Archive for the ‘poeti contemporanei’ Category

Giovanni Baldaccini

19 febbraio 2018

riproposte

 

g. baldaccini

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2017/06/14/giovanni-baldaccini-4/

Annunci

Anna Maria Curci

4 febbraio 2018

riproposte

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2017/06/07/anna-maria-curci-6/

Mario Girolamo Gullace

28 gennaio 2018

 

Gullace foto

 

CARO DIARIO

fffffff…foglie esiliate da kappa, da theta, da tau;
c’è una sola consonante che sta girando le vie di questa
sera mentre la folla diminuisce ritornando persona.
metty caso che, girato lo spigolo di una mera ipotesi,
il pensiero diventi l’incontro dell’altro pensiero.
fffffff…si potrebbe fare una frase fatta di effe,
stasera. le strade si sono allargate in una sana solitudine
e si possono riempire di qualcosa d’altro. in alto,
sulle case gialle, le persiane, e i panni svincolati dalle
pinze, dispiegano le ali migrando su mondi appena nati.
fffffff…”caro diario oggi inizio a scriverti. se avverti
la pressione di una penna è la mia voglia di viverti
intensamente, di scalare le pareti timorose per
raggiungere l’eremo assoluto di quello saremo io e te.
il vento stacca mille foglie, ma ne basta una per sognare”.

 

D’OSSO DI TARTARUGA

il suo ventaglio di parole prensili immerse
nel bicchiere con l’orsetto lavatore; gli immensi
pomeriggi girando le tazzine tenute dalle orecchie
stilizzate, e i luoghi posticci raccontati e riportati
sul presente teatrino all’ora del caffè.
ventaglio di seta e d’osso di tartaruga con i colori
vanitosi del pavone e dal fulcro dorato.
bagaglio di cose messe alla rinfusa correndo sotto
terra con il rombo delle chiglie ferrose sopra tutto.
strati di lutto come le cipolle “…e non le dico
il disastro risalendo all’aperto, le fiamme sui tetti,
i morti sepolti dai muri crollati. il fumo disegnava
la Morte, come le nuvole le bestie mansuete. e poi
il podestà a testa in giù, e la fuga indecente del re”.
tutti i pomeriggi la tartaruga ci portava con sé.

 

SINCRONIE

il 18, per arrivare in corso Sebastopoli,
lo prendevamo in via xx settembre,
e Maratona iniziava a colmarsi
di sciarpe e di bandiere. per ultimo,
a uscire, era l’undiciclone di Paolino
Pulici nel boato sincrono di coriandoli
e tamburi.
non ho mai più visto un prato così verde
meraviglia, e la fossa dei leoni era la diastole
e la sistole del gregge dei pari inscritto
in un ovale.
per arrivare sul corso d’opera dei nostri
diciott’anni abbiamo intrapreso la via dei xx
contrapposti sulle discronie involutive.
delle sincronie estasianti c’erano le notti
lampeggianti delle lucciole, c’era il virare
simultaneo delle rondini e dei pesci azzurri,
c’era il passo cadenzato dei compagni.
ma, la sincronia del prato verde brillante con
il cielo notturno di San Giovanni, non l’ho
mai più vista. chissà dov’è caduta la bacchetta
di Von Karajan, e il tram chiamato desiderio
chissà quale numero ha. ah, dimenticavo
una cosa, tra le sincronie c’era anche, e ci
sarà sempre, la mano nella mano.

 

IL FALCO E LA LEPRE

sento, disse, dissolversi la tela in superfice del reale.
vedo il falco che artiglia il barlume rosso della lepre.
tocco qualcosa di buio, e mi ritraggo nell’astrazione.
il bestiario assomiglia all’affanno del predestinato
a un milione di cose troppo difficili;
la coscienza è la metropolitana degli angeli di marmo,
e se non comprendi quella è la porta.
vattene.
dopo lo schiaffo il bambino è volato sul letto perché
la volpe ha detto male della madre del falco.
un padre può uccidere i suoi figli?
un padre può fare quello che vuole o che dio gli impone
nei pressi di un rovo
certe sere tira i sassi contro le persiane chiuse perchè
siamo scesi in un sotto vuoto spinto al di là del mondo,
nel sacco del mendicante con il pane duro. se tira i sassi
è una casa senza campanello.
il bambino è planato sul morbido senza rompersi niente.
il falco era lo schiaffo e la lepre era la guancia rossa,
e poi vattene ha rotto un piatto e ha sbattuto la porta.

 

UN ALBERO CRESCE A BROOKLYN

di miseria e di stenti, in un punto dell’american dream
che la fortuna non segue. il gioco per imbrogliare la fame
è la spedizione al polo nord razionando ogni giorno i viveri.
il padre è un buon padre se non fosse del bere e del poco
lavoro, e la madre è più forte e rabbercia le entrate. Sissy
è la zia senza freni che solleva il morale e lo salta di netto.
Francie magrolina, emaciata, e il padre, cameriere cantante,
si accusa d’inetto. Neeley, un anno meno di Francie, metterà
i calzoni lunghi al funerale di Johnny, e di Johnny, Katie,
aspetta il suo terzo. lo chiamano l’albero del Paradiso perché
è l’unica pianta che germogli sul cemento e cresca
rigoglioso nei quartieri popolari. due centesimi di legna
a scaldare la casa razionando il calore poche ore la sera.
Francie e Neeley vincono un albero di Natale grande come
una quercia, e Katie rabbercia, rabbercia, rabbercia. prende
mille volte il nodo alla gola. è una storia che riscrive
l’epica in un salvadanaio coltivato togliendosi ogni giorno
una briciola di pane, un grado di calore, un grammo di riso.

LE SBARRE DELLA LUCE

la fortuna è un puntino di neve sciolto nel calore
del tuo sangue, e il credere alle cose è fatto del tenero
fiabesco nell’aspro risvegliarsi della voce soffocata.
nella città del sole c’è una casa con la corda della
Campanella da tirare, e la mappa del tesoro indica
il percorso da seguire per raggiungere la croce.
“tieni, prima di passare le sbarre, impara a memoria
questa carta. ci sono le indicazioni per arrivare a quello
che cerchi. ci sono gli esperimenti del cane di Pavlov
e delle oche di Lorentz; le api di Mandeville e la
guerra dei topi e delle rane di Leopardi. il materiale
lo trovi strada facendo, e sottraendo il peso delle mani
il tuo destino resterà a mezz’aria a galleggiare, un po’
grigio e un po’ celeste”. sono rimasto alla finestra fino a
tardi a veder passare le ombre dalle sbarre della luce.

Luciana Riommi

19 gennaio 2018

riproposte

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/12/07/luciana-riommi/

luciana riommi

 

“Dispacci” Lettura di Luigi Paraboschi

11 gennaio 2018

                 scrittori-a-confronto01-12-06-09

              Dispacci
              Narda Fattori
              L’arcolaio 2016

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote

se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “

ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi

……….

nei libri il viaggio bambina fu con Sandokan/

con Nietzsche più tardi e saputa ma non ho imparato/

a discriminare il grano dal loglio/

 

Da questo nuovo cammino che ha intrapreso essa invia poesie nelle quali parla di sé  spesso in modo diretto, alludendo al suo modo di aver vissuto, e usa il titolo che ho precisato, forse perché tradizionalmente si adotta il termine “ Dispaccio di agenzia “ per indicare un  sintetico rapporto giornalistico o di agenzia giornalistica, quasi un avviso, e talvolta anche un breve rapporto militare dal fronte di guerra volto a condensare gli avvenimenti e ad aggiornare il ricevente sullo “ status quo “ di quanto accaduto.

 

E l’aggiornamento di Fattori è un riassunto composto da tante immagini, tante sensazioni, tante emozioni tra le quali direi che i motivi conduttori girano attorno ai temi degli : affetti perduti- solitudine e del distacco-  delusione nei confronti delle aspettative e dei rimpianti –  la fede e l’immigrazione.

 

Uno dei primi dispacci lo si incrocia nelle poesie di apertura, dedicate al padre alla madre ed alla sorella, tutti citati con nome e cognome, ma credo sia stata l’assenza ( forse ) troppo repentina della figura del padre a rendere ancora forte e vivo il bisogno di aiuto nel cuore dell’autrice, e questi sentimenti così ben condensati nel corso della poesia “Lui” possiamo viverli attraverso la  sintesi racchiusa in  questo verso finale:

 

 ci vuole la mano di una padre per un bambina “

 

ma se la mano del padre è mancata, anche il legame con la madre cui fa cenno nella poesia “ e tu madre “ ( forse ) non è stato portato avanti troppo a lungo  nel tempo, come  possiamo leggere qui :

 

il nodo si sciolse e molto passò/

del bene e del male/

nel coagulo nudo dell’essere vivi/

 

ed infine c’è la figura della nonna, evocata dalla poesia “ Vespro “ che “ muoveva piano la labbra arse/ e si segnava al vespro-  e che ha lasciato un vuoto interiore nell’autrice  da indurla a concludere  così :

 

io ormai dico crepuscolo e già non vedo “

  
Ma agganciandomi  a questo “ non vedo “ vorrei riprendere altri versi raccolti dalla raccolta  precedentemente citata “ “la vita agra”, che suonavano :

 

 

Perché se sopravvivere è una fortuna

                     allora il prima e il dopo la vita

                   appartengono al segreto

                   di una divinità terribile e troppo umana

 

per giungere a questo breve passo della poesia  di questa raccolta“ Enigmi “ che dice:

……………………………………………

mi restano mani nude inabili alla poesia/

restie alla preghiera /

…………………………………

la mosca unisce due zampine all’interno/

della ragnatela- Vanamente prega/

 

E questa mosca che “ vanamente prega “ unendo le zampine è la stessa  “ mosca “ che dirà nella poesia “ Single “

 

misuro a spanne la dimensione/

                      della mia anima/

non più ampia di una tovaglia/

 

e concluderà la stessa poesia affermando

 

La mia anima è più piccola della tovaglia/

poggia-piatto all’americana/

…………………..

single per non dire sola

 

E’ un’amara conclusione quella di questa “ mosca “- per giunta “ single” – una conclusione amara ma lucida, quasi impregnata di disperazione, come si può leggere nella poesia “ la forma del finire “ dalla quale stralcio alcuni versi .

 

 

finire dimenticando  il volo le ali/

lasciare che il niente pettini/

le piume e sostare senza fretta/

alla porta che non si conosce/

…………………………..

nessuno sussurro nessuna preghiera/

nel silenzio tondo la nescienza/

dell’essere stati del non essere più/

 

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo americano oserei dire, (ma lo scrivo con il rammarico, cosciente di una realtà che vivo in prima persona), che questa non è poesia per …….giovani ; c’è molta amarezza,  una sofferenza chiusa, quasi senza speranza, di chi avverte lo scorrere del tempo e l’incalzare dei giorni, e le delusioni che derivano da una presa di coscienza del reale  sempre più avvertita con consapevolezza.

 

A conferma di quanto detto riporto parte della poesia Avvenne

 

Avvenne che inciampo’ sul primo scalino/

infausto incontro con la diminuzione/

…………………..

il corrimano era bastato fino a ora/

e passi studiati lentezze contro sole/

…………………………..

non ha re-imparato la rincorsa/

l’epidermide bruciata dallo sfregamento/

……………..

…………………

sta seduta in silenzio

lei che aveva sempre profetato

 

 

Ma  raggiunta una certa età, quando le condizioni fisiche non sono più quelle di un tempo, non si può non concordare con la Fattori : spesso quel corrimano che ha sostenuto per tanti anni le nostre illusioni ha ceduto sotto il peso metaforico dei “pensieri poco profondi” e lo scoprire che “i fiumi di un tempo si sono trasformati in fossati” può condurre alla conclusione  espressa  da questi versi della poesia “ la mia sera “

 

la mia sera è un albero con foglie residuali

 

che si accostano ai versi successivi dove risalta l’ incertezza fideistica  di quel “ brivido” che la coglie e lo sgomento esistenziale  di quel non so

……………………

la mia sera è una nuvola sfilacciata che s’allunga/

sotto la volta del cielo- s’attarda – guarda la terra/

che l’ ha generata e un brivido la coglie – non sa/

ancora se sarà brina pioggia o neve di peso lieve/

                                               o tracimazione/

 

 

Lo sguardo dell’artista è talvolta acido e sarcastico nei confronti della stupidità e della cattiveria di questa società, come nella poesia 2014-2015

 

2o13-2014-2015 abbiamo scavalcato/

il dosso del tempo ancora morte/

lutti cupidigie rapine e omicidi/

stradali cioè di umani in strada/

un’ammaccatura alla carrozzeria/

un mazzo di fiori sul ciglio/

                            del fosso/

……………………

Fra smartphone iPod e tablet/

vocifera la solitudine on line/

 

 

E concludo questa lettura stralciando qualche verso da questa poesia dal titolo Abbi pazienza perché essa ha, per me, un sapore amoroso forse involontario, quasi un invito  rivolto ad un partner immaginario, magari ultraterreno, ad un rapporto fisico che rassomiglia un po’ ad un amplesso  tristemente mortale

 

……………………….

Abbi pazienza ho navigato tanto/

la vela è stracciata e si beve il vento/

………………………..

 

prendimi quando il sonno/

mi picchierà sulle tempie e l’orologio/

sarà qualche minuto indietro/

una dimenticanza succede invecchiando/

aspetta ora rimedio…….sii paziente/

aspettami …..sarò qui subito subito./

 

Siamo così giunti alla fine della lettura di questi Dispacci e ne abbiamo riportato la sensazione del malessere dell’autrice che si estende anche all’animo del lettore il quale non può fare a meno di essere  coinvolto.

Quando si termina questo viaggio si deve riconoscere alla Fattori una lucidità di pensiero, una profondità nelle  considerazioni di poetessa e di cittadina-testimone del mondo  tali che diventa obbligatorio considerare questa opera un esempio attento ed alto di come sia possibile coniugare il valore letterario congiuntamente alla  poesia civile.

 

 

 

Luigi Paraboschi

Liliana Zinetti

18 dicembre 2017

Riproposte

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/11/18/liliana-zinetti/

 

zinetti-liliana

Elia Belculfinè

10 dicembre 2017

Riproposte

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/01/18/elia-belculfine/

 

Elia

 

Henry Ariemma

9 novembre 2017

ARIMANE DI HENRY ARIEMMA, GIULIANO LADOLFI EDITORE, 2017

Arimane_copertina_Henry_Ariemma

 

Secondo Zoroastro, Angra Mainyu (avestico) o Ahreman e Arimane (pahlavico) o Ahriman (fārsì) è il nome dello spirito malvagio guida di una schiera di “demòni”. È una entità spirituale malvagia e distruttore, l’avversario di Spenta Mainyu lo Spirito del Bene che guida gli “angeli”. Ambedue sono figli gemelli di Ahura Mazda, il dio supremo.

Henry Ariemma non si inoltra in un cammino filologico o storico che riguarda lo zoroastrismo, ma si pone di fronte al perpetuo interrogativo che da millenni dilania l’umanità: Si Deus, unde malum?

Nei secoli filosofi e teologi si sono affannati a trovare una spiegazione razionale al problema senza riuscirvi, probabilmente perché kantianamente occorre accettare i limiti della Ragion Pura, capace di raggiungere soltanto il “fenomeno” della realtà.
Ariemma affronta la questione sotto il profilo esistenziale in due sezioni, dedicate la prima ad Arimane, il dio del male, e la seconda a Spenta Mainyu, lo spirito del bene, partendo dall’esergo platonico, secondo il quale «Dio è innocente», e dalla citazione di un poeta persiano che i nomi di “bene” e di “male” appartengono non alla realtà, ma agli uomini.

Speranza, superamento del male? No, solo concretezza, realismo, visione equilibrata. Il bene e il male, come nella parabola evangelica del grano e del loglio, nella nostra vita sono così intimamente intrecciate da coinvolgere in profondità la responsabilità individuale sia nel progetto sia nella realizzazione dell’esistenza.

Giulio Greco

 

Arimane

Il male libera.
Fa capire ogni bene
e vede prossima gratitudine
alle domande insignificanti
dell’andare oltre:
respinge alte le onde
sulle stesse orme.

Il tacere frutta
solo bacche amare
lavorate per dolci inganni.

Altro parlare, propri egoismi…
A non vedere nell’ascolto
pronti tradimenti.
Ma la parola riempie spazi
e basta morire senza perdono,
pensarsi eterni per non risolvere
l’umano dolore in mancata fede
come case ostili mai colpevoli.

*

Il buio dietro hai costruito
accumulo di cristalli inutili:
vasi e bicchieri per mancati pranzi.
Su quei vetri una polvere tornia
disegni pesanti.

Agli estranei hai dato
il quotidiano di figli
in parole giuste,
forze misurate,
felice racconto
del fare bene…

Hai fermato amici,
risparmiato musiche,
parole della sera,
negato viaggi e sogni:
tolto libertà…
Perché la coperta
non allargava
la funzione unica
dell’ a m o r e

*

L’erba mi ricordi
di quella casa…
Cumulava dove voleva,
rinverdiva intensa
vicina ai sostegni
non lontano dal passo
ma dallo sguardo
e chiedeva macchie
riempite dal bordo.
La pioggia faceva fango
seccato polvere e l’acqua
donava un capsico viola.
Al basilico divideva l’orto
con mattoni affondati
scoperti picchi…

E inerpicavi capricci,
limbo dimentico ai figli
mancando promesse
a castighi del tempo
sempre tuo, perduto
in ogni andare.

*

Forse per case
nelle pareti nascoste
sono i ricordi persi
dei fratelli in città:
si rimane al crescere
insieme negli anni,
compiuti i destini…
A essere divisi
sono promessi ritorni
di richiami intuiti.

E le costellazioni perse?
Sono facce forzate
vicine nelle foto,
nascosti segnali
al voltare negli occhi,
scuse diverse
accomodate vite.

Spenta Mainyu

È l’amore il cardine
del nostro esistere
piega verghe adamantine
a soccombere ragioni
tentate di giustizia,
è velo a non vedere
determinare granelli,
disporre acque
a chi non pone mani
per chi neanche guarda.

 

 

Henry Ariemma è nato a Los Angeles nel 1971 e vive a Roma.

Le opere edite con recensione, premiazione:
Aruspice nelle viscere. Giuliano Ladolfi Editore 2016. Menzione Speciale Premio Anterem. Corriere della Sera La Lettura – blog: La poesia e lo spirito, Retroguardia 2.0,
La presenza di Èrato, Alla volta di Leucade, Margutte, Viale Assurdo.
Il linguaggio dell’anima. Premio poesia. If Press 2016
Le figure del pensiero. Aforismi. Sillabe di Sale Editore 2016
Tuba mirum. Ediz.Creativa 2015 – blog Versante Ripido, Zenit, Quaderno I Fiori del male.
Le figure del pensiero. Aforismi. Sillabe di Sale Editore 2014
Temenos. Ediz.Ennepilibri 2012 – Finalista Premio Anguillara Sabazia.
Gradiva. Int. Journal of Italian Poetry31-32/2007_43-44/2013_49/2016
Geo-metrie. Ediz.Ennepilibri 2007 – Finalista Premio Anguillara Sabazia,
Premiazione Città di Ostia.
Ariaemare con linee di pietre. Ediz.Il Filo 2006 – Finalista Premio Anguillara Sabazia, Finalista Premio Polimnia – blog Poetarum Silva.

 

Cristina Prina

30 ottobre 2017

   

Leggendo i versi di Cristina Prina mi son fatto l’idea che sia una donna che la notte dorme poco. E quando si dorme poco di notte o si ricorda troppo o si scrivono poesie. Le due cose a volte si sposano. Di notte si colgono meglio i particolari. La gamba di una sedia ad esempio che la poetessa contrappone al “fulcro della galassia più distante”. La notte non risolve i problemi li dilata “Raggiungerò il mattino…con questioni irrisolte…prima di tutte…l’atavica questione del senso della vita”. Personalmente amo i poeti che non indicano vie e non trovano soluzioni. Cristina fa parte di questa categoria. Infatti scrive di “fantasmi che trapassano le poche sicurezze”. O anche quando parla di “un sobrio disinganno accattivante”.
Poetessa a tratti ruvida. Scrive come un uomo potrei dire. Dimenticando che ora molto spesso gli uomini scrivono come le donne. O forse la questione è che la poesia non ha sesso. Poetessa spiazzante :”…Riconosco i pesci: sono quelli senza ali…”. Oppure: “…La saudade del vivere mi affida ai capricci del destino…”.
Partendo dal fatto che la poesia è un gesto d’amore, Cristina scrive raramente in maniera esplicita dell’amore. Avrà preso delle gran bastonate. Non lo so. Comunque leggo tanta sofferenza nelle sue parole. Una potente incazzatura coi tempi in cui viviamo. Il disagio. La rabbia. Il senso di impotenza. Amarezza. Voglia di menar ceffoni. Incantato disincanto. Voglia di vivere e stanchezza di vivere. Questi sono alcuni degli ingredienti cari ai poeti.
Cristina “suda apatia”. Si “trascina nelle stanche domeniche di luglio”. Cerca qualcuno che le insegni “l’arte del bastarsi”. Citando i suoi versi riconosco la disperata ricerca di una vita serena. Che altrettanto il poeta sfugge perché se va tutto bene di cosa scriviamo? Dove andiamo a pescare il nostro angolo di depressione quotidiana? In un racconto Buzzati parla di un uomo che muore e va in paradiso. Dove tutto è uguale a dove viveva. Ma. Tutto è perfetto e pulito. Tutti sorridono. E soprattutto non esistono i problemi. Un altro uomo lo avvicina e gli dice: “Ma non hai ancora capito che sei all’inferno?”

Enrico Nascimbeni

 

 

“Indolenza”
(le solite cose)

In questo dimenarsi
s’avverte il senso dell’inutilità
Squarci su tele d’infimo valore
e la palpebra si ricompone
mentre l’opacità si schianta su di un lampo
Ma esaltazione illumina
pareti viscide del tunnel
non è stella polare
nè incarna via d’uscita
E torna il buio
del rimbombo dei passi senza direzione
la solita sconfitta
di un entusiasmo orfano.

 

“Piove. Non piove. Intanto siamo vivi”

Piove smania
sulla pelle senza memoria
piovono sbadigli
insofferenza e ansia
Piove di tutto
tranne la rinfrescante certezza delle gocce
Il venditore di ombrelli
s’attarda nella piazza
Nemico sole
da mantener distante
vale la pena tentare di spiegarlo
Pelli di luna
anziani senza meta
turisti vagabondi che sembrano dissolversi
– Compratevi un ombrello! –
Una ragione accade
quando non resta altro.

 

“Tacere non basta”

C’è di mezzo un perdono
non so se da donare
o da doverlo supplicare con pazienza
All’orizzonte, le barche sembrano già mattino
e nelle tasche non trovo più
nemmeno una moneta
nessuno sconosciuto con false caramelle
Ma in questo chiasso
di volontà distrutte e propositi defunti
io sento l’eco di un perdono
che minaccia di piovere
di terra e deserto
quelle piogge d’estate
con la rabbia sudata
e i vetri senza scampo
Sento
che c’è di mezzo un perdono
per tornare al silenzio.

 

“Dentro un addio”

Si annuvola
sul limitare di una fuga di sguardi
raggi obliqui a chiudere
L’ora di rifugiarsi
nelle antiche dimore
dove la luce si mostrò feconda
Sterili ombre
gravano sul selciato
umidi passi
orme di sconfitte
Occhi bagnati ingannano la pioggia
mentre una schiena predice il futuro.

 

“Che la notte sia con noi”

Siamo qui
a tergiversare di assurdi controsensi
memorie sottaciute
sottratte ai nostri errori
la luce prende il posto del livido chiarore
il giorno ci somiglia
per genesi forzata
Il buio sembra un’eco del nostro disimpegno
trattiene le emozioni
e lascia a noi lo specchio
Un camion
per la strada si arrende
al giorno nuovo.

 

 

“Effimero notturno”

Istanti di pacata solitudine
succede che ingannino la noia
Accade di notte
quando il tempo acquista di valore
le finestre sorridono ai passanti
e le note si fondono con la malinconia
Non rituale, non v’è solennità
diversivo
o solo un’intuizione
Ma succede di notte
nei luoghi illuminati dalle lune dei poeti.

 

“Noi, alternativi a noi”

Cosa c’entra poi l’amore
con questa scatenata solitudine,
usiamo uno pseudonimo
un nome di battaglia
che so
un diminutivo
Chiamiamolo abitudine
rifugio delle ombre
sublimazione di pochi e improponibili pensieri
Diamogli forma
incorniciamolo dopo averne sfumato i contorni
col polpastrello delle solite giornate
e poi
per correttezza
ma forse per maestria
leghiamolo al futuro
con un robusto elastico di umili pretese
e semplici risposte.
Lo chiameremo eroma,
inverso eppure identico
ai nostri desideri,
eccentrico e diverso
da ciò che mai saremo.

 

 

CRISTINA PRINA – autrice.

56 anni, romana, narratrice, poetessa, compositrice di haiku.

Dal 2010, vincitrice di vari concorsi con relativo inserimento in una decina di antologie, sia nella narrativa che nella poesia.
Tra i più recenti:
– Finalista al concorso Giri di Parole – Palermo 2010
– Nel 2012, ha partecipato al premio Calvino con una raccolta di racconti, valutata molto positivamente dai giurati, tramite una scheda tecnica inviata a tutti i partecipanti
– Premio speciale della giuria per la raccolta di racconti Tracce di me, al concorso Il Fiorino, luglio 2015 – Monterotondo
– 1° premio per la poesia, al concorso Invito alla Poesia, agosto 2015 – Trieste
– 1° premio per il libro edito Contorni da sfumare (poesia) al concorso Athena Spazio Arte 2015, ottobre 2015 – Piombino
– Menzione d’onore per una silloge di poesie, stesso concorso
– Menzione d’onore per un racconto, stesso concorso
– Menzione d’onore per un racconto, al concorso Divagazioni d’Arte 2015 – Roma
– 1° premio per un racconto inedito, al concorso Athena Spazio Arte 2016, novembre 2016 – Piombino
– Menzione d’onore per una silloge di poesie, stesso concorso
– 1° premio per un racconto inedito, al concorso Divagazioni d’Arte 2016 – Roma
– Selezionata dal Premio Chiara Inediti ed.2016 per la realizzazione di un’antologia contenente otto racconti, tra i quali il suo: E gli alberi hanno altro a cui pensare.

Ha pubblicato un libro di racconti, frutto di un progetto curato personalmente, insieme ad altri autori: Senza Appuntamento.
Ha pubblicato un libro di poesie Contorni da sfumare, nel luglio 2014.
A febbraio 2016, è stata pubblicata gratuitamente la sua raccolta Tracce di me, segnalata dalla giuria nel concorso Il Fiorino.
A ottobre 2017, viene pubblicato il suo secondo libro di poesie: L’ingenuità delle foglie.

Fondatrice e presidente dell’Associazione Culturale La Nicchia, ha organizzato il concorso Apriamo un varco, giunto ormai alla sua terza edizione.

Dall’agosto 2015, collabora con le giurie di vari concorsi letterari.

Luigi Paraboschi

23 ottobre 2017

IMG_8467 IMG_8468

Geometrie

Angoli

Detesto quelli acuti sono spilli,
ed anche quelli meno appuntiti

hanno spesso un po’ di “sopracciò”,
specialisti nel salto della quaglia,

quelli retti, poi, sono così altezzosi
con la loro verticalità e il dogmatismo.

Gli ottusi, invece assumono sempre
quell’aria da vomere che squarcia,
sfondano ma senza cattiveria, non ci arrivano,
anche se usano molta buona volontà,
con quelli piatti mi sono deliziato
a lungo, distesi come orizzonti, calmi,
copule sull’erba, dolci morti in geometria.

Ma ora che indosso male il tempo, amo
quelli a giro perché non hanno punte,
si sono annullati nel vorticare, consci
che il bene ha forma circolare dentro cui
basta cambiare una vocale
per tramutare l’angolo in angelo.

 angolo giro

La perfezione non sta dentro il triangolo
come raffiguravano un tempo sul catechismo,
è l’angolo giro con i suoi 360 gradi quello
che può narrare questo amore che t’abbraccia
anche se incontra certi spigoli, ma è ancor di più
dentro un cerchio senza circonferenza
che io immagino sarà la vita attesa, ove
non basterà moltiplicare raggio per raggio
e poi per tre-e-quattordici per calcolare
la superficie, perché saremo tutti in tutto
senza dover sfiorare la felicità passando
per la tangente come succede quando amiamo.

a mia figlia

 

Cono e poi tronco di cono

Il massimo del fulgore l’ebbe col Metafisico
quando la sua forma celebrata dai manichini
nelle piazze deserte della città estense
si prestava per i giochi con la conoscenza.

Per la sua eleganza e per la disinvoltura
seduceva nei circhi sulla testa ai clown,
amava ergersi sopra gli altri solidi
pungere con l’arguzia nel dibattito tra menti.

Dentro il cono d’ombra nascondeva segreti
da confessionale e nel suo occhio di bue
le ballerine s’avvinghiavano ai doppiopetto,
ma perse la punta quasi senza rendersi conto

e si scopri ridotto a tronco di cono malandato
buono per sostenere i piedi di qualche vecchia
credenza traballante, poi lo costrinsero
a passare il tempo assieme ai parallelepipedi
dalle troppe facce, una per ogni circostanza.

 

l’area del cerchio

Provo a rinchiuderTi dentro la superficie
che credo di scoprire quando moltiplico
la fede con la speranza, e se invece del pigreco
metto il tuo nome, l’area ti sta stretta.

C’è sempre una falla nella circonferenza
e tu invadi gli spazi attigui a quel recinto
ove con presunzione ti ho racchiuso.

L’acqua tracima sempre dal mio cerchio
confortevole e la contraddizione origina
il mio malore, perché se cinque mariti
nulla hanno potuto contro la sterilità
della donna di Samaria, anch’io devo pur
farmi una ragione se fra i tanti lebbrosi
d’ Israele fu solo Naaman il Siro quello guarito.

 

Sfera

Del cubo meglio non fidarsi
ha troppe facce, una per ogni circostanza,
il cono vive sempre in dicotomia
tra il dottorale e il magico,
un po’ mago Merlino e un po’ Pinocchio,
sul cilindro è meglio sorvolare
è talmente snob che pensa sempre
d’essere infilato sopra il capo
di qualche Fred Astaire d’avanspettacolo,
la piramide è troppo presuntuosa,
crede d’essere investita dal destino
da quando l’hanno elevata a monumento,
il parallelepipede non sai come guardarlo,
quando l’osservi dice sempre con sussiego
“ dall’altro lato vengo meglio “.

Invece della sfera non puoi che dire bene :
tutto le scorre addosso e scivola via ,
non s’ intromette con gli spigoli vivi
ha una sola faccia ma non sai quale,
le basta il buffetto d’unghia di bambino
per correre sulla rena accanto al mare
e quando si fa boccia s’affida ad una mano
che le trasmette la forza necessaria
per appoggiarsi alla sua gemella e riposare.

 

la retta

E’ vero che tra due punti
la via più breve è quella retta,
ma se non mettiamo gli stop
alle laterali succedono disastri,

perché tutti sanno che infinite
sono le rette che possono passare
per un punto solo, perciò tieni presente:

conviene il percorso su stradine di campagna
senza la mezzeria pur se con molte curve
ma prive d’innesti alle carraie
che portano a poderi abbandonati,

occorrerà più tempo per l’arrivo
e di certo troveremo la brace spenta,
ma poco importa, basterà fare legna
nuova attizzare un fuoco senza
le vecchie braci su cui soffiare.

—————

Tre poesie
(con stralcio da una nota di Ennio Abate)

 Il fiume San Lorenzo

Il fiume San Lorenzo corre veloce
tra le rocce prima del Ferro di Cavallo
e poi si schianta nel salto
dentro la nebbia d’acqua
ove galleggia microscopico un battello
dal nome ” Maid of the mist “.
Così noi, tu, io, assieme
alla maschera di Tutankhamon
e allo schiavo che eresse
la sua camera funerarie,
il defunto di Sant’Elena
e gli insepolti delle sue battaglie
i loro amori, le malattie, il sangue
delle ferite, ed il dolore delle baionette
dentro le viscere, i dissolti di Hiroshima,
i disintegrati delle torri
tutto scomparso dentro quella nebbia
ove basta un secolo per essere dimenticati,
anche tu, piccolo uomo che ora balli
al suono dei jingle natalizi
ti perderai nel flusso della corrente
e non saprai di me e dei miei amori
inconfessati e sotto silenzio
non troverai che echi di rimando
ma dell’emozione di una mano intrecciata
con la mia, di quelle labbra cercate
nella morbidezza di un abbraccio contrabbandato
chi ti potrà narrare ?
Eterna è la nebbia del fiume San Lorenzo
e naviga ogni giorno quel battello
con i turisti, tutto avvolge
questo tempo che ci è dato e tolto
in un istante senza poter capire
la ragione della sorte e del destino,
la nostra storia ed i suoi angoli
che non sappiamo arrotondare
e quel bisogno di narrarci all’altro
che talvolta neppure sa di noi
( o l’ha smarrito nelle pieghe
d’un desiderio morto )
e le partenze che rinviamo
con quei biglietti di sola andata
già obliterati, tutto tutto tutto
sarà avvolto e poi travolto
dentro quella nebbia che si scioglierà
soltanto in un incontro dentro quel Tutto
e finalmente respirerà la pace.

*Il battello Maid of the Mist prende il nome da una figura mitologica degli indiani Ongiara, trasporta passeggeri, nel bacino alla base delle cascate, sin dal lontano 1846.
(da https://it.wikipedia.org/wiki/Cascate_del_Niagara)

 

Il pallone cade sempre al di là del muro

In quella fotografia non ancora color seppia
sorrisi, sguardi, complicità, inconsce
speranze, illusioni, tutto era ai nostri piedi
allora, il dubbio e l’incertezza non ci appartenevano,
ogni virgola era al suo posto, chi avrebbe immaginato
che il futuro sarebbe stato quello che divenne ?
A quel tempo si distendeva sotto i nostri piedi
il tappeto rosso delle stelle, tutto era in discesa
quasi senza pedalare, nessuna ombra
sarebbe apparsa sopra l’alba di anni nuovi,
Urbino sferzava i vostri visi col vento delle sue Cesane,
e così disperdemmo negli arabeschi delle strade
i nostri sogni fatti di attesa e i viaggi di speranza,
ma il tempo ci ha buttato addosso il suo mantello
e la vita è rimbalzata al di là del muro di confine
come talvolta avviene col pallone
e si deve scavalcare la recinzione
con la speranza di recuperarlo
ma l’erba è cresciuta a vista d’occhio

 

Al Premio di poesia

Non si nega l’applauso
è pura cortesia, affabilità,
civile comunicare un affiatamento
tra sconosciuti che hanno biascicato
le stesse parole, ordinandole
con diverse sfumature, domandandosi :
” ma cosa voleva dire ? ”
e la giuria indossa le piume d’ordinanza
si sciacqua l’ugola con le citazioni colte
s’arrampica sugli specchi
per dimostrare che ha letto
meditato e soprattutto ben capito
il senso, il messaggio (no, questa parola
non la si dice più, fa troppo anni sessanta)
meglio parlare di mission della poesia
e poi tutti a buttarsi a scapicollo
senza l’eleganza del censo e anche del ceto
sopra i bicchieri di vino bianco
la fettina di crostata e le tartine
gentilmente offerte dalle dame
d’una carità acculturata e progressista
poi la lettrice che declama i testi
con troppo birignao e l’autore
un po’ imbolsito che enfatizza
il suo prodotto, e tu che ascolti
ti domandi il senso di certe calligrafie,
se aiutano il mondo a farsi chiaro a noi
oppure se altro non sono
che l’appagamento d’una vanità
che ci attraversa e lascia folgorati
sopra una strada che mai non va a Damasco.
Infine ci si saluta, ci si complimenta
e si riparte, ognuno con la sensazione
di sfatto,di deja vù, di paura ben nascosta
per ciò che abbiamo dentro
e che avremmo voluto tirare fuori
ma le parole che avremmo usate
non sarebbero state degne del sentimento,
e domani ricominceremo a pennellare
la nostra vita sopra le vecchie tele
sperando che il senso si faccia avanti
e si dispieghi, ma non accade.

Sin dal primo impatto con i versi di Luigi Paraboschi si coglie il tono fondamentale della sua poesia, che è lucido, dimesso e amaro. (Quando ho pensato ad un corrispettivo nel campo della pittura, mi sono venuti in mente i quadri di Edward Hopper, il ritrattista della solitudine americana). Paraboschi coltiva una poesia che non vuole essere per letterati. (Si veda il distacco ironico che mette tra lui e gli altri poeti nella terza poesia qui proposta). E che s’affanna, invece, sulle domande di senso della vita e delle nostre esistenze. Sono, immagino, domande sue. Che però ha sentito galleggiare anche nella mente della gente comune con cui sta a suo agio. Come lui, costoro non hanno una corazza di studi letterari o filosofici e non amano le “ideologie”. Né i ricami col linguaggio («e tu che ascolti / ti domandi il senso di certe calligrafie»). Di solito hanno fatto altri studi (tecnici e scientifici forse) o hanno vissuto in modo pratico buona parte della loro vita. Hanno pensato, cioè, dentro le sue maglie strette e spesso ispide, non in appartati seminari accademici o cenacoli letterari. Dalla poesia, perciò, reclamano qualcosa che abbia ancora a che fare con quel che hanno cercato e cercano nella vita di tutti i giorni. Ai versi chiedono innanzitutto « se aiutano il mondo a farsi chiaro a noi».
Conservando gelosamente un legame privilegiato con questo tipo di lettori, ai quali Paraboschi mi pare legato in modo tenace tanto da farne anche una sua maschera difensiva e selettiva, la sua poesia proviene da un sincero bisogno di narrare e di narrarsi all’altro. Ed è perciò colloquiale. Non resta comunque in superficie. Non ti intrattiene amabilmente ma ti porta nella profondità dei sentimenti da lui vissuti, dimessi e amari, come dicevo. A questo «desiderio di contatto» Paraboschi non si affida però del tutto e tende anzi a castigarlo. E qui entra il realismo che ha conquistato dalle sue esperienze di vita e di scrittura. Perché ha troppo chiaro che il mondo, di cui una volta i poeti, ma soprattutto i narratori, che credo egli preferisca, raccontavano abbastanza liberamente, non ha oramai più «colori e forme definite». E sa bene che «oggi tutto si muove in fretta, la stanchezza / ci attraversa senza lasciare al cuore il respiro /per un battito anche senza futuro».
[…] Ennio Abate

 

—-

Luigi Paraboschi

2016 – finalista al premio “Città di Forlì “
2015 – segnalazione speciale al premio “ tra secchia e panaro “
2014 – ottobre secondo classificato al premio per poesia inedita “ le quattro porte “ di Pieve di Cento ( Bo )
2013 –
ottobre : 1° classificato al 32°premio per poesia inedita città di Quarrata ( Pistoia )
2011
aprile : terzo classificato al premio per poesia inedita “ tra Secchia e Panaro “ Modena
ottobre : menzione al premio Soragna per poesia singola.
2010
ottobre – primo premio al concorso “ Violetta di Soragna “ per la sezione “ libro edito con il volume “ Geometrie precarie “
maggio -terzo premio per la sezione silloge di poesia al concorso Mezzago Arte “ a Mezzago ( Milano)
maggio – Secondo premio per libro “ Geometrie Precarie “al concorso
“ Toscana in poesia “ di La spezia.
2009 –
Settembre – primo premio poesia inedita “ Le quattro porte “ Pieve di Cento ( Bologna )
Giugno –primo premio per silloge inedita al xxxiv concorso” Casentino “ di Poppi ( Arezzo ) con pubblicazione del volume “ Geometrie precarie “
2006
1° premio pari merito al concorso per poesia inedita all’VIII concorso “ Giacomo Natta “a Vallecrosia ( Sanremo )
2003 –
1° premio assoluto per la silloge di poesia “ Controvento “al concorso “Città di La Spezia”

Fabio Strinati

15 ottobre 2017

download (1)

[…]Per Strinati la scrittura diventa lo strumento per imparare a conoscersi, per compiere un’indagine approfondita nelle proprie emozioni. Non è così scontato riuscire ad osservarsi in profondità, specialmente se lo si fa attraverso la creatività, producendo versi di un certo valore. Tra le angosce l’autore non nasconde di aver anche paura di ciò che prova, e in un tempo provvisorio vive la sua esistenza tra mille dubbi, cercando di capire la direzione da prendere per non cadere nel buio assoluto. Ripensando proprio a questa tensione dell’anima torna a farsi presente nella memoria la poesia di Georg Trakl, poeta espressionista austriaco che evoca la decadenza e la solitudine del mondo. Strinati in qualche modo porta addosso pensieri e patimenti avvolti da un tormento insistente. Fragile e precario il poeta continua a ‘vomitare’ un malessere che sfianca, si abbandona a quel vortice che lo attira come forza oscura, si cerca, si annusa, si scopre come feto impaurito in una vita che non sempre dà riferimenti, in attesa di una traiettoria nuova. Decidere di andare fino in fondo negli angoli meno battuti della propria anima è una scelta sicuramente coraggiosa. Non è da tutti svuotarsi, passare al setaccio turbamenti, sofferenze, lacrime, e vedersi oltre. Trova rifugio negli elementi della natura Strinati e nel fiorire di primavera prende atto della preziosità dell’esistere, di essere parte del cosmo. Rimane comunque un’oscillazione costante dove prevale il dubbio, l’imperfezione, ma questo fa parte di una personalità sensibile che chiede risposte, che aspetta di comprendere il senso del suo andare per le strade della vita, insieme ad una fedele compagna: la Poesia.

(Dalla prefazione di Michela Zanarella)

 

ANIMA

La morte ha un odore di selvatico
più delle lacrime cadute a terra prematuramente,
seminate di speranza e di sorgenti
con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati
caduti in guerra e mai risorti,

come
la morte, lei penetra porta scompiglio
e in novembre, solo un vago ricordo di quell’anima
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.

 

DENTRO LA MIA ANIMA

Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine…

ho l’anima che cerca il romanzo della vita
per non morire giovane su questa terra affaticata,

…solcare il mare
lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,
che sappia rinverdire l’anima mia di gioia e di speranza!

I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra
con eleganza, come ogni mattina
quando penso alla preziosità della vita…

la più bella scoperta,
l’avventura in un lungomare di conquista!

 

IO E IO

Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,

e quando ci sono quelle giornate umide
e le mosche bidonate nella lordura del momento,
mi ritiro nel mio bureau di taccuini,
guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato
su quelle lente nuvole stracolme d’acqua,
in quei giorni stringati di dicembre
e i cortili imbiancati come lenzuoli d’avi e di morte!

 

ATTESE

Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,

come una traiettoria in metamorfosi,
che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.

Gettare un’occhiatina oltre quel sipario rinserrato,
oltre un avvenire errante e impantanato
nel suo dovere ma nel dubbio
che una lancetta d’orologio
sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,
nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.

 

SCARABOCCHIO

Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,

a sorbettare i versi e le rime…

scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,

a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti…

adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima.

 

DEPRESSIONE MIA

La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono,

strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.

 

LA MACCHIA

Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti,
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.

 

TESTIMONE

È nella fessura che porgo l’occhio mio,

la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,

sibili e cicalini,
nel suo rattoppo d’origine,

d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra

e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso

la sua macchiolina annichilita.

 

IL COLPO

Schizzano sul muro sudato le imperfezioni
d’una vita vissuta sguaiata

come ritratti che furono sepolti
verso una sera incastonata tra le spine,

dubbi in crepe di polvere, graticole
interrotte nel calore inaffidabile

che lentamente strappa la sua carne al vento,
come dalla memoria d’un proiettile
sempre in eterno si scava.

 

DI COLPO

La mia gola asciutta in un rogo di sibili
come punita dagli eventi nati e scomparsi
negli adagi attimi rimescolati,

granelli di buio come ragnatele disperse
in un vecchio cerchio di plastica
assediato da rette immaginarie, matite
di cerume come travi di feritoie invano

 

 

Fabio Strinati ( poeta, scrittore, aforista, compositore ) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.
Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore.

Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista Sìlarus fondata da Pietro Rocco. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua, la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso, Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido.

Pubblicazioni:

2014 Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo.

2015 Un’allodola ai bordi del pozzo.

2016 Dal proprio nido alla vita.

2017 Al di sopra di un uomo.

2017 Periodo di transizione.

 

Elina Miticocchio

6 ottobre 2017

Le stanze di elina miticocchio

Elina Miticocchio, Le stanze del vento. Prefazione di Angela De Leo
SECOP edizioni 2016

 

Io sono qui

 

Sotto di me vedo passare uomini solitari

Nessuno incrocia il mio sguardo

Il mio sguardo è una preghiera per il mondo

e per il prato

Sul prato un giorno vorrò stendermi

a braccia piccole e aperte

chiamerò il cielo

senza parole, senza domande

Non avrò stanze di solitudine

Solo nel viaggio il saluto

e un segreto al posto del buio

Sarà compimento

(pag. 57)

 

 

Sono nata sull’acqua

Sono nata sull’acqua

protetta, odorosa di fiori innocenti

quasi dipinta nel semicerchio di un arcobaleno

 

la mia prima stanza è stata mia madre

la sua paura che non vedessi la luce

 

avevo sete di terra e di foglie

– non ho avuto figlie

trasparenze che ho acceso

come passaggi lunari

 

ora cammino e invento

piccole lanterne e preghiere

per rischiarare il buio della casa

(pag. 71)

 

**

 

Sto seduta su una foglia

Sto seduta su una foglia in cima all’albero dei sogni.

Non ho freddo e neppure caldo posso ascoltare

piccoli suoni. Tutto si allontana. Mi sospendo. Sto in

ascolto. Mi sento leggera.

La vita in me ricuce un pieno di luce in cui vago.

Vado.

La memoria ha i colori del legno e vola come ape

bambina. A volte cerca riparo tra i battiti del cuore.

Ormeggia in abiti di silenzio.

Poi una parola cade dal ramo.

È di nuovo cielo.

Forse un nuovo pane di accoglienza.

(pag. 84)

 

 

 

 

 

 

Lo spazio che si apre davanti agli occhi

Ha spicchi di colori a tempera.

Questa notte gli artisti della natura

Hanno lasciato qualche secchiello di colore.

Vado a recuperarlo. Qui ci sono tanti bambini.

Tanti adulti che non guardano il cielo.

Chi insegnerà ai bambini che la prima bellezza

Viene dal creato?

(pag. 135)

 

 

 

 

 

Terra che è prato

 

Ricco di erbe

terra che grida

fatta di sassi

terra conoscenza

terra nazione

terra delle persone

Ad ogni passo che faccio

c’è una terra

è dappertutto

seguo i suoi segni

alberi pesci frutti

perfino le foglie

chiamano il cielo

Il respiro del mondo

(pag. 136)

 

 

 

La pace

 

Perché l’uomo perde i suoi occhi?

Perché non ama

Che sé stesso

E diventa un riflesso scuro scuro

La pace è quella luce che ci fa chiamare

Da un luogo lontano da un grembo all’altro

Fratelli

 

(pag. 138)

 

(Poesia presente nella terza edizione dell’antologia Cieli bambini, a cura di Livio Sossi, Secop Edizioni, 2014)

 

 

 

***

Il corpo vive d’aria

germoglio di un piede celeste

nuvole e rondini, soli

nella notte pianto di perle

oltrepassano la mia mano

e come scia di sonno

a c c o g l i e r e

cogliere il seme nel luogo dei semi

farne un cesto d’albe

e d’una parola un battito

poiché le parole sono s o r s i

bianchi ciottoli frettolosi

Ascoltali all’interno all’intero

(pag. 145)

 

 

Canto della meraviglia

 

Metto gli affanni e la solitudine

e gli occhi grandi

al riparo dagli sguardi d’inverno.

Oggi il mio cuore cuce una carezza

e il silenzio incanta

la casa e l’aria

il respiro delle cose riunite

come frutti maturati tra le dita.

Il sottile filo ricama acqua

che non sente il freddo della notte.

Ogni cucitura ripete

la vastità della piccola gioia

che tengo raccolta dentro.

(pag. 152)

 

Elina Miticocchio nasce a Foggia nel 1967, dopo gli studi classici si è laureata presso la facoltà di Giurisprudenza di Bari.

Autrice di poesie e racconti, appassionata di arte pittorica, scrive su un blog personale dal titolo “Imma(r)gine” nel quale raccoglie, oltre a suoi testi, voci di altri autori e illustrazioni. Ha collaborato al blog CarteSensibili.

Nel 2014 è selezionata per far parte di una plaquette dal titolo “Le trincee del grembo” – Dodici prove d’autore al femminile – dell’Associazione Culturale LucaniArt.

Nel mese di maggio 2014 pubblica, per la casa editrice Terra d’Ulivi, la raccolta poetica dal titolo “Per filo e per segno” e nel giugno 2015 la plaquette dal titolo “Semi di parole” per i tipi dell’Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi, nella Collana Exosphere Plaquettes.

E’ presente nell’antologia di poesia italiana contemporanea per ragazzi dal titolo “Cieli bambini”, edita nel 2015 dalla Secop Edizioni e curata dal Prof. Livio Sossi.

Fa parte dell’antologia Sotto il cielo più largo del mondo. Trenta poeti dauni, edita dalla casa editrice Besa nel 2016.

Nel dicembre 2016 ha pubblicato la silloge poetica dal titolo “Le stanze del vento”, prefazione di Angela De Leo per la collana “I Girasoli”, edita dalla Secop Edizioni.

Sue poesie sono state pubblicate su diversi blog letterari ed antologie edite da LietoColle Edizioni.

Attualmente vive e lavora a Foggia presso l’Ufficio V – A.T. di Foggia.

 

 

 

Mario Girolamo Gullace

27 settembre 2017

m.g

LA LUCE SUI TRAMPOLI.

la voce, intensa, è una gola carsica, è l’aria riavuta
dalle grotte imbevuta di tufo. passa le labbra come
dalle fenditure della notte i sogni al risveglio.
le parole entrano non per via della ragione, entrano
dalle cicatrici del dolore sulla pelle. sono le visioni
di Nazim Hikmet, e di Federico Garcia Lorca, che
camminano su trampoli di farfalle e di costellazioni.
il piano delle onde sonore ruba i cristalli, e le lenti
dei grandi telescopi, per arricchire di emozioni
i ricettacoli degli occhi; i ricettatori delle preziose
refurtive fondono le immagini in anelli ricorsivi.
gli attori sono la danza delle gru e dei trampolieri,
sono frontalieri che portano le sete e i fuochi ancora
spenti. poi, dal blu scuro del fondale, vorticando,
esplode la galassia scintillante; il brivido si espande
dal batticuore ai battimani, e scrosciano lacrimanti
acque giù dagli scalini di Santa Maria della Scala.
il teatro è una sala all’aperto, e la piazza si svuota.
Siena dorme sui suoi fianchi, quelli stesi di schiena
guardano le luci danzare a scoprire l’aurora nei gufi.

*

IL DONO DEL BACIO.

la luce di luglio attraversava l’aria
incendiandola di calore.
quando entrò nella penombra
di quel tempio, vide i canestri delle offerte:
grano da farne un fascio morbido
per la guancia, da poggiarla sulla
notte; dolci datteri per addolcire gli occhi
della ninfa. non si ricorda cosa disse,
si ricorda una sensazione di vicinanza,
una frequenza del desiderio che sperò fosse
la stessa in ogni stanza. così, nella più alta,
dove i sacerdoti osservavano le stelle
zodiacali, seppe e imparò il nome
del leone; seppe e imparò le sue parole.
uscirono dal tempio, nello spiazzo dove poter
vedere e immaginare le loro nuove scoperte
terrene e, quando fu gennaio, vicino l’edicola
dei santi, il loro paio di labbra assaporò
il succo delle more pressato dall’amore.

*

LA NEVE SUI FILI.

il colle era al di là dei camini,
la sua curva morbida e folta dava
un bersaglio naturale allo sguardo.

la collera, a volte, arrivava in ritardo,
il piatto servito freddo colpiva a caso
a schiaffi calci e pugni, ma senza
bisogno di ospedale. bastava
lo scalino
sulla terrazza, seduti ad osservare
i rilievi brevi, a immaginare i sentieri
incisi dal ripetuto camminare.

la voglia di imparare a farsi i lacci
era per distaccare la testa del serpente,
la fibbia e la cintura era un sibilo
subito rannicchiati in un angolo
acuto del dolore, senza anestesia.

bastava far ruotare due castagne
nel palmo della mano e dirigere la penna
a far segno di qualcosa, qualcosa
che accennava a sgusciare dallo
sterno. il respiro dell’inverno
si appoggiava alla ringhiera e sui fili
senza panni,

e la voglia di imparare
la neve era di essere capaci a cadere
e stare in piedi. il colle era al di là
dei cammini già fatti, gli altri
erano tutti bersagli mobili da capire,
e fallire era più facile che riuscire.

bisognava imparare a stare in piedi

senza affanni, in bilico,
come la neve sui fili distesi.

*

UNA SOLA CHIAVE.

il guardiano della cella lascia cadere
i denti consumati della libertà. l’antico
ospite non flette più la schiena e le mani
le appoggia sul pomello di un bastone.

la grata, su cui pone le torri e gli alfieri,
al tramonto scivola sul muro. certe sere
tira di piatto il pensiero di un rimpianto,
e lo guarda rimbalzare sull’impassibile

orizzonte. poi, la notte, gli cade addosso
ostruendo le cavità dell’aria, impossibile
levarsi il sorriso triste che si riflette nel
suo vecchio sogno: annodare le lenzuola

per l’evasione del corpo sulla terra e per
il respiro un ascensore. la guardia arriva
presto quel mattino, l’ospite ora serra nei
denti la muta rilassata pelle di un sorriso.

*

CAPIRE.

sul cartellino del disprezzo c’era scritto sei milioni
e, tra i banchi ambulanti della nebbia, si sentivano
stridere i talloni di ferro.
mi alzo all’ora dei minatori che si portano in gabbia
il cardellino, il grisù gli piega la nuca come a Gesù.
è l’ora del naufragio sulle coste della costernazione,
e si capisce da lontano che quella volpe sta cercando
un condotto d’aria buona.
C. insiste a dire che tutto può essere compreso, e io,
dopo aver combattuto per trenta pagine, ho sbattuto
la porta in faccia a Hegel.
la signora Amanda s’è iscritta a corsi serali di logica
matematica, che poi la introdurrà nel codice binario
della cibernetica.
Benedetto dice che le cose difficili maturano sinapsi
e Psiche ne trae un giovamento in coppia con Amore.
la struttura invisibile della grammatica si sostituisce
al pianto del bambino e al grido di terrore dell’ebreo.
se l’ingranaggio è in regola avrai il salvacondotto,
da bambino capirai il linguaggio, il linciaggio non si
potrà capire mai.

*

VITE CHE NON SONO LE NOSTRE.

cadere nel sonno, insieme ai delfini che tornano a casa,
e mettere il segno di dove si arriva. Irina ha lanciato
il suo cuore a decine e decine di metri al di là del motore,
e adesso tocca a Emmanuel Carrère. mi trascina con sé
su versanti vissuti davvero; sdraiato nel letto, variando
le pose, mi fa correre il sangue alla testa di bande stonate
su tratti introversi e strade bordate di boschi. dagli occhi
tracima la linfa dell’olmo, e il vuoto è una piena di stelle
e Nirvana. le vite che non sono le nostre ci attraversano
dentro e ci issano a bordo, ci fissano al cavo e ci tirano su.
Irina torna a casa, la portano a spalle, la spina e le coste
sono rotte nel tronco, la faccia un budino sformato. nel
correre forte è passata a uno schianto di luce celeste nel
quale ci ha pianto qualcuno, ma era soltanto uno spicchio.
adesso è il paese che torna, è lo specchio riflessa bambina
con il viso lavato di fresco. vite che non sono le nostre e
strenuamente difese, e se un attimo solo si sta disattenti…
Irina ritorna in Ucraina non per geni impazziti, o per onde
tsunami che racconta Carrère, torna per un segno caduto
dal libro più avanti del libro, per la vita soltanto prestata.

*

UNA VOLTA

al giorno alla luce succede il buio
e gli occhi interrompono le ordinate
sequenze; una volta al giorno viene
a trovarci una commiserazione che
neanche la coda affettuosa del cane
serve a mandarla via.
una volta c’era
la giusta età per fare, da soli, almeno
la metà di noi, e c’era l’energia per
trovare il resto che mancava.
si stava
con la fronte alta e la schiena dritta
e si guardava avanti; bagnato il dito
di saliva si sentiva la direzione dell’
aria che tirava e si metteva mano al
mondo. una volta c’era
un mondo di
cose da fare e non c’era tanto tempo
da passare ore e ore a guardarlo, che
si allontanava.

*

PRIMA PERSONA PLURALE.

a pranzo digiuno, per cena qualcosa;
ma non ci siamo, ancora non ci siamo,
manca il primo elemento elevato alla
seconda portata del tu.

tra l’assenza, e
la mancanza, la speranza è l’intermedia
lacuna che precetta il pilota per andare
da sé.

l’assenza è di poco, la mancanza
è giammai, e nell’arbitrio di un suicidio
dio non c’entra nulla: come in tutto ciò
che esiste si assiste ad una paralisi della
norma,

prende forma una versione lesa
della prima scena di noi stessi e stiamo
abrasi, in un angolino misterioso della
nostra sostanza, a vederci assenti.

si ama
stare soli eclissati fino al nodo alla gola
che si chiama angoscia, e allora troviamo
l’uscita, oppure l’uscita si ingozza di noi.

*

RISTORANTE SONNO.

Il dottor Anerdi era un cappello incollato in testa e un cappotto col bavero rialzato. A casa non veniva volentieri, e molto spesso, al telefono, faceva dire che non era in ambulatorio. Il dottor Anerdi era un cane, e bisognava ricorrere all’accalappiacani perché venisse a domicilio.
Dal ristorante sonno succedeva che mi buttavano fuori molto prima dell’alba; mi facevano pagare il conto dei coperti significati, aprivano la porta sulla notte ancora fonda, e via, andare, camminare, cercando di sbrogliare la matassa ingarbugliata del filo spinato intorno alla vita.
Madrina diceva: questo bambino è troppo pallido, e qualche volta mia madre faceva ruotare sulla testa un piatto d’acqua con delle gocce d’olio. Malocchio; o un demiurgo che remava contro; o qualcosa che tramava tranelli; o del cibo difficile da digerire; o una questione da chirurgo spirituale.
Il dottor Anerdi era la fretta in persona; col cappello di feltro calcato sopra gli occhi, e il cappotto Facis abbottonato fino al collo, estraeva dalla sua borsa l’attrezzo per vedere se la gola era infiammata, oppure quello per sentire se il cuore correva impazzito.
Poi, ho capito qualcosa, e adesso, nel ristorante sonno, osservo l’angolo più appartato. Un cameriere ha servito della frutta secca e una natura morta adagiata su una tela di pantaloni sdruciti.
In quell’angolo ci sono tutti i volti con i loro nomi; ci sono tutti quelli conosciuti in vita e immaginati nel loro intimo di madreperla; ci sono tutti i dottori, anche lo svogliato Anerdi, in un consulto sulla causa prima di tutte le cose. Ma, sopra tutti, c’è l’uomo del banco dei pegni sopravvissuto al campo, quel campo dove invece sono rimasti il figlio, la moglie e, quei due genitori, che l’hanno generato, e che furono sempre generosi di affettuoso silenzio.
In quell’angolo c’è l’uomo del banco dei pegni; lo osservo mentre sta facendo il numero che si porta sul braccio; e mentre sta parlando qualcuno va da lui a impegnare dell’oro. L’uomo del banco dei pegni, a questo punto, chiude gli occhi sui suoi ricordi più preziosi; chiude gli occhi che rimbombano nella solitudine delle sue orbite.
Intanto, mia madre, sta ruotando ancora il piatto d’acqua con le gocce d’olio, bisbigliando quelle parole che non capisco. È per questo che dal ristorante sonno esco fuori prima dell’alba: per sentire tutti i bisbigli che entrano dalla finestra aperta. E non c’è nulla da capire, le emozioni, come le preghiere, bisogna solo sentirle.

*

PAROLE.

lasciale uscire, levarsi loro in piedi e dire
guanciale, provando il viso sopra un pane
cotto bene e sentire il molle impasto coeso.
lasciale calamitarsi insieme contro calamità
presenti e future; lasciale pure slegarsi dai
nodi scorsoi di re reprimenti. lasciale pure,
senza alcun artefatto troppo elitante da quel
senso comune che non sarà colto ma inteso.
lasciale dormire ad occhi aperti, e venire tra
noi in silenzio, su tratti di penne e di libertà.
lasciale crescere a stare in piedi da sole, poi
ti insegnano la bici, e le dici con parole tue.
Gullace Girolamo Mario nato il 21 agosto del ’63 a Torino, risiedo e lavoro, come operaio, a Venaria Reale (To). Libri pubblicati: “La ragazza e il quadrifoglio” (editore Libroitaliano World) “Per gioco e per amore” (libro + video – editore Ismeca) e, sempre per Ismeca “Solo per amore”.
Alcune mie poesie sono state pubblicate sui blog Neobar, Poetarum Silva e Il giardino dei poeti.

Angela Caccia

18 settembre 2017

Angela Caccia Piccoli forse copertinaPIATTA

I segnali della infinita possibilità della vita
Un lungo tempo di lavoro, di gestazione e di volontà ha portato Angela Caccia alla vitalità profonda di versi come questi: (…) Il cielo brucia più /dell’inferno (…), (…) Ha piccoli passi /questa sera d’abissi (…), (…) Il giardino delle rose /piccola grammatica /per gente semplice (…), e altri che in questa raccolta – nel viaggio tra ritorni e sguardi ancora al largo – offrono e interpretano una tensione poetica finalmente più certa, più cosciente e meno agitata a raggiungere, per stratagemmi più che per virtù interna, i risultati attesi e desiderati. Intendo che la voce di Angela – per chi la segue da tempo – appare qui più certa, quasi in apparente contrasto con la sospensione suggerita dal titolo della raccolta. Si tratta esattamente di una forza che la poesia, intesa come sguardo inquieto e mai vago al mondo e alla propria vita, oppone alla ipotetica serie dei piccoli forse come pure sospensione dubitosa, facendola diventare la quiete delle accettate possibilità. Ci sono due modi infatti di leggere i piccoli forse che la vita propone. Si possono leggere come tarme, come elementi di negazione e di sfaldamento del tessuto vitale – insomma, piccoli tumori, anticipi di morte – e sono i forse che paralizzano, i dubbi che solo arrestano il cammino. Oppure – ed è il caso di questo libro – come segnali della infinita possibilità della vita, come segni della sua vastità e varietà, rispetto ai quali il cammino personale individua, se fedele al cuore, un personale destino, dove non a caso la metafora del porto domina. Un porto fatto di mani che si ritrovano, di figure dormienti ammirate, di terrazzi da cui guardare la propria terra e non soltanto i propri sogni. Il destino è il tema, quasi come guida musicale e non solo come oggetto di riflessione, di questi versi. Non c’è forse un Ulisse che appare anche come personaggio tra le pagine, ma che è innanzitutto figura interiore alla voce poetante? Il destino, per Angela Caccia, è sempre questione dalla risonanza psicologica forte e complessa. È il termine di discussione della sua poesia perché lo è della vita. Una vita fatta di accettazione di scarti rispetto a destini imposti e autoimposti. Rispetto al destino, i piccoli forse sono mine che fanno esplodere altri possibili con altre possibilità.
~ 12 ~ Angela Caccia, Piccoli forse
Credo che il tema del ritorno, flesso in molti modi, sia il tirante magnetico di questo libro. Seguiamo la voce della poetessa condurci in diversi territori e livelli della esistenza. La sua è voce che cerca anche l’attrito, le parole scostanti. Sa che la poesia non sta solo nel bel verso. Caccia ci consegna una voce matura, mai rinunciando del tutto ai suoi scarti, agli umori di una sua scrittura scabra a volte, e pastosa, una voce intenzionata a colpire. Non sempre va a segno, ma ormai anche Angela ha imparato che in poesia non conta l’effetto ma l’affetto. Ovvero il chiarirsi dell’affetto, quel che gli antichi chiamavano afficio, legame con il mondo, persone e cose, alla luce di un destino.
Davide Rondoni

                     

                           

Tornare ad amare è come
ritrovare una direzione
essere ancora capaci di una
carezza – eppure, così scollati
dai più che la cercano –

riprendere a leggere di me di te
dal rigo abbandonato
dai desideri miei e tuoi
di dare loro una casa
in cui ritrovarci la sera

                          

                               

Le labbra del mattino, inviolate
ancora dalla parola, ancora distanti

respiro piano, ti soffio e sollevo
un tutto noi disperso nel sonno

non permettere mai alle tue mani
di chiedere il permesso di carezzarlo

                                    

                                 

Parlarci tacendo un ponte, la sera
tra i nostri occhi, e ti guardo le mani

le dita, così arrese ai braccioli
toccandosi tornano ad affiatarsi

e raccontano: ognuna è stata una nave
nel giorno, ognuna all’altra torna porto

                         

 

Al piccolo Michele

Due mesi
e una manciata di giorni
estorcono amore

il seno turgido non è solo
lì per nutrire, già nel latte
sono i sogni di una madre

su tanta immagine bella
lo sguardo paterno
è uno scudo tagliente

nella parte convessa
lo schianto della tenerezza
è un urlo feroce

la mia vita per la tua vita nascente

                                     

                                            

Due le modalità
per sgusciare nel giorno:
tornare sui propri passi
a riannodare fili, oppure
ascoltare un fuori campo
disertarsi
e decidere di nascere oggi

ogni passaggio di coscienza
ha la sua forma di banditismo

                          

                       

Dove aggirare i massi appare
il tuo talento, ogni piccola tappa
è un attentato alla meta più vicina

non rallentare, di notte
il vento dei rami straparla in falsetto,
vuole ingannare il nodo del tempo

non ti curare, si viaggia tutti
con un’Itaca nel cuore e il puzzo
di un incendio domato addosso

                              

                                    

Sfavilla un quadro
sul giallo senape della parete,
perfettamente allineati
sull’immagine gli assi visivi

fa frontiera solo la cornice
obiter dictum: mi è concesso
sapere sin lì, forse – dietro –
il sentiero continua
forse – poggiassi l’orecchio
come ad una conchiglia – sentirei
l’incedere ancora di un passo

barbugliano i forse
per consolarci di un’aporia

                              

                                     

A mia madre

E sarò io domani a doverti
partorire in qualche modo,
su ogni post–it alle tre la pillola,
la conta delle gocce, un tuo necrologio

maglia a maglia disferò
l’ansia di quegli appuntamenti
ognuno una trafittura nel petto,
da parte a parte

cancellarti da ogni giorno
inesorabilmente

inizierò così ad allattare
il tuo ricordo in un rumore
di ciabatte che
mi cammina dentro

Antonino Caponnetto

9 settembre 2017

CoverF

Sette poesie dal libro: “Il sogno necessario (Niente guardiani, prego, alla Parola)”, poesie con testo inglese a fronte, traduzione di Alessandra Bava, Pellicano, Roma 2017.

DAI GARBUGLI DEL SOGNO, LA PAROLA
attende il suo momento per levarsi,
alta lingua di fuoco e Nord del cuore.

Ma che avverrà di noi se, in deferenza
agli orologi nostri troppo usati,
non sarà fatta mai menzione alcuna
di tutto il bene sperperato e perso
da me e da te lungo le strade e il tempo?

Hanno bruciato i libri e insieme a questi
tutte le nostre lacrime future.

COME ALLA TESTA D’UN CORTEO CAMMINI
oggi per queste strade
che in altro tempo furono paludi

e palafitte
furono le case.

Coloro che ti seguono a dozzine
sono parvenze:
quelle dei tuoi cari

ormai trascorsi
eppure a te vicini.

Ombre evocate
da una fantasia stanca di solitudine,
dolore, malattia. Da un figlio ormai lontano.

Dalla paura d’essere
preda della follia.

NON STATE LÌ A COMPIANGERE COLUI CHE È STATO UN UOMO
giovane e forte un tempo anche se ora
è stanco, tanto stanco d’inspirare
ed espirare a forza le infinite
molecole di un nulla sparso ovunque.

Forse è un poco malata la sua mente
o forse invece è il corpo a vacillare.
Ma indagare su questo a cosa serve?

Ora i fiumi dell’anima
sono torrenti in secca.
Sono piccoli stagni le sorgenti
a cui si dissetavano
i nostri padri antichi.

E il mortale s’appresta al lungo viaggio
verso un Ade selvaggio e sconosciuto,
mentre il virus che insidia chi rimane,
non ne lederà l’anima,
che al Mistero appartiene.

LA VOCE RISONANTE
dell’orologio avvisa:
è questo il filo della mezzanotte
sono vuote le piazze

vegliano al sussurrio delle fontane
le statue secolari

ragazza sola, come un’ombra lenta
tu scivoli
sui neri marciapiedi

nel tuo grembo, rifugio dei perduti,
cresce il figlio d’un dio che non ha nome

più tardi un misterioso messaggero
ti darà la notizia, le istruzioni
poi sparirà nel cielo mattutino

di luci fioche
l’alba già ti veste

come piccole gemme
luna e stelle
scintillano fra i tuoi
capelli bruni

IO NON HO CHE UNA VOCE
e a volte sono stanco
di gridare nel vento

Tu non hai che una voce
e disperi talvolta
che qualcuno la senta

Ma il grido della Terra
è nelle nostre voci
Le radici del cuore
d’ogni umano che vive

fin dai primordi inducono
fiotti di sangue eterni
negli esseri mortali
E sconfinate aurore

CREPA CAVALLO MENTRE L’ERBA CRESCE,
così scriveva Brecht nei suoi diari.
E il tempo che è passato
non è servito di lezione a chi
nell’Unico Pensiero ora trascina
la sua scissa esistenza. Lo sappiamo:
il potere è potere a destra e a manca
e le sue facce – maschere del nulla.
Lo sappiamo, ma confidiamo ancora
che l’intelletto umano possa farci
liberi nello spirito e nel cuore.
Li conosciamo i nomi di coloro
che armeggiano affinché giorno per giorno
l’amore di noi stessi per sempre ci abbandoni
e i nostri corpi al niente riconduca.
Li conosciamo i nomi. E i nostri figli
li grideranno al vento
perché ne faccia polvere
e memoria del male.

DIRE UNIVERSO FOLGORE PAROLA,
dire città pietà guerra potere
e in ogni lingua maledire il male

dire giustizia nascita dolore
conoscersi l’un l’altro, lavorare,
oltre la morte sempre pronti e vivi,

rigenerare il nuovo il bello il buono,
lottare, sì, perché possa l’umano
donarsi per intero al suo domani

fin quando il sole non muti se stesso
in una stella gigantesca e rossa.

                                 
                               

Stefano Iori su “Il sogno necessario”.

Come l’Autore stesso afferma a proposito di questo nuovo libro: “Il sogno necessario” (Pellicano, 2017) non è che l’evoluzione naturale e l’approfondimento di una poesia e di una poetica che guardano alla vita e all’essere umano con una speranza molto concreta e terrestre, una speranza attraverso la quale è necessario e possibile per ciascuno di noi, per ogni forma di vita su questo dilaniato pianeta, lavorare per darsi un futuro che abbia forma e sostanza umane, avere e coltivare, per sé come per l’altro, sentimenti e valori, aspirazioni e sogni ancora umani. E questo valga e sia difeso sempre, nonostante – e contro – gli orribili mali che l’uomo continuamente fa a se stesso e ai suoi simili oggi, mettendo quotidianamente e sempre più in pericolo l’esistenza stessa dell’intera terra.

Al contrario della moderna idea di progresso che sogna un futuro illuminato dalla scienza, oggi, a mio parere, siamo costretti a collocare invece la parte migliore del tempo ai suoi primordi (al passato) poiché è fin troppo facile concepire la storia più recente dell’umanità come un’inevitabile caduta verso la disgregazione e l’oscurità. Ed ecco il dilaniato pianeta e gli orribili mali…

Tante le ere, le epoche vissute dall’uomo: tralascio le più lontane e rammento solo le più recenti: Età medievale (476 d.C. – 1492 d.C.); Età moderna (1492 d.C. – 1789 d.C.); Età contemporanea (1789 d.C. – Tempo presente).
Ma poiché il pensiero occidentale e soprattutto la sociologia, tendono ad essere definitori, possiamo registrare altre ere successive: era moderna, postmoderna e – infine – era della comunicazione.

Paradossalmente, nell’evo della comunicazione, in cui tutti noi viviamo, la comunicazione stessa tende a formularsi in modo sempre più sintetico. Modalità comunicative come sms, FB, twitter obbligano a scrivere e leggere poco. Invece che comunicare messaggiamo, finendo per utilizzare addirittura un numero decrescente di vocaboli. Le parole comunemente utilizzate sarebbero meno di 5.000 contro le 30.000 stimate come bagaglio di un uomo colto.
Siamo dunque in un ambito di vaste possibilità comunicative, grazie ai media informatici e ai social network, ma per parlarci e scrivere usiamo sempre meno vocaboli e soprattutto comunichiamo in modo spesso banale, in modo fin troppo semplice, lasciando poco o nessuno spazio all’invenzione e alla poesia.

Ma cos’è la poesia? Rispetto alla comunicazione pura e semplice essa è una forma di scrittura radicalmente secondaria, eppure proprio per questo, assolutamente necessaria.
Una lingua non permette confronti – due lingue (se si aggiunge la poesia) sì. Dal due viene quel confronto cui accennavo, dal due nascono le cose, le idee, i pensieri: dal dialogo, vale a dire dall’ampliamento e dal confronto.

Con il suo “Il sogno necessario” Antonino Caponnetto ci propone la possibilità di spaziare, di allargare le vedute, di aprirci alla fecondità del dubbio, di pensare e riflettere oltre i confini comuni e banali del pensiero “medio” o “mediocre”.
Egli fa questo con la poesia. Perché, come dice Milo De Angelis, solo la poesia si scrive per dire l’indicibile.

Dalle regioni abitabili e tradizionali, la poesia si solleva davanti agli occhi sbigottiti di noi mortali nelle sfere di una decisiva ulteriorità rispetto al mondo sensibile.

Noi abitiamo la Terra usando, sì, le parole per comunicare (nel commercio, nella politica, nell’industria), ma il nostro abitare si fa veritiero, cioè autentico solo se riconosciamo nelle parole ciò che costituisce noi stessi e il mondo. Di più: noi abitiamo poeticamente soltanto se il nostro abitare include entrambi i regni: quello della bellezza e quello della vertigine, di cui la bellezza è portatrice. La poesia sta tra l’addio a un luogo noto e il benvenuto all’ulteriorità, un’ulteriorità che vieta ogni ritorno. In questo senso, Rilke può affermare nell’ottava Elegia duinese: Così noi viviamo e sempre prendiamo congedo, invitandoci in tal modo a esporci a un nuovo inizio, alla bellezza. La bellezza vertiginosa della poesia.

Se quanto detto è vero per la poesia in generale, tale discorso vale sempre e soprattutto per la poesia di Antonino Caponnetto, poiché il nostro Autore è un poeta vero, i cui versi attraversano il tempo, oscillando dalla singolare profondità dell’essere alla sua universalità. E ne è concreta, vitale testimonianza – non meno dei suoi libri precedenti – questo Sogno necessario. Necessario, appunto, come ho inteso dire qui, tanto alla poesia quanto alla vita nella sua interezza.

Stefano Iori

 

Antonino Caponnetto è nato nel 1950 a Catania (Italia), dove ha vissuto, salvo una breve pausa romana, fino al 1980. Dal 1981 vive a Mantova.

 

Raccolte poetiche:
Per l’Editore Campanotto, ha pubblicato due raccolte di poesie: Forme del mutamento (Udine, 1998) e La colpa del re (Udine, 2002). Per le Edizioni Kolibris, la silloge Miti per l’uomo solo (Bologna, 2009). Per l’Associazione Culturale Pellicano, Agonie della luce – Poesie 2012-2015 (Roma, 2015) e Il sogno necessario (Niente guardiani, prego, alla Parola), poesie con testo inglese a fronte, traduzione di Alessandra Bava (Roma 2017).

Traduzioni:
Fernando Rendón, Qual era la domanda? (Poesie 1986-2016), Pellicano, Roma, 2016.

Con Pellicano collabora già da qualche tempo come curatore della collana poetica internazionale “Poetry by the Planet”.

È stato ospite di vari festival poetici, come il Sirmio International Poetry Festival, il Festival internazionale di Poesia Virgilio, il Festival internazionale Ottobre in Poesia.
Sue poesie sono state radiotrasmesse, altre sono apparse su riviste e antologie (le ultime: SignorNò, I dialetti nelle valli del Mondo, 2016), LiberAzione poEtica (2017), tutte con l’associazione Pellicano, Roma, e No Resignación (Poetas del mundo por la no violencia contra la mujer). “Antología de Salamanca, Ayuntamiento de Salamanca” (ES), 2016. Suoi testi poetici o interviste si possono leggere anche online attraverso vari link.
Diversi sono i suoi contributi critici, spesso in forma di pre o postfazioni alle opere di giovani, meno giovani o ben noti poeti.
Presso le Edizioni del Trito&Ritrito, sono apparse (in un numero limitato di copie destinate agli amici), quattro plaquettes: A che serve? (2001), Le chiare strade (2002), Contromovenze (2003) e Petits cahiers pour la douleur du pauvre (2005).