Archive for the ‘poeti contemporanei’ Category

buone vacanze

20 luglio 2018

 

Alla bellezza che voi siete
ho dedicato questo blog.
Ne sono fiera, vorrei che lo sapeste

il giardino riaprirà a settembre

Annunci

Francesco Lorusso

15 luglio 2018

02 - COPERTINA Immagine

 

 

Quella di Francesco Lorusso è una scrittura palestrata, frutto di una buona dedizione all’esercizio del linguaggio. L’atmosfera è la casa e il mare, ma i luoghi si intrecciano, uscendo da un regionalismo troppo facile e un po’ scontatamente redditizio. Sin dalle prime battute si pongono le fondamenta della raccolta. A volte, persino un verso è già quasi un testo a sé. Dunque l’urbanistica di tali versi e delle strofe sembra registrare assennatamente “l’accatastamento dei popoli”, in atto progressivo. Scrittura incardinata in questa epoca, dunque. Ma la parabola della traiettoria di queste sequenze dirada il tratteggio mentre si va verso l’apice della narrazione. Man mano la metrica s’impone, persino unitamente a delle tracce di espressionismo d’altre latitudini. Poi, quando la scansione sta andando a compimento, compare qualche concessione al respiro geografico. Allora le individualità del linguaggio si manifestano più esplicitamente, come se i protagonisti della rappresentazione teatrale del vivere comparissero tutti insieme sulla scena. Perché è un coro, voce per voce, figura per figura, quello che va ad affrontare il sipario di questa apprezzabile raccolta.

Guido Oldani

 

I.
La volta bombata dalla bambagia
tira contromano il flusso della forza,
giunge e sospinge pure al ruvido della svolta
intaccato da trilli di suonerie personali
che aggiungono false connessioni
mentre ci migrano di continuo
tante equazioni dalla terra a noi
e con un canto solitario ne attendo
attonito l’attrazione dei tuoi occhi.

II.
La folla già si fondeva al fumo
scuro della sera quando il sogno
si sedeva dietro l’ordine del giorno
accarezzando tutte le nostre cose
come un canto alto di vento.
Perfino l’urlo sottile ghiaccia la superficie
e finge di fuggire la goccia di quella bocca
da un pensiero nella pancia che non ritorna
nel dissapore che con forza digerisco per te.

III.
Rapsodie diffuse silenziano la notte
ti trascinano fuori dalle acque aperte
da questo fiato inceppato nell’onda.
Sono i corpi che muovono la paura
sul mare delle parole marchiate
da una balbuzie digiuna e diversa.

IV.
E non sapremo mai fino dove
noi due fummo in fine sospinti
quali occhi adesso ci separano
e se giacciono il resto delle ombre
alla resa alta della pietra muraria
dove Marte ci pose in campo
un gioco a scambio traguardato
o la nostra porta tutt’ora persa
aperta nel mattino o nello specchio
del presente che oramai ci divide.

V.
Sei aperto da fessure al vento
che è frutto del lavoro di chi paga
di colui che consuma il nome
sul segno certo di suole sconosciute
le voci di una prigione indistinguibile
nervo montante di finestre troppo simili
a forme fatte lunghe di luce già mozza
mantenuta meticolosamente nascosta
all’ascolto di quella parte comune di bocca.

VI.
Si sbriciola pietra, la sola rimasta mite
e pure tu nella cosa perdi senso e via
insieme alla idea incisa nella prima età
mentre ora invisi gli occhi si sono divisi
e nel malore si infrange persino l’amore.
Dove riposa ora quel richiamo lontano,
quell’assenza immancabile di peso?
Sappiamo bene che si può parlare adesso,
inseguiti dal silenzio che ci accontenta
sotto i tanti numeri dei controlli costanti
e seppure si è soli e forse appena più veri
da noi a conti fatti non saremo mai più liberi.

VII.
Se questo verde pieno è con le carte
come negli sgoccioli delle stagioni
a noi non è possibile saperlo, ma cede
appena una parte sui sibili e ne resta coperto
con un rovinoso flesso fatale e finissimo
o come quando si va via solamente seduti
dentro gli specchi doppi oramai grigi di luce
che sono simili alle grinze che ci cuce la sorte.

VIII.
Il panno del fiato sulla superficie
combatte i prospetti dal setto preciso,
se l’oggetto ha l’anima di un atomo
deruba tutto fra i sostantivi presenti
e l’odore acre della carne dal gene sano.
Lunghi fusti di canne fumose
è il fregio che tocca a noi patire
ora che la firma delle bandiere
scuote l’aria fiera verso il basso
senza neppure la gloria delle guerre.

IX.
Così ritorno nella stanza nuda
fra l’umore immutato dei mobili
la sedia sperduta che non mi aspetta
e un suono lontano senza più luce.

X.
Sarà forse un fenomeno del freddo
che passa anche fra le loro consonanti
ma sappiamo che le pietre nascoste
con le mani non si pronunciano quasi mai.
Quale passo mente e separa in patria le voci
come l’ignoto di una divisa spersa
e il nome afono di un atto presente?
Possiamo solo illudere una ragione
noi terra nata già in lapidi senza croci
che senza una discendenza perfetta
subiamo i nostri padri stranieri… e lo sai.

          
              

Francesco Lorusso (Bari 1968), dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’attività concertistica solistica e di corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e Direttore di Coro, collaborando con diverse ensemble vocali.
Nella poesia, dopo aver ottenuto diverse menzioni e un premio nel 2003 con la lirica “Fra le carte”, al concorso “Città di Bari”, pubblica una corposa silloge sulla rivista “incroci”, dal titolo Nelle nove lune e altre poesie (Adda Editore, Bari 2005). Esce in volume con la raccolta Decodifiche (Cierregrafica, Verona 2007), nella collana Opera Prima, prefato da Flavio Ermini.
Con L’Ufficio del Personale (La Vita Felice, Milano 2014), con prefazione di Daniele Maria Pegorari e una nota del poeta Vittorino Curci, si qualifica secondo al 1° Premo Internazionale Salvatore Quasimodo di Roma nel 2015 e premiato con segnalazione alla VIII Edizione del Premio Di Liegro 2016 a Roma; raccogliendo un riscontro numeroso di critica.
La silloge che da il titolo alla sua ultima raccolta, Il secchio e Lo Specchio (Manni Editori, Lecce 2018), con una breve nota di Guidi Oldani, risulta già segnalata e premiata nel 2015, per gli inediti, alla XXIX edizione del Premio Montano.

Silvia Rosa

11 luglio 2018

cop intera Tempo di riserva - Silvia Rosa

TEMPO DI RISERVA di Silvia Rosa, Giuliano Ladolfi editore 2018

Dalla prefazone di Gabriella Montanari:

“[…] In queste poesie di Silvia tornano frequentemente termini o espressioni che hanno a che fare con lo sperpero, lo spreco, la quotidianità scolorita, la banalità di giornate tutte uguali, la gabbia domestica, la noia, il niente, il vuoto, la nudità, il buio, il freddo, il silenzio, l’assenza, le ombre, le illusioni, le delusioni. I corvi giorni, neri come i pensieri. E non tornano solo d’inverno. Ne sappiamo qualcosa tutti, credo. Leggendo Silvia ho pensato ai diari-confessione di Sylvia Plath, in particolare alla sua campana di vetro. Quel guscio invisibile capace di proteggerla dal mondo esterno e al tempo stesso soffocarla. E ho pensato a lei che cerca di scalfirlo con la poesia, unico, liberatorio antidoto all’asfissia.

[…] Tutto il calendario di Silvia, per quanto suddiviso in quattro momenti, è un’unica lunga stagione, quella che le condensa tutte e le osserva avvicendarsi senza sosta. È la stagione dell’analisi, della somma parziale, dello sguardo rivolto a quello che è già stato. E non torna. Al pari dell’infanzia, la vera protagonista di questa raccolta e, a mio avviso, uno dei pilastri della poetica di Silvia Rosa. Del resto, quello dell’infanzia, è un tempo non tempo. Immobile, quasi eterno, scrive lei. Irripetibile ma sempreverde nella memoria, traccia incancellabile, concime per l’età adulta.

[…] Silvia, Cappuccetto rosso, noi tutti, in quanto esseri umani, siamo deboli e possiamo sbagliare. Perdiamo l’ingenuità e l’innocenza infantili quando incontriamo i pericoli nascosti dentro e fuori noi stessi.
Riceviamo in cambio la saggezza di chi ha superato delle prove fondamentali. E anche vivere è una prova, forse la più necessaria e ardua. Percepire la giovinezza alle nostre
spalle. Non poter più scegliere la vita che avremmo voluto. E allora i corvi giorni di Silvia. Ma senza lamenti, senza autocommiserazione. La sua è una non rinuncia. E il lieto fine, se non dall’amore, verrà dalla poesia e dal suo potere taumaturgico.

[…]” (Gabriella Montanari).

*

TdR

Testi tratti da “Tempo di riserva” (Giuliano Ladolfi editore, 2018)

CHE SPERPERO QUESTA QUOTIDIANITÀ

Che sperpero questa quotidianità
svuotata di tenerezze, nudo
sasso che ci rimbalza contro, sguardo
d’orizzonte addomesticato asciutto

e io che costruivo
geometrie golose di parole
per rendere meno scialbo
il battito meccanico
della lingua contro i denti,
al modo dei bambini
provavo il gioco ripetuto
‒ serio ‒ di stringersi
ancora e sempre come se
non ci fosse un seguito)

che sperpero la morte bianca muta
da un giorno all’altro identico di piccole
lucciole di felicità intermittenti, schiacciate
al buio di un tempo così distratto che
persino la banalità del niente
avrebbe forse un sapore meno gretto.

*

QUELLA VOLTA

IMG_7393rr

Quella volta che il sole
è caduto per terra
con uno sparo di voce
dentro la sua stessa luce
colpito forte, sembravano
lucciole le schegge
che mi cascavano tra i capelli
legati in un nodo,
sembrava la fine di un mondo

ma poi la vita riprende ‒ così dicono ‒
solo meno luminosa e
un poco più fredda, scomoda,
la voce torna ai suoi silenzi
collusi con le ombre, torna
a non dire a dire a metà
a farsi lieve vento tra le nuvole
che da quella volta mi seguono
premurose, in fila

non ho capito se in un corteo funebre
o per darmi l’illusione di essere ancora
una sposa ancora la stessa di prima
‒ in attesa sempre ‒ ancora viva.

*

INVERNO VOLPE

La volpe ha il pelo elettrico
nocciola vivo, un ghigno
nella notte inverno con la coda teleferica
‒ non ha nido la menzogna(*) ‒
passa al vaglio la strada periferica
da nord a sud e ritorno, cerca la sua cena
mentre mi parli piano questa scena
si ripete dopo anni ancora identica,
insieme al sogno che mi cadevano
due denti e alle mani spuntavano
gli artigli e dappertutto avevo occhi aperti:
non ti fidi di nessuno, piccola gemella
che non mi somigli neanche un poco
questo è il tuo problema, dici tu, sei selvatica
o lo diceva qualcun altro, ma non importa
è sempre la stessa scena, la stessa corsa
lo stesso ottuso bisogno che preme a fari spenti

resta, ti prego, ancora un poco
voglio l’illusione della rosa che vale più di tutto
la caccia silenziosa, il pugnale tra le costole
la fitta di cometa sbattuta a testa in giù,
meritare lacrime e una coda nuova
luccicante da sfoggiare quando il giorno
arriva in fretta e chiede in cambio verità

quella carogna cacciata in una buca
per l’assalto della fame, per il dopo.

(*) Questo verso è di Fernando Pessoa

*

SILVIA

Tamara era un nome di spezie, ambra
il colore della pelle e il corpo sodo
che non ho avuto mai, così me lo immaginavo
portando a spasso tutti gli spigoli delle mie
vocali ‒ Silvia invece è un nome docile,
pensavo, di quelli che un uomo non si azzarderebbe
a sospirare di piacere, al limite silvestre
di un verde da piantina coltivata dietro una tenda
di cotone liso, chissà come sarebbe, mi dicevo
all’improvviso, avere il nome dell’amica immaginaria
che nei giochi dell’infanzia mi teneva compagnia,
‒ Ronca un volo di immaginazione
che tra le labbra di sicuro avrebbe un punto
di domanda ‒ ma che nome buffo, da dove viene?
Silvia compare poco nelle canzoni e di poesie
ce n’è ingombrante una, che lei alla fine muore giovane,
insomma, tutta un’attesa che sa di primavere e rose
e crinolina e danze di farfalle, anche loro poverine
destinate a scomparire presto.
Io volevo un nome esotico che mi facesse il seno bello
e l’andatura da valchiria, ma mi è capitato in sorte
d’essere due occhi troppi grandi e l’insistente vocazione
al sì con tanto d’eco verso il cielo, due pini sulla via
dello stupore dove mi arrampico con questa mia paura
di cadere intera sull’ultima lettera aperta
come una bocca d’aria piena, prima dello schianto.

*

32130678_10216767815417391_8066882221878804480_nSilvia (Giovanna) Rosa nasce nel 1976 a Torino, dove vive e insegna. Laureata in Scienze dell’Educazione, ha frequentato il Corso di Storytelling della Scuola Holden di Torino. È redattrice del blog “Argo – poesia del nostro tempo”, cura la rubrica “L’asterisco e la Margherita” per NiedernGasse, ed è tra le ideatrici di “Medicamenta- lingua di donna e altre scritture”, che propone una serie di letture, eventi e laboratori rivolti a donne italiane e straniere, lavorando con le loro narrazioni e le loro storie di vita. Si è occupata del progetto di traduzione poetica e interviste di alcuni autori argentini, dal titolo Italia Argentina ida y vuelta: incontri poetici, pubblicato nel 2017 in e-book, a cura di Versante Ripido e La Recherche. Suoi testi poetici e in prosa sono presenti in diversi volumi antologici e sono apparsi in riviste, siti e blog letterari. Tra le sue pubblicazioni: le raccolte poetiche Tempo di riserva (Giuliano Ladolfi editore, 2018), Genealogia imperfetta (La Vita Felice, 2014), SoloMinuscolaScrittura (La vita Felice, 2012), Di sole voci (LietoColle, 2010 -II ediz. 2012); il saggio di storia contemporanea Italiane d’Argentina. Storia e memorie di un secolo d’emigrazione al femminile (1860-1960) (Ananke Edizioni, 2013); il libro di racconti Del suo essere un corpo (Montedit Edizioni, 2010).

*

*QUELLA VOLTA testo di Silvia Rosa, photo di Romina Dughero.

 

Ursprunglichen Leben

5 luglio 2018

35779280_10211833493135279_3084843522864447488_n 

 poesia e pittura in dialogo
Martina Dalla Stella, Silvia Secco e Claudia Zironi

 

Due donne, anzi tre sì, tre amiche che celebrano il fatto di essere tali con un libro che quando  lo si chiude non si sa  se ti abbia toccato più Claudia per la concretezza che le fa scrivere “ non basta dare il nome / alla rose, Silvia, esse/ devono avere consistenza/ e aspetto al cospetto/del pensiero, la rosa sta nel nome/ esistendo pensata quando/ nome e rosa insieme/ si sostanziano, quando/ anche la rosa a te pensa //, oppure Silvia che vuole sottolineare la sua fragilità qui : “  Occorre dire alla rosa che è rossa/Chiamare ROSA la rosa. L’intera/ rosa. E la rosa sfogliata, il petalo chiuso nel libro/ una memoria del tatto, l’odore/ scampato al gelo, lo stele reciso/ all’altezza del nodo. Non termina/ mai l’essere rosa l’ultimo lembo/ rimasto a sfioritura e non è rosa/ già il seme della rosa ? Vedi, cose/ così come questa mutano/ se ne muti una sola consonante,/ e una c fa comune il nome proprio./ Nella distrazione la rosa smette “// o anche la pittrice Martina che nei suoi quadri stende talvolta velature sottili come ragnatele, come quando ritrae gli “ alchechengi “, o sa rendere tutta la tensione dell’attesa quando dipinge una lunga fila di uccelli sopra un filo nel quadro “ aspettando per migrare “, ed aggiunge a titolo esplicativo di un sé timorosamente nascosto “ anch’io così “.

 

Tre donne giovani che dichiarano fin dall’inizio, dall’esergo del loro lavoro,- citando un verso del poeta Frost che dice- “ due strade divergevano in un bosco ed io-/ io presi la meno battuta/ e questo ha fatto tutta la differenza//  che sanno ove vogliono dirigersi e lo fanno bene questo viaggio poetico che ci parla del loro modo di porsi nel mondo in cui vivono e viviamo.

 

Parlano di sé, dei propri desideri, delle loro passioni, anche le più dolenti come fa Silvia in questa sua : “ Senti come vengo a chiedere. Come/ti chiamo : mani e nome. Che sai/ montare alta, marea e piena, allagare/. Guarda come mi riduci: fradicia e/ bellissima, come mai sono stata./ Toccami lì dov’è la ferita e lì/ entra/, slabbra e straziami che sai/ dei brividi in agguato sulle scale/ dei lividi che poi dovrò coprire/ quando te ne andrai e dovrò sorriderne./ Scavami e trova. Le dita di chi ama/ si sfiorano sul libri e sotto i tavoli/ e tu lo sai che sono scalza e nuda/ davanti a te come davanti al mare//, ma anche Claudia si metta a nudo in questa sofferente : “  L’acqua cade sempre su altra/ acqua, seppure in altra forma/ e non si chiede il tempo// Sarò prima di te ombra, quando/ starai seduto davanti a casa/in attesa del tramonto. Ti coprirò/ i piedi come capelli, le ginocchia/ come accucciandomi. Porterò/ una nuvola di pioggia dall’oriente/umida e calda di monsone, profumata/ di zenzero e vaniglia. Risalirò / le cosce tue/ alle venti e trenta della sera.// Saprà poi l’acqua come amarti.//.

 

Ma non è il loro soltanto un canto autocelebrativo, dentro il loro scrivere è anche forte l’attenzione al decadimento della nostra umanità, l’ esserci ridotti come pietre su cui, scrive Claudia “ si era evoluta una ben strana razza “ che “ non poteva volare “ ed era “ dall’intelligenza non ben orientata “ in un tempo in cui “ ciascuno si credeva migliore degli altri“, e conclude la Zironi “ il nostro silenzio li annientò. A nome di tutte le pietre/ ancora oggi ce ne dispiace “. Ma pure la Secco non nutre molta fiducia nel nostro futuro quando scrive : “ Le anziane madri -le mani sul ventre/ che ha custodito- hanno nozione/ del tempo. Ci cantano all’orecchio/ che ne avremo, da morte, per riposare/ la quiete concessa finalmente/ la coerenza dell’ultima parola/ fissata nell’eternità, quando saremo pietre/ purissimi diamanti, e non avremo pietà/ di nessuno. Allora, senza gli occhi, senza l’opinione/ saremo trasparenti esseri di perfezione./ Sceglieranno per noi i fiori delle spose. Poi/ dopo le cerimonie, ci dimenticheranno .//

 

E saremo dimenticati anche noi umani, pietre inutili e aride per colpa dell’indifferenza al male che contraddistingue questa nostra storia recente, piena di sofferenza urlata ma inascoltata, ricca soltanto del nostro silenzio colpevole nei confronti dei tanti che ci chiedono accoglienza.

Ecco cosa scrive Claudia : “ tutti in fila/come bambini/.Tutti in fila/ come a scuola/. Fate i bravi soldatini !/ Mettetevi i fila per la marcia/. Alla fermata/ ben educati/ tutti quanti formate la fila/. Tutti in fila sulla banchina/ uomini e sogni/ nei sacchi di plastica “,  e aggiunge Silvia sulla stessa pagina :
“ dove il mare arriva siamo in tredici/ fradici a guardare tredici paia/ di piedi nel fuoruscire dai sacchi/ sacchi di sogni e di sale/ sabbia nei tredici sacchi/ sabbia e sale e l’acqua in luogo dell’aria/ a riempire i polmoni. E i piedi/ tredici paia : / trattati somatici adatti alla platea / dei telegiornali. Tredici paia/ uguali in tutto e per tutto al mio paio/ da lontano da dove li guardiamo/ scordarsi dei passi, annerire./ Degli ultimi tredici passi/ chi ci verrà a dire ? E dei nomi ? / Tredici nomi gridati, pianti/ pensati, gridati nomi affidati/ a un dio in tutto e per tutto uguale/ al mio: come lui sordo, dove il mare/ giunge ed aggiunge al tredici al totale.//

 

Ci si allontana da questo libro con il piacere di aver fatto ancora una volta un incontro fortunato con queste due poetesse che in molte  altre occasioni hanno già dimostrato tutta la loro bravura, ma resta un poco di amaro in bocca per la sottile vena di tristezza che sta alla base di quasi tutti i  loro pezzi, ed anche gli oli di Marina Della Stella ci lanciano unghiate dolorose tutte condensate in un volto di madre  ritratto superbamente alla maniera della migliore pittura espressionista.

 

Non mi resta che aggiungere il mio apprezzamento per la veste tipografica del libro, originale per la sua dimensione orizzontale anziché verticale come comunemente si fanno i libri, per i colori che sembrano aderenti in modo perfetto ai quadri, e per il gusto nella scelta delle poesie messe in lista.

Luigi Paraboschi 26.6.2018

 

 

35877639_10211846582742511_5266527419916877824_n

Silvia Secco e Claudia Zironi condividono da anni la rappresentazione delle loro singolarità artistiche. Il recente progetto di poesia in dialogo, Ursprunglichen Leben, è scaturito da esperienze di recital comuni che si sono tenuti nel 2017 a Messina e a Ercolano e nel 2018 a Vicenza. Le poesie di Claudia e Silvia dialogano tra di loro in sequenze multivoce, ripetizioni, silenzi, toccando temi filosofici, civili e amorosi. I versi sono accompagnati e scanditi dalle esecuzioni musicali di giovani artisti. Durante il recital viene coinvolto anche il senso della vista, mediante la proiezione dei dipinti di Martina Dalla Stella, con la quale le poete da tempo collaborano, che si unisce al “dialogo” in modo assolutamente pregnante. Dal progetto del recital è nato un “libretto di sala”, questo vero e proprio piccolo libro d’arte, firmato Edizionifolli, che raccoglie i testi di Silvia e Claudia ed è illustrato a colori con i dipinti di Martina.

 

 

Paola Cingolani

28 giugno 2018

31345792_1210920302378695_9077534923375509504_n

Paola Cingolani ha la peculiarità di scrivere con forza e chiarezza il suo mondo interiore.
Nei suoi testi affiora l’autenticità di chi la poesia l’ha assimilata e amata, l’ha fatta propria e riversata nella scrittura come un retaggio di pensiero che tutto abbraccia.
Un “ermo colle” dal quale osserva tutto ciò che accade e lo trasforma in versi di grande impatto emotivo.
C’è un senso epico della vita, quasi una richiesta di spiegazione divina all’esistenza, pur sapendo che le domande non saranno evase.
Vive il suo essere donna e poeta con fierezza, con la consapevolezza di chi sa che, oltre la bellezza, esiste anche il lato oscuro in ogni cosa, ma lo disvela, trasformandolo in un lirismo vitale, privo di formalismi, essenziale nella sua espressività.
La sua poesia assomiglia talvolta a un dialogare tra più anime, menti che annotano sé stesse nella costante necessità di approfondire il senso della vita. E l’oltre.

                                                                                                                                         cb

                                 

         

 Basta: è tempo

Basta appena un gesto
solo un piccolo gesto
chè si eviti un guasto.

Ci vuole assai poco
un nonnulla _appena_
fà la differenza piena.

S’è il tutto a mancare
persino ogni senso
scade l’umana logica.

Basta: è tempo.

Non ho vuoti da rendere
né nulla da pretendere
senza volere inutile dare.

Non si vive stallando
sospesi
arresi
no, basta, è tutto finito
neppure conta chi ha capito.

Per fare la differenza
la realtà vuole
una minima sostanza.

Dal mondo all’io
– dall’io al mondo
è un viaggio
universale:
andata difficile
ritorno anche
ma da farsi.
È l’inversione
delle proporzioni
note
è altra grandezza
indefinita.

Essere umani
è discutere tutto
rivalutare le cose
sapersi reinventare
cercare – almeno
di guardarsi.
Essere umani
per scegliere
una strada
dopo l’altra

poi – camminare
senza le tracce.
Essere umani
è fregarsene
del tempo andato
scrutando oltre
ignorare – per scelta
verità vetuste.

Forse è vera solo la poesia
_smussa le parole modellandole_
proprio come i millenni fanno
con le pietre
o come il mare che erode le coste
e le scogliere
inesorabilmente
queste sono le mie spiagge
_ la nostra terra di mezzo_
c’’è ogni cosa
ci sono tutti gli elementi-
il tempo dona loro voci
a noi il compito d’ascoltarle
potendole decriptare
riuscendo a tradurle
“nell’esperanto dell’anima”

Fra Scilla e Cariddi

Soprav-vivendo
ho capitalizzato domande
ho osservato l’umanità
e cos’è l’uomo? mi sono chiesta
un essere miope
_ché non sempre vede_
un individuo dissociato
_ché deforma la realtà_
una persona schizofrenica
_ché un po’ odia e un po’ ama_

in bilico costante
fra bene e male
ambisce a passeggiare
_immune_
fra Scilla e Cariddi
e ancora si perde
dopo tempi biblici
il vate ha più ragione
d’ogni geolocalizzazione
l’umanità è impazzita
colta da frenesie
che illudono sulla vita
cresce la depressione
in proporzione
al calo di sopportazione
noi soprav-viviamo
d’istanti distanti e distinti
infiniti punti sulla retta spaziotemporale
bosoni e fotoni proiettati nell’universo mondo
con l’assurda pretesa
di mappare un destino ignoto e superiore
lìambizione induce al compromesso
ignobile _letale_
assoluta-mente non geniale
ci mancano le parole giuste
siamo ormai privi di tutto
e-le-menti stallano
senza più riferi-menti

L’assenza

L’assenza non manca: le devo piacere, non m’abbandona.
Non mi lascia mai – sì che la chiamano as-senza –
ma, onestamente, non saprei dire come si vive senza.
L’assenza è mancanza che non manca
e non mi è mai mancata nell’esistenza.
L’assenza, io, la posso analizzare – con precisione chirurgica –
così come la posso distintamente vedere e raccontare.
L’assenza ha pure il suo colore e infinite sfumature,
la posso disegnare: è viola, è come la mia faccia da sola.
Fra passato e presente riesco a declinarla con coerenza,
ridotta ai minimi termini resta una desinenza,
l’essenza dell’assenza – in relazione al tutto – resta il senza.
Mancai, è vero, da imperfetta mancavo, così pure manco e
– nella certezza dell’incerto futuro – mancherò.
Non m’è consolazione una futura as-senza in comunione
– non sarebbe più neanche assenza –
e, persino di lei, resterei senza.

Primi soffi di maestrale
Il maestrale sibila
gonfiando la schiuma delle onde.
Vecchie nasse strappate
sbattono sulla battigia
intanto la capitana cammina
fischiando in faccia al vento.
***
Strani tonfi e suoni buffi
come sugheri nell’acqua
provocano quello sciabordio.
A tratti s’odono appena
a tratti stridono forte
in un crescendo rossiniano.
***
La capitana continua
si porta le mani al viso
si scosta i capelli ricci
scruta l’orizzonte.
Sorride e respira a fondo
s’inebria di sale
se ne impregna la mente.
***
Qualche gabbiano la segue
restando a debita distanza
incuriosito e spaurito.

Se il vuoto
– che mi attraversa
su commissione –
potesse uccidere,
incarnerei il miracolo
della resurrezione.
Ma è la mancanza
il vero demone
dell’umanità,
la sola che
può affogare.
Quando ritorni tu
– che non sei

un eroe epico –
lo dovresti capire.

Apprendo di non esistere
– se non come fossi
il vuoto cosmico –
agli occhi di chi ha ricevuto
la mia considerazione
così m’adeguo.
Adesso risiedo nella distanza
e ancora vi risiederò domani.
Il niente è la punizione peggiore.
Annichilita dal nulla
mi sono spostata altrove.
Ch’io sia colpevole
involontariamente
di credito immeritato?
Può darsi – anzi – lo sono.
Lo ho ripreso
come lo avevo dato.

Dovrebbe esistere un deus ex machina
– farebbe molto comodo un lieto fine –
ma non c’è, così, volenti e dolenti, orfani
della divinità che ci libera dai mali amen,
saremmo anche tenuti a capire cos’è la vita.
Dovrebbero darci almeno le istruzioni per l’;uso
– sapremmo come organizzarci minimamente –
ma non ci sono, così, imbranati e convinti,
ci sforziamo di muoverci come gli autodidatti,
riusciamo a fare la cosa giusta quasi per caso,
sbagliamo da professionisti senza mai capirlo.
Forse – il mitico deus ex machina – sapeva già di noi
– non volendo essere anche lui dolente e perdente –
ci ha scartati a priori, per non confondersi affatto,
perchè l’umanità, un lieto fine, lo contaminerebbe.

 

Paola Cingolani dice di sé:
Sono nata e risiedo a Porto Potenza Picena. Amo la poesia, ho un blog con uno pseudonimo, sempre con uno pseudonimo ho vinto un concorso di poesia nazionale.
Col mio nome, invece, sono fiera di aver vinto #semprecaromifu (scelta di versi e immagini su Leopardi, promosso dall’Unesco).
Tengo una rubrica su @Libreriamo blog dove mi occupo di poesia.
In rete – su Twitter – ho lanciato tanti hashtag letterari e collezionato infinite tendenze.

 

Carlo Alberto Simonetti

22 giugno 2018

Riproposte

Carlo Alberto Simonetti 1977

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2015/04/07/carlo-alberto-simonetti/

Brigida Liparoti

15 giugno 2018

34557763_10216886335610079_7134246407313031168_n

 

Cantiere
            

L’ala è dolorante

senza risparmio continua a sostenere

il volo assurdo

.

Nella ruggine

una lima pulisce con violenza

il suo lavoro è raschiare

.

Coi piedi bagnati e l’ombrello

ascolto la prova della pioggia

a rinfrescare il mare

.

altri marinai aggiustano le reti

e nel cantiere

un’anima che non capisco canta

.

non ha pescato

ma tornerà a casa sfamando

l’intera famiglia

                      
                          
Scherzi

Un piccolo scherzo di jazz, quel lieve solletico di piatti ingentiliti di sugo e alito di fiammella.

Ecco lo sfondo di questo momento. Uno scherzo di bimbi cresciuti, fatto insieme d’armoniche risa e profumo di ricordi.

Ricordi di bambina che gioca troppo spesso da sola e che, da sola, impara a suonare la chitarra non più bambina. Scherzi di una neve-nave, nastro trasportatore verso quel domani di costruzione, nel posto utile alla comunità ma che assolvo comunque da sola, come nuvola nel cielo altrimenti limpido.

Io, che limpida non la sono e che di pensieri limpidi non ne accolgo, ora.

Scherzo, gusto di liquirizia è il fumo che esce dalla bocca, in questi geli di cuore che, col brivido, rendo alla giustizia del sole ostinato. La sua certezza è salvezza, uno scherzo che in questo momento brucerei nel desiderio di respingere, insieme al dicembre ancora gestante. Quanto ancora servirà, per allontanarmi dallo smash a singola racchetta? Eppure l’attesa non soddisfa. Non posso farci molto, se le corde vibrano.

Il jazz mi ammala.
                     
                        

Sposa d’ottobre

Ecco la porta che porta

al sagrato della giusta ora

al sonno sul lenzuolo pulito che si posa

sull’umidità della terra.
                      
                        

solo tra fili d’erba

Nutrirsi di quell’acqua che sorge ad est, scavarsi le mani per raccoglierla e scoprirsi poca.

Il tetto del cielo terge ogni sole da secoli, tutto intorno. La terra si fa sfondare ancora senza pietà sottopelle e nel nascondimento incolore scorre inesorabile. Scava, plasma e modella, creta cruda. L’alito percorre sul filo della pelle, nel cielo che cambia repentino. Ansima il fiato del vento, umido d’oceano poco lontano. Appanna i cristallini disciolti a rubare scintille di sole e divengono fuoco nell’acqua.

Terra antica di peluria verde e tamburi, danze in zufoli e risa di birra…

Ti ricordo, si ti ricordo qui, a danzare nel troppo caldo dello Stura, quell’anno. Il tuo festival mi ha accolto
                 
                       

Il giro dell’orologio

Gas scioglie, dissipa, rilassa

ma tu non aver paura

ché dura un attimo.

Mareggiate forti

e timore di non arrivare

sei, stipato tra mille altri di te

dopo aver pagato un prezzo

volevano farti perdere valore

!Dissero che l’orrore non uccide

eppure puntuale ad ogni giro d’orologio

si presenta

Anche qui ogni giorno mostra la sua guerra

svicolando nelle arterie cittadine

e nella tua guerra personale

metteresti persino le ali

per arrivare

a quel “suo” primo pianto
                  
                     

Il capitano del fischio

sulla fronte alta degli abeti

cantasti la melodìa

che eri e che fu urlo

di rabbia pece, distese cobalto

calme

e

pesci parlanti alle reti squarciate

in giochi bagnati

.

in quel giorno grosso

ma poi snello e sinuoso

sempre risorsa

di perduti

che invasero la via

dei vissuti

sono fischi nella bocca del vento

che cambia direzione
              
                       

Il nero e il bianco

nero senza gelo

in questo falso luglio

dalla voce grossa

il cielo lava, senza disturbo

le tasche della terra sono piene

ed anche io

ma il canto nel cuore non lascia spazio

alle nuvole

che minacciano ancora
                     
                           
                            

Brigida Liparoti nasce nel 1969 a Trapani, ove rimane fino alla metà del 1997.
Ama definirsi una “zappatrice di tastiere”, tuttavia una sua poesia ha fatto il giro dell’Europa nel 2015/16, a seguito del dipinto “Giacigli” di Alessandra Lugli, il quale ha vinto un premio al Festival Dei Due Mondi di Spoleto nel luglio del 2015. Un anno prima, sempre con Alessandra Lugli, aveva stampato –privatamente- un opuscolo con foto di dipinti e poesie ad essi ispirate, che rimase a disposizione di pochi intimi.

Nel novembre 2016, in occasione di un congresso nel panorama giudiziario patrocinato dalla Provincia di Monza e Brianza, avente la delicata tematica della gestione della “violenza sulle donne”, la direttrice della Compagnia Bolero di Roma, Patrizia Masi, ha voluto fortemente la poesia “Sulle Labbra” e, nello stesso contesto, ha recitato con un attore della compagnia un piccolo dialogo al quale la stessa Brigida ha partecipato alla stesura del testo.

Ama profondamente i poeti dediti al filone “ermetico”, pur non disdegnando l’autorato contemporaneo e il suo prossimo obiettivo è di riuscire (con opportuni studi) ad elaborare poesia in chiave Metasemantica (forse perché ama giocare con le parole, ma seriamente!).

“Non saprei cos’altro scrivere, di me. Sono estrosa, leggo poesia col capo chino, come se stessi ricevendo un bacio sulla fronte. Ne faccio diagnosi, fino ad estrapolarne le motivazioni che mi portano alle sensazioni che provo. Come fosse cibo.”

brigi inthebigcake

Lucetta Frisa

6 giugno 2018

riproposte

frisa 2

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/10/01/lucetta-frisa-2/

Guglielmo Aprile

29 maggio 2018

TalentoEquil   aprile-810x605

 

Sala d’attesa

È in errore chi afferma
di aver avvistato al largo i delfini,
ci vede male o si fa gioco di proposito
della credulità popolare,

fin dalle prime ore
facciamo all’impiedi la fila
all’entrata del gigantesco outlet
la cui inaugurazione è prevista oggi,

ma non sarà bello scoprire
che al suo interno i banconi sono vuoti;
ci hanno ammassati in questa semibuia

sala d’attesa, ogni due ore circa
la porta si apre, un inserviente convoca
un altro: deve consegnargli un foglio

che quello saprà a memoria da anni.

                        

Per quale ricompensa

L’impazienza dei passeggeri
è ingiustificata, a confronto
con la scarsa attrattiva della meta finale.

Si dimenticano presto i nomi
delle stazioni superate;
requisiti alla dogana
i regali dei compleanni passati,
le creme contro le rughe,
le candele all’incenso per la casa.
l’elenco dei monumenti da vedere.

All’arrivo
troverò nebbia ad accogliermi al binario
e uno scheletro di balena
macchiato di muschio.

                 

Sfasatura

Non c’è corrisondenza
tra le parole del banditore
e l’interno della scatola colorata;

i denti caduti e seminati
non daranno raccolto,
scartata la fiammante confezione regalo
l’abito sarà di un paio di taglie più corto;

e quante volte, povera piccola,
resterai delusa
dai distributori automatici
che non rilasciano il resto.

                              

Obiettivi raggiunti

Quella smania di frugare negli armadi
in cerca di una pista fra le dune
fino a Saba e alle sue porte d’oro,
almeno una lezione l’ha data:

non c’è che segatura
dietro le seduzioni del legno lavorato,
le tarme dettano i loro comandamenti
sotto il completo della Comunione;

non si affonda la mano
nella gola dell’alligatore, se non per apprendere
che il cielo non esiste.

                            

Demistificazione

C’è un’impostura clamorosa
nei ritratti oleografici del sabato sera.
La gente esce dai negozi
con buste piene di pietre nelle mani
orgogliosa
dei propri colorati guanti nuovi,
la segatura degli uomini
costeggia
il bordo di un maelstrom, anche in mezzo
allo squittire delle luminarie,
di ognuno attraverso lo sguardo
leggo perfino
il bosco ingordo a cui sta facendo ritorno,
la tumefazione che preme
sotto il vestito della sera;

non ho per fratelli
che i lampioni impassibili
alle strade furibonde e al loro
inseguirsi, divorarsi a vicenda.

                           

Giusto mezzo

L’uomo ha tratti da anfibio,
si succedono i gesti
in apnea e le inferriate
lungo i cancelli chiusi,
i suoni più laceranti si smorzano
nell’acqua e nella sua densa
opacità sonnolenta
ma l’ossigeno brucia i polmoni,
c’è troppo freddo
se tiriamo su la faccia anche un attimo,
non duriamo a lungo
né in superficie né sotto,

specie ibrida, non siamo adatti
alla terraferma e alle sue condizioni strette
ma neanche impariamo a nuotare.

Otturiamo una carie
con ubriacanti passi di rumba
e trottole da far girare sempre più veloci;

alziamo il volume alle casse,
riempiamo a ritmo forsennato i secchi,
facciamo più rumore,

per non sentire fuori dai vetri chiusi
la pioggia che striscia e fa ambigue insinuazioni,
declamiamo a piena voce

le medaglie e i titoli, per coprire
il cigolio della puleggia inceppata,
il dito incastrato tra le ganasce;

mondo che affonda, certi pomeriggi
di nebbia, nelle proprie
sempre più larghe piaghe da decubito.

                           

Il gioco della morra

L’ospite ama fare improvvisate,
verrà a citofonarmi
quando sono in pigiama o sotto la doccia:
jazzista dei calendari,
si beffa dei pronostici,
è il fattore sorpresa
che lo rende imbattibile alle carte,
ha una mano
veloce e furbissima, con cui apre
a caso ogni giorno i suoi elenchi,
possiede in rubrica i recapiti
di tutti gli imboscati,
potrebbe in qualunque momento
raggiungerli, non è che per pigrizia
se non lo ha fatto ancora.

                           

Ostaggi

C’è chi, malgrado
il peggioramento del meteo
e l’instabilità dei mercati,
riesce a non pensare
ai calcinacci nello stomaco,
alle scarpe che si arrugginiscono:
accenna perfino un passo di giga
sul violino dei passeri alle cinque;

affezionarsi alla primavera,
sindrome di Stoccolma
verso un sequestratore che si fa degli scrupoli,
in fondo nemmeno così cattivo.

                              

Il giorno dopo

Il romanico della neve
dona una certa grazia all’inverno
e alle sue geometrie rachitiche:

spegne il morso della lebbra
sugli zigomi delle strade,
smussa i canini agli alberi;

poi la mammella del cielo
si sgonfia: il fango svela
sotto quel soffice marmo il suo inganno,

è una bugia che dura un giorno
il bianco.

                           

Saggezza da netturbini

1

Nella polifonia discordante del traffico
non è facile riconoscere
un motivo armonico credibile.

Ho paura che non ci sia un bel niente,
dietro la fuga
di quadratini rosa sulle pareti del bagno;

meglio ovattare
la lisca di pesce incastrata tra le gengive
sotto sciarpe pesanti,
adatte ai rigori del primo mattino.

2

Nei denti è scritta la storia di ognuno,
solo le alghe
prima e a conclusione
di ogni discorso, di ogni nastro di Moebius.

Non siamo un’eccezione
ai tanti modelli automobilistici
usciti fuori mercato,
faremo la fine dei quasar.

                                       

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È stato autore di alcune raccolte di poesia, tra le quali “Il dio che vaga col vento” (Puntoacapo Editrice), “Nessun mattino sarà mai l’ultimo” (Zone), “L’assedio di Famagosta” (Lietocolle), “Calypso” (Oedipus); per la saggistica, ha collaborato con alcune riviste con studi su D’Annunzio, Luzi, Boccaccio e Marino, oltre che sulla poesia del Novecento.

Daniela Cattani Rusich

21 maggio 2018

riproposte

daniela cattani rusich

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/06/23/daniela-cattani-rusich/

Fausto Paolo Filograna

12 maggio 2018

Copertina persona

Immagine profilo

 

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte
le tue creature, spetialmente
messor lo frate sole, lo qual
è iorno, et allumini noi per lui.

Francesco d’Assisi

Eravamo a Gallipoli notte piena
eravamo pochi e bianchi faceva freddo
non ho voglia di mangiare questa notte
eravamo suicidi e battezzandi
attraverso la strada principale si arriva presto

fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare
la bionda seduta è vestita uguale all’altra
e ha gli occhi di un uomo morto
fermate la bionda non sopravvivrà
ha gli occhi di chi se lo prende il mare

un tizio con una torcia è messo a scacciarci
siamo troppi e puri come bestemmie
siamo santi e tutti troppo prossimi alla morte
un’estrema pulizia regna incontrastata tra gli ombrelloni e il mare.

Una città ci deve essere

Ma una città ci dev’essere
e dal mare merita un excursus.
Insegne a forma di croce ne diffondono la luce intermittente
la città ne vive illuminata a volte sì e a volte no
– e nel complesso no -.
Un tizio un girovago solo intuìto dai passi
o solo immaginato incedere, qualcuno
con scarpe leggere passa sulle macerie
e rotola, coi piedi, o con le scarpe
pietre sulla strada di pietre
piedi bianchi che possiamo solo intuire
strada nera che possiamo soltanto immaginare
scostano e fanno rotolare
pietre e caclinacci e i ferri
dei lavori incompiuti e lasciati lì senza nome.
Resti dell’acqua
di quando c’era l’acqua
questo è quello che fa l’acqua: portare
restare
senza esserci più.

Non c’è bisogno di immaginare luoghi, antiche regioni
cantieri abbandonati, desolazioni
residui del mare è soltanto
terra, visitata durante una stagione estiva
e abbandonata sotto i vestiti delle donne
andate, e ancora immaginate
svestirsi e rivestirsi dopo un bagno
e lasciare ciò che erano e andare via
come se ne vanno i serpenti
terra
tanta, morta soltanto perché visibile
terra con non più acqua
nata (ma sarà
poi vero?) per morte.
Il mare ha lasciato carte di consumazioni e manciate di ossa
da calciare e spostare con la punta della scarpa. Vieni
guardiamo meglio
non ci è rimasta
che simbologia
e l’importanza
del nome. Il tempio
è rovesciato.
Gli atridi piangono le colonne.
Dio se n’è andato.
Questo cumulo di ossa
questa volta chiamiamolo madre
perché con amore va guardato.

Vita senz’acqua

Vita senz’acqua
dove c’era acqua, dove c’era un fiume, o forse –
e più probabile –
il mare. Il mare, nella sua Onnipotenza
dominava su tutto.
Magari
non essere più
niente se non qualcosa, qualcosa
se non niente come questa città
ricordata solo per essere ciò in cui una volta
c’era il mare
come la donna che piange ad un angolo
e forse urla senza definizione
con la mano capiente per contenere…
l’essere, probabilmente, e poi
dimenticarsene. In questa città
c’era il mare, dove ora sono ossa
e manciate di respiro di Dio,
da amare solo per amore
(di Dio).
Strade strade strade, viste una volta
nell’aprirsi di un sole mattutino, marmi
come corpi fuoriuscenti dall’acqua bagnati
vivi solo della loro splendente impermeabilità.
Immagini ripeterla fino al cuore, uguali superfici
ripetere se stesse – se fosse un cuore
marmo e superficie, in perfetta continuità
un David riemergere dalle acque, in perfetta
ripetizione di sé un cuore di pelle risplendente col nome di strade
«questa strada la chiamerete
la strada che ha contenuto Dio»
Questa città ha unito il tempo
questa città la chiameremo brocca
perché il mare ha contenuto.
Alla domanda: di una brocca
pròvati a dissetare
non risponderemo.
(E della divisione
fece supremazia).

 

Ricordo di spessore

Vita è violenza di immaginazione
o solo ricordo
e qui, sulla via del mare
solo una foto emerge tra i calcinacci. Le pietre
non scoprono gli occhi
e tutto è ciò che è solamente. Non qui
non qui si può volare dal mondo, non
qui riemergere o spirare, qui
saria già troppo
immaginare.
Tutto questo spazio
non è che arbitraria voglia di danzare,
volare tra i crocicchi in assenza di peso
ma ci vogliono ali, ci vogliono gambe a danzare
e ci vogliono occhi, almeno
dotati di gambe; la luce
non è che luce, di stelle o vetrine
e una danza, in definitiva, non attraversa la strada: puoi solo immaginare
ciò che vive in assenza, la danza di foglie
che non avviene
dalla schiera dei caseggiati
a quella di fronte. Qui
non emerge che una foto,
nella luce impossibile e forse
ricordo di stelle lontane. Le pietre
ne sconvolgono il volto, ne nascondono gli occhi
abbreviati e forse stesi
come guardare in alto l’uomo
che ti sotterra.
Così leggemmo scritto su una targa ciò che non ha occhi
non chiamarlo volto
è ciò che è solamente
come un’automobile che, spiegando le ali
non si riesce ad alzare.
Così gli occhi non sporgono a scostare le pietre
ciò che è è solamente
sotto le macerie appena la metà
e il resto
è solo ricordo
e voglia
di religione…

È solo violenza l’umano
prevaricazione o eccessivo sforzo,
in fin dei conti fraintendimento.
Colore sbiadito, o foglia
che si posa su un volto ghiacciato
senza per questo farne un albero.
Trasparenza in fin dei conti
senza corpo da trasparire
luce, ricordo travolto di luce
¬luce che non può nutrire, luce
soltanto. Miracolo
è la trasparenza. Le insegne religiose delle discoteche
ne diffondono le intermittenze
e tutto è ciò che è solamente
luce
e ricordo di spessore. Qualcosa
color ametista.
Pietà Signore, pietà.

Una città ci dev’essere, e questa
ha conosciuto le tenebre delle vetrine
il silenzio delle croci disabitate da anni e mai
rinfrescate da un corpo
e qui, definitivamente chiamate
strade.

Ekstasis

San Tommaso, fantoccio impagliato,
aveva una penna a gridare per lui
brutto com’era. Risorto, si sa,
ma prima, ahilui, morto.
Conobbe la sofferenza, e la ripudiò
ma la più grande grandezza
è soffrire, la più grande santità
morire. Così
dissi all’epigrafe di una madre: felice
io sono della tua morte
felice della tua vita finita
della tua malattia, della tua bianca
nullità, della tua mortificazione.
Ma questa volta chiamiamola
glorificazione.
Ascolta…
Il canto che viene da ovunque –
da sciami di televisioni abbandonate
o forse dal petto del nostro girovago –
non risuona per le strade
è come un filo che si dipana per le strade
e non risuona.
Non è voce, questa, risuonante
poiché non c’è un petto in cui risuonare
e i corpi che giacciono qui tutti intorno
non hanno cavità o pance
sono come casse armoniche rotte
e noi, acquattati con le schiene lungo i muri
non sapremo mai se il canto che udiamo
sia un canto di gioia
o un grido dell’umano
più lugubre e più tetro
del vento che passa tra i fili degli autobus.
Potremmo urlare, certamente, e questo
è ciò che fa quella donna rannicchiata ad un angolo
senza gridare solo soffrire
senza eco nelle pance degli uomini vuoti
così la sua morte continua
ricorda la morte dei pesci o l’urlo dei terremoti
nelle falde oceaniche subissati da chilometri di metri cubi di acqua e forse
non è più morte
è solo il grido delle macerie
illuminate a volte sì e a volte no. Beatitudine forse,
miscredenza. Beati quelli
che ‘l sosterranno in pace
ca la morte secunda
no ‘l farà male.

II

Così all’ora sesta si fece buio su tutta la terra
Il figlio gridava, il cielo spariva
ed ecco il velo del tempio si squarciò
piangi o Madre di Dio
la terra tremò e le rocce si spaccarono
le tombe si aprirono e molti corpi di santi risuscitarono
piangi Tempio dello Spirito
uscirono dalle tombe così com’erano
ed entrarono nella città santa
davvero davvero costui
questo è quello che non fa il cielo, donna
questo possiamo soltanto immaginare
nel silenzio ametista di queste voci
che sembrano dire fate presto
si chiude ma forse è il vento
forse solo violenza,
immaginazione
o voglia d’altro, forse
di religione.
Donna donna donna
chiamata da qualche parte Madre, o Giusi
non immaginate i suoi capelli biondi
(fasce di lamenti i suoi capelli biondi)
non immaginate i suoi occhi bruni
(bagliori di stelle i suoi occhi bruni)
non immaginate nient’altro che fasci di lettere,
la donna in questione era solo il niente che va dalla G alla I.
Non immaginate altro:
questo è la sua tomba
questo è il suo corpo, questo
il suo battesimo dell’acqua
all’ora settima e il velo squarciato:
Giusi.

III

Da una parte, lontano cade una chitarra e non fa rumore.
Questo è il momento di chiedersi
ci sarà pelle? Ci sarà
carne lungo tutte le strade le finestre
lungo tutti i nomi scritti sulle porte
ci sarà vita dentro? e ancora passando
con un soffio di vento per piedi ci sarà
vita dentro? e ancora ci sarà
vita dentro?
Dietro i muri intonacati non emerge spessore di muscoli
chitarre di cemento armato
girandole che conobbero il movimento
hangar che conobbero l’urlo delle catene.
Ricordo di piazze desolate, grandi bocche, quelli
furono i loro denti, le case
morte per fame, magre per attesa,
lampioni nella violenza dello spegnimento
furono i loro occhi
e tutto giace nella confusione della luce
e del buio e di ciò che si può solo vedere.
FATE PRESTO SI CHIUDE
Quando cadde quella colonna dicono i vecchi
terribile fu il rumore che fece
ma loro sono sordi
e nessuno sa più niente dell’udito.
Occhi furono tutto ciò
occhio fu Dio nei secoli dei secoli
ab aeternum ecco l’eternità
ciò che si può solo vedere
la perfezione al massimo riflessa
e mai grande abbiamo peccato
dicevano i vecchi
abbiamo peccato.
Pietà per il sole.

Un sole splendente come mille vetrine o stelle
ricordò la Verità
e la Verità era l’ombra per terra e la luce sui corpi
senza sole dicevano i vecchi
ci saremmo amati abbracciati confusi
senza mai vedere noi stessi
senza mai dunque dimenticarcene.
Su questa città, sole o non sole,
splendeva una luce
e gli anziani sbalorditi ai loro occhi
dimenticarono se stessi

vedendo la luce che li illuminava.

 

IV

Pietà, Signore, della luce. 

Chiamarono giovinezza la luce più dolce
e vecchiaia quella più truce

Pietà, Signore, della luce.

Chiamarono muri le case
e pelle i fratelli

e presero le ombre per le persone che cominciavano dai loro piedi 

Pietà, Signore, della luce.

 

 

Maria Benedetta Cerro

5 maggio 2018

Lo sguardo inverso copertinapiatta

Il nucleo ideologico ed estetico della poesia di Maria Benedetta Cerro è tutto risolto nella sfida a penetrare e a dire l’oltranza di una dimensione esistenziale e metafisica che, per intrinseca necessità, oltrepassa il limite dell’hic et nunc della situazione dell’io, da cui pure si origina, per misurarsi con la vertigine dell’assoluto e dell’eterno. Si tratta di un tentativo temerario che richiede una dolorosa dedizione alla ricerca della verità e che trasforma il privilegio della enquête in condizione di lacerante e costante sofferenza, nella scommessa, lungo un percorso in cui si alternano istanti di gratificante acquisizione a momenti di tensione inappagata, di un approdo gnoseologico e linguistico pacificato. Sicché l’intera trama della scrittura poetica si configura e si definisce in un vitale coesistere di spinte antagonistiche e ossimoriche, entro una musica verbale e ideativa che ha preso drasticamente congedo da ogni forma di seduzione, per farsi scabro ed essenziale strumento di conoscenza. In questa prospettiva, con lucida coerenza, Maria Benedetta Cerro mette in atto un rigoroso e impietoso procedimento di sottrazione e di rovesciamento, che restituisce alla poesia e, per essa, alla figura del poeta la funzione mitico-religiosa che una lunga tradizione orfica gli aveva consegnato.

                                                                                               Raffaele Pellecchia

 

LO SGUARDO INVERSO

 

 

                                              Ebbi nozione dell’inverso

                                                                                  e ne sondai l’inganno.

                                              Da quel punto vidi la realtà farsi apparenza.

                                              La lingua delle convenzioni

                                                                         rantolare un dire fuggiasco

                                              il diverso gettare all’opposto

                                                                     l’unico ponte prossimo al vero.

 

 

 

      Il dire sorgivo

 

 

Ci ordinò di corrispondere

perché eravamo inconsolati.

E riprese a pulsare la vena

dell’abbandono.

Il cielo neutro della parola

manifestò il suo dire sorgivo

e il lutto

fu animato dalla meraviglia.

Lui – il nodo del fenomeno

e del tutto – ci concesse il dettaglio

capitale che mutò lo sguardo.

 

Poi fu il silenzio / che uccise i talenti.

I denti guasti dei portatori

ridevano correndo.

I santi barcollanti fermarono i sogni

ai semi vietarono il germoglio.

Ora i ribaldi fioriscono impuniti

sulle ceneri / elevano torri.

I morti che nutrono il mare

piantano giardini.

Alle ossa comando di rifarsi pietra

al picchio nel mio cranio

– che ne è signore –

di battere ciecamente

con le mie parole

sulla corteccia del cuore dei sordi.

 

Oltre – non altrove –

indice della nascita orientale

nella scena profonda

dolcemente insolente

cautamente sovversiva

sorge la salvifica

dalle vocali spumeggianti.

In totale immediata urgenza

nel mese che prepara

il parto alle gemme

la parola maiuscola

che ammansisce il buio.

 

La cucitrice di bocche

siede nel frastuono.

Il remoto e ciò che spera di venire

attraversano il filo che infilza le parole.

Tolto il senso

il suono

il sussurro

non resta che togliere il pensiero.

Allora ti sarà ridata la bocca

la cantilenante nenia dei pazzi

 

Spargemmo sulla parola negata

il sale del senso

le voci oscure e nobili

che ci aiutarono nel combattimento.

Chiedemmo pace alla prova estrema

l’acquietarsi del grido

che ci scosse il sangue.

Occhi consenzienti implorammo

allo sguardo immobile

e folgorante la sua luce vuota.

Venne – forse – la punta di pietra

che mandò in frantumi il nodo

che ci piegò la fronte.

 

Qualcosa che sa d’impotenza

e ricorda fogli macchiati di pena

durante la notte

come un morto che torna

a raccogliere le sue ceneri

dal suo nulla tradito e invocato

qualcosa

dal “coro della mezzanotte”

si è ridestato e piange

Alexander

versi cedevoli e puri.

 

 

Sei la malattia che insinua nel sangue

la musica degli uccelli morti

che addormenta in letti alcolici

le parole indispensabili al canto.

 

Tu sei prato straziato dall’incanto

tomba di vermi e di poeti pazzi

che un solo libro affossa

da cui germoglierà l’incontro.

 

 

Miracolo crudele

che ha guarito gli occhi

– ora ciechi

e dallo sguardo inverso –

 

Parlami con la luminosa follia

del canto senza fine

ché io ti guarirò col bacio sterile

della riconoscenza.

Una galoppante radice di richiamo

viene a fiorire dagli abissi

perché la crosta secca del silenzio

germogli parole palpitanti.

Che sia l’assenza

o l’indifferenza

non ne piangerò l’insulto

perché il contagio della tua follia

saldi come un patto

il buio e il sole.

 

All’origine erano una cosa – la stessa –

In me divaricarono per fluire

opposti e pieni i fiumi sonori del silenzio.

 

In me parlarono dall’esilio e dai limiti

tutti i mali dell’uomo.

Mi fu impedito di morire

perché fosse chiaro che l’immensità

può abitare il linguaggio

divenire istante di verità

arte di salvazione.

 

 

Maria Benedetta Cerro è nata a Pontecorvo e risiede a Castrocielo – Frosinone

Ha pubblicato: Licenza di viaggio (Premio pubblicazione, Edizioni dei Dioscuri 1984); Ipotesi di vita (Premio pubblicazione “Carducci – Pietrasanta”, Lacaita 1987); Nel sigillo della parola (Piovan 1991); Lettera a una pietra (Premio pubblicazione “Libero de Libero”, Confronto 1992); Il segno del gelo (Perosini 1997); Allegorie d’inverno (Manni 2003); Regalità della luce (Sciascia 2009); La congiura degli opposti (LietoColle 2012); Lo sguardo inverso (Lietocolle 2018).

È presente in diverse antologie, tra cui: Poeti del Lazio, a cura di R. Pellecchia, Forum Quinta Generazione 1988; Melodie della terra, a cura di P. Perilli, Crocetti 1997.

Interventi sulla sua poesia sono apparsi su testate giornalistiche, riviste e testi critici, quali: Frammenti di un discorso amoroso nella scrittura epistolare moderna, a cura di A. Dolfi, Bulzoni 1992; La parola ritrovata. Ultime tendenze della poesia italiana, a cura di M. I. Gaeta e G. Sica,  Marsilio 1995; G. Linguaglossa, Appunti critici, Edizioni Fabio Croce-Edizioni Scettro del Re 2002; La Ciociaria tra scrittori e cineasti, a cura di F. Zangrilli, Metauro 2004; Amerigo Iannacone, Nuove testimonianze.

Interventi critici, Edizioni Eva, 2005; R. Pellecchia, Con le parole/Oltre le parole. Saggi di letteratura contemporanea, Metauro 2007; R. Scrivano, Letture e Lettori. Appunti di critica letteraria, Metauro 2010.

 

 

Francesco Tontoli

27 aprile 2018

riproposte

francesco tontoli

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2013/06/29/francesco-tontoli/

Francesca Del Moro

19 aprile 2018

FotoDelMoro          copertina una piccolissima morte

 

Ho comprato le lenzuola
il copriletto gli asciugamani
gli accappatoi ho scelto tutto
con cura ho ponderato bene
quale musica suonare, Hindi Zahra,
perché forse non la conosci
e infonde energia positiva
mi sono alzata all’alba ho preparato
un riso e un’insalata particolari
perché vuoi stare leggero
ho tostato le mandorle infornato
la schiacciata condito le friselle
ho preparato la zona aperitivo
e quella pranzo in giardino
ho immaginato i tuoi passi
dall’una all’altra le parole
da dirti ho esposto i libri
i dvd e i dischi più belli
mi sono fermata ogni tanto
per sciogliere il respiro
fermo nella gola ricacciare
indietro il pianto – quanto
ti ho aspettato, quanto –
ho infilato in una borsa
qualche volume e un vinile
da donarti ho fatto il bagno,
ho avvolto il mio corpo
nella crema agli agrumi,
nel profumo abbinato,
ho messo l’intimo di pizzo bianco
appena comprato, lentamente
mi sono pettinata truccata le labbra,
solo quelle come sempre, ho indossato
un abito blu e una collana crema
come le scarpe col piccolo tacco
ho provato i miei movimenti
l’accoglienza il benvenuto
l’abbraccio i possibili argomenti
la casa ordinata è bagnata di luce
mi rallenta il battito accelerato
mi calma le gambe che tremano
dalle mie mani l’amore si irradia
indora ogni oggetto ogni superficie
nell’amore ogni cosa risplende

*

Ho spremuto tutto il sole
in un calice e in padella
ho mescolato i rossi i verdi
i bianchi i viola, li faccio risuonare
con i canti di cicale. Oggi è il giorno
in cui verrai, il giorno della gioia,
lo spillo nel tempo, la data
che sparirà dai calendari.

*

Io un lunghissimo bacio
e lentissimo ti darei
fino a sparire in te
e tu in me
finché si disfa il tempo
si dissolve ogni cosa
e si fa buono il silenzio
che ora mi addolora.

*

China su di te
contenendoti
ti sono scesa
negli occhi
come pioggia
nel mare
annerito
dalla notte.

Cerco stelle
per nuotare
a riva.

L’acqua pesa
il fondo
mi lusinga.

*

Il coltello è fermo
in mezzo al petto
sento il freddo
del metallo, il taglio
ostacola il battito
costringe il respiro
a un percorso alternativo
spacca il corpo
longitudinalmente
io gli tremo intorno
e lentamente mi separo.
*
La parte di me che muore
si dibatte in fondo al petto
pescetto spiaggiato
l’occhio vitreo.

È sporca di sabbia
e schiuma scura
la parte di me che uccidi.

*

Era tutto bellissimo secondo te
bellissima la casa bellissima la voce
di lei che cantava in fondo ai nostri sospiri
bellissimi i libri e il disco che ti ho dato
bellissima ero io e squisito il cibo
e magnifici i seni che ti ho posato sulle mani.

Poi è arrivato il taxi, si è chiusa la porta
e hai stretto il sacco dell’immondizia
intorno a quell’ingombro di bellezza.

Francesca Del Moro è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato le raccolte di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), Gli obbedienti (Cicorivolta, 2016) e Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017). Nel 2014 LaRecherche.it in collaborazione con Poesia 2.0 le ha dedicato l’ebook antologico Interni, notte. Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Ha contribuito come poeta, traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), tutte curate da A. M. Soldini. Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 (2013) e Leitmotiv 14 (2014) prodotte da Fuzz Studio e ha partecipato alla realizzazione del primo album omonimo (2016). Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Cura la rubrica “Poemata. Versi Contemporanei” per la rivista ILLUSTRATI edita da Logos.

Enrico De Lea

11 aprile 2018

riproposte

 

CIMG2573

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2013/03/21/enrico-de-lea/