
di marzo la voce ora è giunta
di un dio che dalla morte
torna, torna con la certezza
dell’erba che indomita spunta.

 

LA GRANDE EBBREZZA

Una smania, un’elettrica
felicità fa bambina la terra,
bambina che non sta più nella pelle,
che è raggiante, per un regalo
da troppo atteso, una promessa
mantenuta. È un contagio:

guarda quanto si dà da fare
la lucertola a setacciare l’erba,
il luccio ha l’imbarazzo della scelta
ora che cerca un posto per le uova,
le api sono in tripudio, e ondeggiano
a mezz’aria drogate di profumi,
è così preso, il fringuello, su e giù
per i rami, è diventato pazzo
è come ubriaco, esplode acrobazie
da funambolo, sta mettendo a nuovo
il suo nido, o neanche riesce a credere
a tanta abbondanza di gemme e bruchi.

Quanto esiste di puro, quanto è Dio,
quanto è selvatico innocente libero,
si fa onde di luce, si fa verde
urgenza di fiorire incontenibile.

 

FESTA DI PRIMAVERA

Ha l’aria un tremolio dorato, insolito:
tempesta le siepi il ranuncolo,
è stato il sangue del sole a nutrirlo,
sgorgano tenere fiamme le primule,
covano semi di stelle i cespugli;
gli alberi sono cavalli in amore,
non ce la fanno più a stare fermi
piantati in terra, se il vento li chiama,
vorrebbero correre lungo un fiume
che ha per onde l’arcobaleno;
dissoluti re, i prati, quale scempio
di colori, quali orge nelle alcove
della brezza consumano gli uccelli;
forgia un diadema odoroso la pioggia
sull’incudine di ogni filo d’erba.

Una ragazza dai capelli malva
raccontano stia per passare
sorridendo tra i campi:

presto, bisogna che tutto
sia pronto ad accoglierla, bisogna
che tutto sia festa.

 

COME FANCIULLI GLI ALBERI

Come avesse labbra
a miriadi, la pioggia
sussurra con tenere
parole alla terra l’antica
canzone, dalla pagina
del cielo srotola
il suo lungo racconto,
bacia una per una
ogni foglia. Le stanno
incantati in ascolto
come fanciulli gli alberi,
il sole in un guanciale
di nubi si è intanto assopito.

 

PAESE SILENZIOSO

Ritirati su un argine,
in disparte, sembrano disertori
certi alberi, in clandestino
esilio, e assorti in un pensiero
solitario, da secoli,
osservano il fiume e il mutevole
riflesso del cielo sull’acqua,
o dormono perduti
in un sonno antico e distante,
paese silenzioso e
vasto, che mai visitò nessuno.

 

COSMOGONIA

Somigliano a piume le nuvole,
ali di un cigno immenso
che dorme
sul lago di seta del cielo.
L’universo sta aprendo
i suoi petali, è un fiore
di loto che spunta ad oriente
dalle acque della notte.
Il sole, bambino che dorme;
è l’alba, la sua culla è il cielo,
l’alleluia dei passeri
gli socchiude le palpebre,
e tra i ricci di luce
quanti fiori che s’aprono.

 

ORA CHE TACE IL VENTO

Sono un intruso, non mi riconoscono
come uno di loro, questi alberi,
diffidenti, mi ignorano se passo,
si chiudono accigliati in una loro
gelosa solitudine, a difendere
un riserbo ostinato, che non posso
violare, e che li rende schivi,
assorti, ripiegati in sé, distanti
come alle volte certi uccelli prima
che piova, quando sospesi si lasciano
cullare lenti nell’aria, tra i tetti,
e osservano distratti per le vie
il viavai della gente, ma sprofondano
pensierosi di nuovo in quell’enigma
che un segreto volere a noi fa oscuro
o accenna appena, nel tremore labile
di un tuffo d’ali nel fogliame fitto.
Ora che tace il vento, in mezzo a questi
pini superbi, silenziosi, sento
che alberi uccelli nuvole tra loro
parlano in una lingua a me preclusa.

 

 

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

Emilia Barbato

25 novembre 2018

 

Tutto si svolge all’interno di un cuore che sanguina preventivamente sul distacco e la compassione. Si scandiscono ore presenti e passate col metronomo di un tepore umano onnicomprensivo, non solo un tu/io ma un ordine dove non esiste gerarchia fatta di personale, piuttosto un avvolgente sguardo d’abbraccio al pullulare di voci. Note scandite nella polifonia che investe ogni substrato umano, animale, vegetale, perfino l’inanimato emette il proprio gemito o la propria ode. Emilia Barbato sa farsi interprete del variegato mondo delle “piccole cose”, di minimi e grandi sommovimenti, dei sentimenti assoluti che per lei disarmano ogni sicura, schiudono lo scrigno, offrono il dono prezioso di una fine rielaborazione degli eventi. Il setaccio poetico qui diviene pentagramma sul quale luci e ombre si rincorrono, come le speranze e le paure chiamano o si smorzano, come piccole gemme intermittenti che proiettano il loro segnale in codice, restituito dall’autrice in preziosi grammi di tangibile significato esistenziale.

Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato (ed. Pietre Vive settembre 2018, illustrazioni Nadiya Yamnych.) è lo “spazio” dove l’autrice convoglia e cristallizza i fermoimmagine che per comune determinatore hanno il dolore provato per la malattia della madre, ennesima vittima di una nota situazione di degrado e sprezzo ambientale, quello della “Terra dei Fuochi”. Divisa tra senso d’impotenza e tenace ricerca di un qualcosa che apra alla salvezza, il suo sguardo si volge all’esterno, si posa d’intorno, quasi a trovare un appiglio, un sostegno che sappia squarciare il buio e restituirle l’integrità parcellizzata anche di un solo atomo di bellezza, di bene incorruttibile. Le coordinate per non perdersi si sovrappongono, si “appoggiano”, a quelle preesistenti che il paesaggio urbano sa offrire, nelle sue strutture fisiche e socialitarie, nei microcosmi naturali che in esso vivono e sopravvivono. Emilia Barbato osserva e si mette all’ascolto, disponibile al suggerirsi di ogni più piccola evoluzione, metamorfosi vitale, ne capta le frequenze e le traduce, nel sommesso linguaggio della poesia.

(Doris Emilia Bragagnini)

 

***

 

“Dicono che il sambuco nasconda in sé l’energia primordiale di una trinità mistica che ingloba alcune delle forze vitali della natura: la verginità, nel candore dei fiori, la maternità, nello splendore verde delle foglie, la morte, nella tinta cupa delle bacche. Questa forza archetipica e, nel contempo, naturale e ambivalente, anima l’ultima produzione di Emilia Barbato, ‘Il rigo tra i rami del sambuco’.” (dalla postfazione di Ivan Fedeli)

 

 

Il rigo tra i rami del sambuco, ed. Pietre Vive, settembre 2018

 

 

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

 

*

 

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

 

*

 

Se solo sapessi creare una parola, se riuscissi
a racchiudervi l’integrità degli sguardi, la fragilità
dell’andatura sbilenca, a darle un suono ampio
– come il varco che ti curva le gambe –
se fossi capace di sfumare il pudore
e il bisogno di sottrarsi alla curiosità,
potrei scrivere con amore, fiera,
della curva liscia del tuo cranio.

 

*

 

Con levigata perizia radunare le prove minori,
i piccoli pezzi, i nostri intenti per valutare
l’autenticità della cosa che si rompe, sopportarne
il riconoscimento e giurare la parola vero è impossibile,
troppe motivazioni storiche nascoste e una certa
regolarità nei fallimenti, vero quindi non è
un aggettivo conforme alla realtà ma la somma
massima di sventatezza che la parola contiene.

 

*

 

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) e Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi – Città dei musei. Il rigo tra i rami del sambuco, ed. Pietre Vive, settembre 2018

Giovanni Baldaccini

21 novembre 2018

foto baldaccini

Una sera di vento

Senza troppi saluti
alla fine ce ne siamo andati tutti
e abbiamo lasciato che cadesse
quello che doveva cadere (nessuna mano si è sporta).
I cappotti sapevano di caldo (come era necessario)
ma le mani erano fredde (intendo dire che intorno si gelava)
e forse è per questo che non ci siamo salutati abbastanza.
Tuttavia era previsto
che le luci si spegnessero all’improvviso
come se non ci fosse nulla alle spalle
e che si scivolasse
e dunque non capisco quegli sguardi di scomposizione
che ci raggiungevano a tratti
(la mia faccia e la tua, bellissima)
ma una sera di vento scompiglia i capelli
e le idee si ficcano nelle tasche, misteriosamente.
Non c’erano foulards a disposizione e il mio cappello è stretto
a tratti floscio, direi, per cui non potevo raccogliere i tuoi nei
e tutto ciò che volava (lo sai che la notte vola e non è prudente
trattenersi a lungo sotto il fuoco incrociato delle stelle)
tanto più se minaccia pioggia.
Per questo ti ho preso sotto le mie ali
(saranno vecchie, ma ancora riescono a proteggere un pulcino)
d’angelo un po’ bagnato.

 

Ad un’amica

La mia amica ha delle belle mani.
Hanno una bella forma e fanno forme.
Quando le muove il vuoto si avvicina
e sembra che si vesta in una forma.
La mia amica è una forma.
Una forma che pensa con la testa
ed ha una bella testa la mia amica
la sua è una testa triste e la tristezza
è la forma che assume con le mani
quando modella il vuoto e pensa forme
come credo le sembri la tristezza.

 

Dove eravamo perduti

Ti trovi in quella stanza, ne sono certo,
ma non saprei descrivere altro che il mio pensiero
inaffidabile come la città
dove una volta lumi alle traverse
incoraggiavano le nostre passeggiate
notturne, come i ricordi che
ancora
non avevamo – ti ricordi? – come non ne avessimo
ancora.
Ma tu sei in quella stanza, sono certo,
che non saprei individuare neppure se passassi sotto casa
perché forse non c’era e forse non era che la casa
dove avremmo voluto
trascorrere pensare suscitare
altri momenti di deviazione dal solito percorso
ed è per quello
che stavamo nei vicoli dove la mia città sembra la tua
ed è facile sperdersi, per ritrovare ancora qualche strada
e sperdersi – ti ricordi? – sperdersi
senza la luna senza le caviglie
che facevano male
ma sperdersi è come ritornare
dove eravamo perduti
e ritrovare.

 

Stelle in alto

Poi la sera c’è vento
e chiedi se è di mare
o dalla terra
come talvolta capita ai pensieri
e ha odori
e porta foglie
che non vedi ma senti camminare
i rami in alto e il mondo
assume un’altra forma di spessore
stelle in alto
e sembra scivolare
allora i vecchi siedono vicini
che non sanno se torna
mentre le mani cercano le mani
e hanno niente in testa
niente hanno
che a volte fa paura ricordare.

 

Ad ogni battito di una campana breve

Nessuno mi venne a visitare a quell’ora di notte
e questo fu l’inizio di un’abitudine.
Non era facile individuare gli uccelli tra le nuvole e i vetri
e la pianura fino a dove il monte
chiude gli occhi del mondo.
Tanto valeva mettersi a dormire.
Nessuno mi venne a visitare a quell’ora del giorno
e nelle successive l’abitudine si consolidò.
Non era facile individuare il silenzio tra i tappeti
e lentamente rotoli di senno
tra una biblioteca e l’altra.
Questo fece sì che l’abitudine si arrotolasse su se stessa
e ai miei pantaloni senza piega.
Decisi di studiare il pomeriggio e le sue variazioni della luce
tra un’atmosfera e un’altra
e questo per l’abitudine fu un colpo decisivo:
ne persi ogni costanza.
Disabituato, mi fu difficile raffermare il pane;
fortunatamente lo fa da solo dopo ore isolate di digiuno.
Vacillammo, io e la mia testardaggine,
ad ogni battito di una campana breve
ma alla fine mi abituai.

 

Settembre

Abitavo settembre
quando ci tornavo per sentire freddo
e magari inventarti
come fanno le onde con la brina
quando si bagna il mondo ed io mi asciugo.
Ci abitavo quando mi abitavo
ed era sempre settembre
perché era difficile tenere il conto
mentre passeggi i giorni che ti passeggiano
e non riesci a trovare un’altra data
un po’ per la solita pigrizia
un po’ perché non abito né mi sento abitato
e non trovo più nessuno.
Oggi settembre è malinconia
un vuoto
che mi costringe sempre a immaginare.

 

Piccole delusioni verso sera

Ci si vive strisciando le comete, ma non si sente il ghiaccio
il sibilo, il cammino, come se l’universo fosse fermo
e il tempo non si muove, ma non sei tu quel tempo
e non sei suolo, una conchiglia, un faraglione, un sonno
e non sei suono, neppure quando suona
né potresti sentirlo, perché non sei una forma dentro l’aria,
non sei una vibrazione, una scintilla
e non ti accorgi della tua tristezza, del cuscino sudato, del barlume
che forza le persiane e la finestra, penetra, sguscia, cade sul selciato
perché non hai una stanza e la strada di sera tira vento
spazza, ma tu non sei una foglia, non hai fruscio
e non vai nel cimitero di novembre
e l’acqua nei tombini ti trascina, trasformandoti in fiume
di cui non hai un’idea e quando il mare
avvolge, ti consegna a una costa ma non hai
piedi sparsi di sabbia
e le orme che lasci, o lasceresti, se ne sentissi il peso,
stanno alla notte come sta il tuo guscio
che i gabbiani rovistano col becco, ma non sei una testuggine
e lo sconforto del pianeta resta una frase ignorata
che non ha orecchie, occhi e non ha voce
ma non è colpa mia se l’universo
ignora la sua stessa vastità.

 

Tanto basta

Una volta avevo un nome e mi chiamavo come mi chiamavo.
Qualcuno me l’ha imposto; non io.
Un nome non è un’essenza e posso cambiarlo quando voglio
che mi trovi con te o con altri o persino nessuno.
Anche se ne parlino per radio e il mio nome venga affidato alle onde dell’aria
o un uccello notturno, questo non compromette nulla
e posso essere riconosciuto in ogni parte del mondo senza essere conosciuto.
L’importante è che non mi perda di vista.
Posso essere riconosciuto a Parigi come a Londra o agli antipodi
con qualsiasi nome mi presenti: da quel momento sarò identificato con quel nome.
In apparenza, basta che risponda.
Qualche volta pensavo di essere una musica e il nome lo scrivevo sul pentagramma
ma nessuno sa cosa ci sia dietro quel suono, neppure io.
Alle strette, un documento certifica. Tanto basta.

 

 

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli a tema politico-sociale e di critica letteraria pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti. Ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius. E’ presente in alcune Antologie di racconti e di poesia della Fermenti Editrice. Ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore. Con La Recherche ha pubblicato tre e-book “Il posto delle piaghe lucenti”, “Oltre il varco di notte” e “Tre notti”. Con youcanrint ha pubblicato il romanzo “La notte degli orologi”, la raccolta di poesie e racconti “Metafisiche a terra” e il saggio “Il declino dell’impero del nulla”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete  e su “la Rivista “L’EstroVerso”.
Cura il blog personale  Scrivere per immagini

Vive e lavora a Roma.