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Mirko Boncaldo

23 gennaio 2023

   

                  

Senza titoli. Sovversi è un’opera inconclusa, in fieri. Due sensi decretano il nome di questa raccolta: la negazione valoriale della titolarità dell’autore e l’assenza dei titoli dei componimenti. La prima strada rivela la natura di persona interposta, di soggetto preso a prestito, a cui la poesia non si riduce, di fatto questi versi si sono riversati contro l’autore per liberarsene. La seconda, libera il gioco interpretativo attraverso il quale è il lettore a ricostruire il senso dei componimenti, poiché questi non hanno un titolo di riferimento. Porte aperte. Il resto è auspicabile non si spieghi. L’autore sarebbe anche rimasto anonimo, il suo nome è conservato solo in omaggio alla prassi.

Della raccolta scrive l’editore Giulio Milani:Nessun “mero fatto” viene esaurito in una descrizione. Qui il linguaggio gioca una partita contro sé stesso, i suoi limiti, per far emergere l’illimitato, o se vogliamo l’irriducibilità dell’essere al contenuto di una proposizione. L’espressività in una deriva che frange gli io, la parola, fino allo smarrimento di ogni referente.”

                     

                            

                        

Da grembo a tomba scandaglia
nella fibra sfilacciata del tempo
per sceverare lo scorso, il vivo e l’entrante
in attesa della vampa: fa la spola
dall’altra sponda giungendo
lisa alla vita come una cintura
o la ragnatela.
                           
                   
                    

come un funambolo in bilico oscilla
sul sottile bivio in attesa di divaricarsi
tra il vuoto e l’ignoto, scissa
a doppio taglio fino a capovolgersi, ubiqua
come sull’acqua tiepida, dolce.

                           
                   
                    

con le punta di dita, rorida
come brina sulle sgretolate screpolature
vieni
e sobilli atavici sedimenti
di fiori sconosciuti e incandescenti
incredule ombre
che l’acqua non regna, lontana
che bagna:
suffragetta, partigiana, femme.

                           
                   
                 

elevo: è vocazione
che dalla tua voce immane
scuote e in me permane
provocante consunzione
ascoltarti di nuovo
parlare nel silenzio pesto,
leggiadra invocazione,
ladra delle parole.

con te mi sperpero.

                                                                    
                                                  

Dove mesce il torrente nella valle
i muretti a secco riparano aranceti,
melograni, ulivi, un vecchio mulino
in rovina e la memoria di mio nonno
seminata nei grani antichi di Sicilia,
nelle sigarette sfuse di mio padre,
nei finissimi spilli del fico d’India
trapunti nelle mani di un bambino.

ammassati come il pane,
questi sono i miei ricordi, le mie
confabulazioni.

                                                     
                                       

per ogni lacerto latrato
che la storia non racconta
raccolgo ogni memoria.

è la scorta di scarti accumulata
rimossa
blinde
che più non si dice.

scancellata
logorata
massacrata

è l’ultima non l’ultima rivolta parola
quella che si perde
quella che non si ritrova.
apolide.

                                                     
                                    
                    

Solo lungo inverni osservo:
bianco fulgido incanto
che il perlaceo estatico manto
ridiscopre: tempio
ineluttabile tempio assorto
nel buio abbaglio di isole
remote: faro, si, faro
o cigno che schiude le ali
dell’ultima canzone
sospinto dallo zefiro
e dunque fremito: sole,
è sole dal lago che chiami,
che chiami e ancora
affinché l’aia disveli
e sulle scogliere sollevi: Domani.

                           
                   
                              

Mirko Boncaldo è nato nel paese di Bartolo Cattafi e da qualche anno ha 25 anni. Vive a Bologna dove ha studiato Lettere Moderne e Semiotica: qui si occupa di comunicazione e viaggi nel futuro. Si dedica alla poesia sin da giovane, seppure, fino a questa pubblicazione, privatamente. I suoi interessi personali si rivolgono in particolare alle tematiche di genere e della tutela ambientale. Questa è la sua prima silloge.

Carmen Lama – Valentino Vitali

15 gennaio 2023

I confini dell’acqua. Fotopoesie.

di Carmen Lama e Valentino Vitali

Ed. Youcanprint



D’un istante perfetto

Non lumi di memoria né ricordi

ma solo la bellezza dell’istante

che non si perderà

incastonato com’è fra cielo e lago

mentre vagano gli occhi alla ricerca

dello sguardo poetico che ha colto

lo stupore il silenzio l’abbandono

                 



Anche se il lemma non compare nei vocabolari (e non soltanto in quelli italiani), il termine fotopoesia  e le sue molteplici varianti tra tante: fotopoema, fotopoetry, fotoverso, fotograffiti,  – vengono ormai da lungo tempo impiegati per designare una forma d’arte in cui poesia e fotografia, poste su un piano di pari dignità, si intrecciano simbioticamente per dar vita a un prodotto artistico nuovo, originale, complesso e unitario al tempo stesso. 

La prima attestazione dell’uso della parola si fa risalire al 1936, e per quanto l’accostamento tra immagini e versi sia già ampiamente praticato, la sua presenza nel titolo di una raccolta (Photopoems: A Group of Interpretations through Photographs  di Constance Phillips) offre al termine una indiscutibile legittimazione.

Sin dalle esperienze pionieristiche delle avanguardie novecentesche, poi riprese con interesse crescente dalla fine degli anni ’50, si osserva come e quanto gli artisti subiscano il fascino dell’interlinguaggio, derivandone sempre nuove posture nei confronti della realtà e raffinando strumenti per operare feconde intersezioni tra le arti. È indubbio che la pratica fertile delle contaminazioni tra discipline artistiche abbia contribuito a sfumarne i contorni, lasciando emergere aspetti di sorprendente continuità al di là degli steccati categoriali.

In generale, gli studi che nel corso del Novecento affrontano le questioni messe in campo da questo genere di fenomeni artistici, anche muovendo da vertici e prospettive diverse,  pongono comunque l’accento sull’importanza di non limitarsi a pensare alla ‘con-fusione’ delle arti come a mere sovrapposizioni o giustapposizioni, come esito di una semplice sommatoria, ma di coglierne la costituiva natura di eventi dotati di nuova e diversa dinamicità, interattività, imprevedibilità, ed esortando a pensarle come vere e proprie simultaneità produttive, secondo l’espressione che Adriano Spatola utilizza nel suo celebre saggio  Verso la poesia totale (1969).

Non difformemente, del resto, pur non muovendo da interessi estetici quanto piuttosto di ordine conoscitivo, nel campo degli studi sperimentali sulla percezione la Psicologia della Gestalt perveniva già a inizio secolo a conclusioni analoghe, quando affermava che il tutto è più della somma delle parti, sancendo definitivamente un principio che avrebbe mostrato la propria forza investendo ogni ambito culturale e ponendosi come premessa a ogni discorso sulla complessità.

Ed è proprio avendo bene in mente tale stimolante complessità che si offriranno giusto ascolto e aperto sguardo al libro di Valentino Vitali e Carmen Lama, dichiarata e ottimamente compiuta opera di fotopoesia, affascinante simbiosi di luce e parole, di immagini visive e verbali, intreccio originale di immediatezza visiva e condensazione semantica.

Se è vero che nella fotografia come nella poesia il significato non è mai fissato definitivamente e, soprattutto, non è contenuto esclusivamente all’interno dell’opera ma dipende invece (anche) da un fruitore che – ne abbia coscienza o no – lo costruisce e ricostruisce in base a un numero inafferrabile di fattori, tra i quali la propria sensibilità, la cultura, il contesto, lo stato d’animo, etc., nella fotopoesia la natura dell’interazione tra foto e testo poetico dilata ulteriormente il potenziale semantico dell’immagine e quella silenziosa pensosità di cui parla Byung-Chul Han ne La salvezza del bello (2019), ne rivela il nascondiglio, dispiega senza spiegare, e, contemporaneamente, offre enfasi all’istantaneità del testo poetico e alla sua densità.

Esattamente come raccomandato nel «Manifesto di fotopoesia», esito delle interessanti collaborazioni tra Robert Crawford e Norman McBeath, rispettivamente poeta e fotografo britannici, così come le fotografie non dovranno porsi quali  illustrazioni dei testi poetici ma opere d’arte che risuonano insieme a essi, le poesie siano ben lungi dall’essere mere descrizioni delle immagini.

Qui, in particolare, la poesia di Carmen Lama, dettato trasparente, eleganza formale ricercata e raggiunta dentro forme chiuse che rivelano un orecchio affinato da letture vaste e lungamente meditate (e che, per inciso, richiamano alla mente la “cornice” fotografica) non è mai ancillare didascalia dell’immagine che, al contrario, con assertiva pacatezza, illumina mentre se ne lascia illuminare.

I temi rappresentati l’inesausta aspirazione alla bellezza, la cattura dell’istante, l’umanissima tenzone con il tempo, il suo inarrestabile fluire, e, su tutto, il paesaggio, segnatamente quello lacustre, un paesaggio che, zanzottianamente, è anche «orizzonte psichico» – emergono nell’armonico rincorrersi di versi e luce, insieme agli interrogativi fondamentali sulla percezione visiva, sullo scarto irriducibile tra visione e sguardo, tra realtà e immagine. La poesia talora riflette su sé stessa, sul privilegio della meraviglia, sulla propria responsabilità; si arrovella sul rapporto tra parola e cosa: «Scrivo “pozzanghera”/e già si muove un riflesso di luce/nell’acqua fangosa che forma la parola/che “è” la stessa parola». Nel farsi sempre più sfumato dei confini «fra soggetto e oggetto», tra sé e mondo – sono confini d’acqua, del resto,  che, già a partire dal titolo della raccolta, ossimoricamente sfuggono alla presa –  l’io lirico sembra maturare una nitida visione metapoetica: «La trasparenza della fotografia/è uno sguardo che si spinge lontano/(…)/talvolta con serendipità/scopre angoli nascosti/porta alla luce dei veri tesori», recita un testo particolarmente pregnante.

«Il rapporto tra poesia e fotografia è di rottura e serendipità, appropriazione e scambio, evocazione e metafora», scrive Michael Nott nel suo saggio Photopoetry, 1845 – 2015. A critical history (2016): quella di Lama è dunque una netta dichiarazione di poetica. Mentre i suoi versi e la fotografia evocativa di Vitali portano in scena, appropriandosene, la sensuale bellezza dei luoghi ritratti («sono questi i miei luoghi», scrive la poetessa), si occupano simultaneamente di ciò che è visibile e di quanto non lo è. Le parole che Antonio Prete dedica al saggio di Yves Bonnefoy, Poesia e fotografia (2014) lo spiegano con invidiabile chiarezza: «(…) nell’implacabile rivelazione del caso, della nuda materia, dell’assenza che la fotografia ha introdotto, ci può essere, grazie all’alleanza tra lo sguardo del poeta e lo sguardo del fotografo, una nuova presenza, un nuovo tempo. Un’immagine salvata. Il nulla non avrà trionfato».

Patrizia Sardisco


                             

 

Un lago

Un lago – la sua linea d’orizzonte
la simmetria che specchia le montagne
i rami di betulle che accarezzano

(lunghi capelli vaporosi all’aria
o curvi come salici piangenti)

due cigni solitari che abbandonano
un’antica inquietudine
eleganti sull’acqua scivolando –

…….

 

 Per un futuro d’acqua

*se mai dovesse nascere di nuovo*

Oh, no – non ci saranno altre rinascite
si attendono non-luoghi – e orizzonti sfuocati
laddove non si arriva e non si parte

dove i ghiacci in silenzio
si ostinano a pregare
per un futuro d’acqua –

una forma diversa di rinascita
e poi nient’altro affatto –

Antonio Sambiase

6 gennaio 2023

Copertina _Momenti_Sambiase

Dalla nota introduttiva: “I miei versi nascono da un’esigenza di dare voce, e forse anche qualche contorno, alle emozioni di esperienze vissute da me o da chi mi sta vicino, o da una persona qualsiasi che ha catturato il mio sguardo camminando per strada o viaggiando in metropolitana. Così un momento qualsiasi della quotidianità, mia o di una persona a me sconosciuta, diventa soggetto dei miei versi.”

Poesie estratte da Momenti di Antonio Sambiase (Controluna edizioni 2022)

Non arrenderti (p. 11-12)

Andare avanti per inerzia,
sentire il calore del sole
che brucia la pelle
ma non provare dolore.

Mi sento un pesco,
bloccato sotto il sole d’estate,
inerme, illeso.

Ma sento che devo andare:
camminare, correre, arrancare
per cercare il lume nel fondo,
per dar luce a questa misera vita
di bianco e nero vestita.

Non vedo sfumature,
ho un arcobaleno dentro
che non riesce ad uscire.
Mi sento freddo,
mi sento morto.

Sono un salice piangente,
ho i nervi a pezzi,
si contraggono, fanno male,
trattengo il mio dolore.

Sono un fiore di una landa desolata,
appassito, dal colore spento.

Steso me ne sto
su un misero letto d’ospedale.

*

Ritrovo me stesso (p.21)

In questa notte
tra musiche e parole
rivedo quel piccolo fanciullo.

Mi saluta, mi parla
non lo ricordo.

Una faccia così familiare.

*

Sospensione (p. 25)

Sono sospeso,
abito il mare,
abito la terra,
uccello marino e terrestre.

Vivo di ricordi,
vissuti o immaginati?

Altro non sono
se non un essere privo di forma.
Inconsistente nell’animo
e nella carne.

Fui forma o fumo?
Evaporo, prendo forma,
ho un corpo
tangibile ma inafferrabile.

Percorro rotte,
con mete note,
da una bussola guidato.

Oh, potessi non averti!
sarei senza meta,
senza strada,
sarei essere libero,
sarei aria, acqua e terra!

*

Condannato (p. 46-47)

Cede il mulo
mandato su e giù
per l’arida terra
a trasportar le stracolme
ceste del mattutino raccolto,
che mai potrà mangiare.

Sta là, a giovar ad altri
non a lui.

Ridotto per l’altrui
volontà, ad essere un mezzo.

Spento nella sua natura,
usato per la sua forza,
chiuso in un recinto
e libero
in un recintato campo.

Strigliato e bastonato
ad ogni freno da lui posto.

Eccolo lì all’ennesimo giro
tra la stalla e i campi.

Cedono le zampe,
è sfinito ormai!

Cade a terra.
Ora è libero.

*

Il vuoto (p. 44)
Giorni, sono giorni ormai
che mi accompagna una (dolce) malinconia,
che non ho sentito mai
in me. Mi tormenta
mi parla, mi incanta.

Ore passate a guardare
il vuoto, senza saper che fare
del futuro imminente.
Lei mi desta strane idee in mente.

Manca il coraggio di metterle in atto.

*

Di notte (p. 45)

Di notte me ne stavo
ad osservar il duro incavo
tra il soffitto e la parete,
che mi proteggono,
i pensieri velocemente intenti a scorrere
come un burrascoso torrente,
distogliendo dalla mente
il tempo presente.

*

Falso arrivederci (p. 27)
Delle voci si sentono dalla finestra:
saluti e baci scoccati si odono,
richieste di un’ultima foto insieme.

Con tono di voce da ubriachi.
Si sente lo sbattere delle bottiglie
ancora mezze piene.

Una urla: “mi mancherai”, palesemente
ubriaca, l’altro risponde; “lo vedremo”,
palesemente sobrio, un ultimo abbraccio.

Si separano.

Non si vedranno più.

Foto Antonio

ANTONIO SAMBIASE, classe 1993, nasce a Parghelia in provincia di Vibo Valentia. Dopo gli studi scientifi ci si è trasferito a Roma e si è laureato in Filologia Moderna, per poi intraprendere studi biblioteconomici. Oggi si dedica al suo lavoro da bibliotecario, alla letteratura e alla poesia. Momenti è la sua opera prima.

Giuseppe Settanni

19 dicembre 2022

                                      

                             

*

nel frattempo, galleggiavi
attaccato alla rete

e quel figlio
avrebbe dovuto riscaldarsi
accanto a te

la colpa era scontata:
un lenzuolo, una lampada

respiravi con regolarità

fino a quando
il tentativo
di rendere impraticabile
quell’anima pesante?

il caffè è torbido,
forse si può rinascere
anche senza la speranza

                               

                           

*

piove fango

premio di una saldatura,
conservazione garantita
al minimo

ripetendo
ripetendo involontariamente
involontariamente e al freddo
battere il ferro
finché morte non mi separi

                        

                  

*
al telefono
una volta l’anno
in cerca di dilatazioni
barattoli senza scadenza

ti ricordi
della passeggiata in cattedrale?

avrò avuto, futuro anteriore
in disuso

i cardini rosicchiati
topi nella baracca
quintali di legna
sui binari le formiche

allora quando ci vediamo?

                       
                      

*
se faccio la conta
qualcuno manca sempre
e non posso prosciugarmi
per svanire tra le zolle

al vento rispondo
potevi farlo tu

no, sono il primo a non crederci
a non credermi

alcuni piedi si allontanano
come il pane fatto in casa

                      
                         

*
come volevi
hai portato a termine
la sostituzione

il fermacarte
trattiene i rimpianti,
velleità descritte
a matita

un mondo sbilenco
pronto a riceverti e svanire

accoglimi nel tuo anonimato
dove le definizioni si confondono
con le lancette tagliate a metà

                                 
                            

                                                         

Postfazione
di Ilaria Triggiani

 

                               
Cosa fa di un verso, una poesia? Cosa rende un uomo, anche un poeta?
Sono queste le domande da porsi al termine di Affreschi strappati, terza pubblicazione di Giuseppe Settanni, arrivata un po’ insieme alla stessa maturità anagrafica dell’autore.
Forse perché, già dal titolo, si avvertiva un senso di rottura, un piccolo momento – o motivo? – di ribellione, un’inquietudine non ancora risolta, ma finalmente rivelata.
Come fece l’immenso Montale negli ultimi anni di vita e in risposta a coloro che incessantemente chiedevano cosa la poesia fosse, quale atto – umano o divino – la rendesse tale, dopo questo libro è lecito ancora domandarselo. Se lo chiede il lettore, ma ancor prima l’autore. Poiché è l’autore il primo destinatario del suo stesso poiéin. Poiché la riflessione sul linguaggio, determinante nella poesia di Settanni, qui diventa
umanamente urgente. Poiché da questi versi emerge prepotente una curiosità nuova, rinvenire chi si cela dietro la poesia, e poi ancora dietro il poeta. Come in un gioco di scatole cinesi. Come se la poesia, l’arte, si potessero spiegare empiricamente.
O psicanaliticamente.
Ma il poeta ha la straordinaria dote di affrontare tutto con naturale leggerezza. Anche ora che la materia prende corpo, che il pantone lascia spazio alla scala cromatica, l’ansia non prevale sulla ragione. Il linguaggio si fa più asciutto,
quasi tagliente. Il senso metafisico permane, nella forma e nella sostanza, ma questa volta, purezza e misticismo si alternano a modi crudi, talvolta indelicati, quasi l’autore avesse trovato coraggio. Coraggio di squarciare il velo classico della perfezione e gridare al mondo istanze nuove e potenti.
Ecco che allora la celestiale geometria piana dei pensieri si concretizza, lasciando trapelare un umanesimo talvolta sconosciuto.
L’inconsistente fluttuare delle prime poesie si sporca un poco di terra e sangue, rendendo l’atmosfera più carnale, esiziale. Pur continuando a giocare abilmente tra sacro e profano, ora il poeta sceglie di stare nel mezzo, in un interstizio corporale fino a oggi inesplorato. Sicuro solo all’apparenza, il poeta procede in una sorta di “dialogo allo specchio”.
Talvolta insorge, a volte ripiega, illudendo il lettore di aver smarrito la via.
Sempre più la lirica di Settanni si fa qui ricerca e non risposta.
Stupore e disturbo insieme. Verso il mondo e verso se stesso. Come a evocare una verità, ma allo stesso tempo rifiutando di volerla ascoltare. Che sia questo il momento della maturità, anche artistica, dell’autore?
Settanni sembra ancora non curarsene, perché sa che l’arte è libertà e la libertà è da assecondare.
È questa la sua sicurezza, sicurezza della maturità dell’artista: sapere, appunto, che non esiste sicurezza. Così come non esiste risposta. O forse sì. Dietro la poesia c’è il poeta e dietro il poeta c’è l’uomo! È l’uomo che fa dell’uomo stesso un poeta. Inutile nasconderlo! Nasconderlo mai. Confonderlo a volte.

*

Giuseppe Settanni è nato a San Giovanni Rotondo nel 1981 e vive a Fano (PU). Laureato in Giurisprudenza, è avvocato e docente universitario presso l’Università di Urbino. Prima di Affreschi strappati (Edizioni Ensemble, 2022), ha pubblicato la silloge poetica Blu (Edizioni Ensemble, 2019 – Premio Anselmo Filippo Pecci). Con la poesia Fratture non scomposte è risultato vincitore al Premio Nazionale di Poesia Inedita Ossi di Seppia 2019 e con la lirica Il museo delle mancanze ha vinto il Premio Ariodante Marianni 2020; il suo testo Delirio dell’amore bestiale, invece, gli è valso il Premio Roberta Perillo al Concorso Ciò che Caino non sa 2020, mentre con la composizione Il richiamo è risultato vincitore assoluto al Premio Besio 1860. Ha ricevuto il Gran premio della giuria nel concorso I colori dell’anima (con In un logaritmo) e la sua poesia visiva Dialoghi è stata esposta alla Biennale di arte contemporanea “Luglio a Palazzo Merizzi 2021”. Suoi testi sono pubblicati su vari blog e siti letterari, quali Poesia del nostro tempoLa poesia e lo spiritoL’Altrove – Appunti di PoesiaMargutte, l’angolo Poesia del quotidiano La RepubblicaInverso – Giornale di poesia, l’Angolo degli inediti di Stampa 2009, ecc…

Anna Rita Merico

30 novembre 2022

Si raccolgono in questo volume i testi scritti da Anna Rita Merico, tra il 2004 e 2021, con l’eccezione della raccolta “Era un raggio… entrò da Est”, pubblicata per Musicaos Editore nell’anno 2020.

«Fenomenologia del silenzio», per unitarietà di dettato e intenti, attraversa un arco poetico di diciassette anni, qui unendo, riveduti e in alcuni casi riscritti, i testi di tre volumi insieme a una ricca sezione di testi inediti. Sulle ragioni che hanno condotto l’autrice a individuare un titolo che racchiudesse il suo percorso poetico di durata ventennale, e che qui si pone all’evidenza dei lettori, ci sarebbe da dire anzitutto che nulla è più necessario, oggi, di un pensiero del silenzio. Allo stesso modo nel frastuono niente risulta più utile di una fenomenologia del silenzio, di una poesia che non cerchi di condurre a una riflessione, ma che sia essa stessa il luogo della riflessione, dell’attenzione, ovvero di una poesia che sperimenta la pagina scritta non come luogo di transito emotivo per le segnalazioni del vissuto, ma come luogo dell’avvenimento, il luogo per l’apparire del fenomeno che accade.

Una delle prime cose che il lettore dovrà tenere presente, nell’accostarsi alla lettura delle poesie di Anna Rita Merico, è il forte legame che c’è nelle pagine dell’autrice tra filosofia, letteratura, scrittura, antropologia, poesia. Non sarebbe possibile cogliere i messaggi di questa ricerca senza tener conto dell’humus di pensiero connaturato a questa scrittura.

[…] Esiste un “Io”, nei versi di Anna Rita Merico, che si potrebbe definire “osservatore”, tessitore dei fili di cultura che uniscono le idee e le attraversano, come fossero continenti. Un “Io” che è una linea costruttrice. Un “Io” che passa con disinvoltura dall’essere personale, coinvolto, a essere impersonale, distante, quasi oggetto tra gli oggetti, fenomeno archetipico. Non c’è spazio però in nessun luogo di questa Fenomenologia del silenzio per un “Ego”. L’ascolto, la concava cavea, l’accogliere silente, sono le dimensioni per attingere  al reale.

[…] La scrittura di Anna RitaMerico celebra così, sotto la scelta di un silenzio “emergente”, il recupero di una parola che, alla nascita nel suono e all’origine del senso, occupa lo stesso grado di esistenza della cosa creata. La parola, dal silenzio, è un emersione ininterrotta dal nulla, è creazione e mutamento, con una componente di cui gli oggetti da soli difettano, la parola infatti comunica universi e mondi umani, lasciandoci segni silenziosi che vanno di pari passo con la materia. Alla lettrice e al lettore spetta il compito di cogliere appieno la sfida e i significati di una scrittura in cui si celebra il connubio tra creazione di nuovi territori del simbolico e pensiero poetante. (Luciano Pagano)

 

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Fenomenologia del silenzio Anna Rita Merico ©Musicaos ed. giugno 2022

Poesie (2004-2021)

da  SEGNATE PIETRE (2004)

Nascenze

Dissero dell’attimo
in
cui
ciò che è perdita
si metamorfosa in pienezza
dissero del tempo
come traccia di ciò che
nella vita
s’inabissa esistendo

dissero di un labirinto
di giardini districati in un segno
dissero degl’incavi
che
stringono nascenze

dissero delle memorie
che
trattengono il dentro di un’opera
riversarono

così

leggerissime parole
su fili e bave
d’acquose ragnatele

*

Ritmo

Il ritmo di dentro
per conoscere il ritmo
del farsi dell’opera

il ritmo di dentro
anima pulsazioni cervello battito
ritmo di silenzio
ritmo di lucori
ritmo d’attorcigliante sguardo

ritmo di dentro
tutto
riversato nell’intimo
d’un capriccioso pensiero

divenuto corpo

*

Leggerezze

Dite di un Nord e di un Sud dell’anima
dite di un dentro e di un fuori dei segni
Tratteggiate una topologia altra
topologia d’accese leggerezze
all’interno di stanze
in cui
difficile è l’accesso
se
non si è riconosciuto
di quanti Nord
e
di quanti Sud
è fatto quest’andare
d’intimi segni

*

da: IN THE PROCESS OF WRITING (2006)

Continua ad inorridire
l’ombra di questa presenza
profumo delicato
forma eterea
continua ad inorridire
la trasparenza di questo petalo
colore tenue
bordo pieghettato
continua ad inorridire
la chiarezza di questa movenza
spessore del tenero
cecità della parola
continua ad inorridire
la forza di questa distruttività
orrendamente vitale

*

Nel dentro di un dove
appena trovato
ai margini di un inizio
Nelle pieghe di un sonno luminoso
che
caldo
concia
la forma della parola
nutrendola
Nelle spire di una chiocciola
questo lento dipanarsi dello scrivere

movimento rettilineo tutto torto
nel corno d’un petalo

movimento rettilineo interamente albergato
nella scia feconda
di un labirinto dissipato

nel centro di un molle grumo
tiro la nascita a me lasciando che
rivoli d’acquatico pensiero
defluiscano dalle dita

*

Entro nell’ascolto
di una materia porosa
lento il vento fresco dell’anima
si addensa in minuscole particelle
che
lasciano traccia
di sé
nel ventre di un’alba di scritture

*

da: DALL’ ANGOLO BUCATO ENTRA LA MEMORIA (2015)

Suoni di terre dimenticate
terre accese dalle infinite luci di cangianti cieli
la luce m’insegue
lungo dismesse interpoderali
la pietra inizia a dire di sé
giallo tufaceo
giallo di malarici incanti
giallo di attesi grani
giallo di bruciati lucori

*

L’ ombra

Chiusi dentro l’ombra
complici le foglie
interpuntavamo le sillabe
ascoltavamo il suono della metrica
limavamo fatica e libertà
instancabili raccoglievamo
il ronzio dell’ape
la calura meridiana
chiusi dentro l’ombra
la parola annottata
dicevamo del lusso
di quel vaso
colmo d’acqua
preziosa purificazione
invisibile esattezza
sul filo lucente di una curva di rugiada

attenti
coglievamo immagini
dagli antichi marmi

versi sgorgavano
ditirambi dicevamo

*

La lucertola

L’alito invase la luce
abitandola
un tremore di verde umido
oltrepassò la corolla
e
il velluto del polline
L’occhio della lucertola s’aprì
scrutando l’eterno
il sasso s’umidì d’umori
narici aperte presero a esplorare l’intorno
L’orecchio dello strisciante
raccolse tutto l’impavido dell’intimo battito della terra
l’alveare si nutrì di voli
per sette volte le scie di lumache attraversarono
i
gialli sulfurei delle corolle nell’erba

L’infinito s’assise sulla punta del ramo in alto
scrutando il dentro di una gemma appena spuntata
una nube di tiepido assoluto colse ogni cosa di sorpresa

innalzandola

*

da: UNA PAROLA SI BEA, AL SOLE, PULSANDO INFINITA (2021)

Sul treno

D’estate
caldo sole
sul treno
sedile di velluto
tailleur nero, chantung in seta
sonno fondo calmo buio
sognò di dormire
raggomitolata
nuda regressione
la notte si svolse, rotaie di ferro
l’alba aggredì, rotaie di ferro
le ore vennero, rotaie di ferro
il viaggio fu lungo
il sonno restò lì ad infilare aghi di tunnel a fili d’oro
era il caldo della nostalgia
oltrepassò i paesaggi che scorrevano
fuori dai finestrini ma senza che li vedesse
e sonno e sonno e sonno

*

Un blues

Era un blues
toccò le corde
colpì le lacrime
Era un blues
usciva dal fumo della serata
tra le mura del locale impastato di luci basse
Era un blues
ci raccontò di un angolo di giornata sfatta
ci raccontò di partenze e mondi nuovi
Era un blues
lo respirammo a mani aperte
come fosse un Pater
tutti muti
inginocchiati nel rosso di una bestemmia
che ci sfregiava l’occhio sinistro
e ci vomitava nelle budella
la nenia della vita

*

Pochi gesti

Pochi gesti ci sono dati
pochi, sempre quelli
fondi
arcani
numinosi
laceranti
torniamo lenti all’Origine
là dove si lacera la palpebra chiusa
consentendo all’occhio di inondarsi
di laviche presenze
di carnose sostanze
di vitali ritmi
di desiderio
Pochi gesti
perché
poi
uno è il gesto che ci serve
un solo gesto:
avvolgere l’ostinazione
quella che ci lega alla Vita
con il Pater e l’Ave
del silenzio

Anna Rita Merico

Anna Rita Merico è nata nel 1958 a Nola (Na), in Via L. Tansillo. Vive, attualmente, in Salento. Lunga attività di ricercatrice (filosofia) di saperi mediterranei lì dove è avvenuto il passaggio dalla lingua orale alla parola scritta, dalle forme di conoscenza scaturite dalla Sapienza al pensiero legiferante/neutro del Logos. Ultime sillogi: Era un raggio…entrò da Est, Ed. Musicaos, 2020 Fenomenologia dl silenzio. Poesie dal 2004 al 2021. Ed. Musicaos 2022 Pubblicazioni su riviste online: Spagine, Juncturae. Saggi critici sul blog della Casa Editrice Musicaos, su Immaginazione. Presente nel sito dell’Osservatorio Poetico Salentino con scritti per poeti salentini e poesia greca contemporanea.

Maria Pina Ciancio

23 novembre 2022

Dopo alcuni anni di silenzio, esce una nuova silloge di Maria Pina Ciancio. La plaquette poetica Tre fili d’attesa è stata stampata nel mese di settembre del 2022, in sessantacinque copie firmate e numerate su carte pregiate ed ecologiche Favini per conto dell’Associazione Culturale LucaniART e contiene in allegato una stampa illustrata su cartoncino dell’artista Stefania Lubatti. All’interno sono presenti i contributi di Anna Maria Curci e Abele Longo.

Nota di lettura di Maria Allo

I Tre fili di attesa, a cui allude il titolo della nuova raccolta di Maria Pina Ciancio, sono le attese e i legami non solamente tra le persone, ma i legami alla terra, a un paese, ai ricordi, alla storia. L’autrice lavora, nelle diverse forme del suo impegno, intorno a due nuclei: realismo e simbolismo. È infatti sempre presente la realtà connessa all’infanzia, alla solitudine, al mito dell’indistinto in fondo alla nostra coscienza, alla terra a cui si riconnettono i riti delle stagioniche permangono nella memoria come indelebile matrice esperienziale, ma la realtà è sempre vista in chiave simbolica, viene trascolorata in immagini metaforiche che connettono i dati del reale a trame più complesse. La ricerca di un’intimità con la natura spinge l’autrice ad addentrarsi nel paese natale, San Severino Lucano, luogo della purezza, che racchiude la verità e non impone delle scelte ma disegna le coordinate del tempo dell’attesa, come dice Anna Maria Curci nella nota introduttiva: “Abbiamo tre fili d’attesa / annodati al calendario del camino /: a bona sciorta / nu’ lavoro ca cunta // u capattiempo ca vene sempre chiù luntanu” (p.8). Ecco la buona sorte, un lavoro che vale, l’autunno che arriva sempre più tardi, nella cultura popolare e nel mondo arcaico e contadino emergono come depositari di un senso dell’esistenza ormai perduto nella condizione alienata della società. Scrivere, come dice Pavese, è spostarsi lungo un percorso continuo tra l’io e il mondo, resta sempre partire dalla realtà, dal dato storico-sociale, personale o collettivo, saranno poi il linguaggio, il ritmo, la qualità fantastica a operare la trasformazione grazie alla quale s’intrecciano altri nessi, analogie, similitudini, metafore. Alle parole scritte è affidato il compito dunque di ricompaginare la solitudine in una comunione: “Talvolta basta uscire per strada/ per riannodare gli orli/ sfilacciati di un pensiero” (p.6). A partire da questo,il cammino dell’autrice diviene sguardo all’invisibile di un Sud mitico “non fanno rumore i paesi d’inverno/ e il giorno e la notte passano zitti” ( p.8) o ”Le parole dette bene in paese/ sono peccati senza riparo/ un gatto randagio/ da scacciare a pedate per strada” (p.9) e cura delle cose e degli altri “ Qui i vecchi hanno la schiena stanca/ appoggiata al muro delle case/ e si raccontano storie condivise/ di veglie e sonni mai saziati”(p.9) con gli stessi occhi con cui ci si sofferma a considerare, pieni di stupore, il divino di boschi, alberi, rane e farfalle , paesi. Infine,questa ricerca di esperienza poetica soggettiva del mito dell’autrice, con mirabile capacità di sintesi, si traduce in un messaggio universale: “Siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno/ le guance rosse e gli occhi aperti al cielo” e la raccolta si configura come un’esplicita dichiarazione di poetica, dove Maria Pina Ciancio enuncia le connotazioni della parola della poesia: ”Ho un cielo d’inverno da inseguire/ risvegli e riverberi di resine/ memorie di partenze e di ritorni/ benigne solitudini. La chiusura travalica il fenomeno dell’atemporalità dell’atto poetico con un forte e preciso messaggio: ”Sulla via che ci incontra/ il vento sale e a te mi del riconduce” (p.11), ovvero la parola poetica continua a manifestarsi alla ricerca delle sue radici e al tentativo di rompere il cerchio della solitudine attraverso Tre fili d’attesa. Dietro la veste realistica, la ricerca di un linguaggio attento e calibratissimo, contraddistinto dal dialetto del paese natale dell’autrice, conferisce all’opera una voce inconfondibile, là dove “Timpa del Diavolo è meridiana senza tempo”, come dice Anna Maria Curci ed è chiaro dunque quanto la ricerca di un linguaggio, di uno stile sia funzionale al valore morale della comunicazione letteraria. (Maria Allo)
_____________________________________________________________

—–

*

“TRE FILI D’ATTESA” Maria Pina Ciancio, LucaniArt 2022

Con una stampa di Stefania Lubatti

Interventi di Anna Maria Curci e Abele Longo

Prefazione di Anna Maria Curci

Il tempo dell’attesa varia la percezione della sua durata muovendo fili che non sono immediatamente riconoscibili, dal momento che l’estensione di questi fa capo a mutevoli combinazioni di fattori.

Tre fili d’attesa di Maria Pina Ciancio ha consapevolezza di questa dinamica complessità e la accompagna a una collocazione nello spazio che rende tale particolare epifania dell’attendere vibrante di segni visivi e sonori.

Gli intervalli tra partenze e ritorni possono dilatarsi e condensarsi improvvisamente, ma ciò che conferisce a Tre fili d’attesa una voce inconfondibile è il loro incontrarsi nella lingua-madreterra del Pollino, là dove «Timpa del Diavolo è meridiana senza tempo».

Abbiamo tre fili d’attesa
annodati al calendario del camino
a bona sciorta
nu’ lavoro ca cunta
u capattiempo ca vene sempre chiù luntano

La buona sorte, un lavoro che vale, l’autunno che arriva sempre più tardi, dunque, espressi in tre versi nel dialetto del paese natale di Maria Pina Ciancio, San Severino Lucano, disegnano le coordinate del tempo dell’attesa tra destino, fatica e alternarsi delle stagioni.

All’interno di queste coordinate, il balzo del cuore pensante si volge avanti e indietro. Quando il movimento è in avanti, esso è caratterizzato da un ricorso al tempo presente che esprime considerazioni di portata universale («siamo nidi sfilacciati sugli alberi d’inverno»), talvolta collegate a una forma del gerundivo che è invito operoso e, insieme, un canto allitterante ai tesori serbati dall’attesa: « Ho un cielo d’inverno da inseguire/ risvegli e riverberi di resine». Là dove il movimento è a ritroso, esso si volge al ricordo e alla rievocazione di vicende singolari ed esemplari, con l’uso ricorrente del passato remoto alternato all’imperfetto: «Sgravò a settembre nel letto/ dell’imbottita rossa/ dove zia Marietta alla buon’ora/ lievitava la pizzicata del pane nero/ Tre giorni covò la febbre/ al settimo Giacomino trapassò/ e anche il livato/ da sotto alla coperta/ in fretta rinsecchì».

Il ricorso all’espressione dialettale non è mai ornamento folkloristico, ma è strettamente collegato alla precisione del dire, tensione risolta efficacemente in un dettato poetico nitido, limpido, e alla nozione circa la necessità, quasi all’obbligatorietà della scelta linguistica, giacché il termine «livato», nel contesto appena menzionato, abbraccia ambiti di significato e richiama sonoramente memorie ben più di quanto possa farlo il corrispondente in italiano, “lievito”.

Le vicende di emigrazione e di aspettative, i «rivoli di storie», le «schermaglie di bambini», la «guerra d’inverno», le «notti difficili da dormire» sono intrecciate, storie condivise e restituite da una voce poetica che sa far tesoro di quel «tempo irreale» che ha il qui del paese tra partenze e ritorni,  a «benigne solitudini» lungo un sentiero che sale, che si inerpica per incontrare.

Anna Maria Curci

*

maria pina ciancio tre fili d'attesa

Talvolta basta uscire per strada
per riannodare gli orli
sfilacciati di un pensiero

Dopo la guerra dell’inverno
c’è chi parte e c’è chi resta
(…)
Gennaro e Vincenzino
sillabano il tempo
in anelli di fumo irregolare
e aspettano i ritorni
tra la ringhiera scorticata
e i gerani smarriti al grande cielo

*

Ci sono notti difficili da dormire qui
per quel piccolo cane a tre zampe del vicino
che abbaia in cima alle scale
e rivendica ai passanti
l’equilibrio sbilanciato e senza nome
della strada

*

Sgravò a settembre nel letto
dall’imbottita rossa
dove zia Marietta alla buon’ora
lievitava la pizzicata del pane nero
Tre giorni covò la febbre
al settimo Giacomino trapassò
e anche il livato
da sotto alla coperta
in fretta rinsecchì

*

C’è un tempo irreale qui
che comincia con la neve
e finisce a quaremma
con la strada che si asciuga
e i cani impazziti che rincorrono
il pallone di Antonella

*

La vita così breve adesso
Il vento s’alza
e cerca l’uomo fermo sul muretto
quello che ingoiava stelle
in mezzo ai boschi
per suo figlio nato muto
con un cardo già appassito
in mezzo al petto

(poesie 2006-2007)

mariapina ciancio

Maria Pina Ciancio di origine lucana è nata in Svizzera nel 1965 e dopo aver vissuto in Basilicata, si è trasferita da circa tre anni nella zona dei Castelli Romani. Viaggia fin da quand’era giovanissima alla scoperta dei luoghi interiori e dell’appartenenza, quelli solitamente trascurati dai grandi flussi turistici di massa, in un percorso di riappropriazione della propria identità e delle proprie radici. Ha pubblicato testi che spaziano dalla poesia, alla narrativa, alla saggistica. Tra i suoi lavori più recenti ricordiamo “Il gatto e la falena” (premio Parola di Donna, 2007), “La ragazza con la valigia” (Ed. LietoColle, 2008), “Storie minime e una poesia per Rocco Scotellaro” (Fara Editore 2009), “Assolo per mia madre” (Edizioni L’Arca Felice, 2014), “Tre fili d’attesa” (LucaniArt 2022). Ha ricevuto numerosi premi ed è inserita in antologie e riviste di settore. Dal 2007 è presidente dell’Associazione Culturale LucaniaArt.

Antonio Semproni

20 novembre 2022

Semproni

Medicina del lavoro

I medici del lavoro avvicinano lo stetoscopio
alle mura della fabbrica
quanti starnuti?
quanti colpi di tosse?
quanti rantoli al minuto?
si devono stilare statistiche
che non guardino in faccia nessuno

Braccianti

Se si accasciano sui pomodori
la scena non è attrezzata per il sangue
nemmeno finto
vanno raccolti all’istante
trascinati nei casolari
senza risciacquo
nella pubblicità non compare la faccia
nella passata non va la pelle

Morti bianche

Se i bulloni fossero stati
immacolati come i bottoni sullo sparato
sigillati come il feretro
forse sarebbero venuti ad applaudire
ma avrebbero trovato i loro eroi troppo indaffarati
preferiscono statue silenziose, la solennità di un museo

Miniere

Giù nelle miniere scavano
per portare alla luce
oro e diamanti
che rappresentano materiali
preziosi
e le ossa dei compagni
che rappresentano materiali
di archeologia
ora che la loro specie è stata cancellata
da un’epocale esplosione del mercato

Fabbriche

Le fabbriche stanno sulla terra
come navicelle spaziali o sommergibili
pare che stiano per levitare o sprofondare
se non ci fosse il fumo
a tenerle in equilibrio
se non ci fossero uomini che devono tornarsene a casa
per non appesantirle troppo
e altri uomini che devono entrarci
per non alleggerirle troppo
tutti a tenerle in equilibrio

Salato e dolce

A colazione alterno salato e dolce
a mio piacimento
potrei farlo anche per gli altri pasti
mi chiedo pure se sarebbe possibile
a lavoro alternare a mio piacimento
l’occupazione e il riposo
la produzione e il premio
ma non so se esercitare la coscienza critica
o dovere devozione all’azienda
grazie cui metto insieme, ai pasti
salato e dolce

Mercati e mercati

Ci sono mercati di frutta, verdura e formaggi
e mercati di blue chips, bond e bitcoin
mercati dove l’uomo mangia pane
e mercati dove l’uomo ha sempre fame
Siano compatiti questi affamati
che si ostinano a non volerne sapere
di gorgonzola radicchio noci e pere
nemmeno un gheriglio
parlano solo di comprare la piazza del mercato
per metterla in una immobiliare
che starà sotto una holding
che verrà quotata in borsa
a Milano, Parigi e New York
allontanandosi sempre più dall’oggetto del mangiare

Mercato dell’arte
Per rivitalizzare il mercato dell’arte
si stanno domandando se sostituire gli squarci su tela
con altrettanti buchi
i favorevoli temono il rimarginarsi lungo i bordi, la vista cieca
i detrattori il risucchio, la sala vuota

Nolo

Quel capitano d’azienda è l’ultimo
ad aver preso famiglia
a noleggio
moglie monofamiliare, prole ampia e luminosa, doppio cane interno
la situazione gli è sfuggita di mano
dopo il reso
ha organizzato cinquanta matrimoni e altrettanti divorzi
costituito famiglie ai quattro angoli del globo
spartito portafogli di investimento tra fratellastri
ora ha una rubrica su una rivista di settore
dà consigli su costituzione, fusione e liquidazione di famiglie

Oscillazione

Si posizionano sui cavi d’acciaio in fila indiana
prediligono la tracolla ergonomica
la valigetta su un fianco può squilibrare
A ogni schianto giù in strada
(nessuno sente niente, gli altri salgono in ascensore)
i sismografi nei grattacieli registrano un’oscillazione dei mercati

Biglietto

È salito sull’autobus e ha mostrato al controllore
i polsi
gli incavi dei gomiti
le ascelle
i linfonodi sono a posto
dica trentatré
il biglietto è stampigliato sulla lingua
la bocca contiene lo stretto necessario
ora che in piedi deve reggersi al nudo

Rider

Terminata l’ultima consegna
il rider è ripartito
con la borsa frigo carica di polsi gomiti rotule
è andato a restituire ai clienti
i resti che avevano dimenticato
domani con membra fresche potranno
passare a ritirare in negozio
per le vie calpestare i caduti

Antonio Semproni (Tivoli, 1988) vive tra Tivoli e Roma. Ha pubblicato una raccolta di poesie in rima: Rime in prima copia, Controluna edizioni, 2020 (attestato di merito al Premio Lorenzo Montano 2022). Sue poesie sono apparse su vari blog (La rosa in più, Niedern Gasse, Mosse di Seppia, Collettivo Culturale TuttoMondo e La Seppia) e un suo racconto breve è apparso sul blog Gorilla Sapiens Finzioni.

Giuseppe Martella

11 novembre 2022

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Ho sempre pensato che l’ispirazione a scrivere poesia contenga una sorta di rivelazione, una misteriosa comunicazione che dal poeta giunge al suo lettore.
Quando questo accade, ci si sente partecipi, avvolti da quella stessa aura d’ineffabilità che aveva suggerito al poeta il suo dire.
La poesia di Giuseppe Martella mi fa un incantevole effetto. È come se un respiro pronunciasse all’orecchio i suoi versi, quasi a trasmetterne uno speciale segreto.
In questi testi l’agilità sostiene la bellezza (categoria non sempre del tutto spiegabile, né confrontabile) e trasmette l’armonia in guizzi di colore imprevedibili, in un affascinante percorso poetico-filosofico che oltre alla vividezza d’immagini immediatamente fruibile dà altro significato al senso compiuto del vivere.
Sono poesie che inducono alla riflessione, come se si fosse messi di fronte a un paesaggio di cui prima non avevamo notato i particolari più importanti, così importanti che nello scorgerli appieno, ci comunicano ulteriore bellezza, pace, speranza.

cristina bove

                         

                       

                                   

Per ipotesi

Ma sì, ma quando, ma poi,
se tutti noi
fossimo presi per incantamento
e trasportati indietro e poi in avanti
fuori del tempo e dentro,
presi e sorpresi dai futuri istanti
indifesi
e prendessimo le cose con i guanti
al fine,
e oltre il confine dell’io ce le spartissimo
spezzando il pane insieme,
finalmente, dimenticando Iddio.
                 
                  
                       

                         GRAN CANARIA

Gran Canaria

Azzurro, azzurro
azzurro il cielo, trasparente è l’aria
dopo la pioggia rara del mattino
fine fine battente
la pioggia mattutina a Gran Canaria.
Azzurro azzurro che scema nel celeste
celeste il cielo
azzurro il mare, bianchi i cavallucci
riccioli bianchi, spuma sulla roccia
che scende sui tuoi fianchi
isola d’aria
la pioggia mattutina ti ha vestita a nuovo
nutrito ha il poco verde, che nella roccia
si perde e al mare mira diventando muschio
mischia l’aria col sale – e fischia una leggera brezza
sul celeste che rischia di annegare –
isola d’aria persa in mezzo al mare.

***
E la figura nell’ovunque luce
svanisce e si dà pace finalmente
si piega come il gambo sulla terra
– è passato un giorno, soltanto un giorno
è passato –
la terra tace, assorbe, riconduce
tutta l’acqua di luce alla sorgente
la terra riproduce fiori e frutti
e tutti quanti ritorniamo alla terra,
tutti ritorniamo alla terra dalla luce.

***
Celeste celeste blu blu celeste
bisogna mischiare i colori
prima di trovare la tinta giusta
celeste blu blu blu celeste
e sfumare sfumare dimenticare
annegare le forme nei colori
un sollievo per l’occhio e per la mente
la forma che si pente nella vita
e si smarrisce e sfuma –
buona fortuna a te, buona fortuna.

***

E così via, raccogliendo per strada
i lacci e le conchiglie e i ricci
gli stracci – le caccole dei cani
gli impicci fra ieri e domani
raccogliendo, scartando
facendo insomma le pulci alla vita
con le dita nude –
doloranti magari, gli occhi stanchi
davanti sempre a un mucchio di rifiuti
e quanti quanti sempre più davanti
sfaticati, stenti sulla strada
quasi sfiniti tutti, tutti quanti –
quasi arrivati, e neppure mai partiti.

***

Scogliere, sassi, sterpi sui dirupi
serpi, forse annidate
nei calanchi
l’isola mostra i fianchi scavati
le gengive dei denti
avvelenati dal cemento
e sento gemere piano le radici
dei radi alberi, zolle di verde
perse nel mare d’azzurro
chiaro scuro di mare e cielo
con qualche vena di ruggine
negli occhi, qualche stilla di sangue
nell’oro di conchiglia
nell’eco martoriata dei riflussi
delle maree, dei tremiti profondi
delle faglie
nelle aeree schermaglie degli alisei,
nell’antico rifugio degli dei.

***

Ogni macchia, lasciata sulla strada
intrisa di semenze
ogni cosa derisa, attende
di essere ripresa, condivisa
come un’ostia dissacrata,
attende di essere ancora una volta
spezzata, spezzata come pane
diluita, stinta, poi bevuta
tutta d’un sorso –
la macchia sul dorso della tua mano
il fuscello nell’occhio
e dire piano, e dire piano piano
sempre più piano dire
sempre più vano il tuo fletterti
in ginocchio (pregare)
la macchia densa
che sta fra il dire e il fare.

***

E prendi la misura, giusta finché ne hai tempo
e prendi il tempo a tua misura
magari a usura, prendilo a prestito
qui se è il caso – tanto
tutto è in affitto qui un tanto al mese
il sole l’aria il mare
il passeggiare così senza pretese,
silenzioso diletto, scendere giù dal colle
senza musica né donne né locali costosi
senza neanche voci quasi
se non quelle delle onde sulle rocce
dell’ultima caletta, della casa dei ricci
dove la tua ombra ti aspetta
in un canto, il solo riparato dal sole
e lì prendi il respiro delle onde
a tua misura – inali forte, trattieni il fiato
e fiuti l’aria a occhi chiusi
salsedine aria pura
misura del respiro, finché dura.

***

                      L’ORA BRUNA DEL PRESENTIMENTO

Le ore sono parole da non dire
e passano altrove e si
disfanno sempre l’una e l’altra
– l’ora bruna del presentimento –
come nube leggera dagli orli illuminati
arancio, rosso perché viene
perché viene sera prima o poi
nell’ora stessa come quando bussa
alla tua porta
il pellegrino sempre più inatteso
sempre più vicino che lo confondi
col tuo stesso profilo che passa
per la cruna dell’ago,
e sì foggia un angolo protetto
come una tortora che si fa un nido
di straforo
nel sottotetto della tua dimora.

***

Non ho parenti, sono solo al mondo
sono un bimbo strambo
perennemente in cerca di adozione
se piango canto la stessa canzone
di sempre –
e mi sovviene il tuo volto parente
madre dai tanti volti ormai dispersi
semicancellati, sovraimpressi occhi sbarrati
madre che urli dalla finestra e sbracci
e mi chiami –
di giudicare io non ho il diritto
il bene e il male che mi hai fatto.
Io sono qui per te natura che non mente
sono tuo figlio, qui, sulla soglia del niente.

***

Mi disse: tu mi piaci. Sposami.
Cavolo, dissi, ci debbo pensare!
Mi guardava fisso con gli occhi spalancati
e dentro gli occhi precipitava il mare.
Sì, d’accordo, sarai dunque mia sposa
– era spuma di vento –
capelli mossi fulvi dai riflessi cangianti
Le dissi sorridendo: io però sai devo partire
sempre
sposarsi sì vabbè si fa per dire,
ci incontreremo talvolta a mezza strada
tra nord e sud tra cielo e mare
e tanto basta no? Uno sguardo al volo
un cenno della mano – sognava
ad occhi aperti – Ci sposammo
in un giorno di sole intenso sul sagrato
di una piccola chiesa – arrivai in ritardo
lei mi attendeva ansiosa ma sorridente –
in ritardo poi lo sono stato sempre
E lei sempre mi ha atteso, paziente
la mia sposa.

***

Ci siamo già lasciati: ora mi dici
non ti conoscevo a fondo
anzi per niente,
ora ritorno,
sai, saremo felici. Ma
ti guardo e mi confondo
e che sarà mai codesta ombra
che mi molesta nel caldo mezzogiorno?
E poi chi se lo aspetta mai un ritorno
dopo tanto tempo!
Ho il forno acceso e mi si brucia il timballo
di riso con cura preparato da mia moglie
– ecco qui sta l’impiccio: le doglie della vita
i rami spogli, sparuti
stenti
che seguono al cadere delle foglie.

***

Andare e non andare: non capire
venire al dunque, poi perseverare
fuggire all’ultima ora
– ora è lo stesso –
e mi capita spesso quest’ora incerta
dove non so chi sono,
e non so a chi chiedo, se mai chiedo
per forza o per amore. Se
tu ci fossi, e se non fossi io,
chiederei perdono a te – perdono a Dio.
                          
                                                   

                                   

                                Postfazione di Rosa Pierno

Attraverso la lettura della prima raccolta poetica di Giuseppe Martella, Porto franco, si scopre di essere entrati in uno studiolo degli esperimenti in cui le ipotesi, che sono già normalmente coltivate in un ambito di incertezza, sono, per sopraggiunta istanza sperimentale, anche immerse nella contraddizione. Ciò fa diventare la miscela esplosiva, ancor prima che sulfurea. Si tratta di ipotesi di lavoro tenacemente attaccate alle loro confutazioni come le peonie di mare allo scoglio: non pongono soluzioni che preve-dano la distinzione, l’operabilità della differenza. Designano un luogo non alchemico, che tuttavia produce l’affondo sui limiti del pensabile. Ne consegue che risultano nettamente delineati anche i profili delle aggettanti ombre in campo ludico. Codesta attitudine della poesia è irrinunciabile, essendo essa artificio. La poesia porta con orgoglio tale medaglia; ciò equivale a porre la sua ironica lungimiranza in bella mostra!
Ma per meglio intendere i termini della questione e la modalità con cui il poeta affronta tale tenzone, è necessario definire le due minacciose leve della tenaglia, ma anche gli stati d’animo in gioco. Le prime poesie, briose, allegre, di una sorprendente levità e ariosità, aventi sonorità rapenti, un certo ravvivato fischiare montaliano, indicano che la vita e la morte sono espresse all’interno dei cicli della rinascita. Le forme compiute si sfaldano in una giostra di nuovi inizi. Ad uno sguardo più ravvicinato, lontano dalle alte sfere, le cose appaiono come resti, rifiuti, inutili ingombri. Un tarlo buca l’areostato, le sensazioni (quelle sensazioni che Mach eleggeva come unico elemento da prendere in considerazione) divengono numericamente ingestibili: la spola istituita tra la sfera dei processi e quella degli oggetti produce dolore, il male di vivere. L’indivisibilità a cui accennavamo all’inizio fa parte di un pacchetto ingovernabile: non si può ordinare, non si può separare il bene dal male, non si può trovare un senso unitario che inglobi l’esistente. Se è vero che non sembra esserci alcun punto di contatto fra la meraviglia che il creato suscita e il «cartoccio di paranza fresca» del desinare e se persino la vita ritorna «secca e muta nei suoi argini», tuttavia non ha senso nemmeno separare l’afflato che comunque si prova per il cosmo e per la propria esistenza. In fondo, l’aria sembra essere, e vale per l’intera raccolta, un filo rosso: l’aria che ritempra e gli aperti spazi del cosmo che ridimensionano formano una sorta di oscillazione che ruota su un medesimo perno. Misura e dispersione procedono insieme.
Dal materialismo iniziale Martella giunge ben presto al recupero di ciò che è spirituale. Regge poco il materialismo delle prime fasi, della gioventù, la lucreziana danza degli atomi. Presto giunge il momento in cui pregare fa parte dell’oscillazione: «sempre più vano il tuo fletterti / in ginocchio (pregare)». La luce abbagliante si mostra in grado di chetare l’animo. D’altra parte, la morte non è esorcizzabile, anche se inserita in un ciclo «e spreme e preme alla bocca dell’anima / come un vuoto pulsante: la paura». Il corpo stesso viene vivisezionato e ricomposto «nei meandri di un labirinto / senza centro». Veri e propri miraggi di concerto con le sembianze polimorfiche di un io che risente del passaggio nelle varie età esistenziali fino ad assumere le forme della natura, la voce del mare. In questo senso, la raccolta si configura come un poemetto delle varie fasi della vita sullo sfondo della ciclicità co-smica. E diversa è dunque la voce iniziale, primaverile, aerea del-le prime poesie e quella dorata, e in svolgimento amorfo dell’età più matura.
In siffatto moto, il sistema linguistico è messo alle strette, non tramite una riduzione delle sue componenti poetiche, ma attraverso equivalenze e sostituzioni concettuali. Senza cioè sopprimere le potenzialità ritmico-intonazionali del verso, il lavoro poetico di Martella si svolge tramite la messa a tema di concetti culturalmente inseparabili: Dio-luce, colore-forma. Per ipotesi, è infatti una poesia che esplicita proprio tale teorema: quei sistemi di idee che tentano di narrare di Dio, («fuori del tempo e dentro», «oltre il confine dell’io») eliminando l’idea del divino che è associato ad essi, non suonano forse come svuotamento dei concetti che dovrebbero suffragare? Non determinano, cioè, l’annullarsi del secondo termine dell’uguaglianza? Ecco dunque che l’inseparabilità, solo apparentemente paradossale, è in realtà pienamente artificiale e giunge alla sua maggior altezza nel linguaggio poetico, lì vivendo interamente la sua complessità.
La possibilità di giungere a qualcosa, se mai sia possibile giungervi, è per Giuseppe Martella intimamente legata alla valorizzazione dei detriti esistenziali, concretissimi, come è estratta da beckettiana memoria. Da tale repertorio proviene quel gusto per le cose infime che fa scopa con il gusto per i segni: «ogni cosa derisa, attende / di essere ripresa, condivisa / come un’ostia dissacrata». La valorizzazione semantica è il luogo ove avviene lo scambio con la realtà, ove la macchia diviene senso, staccandosi definitivamente dal reale per andare a sistemarsi nella rete dell’artefatto culturale. Tuttavia, quello che si è costruito, anche faticosamente, finisce col reclamare a gran voce d’essere disperso: le forme sono da dissipare, quasi per un agognato ritorno a quel caos primigenio, ove regna l’indistinto o, meglio, in quel dondolio perenne tra terra e luce, laddove si osserva che la spola tra ciò che è materiale e ciò che è astratto è tessuta fittamente. Anche la sonorità soffusa, lieve, (mente-pente, sfuma-fortuna) che si rincorre tra ripetizioni lessicali, sostanzia l’impianto semantico. L’ef-usione intimista, una vera e propria ode al presente, ai suoi momenti concreti e fugaci, di cui la marca più certa e afferrabile sono i colori, quei bianchi, sfolgorati come un assoluto, quei verdi smaglianti dell’infanzia, quell’azzurro che dismette la propria forma, quell’effusione, dicevo, di marca affettuosa, vale certamente una riconciliazione con l’esistente.
E, pur tuttavia, è la sonorità che s’impone sull’immagine, nella lettura: «stanno / come faci, tremule, falci / tralci di vite, recise o quasi / i vasi dei fiori appassiti / nelle dimore vuote, o quasi». È nella volontà del poeta di sottolineare la specificità di una pratica che, in quanto costruita con parole, egli si propone di smerigliare al meglio, facendo tintinnare il lessico fino all’intersezione sonora. Con il suono, che fa intrinsecamente parte del senso, Martella costruisce al contempo il resoconto della sua vita, non nel mezzo del cammin, ma su un liminare confine dove si piega e ripiega, come una canna al vento, la possibilità umana di render conto dell’assoluta inconciliabilità dell’ordine cosmico e dell’ordine umano. E, tuttavia, come dicevamo, essi procedono fianco a fianco,
inestricabilmente.
Non rimpianti, ma un accordo da stringere con se stesso, un dichiararsi soddisfatto al saldo, perché è giocoforza farlo, e così tenere a bada le insoddisfazioni che mordono il fianco: «da invisibili venti – e poi ce n’è sempre / uno che mi rode dentro / (un topo forse – forse un presentimento) / e non si acquieta / fra lacrime e sorrisi» tale da essere una dieta quotidiana, «quel codice prescritto / che mescola gli inferni ai paradisi». Non si tratta degli inevitabili rimpianti, dunque, ma della ricucitura, del completamento delle frasi non dette, mal intese, presupposte, tali che la loro consistente numerosità viene a formare un’esistenza dissimile, altra, da quella effettivamente vissuta. La memoria ricostruisce a suo piacere il dato esistenziale, rifondendogli nuova vita e piegandolo a nuove conformazioni. La splendida poesia sulle ore, che apre la seconda sezione, ha la grazia di rendere presente, per mezzo del ricordo, una rivisitata esistenza, ora finalmente intravista in quella vissuta, ma anche di renderla corpo visibile per i lettori, forgiando contemporaneamente un materiale modellabile al fine di saggiare le ipotesi, di visitare le strade non intraprese, di ripristinare ciò che è stato malamente interrotto. Ipotesi che riguardano il senso dell’esistere, proiettato nel cielo e da lì nuovamente rifratto sulla terra, come se il cielo fosse uno specchio ustorio. Le forze emanate da uno stato indeterminato, dubbioso, sembrano ritornare concentrate, capaci, oramai, di rendere il senso disperso un senso conclusivo.
Insomma, l’analisi svela un delirio prismatico che coinvolge l’io. L’ipotesi unitaria su scala macroscopica diviene un ologramma in cui si disfa il mondo. Intatto resta ciò che sfugge al poeta, ciò che lo sovrasta. Ma l’ipotesi iniziale tiene. La vita è stata vissuta e mille cicli sono presenti in una sola vita.
Nella bellissima Canone inverso si coglie appieno il senso dialogico dell’impostazione poetica di Giuseppe Martella, che nel suo traghettare inesausto di novello Caronte, che ancor non si dà pace per il trasporto da effettuare da una sponda a un’altra, vive i ricordi indistintamente dal presente, la morte come non differente dalla vita. Egli, ritorcendo i fili di quelle sue occorrenze quotidiane, che passerebbero altrimenti come un puro insignificante accadimento, le rifonde nelle trame, visive e sonore, delle sue dorate filigrane ove tutto si tiene.

                                 

                       

                              

Giuseppe Martella è nato a Messina e risiede a Pianoro (BO).

Ha insegnato letteratura e cultura dei paesi anglofoni nelle Università di Messina, Bologna e Urbino. I suoi studi riguardano in particolare il dramma shakespeariano, il modernismo inglese, la teoria dei generi letterari, il nesso fra storia e fiction, l’ermeneutica letteraria e filosofica, i rapporti tra scienza e letteratura, e tra letteratura e nuovi media.

Dopo essersi ritirato dall’insegnamento, da alcuni anni si interessa anche di poesia italiana contemporanea, collaborando con saggi e recensioni a diverse riviste cartacee e online (Anterem, La Clessidra, Poesia Blog Rainews, Poetarum Silva, Nazione Indiana, Versante Ripido, Carteggi Letterari, ecc.). Una sua poesia inedita, Kenosis, è risultata finalista al premio Montano 2020. Altri inediti sono già apparsi ne Il giardino dei poeti e nella sezione Instagram di Blog Rainewes.

Fra le sue pubblicazioni a stampa:

Ulisse: parallelo biblico e modernità, Bologna, CLUEB, 1997.

Margini dell’interpretazione, Bologna, CLUEB, 2006.

G. Martella, E. Ilardi, Hi-story. The rewriting of History in Contemporary Fiction, Napoli, Liguori, 2009 (in duplice versione, inglese e italiana).

Ciberermeneutica: fra parole e numeri, Napoli, Liguori, 2013.

Tecnoscienza e cibercultura, Roma, Aracne, 2014.

Anna Maria Curci

25 ottobre 2022


                              
                                

“Insorte” di Anna Maria Curci sonda i territori umbratili della parola, cioè quelli che stanno sul limite e permettono ambivalenza o plurivalenza, individuando un elemento sostanziale della poesia e della lingua: la polisemia. È chiaro, infatti, che l’esperimento riveste, per questo libro, un valore importante, ma allo stesso tempo non si tratta di un puro esercizio stilistico, perché al centro permane la manifestazione di un concetto, di un moto interiore, di una impressione e persino dell’inesprimibile. Per intuire una simile funzione speculare è sufficiente leggere il titolo, “Insorte”, come participio del verbo “insorgere” oppure come “stare nella sorte”, in mezzo alla casualità. Il doppio, però, è anche espressione del bene e del male, di dolore e di gioia, così come in più punti lo sono le tre sezioni del libro che, lungo tale discrimine non sempre chiaro per l’uomo, attraversano il mistero del mito, del patire, della stasi più o meno apparente. In tutto ciò, è la parola che recupera e chiarifica, custodisce la voce dell’Io e cura, però, come l’uomo, rimane sempre vestita di luce e di buio.
                   
Giuseppe Manitta

                       

                         

Dalla sezione Tragedia e idillio

Psyche

 

Sussurra la sua voce tra i nastri

     – scampati nudi alle quinte di bufera –

folle d’Amore per un’eco celata

nel sogno di fondali inesistenti.

S’immerge per lei ch’è inabissata

chi esplora le anse e i fondi del volere

     – brama coatta deriva di corrente –

e recupera il filo e la parola.

                   

Elce

Hanno attaccato al tronco una striscia

con l’altro nome tuo, quello maschile,

e “quercus ilex”, la doppia firma:

rifugio saldo, ramo sporgente,

appiglio a chi accede in altre stanze.

“Quercia di pietra”  ti chiama un’altra lingua.

Una pena? Un passaggio? Un cambiamento?

Su squarcio di domande e all’erba secca

in silenzio offri ombra e riparo.

                   
             

Ciane

 

di natura imperfetta e sete immensa

è l’essenza di scorrere e cercare

nell’intralcio di lacci e cesure

di paratie ferrigne arrugginite

fonte azzurra di pianto e condanna

è sosta e ripartenza di papiri

fiumi di metamorfosi disciolte

vicenda di addensare e rifluire
                       

                     

Dalla sezione Quando tace il latrato
             

Quando tace il latrato

                       

Di notte quando tace il latrato

gli scuri si avventurano a indagare sul buio

Non che sia vero ardire

tastare cauto piuttosto

parete dura o membrana sottile

il gradino nascosto sull’uscio

il patire promesso

di timpani e trafori

Quando tace il latrato cambia voce

Aspetto

nel disordine compatto

                

                

Ustica, 27 giugno

 

Cos’è la verità? Uno specchio ustorio

parabola a difesa dell’assedio

stra-vaganza stracciona e assetata

lazzara sulla soglia di madama

menzogna che festeggia il compleanno.

Gocciano le bugie nei candelabri

per un desco imbandito e imbandierato

con caccia armati a carico sganciato

su vite esplose in volo. Schermo piatto.

Scacco al re e alla sua torre di controllo.

               
              

Sottotraccia

Questa è una storia di appunti fatti a pezzi

di fogli sminuzzati

di righe cancellate.

Questo è il puntiglio di un frammento perso

che ricompare graffio di una riga

sulla glassa che livella e ricopre.

Questi sono i bisbigli i colpi lievi

da muro a muro

mentre fuori è farsa.

Queste sono le note per gli accordi

il controcanto a pifferi e trombette

i vocalizzi muti i ponti a mente.

Dalla sezione Tolle, lege     

 

Tolle, lege

Dietro i vetri i tuoi libri
custodiscono pagine da aprire
in tutti i tempi, dicono: tolle, lege!

Dato per perso, è pur tenace il filo
rincorso a capitomboli sventati.
Prende fiato e dal margine addita.

 

impalpabile sembra e consistente

impalpabile sembra e consistente

la tela che riveste le tue braccia

scavano quelle e riluce questa

del gesto del chinarsi ad ascoltare

le grida senza voce in sabbie immote

il gocciare sommesso nelle grotte

s’offre la tela e donandosi cresce

lo strappo non divide ma discerne

«Aria serena e di sostanza sferzante» *

 

 

Dietro l’altura

o dentro il caseggiato

sere d’incanto austero

attendi i pochi

aura anima aria

ampio orizzonte

sobria bellezza

sferzante di sostanza

serbi partenze.

*CSI, Brace

 

Trobairitz al pianto

Al pianto che martella

replica trobadora:

tu rivolta il berretto,

non distogliere sguardo,

canta e poi canta ancora.

È vuota la parola?

Te lo chiedi ogni giorno,

sopito e sulla strada,

ché si prosegue affianco,

messer lutto e scudiera.

Lunghi tratti in silenzio

e in sordina si accorda

la nota melodia

di pianto e menestrella:

vesti di luce il buio.

                        
                                

Maurizio Evangelista

10 ottobre 2022

Mr Me

Mr. me” di Maurizio Evangelista (Arcipelago Itaca 2022)

“Nelle stanze d’albergo di Maurizio Evangelista vanno in scena i plurimi e postumi teatranti di una vi-cenda umana che ha il sapore un po’ dei vecchi film in bianco e nero, un po’ dei trasalimenti di un’infanzia che riaffiora dolente (“ed è questo che mi porto dell’infanzia / una libertà che non mi sarà mai perdonata”). Il misterioso “Mister me”, volutamente e ironicamente minuscolo, è uomo e donna, è padre e madre, è amato e amante, è vergine e madonna, prostituta e premaman, in un rodeo che si muove nelle multiple prospettive di una telecamera, di un indiscreto occhio fratello.[…]

[…] Il tutto in uno stile che sa conciliare il lirismo sottile con la sfron-tatezza e la leggerezza di una parola comune, apparentemente non connotata. Eppure il parossismo, il gioco di rimandi, le strut-ture chiastiche, i calembour, accendono le storie di Evangelista e i suoi versi, li rendono taglienti e affilati come sempre la buona poesia osa e ha il dovere di fare.”

Alessio Alessandrini  (dalla Motivazione della 7^ edizione del Premio nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca” – Raccolta inedita di versi – Non opera prima)

*

3. STANZA 103

l’uomo con la giacca scura dorme per finta.

alla sinistra la sua unica figlia
abbraccia lacrime e vestito
come il giorno in cui la diede sposa.

il sole resta sulle persiane a notte
non è ponente né mattino.

distante la moglie ha i capelli malinconici
e il sorriso di un tempo inguaribile.

li ha tutti davanti a sé
con quel tipo di occhi che non si chiudono mai.

*

6. STANZA 109

ogni piano ha cinque piani
una fermata spalla a spalla
(conservazione gomito voce)
io spezzetto mi allargo al centro
sono spiaccicato
occhio per occhio a pugni
tiro a segno svelto aggressivo disumano
presto scendo è sola folla follia FOLLOSITÀ.
si affannano fanno
dicono, attenti narici coprite.
sento chi fiuta
tutti bla bla i loro blaaaaaaaaaaaaa bla
a perdifiato calci.
punite la bocca scoperta
fatelo a pezzi, che non respiri che non odori
che non emetta suoni che non salga su più su
che non schiacci nessun tasto
che non parli taccia muoia
che gridi su giù su laggiù
DISTANZA
minimo 2 metri
minimo senza scampo.

*

13. STANZA 127

marito e moglie
mi chiedono com’è il tempo là fuori

lui con una manica corta e una maglia
annodata alla vita

lei con un cappello immenso
che attribuisco al sole

non ci fa caso alle sue grosse tette.

sto in piedi di fronte a loro
e penso che un po’ dipende da come ci si veste.

loro si guardano e non dicono niente
ma dal mio sorriso si convincono
che ci sarà il sole (probabilmente)

e li vedo tutti e due seduti all’ingresso
a guardare là fuori

ognuno il tempo che vuole.

*

33. STANZA 311

non si chiedeva mai
di albeggiare in viso col sapone
si restava fermi dopo il fischio.
poi Luigi saltava a due i gradini
e l’estate cominciava in pieno inverno

con noi due che contavamo le fermate
cercando gli occhi di chi inciampava.

*

49. STANZA 421

puoi scorgere i cadaveri di due
con una fossa scura in mezzo al petto

è possibile sia il furto dell’inverno
una ferita di vestito sulla giovinezza

se questa eredità tenuta stretta
vale un pensiero così semplice
che non rivela nulla.

cancella i cani per strada
cancella i mattoni dalle case
cancella le città dalle città.

cancella l’esistenza di tutte le vite visitate.

e puoi vedere in pixel
il momento in cui uno sussurra all’altro
qualcosa d’incomprensibile al telefono
e il corpo rabbrividisce

soffocato nell’accenno di un #abbraccio.

*

Maurizio Evangelista è nato a Terlizzi nel 1980, vive a Bisceglie. Dopo la laurea in Scienze Politiche ha pubblicato le raccolte poetiche Suonatore di corno (La Vallisa, 2010) e La città inventata (Secop edizioni, 2015) con il quale ha ricevuto il premio della critica “Vrdnicke Venac Vile” a Sremski Karlovci in Serbia. Organizzatore e direttore artistico dal 2010, con Teodora Mastrototaro, dell’evento Notte di Poesia al Dolmen, Evangelista ha pubblicato in diverse antologie in Italia e all’estero, tradotto in inglese, russo, po-lacco, serbo-croato, spagnolo e albanese. Nel 2017 ha partecipato alla XVII edizione della Giornata Mondiale della Poesia di Varsavia su invito del poeta Aleksander Navorski, ed è stato tra gli ospiti della XI edizione del “Trireme della Poesia Ionica” a Saranda, in Albania, su invito del poeta Agim Mato. Oltre alla poesia ha pubblicato suoi racconti per l’infanzia nei libri Gli animali e noi (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2013), So dire di no (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2015) e La rosa di Damasco (Ed. Adda – Scritture Meridiane Per Ragazzi, 2016) a cura del prof. Daniele Giancane.

Patrizia Sardisco

1 ottobre 2022

recensione di M. Carmen Lama

 

Sìmina ri mmernu

-Semina d’inverno-

(di Patrizia Sardisco – Ed. Cofine 2021)
recensione a cura di M. Carmen Lama

Proteggere le parole, sempre. Sono il mezzo più caratteristicamente umano che abbiamo. E quando nessun altro mezzo ci consente di portare a soluzione dei problemi, spesso le parole fanno miracoli. Le parole dei poeti, nello specifico.

Patrizia Sardisco, poetessa molto sensibile e attenta ai molti problemi del presente, cerca di far sentire la propria voce attraverso i suoi versi incisivi, incandescenti, duri come pietre, eppure molto chiari, affrontando una tematica che è purtroppo di casa, frequente, nella nostra bellissima isola, la Sicilia, specialmente nei mesi estivi, quando il caldo naturale molto al di sopra del sopportabile, serve a degli sciagurati come schermo per nascondere le loro mani distruttive, appiccando subdolamente dei fuochi che in pochi minuti annientano aree boschive, collinari, montane, con gravi danni anche agli animali, dei quali sono habitat naturali.

Il titolo di questa raccolta (di poesie-denuncia di comportamenti inaccettabili) è paradigmatico nel senso accennato in apertura di questa mia recensione: è necessario seminare e proteggere le parole poetiche, dare loro ampi spazi di fecondazione e di vita, affinché diventino stimolo alla riflessione e alle azioni positive conseguenti.

Prendendo come esempio l’agricoltura, si dà per scontato che la semina invernale di alcuni prodotti, mentre dà continuità all’operosità contadina, esige anche un’attenzione particolare proprio riguardo alla protezione delle piantine, con sistemi quali il riparo del terreno con teli impermeabili per proteggere le radici e far mantenere il calore più a lungo possibile, mentre la temperatura è bassa.

Eppure le piantine che superano l’inospitalità del terreno invernale hanno già una loro particolare resistenza, vanno solo aiutate un po’.

E traslando poi il discorso agricolo al mondo poetico, viene spontaneo pensare che anche le parole dei poeti abbiano già in sé una loro particolare resilienza, ma non sarebbero molto efficaci senza un loro appropriato uso in contesti che richiedano una speciale vigilanza, senza la protezione (affidata soprattutto ai poeti) che le aiuti a “crescere” e a diffondersi.

Seminare parole poetiche, come fa la poetessa Patrizia Sardisco con lo scopo di far conoscere le conseguenze disastrose di atti così incivili come il dar fuoco ad aree naturali estese, è infatti un modo esemplare per scuotere le coscienze, per sensibilizzare le persone alla responsabilità dei comportamenti, al rispetto della natura, e per far sì che ognuno faccia la propria parte nel tenere d’occhio l’ambiente e nel cercare così di prevenire anziché subire comportamenti dettati solo e soprattutto dall’ignoranza e dalla cecità di chi non si rende conto che i danni recati alla natura si ripercuotono inesorabilmente sugli uomini stessi e sulle loro attività.

Mette in guardia, la poetessa, coloro che non sanno (e non pensano) quello che fanno. Lo fa in particolare con una poesia-manifesto, che riporto di seguito interamente, in quanto parla da sé (anzi “grida”!):

Opposto del morire  / è il pensiero / come la semina / è l’opposto del tacere / il vento sa. / Dove cuce, dove dipinge / dove non è rumore / né sbadiglio / seminare è accendere la favilla / che comanda e chiede / giustizia al suo destino / e intanto al buio tempra / la generosa sostanza del legno / e solitudine di altezza e ombra / di foglie che stanno al proprio posto / lungo tutto l’inverno / per chi le guarda / per te che stai pensando a loro / in quest’istante. (pag. 25)

 

“Seminare è accendere la favilla  che chiede giustizia al suo destino e che al buio tempra la generosa sostanza del legno e lo prepara a colmarsi di foglie che stanno (devono stare!) al loro posto così che si possano ammirare, pensare, nella loro preziosa funzione di vita per l’albero-madre e per l’ambiente circostante”

Seminare le parole poetiche, sempre, ogni volta che sia necessario, è accendere la favella per dire quel che va detto, per non tacere rendendosi indifferenti e quindi corresponsabili.

Il poeta sa. Il poeta chiama a raccolta con la sua voce potente chi ha a cuore le cose che ci ri_guardano, che ci sostengono se a nostra volta le sosteniamo.

Sono molto efficaci i versi delle poesie di questa breve ma importantissima silloge/documento.

Ne scelgo alcuni in particolare, perché mi hanno coinvolta in maniera impressionante, con reazioni fisiche reali, come la pelle d’oca, il tremore, la mancanza di respiro, l’assenza di voce:

Di colpo, con gli occhi pieni di neve / avvoltolati dalla vampa agostana / con la fretta stupita e vana delle bestie / col loro stesso spavento dissanguato / pure così distanti / da loro e in salvo / vicini spalla a spalla con la notte / pure così lontani / fuoco di fuoco sta gelando l’estate / così di colpo avvoltolato inverno. (pag. 9)

 

Cenere: non è più bosco / come qui questa lingua / soavemente adagiata sulla carta / non è più lei, non dura / non suda più, non reclama.//

Mi empie il cuore di neve / l’ombra di questa mano che la sperde / leggera a leggerla, forse / comunque inascoltata. (pag. 15)

 

E ancora:

Portone di deposito / che non so più chiudere / e  adesso si lamenta, scosso / mentre il buio s’insinua.//

Quest’inverno greve non arretra / questa neve di cenere / è nel paesaggio e negli occhi / un uguale fuoco / ma è la mia voce / il bosco di tizzoni più agghiacciato / come quando le dita nella ghiacciaia / il gelo si incolla e penetra / non si sentono più, sembrano / estranee, ma messe in bocca bruciano. (pag. 10)

 

Ho riportato le poesie nella traduzione in italiano, per rendere più fruibile questa mia recensione, ma non renderei veramente giustizia alla silloge se non sottolineassi il fatto che l’origine delle poesie è il dialetto siciliano, lingua che oltre ad assegnare una precisa identità a coloro che la parlano, ha una sua specifica connotazione non facilmente trasponibile in italiano, esattamente come avviene per le traduzioni in generale.

Con un valore aggiunto, per il dialetto, in quanto esprime concetti con un’immediatezza e una forza che non si riesce a rendere in italiano, né in qualsiasi altra lingua.

Queste caratteristiche (immediatezza e forza) credo attengano a tutti i dialetti, in quanto essi hanno radici ancestrali che, se pure nel tempo possano avere subìto delle modifiche dovute ai passaggi generazionali e ai tempi che cambiano irrimediabilmente, mantengono tuttavia una loro peculiare specificità storico-antropologica che ne rafforza, più che indebolire o attenuare, le origini stesse.

Pertanto le poesie vanno lette nella lingua in cui hanno visto la luce, per sentirle vibrare insieme alla voce della poetessa, per ascoltare il tramestio l’affanno lo scombussolamento che avviene a tutti i livelli, dalla consapevolezza della mente, al cuore, alla fisicità tutt’intera, fino alla soglia dell’inconscio e forse ancora più in profondità, nell’anima.

E solo dopo, confrontare l’esito della lettura dialettale con le poesie in italiano, per provare a comprenderle bene, per provare a farle proprie entrando direttamente nello spirito del testo.

È soltanto un breve excursus, il mio, in questa raccolta di poesie che rimescolano il sangue, che fanno riaffiorare emozioni forti (già da me vissute in prima persona), paure, ma soprattutto indignazione, nel ricordare, ad esempio, la trasformazione di meravigliosi spazi verdi, in arido e nero deserto di tizzoni che fanno da sfondo a un paesaggio che sarebbe altrimenti da favola.

A ciascun lettore spetterà poi il compito di addentrarsi nelle poesie con le proprie personali sensibilità, seguendo le proprie inclinazioni e disposizioni d’animo, interpretando o semplicemente lasciandosi lucidamente trasportare nelle gelide atmosfere prodotte dai fuochi, rilevando nel contempo le “ossimoriche” situazioni descritte e, forse, impallidendo nell’immaginare la disperazione di chi assiste, inerme, a violenze così gravi (tanto più perché ripetute) sugli ambienti naturali.

Un grande plauso a Patrizia, quindi, che mette il dito su una piaga ancora non guarita, su ferite gratuite e ancora aperte, inferte a una terra che non merita niente di tutto questo, che andrebbe invece preservata, resa migliore, feconda, non solo nell’ambito naturale, ma più in generale, negli aspetti socio culturali, negli aspetti di tradizione, di estetica antropologica, di etica delle relazioni…

E inoltre molte grazie a Patrizia per aver dato voce anche a me! E chissà a quanti altri…

  1. Carmen Lama

(24 settembre 2022)

 

 

 

 

 

Rivisitazioni

15 settembre 2022

Ogni tanto pubblicheremo un testo di poeti che hanno dato lustro a questo sito, con relativi link per leggere notizie e altre poesie qui e nei rispettivi blog.

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Cristina Annino

*

Il pittore omofobo ci racconta di Jack e di quel ritratto

“Mi guardò come fosse importante
vivere. C’è tanto di quel d’affare, Jack
(usando l’inglese). Gli uscivano onde dal
cranio, qua e là toccando con gli occhi
le cose. La stanza remò nel sole, per lui,
per un’algebra strana. Vita secondaria,
un quadro, puzzava! Lui lì da cafone
in posa, con quella mollezza che regge
una piuma in mare. Per capirci. Che vale
una piuma di gallo? Muoveva
le orecchie per via dell’otite, era sghembo,
il contrario di tutto. “Fammi Picasso,
coglione, non hai capito come si fa?”
Io non imito, Jack. Allora esplose
la spranga, non so, un lungo fascio
di strisce lente, a casaccio, come volasse
un catino d’acqua. Voleva sé come
Pablo, già sfatto, turchino viola, gli angoli
retti del naso, poi rosa niente sulle
pupille. Così. Non gli detti il visto. Alla
dogana, spinsi in là quello sguardo stracotto
di malaga puro. Era troppo, era un guaio, potevo
sparargli per strada, potevo farlo.”

*

  • altro di CRISTINA ANNINO qui

Elia Belcufinè

9 giugno 2022

Elia Belcufinè

*

Da “Solletica i papaveri il vento

Sedici Terzine

Di Elia Belculfinè

*

*

1

Neve sul pino –

Maggio si allontana.

Peschi sfioriti.

*

2

Fiore di gelso –

Marzo grida ancora!

Passaggio a est.

*

3

Salta il topo –

Sull’iris balza l’ape.

Ah, ladruncoli!

*

4

Versa il vino –

Lunghe ombre roventi.

Roghi di marzo

*

5

Bevo il vino –

Passi sul viottolo.

Bevo ancora!

*

6

Colpo a vuoto.

L’uccello sbigottito

rantola, cade.

*

7

Marzo aprile

sussurrano i pini,

falò di voci.

*

8

Pietra d’inchiostro.

Il mio yatate vibra –

Scrivo in piedi.

*

9

Seguo la luna –

Orme nella polvere,

lungo il passo.

*

10

La lupa tace –

Quattro cuccioli morti.

Luna perduta.

*

11

(A Unə Cittadinə)

Carə amicə –

Soltanto per amarci.

Sole indiano.

*

12

Moltiplicata

vaga una rondine –

Firma il cielo.

*

13

Fumo da solo.

Alba adriatica –

Tossisco piano.

*

14

Dodici haiku.

Una finestra schiusa –

Penombra miele.

*

15

Ridda nel buio.

A piedi nudi va –

Ragazzo-topo.

*

16

Versi di riffa.

Una cesta di strame –

Fiori là dentro

*

Elia Belculfiné, nato a Caserta il 29 – 9 – 83 Vive a Cascano. Nel 2012 ha pubblicato per Aletti la silloge “Primi sintomi di una gravidanza”. Sempre per Aletti è apparso nel saggio “Verso la poesia – Alla ricerca di senso” di Maria Carmen Lama.

Marzia Spinelli

28 Maggio 2022

MARZIA SPINELLI

Trincea di nuvole e d’ombre, Marco Saya Edizioni, Milano 2019, pp.109.

Prefazione di Plinio Perilli

Nota di lettura di ANNAMARIA FERRAMOSCA

Davvero insolita e di spessore quest’ ultima raccolta poetica di Marzia Spinelli, che abita le amare trincee dell’umano e ne smaschera nuvole ed ombre.

La scelta dell’autrice di aprire e chiudere la raccolta con il tema dell’ombra mi sembra stia ad indicare la necessità di un riparo, di un angolo appartato e raccolto, lontano da ogni frastuono, dove l’ascolto possa farsi acutissimo. E all’ombra reiterata Marzia affida numerosi pregnanti significati: ombra di qualcuno (un familiare, un lettore, un poeta, lei stessa?), che l’autrice vorrebbe accanto in caldo dialogo; ombra di ogni essere umano che nelle trincee della nostra infinita deriva continua a resistere; ombra di un altro tu che finalmente risvegliato riesce ad indicare varchi di speranza.

I versi attraversano interiorità e insieme Storia, sconfinando nei territori dell’oltre, su quel confine incustodito, dove continuiamo a brancolare, dove diveniamo estranei perfino al nostro stesso pianto.

Dalle immagini del quotidiano emerge un pensiero costante, fitto di domande cosmiche, che prendono forma ora dal volo cangiante geometrico – così indicante – degli storni, ora occhieggiano dalle dolorose stanze di un ospedale, e di fronte alla lapide dei ragazzi del ’99 rinnegano ancora una volta l’assurdità delle guerre. Questa riflessione incessante sulla disumanità cui siamo giunti impregna le pagine, mostrando città con il loro dolore del naufragio e la ferocia dei muri, rivela il fango dell’indifferenza che continua a rendere opaca ogni convivenza, mentre Itaca muore. E questa Itaca morente è centrata struggente metafora del luogo utopico, irraggiungibile, dove sarebbe ancora possibile all’umanità il convivere in armonia.

Questa scrittura, nella sapiente musicalità di un curatissimo verso libero, ha il profilo alto di una poesia che scava nel mistero dell’esistenza,

testimonia un’incessante ricerca di assoluto, di senso ultimo, confermandone l’irraggiungibilità e tutto il dolore per la nostra condanna ad abitare e non trovare posto, la più amara sconfitta che l’essere umano, che continuo a definire homo insipiens insipiens, assurdamente si autoinfligge.

Eppure tra questi versi appaiono luci, avvengono tregue, momenti in cui i buoni ricordi riportano larghezza di respiro e quiete chiara, guidano verso una ancora possibile rinascita. Così appare memorabile nella sua sfolgorante verità, la definizione di Poesia (pag. 83):

La Poesia è un vento,

 si spande sulla terra e la solleva.

Mette radici passo a passo.

E tra peso e aria

fingiamo l’eternità. 

L’autrice decide poi, nelle poesie finali, di volgere uno sguardo particolare alle trincee dei poeti (davvero gli ultimi resistenti!), mostrando tutta la sua devozione alle grandi voci, che mai smetteranno di vegliare-indicare. E quella di Marzia Spinelli è pure una veglia instancabile, che la fa luminosa, mentre nelle ultime poesie accompagna le figure del dolore del mondo, come un destino. Un destino che forse potrà invertire la sua rotta, se essa sarà sull’onda del canto dei poeti, che sempre ha salvato dal naufragio della barbarie.

Annamaria Ferramosca

*

Marzia Spinelli

*

Ombra perenne mobile e ferma,

vagheggi anche tu longevità. Piovono

scorie e meteore come stelle cadenti.

Tanto più simile, tanto più distante.

Sei solo mia.

Sagoma muta fedele sopravvivi

alla trincea dell’io.

*

Tornavano i volti dei vivi, la mappa dei macelli

tra le rughe. S’allontanava il fronte e la resa,

dimentico il corpo all’angolo della Storia.

 

Così giovane e fiera e assurda la morte vera.

 

Andavano lunghe lande sconosciute

del ritorno, anche per chi non sarebbe tornato,

a passi smarriti in un confine incustodito,

 

da una pena indicibile per sempre, via

da un presente dove straniero anche il pianto.

*

Alla luna

La notte ti guardo

e ti vedo piena

come una donna gravida

e nel tuo solo biancore immagino

la punta dei tuoi seni

e lievi segni come rughe

mentre cerco l’orma dell’uomo

la sua impronta

pestata sulla tua sembianza di fantasma

e aspetto la tua luce estranea

lontana da questa terra scura

dove abito

dove non trovo posto.

E mi specchio in te

che non hai colori

sento e riascolto la tua voce

che muta ha parlato

più dell’eterno dire d’amore

più di tutto lo sconforto e il silenzio

commosso e lo sconcerto

di quell’uomo

della sua impronta intermittente

quando fu tutta tremula la Storia

e il piede fermo

sul tuo lucente nudo di vinta

e non furono più le maree

e l’attrazione

una forza passata di moda.

Poi dissero che non era vero,

solo finzione la resa

dei conti tra l’uomo e la scimmia.

*

Passa l’Angelo

 

Vedi, ogni trincea si fa occasione.

Non ci abbandona l’Angelo

evocato ogni mattina per timore:

sa di essere consolazione

e non chiede altro. Lo rinnego

quando troppi sono i morti,

troppo ingiuste le perdite.

Sembra svanisca per qualche tempo,

irreperibile e dissolto riappare

quando ormai lo credo nell’oblio

lontano, a ingaggiare una lotta bizzarra,

guerra e pace solo nostra:

ci spendiamo in promesse,

cediamo, concordi assestiamo.

Così la trincea si fa più dolce.

E di nuovo aspra. Lui resiste

con luce insolita, aura bislacca …

Invece è più sensata, verosimile

la piuma di pace. 

*

La Poesia è un vento,

si spande sulla terra e la solleva.

Mette radici passo a passo.

E tra peso e aria

fingiamo l’eternità.

da Trincea di nuvole e d’ombre

(prefazione di Plinio Perilli, Marco Saya ed., 2019)

*

Marzia Spinelli, poetessa romana, è stata tra i fondatori della rivista Línfera, per la cui attività ha ricevuto il Premio Spoleto FestivalArt 2014, e nella redazione della rivista Fiori del male. Ha collaborato ad altre riviste di arte e letteratura tra cui Omero, La Bottega del restauro, Frontiera (supplemento a Gli immediati dintorni). È presente in varie antologie. Suoi testi poetici sono stati commentati su riviste di critica letteraria quali Puntoacapo, Pagine, Studi cattolici, Noi donne e su alcuni blog letterari.

Ha curato rassegne di poesia presso la Federazione Unitaria Italiana Scrittori e il Comune di Roma. Nel 2013 ha partecipato come autrice a Ritratti di poesia.

Ha pubblicato le raccolte: Fare e disfare (Lietocolle Editore, 2009, nota introduttiva di Guido Oldani), Nelle tue stanze (Progetto Cultura editore, collana Le Gemme, 2012, prefazione di Alberto Toni), nel 2014 l’ e- book Nel cielo dell’altro un po’ più ampio a cura di La Recherche Poesia condivisa 2.0., prefazione di Mario Melendez; Trincea di nuvole e d’ombre (Marco Saya Editore, 2019, prefazione di Plinio Perilli). 

AA.VV. Ariano, Barbieri, Del Moro, Falà, Fazio, Gatti Linares, Giaquinta, Magazzeni, Musetti, Parma, Petrollo, Piccini, Polidori, Raimondi, Rotino, Roversi, Sancino, Zironi, Zoli

4 Maggio 2022

Da poco uscita con Vita Activa Nuova Editrice: Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown, curata da Claudia Zironiie da Gabriella Musetti.

L’antologia è risultata da un esperimento di resistenza all’isolamento durato due anni: una chat aperta nel 2020, durante il primo lock down, con poeti e poete che si confrontavano, leggevano testi propri e altrui, conversavano, a volte litigavano o brindavano insieme, tutti separati fisicamente, costretti nelle proprie case. Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown riprende l’idea propria dell’esperimento: affidare a un sentire collettivo e alla parola poetica una scelta precisa del proprio stare nel mondo, oltre e contro le difficoltà dei momenti drammatici che tutti abbiamo attraversato.

L’antologia contiene le voci di Luca Ariano, Daniele Barbieri, Francesca Del Moro, Leila Falà, Raffaela Fazio, Serenella Gatti Linares, Marilina Giaquinta, Loredana Magazzeni, Gabriella Musetti, Silvia Parma, Maria Concetta Petrollo, Toni Piccini, Marinella Polidori, Valeria Raimondi, Sergio Rotino, Enea Roversi, Elisabetta Sancino, Claudia Zironi, Anna Zoli.

È illustrata con foto di Daniele Barberi.

Dall’introduzione di Claudia Zironi: “Ed eccolo, dunque, il libro, rivolto lato sensu al mondo della relazione, intessuto da diciannove voci molto diverse l’una dall’altra che introducono in prosa per poi sviluppare in poesia, spesso con testi anche precedenti il periodo di emergenza sanitaria, il loro vivere la tremenda modernità del termine “connessione”, proprio del registro tecnico dell’informatica e dell’elettronica, applicato all’umano abitare questo nuovo mondo liquido nel quale siamo sempre più isolati e diffidenti, incapaci di unirci in collettività…”

Dalla postfazione di Gabriella Musetti: “La poesia si pone in ascolto, a volte prende la funzione di rimappare, ricartografare l’esistente, specie nel trauma, attraverso parole da recuperare nel presente, materiali da far circolare per rendere pubblica una esperienza che è stata fuori dell’ordinario. Una esperienza di resistenza nata per caso, portata avanti senza una reale consapevolezza della sua rilevanza, ma che ora può essere letta come luogo di riflessione, di osservazione di quanto di straordinario è accaduto.”

Alcuni testi scelti dal libro:

Nasciamo dal e nel contatto. E attraverso il contatto continuiamo a vivere, definendoci di volta in volta, mentre scopriamo nuovi luoghi di appartenenza e di passaggio. Quando il contatto non è semplice caso ma desiderio, ci troviamo a far parte di una “connessione”, che implica lo sforzo di allacciare o riallacciare una relazione, la volontà di richiamare a sé l’altro e di offrire all’altro parte di ciò che si è. La ricerca della vicinanza può prendere molteplici forme; la memoria e la scrittura – che di memoria si nutre, ma che si proietta anche in avanti, oltre l’attesa – sono due canali privilegiati. Tuttavia, ogni vera connessione è fatta sia di vicinanza che di distanza, ovvero di quello spazio necessario alla messa a fuoco e al respiro, lontano dall’illusione del possesso e del controllo. Perché qualsiasi scambio si inscrive in un orizzonte più ampio, in una rete di “corrispondenze” che abbracciano l’esperienza singola, contingente, e ne fanno prezioso “trasmettitore” all’interno del circolo virtuoso attraverso il quale il senso non solo informa, ma trasforma.

 Raffaela Fazio

*

Fase 2: la voglia. (3 aprile 2020)

Credi che potremo

mai più baciarci?

Credi che io possa

ancora sentire fitto

l’ansia del tuo odore

spandersi confuso

dentro tutto quello

– tutto, anche matematico ! –

che mi concerne

che il mio olfatto si ferma ?

credi che potrai ancora

ammischiarti addosso

in qualche modo

ragno e cannibale

che non distinguo

e non capisco

la mia pelle dalla tua?

Credi che io possa

ancora percorrerti

come una strada nota

con la mia bocca

che voglio che ricoveri

in ogni tua parte

immune o positiva

al tampone la rifiuteresti?

che vuole morire

con il respiro vuoto

e l’ombra di questo primavera

che non conosce verità ?

Credi che io possa

ancora una volta

– una volta sola, ma che sia ! –

amarti fino a farmi

scoppiare questo cuore

e chiederti di farlo

battere ancora per te?

Marilina Giaquinta

*

Un piccolo colpo di reni

per chiedere l’abbraccio

e più sei forte

e meno pesi

la testa dritta

a perlustrare il mondo

(smemorato poi

nel cerchio della

madre quando

si sospende il tempo

fanno conchiglia

le braccia il seno

le lenzuola)

Cetta Petrollo

*

poesia enne delle parole importanti

cambiava e riponeva i panni dell’inverno     nella luce

già calda d’estate      saltata via la primavera come cancellata

ricordò all’improvviso una promessa di luce

una di quelle che ci si scambia quando si scambiano le parole

importanti attecchirono      improvvise come germogli di verde

per riportare la sua primavera persa     dentro le parole trovate

uno scambio di fedeltà nel calore del maggio

mai fidarsi degli impeti del proprio cuore

scalfiva una nuova lingua     scarnificandosi    come una nuova pelle

cercava promesse future come ossa risanate

Loredana Magazzeni

*

[…] È in quei giorni che ho scoperto, stretta intorno a me, l’esistenza di una comunità poetica. Una comunità che da mesi, instancabilmente, mi sostiene, insieme agli altri amici e ai miei familiari. Posso fare mia, ora, quella che prima mi sembrava una banalità: la poesia salva. Ha salvato me permettendomi di scrivere del dolore e sopportarlo, ma soprattutto facendomi conoscere tante persone che non smettono di darmi aiuto, conforto e amore. È grazie a queste connessioni, molte delle quali stabilite e mantenute in rete, che io oggi sono viva, e ho ancora una speranza. […]

Francesca Del Moro

*

copertina conessioni

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Connessioni. Antologia di autoaiuto poetico in tempo di lockdown
A cura di G. Musetti, C. Zironi
Editore: Vita Activa – Nuova Collana: Poiein
Data di Pubblicazione: 2022