Archive for the ‘poeti contemporanei’ Category

Claudia Zironi

10 dicembre 2018

Lettura di Luigi Paraboschi

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Variazioni sul tema del tempo
poesie di Claudia Zironi

Credo di poter dire, senza timore di essere contraddetto dall’autrice, che il tema del tempo costituisca quasi una costante di tutte le sue raccolte, a cominciare da
Fantasmi, spettri, schermi, e avatar da cui stralcio :
A un certo punto il mondo ha rallentato
…non so bene quando è successo…
il mondo era invecchiato

Che Zironi pensasse che il tempo abbia rallentato e invecchiato il mondo, e il flusso degli anni abbia trasformato e si sia portato via i nostri migliori sentimenti, lo si poteva già intuire e dedurre dal finale di questa altra tratta da Eros e polis ove, forse parlando di sé stessa, preconizzava un destino di morte, di oblio e di sconfitta al quale però siamo inevitabilmente destinati tutti:

Sei nido della rondine /a settembre, destinato /all’abbandono. Servirai /da concime alla terra / dei nuovi ramoscelli /che culleranno uova

Ma in questa ultima raccolta lei affronta ancora e con maggiore impegno e attenzione quasi scientifica il tema temporale, costruendo all’interno di tutto il suo lavoro scansioni letterarie chiamate: Ucronie-Eterocromie-Eucronie-Discronie-Sincronie-Ur-cronie-Diacronie dentro ognuna delle quali inserisce testi a suffragio del tema principale che è
“il tempo“.

In tutti questi “paragrafi“ o “capitoli“ del discorso poetico sono inseriti testi che davvero spiegano il significato dell’intitolazione ad essi assegnata, e ritraggono ciò che sarebbe potuto succedere se un preciso avvenimento storico avesse assunto un andamento differente.

E’ una sorta di “sliding doors“ letterario nel quale Zironi immagina di viaggiare con la fantasia attraverso luoghi geograficamente precisi ( la Finlandia, Stoccolma, Santiago, Il Cile, la Fossa delle Marianne, Istanbul ) per proporci testi a volte leggermente angoscianti per quel senso di solitudine e di lontananza che mi hanno fatto riandare al romanzo “La strada“ di Mc Carthy, per la visione desolata di un mondo sopravvissuto ad un disastro ecologico o nucleare.

Poiché in un testo essa scrive: ”per scrivere di cose profonde/ ho scritto di curiosità geografiche “, non ci resta che seguirla nel divenire poesia di queste “cose profonde“ il cui sviluppo lascia il lettore a volte spiazzato, come in questa:

Avevo- forse ho-qualche parente a Padova/.Ci sarò stata due o tre volte in tutta la mia vita/ ricordo solo la chiesa, la piazza/ ma è uno di quei posti che diceva mia nonna/ suona familiare/ come se ci avessi perduto qualcosa/”

ma lo spiazzamento arriva da questo verso folgorante che chiude il testo “Guarda per me nel fiume“.

La spiegazione di questa volontà di disorientare il lettore mi è apparsa più chiara da questi versi di un’altra:

“Sei mai stato una gazza?/ disposta in fila con altre trenta su un cavo/ nel sottotetto, che guarda/ te che sospiri scacciando l’idea/ di un nuovo amore/. E sei mai stato il tuo letto?/ che accoglie l’insonnia, le mani, il calore/ come fosse il suo corpo/. Sei mai stato il treno che ascolta/ i tuoi nuovi pensieri cosi azzurri/ come fossero raccolti di fresco in un campo/ E sei mai stata l’aria che lei respira? Il pipistrello/ che le vola davanti alla finestra ? Sei mai stato la sua bocca, i suoi occhi/ il suo seno?/ da quando ti conosce//”

Ancora una volta, come nei precedenti lavori, affiora in Zironi uno sguardo sul mondo che pare volere celare una invocazione di aiuto, la volontà disperata di vincere l’inevitabile trascorrere del tempo e di volerlo piegare alle esigenze di un cuore sempre bisognoso d’amore e di contatti umani, malgrado quella che a un lettore frettoloso potrebbe quasi apparire aridità o quanto meno indifferenza.

Se non ci si sofferma sul disincanto racchiuso in questi versi, sul loro nichilismo:

“non è infinito l’universo/ è il nulla-meno qualche cosa, esiste/ per sottrazione al nero/ ma Tu/ sei come il tempo

se non ci si lascia influenzare dal contenuto di questi altri:

“E se un giorno svanissero/ i pensieri la luce non esistesse più/ la percezione/ dello spazio né quella del freddo, non ci fossero/ più nervi ad accogliere il dolore/ nessuna voglia nel ventre, un grande/ silenzio./ Il tempo/ fosse una macina per ossa/ Se un giorno restasse solo questa sensazione/ di non servire a niente//

e si va oltre la prima reazione di sconforto, tornando sui differenti testi di questa raccolta ci si può rendere conto che l’anima di questa artista possiede angoli di sensibilità eccezionali capaci di venire fuori con tutto il loro vigore,e la loro forza espressiva come si può dedurre dal finale di questo testo che segue, malgrado sembri essere stato dettato dallo scetticismo più globale:

“Misurazioni effettuate hanno dimostrato/ che l’ innamoramento sul pianeta Terra/ nell’uomo dura circa tre mesi, nella donna/ un anno, dopo sei anni c’è la sopportazione/ quando va bene,/ poi solo fastidio, la possibilità/ di incontrare l’uomo dei sogni è pari/ a quella di trovare il libro di Urizen/ su una bancarella, arrivata a cinquant’anni/ ogni donna libera dichiara guerra/ all’amore e alla coppia, ogni uomo/ di pari età corre appresso le ventenni…..“

se non fosse che il riscatto dalle parole precedenti e dallo sguardo disilluso che si apre su una realtà abbastanza diffusa viene fuori da questi versi della chiusa che dicono :

…”mi spieghi/ per quale statistico motivo/ mi hai sorriso ?“

Ma l’anima che cerca il sorriso che nasconde l’attrazione, è la stessa anima che la induce a trattenere i sogni nella tasca di un cappotto nel quale ha rintracciato un rettangolino di carta (forse un biglietto d’ingresso a qualche locale) e di conseguenza scrivere: “… quando ho letto ho ricordato/ un piccolo prezzo per un anticipo d’estate/ per il sogno di un’intera vita./ L’ ho rimesso tra i rifiuti/ nella tasca, e la fa ribadire l’ostinazione di voler riattivare un rapporto che sembra esaurito. “Ti cercherò tra le spighe e i papaveri/ imbiancati, nelle tane lasciate vuote/ delle pietre, nonostante il frastuono/ dei gabbiani ti cercherò tra i vescovi/ in conclave, tra le sabbie delle mie parole e/ tra le rose senza nome, tra tutti gli uomini/ mancati nel millesettecento, tra le madri/ che non hanno avuto figli. /Se c’è una possibilità di ritrovarci/ non la lascerò intentata, il giorno / della fine del mondo //

La speranza dell’incontro va al di là del fluire inevitabile del tempo e culmina nello splendore di questa ultima che riporto per intero:

“ci sono cose che capitano./ Accade di nascere comete/ o solo di nascere, come di morire/ cadendo in un fiume/. Capitano strambi incontri/ dove i silenzi non sono/ contemplati, accade di traversare/ il deserto e il mare./ Può capitare di imbattersi/ in un astronauta per strada/ e non saperlo. Può essere/ che quando si aprono le mani/ per sentire il vento freddo/ della notte qualcuno le stringa/ e si parli dell’amore//

Luigi Paraboschi 13.10.2018

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Stefano Di Ubaldo

5 dicembre 2018

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Verso un forse” di Stefano Di Ubaldo è una raccolta di versi in cui si alternano riflessioni, battute, giochi, istantanee, con una buona dose di surrealismo.
Quella del gioco è un’idea che molti scrittori rifiutano. L’autore, peraltro molto giovane, incastra le parole, le addestra, le smonta, le accelera al servizio di una costante e virtuosa allitterazione e con la capacità di giocare con le similitudini. Non è un funambolismo verbale fine a se stesso, tratta temi intimi e personali con rimandi più o meno espliciti a cultura cinematografica e letteraria sia di alto sia di basso livello cosa che ritengo avrebbe fatto felice Umberto Eco.
Leggere queste poesie è un divertimento azzarderei musicale. L’autore, come un buon rapper, mostra la giocosità profonda che può avere la letteratura grazie a composizioni ricche di sarcasmo e ironia scritte in un linguaggio semplice e chiaro.
Per leggere questo lavoro dobbiamo sbarazzarci di tutti i pregiudizi, etichette o modelli letterari attesi. Al contrario, bisogna essere disposti a essere sorpresi e lasciare che l’autore giochi con noi.
Lo stile non rivela una poetica dell’abbondanza, ma non è minimalista; tende al dissolvimento della soggettività, ma non ne annulla la dizione; trasmette il sentimento, ma con una verità denudata del suo residuo patetico (ad esempio in Nessuna ambizione).
Di Ubaldo possiede un raro equilibrio che lo allinea ai poeti capaci di ascoltare la voce interna delle parole e forse, anzi senza dubbio, questa dimensione dovrebbe aiutarci a riscoprire la reale icona del poeta in genere, disilluso e tuttavia con speranza, intriso di una quotidianità significativa, che crede nella proprietà musicale e rivelatrice delle parole, come ad esempio in Babele su carta
“tra milioni di voci
che piovono stanche
dalle torri d’avorio,
dopo aver rigirato,
frottole impazzite,
nella vuota schiera
di una verità per finta”

I testi che appaiono relativamente sciolti, si sgranano davanti al lettore, prendono con disinvoltura l’andamento della cantilena, a tratti persino della filastrocca o comunque seguono il capriccio di una rima facile e sonora, tutto questo lascerebbe presupporre una scioltezza di tempi, una leggerezza di pronuncia che momenti più intensi smentiscono, aprendo il varco per un diverso tempo di lettura e di comprensione, dilatando la semplicità di questa poesia in purezza espressiva. C’è uno straniamento di fondo a manifestare il beffardo contrasto tra la superficie grafica e i temi in essa congelati.
Appropriata la scelta dell’immagine di copertina con quel cappello tra i binari, perché la vita è metaforicamente un lungo viaggio di cui non si conosce la meta e di cui non rimangono che memorie.
Consigliato.
(Luisa Debenedetti)

UNO SGUARDO NON BASTA

Ci siamo impietositi
di fronte al nulla,
all’inconsistenza
di avere due occhi
e soltanto una bocca:
troppo per vederci
e poco per raccontarci
ciò che vediamo.
Qualcuno dice
che, a chi si ama,
basti uno sguardo
per capirsi;
ma, chi lo dice,
non considera
che uno sguardo
non basta
per amarsi.
Così, ridicoli,
siamo rimasti in silenzio,
come quando per strada
si passa a fianco
a un senzatetto assopito:
lo vediamo,
non sappiamo che dire
e abbiamo pietà di lui;
e forse, poi,
un po’ anche di noi.

 

NESSUNA AMBIZIONE

Vorrei spogliare
il manichino che sono
dalle ambizioni che non ho
e che occorre esibisca in vetrina
come sperassi
le avessero tutti.
Potrei attendere
di passare di moda
o sfilare indifferente
su passerelle di nicchia,
dove l’eco dei gargoyle
rammenta l’umiltà.
Intanto l’acqua scorre
e non torna dov’era,
ma capita che ricordi
da dove è passata.

 

BREVE DIALOGO TRA UN INSONNE E UNA FANTASIA

Breve messaggio
di un insonne
a una sua fantasia:
“Narrami del mondo
e non lasciarmi solo,
ma appena mi addormento,
sei libera di andare:
quel vuoto dei miei sogni
è pronto a scomparire.”
Breve risposta
di una fantasia
a un suo insonne:
“Per me non c’è problema,
ti tengo compagnia,
ma se mi stringi forte,
non riesco a respirare:
quel vuoto è il mio lamento
finché mi fai morire.”

 

AL FINALE DI PULP FICTION

Ripeti pure la storiella
che ti sei sempre raccontato,
per dare un senso
a ciò che fai;
nessuno mai
la metterà in dubbio,
perché è credibile
quanto basta;
eppure, lì,
di fronte a te,
nello specchio di un altro,
c’è il debole;
e tu sai bene
che puoi provarci
a diventare il pastore,
che quel debole te lo chiede,
affermando lo smarrimento
in un punto di non ritorno.
Lo sai bene,
perché questa
è un’altra storia.

 

ESTRATTO DA UN INTERROGATORIO AD UN UOVO

“Sei un caso da strapazzo!
Ti toccherebbe la camicia di forza
se la tua scorza
non fosse tanto fragile!
Forse l’albume dei tuoi ricordi
ti tormenta,
come una pagliuzza nell’occhio
o una mosca intorno a un bue,
ma per tua sfortuna,
non sono una pollastrella nata ieri
e intuisco che qualcosa ti cova!
E non venirmi a dire
che prendo per assodato
di essere sempre un passo avanti a te!
Qui non è importante chi venga prima!
Ciò che mi preme verificare
è che tu non abbia in serbo sorprese!
So che è difficile trovarti dei difetti,
a parte pochi peli!
Tuttavia inizio a pensare
che tu sia marcio dentro
e non ti importi un bel nulla
di fare una frittata della tua vita!
Di certo è meglio
averti qui oggi,
piuttosto che sapere
di poterti prendere un domani!
Chissà quante malefatte
progetta ogni secondo la tua Testa
e quante ne abbiamo sventate
con la tua cottura,
rompendo nel tuo paniere
gentaglia della tua foggia!
E sappi che non me la bevo
questa tua messinscena
di sembrare sbattuto,
come se tu non abbia mai visto
dischiudersi la luce
in fondo a un tunnel.
Ma forse sto parlando troppo
e tu non mi stai nemmeno a sentire.
Piuttosto, hai qualcosa da dire in tua difesa?”
“Soltanto una cosa:
se tu urli, io tuorlo!”

 

ISPIRAZIONI CON PARTENZA DA BOLAÑO E ARRIVO A DÜRRENMATT

Prima di ridere
di un ubriaco che ride
dietro le sbarre di una cella,
assicurati
che non stia ridendo di te,
che ridi
di fronte alle sbarre della tua.
Perché poi,
se ci credi,
a te libero
e a lui prigioniero,
va a finire
che lui riderà più forte
e più forte riderai tu
e, a furia di ridere,
la realtà si confonde
con la disgrazia
di non capirla.
E a quel punto,
urge la pazzia
per spiegare
quello che manca
e dare un senso
all’intera scena.
Ed è difficile
tornare indietro,
ché la pazzia
è schiava tiranna
e, una volta eletta
a servizio della ragione,
non se ne può più
fare a meno.
A meno che, dopo,
non scoppi una rivolta;
o si rida anche di se stessi,
prima di ridere
di quell’ubriaco.

 

DÉJÀ-VU

Portiamo dentro
polifonie intorno
e fantasie perdute
tra dure realtà;
e le mentite spoglie,
identità a ritagli,
caravanserragli
per culture ipocondriache,
memorie dionisiache
di fresca gioventù,
ricami all’incoscienza,
richiami all’apparenza,
profondi sottosuoli
e occhi da bambino,
aperti sulle strade
che fuori percorriamo.

 

 

Stefano Di Ubaldo nasce a Lecco il 17/05/1993. Dopo il Liceo Scientifico, intraprende un percorso di studi dapprima all’Università Bicocca di Milano, dove si laurea nel 2015 in Scienze e Tecniche Psicologiche, quindi all’Università Alma Mater Studiorum di Bologna, dove sta ultimando il Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata. Attivo nel volontariato sociale da diversi anni, si è occupato di animazione per ragazzi, forme di disabilità, cure palliative e carcere.

Scrive poesie dal 2012. Oltre a partecipazioni in collane ed antologie poetiche e riconoscimenti in concorsi letterari (primo classificato nel Premio Poetico Amarganta 2018; terzo classificato nel IX Concorso Nazionale di Poesia Amalia Vilotta), nel 2017 sono state edite le sue prime raccolte monografiche: Scorci su giochi di regole (Aletti Editore) e Da qui in avanti, un passo indietro (Alétheia Editore). Nel luglio 2018 è stata edita la sua terza raccolta di poesie, dal titolo Verso un forse (Casa Editirce Antipodes).

Tra i temi conduttori delle poesie, la cura, la ricerca e il cambiamento, come chiavi di lettura di una realtà in costante trasformazione. Tra i suoi autori preferiti, Dostoevskij, Bolaño e Cortázar.

 

Guglielmo Aprile

28 novembre 2018

primavera Guglielmo Aprile

 

MOLTO PRESTO, AL MATTINO

Gemma di suoni chiusa
nel suo scrigno di foglie,
il passero recide la giugulare al canto,
e dà all’alba il segnale
di sorgere, impaziente
trombettiere agli eserciti
della luce: dilapida
le monete che il sole
gli versò nella gola,
spacca di colpo le anfore
della voce e ne sperpera
senza risparmio le acque,
ingarbuglia il groviglio
delle note nell’aria
che in vortici in spirali
si avvolgono, gomitolo
di fili d’oro alato
rotolante tra i rami,
diamante di trilli
che sul pavimento del cielo
si frantuma, va in pezzi:
ne raccolgo una scheggia,
porta riflesso il volto
che avevo da bambino.

 

BREZZA DI MARZO

Tenace, l’inverno incatena
nel ghiaccio i capelli ai torrenti,
strangola il bocciolo
nella scorza, spezza le piste
dei rondoni contro la frusta
obliqua della pioggia,
l’inverno carceriere;

ma lo vedrò, il mandorlo esultare
dietro un cancello, un muro
scalcinato, e le prime, ancora rade
tenere, candide foglie
ammantare il suo corpo
esile, esausto: Lazzaro
di bianchi lini avvolto
che spalanca il sepolcro!

Sarà come guarire
dopo una lunga malattia, evadere
da una cella, o abbattere
un tiranno; impigliate
nei raggi di sole le tortore
canteranno, perché insieme alla brezza
di marzo la voce ora è giunta
di un dio che dalla morte
torna, torna con la certezza
dell’erba che indomita spunta.

 

LA GRANDE EBBREZZA

Una smania, un’elettrica
felicità fa bambina la terra,
bambina che non sta più nella pelle,
che è raggiante, per un regalo
da troppo atteso, una promessa
mantenuta. È un contagio:

guarda quanto si dà da fare
la lucertola a setacciare l’erba,
il luccio ha l’imbarazzo della scelta
ora che cerca un posto per le uova,
le api sono in tripudio, e ondeggiano
a mezz’aria drogate di profumi,
è così preso, il fringuello, su e giù
per i rami, è diventato pazzo
è come ubriaco, esplode acrobazie
da funambolo, sta mettendo a nuovo
il suo nido, o neanche riesce a credere
a tanta abbondanza di gemme e bruchi.

Quanto esiste di puro, quanto è Dio,
quanto è selvatico innocente libero,
si fa onde di luce, si fa verde
urgenza di fiorire incontenibile.

 

FESTA DI PRIMAVERA

Ha l’aria un tremolio dorato, insolito:
tempesta le siepi il ranuncolo,
è stato il sangue del sole a nutrirlo,
sgorgano tenere fiamme le primule,
covano semi di stelle i cespugli;
gli alberi sono cavalli in amore,
non ce la fanno più a stare fermi
piantati in terra, se il vento li chiama,
vorrebbero correre lungo un fiume
che ha per onde l’arcobaleno;
dissoluti re, i prati, quale scempio
di colori, quali orge nelle alcove
della brezza consumano gli uccelli;
forgia un diadema odoroso la pioggia
sull’incudine di ogni filo d’erba.

Una ragazza dai capelli malva
raccontano stia per passare
sorridendo tra i campi:

presto, bisogna che tutto
sia pronto ad accoglierla, bisogna
che tutto sia festa.

 

COME FANCIULLI GLI ALBERI

Come avesse labbra
a miriadi, la pioggia
sussurra con tenere
parole alla terra l’antica
canzone, dalla pagina
del cielo srotola
il suo lungo racconto,
bacia una per una
ogni foglia. Le stanno
incantati in ascolto
come fanciulli gli alberi,
il sole in un guanciale
di nubi si è intanto assopito.

 

PAESE SILENZIOSO

Ritirati su un argine,
in disparte, sembrano disertori
certi alberi, in clandestino
esilio, e assorti in un pensiero
solitario, da secoli,
osservano il fiume e il mutevole
riflesso del cielo sull’acqua,
o dormono perduti
in un sonno antico e distante,
paese silenzioso e
vasto, che mai visitò nessuno.

 

COSMOGONIA

Somigliano a piume le nuvole,
ali di un cigno immenso
che dorme
sul lago di seta del cielo.
L’universo sta aprendo
i suoi petali, è un fiore
di loto che spunta ad oriente
dalle acque della notte.
Il sole, bambino che dorme;
è l’alba, la sua culla è il cielo,
l’alleluia dei passeri
gli socchiude le palpebre,
e tra i ricci di luce
quanti fiori che s’aprono.

 

ORA CHE TACE IL VENTO

Sono un intruso, non mi riconoscono
come uno di loro, questi alberi,
diffidenti, mi ignorano se passo,
si chiudono accigliati in una loro
gelosa solitudine, a difendere
un riserbo ostinato, che non posso
violare, e che li rende schivi,
assorti, ripiegati in sé, distanti
come alle volte certi uccelli prima
che piova, quando sospesi si lasciano
cullare lenti nell’aria, tra i tetti,
e osservano distratti per le vie
il viavai della gente, ma sprofondano
pensierosi di nuovo in quell’enigma
che un segreto volere a noi fa oscuro
o accenna appena, nel tremore labile
di un tuffo d’ali nel fogliame fitto.
Ora che tace il vento, in mezzo a questi
pini superbi, silenziosi, sento
che alberi uccelli nuvole tra loro
parlano in una lingua a me preclusa.

 

 

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

Emilia Barbato

25 novembre 2018

 

Tutto si svolge all’interno di un cuore che sanguina preventivamente sul distacco e la compassione. Si scandiscono ore presenti e passate col metronomo di un tepore umano onnicomprensivo, non solo un tu/io ma un ordine dove non esiste gerarchia fatta di personale, piuttosto un avvolgente sguardo d’abbraccio al pullulare di voci. Note scandite nella polifonia che investe ogni substrato umano, animale, vegetale, perfino l’inanimato emette il proprio gemito o la propria ode. Emilia Barbato sa farsi interprete del variegato mondo delle “piccole cose”, di minimi e grandi sommovimenti, dei sentimenti assoluti che per lei disarmano ogni sicura, schiudono lo scrigno, offrono il dono prezioso di una fine rielaborazione degli eventi. Il setaccio poetico qui diviene pentagramma sul quale luci e ombre si rincorrono, come le speranze e le paure chiamano o si smorzano, come piccole gemme intermittenti che proiettano il loro segnale in codice, restituito dall’autrice in preziosi grammi di tangibile significato esistenziale.

Il rigo tra i rami del sambuco di Emilia Barbato (ed. Pietre Vive settembre 2018, illustrazioni Nadiya Yamnych.) è lo “spazio” dove l’autrice convoglia e cristallizza i fermoimmagine che per comune determinatore hanno il dolore provato per la malattia della madre, ennesima vittima di una nota situazione di degrado e sprezzo ambientale, quello della “Terra dei Fuochi”. Divisa tra senso d’impotenza e tenace ricerca di un qualcosa che apra alla salvezza, il suo sguardo si volge all’esterno, si posa d’intorno, quasi a trovare un appiglio, un sostegno che sappia squarciare il buio e restituirle l’integrità parcellizzata anche di un solo atomo di bellezza, di bene incorruttibile. Le coordinate per non perdersi si sovrappongono, si “appoggiano”, a quelle preesistenti che il paesaggio urbano sa offrire, nelle sue strutture fisiche e socialitarie, nei microcosmi naturali che in esso vivono e sopravvivono. Emilia Barbato osserva e si mette all’ascolto, disponibile al suggerirsi di ogni più piccola evoluzione, metamorfosi vitale, ne capta le frequenze e le traduce, nel sommesso linguaggio della poesia.

(Doris Emilia Bragagnini)

 

***

 

“Dicono che il sambuco nasconda in sé l’energia primordiale di una trinità mistica che ingloba alcune delle forze vitali della natura: la verginità, nel candore dei fiori, la maternità, nello splendore verde delle foglie, la morte, nella tinta cupa delle bacche. Questa forza archetipica e, nel contempo, naturale e ambivalente, anima l’ultima produzione di Emilia Barbato, ‘Il rigo tra i rami del sambuco’.” (dalla postfazione di Ivan Fedeli)

 

 

Il rigo tra i rami del sambuco, ed. Pietre Vive, settembre 2018

 

 

Ti scrivo in giorni di apparente luce
– penso di scriverti ma non lo faccio
il buio entra in forma di punteruoli
che aprono in silenzio –
Con la maniera affannata dei pomeriggi
inseguo raggi, i favori del cielo,
il corpo di una sconosciuta che mi precede
e ondeggia sulla strada come un metronomo,
fuori tutto si direbbe procedere
con l’entusiasmo dell’estate
ma dentro sono ferma, stretta
a una nuova chiarezza,
mi chiedo quando questo sasso
che mi distacca abbia formato
una tale consistenza e quante
cose in questo modo io manchi.

 

*

 

Il sambuco stormisce
con una voce dimenticata
di campagna un oscillare
di foglie lieve per l’oscura
la rigogliosa e la vergine,
qualcuno strilla parole remote
di una bellezza senza fiducia.
La terra brucia
e genera e si accuccia,
un piccolo animale che scava
che ti somiglia,
una tazza che si sbreccia.

 

*

 

Se solo sapessi creare una parola, se riuscissi
a racchiudervi l’integrità degli sguardi, la fragilità
dell’andatura sbilenca, a darle un suono ampio
– come il varco che ti curva le gambe –
se fossi capace di sfumare il pudore
e il bisogno di sottrarsi alla curiosità,
potrei scrivere con amore, fiera,
della curva liscia del tuo cranio.

 

*

 

Con levigata perizia radunare le prove minori,
i piccoli pezzi, i nostri intenti per valutare
l’autenticità della cosa che si rompe, sopportarne
il riconoscimento e giurare la parola vero è impossibile,
troppe motivazioni storiche nascoste e una certa
regolarità nei fallimenti, vero quindi non è
un aggettivo conforme alla realtà ma la somma
massima di sventatezza che la parola contiene.

 

*

 

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta. Seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) e Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi – Città dei musei. Il rigo tra i rami del sambuco, ed. Pietre Vive, settembre 2018

Giovanni Baldaccini

21 novembre 2018

foto baldaccini

Una sera di vento

Senza troppi saluti
alla fine ce ne siamo andati tutti
e abbiamo lasciato che cadesse
quello che doveva cadere (nessuna mano si è sporta).
I cappotti sapevano di caldo (come era necessario)
ma le mani erano fredde (intendo dire che intorno si gelava)
e forse è per questo che non ci siamo salutati abbastanza.
Tuttavia era previsto
che le luci si spegnessero all’improvviso
come se non ci fosse nulla alle spalle
e che si scivolasse
e dunque non capisco quegli sguardi di scomposizione
che ci raggiungevano a tratti
(la mia faccia e la tua, bellissima)
ma una sera di vento scompiglia i capelli
e le idee si ficcano nelle tasche, misteriosamente.
Non c’erano foulards a disposizione e il mio cappello è stretto
a tratti floscio, direi, per cui non potevo raccogliere i tuoi nei
e tutto ciò che volava (lo sai che la notte vola e non è prudente
trattenersi a lungo sotto il fuoco incrociato delle stelle)
tanto più se minaccia pioggia.
Per questo ti ho preso sotto le mie ali
(saranno vecchie, ma ancora riescono a proteggere un pulcino)
d’angelo un po’ bagnato.

 

Ad un’amica

La mia amica ha delle belle mani.
Hanno una bella forma e fanno forme.
Quando le muove il vuoto si avvicina
e sembra che si vesta in una forma.
La mia amica è una forma.
Una forma che pensa con la testa
ed ha una bella testa la mia amica
la sua è una testa triste e la tristezza
è la forma che assume con le mani
quando modella il vuoto e pensa forme
come credo le sembri la tristezza.

 

Dove eravamo perduti

Ti trovi in quella stanza, ne sono certo,
ma non saprei descrivere altro che il mio pensiero
inaffidabile come la città
dove una volta lumi alle traverse
incoraggiavano le nostre passeggiate
notturne, come i ricordi che
ancora
non avevamo – ti ricordi? – come non ne avessimo
ancora.
Ma tu sei in quella stanza, sono certo,
che non saprei individuare neppure se passassi sotto casa
perché forse non c’era e forse non era che la casa
dove avremmo voluto
trascorrere pensare suscitare
altri momenti di deviazione dal solito percorso
ed è per quello
che stavamo nei vicoli dove la mia città sembra la tua
ed è facile sperdersi, per ritrovare ancora qualche strada
e sperdersi – ti ricordi? – sperdersi
senza la luna senza le caviglie
che facevano male
ma sperdersi è come ritornare
dove eravamo perduti
e ritrovare.

 

Stelle in alto

Poi la sera c’è vento
e chiedi se è di mare
o dalla terra
come talvolta capita ai pensieri
e ha odori
e porta foglie
che non vedi ma senti camminare
i rami in alto e il mondo
assume un’altra forma di spessore
stelle in alto
e sembra scivolare
allora i vecchi siedono vicini
che non sanno se torna
mentre le mani cercano le mani
e hanno niente in testa
niente hanno
che a volte fa paura ricordare.

 

Ad ogni battito di una campana breve

Nessuno mi venne a visitare a quell’ora di notte
e questo fu l’inizio di un’abitudine.
Non era facile individuare gli uccelli tra le nuvole e i vetri
e la pianura fino a dove il monte
chiude gli occhi del mondo.
Tanto valeva mettersi a dormire.
Nessuno mi venne a visitare a quell’ora del giorno
e nelle successive l’abitudine si consolidò.
Non era facile individuare il silenzio tra i tappeti
e lentamente rotoli di senno
tra una biblioteca e l’altra.
Questo fece sì che l’abitudine si arrotolasse su se stessa
e ai miei pantaloni senza piega.
Decisi di studiare il pomeriggio e le sue variazioni della luce
tra un’atmosfera e un’altra
e questo per l’abitudine fu un colpo decisivo:
ne persi ogni costanza.
Disabituato, mi fu difficile raffermare il pane;
fortunatamente lo fa da solo dopo ore isolate di digiuno.
Vacillammo, io e la mia testardaggine,
ad ogni battito di una campana breve
ma alla fine mi abituai.

 

Settembre

Abitavo settembre
quando ci tornavo per sentire freddo
e magari inventarti
come fanno le onde con la brina
quando si bagna il mondo ed io mi asciugo.
Ci abitavo quando mi abitavo
ed era sempre settembre
perché era difficile tenere il conto
mentre passeggi i giorni che ti passeggiano
e non riesci a trovare un’altra data
un po’ per la solita pigrizia
un po’ perché non abito né mi sento abitato
e non trovo più nessuno.
Oggi settembre è malinconia
un vuoto
che mi costringe sempre a immaginare.

 

Piccole delusioni verso sera

Ci si vive strisciando le comete, ma non si sente il ghiaccio
il sibilo, il cammino, come se l’universo fosse fermo
e il tempo non si muove, ma non sei tu quel tempo
e non sei suolo, una conchiglia, un faraglione, un sonno
e non sei suono, neppure quando suona
né potresti sentirlo, perché non sei una forma dentro l’aria,
non sei una vibrazione, una scintilla
e non ti accorgi della tua tristezza, del cuscino sudato, del barlume
che forza le persiane e la finestra, penetra, sguscia, cade sul selciato
perché non hai una stanza e la strada di sera tira vento
spazza, ma tu non sei una foglia, non hai fruscio
e non vai nel cimitero di novembre
e l’acqua nei tombini ti trascina, trasformandoti in fiume
di cui non hai un’idea e quando il mare
avvolge, ti consegna a una costa ma non hai
piedi sparsi di sabbia
e le orme che lasci, o lasceresti, se ne sentissi il peso,
stanno alla notte come sta il tuo guscio
che i gabbiani rovistano col becco, ma non sei una testuggine
e lo sconforto del pianeta resta una frase ignorata
che non ha orecchie, occhi e non ha voce
ma non è colpa mia se l’universo
ignora la sua stessa vastità.

 

Tanto basta

Una volta avevo un nome e mi chiamavo come mi chiamavo.
Qualcuno me l’ha imposto; non io.
Un nome non è un’essenza e posso cambiarlo quando voglio
che mi trovi con te o con altri o persino nessuno.
Anche se ne parlino per radio e il mio nome venga affidato alle onde dell’aria
o un uccello notturno, questo non compromette nulla
e posso essere riconosciuto in ogni parte del mondo senza essere conosciuto.
L’importante è che non mi perda di vista.
Posso essere riconosciuto a Parigi come a Londra o agli antipodi
con qualsiasi nome mi presenti: da quel momento sarò identificato con quel nome.
In apparenza, basta che risponda.
Qualche volta pensavo di essere una musica e il nome lo scrivevo sul pentagramma
ma nessuno sa cosa ci sia dietro quel suono, neppure io.
Alle strette, un documento certifica. Tanto basta.

 

 

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli a tema politico-sociale e di critica letteraria pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti. Ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius. E’ presente in alcune Antologie di racconti e di poesia della Fermenti Editrice. Ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore. Con La Recherche ha pubblicato tre e-book “Il posto delle piaghe lucenti”, “Oltre il varco di notte” e “Tre notti”. Con youcanrint ha pubblicato il romanzo “La notte degli orologi”, la raccolta di poesie e racconti “Metafisiche a terra” e il saggio “Il declino dell’impero del nulla”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete  e su “la Rivista “L’EstroVerso”.
Cura il blog personale  Scrivere per immagini

Vive e lavora a Roma.

Luciana Riommi

15 novembre 2018

Me-
non è pietra, non è sasso

so che non è pietra, non è sasso
sento che batte, anche se un po’ incostante,
tra costole e altre ossa già invecchiate
comunque batte la sua vitalità,
ma non lo chiamo cuore,
la rima troppo facile è amore
e troppo spesso è la banalità.

 

come se poi la vita la sapesse il corpo,
teatro di pulsioni a metà strada
tra l’obbligo d’istinto  – che non sa –
e la coscienza  – un’ombra.
o la sapesse, la vita, quel teatrino
che ha già assegnato i ruoli alle comparse,
interpreti perfetti del copione
che non dà margine a nessuna libertà.
che a sapere della vita sia soltanto la passione?
ma lì, tra patimento e godimento
c’è sempre confusione.
per me pensavo al gusto d’incontrare,
semplicemente dire: io sono viva, e tu?

 

interferenza

mi vorrei scusare
di questa fastidiosa interferenza.
lo so, come si fa a sognare?

poi, penso a chi è dannato a godersela,
la vita,
come un’ossessione.

 

dell’amore

farle seccare al sole
o scuoterle nel vento di libeccio
quelle parole ancora intrise d’emozione
che sono poco adatte
a un argomento serio, un po’ severo.
dunque, solo parole asciutte
per dire dell’amore.

 

per sottrazione

no, non lo aggiorno il corso della vita
con titoli di merito o prestigio
per dire io chi sono
– e mi racconto tutta un’altra storia
la narrazione breve
del tratto già trascorso
fino a qui
sempre per sottrazione:
sottrarsi
all’arroganza
di ogni definizione.

 

credo di aver già detto

credo di aver già detto questi occhi
la fissità del grigio
e l’altalena
questa così uniforme oscillazione
che disimparano a toccare terra
– i piedi –   a coordinare
asimmetrie che sono sempre state
e adesso diseguali.
ma il segreto mi resta nelle scarpe
con i dati  (in)sensibili
a norme deliranti.

 

Foliage

e adesso inizia la stagione del foliage.
quando cadranno
suggerirei di farne una composta naturale
coi torsoli di mela e gli altri avanzi:
è un buon fertilizzante del terriccio
oltre a pacciame per l’inverno che verrà.
qui non si butta niente, neanche le foglie morte
tanto care a giardinieri e chansonnier.

 

se domani sarà vento forte

niente da dire
e adesso questo lugubre silenzio.
lugubre non per me
perché mi piace se nessuno parla.
mi piace sia il silenzio a dirmi quand’è ora
di ripensare una possibile parola,
una parola possibile da dire
se domani sarà vento forte
e pioggia, e se cadranno rami.
sai, questi alberi vecchi di cent’anni
che quando è vento forte vanno giù
lì, sul viale, davanti alla bocciofila del centro anziani,
dove passare a piedi
per andare a prendersi un cornetto col caffè.
dicevo, anzi tacevo,
che sarà sempre troppo poco il tempo, la durata
di questo rifiatare,
e allora come faccio a sprecarlo per dormire?

 

per la durata della vita

per la durata della vita
tra queste quattro mura, o tre
se una parete su quattro ci dispone
a ripensare cosa ci condanna
a questa vista comune a tutti noi.
qui siamo tutti ergastolani
e davvero non vorrei nessuna grazia
né uno sconto di pena da scontare
fuori dai miei confini angusti :
solo qui posso ancora immaginare, se mi va,
che il finire non finisca mai.

 

 

Luciana Riommi
Nata a Roma nel 1945, appena finito lo sfacelo, in prossimità delle 14.000 tonnellate della cupola di S. Pietro e all’ombra delle colonne del Bernini. Dal balcone anche il palazzo del famigerato Sant’Uffizio, da cui i ragazzini che giocavano per strada lo vedevano uscire – “c’è er papa, er papa!” – tutto bianco, segaligno,  nel  macchinone nero. Roba pesante, ché anche il mondo era ancora in bianco e nero e un po’ di grigio. Ma intorno all’obelisco egizio c’erano, e credo ci siano ancora, non so se oggi praticabili, quei bellissimi “colonnetti” fatti apposta per il salto alla cavallina, dove piccoli teppisti sfidavano, agili e leggeri, anche la forza di gravità. La stessa forza di gravità che più tardi, nel tardo pomeriggio, la immobilizzava sul suo letto a leggere, leggere, leggere: l’altra sua passione a partire dai sei anni.

Già schizoide fin da allora, ma questo davvero non ha fatto danni, come non fa danno essere vecchi se significa aver vissuto oltre dieci anni prima che nelle case entrassero televisione, e poi tablet, smartphone, whatsapp. Resta fuori dall’elenco degli orrori il pc, anzi il mac, perché il suo avvento ha reso più agevole il lavoro (il secondo lavoro) di chi ha tradotto circa 60 libri, iniziando con la macchina da scrivere (quando ancora non era elettrica), i calli sulle dita, e litri di bianchetto.

Intanto il viaggio nel profondo, dentro di sé e, dopo la formazione analitica, nella vita di altri. Un viaggio che continua. Lungo tutto il percorso altri interessi, incontri, amicizie preziose. Alcune hanno portato con sé parole di poesia.

Da parte sua è consapevole di non scrivere “poesia” e per questo preferisce chiamare “pensieri inversi” le riflessioni in forma breve che trascrive sul suo blog personale
leggere riflettere scrivere 

alcune delle quali ospitate anche in volumi collettivi:

  1. Baldaccini, A. Pasterius, L. Riommi,  3 d’union. aforismi, poesie, racconti, Fermenti editrice, 2013.

AA.VV., Umafeminità, Cento poet* per un’innovazione linguistico-etica, a cura di Nadia Cavalera, Edizioni Joker, 2014.
AA.VV., Dentro spazi di rarità, Antologia Nuovi Fermenti Poesia – 9, con introduzione e note critiche di Donato Di Stasi, Fermenti editrice, 2015.

sulla rivista online L’EstroVerso e sulla rivista Fermenti (n. 242, 2014);

e sui blog:
Il Giardino dei poeti, 2012, 2014
Neobar, 2013
Il blog di Miglieruolo.

E alcune riflessioni in forma più articolata:

“Analisi e tempo”, Rivista di psicologia analitica, 1989.
“La tecnica junghiana”, con M. Pignatelli, in Trattato di psicologia analitica, UTET, 1992.
“Il deserto dei libri”, Rivista Fermenti, n. 238, 2012.
“A proposito dell’amore”, L’EstroVerso, luglio 2013.
“Forme del disagio”, L’EstroVerso, n. 3/2014.

 

 

 

 

 

Stefano Guglielmin

7 novembre 2018

3 inediti

Dispositivi del Sacro

1

Nel parto misericordioso
la lussazione del tempo,
l’avvenire. In ogni suo
divergere, il dispositivo
risolutorio, l’assoluzione.

2

All’apice del rilievo, la varianza
l’infinita varianza quando distingue
l’atto dal suo cerimoniale, filosofia
da claustrofobia. Diresti che dio
ne unga i cuscinetti, ci attenda
dall’altro lato del problema.

3

Infine lo spazio, questo bianco
d’uovo, che principia. Duemila
anni di cenere sulla testa, e tempesta.

Scrivere è questa neve sporca sui rami

                         

                              

                             

Nota

La poesia n. 2 è contenuta nel progetto audiovisivo a cura di Laura Liberale, Inside me, dove 49 autori rispondono in versi alla domanda “Perché non dovrei temere la morte?”. Ciascuna poesia è stata registrata in sonoro e, riscritta di proprio pugno, sigillata in ceralacca rossa, per essere poi raccolta in un uovo artigianale costruito dalla curatrice.

                                        

                                       

                                           

altre poesie di Stefano Guglielmin

qui

Silvia Secco

31 ottobre 2018

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È un libro di transiti da un tempo anteriore a un’esperienza tutta viva del presente, questo di Silvia Secco. Ed è anche un libro che, a partire da una consapevolezza collettiva della specie (declinata al femminile), giunge a mettere a fuoco la vicenda esistenziale, appunto narrata in presa diretta, di un Io sensibile. Tuttavia, a differenza di altre esperienze poetiche che inscenano un rapporto di inesausta metamorfosi fra l’umano e il grande scenario del mondo e dei suoi fenomeni, il tempo lineare della psicologia e quello circolare di ciò che chiamiamo Natura (la terra e i suoi frutti, le stagioni e la fenomenologia del cosmo), queste Amarene non si abbandonano mai a una facile soluzione di identità antropomorfica e di correlazione oggettiva d’ascendenza ancora simbolista. Piuttosto, ogni contatto e ogni possibile configurazione di rappresentabilità che provi a intrecciare l’esperienza umana e la molteplicità ciclica dei moti naturali richiede un processo di dolorosissima rigenerazione e di rinascita. Le grandi metafore attorno alle quali si compie la meccanica profonda di questo bellissimo libro a fondamento liturgico – senza mai essere, si badi, confessionale – sono quelle del concepimento, del dolore ad esso connesso e poi del parto e della neve, che funzionano a diversi livelli di metaforicità e di costruzione progressiva del senso. Resta solo da mettere in rilievo l’originalità di un simile lavoro, difficilmente confrontabile con poetiche espresse da una medesima generazione: piuttosto con certi esiti dello Zanzotto più libero da giochi di significante o da echi lacaniani, quello di Dietro il paesaggio o di Vocativo, per intendersi. D’altra parte, agli appassionati e ai lettori di poesia d’ambiente bolognese era nota da tempo la crescita costante di Silvia Secco. Questo libro, per compattezza tematico-stilistica e per intensità intonativa, la consacra ai livelli più alti della poesia di oggi.

Alberto Bertoni

 Testi dall’ultima sezione:

L’alba.
Balla l’erba di gioia
come un mare.
_ _ _

Dentro la mia piccola casa di ringhiera,
la mattina, quando non ci sono, entra sempre
la luce. Si muovono le gatte, parlano fra loro
il linguaggio bianco degli angeli minori,
marcano l’aria coi rumorini croccanti del cibo
e delle fusa – sottili legnetti spezzati –
Fuori, sul ballatoio, respirano piano le piante
che ho portato – appese alle inferriate si riposano
nel freddo – si asciugano i lenzuoli. È questa
la mia tregua: parla per ore al telefono di notte.
Ore ed ore all’orecchio nella notte delle città,
mentre l’orecchio lo sente battere forte, il cuore
Somiglia tanto alla pace, da farla sembrare una cosa.
E io che la tocco, la annuso, dico che questa è la tana,
ventre di mia gestazione. A primavera,
a primavera tutto si schiude. Io mi preparo.

_ _ _

Dentro l’ingombro minimo del nodo
di tutte le amarezze, le carezze mancate alle mani
dormi amore mio il tacere dei morti,
la parola in punta di lingua quando non viene.
_ _ _

Dentro di me si corica il maestrale
quando vieni, dorme come un bambino
dall’uno all’altro colmarsi dei satelliti
– la luna e Io – del sistema solare.
Si fa guardare immobile, ammansito,
che alla fine tacciono in me l’aspro e l’amaro.
Vieni, sempre di notte qui nell’ora dei frutti
(io solo due parole temo). Tu fammi un prodigio
di quiete: calmami più forte il cuore.

_ _ _

Dentro la notte mi nuotano i pesci,
parlano con me senza emettere suono
antichissime storie degli abissi, epoche
che gli uomini, animali e foglie
abitavano le acque – liquidi nei liquidi –
e le dita, e perfettamente le labbra
di tutte le bocche e di tutte le mani
che si erano unite nel tempo anteriore
si riconoscevano di nuovo.

Io ti aspettavo, con gli occhi che hai
mutevoli – d’acqua e d’altro, come mio padre –
Ti ho pensato a lungo prima,
similitudine interna di pace.
Luna compiuta sopra la casa.
_ _ _

Prima, nel lungo tempo anteriore, non ho fatto
che levare – una lettera alla volta del tuo nome
quando lo chiamavo, ed era già in tutte le parole,
nelle canzoni di Fossati della bocca e del vapore
vasto, come una città – Milano, io mi ricordo:
lasciavo la casa allora, disadorna e feroce
e bianca di latte e coperta di lenzuoli, come accade
dopo la lotta e dopo la rivoluzione.
Ma tu mi hai scritto che saresti arrivato alle otto.
Hai scritto alle otto, arrivare. Hai scritto
– inimmaginata mia primavera – arrivare:
mia nuova curva lunare, virgola d’esplicitazione,
stato di quiete mio. Arrivare.
_ _ _

Pensa a ciò che non resiste, i boccioli
il desiderio e la pazienza, l’umano
vivere. Questa maestà di magnolia
del giardino a breve si vestirà da sposa.
La guarderemo bianca – seta, e lieve
ronzio delle api – e non la toccheremo.
_ _ _

La notte lasciamo aperti gli scuri
per la luna quando si fa guardare,
per un sogno di pettirossi guardiani
sopra il davanzale. Siamo protetti,
addormentati, dai sussulti primordiali
che generano foglie, i loro sinuosi
movimenti in ascensione nelle acque
del pianeta. Vegliano sul nostro sonno
anche gli esseri dell’aria – come il tempo,
gli antenati – Noi diamo al prodigio un nome
preciso.
_ _ _

Le parole del mattino ripetute all’orecchio
io ti amo, ripetute al mattino all’orecchio del sonno
nell’ultimo anfratto del sonno, deposte nel cavo
grembo di ogni equilibrio e di ogni memoria. Le parole
io ti amo del mattino mandate a memoria, ripetute
e ripetute, depositate come un monile d’argento
nel cavo – delle nostre mani abbandonate, dell’orecchio –
nel sonnolento cavo della logica, nel tempo
ancora cavo del mattino, dentro – minimo embrione
d’argento, ciondolo di profezia e fortuna – Io,
io ti amo, le parole ripetute nel tempo, le antiche parole
madre e padre del tempo, ripetute al mattino all’orecchio
nel sonno del tempo, nelle profonde cavità senza suono.

SILVIA SECCO
– 25 novembre 1978 – nasce a Sandrigo, in provincia di Vicenza. Dopo la maturità artistica, da Breganze (VI), si trasferisce a Bologna dove vive. Attualmente lavora a Milano. Scrive in italiano e in dialetto alto-vicentino. Sue poesie sono state premiate o segnalate in alcuni concorsi nazionali. Alcuni testi poetici compaiono nelle antologie dei premi, in riviste, o sono pubblicati in rete. Alcuni testi, inoltre, sono contenuti in antologie collettive (Sotto il cielo di Lampedusa, annegati da respingimento – Rayuela Edizioni -, Muovimenti, segnali da un mondo viandante – Terra D’Ulivi Edizioni – Poesia di strada 1998 – 2017 – Seri Editore -, La pacchia è strafinita – Versante Ripido con KDP Amazon -).
In prosa ha curato la presentazione di alcune esposizioni fotografiche ed artistiche, in particolare per la pittrice Martina dalla Stella (www.martinadallastella.com); suoi articoli e recensioni ad altri autori si trovano nella rivista Le Voci Della Luna e nella fanzine on line per la diffusione della poesia Versante Ripido (www.versanteripido.it), diretta da Claudia Zironi, Paolo Polvani ed Emanuela Rambaldi, con la quale collabora dal 2015. Grazie al Premio Franco Fortini, nel 2014 ha pubblicato con la casa editrice CFR di Gianmario Lucini la sua raccolta poetica d’esordio: L’equilibrio della foglia in caduta (prefazione di Francesco Sassetto e nota di lettura di Enio Sartori), la quale ha ricevuto il secondo premio per la poesia edita al concorso San Domenichino Città Di Massa. Ha fatto parte dello staff organizzativo del Festival Bologna In Lettere, diretto da Enzo Campi, e del gruppo poetico bolognese Gruppo 77, diretto da Alessandro Dall’Olio. Realizza artigianalmente le piccole edizioni artistiche EDIZIONIFOLLI. A luglio 2016, con Samuele Editore, pubblica il suo secondo libro di poesia Canti di cicale (prefazione di Alessandro Dall’Olio), le cui presentazioni sono state proposte nella forma di recital-spettacolo in collaborazione con il giovane musicista e cantautore Alessandro Baro. Assieme alla redazione di Versante Ripido, ora anche associazione culturale, da settembre 2016, è impegnata nella organizzazione e proposta della rassegna poetica IGiovedìDiVersi, giunta, nel 2018, alla seconda edizione. Assieme alla poetessa Claudia Zironi e a Martina Dalla Stella, nel 2018 ha pubblicato il libro Ursprüngliches Leben: poesia e pittura in dialogo (EDIZIONIFOLLI con KDP Amazon), dal quale è tratto il recital omonimo proposto dalle due poetesse e accompagnato dalla musica dei giovanissimi musicisti “amici della poesia” come Alessandro Baro, Emma Gustafson, Elisa Misolidio, Giacomo Gamberucci, Fiore Stavole, Rocco Del Pozzo.

Alessandro Moscè

24 ottobre 2018

HOTEL 1(1)ALESSANDRO MOSCE’: UNA POESIA SPOGLIA DI RETORICA

Due lingue che si avvinghiano e crollano assieme: è questo che ho pensato leggendo Hotel della notte, di Alessandro Moscè (Buenos Aires Poetry, 2018).
Tutto comincia da “una storia scritta nel mio cognome”, la ricerca di una radice, di una lingua e di una casa che sono state e che tornano nella poesia.
Poesia di sobborghi e di strade, di città che appassiscono all’unisono tracciando una retta tra il Nord e il Sud del mondo e dell’uomo.
“Arrivo dalla forma lunare / di un cielo curvo che impatta le navi” scrive Moscè, e in questi versi smarrisce la propria provenienza. Non è da una città che viene, ma dal mare, esule dai punti cardinali. Poi si sposta di città in città, si domanda “Cos’altro della città si è perso […] da un niente nel niente?”, e non c’è risposta. D’altronde, se la poesia avesse forma, sarebbe quella di un punto di domanda. Tuttavia, si ritorna alla veglia “Sotto la volta degli archi e degli alberi”, si osservano le fondamenta che trattengono dalla deriva. Quando i greci videro gli alberi, sorsero le grandi colonne dei templi. E nei templi il sacro si rinnova, l’origine si manifesta: nella poesia di Moscè, però, il tempio è già disastrato, non ci sono angeli imbianchini, ma “un camion che trasporta / la frutta e la noia” a ricordarci che la modernità è un preludio di catastrofe.
In un “buco di parole” iniziano le danze della Suite per Pierino, che è andato via in un amen, facendo però in tempo a lasciare i versi più belli della raccolta: “La testa in alto e la polvere / sbirciano un senso invaso, / un crocifisso in legno / che potrebbe parlare”. Così, nella paura che la croce prenda la parola e conduca a una redenzione possibile, nella casa di riposo smettono di assisterlo, Pierino, “e di tradire il segreto / del suo rosario verde”. In chiusura, per la prima volta, una direzione: “È lì che sei tornato…”, scrive Moscè, e se non si conosce la provenienza, non è detto che sfugga l’ultima stanza in cui mettiamo piede. Stanza che è strofa, stanza che è malattia dove la parola smette di attraversare quella degli altri, dismette il dialogo (dià-lògos, attraverso la parola) ed entra nel monologo.
A Senigallia “Piove in bocca”, alla stazione “La panca vibra parole straniere”, e metonimia e analogia si con-fondono. Solo i cartelloni pubblicitari colloquiano, e si aprono sulle cose: ci guardiamo allo specchio, ci troviamo “in questa orfanità”. Una condizione di minoranza, dove i poeti, per avvicinarsi un po’ di più al senso dell’uomo, devono necessariamente entrare. Così percorrono la notte, osservano il declino della luce che non è orfana, ma si sente bastarda, perché “figlia illegittima di uno sconosciuto incanto”, e Moscè si rende conto che la parola stessa non basta a strappare l’indicibile, a farlo cadere dalle sue vertigini. Allora si siede, guarda la sedia di vimini che, dopo tanto errare, “aspetta ancora”.
La poesia di Moscè è una poesia spoglia di retorica, dove il canto rischia pericolosamente di sfociare nel racconto, ma di volta in volta barlumi di lirica tengono in piedi i versi. Lo sa bene Antonio Bux, quando dice che “per tenere due versi in piedi / si cade tutta la vita”. Allora il verso non è assoluto, non raggiunge l’apice nella sua compostezza, ma sciogliendosi nel canto si ordina e raccoglie. Nella poesia di Moscè non ci sono mani. (“Che secolo di mani!” – scriveva Rimbaud – “non avrò mai una mano, io”). Non ci sono mani perché non c’è un medio che si alza contro il mondo, né un indice che lo condanna. Ma dal polso, ecco, il mondo cresce al posto delle ossa: Moscè ha centrato i tempi, o i tempi hanno centrato lui.

Mattia Tarantino

Non c’è altro

C’è chi mi guarda
chiedendomi di non andare
senza dirlo,
chi tace nella notte e nel sonno,
il saluto rimandato
da un’altra birra
che svanisce nel fremito
di scarpe adolescenti.
Neanche un amore da ripetere,
né una fuga cittadina,
un sogno lambito
nei detriti dell’estate
dopo l’ultima pioggia
che bagna gli occhiali.
Non c’è altro che la sedia del bar
su cui rimanere immobili

Luce nella notte

Cos’altro della città si è perso
nella notte superstite,
alienata terra
di ombre nei lampioni accecati
da un niente nel niente?
Non c’è più il cielo, non c’è più
in un’infinita distanza riflessa
dalla luce arancio
nell’anfratto del borgo.
Un senso di addio indocile
si ritrova nella foschia del giardino
e nella luna che manca,
nei faretti tondi di due motorini
che si rincorrono a zig zag.

31 dicembre

Sotto la volta degli archi e degli alberi
Matelica e la sua veglia
promettono un anno innocente
che arriva alle grate delle chiese.
E’ il 31 dicembre
di uno scorcio che colma la notte,
dove non c’è minaccia
nel freddo infinito.
Il suono della festa è lento
dopo la mezzanotte,
una ninna nanna
che non chiede,
che dà solo piacere

La nuova gioventù

Nel chiacchiericcio del quartiere
si mostra un’eternità di giovani
sulle labbra violacee
e sugli occhiali da sole
delle ragazze più belle.
Una città la vedi dimenarsi
nei bar e nelle pizzerie,
negli oggetti informi
e nel grande gelo della notte.
L’incapacità di andarsene
è impressa nella pioggia di dicembre
che picchia sui coperchi dei cassonetti,
quando non c’è passante
che si azzardi ad attraversare
la strada angosciata
dai fanali bassi sull’asfalto
di un camion che trasporta
la frutta e la noia

I due ragazzi

Il suono di un blues
esce dallo stereo e sembra un lamento,
una scia di tristezza
per l’anima svenuta.
Al parcheggio nasce un amore al giorno,
un gesto di vita abbandonato
sui pantaloni di velluto dell’atleta
e sulle spalline della ragazza pallida.
Si assomigliano quei due,
si vogliono prendere
e hanno un lume negli occhi:
non conoscono il tempo,
questa vastità.
Ricorderanno un passaggio,
un brulicare di finestre,
un’ansia che viene dal sonno,
dal non poter restare smarriti.
Saliranno il viale e saranno già sognati
dai loro padri davanti ai televisori,
divisi dalla paura di un giudizio qualunque

Non ha mai avuto una donna
Pierino,
ma un’anima d’incenso
nei vicoli di Fabriano,
nei tramonti rosati a primavera,
fischiettati al nulla.
Non ha mai avuto un lavoro,
ma una grazia che scrutava,
e lo sapeva che un’altra vita
ripaga più di un adesso da signori,
più di una morte frettolosa.
E’ ancora davanti alla crudeltà
dei battiti che hanno smesso
di assisterlo
e di tradire il segreto
del suo rosario verde

Il letto di Pierino è vuoto,
ma la sua orma rimane,
come quella di un santo.
Un ritmo e una voce
entrano dalla finestra spalancata
e nel vestibolo della casa di riposo.
La sua foto nel rettangolo
è appesa alla parete
e a ridosso dell’ombra
taglia una felicità di poveri,
il sorriso di chi si accontenta.
I suoi piedi attraversano il corridoio
senza più ciabatte.
L’acqua nel bicchiere è rimasta
per ricordarlo a quella stanza

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.
Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli 2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro) e Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Francia, Spagna, Venezuela, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

Giorgio Galli

16 ottobre 2018

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Editore: Il Canneto

dalla prefazione di Marco Ercolani

Titolo singolare, per un libro, LE MORTI FELICI.
L’ossimoro ci guida verso un enigma da cui sorge spontanea la domanda: come può una morte, la “fine” di una vita, essere chiamata “felice”? Il racconto più breve del volume ci suggerisce una spiegazione possibile:
«Morte di Icaro
“Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole”».
La breve frase pronunciata da Icaro, una frase di gioia esaltante, contrasta con la tragedia conosciuta: il figlio di Dedalo, chiuso con il padre nel labirinto di Creta, si attacca le ali al corpo con la cera e vola via: quando il sole scioglierà, lui precipiterà in mare, morendo. Il breve racconto di Galli non omette la tragica fine ma la trasfigura e fa dire ad Icaro la sua felicità di essere “morto vicino al sole”: un enunciato gioioso, quasi eroico, che ricorda le ultime frasi vergate da Heinrich von Kleist alla sorella Ulrike prima del suicidio: «Immortalità, alla fine sei mia».
Questo rovesciamento prospettico traversa tutti i racconti del libro, che si divide in due sezioni: ISTANTI (L’orizzonte, Il nome, Radicati, Nella vita, Sparire) e STRADE. Proviamo a percorrere, rapsodicamente, le trame di alcuni racconti. Ghiat ad-Din, il poeta Omar Khayyām, chiede una brocca per bere, saggia la direzione dei venti, e si addormenta del sonno profondo dei Sette Sapienti. Turoldo, il cantore delle gesta di Orlando, si pente di essere stato così superbo da firmare con il proprio nome il suo poema. Ugo d’Orleans scrive versi con la sapienza dei teoremi di Euclide. Leonino e Perotino vengono citati come i primi musicisti medioevali di cui si ricordi il nome. Josquin Desprez non teme più la morte perché nella sua musica l’ha saputa modulare a più voci. John Dowland si confessa uomo gaio e vigoroso che ha scritto canzoni tristi per richiudere la malinconia in piccole fiale perfette e poter camminare poi allegro. Il pianista Rudolf Firkusny parla dell’appassionato amore del già anziano Janàcek, insonne e innamorato. Il direttore d’orchestra Antonio Guarnieri, di cui restano rarissime registrazioni, è descritto come un uomo in cui la volontà di perfezione e l’umiltà di sparire sono inseparabili. L’inflessibile Toscanini rivela la sua predilezione per il giovane Guido Cantelli, che morrà prima di lui, in un incidente aereo. Max Brod ci racconta che Kafka avrebbe voluto fossero bruciati i suoi racconti perché parlano di una infelicità che lui adesso, è lontano dal provare. Lo scrittore praghese Bohumil Hrabàl confessa: «[…] Me ne sto qui con la mia famiglia e i miei gatti, aspetto tranquillo la morte perché tanto sono finito e non ho niente da dire, certe notti mi addormento con la finestra aperta e allora sogno Egon o Vladimìr e poi più niente, sono sempre stato fuori dai giochi e me ne sto tranquillo ad aspettare la morte, qui Sull’argine dell’eternità».

Il libro esplora attraverso la finzione – l’appunto ritrovato, il racconto in terza persona, la lettera apocrifa – il segreto che molti artisti hanno dissimulato nella loro opera: una parola, un cenno, un pensiero, però determinanti, spesso invisibili, sempre anticanonici e “fuori canto”.
I temi di Giorgio Galli, simili a quelli già trattati nei racconti de La parte muta del canto (I Libri dell’Arca, Joker, 2016), ruotano attorno al mondo della musica e della poesia, e testimoniano l’ossessione prediletta dell’autore: suggerire nuove interpretazioni per vite ormai consegnate alla storia o all’oblìo. Il libro si appoggia costantemente a vite che furono: torna a dire di esse, dentro, non contro di esse. C’è, in questa scrittura limpida, rigorosa e turbata, un tornare sulle tracce dei morti per mettersi in ascolto del passato e correggere certe verità convenzionali grazie a intuizioni nuove. Si crea così una speciale “enciclopedia dei morti”, per citare Danilo Kis, dove i morti sembrano molto più vivi e radiosi dei nostri contemporanei e continuamente ci chiamano, ci parlano, ci raccontano la loro verità. Il libro configura un atlante poetico di artisti colti in un momento preciso: quello in cui la morte non è tanto la temuta catastrofe che distrugge la pienezza della vita quanto l’esito felice e necessario di quella specifica esistenza. Scrive Rainer Maria Rilke: «O signore, dài a ciascuno la sua propria morte, / il morire che viene da quella vita / in cui egli ebbe amore, senso e pena». E ancora Rilke ci soccorre quando, nei Sonetti a Orfeo, associa il rapporto con la morte, nel passato, alla conoscenza e alla capacità di sentire, nel futuro: «Solo chi con i morti il papavero / gustò, il loro, / neppure il più lieve suono / tornerà a dimenticare».
Il tema della “morte felice” è particolarmente icastico e intenso nel racconto dedicato al filosofo Ludwig Wittgenstein:

Morte di Wittgenstein
“Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa.” Non esiste una morte più bella di quella di Wittgenstein. Non più struggente, più bella, col suggello di un messaggio di ringraziamento rivolto agli amici con francescana essenzialità: ”Tell them that I had a wonderful life”. Them erano gli amici assenti, them erano tutte le creature a cui Ludwig Wittgenstein voleva comunicare di essere morto felice. E la felicità, nella sua vita tormentata, consistette nel rinunciare a tutto tranne all’essenziale, nel sapere con certezza cosa era necessario alla sua vita materiale e spirituale e vivere solo di quello, rinunciando a tutto il resto. La storia è nota: poteva fare una vita da nababbo, fu maestro di scuola e si fece persino operaio. La vita di Wittgenstein non fu felice: fu felice la sua morte perché in quel momento sentì che non era trascorso alcun istante senza che fosse in linea con se stesso. E di questo volle far sapere a tutti.

Morte di Tintner
Georg Tintner fu sempre coraggioso. Veniva dalla scuola di Franz Schalk, uno dei grandi direttori del primo Novecento. E aveva la grinta anche lui di un grande del Novecento. Ma la stessa grinta gli impediva di scendere a patti coi nazisti. Andò via dalla Germania per non aver niente a che fare con loro proprio negli anni in cui avrebbe potuto costruirsi una carriera. Se fosse stato già famoso come Toscanini e Kleiber, avrebbe continuato a far carriera altrove. Se fosse stato accomodante come Karajan, sarebbe andato avanti con l’appoggio del regime. Ma lui ascoltava solo due cose: la musica e la sua coscienza. Diresse le sinfonie di Bruckner in Australia, le diresse in un modo nuovo, con un nitore tagliente e non col misticismo impastrocchiato con cui si è soliti dirigere quell’autore. Realizzò con orchestre minori interpretazioni che non sfigurano accanto a quelle di più celebri orchestre. E non rimpianse di non aver fatto carriera. Il valore è diverso dal successo. E quando seppe di avere un tumore, lo combatté per sei anni. Poi, quando seppe che non poteva più combatterlo, non volle morire da soccombente. Si uccise prima di diventare un uomo debole, prima di diventare un infelice e di rendere gli altri infelici. Ecco come morì.

 

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione. Scrive sulla rivista online Perìgeion e cura dal 2011 il blog La lanterna del pescatore.
Vive a Roma dove ha aperto la libreria L’Orto dei Libri.
Ha pubblicato “La parte muta del canto” (Joker, 2016) e “Le morti felici” (Il Canneto, 2018). Sue poesie sono uscite in alcune antologie fra cui “Impronte” (Pagine, 2014).

 

 

Questo libro è qui perché la prosa limpida, colta, coinvolgente, di Giorgio Galli, ha una vis poetica straordinaria che, aggiunta alla spirituale capacità di immedesimazione dell’Autore, restituisce, agli Artisti che lo hanno ispirato, la dignità della morte. E illumina quel momento che ne sublima l’opera e talvolta ne riscatta la vita.
cb

 

 

Fausta Genziana Le Piane

8 ottobre 2018

Fausta Genziana Le Piane

__Gli Steccati Della Mente – Ed. Penna d’Autore 2009

 

DAL LABIRINTO AL CERCHIO MAGICO

C’è una continuità sotterranea nei libri di Fausta Le Piane, poesia, saggistica o narrativa poco importa, che attinge al rapporto dialettico tra vita e arte, inteso come work in in cui la poesia, tanto per stare allo specifico di questa riflessione, si fa epifania dell’utopia del cuore e terapia dell’io diviso.
Ecco, quindi, che alle “maschere” di “Incontri con Medusa” e “Notte per maschera” subentrano, dentro questi “Steccati della mente”, la “caccia”, le “stazioni” e le icone del “femminile” come varianti metaforiche del repertorio esistenziale.Maschere, insomma, che ancora una volta velano e svelano.
A cominciare dalla “caccia” dove preda e predatore si scambiano di ruolo fino a diventare una cosa sola; la stessa ossimorica dimensione della vita tra memoria e storia.
La caccia di “falchetta e falconiere” senza la volgarità dello sparo, senza il latrare dei cani o il calpestio degli zoccoli; solo il crudele silenzio del cielo appena increspato dal fruscio di un ala, da un lampo di sole che cancella il grido impercettibile della resa rapida e senza condizioni e, per un attimo, l’azzurro che si fa bianco lutto d’amore.
L’orizzonte capovolto promuove l’ebbrezza del vuoto stupore dove, senza più peso, vacillano gli “steccati della mente”.
Fausta Genziana Le Piane continua con questo suo nuovo libro, bello e intenso, il dialogo assiduo tra l'”io” e il “sé”; tra le sue parole “senza voce/nè sguardo/senza fine/nè limite” e l’impudica castità di donna-luna che non teme l’inquietudine dell’ansimare di un desiderio che, pur minacciato dal fiato pesante del disincanto, resta, tuttavia, eterno e indistruttibile come il cerchio magico delle pietre o delle orme dei passi cancellate dal dubbio di una “luna di sabbia” che è clessidra di un tempo senza durata.

Questa poesia è fatta di parole che volano libere nel cielo della sensibilità fantastica addestrate a cacciare sogni e poi a tornare, ubriache di vento e di luce,sulla pagina, fedeli al loro nido di carta che odora di cuoio e velluto come il “ruvido guanto” del falconiere.
C’è in tutto il libro una struttura compositiva nella quale immagini e concetti sono ritmati in un gioco di contrappunto dentro lo spartito poeticocche i colori del vissuto suonano nel tempo smarginato dove eterno ecquotidiano dialogano, s’interrogano e ti prendono per mano in uno spazio checla pagina non può contenere perché è la mentale proiezione di un viaggiocsenza una meta né un ritorno certi. Siamo dunque, ancora una volta, nel “labirinto”.
Come l’amazzone “aizza i cani nella notte/all’inseguimento d’un nobileccervo”, Fausta Le Piane “aizza” i versi nelle scorrerie di una indocile passionalità, pudica e scapigliata, leggera e furiosa.
Poi, all’improvviso, si accorge che è la poesia, come sete di verità e di abbandono, ad inseguire lei; all’improvviso si sente preda e tenta la “fuga”.
Anzi, vorrebbe farne la sua “strategia”, tant’è che evoca persino il suo teorizzatore e mentore, Henri Laborit, ma mentre lo scienziato e sociologo francese polemizza con la società tecnologica e virtualizzata che ha fatto dei suoi veleni la “kultura contro natura” dell’uomo contemporaneo, Fausta cerca e trova, o meglio, ri-trova la “cultura della pietra scheggiata” per ricongiungere, attraverso la poesia, la sua anima al cosmo.
“Rapidi viaggi”, “stazioni provvisorie e improvvisate”, “sudici marciapiedi.

….
Ma che stazioni frequenta Fausta?
Certo non “stazioni di posta” di polverosa e avventurosa memoria e nemmeno le liriche stazioni prevertiane, meno ancora quelle “spaesate” di Chatwin; no, quelle di Fausta Le Piane più che stazioni ferroviarie sono “porti di cemento per amori sbandati” dove lei, comunque, non approda; non può approdare perché è “roccia e isola” … “sbriciolata dalle onde in tempesta” Quindi in perenne viaggio e naufragio.
Anzi, a ben leggere i suoi versi, le “stazioni” sono la scenografia mimetica di una ribellione.

Le stazioni, quelle di rotaie, pensiline, scambi e deragliamenti, finestrini appannati, orologi polverosi e altoparlanti gracchianti sono sostanzialmente l’evocazione di una realtà subita, di una memoria double-face; quella della fanciullezza e quella dell’amore-assenza colte, entrambe, in viaggi verso stazioni non sue, non scelte, non amate: “ignote al mio vivere” scrive Fausta.
Per questo parlavo prima di “porti”; di moli più che di pensiline e si sa che ogni molo è solo “una nostalgia di pietra”.
In queste “stazioni” circola un’aria di rivolta, di rifiuto, di desiderio divento e sabbia estratti dalla “valigia di vetro dei sogni” per mimare “spiagge per distendermi al sole con te” ed invocare “un Fato voluto dagli Dei” per “un viaggio più ampio del mare aperto” in cui l’amore si fa corpo-mare; continente liquido da scoprire e conquistare oltre le colonne d’Ercole della mediocrità e viltà che scandiscono la banalità quotidiana.
E’ un esorcismo che funziona perché funziona la poesia di Fausta Le Piane.
Una poesia dove i deragliamenti del cuore sono imbrigliati da uno statuto semantico rigoroso e rigoglioso e il terzo livello della parola poetica nutre, come una linfa sotterranea, la griglia compositiva in cui linguaggio alto e basso dialogano in una sinergia di sensi e ragione di grande efficacia espressiva e coinvolgente emozionalità.
Basterebbe citare i versi di “Le isole” felicemente giocati sulla decantazione simbolico-rituale di una “svestizione” che è liberazione da ogni sovrastruttura culturale e da ogni condizionamento moralistico per approdare alla icastica nudità danzante nel perimetro degli occhi amati.
Quanto “Al femminile”, Fausta Le Piane disegna le sue “improbabili” donne con versi agili, animati da una forza volatile e decisiva.
“Volatile”, nel suo irridere con sottile e perfida ironia ad ogni deriva “femminista” e “decisiva”, nel rivendicare la declinazione “femminile” di una pienezza di vita che è affascinante sintesi dei contrari; parafrasi ossimorica di una orgogliosa diversità che, per dirla con Bernanos, “apre brecce di cielo dentro la vita” e che, come il diamante, è fragile e indistruttibile; riflette e rifrange una luce non sua e, tuttavia, basta una sua carezza per ferire a morte la vanità dello specchio e il vetro dell’indifferenza. Per questo Eva è, insieme, “smarrita e consapevole” e la donna del sud “incantata e saggia”; Penelope paziente e virtuosa ma anche “mai paga d’ignoto e di avventura” ; è madre-regina dal “tenero fiocco tra i capelli” ma anche “farfalla dalle ali che nessuno può spezzare”.

Ritroviamo poi in questa sezione del libro due costanti di tutta la produzione poetica di Fausta Le Piane: la prima è un rapporto con la natura che è continua “aggettivazione” di un “clima” e /o di una situazione …. “un pomeriggio ombroso”, “una preghiera all’ombra delle palme”, “io fungo rotondo/tu alga fluttuante”, “sii falasco sulle paludi del nostro piccolo mare”, “scacchiera di cielo e di mare”… e potremmo continuare a lungo.
Una “natura”, quindi, che è rappresentazione simbolica di un desiderio e di una perdita, o meglio, di una impossibilità che la parola poetica riesce ad inverare.
Non a caso Alcmane diceva di essere poeta perché aveva capito la lingua delle pernici.
Tanto per ricordare che la poesia è verità dell’inconoscibile; epifania del segreto mistero dell’indicibile che si rivela nell’appercezione sensibile di suono e silenzio promuovendo la ricomposizione unitaria dell'”io diviso”. Che è poi, tout court, il senso profondo della frase conclusiva del discorso di accettazione del “Nobel” da parte di Wislawa Szimborska…”la poesia è rimanere in silenzio in attesa di se stessi davanti ad un foglio di carta bianca”.
L’altra costante che connota la poesia di Fausta Le Piane e scorre nelle vene dei suoi versi è una sensualità diffusa e soffusa; fisica e mentale, che nella sua caratura espressiva si fa cifra stilistica.
Qui l’esemplificazione sarebbe deviante perché non si tratta di un’ aspetto particolare e magari significativo della sua scrittura ma di un climax direi alchemico, proprio nell’accezione di reagente metamorfico del senso che pervade in generale la struttura portante della composizione poetica.
Perciò suono e significato; ritmo ed idea hanno il ruolo degli strumenti in un’orchestra. Ciò che conta, allora, è la musica che scaturisce dall’insieme; ciò che ci trasmette; se e come ci “costringe” a reagire quando tocca le corde della nostra emozionalità. Quando, in definitiva, prima di “capire” “sentiamo”, ecco ciò che conta.
Perché dare tanta importanza a questo climax?
Intanto, perché è uno dei punti di forza della tenuta formale della poesia di Fausta e poi perché è l'”humus” che nutre e fa crescere e fiorire la verità dei “sentimenti” che questi versi esprimono emarginando ogni rischio di “sentimentalismo” o “romanticismo” di riporto.
Ma è tempo di tirare le fila del discorso e intendo farlo ritornando all’inizio di questa riflessione.
Là dove c’è un accenno al “labirinto” come possibile chiave interpretativa del libro e, più in generale, della poetica della nostra autrice anche se, è vero, la notazione non è una novità dato che ha formato oggetto di altre attente e acute letture critiche.
La ragione di questa insistenza sul tema sta nell’accezione di “labirinto”, un po’ diversa da quella delle altre indagini interpretative, che vorrei rapidamente evidenziare in questo contesto in quanto particolarmente significativa sul versante del rapporto, sempre misterioso e rischioso, tra arte e vita; tra Le Piane-poeta e Fausta-donna che mi pare però opportuno approfondire per una comprensione del nesso sinergico che esiste e resiste alla radice della sua poesia.

Per farlo cedo volentieri la parola ad Hermann Kerm col quale concordo pienamente laddove scrive che …”Nel labirinto nessuno si perde/nel labirinto ognuno si trova/nel labirinto nessuno incontra il Minotauro/nel labirinto ognuno incontra se stesso”.
Chiaro il concetto?
Ecco perché, tra l’altro, il “tempo” di questa poesia è un verbo tutto coniugato al presente.
Perché è un presente che marca il “continuum” dell’esistenza individuale come esperienza e processo; come ricerca ostinata e necessaria del rapporto tra “realtà e verità” che è, forse, azzardata scommessa progettuale ma che l’impudica innocenza del sentire può rendere obiettivo credibile e perseguibile.
E, del resto, “se vogliamo vivere il presente dobbiamo riscattare il nostro passato, saldarne il debito. E questo si può fare solo con il dolore che purifica”, cosi Cechov fa dire a Trofimov nel “Giardino dei ciliegi”.
Il “dolore”, infatti, è il filo rosso che lega le poesie di questo libro come le perle di una collana allacciata al collo della memoria sensibile e che colma “il vuoto puro dell’esistenza senza futuro” giacché, lo sappiamo, è difficile vedere il futuro quando è il dolore a tracciare la linea dell’orizzonte.
Dolore, non sofferenza; dolore che sedimenta il passato in esperienza, che rifiuta il ripiegamento elegiaco del rimpianto.
Fausta Le Piane non si piange addosso, non recrimina ma vive lucidamente il dolore non nelle ” ricordanze” ma nella conquista dell'”oblio” come forma d’incontro con un futuro, è  stato detto, privo di certezze ma che, tuttavia, non abdica alla speranza.
E’ cosi che la sua poesia “funziona” perché ci convince e coinvolge con l’impietosa innocenza della verità.
Fausta Genziana Le Piane, infatti, a mani nude, cuore aperto e lucida coscienza traccia con le parole della sua poesia il “cerchio magico” dentro il quale, finalmente, si dissolvono gli “steccati della mente”.

Italo Evangelisti

*

 

_____________

Carnac

Un granello di sabbia
attraversa tessere di vento
e si adagia
nell’incrinatura secca
della grigia pietra celtica
a rompere
l’equilibrio del tempo.

*

L’Amazzone

Aizza i cani nella notte,
l’Amazzone
all’inseguimento d’un nobile cervo.

Impazzita
per la preda che sfugge
azzarda
incalza all’orizzonte
dell’isola di Saint Kilda.

E non v’è che la parola
a dire lo strazio,
il giorno e la notte,
l’ora e l’infinito
del suo dolore.

E non v’è che la parola
a dire la caccia
e lo spirito inviolato
che corre sull’isola selvaggia.

Il viola dell’erica s’inchina
muto
al coraggio dell’Amazzone
alla sua furia
alla sua solitudine
al suo cavallo stanco.

Amazzone ispiratrice
guidami
a ritroso nel tempo

nel bosco sacro di querce
dove il cielo e la terra
sono un’unica cosa

nel cerchio magico della mente
dove le stelle
hanno eterna dimora.

*

Stonehenge

Un lampo
e la notte fu mistero.
La luna scese
lentamente
a posarsi
come bianco coperchio
sul cerchio delle pietre
che,
come lance,
la trafissero.

*

Stonehenge

Il cuore del gigante agonizzante
debolmente pulsa
al centro del cerchio magico.
Il Titano giace
senza forze
nascosto
nel cuore della Terra:
forse la sacerdotessa
lo chiama a nuove energie
sussurrandogli
parole d’amore incantate.

*

Fausta Genziana Le Piane: nata in Calabria, vive ed opera a Roma. Laureata in Lingue, ha insegnato francese e ha vinto una borsa di studio per la Romania. Ha curato le schede di lingua francese per la grammatica italiana comparata di Paola Brancaccio e adattato classici francesi per la scuola superiore. I suoi libri di poesie, “Incontri con Medusa” (Calabria Letteraria), “La Notte per Maschera” (Edizioni del Leone) e “Gli steccati della mente” (Penna d’autore) hanno incontrato il favore della critica. Con Tommaso Patti, ha pubblicato la raccolta di racconti “Duo per tre”, Edizioni Associate, Roma (Prefazione di Paolo Ruffilli) cui ha fatto seguito “Al Qantarah-Bridge”, Un ponte lungo tremila anni fra Scilla e Cariddi, Nicola Calabria Editore. Ha pubblicato una raccolta di racconti, “La luna nel piatto”, Edizioni Associate, Roma, con annesso un sedicesimo dedicato alla pittura di Pinella Imbesi e “Interviste a poeti d’oggi”, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato “La meraviglia è nemica della prudenza”, invito alla lettura de “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, Edizioni Eventualmente, 2010. Si occupa di critica (AA.VV, “Clio e la parola-Critica e crestomazia della poesia di Maria Racioppi”, Nuova Impronta, 2003; Francesco Dell’Apa, “Dal tempo unico”, Città del Sole edizioni, 2003) e recentemente ha pubblicato… biografia completa qui

Italo Evangelisti, poeta e critico d’arte. E’ stato autore di saggi e interventi, in particolare, sulla “scuola romana” e “l’astratto-espressionismo”; presentazioni al catalogo e interventi critici sull’opera di alcuni tra i più importanti artisti italiani, da Attardi a Calabria, da Vespignani a Gianpistone e Gino Guida, da Franco Ferrari a Bruno Varacalli e Giulietta Paolini o di giovani emergenti quali i pittori Angela Pellicanò, Gabriele Tagliabue, Serena Maffia, Giacomo Montanaro; lo scultore Francesco Marcangeli, nonchè di pittori stranieri di fama internazionale, quali la filandese Sojle Yli-Mary, il bulgaro Atanas Atanasov, la slovena Vida Slivniker e l’argentina Ana Negro.

Premio “Margutta-Comune di Roma” 1993 della critica; consulente artistico dell’Associazione – Accademia ” Art-studio Tre”; Presidente della giuria del Premio internazionale “Open – Art ” 2004, 2005 e 2006.
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Daniela Raimondi

30 settembre 2018

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lettura di Luigi Paraboschi

Si dice spesso che la buona poesia è quasi sempre frutto del rievocare, e mai come questa volta, leggendo i versi della raccolta della Raimondi, viene istintivo concordare con questa affermazione.
L’autrice stessa lo scrive chiaramente fino dalle prime pagine
“La poesia è mancanza/ E’ il respiro concavo/dove depongo/una susina/un piuma/ una pietra di fiume/
Ma se è vero quanto ella scrive a pag. 8 che:
scriviamo per l’attesa“ o anche “per non dimenticare il sogno“ e anche “per sconfiggere demoni/immobili come aghi sotto la pelle“ allora la nostra curiosità di lettori ci spinge nella ricerca su quali siano stati “ i demoni “ e quali i “ sogni “ della nostra poetessa visto che lei scrive:
“la memoria comincia/ dal rumore di un cuore”
Allora cerchiamo di capire quale sia l’origine della sua memoria di bambina fino al suo diventare ragazza e poi donna.
A me sembra di poter dire che la memoria più dolorosa sia quella che è troviamo scritta in questo verso della poesia “Nata d’inverno “ che dice:
Sono nata in un giorno di neve/ con le grondaie bianche/ e gli uccelli fermi sui rami/…
e poi, più avanti aggiunge :
“Mio padre usci di casa./ Lasciò l’orma sulla neve,/ nel silenzio di un cielo che pesava dentro i nidi, / sulla ossa sepolte dei piccoli mammiferi/
assistiamo ad un accostamento tra un avvenimento gioioso, -quale di solito è una nascita,  e l’ambientazione che traspare dal testo complessivamente cupo, freddo, inospitale, senza concessioni alla gioia per quella nuova vita che sembra già piena del rimpianto per un tempo che ancora prima di essere appare irrimediabilmente perduto, come leggiamo:
… “L’ultima neve cadeva nel buio/ e i campi avevano scordato l’odore delle mele,/ il suono dolce che a volte nasce/ sulle labbra di un uomo.// Le parole morivano sulle bocche dei pozzi/ si perdevano lungo le strade bianche della pianura//.
Il cammino famigliare appare in salita, condiviso con una sorella “una bambola di pietra“ come l’autrice, entrambe “pallide come una maiolica”, dentro “una casa che era un mausoleo”, dove lei cresceva  “umida e silenziosa come una malattia”, ove c’erano “ un uomo e una donna “, ma, “Nascosta nell’ombra respirava un’altra donna“.
La crescita si sviluppa meccanicamente: “le bambine crescevano come l’erba dell’orto,“ fino a quando “un giorno la sorella più grande/ impugno’ la spada del padre/. Si tagliò il seno sinistro/ e fuggi nel mondo con la voce di un uomo/
Si avverte in questi versi la pesantezza di un clima famigliare di sospetti, paure, dubbi, incertezze, finte rassegnazioni, intolleranza, solitudine, sia degli adulti che della figlia più giovane. Infatti “l’infanzia accadeva“ e già questo verbo dice tutto sulla inevitabilità degli eventi, il subire il clima in cui “la madre innaffiava vasi senza polline“ e “il padre tratteneva la fine/ fermo dietro una porta“. Tre anime che vivono assieme quella che si avverte come una tragedia silenziosa, ove il tempo passa inevitabile come in questo splendido finale della “la terra degli invincibili
La bambina sognava, la bambina sognava /. La madre taceva./ Il padre teneva il cuore del mondo/ chiuso a chiave in una scatola rossa./ La pioggia cadeva, spaccava la terra./ Sui rami gli uccelli tacevano/ per non far sorgere il sole //.
Oggi che non si fa altro che parlare del come supplire nell’animo dei figli l’assenza o la carenza della figura paterna mi domando quanto siano costato in sofferenza all’ autrice mettere in versi queste prime pagine della sua opera, e quanto sia dolorosa tuttora la memoria di quei tempi quando:
“da bambina baciavo la fronte grigia dei morti/ -L’importante era che avessero gli occhi chiusi/, le narici immobili, poi non avevo più paura “…//
Ricordo bene anch’io quei tempi in cui anche nel mio paese c’erano le bambine che come dice Raimondi “Ai piccoli funerali di paese/le suore mi mettevano un mantello azzurro/ un cappello in testa,/ e sfilavo dietro la bara insieme alle altre: trenta bambole vestite dalla festa/ con occhi che brillavano e scarpe di vernice”
Questa poesia si conclude con due versi che fanno rabbrividire per la loro crudezza, al punto che ci si domanda come sia potuta diventare serena -se lo è diventata- la vita da adulta della nostra autrice, come avrà dimenticato il peso di quanto espresso con questi due versi finali :
“trattengo in me un poco di morte/ come fosse un regalo d’amore“
Una bambina che cresce lentamente, giorno dopo giorno, dentro “quella macchia di febbre/ che chiamavano infanzia“, aspettando la sera “la mamma che tornava dalla fabbrica “/ le mani stanche e due baci distratti” e con una presenza assenza di un padre che “seduto in disparte mio padre fumava/ pensava ad un’altra“.
Dicevo in apertura che senza i ricordi non sarebbe possibile fare poesia, specie questo genere di poesia, schietta, una confessione pubblica, dalla quale emergono vivide immagini di interni di famiglia impressionanti per loro crudezza, come questa che mi ha fatto pensare al quadro “bue squartato“ di Soutine.
La poesia ritrae una scena abbastanza frequente nelle case di campagna ancora oggi, si intitola Brodo digallina e descrive l’eviscerazione di un pollo con queste immagini che posseggono una precisione coloristica eccellente: il piccolo cuore del pollo, le uova in formazione/ lo stomaco che era sempre azzurrino
Toglieva gli intestini ancora caldi/con la mano che brillava./ Metteva in fila il piccolo cuore, i grappoli di uova/ lo stomaco azzurro tagliato a metà//,
poi prosegue dicendo, e qui vorrei invitarvi a soffermarvi sulla precisa descrizione dei gesti e sul realismo di quegli occhi del pollo sempre aperti, e del passaggio alla “strinatura “ che toglieva con il fuoco la pelle alle zampe e gli spuntoni di piume:
“C’era il taglio deciso del collo/ la cresta rovesciata/ e quegli occhi rotondi, sempre aperti./ Poi mamma bruciava la ultime piume,/ metteva le zampe sul fuoco //”
La scena si conclude con i gatti che giravano attorno alle gambe sia del tavolo che dei presenti, e l’autrice che osservava l’azione sollevandosi sulla punta dei piedi vista la sua statura di bambina:
“La pentola schiumava/ la fame dei gatti strisciava fra le gambe/e io restavo in punta di piedi in silenzio/. Le mani appoggiate al bordo del tavolo/ fissavo quel filo rosso cadere/ le mani insanguinate di mia madre//
Forse molti bambini ormai anziani come me, ritroveranno una parte della loro infanzia dentro questa poesia, che, unica nell’intera raccolta, sembra allontanarsi dall’immane presenza-assenza di un padre sempre sul punto di lasciare casa, ed una madre “in troppe faccende affaccendata“.
La poesia che invece dà il titolo alla intera raccolta sembra costituita da un serie di fotogrammi da film di Truffaut o di Godard talmente è chiara, piena di desiderio per qualcosa che l’autrice avrebbe voluto provare prima o poi, e racconta di una coppia che “vivevano all’ultimo piano/le stanze piene di sole/ la luce sparsa sui cassetti in disordine”, e, forse inconsciamente, spinta verso di essi da un carenza affettiva che riscontrava nel suo ambito casalingo scrive “mi piaceva guardarli / quando si baciavano come nei film/ o mentre mangiavano /. Poi, un mattino li scopre a letto, ove “i corpi brillavano nella penombra“ e “li ho guardati dormire / poi sono tornata a giocare in cortile“ e si affaccia dentro questi versi finali una atmosfera che mi ha ricordato una particolare poesia di Pavese, credo s’intitolasse Delia, perchè anche la Raimondi sa scrivere e parlare come certe personaggi femminili di questo autore, dicendo: li ho guardati dormire./ Poi sono scesa a giocare in cortile/ e pensavo che anch’io, da grande,/ volevo qualcuno che mi tenesse sulle ginocchia/, ricevere piccoli pezzi di pane dalle dita di un uomo//.
L’assenza del padre è il tema dominante di tutta l’opera, è una confessione d’amore e di sofferenza che la fa scrivere, ricordando il giorno della Prima comunione:
“lei è in fila con le altre/.Ogni tanto gira la testa/, cerca il viso di suo padre tra la folla/. Ma in chiesa c’è solo la madre “/ Lui odia i preti, non ha voluto entrare/ E’ la fuori che fuma/ Cammina sulla pietre del selciato/ con il passo di un messia//…
Ma “dentro le brucia una mancanza// di colpo gira la testa/ scorge il viso del padre nella penombra/ Lui sorride / le fa un piccolo cenno con la testa //
Mi è parso di ritrovare anche echi di certe figure femminili degli ultimi lavori di Ivan Fedeli, in questa poesia dal titolo “Linda“ nella quale è ritratta una donna non più giovane, che “si tingeva i capelli biondo cenere” e che la madre della bambina definiva “che era una vergogna-/alla sua età/ e poi tenersi un ragazzo come amante“.
Linda era una donna sola, “con figli ormai grandi e tutti sposati“ e che “le veniva un po’ paura e restare sola“ e in certe sere “mi portava a dormire nel suo letto” ,… e a letto “chiudeva gli occhi/ E in qualche modo io sapevo/ che Linda aveva i seni freddi/, che quella notte si sentiva sola/.
La prima parte di questo bel libro dedicata ai ricordi della prima adolescenza si chiude con una poesia dal titolo “Il pozzo“ nella quale l’autrice rievoca quando “mia madre racconta del pozzo che avevamo in cortile“ e “lei andava in fabbrica che ancora dormivo“ e l’affidava alle cure di un nonno che “puzzava di vino“ e la madre “alle quattro precise, cominciava a star male, pensando che giocavi in cortile/ ti vedevo affacciarti sul pozzo/… e trovarti annegata là dentro.
La solitudine di questa bambina, lasciata sola a casa fin dalle prime ore del mattino, affidata alle cure di un anziano che “sedeva in cucina con una bottiglia di vino/ Piangeva/ Pensava alla moglie sepolta”//ai pesci del Po e a un cane chiamato Milord “ /e che cantava “addio sogni del passato…/ la porta ad una conclusione amara, dolente, quasi un giudizio poco clemente, come spesso fanno i figli nei confronti dei genitori e dice
“Vorrei chiederle come ha potuto rischiare,/ come ci si possa giocare la vita di un figlio/ per uno stipendio”. Molto acuta come precisione dei ricordi è anche la parte del libro che va sotto il titolo ”Riti di passaggio“, che si apre con lo sgomento causato dall’arrivo delle prime mestruazioni in “primo sangue“ in cui lei si sente “la cerva ferita/“ e di quella sera lei ricorda “il pianto della bambina/ e il mio sangue di donna/ un sangue rosso cupo, liscio e lustro come una rosa“.
Un altro ricordo nitido e preciso come quello dell’eviscerazione del pollo in cucina, è anche quello della visita nei cortili del barbiere che vi si recava per il taglio a domicilio dei capelli agli adulti ed anche delle ragazzine e rilevo un verso che trovo stupendo, quando descrive il gesto dell’uomo che dispiega la tovaglia di protezione : “con lo schiocco che fa la mantilla del torero“, vi trovo che la precisione di questa descrizione risuona anche nelle nostre orecchie come risuonava allora in quelle di questa adolescente di intelletto curioso e precoce, che “perdeva il peso delle trecce/ il peso del mio sesso“.
Era diventata un “Efebo con la testa rasata./ Ero il maschio che mio padre/aveva sempre sognato: un maschio senza pene/ senza traccia di barba, con appena un inizio di seno”.
Un’altra figura pavesiana di donna è quella che appare nella poesia “pomeriggio al lago“, che “prima di sera si infilava i jeans/ poi saliva con Claudio sulla Gilera“. I due giovani fanno le cose che erano tipiche di quegli anni “si fermavano lungo la strada a mangiare l’anguria” e “più tardi facevano l’amore in qualche angolo di prato.”/ ma la ragazza era donna irrequieta /e , pensava che a Claudio non lo amava, forse domani glielo diceva //. Più pavesianamente di così non si può far parlare un personaggio femminile dal verso che incanta e canta.
E finalmente la ricucitura con al padre avviene in occasione di un incidente automobilistico nel quale la nostra autrice esce miracolosamente illesa, ma che serve per farle recuperare interiormente la figura paterna : “distesa sulla barella, ho sentito la porta aprirsi,/ poi ho visto il viso di mio padre:/ era la bestia impaurita, appena scampata al coltello./ La testa infilata nella fessura/ mi fissava come fanno i bambini di notte/ quando non dormono// Fece un cenno con la mano/ Sorrideva. Forse aveva negli occhi la stessa sorpresa/ di quando ero nata./ Forse era quello lo sguardo/ di quando mi aveva vista sporca di parto/ appena arrivata/
Il rancore, l’ostruzionismo, il dialogo muto con il padre si avvia alla conclusione, la tensione si scioglie e la Raimondi scrive in “la bella estate“:
… non si muta il corso di un’estate/ né il fiorire dell’orto, né gli occhi grandi dei bimbi/ che ti guardano e vogliono/ solo vogliono senza capire/. Ma adesso comprendo tutto, papà/. Solo adesso, con la mani ferme contro l’orizzonte./ ora che il cerchio della tua vita si chiude nella mia/ e fuori c’è un notte che scalpita,/ un cielo teso inchiodato agli alberi//
La maturità induce a lasciar decantare i rancori, le incomprensioni e la Raimondi affida la conclusione di questa parte del suo libro, quella che la riguarda in prima persona per tutto il bagaglio di amarezze a delusioni accumulate, a questa poesia che titola Il passare degli anni che riporto per intero per non compiere una ingiustizia alla sua bellezza :

Sono terribili le notti
quando il corpo invecchia,
la case si svuotano,
come del resto i letti, e le voci
e le giornate.
Poi non sarà più la scodella di latte
o la pioggia che batte e batte alla finestra,
e noi chiusi nella calda placenta dell’infanzia.
Più non bastano canzoni di re sciti e favole arabe
a illuminarci gli occhi nella sera.
Abbiamo strappato pagine intere di vita
e le teniamo accartocciate nelle tasche.
Stanotte le stelle pesano sul mondo.
Fuori il vento scuote gli abeti
Sul tavolo forbici aperte,
gusci di noci,
chiodi ossidati

Raimondi si riconcilia con entrambi i genitori e lo fa con versi ricchi di compassione, di umana comprensione per gli errori commessi, per le disattenzioni, e prende addio dal padre con i versi della poesia Foto in bianco e nero: resto nel vuoto dove mi hai lasciata/ dove ho imparato a fermentare/ la linfa solitaria del mio sangue./ Ho tenuto per anni/ il cuore avvolto nella carta velina/ Non sapevo si chiamasse dolore/ fino a quando qualcuno pronunciò la parola/ e da’ anche addio alla madre nella poesia intitolata Madre, scrivendo: …Brillano per un istante i nostri nomi/ ma presto saremo un fuoco spento, mamma/ Nel sangue scorrono correnti amare/ ma so che adesso è tempo/ di lasciare entrare in me soltanto il bene//
E’ un libro questo di Raimondi che non si può passare sotto silenzio, perché accade poche volte di incontrare versi cosi intrisi di sincero dolore ma espressi ed esposti al lettore in modo che fa veramente onore alla grandezza di questa artista.

Luigi Paraboschi

20 settembre 2018
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dagli APPUNTI DI LETTURA
di Ennio Abate

 L’ultimo libretto di poesia di Luigi Paraboschi si presenta in toni raccolti e dimessi già dal titolo non casualmente in minuscolo, che viene ripreso e chiarito in «Il ghiaccio della gronda»: le nostre esistenze sono abiti stropicciati, non stirati, non più di festa; e li indossiamo (metaforicamente: indossiamo noi stessi, cioè i nostri corpi-maschere), come per una recita solitaria o davanti a pochi spettatori noti ( molte le dediche a persone care ), ai quali dire l’essenziale della nostra vita e di vicende, dalle quali prendiamo ormai pacatamente «a caso ciò che serve». Chi parla fa un bilancio di vita e questa raccolta è un po’ il «De senectute» di Paraboschi. Vi contempla un se stesso ormai compiuto innanzitutto nella sua memoria. E richiama a fare lo stesso al lettore. (E a me in particolare, suo quasi coetaneo, che l’ho conosciuto da pochi anni e subito – anche se finora non ci siamo incontrati – l’ho sentito per molti tratti amico-fratello, molto vicino alla parte giovanile del mio percorso: uno, mi sono detto talvolta, che avrei forse potuto essere io, se non mi fossi strappato alla mia città di provincia e sporcato con il ’68-’69, gli anni Settanta, le periferie, le sirene rivoluzionarie). […]

il resto potete leggerlo qui

Cerchi ancora la pietra d’angolo

Cerchi ancora la pietra d’angolo
uno scoglio sul quale edificare
ti lasci scarnificare da relitti
che pensavi sepolti nel cemento
in un punto profondo dell’oceano.

Anche i fiumi carsici all’improvviso
si sotterrano come fai tu e fanno perdere
le tracce. Pure se non sono aridi di acque
si rifiutano di finire in mare
e annegano nel sottosuolo
quasi a pentirsi d’avere amato il sole

poi – senza preavviso – riappaiono
più a valle ad irrigare altri terreni
meno sassosi di quelli di montagna.

Le scorie invece no, non sedimentano
con il tempo, rilasciano veleni tossici
rendono amare le acque attorno ai sogni
che la vita porta in giro e che coltiviamo

anche se spesso ci stanno troppo larghi
come un paio di scarpe nelle quali
il piede s’è smagrito e le trasciniamo.

Vecchia parte di città

All’occhio resta la ferita dei vecchi muri,
il rosa antico steso sopra la parete smossa
di una camera da letto, il verde salvia forse
di un soggiorno, tracce sbiadite di progetti.

Tegole impilate con meticolosa cura
all’angolo del cortile, testimonianza
di quasi un secolo di piogge riparate,
foglie raccolte in fondo alla grondaia
piena di sabbia che il vento ha raggrumato
per smerigliare il cotto e farlo spento.

Pochi i suoni, un silenzio piatto
dietro le persiane che un sole addenta
tiepido in questa vecchia parte di città
dove la massicciata arroventa
le lame dei binari di stradelle strette
dentro le quali la luce taglia i muri
come in certi quadri di Morandi.

Cortili angusti per i troppi vasi d’oleandri,
cancelli dalle colonne sormontate
da leoni in gesso, balconi liberty
dai quali sgocciola una pioggia di gerani.

Così ti vivo, strada della città vecchia
dentro un languore di primavera tarda,
sotto un cielo dalla calura triste
che stonda i sassi nel giardino all’ombra
ma non uccide l’erba, ove nervosa guizza
una lucertola che s’abbevera alla pozza
sotto il fico dalle foglie come palmi aperti.

Raccontami l’acqua che è già corsa

Dici che temi la vita virtuale,
lega le mani e non ha confini, ma
quella che trascorriamo è più reale?

Pensi che l’occhio in cui ti specchi
non ti nasconda ciò che osserva
quando non ci sei o che la mano
che ti fruga sia più sincera ?

Forse sei nel vero.

È già difficile indovinare il tempo
che farà nel pomeriggio, come capiremo
se e quanto diromperà una parola
quando sappiamo già che il fruttivendolo
ruba sempre sul peso mentre col mignolo
allontana il piombo sopra l’asta della stadera?

Raccontami invece l’acqua ch’è già corsa
le radici che hanno dita lunghe
e le campane e i suoni che ascoltavi
prima che la vita ti accorciasse la cavezza,

parlami anche di tutti i padri
che fai sedere sulla tua panchina
e di come li guardi e li perdoni
dimmi la sofferenza di non avere
che memorie in bianco e nero
e lasciami cambiare le mura che cerchi
di costruirti attorno – fortezza
senza ponte levatoio – con semplici mattoni
o sassi uno sopra l’altro e con una
porta dove chi entra resta e non ti lascia
dubbioso al chiavistello nella sera

e poi descrivi le siepi che circondano
i tuoi sogni senza recinzioni e i fiori
che non puoi cogliere nei campi del ricordo.

Il vento che ci spinge ai margini

Il vento che ci spinge tutti ai margini
impedisce d’arrestare le distanze
e dentro il giorno resta la voglia
di parole tonde senza angoli:

“fiore, bue, cane, girasole, gatto”.

È la gratuità a fare meno arido
un incontro tra due cespugli
rotolanti dentro quel vento

la capacità di pronunciare
solo parole brevi crea una storia
e incide la pietra che grava
sopra ogni speranza.

Concerto per donna sola

Ci fu un tempo in cui mi frugavi dentro
come questo vento che accartoccia il fogliame
al fondo delle grondaie prima che piova.

Allora visitavi le mie contrade devastandole
con la tua arroganza dentro errate latitudini
e nuvole d’amianto sotto cumuli di piombo,
corteggiavi lo scuro caffellatte dei miei seni
ed i miei fianchi erano stoppie di collina
per le tue mandrie in corsa di rapina.

Senza parole, di gesti squilibrati,
quel transitare dentro me, lasciavi
nebbia ed umidore, rabbia dolorante
soffocata dentro un grido oscuro e fondo
nella gola, sabbia arroventata dal tuo ansimare.

Così hai lacerato la mia carne ed i pensieri
di quella giovinezza che occhi forestieri e nuovi
leggevano dorata, questa figura era diventata
la trama di un tappeto afgano che invece bruciavi
come un kilim polveroso sotto i piedi
del nostro amaro disamore, ed hai rubato anche
la mia passione per sezionare le tue povertà,
ma ora che sto frugando fra i miei detriti
provo rancore per quel supporti l’unico uomo.

Più non grido, soffoco l’angoscia di questa assurda vita
che talvolta mi scippi ancora all’inguine la notte,
urlo forte dentro me per l’abortita attesa di un amore
che non sia solamente lo spasimo di una tenia,
ma so che imparerò a conversare in una lingua
poco praticata, costruita con sguardi di sottecchi
e qualcuno finalmente carezzerà il mio muso triste
di cagna che ha riscattato il suo destino.

A un’amica

Sono deserte e vuote l’ urne dei forti,
le nostre Madeleines le dobbiamo avvolgere
nella stagnola per proteggerle dall’umidità
di questa stagione che annacqua, dilava
e infine omologa ogni velleità di differenza.

Porti per sentieri faticosi il peso
di un silenzio e di distanze, ti domandi
se e quando arriverai alla tua baita,
ed io ti rispondo con la scorta
del pensiero di coloro che s’erano illusi
d’alleviare la durezza del nostro scorrere
usando le parole dei Maestri.

Inutilmente

ci appartiene qualche verso, il fruscio
di un languore nella memoria,
il respiro di chi una volta s’è addormentato
nel nostro accanto, la tenerezza
di una mano che s’inumidiva,

cose, immagini di gesti, parole
ancora, per accompagnarci
verso quel silenzio dal quale
per molte volte abbiamo
tentato di allontanarci.
———————————————–a V.

Le vecchie litanie

Ho lasciato sopra gli scalini di casa tua
quattro versi sciolti nel poco miele che restava
della mia estate di san Martino, come
l’obolo della vedova, tesoro tenuto in grembo
frutto di rinunce e non ciò che le esuberava.

Conservali per quei momenti in cui s’affaccerà
alla tua finestra un velo di rimpianto
non rileggerli con distacco, sono il prezzo
che anche tu paghi all’illusione che ci fa sperare
al di là del suono dolente delle campane.

Io ripeto gesti ed azioni collaudate,
intono vecchie litanie, mugugno cori muti
di paturnie, ma tutto avverrà com’è giusto sia
il sole completerà il suo giro, l’asse della terra
non subirà inclinazioni, ed il gelo sopra i fili
del nostro bucato non si scioglierà perché
è senza luce questo giorno d’inverno
che altri hanno già battezzato dello scontento.

Ne passeranno ancora come questo, con pause
brevi come quelle dei nostri pasti, e se qualcosa
s’avanzerà dentro il piatto diremo con disinvoltura
di non avere fame, e tutto sarà più facile:
ci basterà dimenticare di non avere vissuto.

Il silenzio è da catturare

Soltanto quando avrai osservato a lungo ogni paesaggio
sperando di catturarlo con le pennellate che distendi
quando avrai girato l’interruttore tra te e il mondo
e sullo schermo apparirà la linea piatta del confine,
——————————————————–tu saprai
————————————————-d’essere vivo
e non ti lascerai più condurre in giro dal rumore.
——————————————————–Allora
———————————————vi sarai vicino,
——————————————————–allora
avvertirai che quel brusio si è assopito dentro te
e potrai toccare la consistenza del silenzio.

Nel buio la tua pena si farà più lieve
sciolti i lacci che trattengono il flusso del respiro
ascolterai ogni eco che s’allontana dalla mente

e quando scoprirai che nell’accettarti
figlio d’un Padre silenzioso ma non assente
sta l’inizio e la fine d’ogni ricercare,
la tua storia diventerà un libro chiaro.

Allora, non prima

Allora, non prima, sarà il non detto,
la parola non uscita il suono tronco
il gesto generoso non compiuto, a fare aggio
su quel poco che la nostra illusione
penserà d’aver portato a compimento,
e non servirà il rammarico o il disappunto
per le scelte troppo a lungo rimandate.

Le nostre non azioni, l’indifferenza,
quell’accidia sottile che accompagna sempre
la mancanza di carità saranno lì
oggetti di natura morta per aridità
quadro dipinto con poca conoscenza
tappeto sopra un telaio privo di movimento

e non si potrà disfare alcun disegno
o cambiare di posto ai componenti,
ma sulla nostra assenza prolungata
si stenderà il giudizio o la chiusura.

La non appartenenza

Trapassa anche te il malessere
della non appartenenza come se
viaggiassi dietro vetri oscuri?

Al risveglio ti succede
d’indossare abiti non tuoi, poveri
indumenti che coprono le debolezze
e fanno vergognare dei pensieri?

Oppure ti sembra che la vita
talvolta sia un fiato tronco,
e cerchi il respiro del giorno
dentro gli occhi di chi incontri?

Bivacchiamo con addosso squame
congelate da troppi inverni d’astinenza,
lasciamo tracce di morte mascherata
da vitalità, lanciamo l’illusione
d’essere gli anelli forti d’una catena
ma la secchia che gettiamo in fondo
al pozzo non porta su che fanghiglia e sassi.

Il malessere che trastulliamo come fosse
un capogiro non è un calo di pressione
per il quale può bastare una zolletta

ora che il fumo dei vulcani s’è allontanato
resta questo ansimare persistente che qualcuno
-per mia ironia- ritiene tosse cardiopatica.

 

Luigi Paraboschi
nato a Castelsangiovanni ( Piacenza ) il 21-11-1938

2018- pubblicazione presso l’editore Terre di Ulivi di lecce della raccolta
di poesie “ …….e ci indossiamo stropicciati “.
2018 – Finalista al premio “ Claudia Ruggeri “ Bologna
2017 – terzo posto al premio di poesia Va’ pensiero di Soragna per poesia singola
2016 – finalista al premio “Città di Forlì “
terzo premio al premio Patrizia Brunetti di Senigallia
2015 – segnalazione finalista al pregio Giorgi – Sasso Marconi
2015 – segnalazione speciale al premio “ tra secchia e panaro “
2014 – ottobre secondo classificato al premio per poesia inedita “ le quattro porte “ di Pieve di Cento ( Bo )
2013 – ottobre : 1° classificato al 32°premio per poesia inedita città di Quarrata ( Pistoia )
2011  : terzo classificato al premio per poesia inedita “ tra Secchia e Panaro“ Modena
ottobre : menzione al premio Soragna per poesia singola.
2010 ottobre – primo premio al concorso “ Violetta di Soragna “ per la sezione “ libro edito con il volume “ Geometrie precarie “
maggio -terzo premio per la sezione silloge di poesia al concorso Mezzago Arte “ a Mezzago ( Milano)
maggio – Secondo premio per libro “ Geometrie Precarie “al concorso
“ Toscana in poesia “ di La spezia.
2009 –Settembre – primo premio poesia inedita “ Le quattro porte “ Pieve di Cento
( Bologna )
Giugno –primo premio per silloge inedita al xxxiv concorso” Casentino “ di Poppi ( Arezzo ) con pubblicazione del volume “ Geometrie precarie “
2006- 1° premio pari merito al concorso per poesia inedita all’VIII concorso “ Giacomo Natta “a Vallecrosia ( Sanremo )
2003 – 1° premio assoluto per la silloge di poesia “ Controvento “al concorso “Città di La Spezia”

Marco Armando Ribani

10 settembre 2018

Marco. A

Dolore, gioia, perdita e rifioritura. Questi sono i suoni interiori dell’universo poetico di Marco Armando Ribani, traboccante di immagini e di musicalità e di cromie, vicinissimo alle radici della Sapienza, capace com’è di trasfigurare anche la realtà più sconciata con la luce dell’amore.
Nello scontro ed incontro fra ombra e luce consiste, infatti, l’elemento inconfondibile di questo autore, che parla al lettore con un linguaggio intenso e profondo sebbene così limpido.
Anche il tempo, quello della storia dell’umanità… viene ricondotto ad una sorta di carità infinita in cui vita e morte si abbracciano, ad una necessità di trasformazione dalla dimensione della materia transeunte all’altra eterna dello spirito, dalla sparizione dallo spazio concreto alla resurrezione in quello verbale del poeta.
Scriveva, infatti, Rilke che i poeti sono coloro che “dicono sì alla sparizione e per i quali la sparizione può essere pronunciata” divenendo “parola e canto”.
La Natura tutta diventa in questa poesia un luogo di rivelazione, in cui elementi terrestri e celesti assumono un valore epifanico… Tutto ciò dà ai versi un’intensità drammatica, nel senso che sembra mettere in scena una serie di personaggi (uomini e creature degli altri regni) che rappresentano un concerto di voci (Voci del canto generale è, appunto, il titolo della silloge) dialoganti, portatrici di emozioni, di archetipi e metafore del profondo. Il sentimento da cui nasce ogni voce è quello di una minaccia continua alla vita, alla bellezza, all’ordine, ma dal loro insieme, dal dialogo senza sosta si alza, infine, un inno di fede e l’esortazione a pacificarsi con l’esistenza.
Leggere queste poesie, allora, è come, oscillare fra scoramento nichilistico e misticismo, fra immanenza e trascendenza, senza per forza voler dare a questi termini un valore strettamente religioso.
In fin dei conti, la poesia è un’espressione squisitamente mistica, se è vero che nel suo grembo si fondono visibile e invisibile, effimero e assoluto; se è vero che la parola poetica è di per sé un rito, una liturgia.

Franca Alaimo (Palermo, 22 Novembre 2017)

 

dal poemetto “Qui”

Prologo:
dove se ne sono andati tutti
che non posso nemmeno gridare
che dalla bocca escono farfalle e libellule
che annunciano la mia morte in forma di totale assenza
che esplodono le guerre e le tempeste che lacerano la pelle delle madri
dal velluto della prima rosea pelle al marcire nauseabondo del fluido che fluisce
alle radici delle rose
Vedi
Mi dice
C’è una rosa per ogni ora del giorno

II
Il nero involucro della notte. Ripiega.
Nei cieli l’aurora incendia l’attimo del’ultimo sogno.
Appare lo scheletro bellissimo dell’ inesorabile giorno.
La luce stana infine i corpi degli invasi dalla follia del sangue
Viene un silenzio inciso nella pietra che annuncia il varcare di una soglia
Cieli di nubi e polveri e sterpi. Spettri di imprese a lungo tentate.

III
Ma il giorno quando sorge è il dio supremo
e generoso dona il suo vigore ai vecchi e stanchi rami
alle radici esauste
ai vasi costretti alle cortecce malate e decomposte
Come le amo
Come profumano per me di deliziosa ambra
Come è possibile che tu non pianga quando respiri?
Non ti fa male il cuore quando fa giorno?
E poi
non è forse il mattino di ogni giorno
che ci restituisce e ci rinnova
incoscienti e sani e innocenti?
E poi
Come le foglie
un grande bisogno di luce
che ci alimenti e trasformi
Oh! Metamorfosi attese e quotidiane
Quali simbiosi o simiglianze e osmosi
come non essere sposi fra tante radici e foglie e fiori?

IV
e ogni mattina aprire la finestra e sentire il densissimo canto degli uccelli,
per poi accorgersi un giorno che anche gli alberi cantano e ridono
e sorridi perchè comprendi che lo sapevi da sempre
e ascoltavi la tua tristissima gioia salire dalle tue periferie
come una linfa abitare i luoghi delle tue perfette inesistenze
Ora sai che è solo a loro che puoi dire di quel comune fremere
di pelle e foglie di quel cangiante canto che ci ostiniamo a chiamare vento

da Il Canto Generale

V
Luna piena

è una strana domanda fatta agli alberi
che cantano al vento sulla sommità delle colline

migliaia di domande ardono sottoterra
preparano l’eruzione già fremono già si scuotono

già trovano i crateri stanno per venire allo scoperto
con fuochi di genti perdute che a noi si segnalano

Infine sgorgano le mani. Lanciano domande
si ricordano i nomi dei perseguitati gli smembrati insepolti

Nessuna arma nessuna ingiuria nulla
Vengono nuvole di un tempo amaro.

Un tempo amaro.
Viene

VI
Luna piena

La luna questa notte è un enorme occhio aperto
per vigilare sul passaggio degli umani.

La tenebra è un manto di cobalto che nasconde
la misera ricchezza delle cose.

La guarda un ragazzo che questa notte fugge.
Lascia la casa. Esce. Tracima.

Con l’entusiasmo del torrente lascia la casa
Calpesta. Sprofonda. Emerge.

Nel fianco instabile della montagna intrisa
Calpesta, Sprofonda. Emerge

Si ferma guarda il fluire di paesaggi e nubi di acque e fuochi
e poi all’improvviso li vede fuggire

laggiù nella valle un fluido denso e vivo
di legno carne ed escrementi.

Sale l’odore di marcio del giorno.

Salgono le voci di esseri viventi
immersi in una fertilissima miseria.

Gomitoli di unico filo,

Sale un odore acre di uomini sconfitti e taciturni.
Eppure il filo dell’esistenza li fa sembrare perle

Ma il ragazzo sente la povertà del sogno
che porta nelle tasche.

Sente che deve formulare una grande domanda
Si ferma e con gli occhi innocenti rivolge una domanda muta alla luna

Ma non accade nulla.

Solo la luce inesorabile del giorno
comincia a cancellare la notte

Il ragazzo teme che la luna non gli indicherà alcunché
nel buio sprofondo della notte

Allora vattene – dice offeso alla luna –
ma lei finalmente risponde

Aspetta aspetta figlio mio. Dice la luna
Prendi questa vita questa. Che è tua.

Cerca il luogo dove le madri
nutrono i figli con il latte delle stelle
Giunge il sole. Mettiti in cammino e canta.
Che sia un canto che chiama la terra

Che chiama la madre che chiama noi fratelli
che chiama il fuoco che chiama il fiato

Non sa che quel canto aprirà una larga e fertile ferita
nello splendore della miseria

Non sa

VII
Luna piena
La luna è un viso di donna
con un fazzoletto rosso sui capelli

I suoi occhi sono finestre verso l’altro mondo
la bocca è una ferita antichissima

La guarda una bambina attraverso un pertugio
e gli occhi sono cosi stanchi che non vedono

e la bambina non trattiene il sogno
lo lascia andare così per innocente libertà

e nella notte chiusa in un ventre materno
si domanda se il vento non venga da un luogo di dolore

con quel suo lamento che s’infila sotto le porte
e s’intrufola acutissimo tra i vetri delle finestre.

Il vento gentilmente comprende
Lascia che gelo e nuvole formino il regale inverno

Persino gli umani staranno alle regole in questo tempo
duro e salato eppur così veloce da sembrare breve

non sa che il vento reca in sé il fiato della folla dei morti
e che il cielo è una densità di cenere e miele

Non sa

VIII
La luna è una donna che lava i panni nella via lattea.

Le sue cose sono cosi misere che ha vergogna
di mostrarle alla luce del giorno.

Non si accorge ma comincia a cantare.
E solo i più acuti sulla terra sanno

che quel che sembra uno stormire di foglie
sulle cime più alte degli alberi è in realtà un canto
La guarda una donna che ascolta
il respiro prepotente dell’ uomo accanto a sé
e si fa la domanda se è poi giusto
che la morte non sia prestabilita.
Non sia un incantesimo.

Non sia come un nero sipario
che si chiude alla fine del secondo tempo.

Ma un grande grido che spacca il cielo
e reca poi un un silenzio fulminante

Dunque ! E’ tutta qui la vita?
Cosa speravano allora quelli che una volta vivevano?

O madre sono così stanca. Di tutte queste coste rotte.
Di tutto questo morire e rinascere

Di tutta questa muta sete che ho patito.
Di tutta questa rossa fame nel ventre che ho sentito

E se nasco ogni alba è solo per le mie sorelle.
Per le tue figlie immobili a patire.

Ma stanotte il vento si è introdotto nella stanza
e mi ha portata un canto spigoloso di voci e pietre

Un canto da mugolare a bocca chiusa.
E a ogni pausa di respiro una spinta.

Un parto di dolore.

Non sa ma incomincia a cantare.

IX
Ho colpa se mi abbandono a questi momenti di pace?
In quanti ritagli marginali di città ci sono anime
e corpi abbandonati sotto il cielo
e tu possiedi una viva e preziosa solitudine
Ah! come è dolce navigare in questo cielo in questa sera
dove nei voli non c’è paura alcuna
poiché si ha diritto d’approdare nelle arie calme
quando si migra verso un altro tempo in cui non siamo esclusi
in cui esistiamo con la dolcezza e il sapore di sentirsi vivi

X
Epilogo

Oggi celebro il mio matrimonio col silenzio e il mondo tutto si tace
Fibrilla il ronzio del contatore dei nati e dei morti.
Libero un grido che conservavo cucito nella gola
e mi lascio fare come un vecchio cucciolo animale

 

Marco Armando Ribani è nato a Bologna nel 1943.
Operaio, sindacalista, oste, animatore culturale, poeta, ha frequentato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e come docente ha condotto diversi laboratori di scrittura autobiografica. Ha iniziato a scrivere poesie a 50 anni frequentando un corso dell’Università Primo Levi di Bologna.
Ha vinto il Premio Navile nel 1996. Ha creato e diretto la Piccola Editrice La Volpe e L’Uva e ha pubblicato diverse raccolte oltre le proprie Sotto i cedri del Libano e Sentieri. Per anni è stato organizzatore di serate di poesia nella sua Osteria del Montesino, in via del Pratello a Bologna. Attualmente vive in Francia, ospite della medium e scrittrice Patricia Darré, come poeta residente.

Franco Romanò

1 settembre 2018

Dalla postazione di Aldo Gerbino:

…  I tre segmenti confezionati da Romanò, ossatura e carni del poemetto, tracciano, dunque, tempi ed emozioni da “L’ultimo Alessandro” a “Conquistadores” al “Sogno profano”: dal viaggio lungo il Nilo di Antonio e Cleopatra e dalle atmosfere surreali del lago di Nemi fino alle idi di Marzo e agli anni recenti delle nostre conquiste sociali, in un continuo addensarsi di vicissitudini e figure che intridono il presente di passato fino a condizionarne lo stesso scorrere del tempo riconoscibile come matrice memoriale, assorta nel cogente affioramento dell’attualità. Una corsa che “finisce a Berlino”

Poesie da Veglia Europa:
Dalla sezione: L’ultimo Alessandro

                      
Gallia est omnis divisa in partes tres,
quarum unam ìncolunt Belgae,
aliam Aquitani, tertiam qui
ipsorum lingua Celtae,
nostra Galli appellantur.

La lingua limpida, il dettato
che non liscia la storia,
le linee diritte dell’agire
come vie ben tracciate
le navi, la perizia del comando
lo stile flessibile e severo.

Ma fra tutti più valorosi
sono i Belgi perché lontani
dalle raffinatezze…
i Nervi non permettono prodotti
di lusso e vino, perché
indeboliscono gli animi…

Rovesciare su Roma
le ignote plaghe di nord ovest
e la clessidra. Fu questo il guado
del Rubicone. La porta aperta a
Occidente chiudeva e separava
permaneva il sogno distratto
non ancora vinto, un oriente
sognato e ideale miraggio.

A Egira a Egira, millenni dopo…

Ma la barra diritta
scopriva la selva, il nord favoloso,
le brume dei laghi ghiacciati,
il senso vero del fuoco d’inverno,
il villaggio. Così fra i Britanni e
lungo il Tamigi…

Tra tutti i popoli della Britannia,
quelli dell’interno per gran parte,
non seminano grano,
ma si nutrono di latte e carne,
si vestono di pelli.
Tutti i Britanni si tingono
col guado, che produce
un colore turchino,
e perciò in battaglia il loro aspetto
è ancora più terrificante.
Hanno le donne in comune, vivendo
in gruppi di dieci o dodici,
soprattutto fratelli con fratelli
genitori con figli; se nascono bambini,
sono considerati figli dell’uomo
che per primo si è unito alla donna.

uno stile anglosassone…

In tutta la Gallia ci sono
due classi di uomini
tenuti in qualche conto,
quella dei druidi l’altra
dei cavalieri la plebe che nulla
osa è alla stregua di schiavi,
non partecipa a nessuna decisione.
molti, essendo oppressi dai debiti o
dal peso delle tasse
o dalla prepotenza dei potenti,
si offrono schiavi ai nobili,
ipotecano le case, accendono
mutui per la scuola dei figli,
cadono nella tresca usuraia
si aggrappano a vecchie ricchezze,
mettono all’incanto la breve stagione
dei diritti per tutti, affollano
le strade fuggendo da guerre,
scavano rifugi nelle città martoriate
fondano comunità solidali lungo
le strade o in mezzo ai rifuti scagliati
lontano dalle ricche città assediate.


Dalla Sezione: Conquistadores
I.
Uragano di polveri, urla
l’oceano, si piegano le palme,
tumultuosa ribolle la laguna,
spiano segni i volti corrucciati.
Sgomentano i sacerdoti aztechi
nella specola torreggiante
le parole s’accavallano…

Lontano nel silenzio della selva
lei s’affaccia al limite dell’altopiano
vede confusamente ombre d’acqua.
                                

                              
Dalla Sezione Il sogno profano:
1789-1989

                             
La carta dei diritti
l’aldiqua luminoso
e poi l’assalto al cielo.

Il lampo centennale si spegne
annotta ed è il deserto
una polvere fine, invisibile
ha sommerso il sogno profano
la conoscono i passi dell’esodo
i millenni dell’oppressione.
I campi, le strade e le città
sono state la sua casa, ha fatto
paura ai potenti, trionfato e perso.
Il poeta della storia è un albatro
di nuovo ai ceppi imprigionato.

Scrivere un diverso statuto
sulla dura pietra di una fabbrica
richiedeva tempo e qualcosa di più
della fratellanza, del pane insieme
compagni…
                    ma tutto rodeva ai fianchi
del camminare goffo.
Ora in una gabbia che non ha sbarre
ma filosofie sofisticate e
insegne che piegano all’ignavia,
al nichlismo d’occasione
ai suoi poeti e falsi maestri narcisi
ad ali basse guarda la strada…

ma il sarto di Ulm continua a tornare
nei sogni, nel balenio improvviso
e risveglio dal sonno letale,
a dire che sì, si può
imparare a volare.
Lo abbiamo visto nella condizione
aurorale a ogni latitudine,
che fu un attimo
prima di nuove distruzioni.
Un diverso cammino,
a piedi in mezzo a una polvere che è
deserto e veleno, passo dell’esodo
e accampamenti
lontano dal cielo, nell’ora e nel qui
che stanno nella via di mezzo e noi
non più natura,
non ancora cultura
al passo claudicante di sempre.

 

Franco Romanò
Poesia e critica

Nel 1995 pubblica Le radici immaginarie, Campanotto, Pasian del Prato. Nel 2008, L’epoca e i giorni, Viennepierre di Milano, recensito sulla rivista italo-statunitense Gradiva da Luigi Fontanella. Sulla stessa rivista, Alessandro Carrera gli ha dedicato un saggio che prende in considerazione l’insieme della sua opera poetica e narrativa.
Nel 2011 un suo saggio sul poeta statunitense Wallace Stevens dal titolo Between a dish of fruit and a comet è stato presentato al convengo annuale presso l’università di Louiseville.
Narrativa.
Nel maggio 2003 ha pubblicato il romanzo Lenti a distacco, Excogita,Milano,  segnalato nell’edizione 2004 del Premio ‘Sulle tracce di Ada Negri’. Nel 2005 ha pubblicato il romanzo Sguardo di transito, Azimut Roma.
Nel 2012 il racconto Tredici-ventuno viene selezionato da Storie brevi, racconti da leggere su smart phone. Nel 2016, insieme a Paolo Rabissi, ha creato il blog di poesia e critica diepicanuova: www.diepicanuova.blgospot.com