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Fabio Strinati

15 ottobre 2017

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[…]Per Strinati la scrittura diventa lo strumento per imparare a conoscersi, per compiere un’indagine approfondita nelle proprie emozioni. Non è così scontato riuscire ad osservarsi in profondità, specialmente se lo si fa attraverso la creatività, producendo versi di un certo valore. Tra le angosce l’autore non nasconde di aver anche paura di ciò che prova, e in un tempo provvisorio vive la sua esistenza tra mille dubbi, cercando di capire la direzione da prendere per non cadere nel buio assoluto. Ripensando proprio a questa tensione dell’anima torna a farsi presente nella memoria la poesia di Georg Trakl, poeta espressionista austriaco che evoca la decadenza e la solitudine del mondo. Strinati in qualche modo porta addosso pensieri e patimenti avvolti da un tormento insistente. Fragile e precario il poeta continua a ‘vomitare’ un malessere che sfianca, si abbandona a quel vortice che lo attira come forza oscura, si cerca, si annusa, si scopre come feto impaurito in una vita che non sempre dà riferimenti, in attesa di una traiettoria nuova. Decidere di andare fino in fondo negli angoli meno battuti della propria anima è una scelta sicuramente coraggiosa. Non è da tutti svuotarsi, passare al setaccio turbamenti, sofferenze, lacrime, e vedersi oltre. Trova rifugio negli elementi della natura Strinati e nel fiorire di primavera prende atto della preziosità dell’esistere, di essere parte del cosmo. Rimane comunque un’oscillazione costante dove prevale il dubbio, l’imperfezione, ma questo fa parte di una personalità sensibile che chiede risposte, che aspetta di comprendere il senso del suo andare per le strade della vita, insieme ad una fedele compagna: la Poesia.

(Dalla prefazione di Michela Zanarella)

 

ANIMA

La morte ha un odore di selvatico
più delle lacrime cadute a terra prematuramente,
seminate di speranza e di sorgenti
con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati
caduti in guerra e mai risorti,

come
la morte, lei penetra porta scompiglio
e in novembre, solo un vago ricordo di quell’anima
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.

 

DENTRO LA MIA ANIMA

Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine…

ho l’anima che cerca il romanzo della vita
per non morire giovane su questa terra affaticata,

…solcare il mare
lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,
che sappia rinverdire l’anima mia di gioia e di speranza!

I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra
con eleganza, come ogni mattina
quando penso alla preziosità della vita…

la più bella scoperta,
l’avventura in un lungomare di conquista!

 

IO E IO

Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,

e quando ci sono quelle giornate umide
e le mosche bidonate nella lordura del momento,
mi ritiro nel mio bureau di taccuini,
guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato
su quelle lente nuvole stracolme d’acqua,
in quei giorni stringati di dicembre
e i cortili imbiancati come lenzuoli d’avi e di morte!

 

ATTESE

Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,

come una traiettoria in metamorfosi,
che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.

Gettare un’occhiatina oltre quel sipario rinserrato,
oltre un avvenire errante e impantanato
nel suo dovere ma nel dubbio
che una lancetta d’orologio
sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,
nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.

 

SCARABOCCHIO

Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,

a sorbettare i versi e le rime…

scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,

a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti…

adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima.

 

DEPRESSIONE MIA

La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono,

strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.

 

LA MACCHIA

Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti,
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.

 

TESTIMONE

È nella fessura che porgo l’occhio mio,

la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,

sibili e cicalini,
nel suo rattoppo d’origine,

d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra

e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso

la sua macchiolina annichilita.

 

IL COLPO

Schizzano sul muro sudato le imperfezioni
d’una vita vissuta sguaiata

come ritratti che furono sepolti
verso una sera incastonata tra le spine,

dubbi in crepe di polvere, graticole
interrotte nel calore inaffidabile

che lentamente strappa la sua carne al vento,
come dalla memoria d’un proiettile
sempre in eterno si scava.

 

DI COLPO

La mia gola asciutta in un rogo di sibili
come punita dagli eventi nati e scomparsi
negli adagi attimi rimescolati,

granelli di buio come ragnatele disperse
in un vecchio cerchio di plastica
assediato da rette immaginarie, matite
di cerume come travi di feritoie invano

 

 

Fabio Strinati ( poeta, scrittore, aforista, compositore ) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.
Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore.

Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista Sìlarus fondata da Pietro Rocco. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua, la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso, Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido.

Pubblicazioni:

2014 Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo.

2015 Un’allodola ai bordi del pozzo.

2016 Dal proprio nido alla vita.

2017 Al di sopra di un uomo.

2017 Periodo di transizione.

 

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Elina Miticocchio

6 ottobre 2017

Le stanze di elina miticocchio

Elina Miticocchio, Le stanze del vento. Prefazione di Angela De Leo
SECOP edizioni 2016

 

Io sono qui

 

Sotto di me vedo passare uomini solitari

Nessuno incrocia il mio sguardo

Il mio sguardo è una preghiera per il mondo

e per il prato

Sul prato un giorno vorrò stendermi

a braccia piccole e aperte

chiamerò il cielo

senza parole, senza domande

Non avrò stanze di solitudine

Solo nel viaggio il saluto

e un segreto al posto del buio

Sarà compimento

(pag. 57)

 

 

Sono nata sull’acqua

Sono nata sull’acqua

protetta, odorosa di fiori innocenti

quasi dipinta nel semicerchio di un arcobaleno

 

la mia prima stanza è stata mia madre

la sua paura che non vedessi la luce

 

avevo sete di terra e di foglie

– non ho avuto figlie

trasparenze che ho acceso

come passaggi lunari

 

ora cammino e invento

piccole lanterne e preghiere

per rischiarare il buio della casa

(pag. 71)

 

**

 

Sto seduta su una foglia

Sto seduta su una foglia in cima all’albero dei sogni.

Non ho freddo e neppure caldo posso ascoltare

piccoli suoni. Tutto si allontana. Mi sospendo. Sto in

ascolto. Mi sento leggera.

La vita in me ricuce un pieno di luce in cui vago.

Vado.

La memoria ha i colori del legno e vola come ape

bambina. A volte cerca riparo tra i battiti del cuore.

Ormeggia in abiti di silenzio.

Poi una parola cade dal ramo.

È di nuovo cielo.

Forse un nuovo pane di accoglienza.

(pag. 84)

 

 

 

 

 

 

Lo spazio che si apre davanti agli occhi

Ha spicchi di colori a tempera.

Questa notte gli artisti della natura

Hanno lasciato qualche secchiello di colore.

Vado a recuperarlo. Qui ci sono tanti bambini.

Tanti adulti che non guardano il cielo.

Chi insegnerà ai bambini che la prima bellezza

Viene dal creato?

(pag. 135)

 

 

 

 

 

Terra che è prato

 

Ricco di erbe

terra che grida

fatta di sassi

terra conoscenza

terra nazione

terra delle persone

Ad ogni passo che faccio

c’è una terra

è dappertutto

seguo i suoi segni

alberi pesci frutti

perfino le foglie

chiamano il cielo

Il respiro del mondo

(pag. 136)

 

 

 

La pace

 

Perché l’uomo perde i suoi occhi?

Perché non ama

Che sé stesso

E diventa un riflesso scuro scuro

La pace è quella luce che ci fa chiamare

Da un luogo lontano da un grembo all’altro

Fratelli

 

(pag. 138)

 

(Poesia presente nella terza edizione dell’antologia Cieli bambini, a cura di Livio Sossi, Secop Edizioni, 2014)

 

 

 

***

Il corpo vive d’aria

germoglio di un piede celeste

nuvole e rondini, soli

nella notte pianto di perle

oltrepassano la mia mano

e come scia di sonno

a c c o g l i e r e

cogliere il seme nel luogo dei semi

farne un cesto d’albe

e d’una parola un battito

poiché le parole sono s o r s i

bianchi ciottoli frettolosi

Ascoltali all’interno all’intero

(pag. 145)

 

 

Canto della meraviglia

 

Metto gli affanni e la solitudine

e gli occhi grandi

al riparo dagli sguardi d’inverno.

Oggi il mio cuore cuce una carezza

e il silenzio incanta

la casa e l’aria

il respiro delle cose riunite

come frutti maturati tra le dita.

Il sottile filo ricama acqua

che non sente il freddo della notte.

Ogni cucitura ripete

la vastità della piccola gioia

che tengo raccolta dentro.

(pag. 152)

 

Elina Miticocchio nasce a Foggia nel 1967, dopo gli studi classici si è laureata presso la facoltà di Giurisprudenza di Bari.

Autrice di poesie e racconti, appassionata di arte pittorica, scrive su un blog personale dal titolo “Imma(r)gine” nel quale raccoglie, oltre a suoi testi, voci di altri autori e illustrazioni. Ha collaborato al blog CarteSensibili.

Nel 2014 è selezionata per far parte di una plaquette dal titolo “Le trincee del grembo” – Dodici prove d’autore al femminile – dell’Associazione Culturale LucaniArt.

Nel mese di maggio 2014 pubblica, per la casa editrice Terra d’Ulivi, la raccolta poetica dal titolo “Per filo e per segno” e nel giugno 2015 la plaquette dal titolo “Semi di parole” per i tipi dell’Associazione Culturale Exosphere PoesiArtEventi, nella Collana Exosphere Plaquettes.

E’ presente nell’antologia di poesia italiana contemporanea per ragazzi dal titolo “Cieli bambini”, edita nel 2015 dalla Secop Edizioni e curata dal Prof. Livio Sossi.

Fa parte dell’antologia Sotto il cielo più largo del mondo. Trenta poeti dauni, edita dalla casa editrice Besa nel 2016.

Nel dicembre 2016 ha pubblicato la silloge poetica dal titolo “Le stanze del vento”, prefazione di Angela De Leo per la collana “I Girasoli”, edita dalla Secop Edizioni.

Sue poesie sono state pubblicate su diversi blog letterari ed antologie edite da LietoColle Edizioni.

Attualmente vive e lavora a Foggia presso l’Ufficio V – A.T. di Foggia.

 

 

 

Mario Girolamo Gullace

27 settembre 2017

m.g

LA LUCE SUI TRAMPOLI.

la voce, intensa, è una gola carsica, è l’aria riavuta
dalle grotte imbevuta di tufo. passa le labbra come
dalle fenditure della notte i sogni al risveglio.
le parole entrano non per via della ragione, entrano
dalle cicatrici del dolore sulla pelle. sono le visioni
di Nazim Hikmet, e di Federico Garcia Lorca, che
camminano su trampoli di farfalle e di costellazioni.
il piano delle onde sonore ruba i cristalli, e le lenti
dei grandi telescopi, per arricchire di emozioni
i ricettacoli degli occhi; i ricettatori delle preziose
refurtive fondono le immagini in anelli ricorsivi.
gli attori sono la danza delle gru e dei trampolieri,
sono frontalieri che portano le sete e i fuochi ancora
spenti. poi, dal blu scuro del fondale, vorticando,
esplode la galassia scintillante; il brivido si espande
dal batticuore ai battimani, e scrosciano lacrimanti
acque giù dagli scalini di Santa Maria della Scala.
il teatro è una sala all’aperto, e la piazza si svuota.
Siena dorme sui suoi fianchi, quelli stesi di schiena
guardano le luci danzare a scoprire l’aurora nei gufi.

*

IL DONO DEL BACIO.

la luce di luglio attraversava l’aria
incendiandola di calore.
quando entrò nella penombra
di quel tempio, vide i canestri delle offerte:
grano da farne un fascio morbido
per la guancia, da poggiarla sulla
notte; dolci datteri per addolcire gli occhi
della ninfa. non si ricorda cosa disse,
si ricorda una sensazione di vicinanza,
una frequenza del desiderio che sperò fosse
la stessa in ogni stanza. così, nella più alta,
dove i sacerdoti osservavano le stelle
zodiacali, seppe e imparò il nome
del leone; seppe e imparò le sue parole.
uscirono dal tempio, nello spiazzo dove poter
vedere e immaginare le loro nuove scoperte
terrene e, quando fu gennaio, vicino l’edicola
dei santi, il loro paio di labbra assaporò
il succo delle more pressato dall’amore.

*

LA NEVE SUI FILI.

il colle era al di là dei camini,
la sua curva morbida e folta dava
un bersaglio naturale allo sguardo.

la collera, a volte, arrivava in ritardo,
il piatto servito freddo colpiva a caso
a schiaffi calci e pugni, ma senza
bisogno di ospedale. bastava
lo scalino
sulla terrazza, seduti ad osservare
i rilievi brevi, a immaginare i sentieri
incisi dal ripetuto camminare.

la voglia di imparare a farsi i lacci
era per distaccare la testa del serpente,
la fibbia e la cintura era un sibilo
subito rannicchiati in un angolo
acuto del dolore, senza anestesia.

bastava far ruotare due castagne
nel palmo della mano e dirigere la penna
a far segno di qualcosa, qualcosa
che accennava a sgusciare dallo
sterno. il respiro dell’inverno
si appoggiava alla ringhiera e sui fili
senza panni,

e la voglia di imparare
la neve era di essere capaci a cadere
e stare in piedi. il colle era al di là
dei cammini già fatti, gli altri
erano tutti bersagli mobili da capire,
e fallire era più facile che riuscire.

bisognava imparare a stare in piedi

senza affanni, in bilico,
come la neve sui fili distesi.

*

UNA SOLA CHIAVE.

il guardiano della cella lascia cadere
i denti consumati della libertà. l’antico
ospite non flette più la schiena e le mani
le appoggia sul pomello di un bastone.

la grata, su cui pone le torri e gli alfieri,
al tramonto scivola sul muro. certe sere
tira di piatto il pensiero di un rimpianto,
e lo guarda rimbalzare sull’impassibile

orizzonte. poi, la notte, gli cade addosso
ostruendo le cavità dell’aria, impossibile
levarsi il sorriso triste che si riflette nel
suo vecchio sogno: annodare le lenzuola

per l’evasione del corpo sulla terra e per
il respiro un ascensore. la guardia arriva
presto quel mattino, l’ospite ora serra nei
denti la muta rilassata pelle di un sorriso.

*

CAPIRE.

sul cartellino del disprezzo c’era scritto sei milioni
e, tra i banchi ambulanti della nebbia, si sentivano
stridere i talloni di ferro.
mi alzo all’ora dei minatori che si portano in gabbia
il cardellino, il grisù gli piega la nuca come a Gesù.
è l’ora del naufragio sulle coste della costernazione,
e si capisce da lontano che quella volpe sta cercando
un condotto d’aria buona.
C. insiste a dire che tutto può essere compreso, e io,
dopo aver combattuto per trenta pagine, ho sbattuto
la porta in faccia a Hegel.
la signora Amanda s’è iscritta a corsi serali di logica
matematica, che poi la introdurrà nel codice binario
della cibernetica.
Benedetto dice che le cose difficili maturano sinapsi
e Psiche ne trae un giovamento in coppia con Amore.
la struttura invisibile della grammatica si sostituisce
al pianto del bambino e al grido di terrore dell’ebreo.
se l’ingranaggio è in regola avrai il salvacondotto,
da bambino capirai il linguaggio, il linciaggio non si
potrà capire mai.

*

VITE CHE NON SONO LE NOSTRE.

cadere nel sonno, insieme ai delfini che tornano a casa,
e mettere il segno di dove si arriva. Irina ha lanciato
il suo cuore a decine e decine di metri al di là del motore,
e adesso tocca a Emmanuel Carrère. mi trascina con sé
su versanti vissuti davvero; sdraiato nel letto, variando
le pose, mi fa correre il sangue alla testa di bande stonate
su tratti introversi e strade bordate di boschi. dagli occhi
tracima la linfa dell’olmo, e il vuoto è una piena di stelle
e Nirvana. le vite che non sono le nostre ci attraversano
dentro e ci issano a bordo, ci fissano al cavo e ci tirano su.
Irina torna a casa, la portano a spalle, la spina e le coste
sono rotte nel tronco, la faccia un budino sformato. nel
correre forte è passata a uno schianto di luce celeste nel
quale ci ha pianto qualcuno, ma era soltanto uno spicchio.
adesso è il paese che torna, è lo specchio riflessa bambina
con il viso lavato di fresco. vite che non sono le nostre e
strenuamente difese, e se un attimo solo si sta disattenti…
Irina ritorna in Ucraina non per geni impazziti, o per onde
tsunami che racconta Carrère, torna per un segno caduto
dal libro più avanti del libro, per la vita soltanto prestata.

*

UNA VOLTA

al giorno alla luce succede il buio
e gli occhi interrompono le ordinate
sequenze; una volta al giorno viene
a trovarci una commiserazione che
neanche la coda affettuosa del cane
serve a mandarla via.
una volta c’era
la giusta età per fare, da soli, almeno
la metà di noi, e c’era l’energia per
trovare il resto che mancava.
si stava
con la fronte alta e la schiena dritta
e si guardava avanti; bagnato il dito
di saliva si sentiva la direzione dell’
aria che tirava e si metteva mano al
mondo. una volta c’era
un mondo di
cose da fare e non c’era tanto tempo
da passare ore e ore a guardarlo, che
si allontanava.

*

PRIMA PERSONA PLURALE.

a pranzo digiuno, per cena qualcosa;
ma non ci siamo, ancora non ci siamo,
manca il primo elemento elevato alla
seconda portata del tu.

tra l’assenza, e
la mancanza, la speranza è l’intermedia
lacuna che precetta il pilota per andare
da sé.

l’assenza è di poco, la mancanza
è giammai, e nell’arbitrio di un suicidio
dio non c’entra nulla: come in tutto ciò
che esiste si assiste ad una paralisi della
norma,

prende forma una versione lesa
della prima scena di noi stessi e stiamo
abrasi, in un angolino misterioso della
nostra sostanza, a vederci assenti.

si ama
stare soli eclissati fino al nodo alla gola
che si chiama angoscia, e allora troviamo
l’uscita, oppure l’uscita si ingozza di noi.

*

RISTORANTE SONNO.

Il dottor Anerdi era un cappello incollato in testa e un cappotto col bavero rialzato. A casa non veniva volentieri, e molto spesso, al telefono, faceva dire che non era in ambulatorio. Il dottor Anerdi era un cane, e bisognava ricorrere all’accalappiacani perché venisse a domicilio.
Dal ristorante sonno succedeva che mi buttavano fuori molto prima dell’alba; mi facevano pagare il conto dei coperti significati, aprivano la porta sulla notte ancora fonda, e via, andare, camminare, cercando di sbrogliare la matassa ingarbugliata del filo spinato intorno alla vita.
Madrina diceva: questo bambino è troppo pallido, e qualche volta mia madre faceva ruotare sulla testa un piatto d’acqua con delle gocce d’olio. Malocchio; o un demiurgo che remava contro; o qualcosa che tramava tranelli; o del cibo difficile da digerire; o una questione da chirurgo spirituale.
Il dottor Anerdi era la fretta in persona; col cappello di feltro calcato sopra gli occhi, e il cappotto Facis abbottonato fino al collo, estraeva dalla sua borsa l’attrezzo per vedere se la gola era infiammata, oppure quello per sentire se il cuore correva impazzito.
Poi, ho capito qualcosa, e adesso, nel ristorante sonno, osservo l’angolo più appartato. Un cameriere ha servito della frutta secca e una natura morta adagiata su una tela di pantaloni sdruciti.
In quell’angolo ci sono tutti i volti con i loro nomi; ci sono tutti quelli conosciuti in vita e immaginati nel loro intimo di madreperla; ci sono tutti i dottori, anche lo svogliato Anerdi, in un consulto sulla causa prima di tutte le cose. Ma, sopra tutti, c’è l’uomo del banco dei pegni sopravvissuto al campo, quel campo dove invece sono rimasti il figlio, la moglie e, quei due genitori, che l’hanno generato, e che furono sempre generosi di affettuoso silenzio.
In quell’angolo c’è l’uomo del banco dei pegni; lo osservo mentre sta facendo il numero che si porta sul braccio; e mentre sta parlando qualcuno va da lui a impegnare dell’oro. L’uomo del banco dei pegni, a questo punto, chiude gli occhi sui suoi ricordi più preziosi; chiude gli occhi che rimbombano nella solitudine delle sue orbite.
Intanto, mia madre, sta ruotando ancora il piatto d’acqua con le gocce d’olio, bisbigliando quelle parole che non capisco. È per questo che dal ristorante sonno esco fuori prima dell’alba: per sentire tutti i bisbigli che entrano dalla finestra aperta. E non c’è nulla da capire, le emozioni, come le preghiere, bisogna solo sentirle.

*

PAROLE.

lasciale uscire, levarsi loro in piedi e dire
guanciale, provando il viso sopra un pane
cotto bene e sentire il molle impasto coeso.
lasciale calamitarsi insieme contro calamità
presenti e future; lasciale pure slegarsi dai
nodi scorsoi di re reprimenti. lasciale pure,
senza alcun artefatto troppo elitante da quel
senso comune che non sarà colto ma inteso.
lasciale dormire ad occhi aperti, e venire tra
noi in silenzio, su tratti di penne e di libertà.
lasciale crescere a stare in piedi da sole, poi
ti insegnano la bici, e le dici con parole tue.
Gullace Girolamo Mario nato il 21 agosto del ’63 a Torino, risiedo e lavoro, come operaio, a Venaria Reale (To). Libri pubblicati: “La ragazza e il quadrifoglio” (editore Libroitaliano World) “Per gioco e per amore” (libro + video – editore Ismeca) e, sempre per Ismeca “Solo per amore”.
Alcune mie poesie sono state pubblicate sui blog Neobar, Poetarum Silva e Il giardino dei poeti.

Angela Caccia

18 settembre 2017

Angela Caccia Piccoli forse copertinaPIATTA

I segnali della infinita possibilità della vita
Un lungo tempo di lavoro, di gestazione e di volontà ha portato Angela Caccia alla vitalità profonda di versi come questi: (…) Il cielo brucia più /dell’inferno (…), (…) Ha piccoli passi /questa sera d’abissi (…), (…) Il giardino delle rose /piccola grammatica /per gente semplice (…), e altri che in questa raccolta – nel viaggio tra ritorni e sguardi ancora al largo – offrono e interpretano una tensione poetica finalmente più certa, più cosciente e meno agitata a raggiungere, per stratagemmi più che per virtù interna, i risultati attesi e desiderati. Intendo che la voce di Angela – per chi la segue da tempo – appare qui più certa, quasi in apparente contrasto con la sospensione suggerita dal titolo della raccolta. Si tratta esattamente di una forza che la poesia, intesa come sguardo inquieto e mai vago al mondo e alla propria vita, oppone alla ipotetica serie dei piccoli forse come pure sospensione dubitosa, facendola diventare la quiete delle accettate possibilità. Ci sono due modi infatti di leggere i piccoli forse che la vita propone. Si possono leggere come tarme, come elementi di negazione e di sfaldamento del tessuto vitale – insomma, piccoli tumori, anticipi di morte – e sono i forse che paralizzano, i dubbi che solo arrestano il cammino. Oppure – ed è il caso di questo libro – come segnali della infinita possibilità della vita, come segni della sua vastità e varietà, rispetto ai quali il cammino personale individua, se fedele al cuore, un personale destino, dove non a caso la metafora del porto domina. Un porto fatto di mani che si ritrovano, di figure dormienti ammirate, di terrazzi da cui guardare la propria terra e non soltanto i propri sogni. Il destino è il tema, quasi come guida musicale e non solo come oggetto di riflessione, di questi versi. Non c’è forse un Ulisse che appare anche come personaggio tra le pagine, ma che è innanzitutto figura interiore alla voce poetante? Il destino, per Angela Caccia, è sempre questione dalla risonanza psicologica forte e complessa. È il termine di discussione della sua poesia perché lo è della vita. Una vita fatta di accettazione di scarti rispetto a destini imposti e autoimposti. Rispetto al destino, i piccoli forse sono mine che fanno esplodere altri possibili con altre possibilità.
~ 12 ~ Angela Caccia, Piccoli forse
Credo che il tema del ritorno, flesso in molti modi, sia il tirante magnetico di questo libro. Seguiamo la voce della poetessa condurci in diversi territori e livelli della esistenza. La sua è voce che cerca anche l’attrito, le parole scostanti. Sa che la poesia non sta solo nel bel verso. Caccia ci consegna una voce matura, mai rinunciando del tutto ai suoi scarti, agli umori di una sua scrittura scabra a volte, e pastosa, una voce intenzionata a colpire. Non sempre va a segno, ma ormai anche Angela ha imparato che in poesia non conta l’effetto ma l’affetto. Ovvero il chiarirsi dell’affetto, quel che gli antichi chiamavano afficio, legame con il mondo, persone e cose, alla luce di un destino.
Davide Rondoni

                     

                           

Tornare ad amare è come
ritrovare una direzione
essere ancora capaci di una
carezza – eppure, così scollati
dai più che la cercano –

riprendere a leggere di me di te
dal rigo abbandonato
dai desideri miei e tuoi
di dare loro una casa
in cui ritrovarci la sera

                          

                               

Le labbra del mattino, inviolate
ancora dalla parola, ancora distanti

respiro piano, ti soffio e sollevo
un tutto noi disperso nel sonno

non permettere mai alle tue mani
di chiedere il permesso di carezzarlo

                                    

                                 

Parlarci tacendo un ponte, la sera
tra i nostri occhi, e ti guardo le mani

le dita, così arrese ai braccioli
toccandosi tornano ad affiatarsi

e raccontano: ognuna è stata una nave
nel giorno, ognuna all’altra torna porto

                         

 

Al piccolo Michele

Due mesi
e una manciata di giorni
estorcono amore

il seno turgido non è solo
lì per nutrire, già nel latte
sono i sogni di una madre

su tanta immagine bella
lo sguardo paterno
è uno scudo tagliente

nella parte convessa
lo schianto della tenerezza
è un urlo feroce

la mia vita per la tua vita nascente

                                     

                                            

Due le modalità
per sgusciare nel giorno:
tornare sui propri passi
a riannodare fili, oppure
ascoltare un fuori campo
disertarsi
e decidere di nascere oggi

ogni passaggio di coscienza
ha la sua forma di banditismo

                          

                       

Dove aggirare i massi appare
il tuo talento, ogni piccola tappa
è un attentato alla meta più vicina

non rallentare, di notte
il vento dei rami straparla in falsetto,
vuole ingannare il nodo del tempo

non ti curare, si viaggia tutti
con un’Itaca nel cuore e il puzzo
di un incendio domato addosso

                              

                                    

Sfavilla un quadro
sul giallo senape della parete,
perfettamente allineati
sull’immagine gli assi visivi

fa frontiera solo la cornice
obiter dictum: mi è concesso
sapere sin lì, forse – dietro –
il sentiero continua
forse – poggiassi l’orecchio
come ad una conchiglia – sentirei
l’incedere ancora di un passo

barbugliano i forse
per consolarci di un’aporia

                              

                                     

A mia madre

E sarò io domani a doverti
partorire in qualche modo,
su ogni post–it alle tre la pillola,
la conta delle gocce, un tuo necrologio

maglia a maglia disferò
l’ansia di quegli appuntamenti
ognuno una trafittura nel petto,
da parte a parte

cancellarti da ogni giorno
inesorabilmente

inizierò così ad allattare
il tuo ricordo in un rumore
di ciabatte che
mi cammina dentro

Antonino Caponnetto

9 settembre 2017

CoverF

Sette poesie dal libro: “Il sogno necessario (Niente guardiani, prego, alla Parola)”, poesie con testo inglese a fronte, traduzione di Alessandra Bava, Pellicano, Roma 2017.

DAI GARBUGLI DEL SOGNO, LA PAROLA
attende il suo momento per levarsi,
alta lingua di fuoco e Nord del cuore.

Ma che avverrà di noi se, in deferenza
agli orologi nostri troppo usati,
non sarà fatta mai menzione alcuna
di tutto il bene sperperato e perso
da me e da te lungo le strade e il tempo?

Hanno bruciato i libri e insieme a questi
tutte le nostre lacrime future.

COME ALLA TESTA D’UN CORTEO CAMMINI
oggi per queste strade
che in altro tempo furono paludi

e palafitte
furono le case.

Coloro che ti seguono a dozzine
sono parvenze:
quelle dei tuoi cari

ormai trascorsi
eppure a te vicini.

Ombre evocate
da una fantasia stanca di solitudine,
dolore, malattia. Da un figlio ormai lontano.

Dalla paura d’essere
preda della follia.

NON STATE LÌ A COMPIANGERE COLUI CHE È STATO UN UOMO
giovane e forte un tempo anche se ora
è stanco, tanto stanco d’inspirare
ed espirare a forza le infinite
molecole di un nulla sparso ovunque.

Forse è un poco malata la sua mente
o forse invece è il corpo a vacillare.
Ma indagare su questo a cosa serve?

Ora i fiumi dell’anima
sono torrenti in secca.
Sono piccoli stagni le sorgenti
a cui si dissetavano
i nostri padri antichi.

E il mortale s’appresta al lungo viaggio
verso un Ade selvaggio e sconosciuto,
mentre il virus che insidia chi rimane,
non ne lederà l’anima,
che al Mistero appartiene.

LA VOCE RISONANTE
dell’orologio avvisa:
è questo il filo della mezzanotte
sono vuote le piazze

vegliano al sussurrio delle fontane
le statue secolari

ragazza sola, come un’ombra lenta
tu scivoli
sui neri marciapiedi

nel tuo grembo, rifugio dei perduti,
cresce il figlio d’un dio che non ha nome

più tardi un misterioso messaggero
ti darà la notizia, le istruzioni
poi sparirà nel cielo mattutino

di luci fioche
l’alba già ti veste

come piccole gemme
luna e stelle
scintillano fra i tuoi
capelli bruni

IO NON HO CHE UNA VOCE
e a volte sono stanco
di gridare nel vento

Tu non hai che una voce
e disperi talvolta
che qualcuno la senta

Ma il grido della Terra
è nelle nostre voci
Le radici del cuore
d’ogni umano che vive

fin dai primordi inducono
fiotti di sangue eterni
negli esseri mortali
E sconfinate aurore

CREPA CAVALLO MENTRE L’ERBA CRESCE,
così scriveva Brecht nei suoi diari.
E il tempo che è passato
non è servito di lezione a chi
nell’Unico Pensiero ora trascina
la sua scissa esistenza. Lo sappiamo:
il potere è potere a destra e a manca
e le sue facce – maschere del nulla.
Lo sappiamo, ma confidiamo ancora
che l’intelletto umano possa farci
liberi nello spirito e nel cuore.
Li conosciamo i nomi di coloro
che armeggiano affinché giorno per giorno
l’amore di noi stessi per sempre ci abbandoni
e i nostri corpi al niente riconduca.
Li conosciamo i nomi. E i nostri figli
li grideranno al vento
perché ne faccia polvere
e memoria del male.

DIRE UNIVERSO FOLGORE PAROLA,
dire città pietà guerra potere
e in ogni lingua maledire il male

dire giustizia nascita dolore
conoscersi l’un l’altro, lavorare,
oltre la morte sempre pronti e vivi,

rigenerare il nuovo il bello il buono,
lottare, sì, perché possa l’umano
donarsi per intero al suo domani

fin quando il sole non muti se stesso
in una stella gigantesca e rossa.

                                 
                               

Stefano Iori su “Il sogno necessario”.

Come l’Autore stesso afferma a proposito di questo nuovo libro: “Il sogno necessario” (Pellicano, 2017) non è che l’evoluzione naturale e l’approfondimento di una poesia e di una poetica che guardano alla vita e all’essere umano con una speranza molto concreta e terrestre, una speranza attraverso la quale è necessario e possibile per ciascuno di noi, per ogni forma di vita su questo dilaniato pianeta, lavorare per darsi un futuro che abbia forma e sostanza umane, avere e coltivare, per sé come per l’altro, sentimenti e valori, aspirazioni e sogni ancora umani. E questo valga e sia difeso sempre, nonostante – e contro – gli orribili mali che l’uomo continuamente fa a se stesso e ai suoi simili oggi, mettendo quotidianamente e sempre più in pericolo l’esistenza stessa dell’intera terra.

Al contrario della moderna idea di progresso che sogna un futuro illuminato dalla scienza, oggi, a mio parere, siamo costretti a collocare invece la parte migliore del tempo ai suoi primordi (al passato) poiché è fin troppo facile concepire la storia più recente dell’umanità come un’inevitabile caduta verso la disgregazione e l’oscurità. Ed ecco il dilaniato pianeta e gli orribili mali…

Tante le ere, le epoche vissute dall’uomo: tralascio le più lontane e rammento solo le più recenti: Età medievale (476 d.C. – 1492 d.C.); Età moderna (1492 d.C. – 1789 d.C.); Età contemporanea (1789 d.C. – Tempo presente).
Ma poiché il pensiero occidentale e soprattutto la sociologia, tendono ad essere definitori, possiamo registrare altre ere successive: era moderna, postmoderna e – infine – era della comunicazione.

Paradossalmente, nell’evo della comunicazione, in cui tutti noi viviamo, la comunicazione stessa tende a formularsi in modo sempre più sintetico. Modalità comunicative come sms, FB, twitter obbligano a scrivere e leggere poco. Invece che comunicare messaggiamo, finendo per utilizzare addirittura un numero decrescente di vocaboli. Le parole comunemente utilizzate sarebbero meno di 5.000 contro le 30.000 stimate come bagaglio di un uomo colto.
Siamo dunque in un ambito di vaste possibilità comunicative, grazie ai media informatici e ai social network, ma per parlarci e scrivere usiamo sempre meno vocaboli e soprattutto comunichiamo in modo spesso banale, in modo fin troppo semplice, lasciando poco o nessuno spazio all’invenzione e alla poesia.

Ma cos’è la poesia? Rispetto alla comunicazione pura e semplice essa è una forma di scrittura radicalmente secondaria, eppure proprio per questo, assolutamente necessaria.
Una lingua non permette confronti – due lingue (se si aggiunge la poesia) sì. Dal due viene quel confronto cui accennavo, dal due nascono le cose, le idee, i pensieri: dal dialogo, vale a dire dall’ampliamento e dal confronto.

Con il suo “Il sogno necessario” Antonino Caponnetto ci propone la possibilità di spaziare, di allargare le vedute, di aprirci alla fecondità del dubbio, di pensare e riflettere oltre i confini comuni e banali del pensiero “medio” o “mediocre”.
Egli fa questo con la poesia. Perché, come dice Milo De Angelis, solo la poesia si scrive per dire l’indicibile.

Dalle regioni abitabili e tradizionali, la poesia si solleva davanti agli occhi sbigottiti di noi mortali nelle sfere di una decisiva ulteriorità rispetto al mondo sensibile.

Noi abitiamo la Terra usando, sì, le parole per comunicare (nel commercio, nella politica, nell’industria), ma il nostro abitare si fa veritiero, cioè autentico solo se riconosciamo nelle parole ciò che costituisce noi stessi e il mondo. Di più: noi abitiamo poeticamente soltanto se il nostro abitare include entrambi i regni: quello della bellezza e quello della vertigine, di cui la bellezza è portatrice. La poesia sta tra l’addio a un luogo noto e il benvenuto all’ulteriorità, un’ulteriorità che vieta ogni ritorno. In questo senso, Rilke può affermare nell’ottava Elegia duinese: Così noi viviamo e sempre prendiamo congedo, invitandoci in tal modo a esporci a un nuovo inizio, alla bellezza. La bellezza vertiginosa della poesia.

Se quanto detto è vero per la poesia in generale, tale discorso vale sempre e soprattutto per la poesia di Antonino Caponnetto, poiché il nostro Autore è un poeta vero, i cui versi attraversano il tempo, oscillando dalla singolare profondità dell’essere alla sua universalità. E ne è concreta, vitale testimonianza – non meno dei suoi libri precedenti – questo Sogno necessario. Necessario, appunto, come ho inteso dire qui, tanto alla poesia quanto alla vita nella sua interezza.

Stefano Iori

 

Antonino Caponnetto è nato nel 1950 a Catania (Italia), dove ha vissuto, salvo una breve pausa romana, fino al 1980. Dal 1981 vive a Mantova.

 

Raccolte poetiche:
Per l’Editore Campanotto, ha pubblicato due raccolte di poesie: Forme del mutamento (Udine, 1998) e La colpa del re (Udine, 2002). Per le Edizioni Kolibris, la silloge Miti per l’uomo solo (Bologna, 2009). Per l’Associazione Culturale Pellicano, Agonie della luce – Poesie 2012-2015 (Roma, 2015) e Il sogno necessario (Niente guardiani, prego, alla Parola), poesie con testo inglese a fronte, traduzione di Alessandra Bava (Roma 2017).

Traduzioni:
Fernando Rendón, Qual era la domanda? (Poesie 1986-2016), Pellicano, Roma, 2016.

Con Pellicano collabora già da qualche tempo come curatore della collana poetica internazionale “Poetry by the Planet”.

È stato ospite di vari festival poetici, come il Sirmio International Poetry Festival, il Festival internazionale di Poesia Virgilio, il Festival internazionale Ottobre in Poesia.
Sue poesie sono state radiotrasmesse, altre sono apparse su riviste e antologie (le ultime: SignorNò, I dialetti nelle valli del Mondo, 2016), LiberAzione poEtica (2017), tutte con l’associazione Pellicano, Roma, e No Resignación (Poetas del mundo por la no violencia contra la mujer). “Antología de Salamanca, Ayuntamiento de Salamanca” (ES), 2016. Suoi testi poetici o interviste si possono leggere anche online attraverso vari link.
Diversi sono i suoi contributi critici, spesso in forma di pre o postfazioni alle opere di giovani, meno giovani o ben noti poeti.
Presso le Edizioni del Trito&Ritrito, sono apparse (in un numero limitato di copie destinate agli amici), quattro plaquettes: A che serve? (2001), Le chiare strade (2002), Contromovenze (2003) e Petits cahiers pour la douleur du pauvre (2005).

Anna Bertini

1 settembre 2017

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Profusioni è la prima raccolta di poesie pubblicata da Anna Bertini nel 2015 per FusibiliaLibri.
Alla poesia di Anna è stato dedicato spazio su:
La presenza di Èrato, Il Seme Bianco, Un posto di vacanza, Il giardino dei poeti e su svariate antologie cartacee e riviste online. E’ stata tra i poeti selezionati per la settimana del Diritto al Bello, 10-17 dicembre 2016, a Livorno.
Il musicista Marco Betta ha scritto un componimento originale in musica sulla sua poesia Sempre Settembre, da Profusioni.
In aprile 2017 ha pubblicato il volume di racconti Duende, sempre per i tipi di FusibiliaLibri.

Alcune recensioni:

Anna Santoro, sul suo blog personale, maggio 2017:

Immaginate una levità che percorre e crea mondo. Dunque densa, qualità stupefacente per la levità.
Ma anzi: non immaginate, leggete piuttosto Profusioni (FusibiliaLibri, -2015) di Anna Bertini, e troverete ciò che cercavo di farvi immaginare. E non solo nei testi che Anna ci regala, ma anche nel suo vivere girovago e curioso, nel suo non fermarsi e non acquetarsi, non desiderando arrivare a qualche conclusione, ma avendo piena consapevolezza che è il viaggio in sé che conta.

Anna Maria Bonfiglio, marzo 2016 su Profusioni:

La poetessa Anna Bertini ci trasmette un patrimonio di esperienze e sentimenti e lo fa con estrema cura e delicatezza, la sua espressione poetica si manifesta nell’equilibrio della bellezza intesa come valore da contrapporre ad un certo vuoto sociale e ideale, imbuto dentro cui si restringe il desiderio espansivo della comunione con l’uomo e con la natura. (…) La peculiarità di questa raccolta è l’abilità con la quale l’autrice riesce a far convivere in pochi testi tematiche e tensioni di matrici diverse, mantenendo sempre un’alta soglia d’attenzione verso la koiné stilistica.

Marco Aragno, gennaio 2016 su Profusioni:

C’è la voglia di attraversare il mondo, col suo carico di vaghezza e di dolore, coinvolgendo ogni sfera della percezione (dall’olfatto all’udito al tatto). C’è poi la volontà di non rispettare gli schemi, sia quelli imposti dalla natura che dalla società (“non so fare le cose senza rompere le sequenze”), in una rivendicazione della libertà individuale ed emotiva che è tutta poetica e mi richiama alla mente i crepuscolari.

Alcuni inediti:

Primi mesi

In questi mesi bruti
la luce è impaurita.
E’ facile trovare
in loro mano
la falce della morte,
di solito celata
nel pastrano.
Stecchita è la natura:
come magre braccia
che stringono il nulla
anelano i rami alla gemma
che si attarda,
riflettendo della nascita
il dilemma.
La materia è nera
come matita
e traccia segni spessi
sulla carta e la strada.
Rumore come di freni
rotti: slittano i passi,
incerti, ovunque si vada.

La fiducia dei boschi

Ha fiducia il bosco
nelle radici:
sa dissetare
per ricrescere,
lascia che si rinforzi
ciò che è stabile,
lascia che si spezzi
ciò che è caduco.
Sa profittare
della marcescenza
e del rigoglio
in parti uguali.
Con i profumi del suolo
nutre le altezze,
continua intanto a
scavare invisibile
le coltri del tempo.

                                      
                       
Non regge lo specchio

Intenso come un ruscello,
libellula con ali troppo sottili,
non riesce a tollerare il vento
si inarca, odia il volo.

Completo come le stagioni,
le ha fuse insieme
primaestautuninverno
vera fede nelle rinascenze
amore di cicala
che fa la muta, frinisce
nel calore, traspare
come le sfere di cristallo.
Fragile di fortezza
sorgente come le aurore,
sperso di dimenticanza,
forte ma stanco, presto senescente.
Tollera tutto,
meno che l’immagine:
si dissolve non appena trova
innanzi a se
lo specchio.

 

Sete di pace

Come si ha sete
come è sete di pace
La voce non viene
e teme la luce
l’oscura anticamera
che ci contiene

Stretto intorno al cuore
un corsetto il torace,
un duro carapace
di tartaruga strana
frena il respiro.
L’unico affanno che
valga la pena: ritrovare
la piena che gonfia
il petto d’aria.

 

Da Manum Porrigas, La presenza di Èrato 2017:

Senza bandiere

Non ti hanno portato stretto in una bandiera
pensano che chi cerca non ne abbia una
la libertà del dubbio non crea eroi
vai senza armi torni senza ragioni
col volto impreciso, il corpo violato
“Chi ti ha mandato?”
Non è morte di stato, questa.
Ti abbiamo mandato tutti noi,
non i soli ad avere diritto a diritti.
Ci sono uomini di altri colori di altri geni,
che meritano la loro verità, la dignità
che pure a te hanno tolto Giulio Regeni.
Noi la invochiamo adesso in tuo ricordo
per ogni uomo degno di essere libero
che per essere libero è morto.

 

Da Profusioni, FusibiliaLibri 2015:

Sempre Settembre

E così settembre
muove le ombre
e le tende,
gli anni e le foglie.
Ogni rinascita
un distacco
del picciolo
dall’albero.
Radici si allungano,
arterie di giorni lontani,
echi di ciò che sogni,
profumo di trascorsi.
Morsi e rimorsi
sul frutto maturo
dei miei anni.

ferie

7 agosto 2017

chiusura estiva - by CriBo

 

Fernanda Ferraresso

30 luglio 2017

 

DALL’OCCHIO ALL’ORECCHIO UN GRADINO E UN LABIRINTO

 

 

 

se riguardo dentro
quel foro sul muro
negli anni  ti vedo
ancora chiara
aperta  luminosa
sento i richiami
le eco  le voci
annuso i profumi
le cere le essenze
sento l’acqua
che scorre e
il verde penetrarmi
fino alle radici
scordate

 

*

 

i miei due lati
sono la faccia di queste pareti
dove la voce rimbalza
e solo per una eco si riconosce

non ha alcuna memoria
non ha traccia o impronta

è una città svuotata
una corsia devastata
cadono a pezzi i corpi delle cose
ci sono drappeggi a ricoprire statue

nascono dagli sguardi inquieti
dalle nude cosce di una lussuria senza più eros

spogliata da ogni emozione
langue la mente e tutte le sue sfere
fanno più sordo un rumore di ottone
un basso che sfocia

da un intestino crasso
un intimo odore di corpo

aperto un topazio salmastro
e più lontano sotto i fili di altri fantasmi
una lunga scia è la vena del cielo che sogna
e stende la sua linfa sopra uno specchio chiaro

l’alba o l’albatros sfibrato dal suo volo
inceppato il suo occhio è una radice di pianto


una città senza più nome una pianura
senza chiasso nella mia bocca
persa dentro
il tuo cupo orecchio

 

*

 

per un grano di terra
un esercizio di stelle
tutto il giorno allargato
per un nubifragio di onde

luce un precipizio di semi
segni di un celeste pellegrino
infinito chiuso occhio del cosmo
caduto dentro il chiostro
nel terremoto di un tralcio

in un crocchio di spine
difendono il raccolto
un sol giorno
atomo e nucleo
rivoluzione della spiga
contro il germe della fame

e ogni bocca ogni corpo
ogni donna ogni uomo
ogni singolare pianeta
seminato da quel giallo
è una linfa senza resa
una spiga di pane esplosa

*

dentro le carte
i m m a t e r i a l i
che imbrattiamo
le poesie navigano
da milioni di anni
l’intero universo
il tempo è
solo una tra le tante
intricate tessiture
riversate
tra riva e rima
senza seguire una riga
in una scena d’inchiostri
fluidi e linfe che si mescolano
china resta la vita
la più segreta e immortale
tra tutte
la parole mai scritta per esteso

 

*

 

bassa
ho camminato nella foschia
ero
un numero infinito di onde
sporche di sabbia case ingombre
stavano distese
come corpi spogli di donne
a perdita d’occhio l’aria
non più chiara
come una bugia si era lentamente
trasformata in roccia e nera
una gabbia chiudeva il litorale dentro una vasca
l’estate era un pesce rosso dentro una boccia d’acqua gelata
orrore ovunque
la terra era un fuoco di ceppaie
persino il mare brulicava di fiamme
tutto e dovunque solo morte fumo polvere
di ruggine un rumore di ruote metalliche
un sordo correre di carri che rompono l’asfalto
e dal catrame qualcosa simile al germoglio schiude il suo occhio
nasce tenero un verde che l’aria ripulisce
e una furia d’insetti è la mia testa
una furia di suoni dentro il mio letto
io sono il fantasma nella parte posteriore della stanza
sono la furia dentro la tua testa
nel tuo petto esplodo milioni di sillabe
tutte in una volta
sono il coro dentro la memoria
sono
la sventura che senza fine ti cancella e poi
ti rinasce ancora
e ancora
ancora una volta

 

*

 

IL GRANDE GIOCO DELL’OMBRA E DELLO SCARTO

 

imparare  a sillabare la creazione del mondo
rivoltare il limite da superare con un folle volo
e un gesto d’amore
non più ignorare l’altro
vivere disobbedendo a ogni crimine
rifiutare i pedaggi d’inciviltà
accanto al nero di ogni sofferenza accendere
il bianco di una resistenza attiva affetta di bene
mettere un colore accanto al cuore
con arte  disegnare una porta
e attraverso quella avventurarsi
dentro una vita che è sogno e bisogno
magia e mistero
attonito  momento e urgenza di presenza
all’insegna di un coraggio fatto di gesti concreti
essere vicini gratuitamente portare un risveglio
come il sole che mai annichilisce nel suo ardere
costante  scavando ognuno fianco a fianco
ognuno nel fianco di se stesso per arrivare
fino all’altro.

 

*

La metafora è un procedimento intellettuale
mediante il quale riusciamo a cogliere ciò che si trova
oltre la nostra capacità concettuale.

J.Ortega y Gasset

 

 

una
sola
oscura   provincia
un’ombra sul muro
la vita


mi attraversa
in un brivido
notturno un corso
di spoglie


miei nati
antenati
di ogni futuro
in un giorno


senza giudizio
solo
un sogno

 

*

 

nelle profondità di questa quiete
verde  un racconto di foglie  cede
in terra tutte le mie ombre
e gli aghi degli abeti
non ancora imbiancati accendono
i soli di tutti i miraggi in mille gocce
la linea ricurva del mondo  accoglie
perso il mio tramonto là
in fondo anche la mia solitudine  aspetta
in una nuova piccola sorgente un quadrante d’acqua  ci scioglie
dalla bocca l’ultima inutile parola l’ultimo segno della mano incauta
che ha rubato ciò che l’amore illuminava
nel suo centro vuote corrono
le nuvole e il freddo del mio gelo le rincorre
per bloccarle nel grigio delle rocce
tra ferrate e vie maestre tra vicoli e strade dismesse
in me dove non sento
il profumo degli orti la frutta  cantare nei broli
e i fiori  dirigere
i cori delle aiuole le fiammate di rosso nelle bacche accese
di dicembre le lucerne  le bianche perle del vischio
sotto cui deporre i baci

tutto dorme o sembra moribondo o morto
c’è quaggiù solo un concerto sordo di metalli
che sempre più atterrito rende l’ uomo di oggi
e per attrito sfregia il volto del mondo
il chiaro di luna esposto nell’alta bacheca della notte
non rima sul ramo degli innamorati
intenti a tiranneggiarsi con le solite vuote battute
mentre altri poco lontano da loro
già cadono sotto il lancio delle bombe
e i più dormono ritenendosi lontani
di tutto quel frastuono ignari non comprendono
le lacrime con cui si svegliano ogni giorno
perché c’è un filo che lega stretto e sicuro
ogni nostro abecedario
la merce più innocente con lo stolto  l’avido  e lo schiavo
sapiente la morte la sua scienza non disperde
ma agli uccelli che del fluido suo scorrere si nutrono
sostiene  ali e corpo e terso rende lo sguardo

ascolto  attento ascolto
il più lontano dei luoghi canta
la sua brezza è il suo nome
chiama i nostri passi nella sua oscurità
salmi e notturni disegna in codici e canti
il mio corpo ascolta tutto il fluire di amore
miniato in me ha luce e fiore  acqua e nuvola
viola e primavera neve
e scura montagna  bordo di questa piccola tazza
dove il vento depone i suoi semi
dove succoso è il grappolo della vita
e i fiori del cortile sono nubifragi di tempo
dall’alto muro di questo inconsueto cosmo
che al mattino mi sveglia e apre in me la porta del mio labirinto
mentre tutto resta segreto e nascosto ed io verso me stesso
ancora da un sorriso illuminato corro e corro
lontano dal tempo giù a più non posso
dentro un filo d’erba nel prato fino a sentirmi saziato
di luce di alberi di tenebre a fiumi
dell’intimo chiarore di una stella issata ad un bagliore
nell’ultimo singhiozzo dell’acqua con cui ho bevuto la mia vita
e adesso è caduta nel chiuso rigore di un verso  da

ancora non so dove

NEL VANO DELLE P A R O L E

 

per strade lunghe e un lungo silenzio
faccio ritorno a casa
dove non sto dove non vivo e non ho più
cose con lo spazio dentro
né abiti  nell’armadio     del ricordo il viaggio
la passione     tutto arriva  e lignifica
una corteccia folgorata la mia scorza
come una buccia la vita  staccatasi dalla mia pianta

e persino le parole che mi scheggiano da dentro l’osso
altro non sono che il mio vuoto corpo
espostosi al vento

F.F.


*

 

L’uomo si lascia alle spalle la sua infanzia, la fanciullezza, la maturità, la vita e le sue opere, ma questo non è morire, è vivere.

 

Maria Lai

 

 

due tempi e un solo occhio
si è barricato in un mistero
lo spazio     scordato     si è fatto
percezione
prossima una continua  istantanea
un’immagine  imma(r)ginata

 

fatti pochi passi     verso una finestra
ancora cola il tempo
liquida     una carta da parati
tappezza questa alta stanza magazzino di esperienza
e tutto azzurro il prima mescola il suo pigmento in questo vano     adesso

esco
mi precipito
in tutto quanto vado visionando
ed è stato
un tempo preciso
è già stato
dentro il mio occhio
nelle mani nei piedi nel respiro nel cuore ha battuto
quel giorno quell’incontro quel niente é ora
e ancora ribatte il mio metallo
lungo     sonoro     un monologo
s e r b a t o i o  di tutte
tutte le voci mai inquinate
che sono polvere
di questi arredi che ora vengo a cercare
in coriandoli di luce
spezzata dal mio specchio
in un cassetto dentro un comò socchiuso
cianfrusaglie emergono alla rinfusa in un cielo cianotico

 

lontana la casa     lontano il tempo della quiete     affiora
fioriscono erbe profumate e ho fame come di bestia randagia
che per anni nei secoli da se stessa si è allontanata
e nella parola ha fatto uno slargo minuscolo
un pertugio di sole dentro la sua tana

ho sete sempre più sete
cerco depositi d’amore come acqua
come un animale anch’io tra le radici bevo
e chiara vedo la fine tra quelle muffe
la sottile scrittura della morte

un filo di terra appena
mi scrive tra le labbra scende diretto
all’alveo del respiro e ghiaccia il battito
spegne il cuore
la testa piega
cedendo un poco per volta un istante perfetto
anni secoli memorie oltre le mie storie minute
solo un alito
l’ultimo
quel filo di solitudine fattosi più sottile e stretto

intorno al polso e al collo fa saltare un nervo e
posso finalmente morire
sparire dalla cella da quell’abito
celato a me stessa
non dire

non dire più nulla per sfuggire
ancora una volta andare
distante     distante     distante     tante e tante
tante volte più lontano
nella lacrima che non mostro

il vuoto di tutto quanto (è) aspetto
in terra il segno di uno scavo aperto
il corpo dentro più dentro fin dove non lo vedi
e
altro si fa
una gradazione di bruno macinato dagli insetti
un rettangolo dentro cui svanisce tutto

 

 

 

per questo hai scritto?

ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di alt(r)i segni
una mobile scrittura un’intricata foresta
i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole
è solo crepe sulle facciate di case straniere
quasi una forca la memoria divaricando la forcella
innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio della mia vecchiaia
dalle spalle dei miei anni trae i pesi dei luoghi le cimature degli alberi
le siepi gli orti incolti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente niente riaffiora da quell’antro che è l’androne di casa
perché dove abiti ora tutto è stipato
un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
e i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano in un niente
così che a te non resta altro
che un vuoto deposito di polvere

(…)

 

 

Nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design, ama tutti i generi di espressione d’arte. Già docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, ora insegna al Liceo Artistico A. Modigliani nella stessa città, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998), Concorso Internazione di Poesia-Prata Sannita- L’iguana 2014 dedicato ad Anna Maria Ortese, ha ricevuto il primo premio per la raccolta Nel lusso e nell’incuria Edizioni Terra d’Ulivi 2014, nel 2015 ha ricevuto il primo premio al Concorso Internazionale Alda Merini-Brunate per la raccolta Voci oltre e altre cose storte– Edizioni Terra d’ulivi 2015. Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla Lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda (2009). Con LietoColle Editore ha pubblicato MAREMARMO (2014- Menzione d’onore Premio Città di Sassari) e appare nelle raccolte Luce e notte (2008), L’ustione della poesia (2010);con Terra d’Ulivi -Elio Scarciglia Editore, Voci oltre e altre cose storte (2015)- Primo classificato- poesia edita- Premio Internazionale Alda Merini-Brunate 2015, Nel lusso e nell’incuria (2014- Primo classificato – poesia edita. Concorso Internazionale L’iguana-Omaggio ad Anna Maria Ortese) e Dimmi se (2013- secondo posto Premio Bellizzi- Salerno). Suoi testi appaiono in CFR Ed. nelle raccolte Cuore di Preda (2012) , Il ricatto del pane (2013), Cronache da Rapa Nui (2013), Keffiyeh-Intelligenze per la pace (2014) ;  con Lucaniart: “Scrittori & Scrittura” Viaggio dentro i paesaggi interiori di 26 scrittori italiani (2012); con Edizioni L’Arca Felice Le trincee del grembo (collana Scritture clandestine a cura di Maria Pina Ciancio e  Teresa Anna Biccai per Associazione Lucaniart) (2014) ; con Rayuela Edizioni “Sotto il cielo di Lampedusa” (2014).
Si sono occupati della sua poesia: Sebastiano Aglieco, Luigia Sorrentino, Marco Scalabrino, Maria Pina Ciancio, Anna Maria Curci, Anna Maria Farabbi, Abele Longo, Francesco Marotta, Fabio Simonelli  (recensione  nella rivista Poesia-Crocetti Editore-Settembre 2009-N.241), Davide Castiglione, Milena Nicolini, Ugo Entità, Enzo Campi,Giulio Gasperini, Adriana Ferrarini.
Numerosi suoi testi sono presenti in rete in molti siti che si occupano di letteratura e d’arte.
E’ capo redattore ed editor del litblog Cartesensibili (https://cartesensibili.wordpress.com).
Il suo blog personale è  http://fernirosso.wordpress.com/
Dirige la collana Parole di cristallo per Terra d’ulivi.

 

 

Anna Maria Bonfiglio

24 luglio 2017

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BATTE NEI TIMPANI

 

 

Mi giace dentro il silenzio

e mi sommuove una furia

di sangue

nell’ora che attrista

foglie d’aria

 

E’ la stagione del miele

 

La conchiglia caduta

nel pozzo d’agosto

ha perso il suono del mare

 

Batte nei timpani

una nenia d’amore

e di lontananza.

 

 

 

 

 

SENZA TEMPO

 

Raccontami i tuoi pensieri

a cavallo dei giorni senza storia

l’ansia colata a picco nella noia

la monotona routine

di pratiche d’ufficio da sbrigare

 

Nella tela che tesse il quotidiano

rimangono attaccate

le incredibili imprese del donchisciotte

che adesca la penombra

 

La vita si assottiglia

già non è che refe

dipanato a rammendarci gli occhi

 

Resta la mano tesa verso l’ignoto

l’insopprimibile voglia

di battere un tempo

che non conosca tempo.

 

 

(Dalla raccolta Nell’universo apocrifo del sogno, Ed. Il vertice, 1985)

 

Un’attenzione vigile domina i versi di questa raccolta, dove Anna Maria Bonfiglio ha coscienza di giocare tutte le carte del rischio in una poesia che senza rinunciare al melos è costruzioni di sentimenti messi a nudo in una scansione di ritmi che reinventano la vita e la sua doglia. (Carmelo Pirrera)

 

 

 

EURIDICE

 

 

 

Allontana i tuoi passi dalla mia notte

non ti voltare se la mia voce ti chiama

e ti lusinga. Se mi guardi

è cenere il mio sangue

i miei piedi un blocco di cemento

 

Ho contato mille volte gli aironi

oltre la roccia scura

che mi bendava gli occhi

e ho cercato la luce

nel ricordo del canto

che mi spezzava il cuore

 

Ma seppi troppo tardi che non fu amore

a spingerti nel fuoco del mio inferno

e questo andare avanti senza ali

questo precederti cieco nella solitudine

è la condanna che predissero gli aruspici

rivoltando viscere d’agnello

accanto alla mia culla

 

Il mio lamento è muto

non pretende pietà né la dispensa

Dirotta la tua voce ad altri orecchi

Che mi si tolgano tutti e cinque i sensi

che mi si lasci errare per le vie del buio

prima di morire una volta ancora

nell’illusione di essere raggiunta.

 

 

 

 

ASSENZA

 

 

Forse è naturale consegna

quest’assenza che nessuno reclama

l’ombra solo a me visibile

negli occhi di chi mi parla.

 

L’azzurro è svolato

verso cieli che ignoro

la notte è segreto

che taglia il respiro.

 

Ovunque la pena.

 

Attendere lune chiare

fra i rami secchi del platano

mentre tu navighi altre barche

e tendi a svalutare

l’oro del mio cuscino.

 

Svegliarsi e sentire

la vita che torna

un grembo profondo

per nascere ancora.

 

 

(Dalla raccolta Le voci e la memoria, Ed. Gabrieli, 2000)

 

Testi di immediata comunicazione, nel loro linguaggio colloquiale, eppure così finemente elaborato fino a una non rara rarefazione. E nonostante la materia di questi versi sia notevolmente carica di emozioni e commozioni, tutto appare sufficientemente distaccato: quel tanto che basti, appunto, a sublimare la materia stessa nel superiore equilibrio dell’arte. (Lucio Zinna)

 

L’architettura del verso di Anna Maria Bonfiglio si snoda in semplicità formale, essenziale nel costrutto liquido, senza tentennamenti e senza costrizione alcuna. Segno che contenuto e forma sono compenetrati in un unicum inscindibile e autentico. (Ester Monachino)

 

 

 

XX

 

 

Esci dal mormorio segreto di quest’ora

lasciando perle d’uomo

a navigare sopra l’ombelico

Sono nuvole d’aria le parole

silenziosa ricchezza

che resta tatuata sul cuscino

Nel lungo corridoio della sera

stazionano le ombre di noi due

strette nel cerchio chiuso dell’abbraccio

Sarà notte fra poco

e i nostri passi andranno ad altre vie

a raccontarsi la vita d’ ogni giorno

 

 

 

XXI

 

Che sia un buon giorno per la casa

che ci portiamo sulle spalle

Per ogni soffio che vuole annientarla

per ogni flutto che vuole annegarla

si allarghi il cielo

e si addormenti il mare

Che sia  una lama a separare

il pianto e l’allegria

e forbici taglienti a liberarla

d’ogni sua malattia

Che sia per te la luce il nome mio

E sia per me tu il canto senz’oblio

 

 

(Dalla raccolta Per tardivo prodigio, Ed. Thule, 2007)

 

La Bonfiglio incarna pienamente la donna del post-femminismo, quella che non assolutizza più la libertà con astuzie strategiche e che ha ricercato nuove strade che le dessero la pienezza della vita. Leggendo Per tardivo prodigio mi sono ancor più convinta di quanto la poesia sia strettamente legata alla vita e di quanto essa ubbidisce alle pulsioni interiori. La Bonfiglio crea immagini coi versi, sposta macigni con la piuma grazie alle sue composizioni e al sorriso che le pervade. (Lina Riccobene)

 

Nella poesia di Anna Maria Bonfiglio c’è una perfettamente espressa adesione, in un certo senso gioiosa, alla vita e il tutto in modi di espressiva semplicità, una semplicità che sta su un sorvegliatissimo filo di rasoio, un equilibrio che le consente di non essere mai banale e mai allo stesso tempo ricercata. ( Andrea Camilleri )

 

L’APPARENZA

 

Non guardare di me l’occhio che ride

la voce fresca

o l’ilare bocca che adesca.

Nell’atlante che sfiori con le dita

non cercare le alture ardimentose

o le pianure erbose.

Esplora invece i fiumi azzurri

sotterranei che adornano

le mani, le logorate valli

i merletti dei tarli.

Quello che non appare

è l’ago che segna la scissione

fra il viaggio dell’andata e l’inversione.

 

 

 

IN ALTRO LUOGO

(a mio padre)

 

Muti d’abbracci i nostri giorni

si persero nel tempo di un respiro.

Vicini nella resa

ci prendemmo le mani

-fievoli le tue,  percorse

da ingrossati rivi pallidi,

le mie rapaci, ancora a reclamare

crediti legittimi e insoluti.

 

E’ un’altra volta autunno

e nell’umida luce

che taglia il silenzio della stanza

torni anche tu

nella quietezza antica che mi manca.

Potessi avere almeno la certezza

di ritrovarti ad aspettarmi

-quando chiuderò per sempre la mia casa-

e insieme finalmente camminare.

 

(Dalla raccolta Il miele amaro, Ed. CFR, 2013)

 

L’autrice porge al lettore i suoi versi in una lingua molto musicale, attenta e misurata nei significati che trasmette, nella ricerca di parole precise e restituite alla loro dignità di simbolo. La metrica è quella della prosodia classica, basata sull’endecasillabo. Una raccolta segnata da una scelta di semplicità  e sapiente misura stilistica che denotano non soltanto un gusto raffinato nella scelta timbrica, ma anche uno studio attento e una costante lettura e frequentazione della poesia. (Dalla prefazione di Gianmario Lucini)

 

(…) Fra l’altro il sentimento del tempo che la poetessa mette in scena non è comune, poiché, non solo lascia deliberatamente andare via il passato e non si affanna troppo a fermarlo; ma trasforma la perdita e la nostalgia in una scelta liberatoria: lo spazio ed il tempo terreni si allontanano sempre più, i silenzi diventano “un’abitudine di docilità”, come lei li definisce, e soprattutto la memoria, anche se la visita, non ha più una funzione consolatoria. Nell’ultimo testo, infine, l’anima “s’inabissa dentro profondi mari”. Il viaggio è arrivato al termine e nessuno, come lei scrive con umiltà, ode il fischio della nave che parte.(Franca Alaimo)

 

 

 

 

 

ANNA MARIA BONFIGLIO è nata nel 1942 a Siculiana(AG) e risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario e giornalistico. Giornalista pubblicista, ha collaborato ad un settimanale del gruppo Rizzoli , ai mensili SiciliaTempo e Insicilia, alla rivista Silarus e a molti altri periodici di carattere letterario. Ha curato un corso di analisi ed interpretazione del testo poetico presso l ‘ Istituto  Professionale CEP di Palermo  ed un laboratorio di scrittura creativa presso la sede regionale ENDAS Sicilia. Ha pubblicato le raccolte di poesia:

LE PAROLE NON DETTE (Ed.Thule, Palermo1978)

LE VOCI DEL SILENZIO (Ed.Thule, Palermo1979)

UGUALI DIMENSIONI (Ed. S.S.C Catania 1981)

L’INSANA VOGLIA D’ARDERE (Ed. Gabrieli, Roma 1982, premio Fragmenta d’oro)

NELL’UNIVERSO APOCRIFO DEL SOGNO (Ed. Il Vertice, Palermo1985, premio Emily Dickinson)

LA MARNA E L’ARENARIA (poesie inserite nell’antologia del Novecento GLI EREDI DEL SOLE, Ed.Il Vertice, Palermo 1987)

LA DONNA DI PICCHE (Ed.Il vertice, Palermo 1989)

ALBUM – Sedici dediche ( Ed.Insieme nell’arte, Palermo 1991)

SPINNU ( Ed.Pubbliscoop, Sessa Aurunca 1996, premio Città di Marineo)

D’OMBRA E D’ASSENZA ( Issimo,Ed. Il Vertice, Palermo 1999)

LE VOCI E LA MEMORIA ( Ed. Gabrieli, Roma 2000)

TRA LUCE ED OMBRA IL CANTO SI DISPIEGA/ 5 POETI PER PALERMO (Ila Palma, Palermo 2002)

La raccolta di racconti:

L’ULTIMA DONNA (Ed. Pubbliscoop, Sessa Aurunca 1994)

I saggi:

IL MITO NELLA POETICA DI CESARE PAVESE (supplemento a Insieme nell’arte, Palermo 1990)

CAMILLO SBARBARO-IL DOLORE DEL VIVERE (Silarus, Battipaglia)

EREDITARIETA’ E PREDESTINAZIONE NEI PERSONAGGI DEI VICERE’ (Silarus, Battipaglia)

Ha inoltre pubblicato saggi e recensioni su riviste e periodici del settore.

Sue poesie sono state tradotte in finlandese ed inserite nell’antologia Valkosoihtujen tasangolle a cura di Anu Rinkinen.

Collabora alle riviste online PAGINAZERO, PROGETTO BABELE, STAMPA ALTERNATIVA E LETTERARIAMENTE

 

email: annbonf@inwind.it

websites: http://crea.html.it/sito/an42

http://web.tiscali.it/annamariabonfiglio

 

 

 

 

Daniele Barbieri

18 luglio 2017

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Persi nel cerchio dell’essere

 

Queste sette poesie costituiscono l’attacco di una raccolta (al momento in cerca di editore) che si intitola Persi nel cerchio dell’essere. Il titolo platonico-parmenideo, o neo-platonico (in verità polemicamente anti-tutto-ciò) manifesta comunque un atteggiamento filosofico di fondo, che sente il mondo come fatto di cose e di parole più o meno con il medesimo peso, ma niente altro. Niente idee iperuranee, niente Dio, nemmeno un io su cui appoggiarsi con confidenza. Solo un senso di basilare sospensione nel vuoto; e in questo vuoto c’è il rapporto con le cose, con le parole (come dire con gli altri e con il mondo), ma senza certezze. Le parole e le cose ci arrivano e ci colpiscono, e tra queste c’è naturalmente anche l’io, una cosa (o una parola) tra le altre, solo vagamente più familiare.

Siamo persi nel cerchio dell’essere, perché l’idea di essere ci infonde una certezza fondamentale, ma ci fa perdere poi il rapporto con tutto quello che non è riducibile a idea. Queste poesie sono l’inizio di un viaggio nella consapevolezza di questa dispersione, tra rivelarsi dell’illusione e drammatica pregnanza del mondo che ci pervade. Lo conosciamo, non lo conosciamo, il mondo… ha senso parlare di conoscenza se cerchiamo di sfuggire l’illusione dell’io? Chi conosce?

O sarà forse che quello di cui ci troviamo alla ricerca è una sorta di accordo, in senso musicale, una sorta di andamento che si trovi in sintonia con un qualche andamento del mondo, delle cose o delle parole. Così si giustifica l’omaggio William Blake con cui si apre la raccolta, con il riferimento a una poesia che parla della creazione e della poesia, dove le parole sono cose, paurosi correlativi oggettivi persino nell’ordine in cui sono state messe. Ed è la medesima cosa che si cerca di fare nelle poesie che seguono (e in quella stessa, naturalmente).
                                                 

                                 
                                     

Feroce

 

le foreste della notte ci hanno travolti del tutto

bruciando brillando siamo quelli che vanno nel mondo

senza gravi simmetrie e senza lance di lacrime

 

senza torcere le viscere di nessun cuore violento

di nessun cuore violato quando il tuo cuore ha iniziato

a battere quale torbida mano quale terribile

piede quale mia illusione di passione perfezione

di morte di imperscrutabile splendore quale altra

 

vicissitudine estrema può richiamarci al modello

arcaico astruso, feroce

 

Capire il messaggio

 

se cerchiamo di capire il messaggio, eccoci di colpo

persi eccoci nuovamente figure lontane, sintomi,

 

allusioni a un’impressione di verità, se cerchiamo

di comprendere il messaggio, afferrando la chiave, eccoci

 

improvvisamente persi, istantaneamente figure

lontane, lontane, fragili, lontane figure fragili

di incomprensibilità, quando cerchiamo di capire

 

e non ci siamo, non siamo vivi non restiamo veri

non viviamo, non restiamo nemmeno cerchiamo più

 

quando ricerchiamo, eccoci di colpo persi, fragili

e lontani e dimenticati

 

 

Riconoscere il dettaglio

 

nella voce della voce che ti parla con insistenza

riconoscere il dettaglio insinuante intraprendente

rintracciare sfumature di un’identità controversa

 

nella voce del peccato nel peccato del peccato

nel dettaglio di una voce di un’identità sfumata

nel disagio del dettaglio nell’angoscia della voce

 

che non è mai veramente stata voce ma memoria

memoria atroce memoria del peccato e del peccato

della mia voce insinuante e delatoria sorprendente

 

controversa identità nel parlare e nel morire

sfumatura identità nel peccato e nel morire

delatoria intraprendente che ti parla sino alla fine

 

Rime

 

io sono ben consapevole della mia identità

scarsa ondeggiante irrisolta andante debole sconvolta

 

ogni volta che cercando il nocciolo rassicurante

si sonda in profondità afferrando solo altro, tante

 

voci fàtiche molteplici consequenzialità

automatiche e abbondante viltà quando si reprime

 

il sospetto che persino nell’anima non dissolta

non risieda nessun io, ma imperversino le rime

 

 

Versando

 

stiamo versando dell’acqua, siamo dentro una versione

tralasciata delle cose, teniamo la brocca in mano,

stiamo versando dell’acqua in un catino bianco, siamo

 

versati pure noi dentro la versione abbandonata

lasciata dimenticata dispossessata del mondo,

siamo perduti nei versi, riversati come acqua

 

bianca in un catino, pure noi abbandonati spersi

perduti tra righe ignote, rime che suonano strano,

una versione scordata della canzone del mondo,

disarmonie inconsistenti, gorgoglio dell’acqua bianca

 

nel catino bianco, al culmine dei versi

 

Ma come?

 

ma come? ma come siamo deterministicamente

così assiduamente in moto? così eternamente pronti

 

al fare al sognare al vincere all’illusione di valere

più del mondo che ci mette pedissequamente in moto,

 

pedestremente dinamici dinamitici come

scintille infuse al tritolo, motorini interminabili,

 

stantuffi, pulegge, vortici, entusiasmi di perpetua

pirotecnica esistenza, scaturigini pensanti

 

ma come? e come restiamo così privati di colpo

del tempo, del senso, della soluzione che consola

 

 

Di un angelo

 

 

è l’immagine di un angelo non quello che si precipita

giù dai cieli con le ali da drago bensì l’altro

 

sterminatore dell’Eden luminoso con la spada

che ci sta davanti entrando nel buio della navata

duecentesca buio anch’esso e tutto di legno scuro

 

quasi eroso dalle acque di un diluvio improbabile

ma ugualmente spaventoso ad ambiguamente accoglierci

 

nella sua alterità arcana con la sua tromba di legno

scuro dentro il suo profondo essere immagine a sua volta

del numinoso di mezzo quasi che il caldo di giugno

 

là fuori potesse fare davvero appello alla materia

secca e vera quella calda che a toccarla ci brucia

quasi come la sua mistica lama

 

 

 

Ada Crippa

12 luglio 2017

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Alberto Figliolia per “Eco di Neve”

 

Ada Crippa ha un talento versatile. La puoi vedere cimentarsi in una Poetry Slam, competizione a suon di versi fra autori, i più eterogenei, che si espongono, rispettando determinate regole, al giudizio del pubblico – si tratta sovente di performances, di un pirotecnico e magmatico “agonismo poetico”, un incrocio fra poeti e rapper, ben più che una moda o un fenomeno di tendenza, in ogni caso una manifestazione artistico-letteraria di qualità, con una forte matrice e fruizione orizzontale, democratica e popolare. La puoi ammirare, Ada Crippa, come poetessa civile, con l’impegno genuino e totale per ogni giusta causa. E la puoi scoprire immersa nelle magiche atmosfere dell’universo haiku, alle vibrazioni armoniche in 5-7-5 sillabe con suggestioni d’infinito.

 

Fiori di pruno

avvolti dalla neve.

Quale stagione?

 

Tra folte felci

si riposano pietre.

Tempo che dice.

 

Cielo cobalto

m’avvolgo sulle spalle.

Arnia di sogni.

 

C’è un’orchestra

tra le foglie dei rami.

Sonata d’ali.

 

Là sulle cime

altissima la neve

parla col sole.

 

Stretta tra gole

una chiesetta antica

veglia la pace.

 

 

 

Ve ne abbiamo proposti alcuni (peraltro formalmente perfetti) affinché possa comprendersi la pienezza dell’ispirazione di Ada Crippa, quella sua capacità di cogliere l’attimo, il flash d’eterno che si cela in un istante, l’hic et nunc che dovremmo saper cogliere come il più pieno e dolce dei frutti. E fluisce, soave e possente, delicato e struggente, forte, il fiume della natura, anche se sei ai margini della megalopoli, nel cuore di un impero fatto di capannoni e tangenziali. Ma, si sa, i fiori bucano il cemento e un oleandro può colorare il più grigio dei balconi. E, se tendi l’orecchio (esteriore e interiore) all’ascolto, puoi udire la neve cadere, coprire il mondo di purità e coglierne l’eco nello spazio e nel tempo. Così, con questa nuova consapevolezza, anche il nostro destino odora e sa di luce, nostalgia e amore.

Pasquale Matrone per “Acqualuna” in video poesia

L’ “impasto” sapiente di versi, musica, immagini, luce offre una testimonianza eloquente del kantiano “sublime dinamico”. Grazie, carissima amica: mi ha regalato perle purissime, svelando un’anima toccata dalla divina grazia… Ho ascoltato. E avevo la sensazione di partecipare a una preghiera corale alla Sacra Bellezza… Invito gli amici a “saccheggiare” questo video e ad ascoltarlo tutte le volte che vogliono trovare conforto alle ferite a loro inferte dall’egoismo, dall’incapacità di amare, dall’invidia o dalla bestialità paranoica di chi odia tutto il genere umano perché odia sé stesso.

 

Verso te

Hai capelli blu mare

on indizi di schiume

una notte, una stella scese

raccolse l’onda a piene mani

per fartene dono

così, che i segreti delle luminose Pleiadi

caro a Saffo

alla tua voce fossero canto

come delle Nereidi il corpo leggero

d’acque – fluire verso

 

Dedicata a N.V.

*

Viene la sera

In punta di piedi

senza rumore

i suoi passi blu

sui fili rosa

dell’equilibrio

 

 

La luna nel secchio

 

La luna è nel secchio

tremula

 

fatica della mano al fondo

nell’ondeggiar dell’acqua

 

ritta o seduta sull’orlo del pozzo

guardo l’argenteo riflesso

fluttuante

 

le voci spente della notte

tessano di seta tutt’attorno

il loro manto

 

nell’alveo un nodo di pianto

si compone e si scioglie

Eros Olivotto prefatore de “ Tra l’aria senza forme

 

Scarna ed essenziale, quella che la poetessa persegue è una lingua lontana da certa letterarietà, le cui strutture creano un effetto estraniante, offrendo quindi un diverso spazio di riflessione. Lo stile piano, mai povero, si avvale di un lessico che spesso si affida all’utilizzo di termini concreti, cioè aventi uno stretto legame con la realtà quotidiana, assicurando in tal modo al dettato un’autenticità non facilmente riscontrabile. Pur non rinunciando al gusto del frammento, già evidenziato nella raccolta “Eco di Neve”(Ed. La Vita Felice) In questo lavoro l’autrice propone un dire più discorsivo, il cui ritmo, che potremmo definire icastico, è assicurato dallo scorrere delle immagini, della loro puntuale cadenza e precisione. C’è un testo, al  riguardo, una lirica raffinata, particolarmente adatta ad evidenziare la tensione alla ricerca della bellezza e della sua messa in luce, che proponiamo come chiusa preziosa di questa nota:

 

Fiocchi

fiocchi

cadono

fitti fitti

faville

fatte

fili

fumo

forme

a intessere nuvole

nell’atelier della sostanza

l’abito bianco

a guisa di tulle alla terra

ammutolisce e incanta

 

*

Ancora non c’è la rosa

di bellezza esplosa

al cielo di maggio

 

ma porta il gambo

– al farsi delle regina

le damigelle spine

perfette all’inviolabile

 

 

 

Dolore

 

Gridava il dolore

dentro a una muta stanza

come lupo braccato

e senza peli

 

il gelo sentiva

come fuoco

bruciarle la carne rosa

rosa d’agnello

 

Gli imperi grondano sangue

e tappeti infiniti si stendono

ai carnefici

 

Parola, mia parola

fatti lama

fatti erpice che rigira

zolle al sole

 

 

*

 

Il mondo non ha bisogno di me

né di te

eppure ci nutre degli altri

la vita

 

vedi dunque di filtrare il veleno

prima di versarlo

nei solchi della storia

 

 

We bilieve in peace

Noi crediamo nella neve che scende

nel suo valore

 

– balsamo sulle rughe della terra e altre cose –

 

lasciate gli stormi volare

e bianca ci ritorni la neve

 

 

 

La forza della bellezza

 

Così, innalzata mi sento

 

– danzatrice tesa piuma

nelle mani elevate

del danzatore –

 

quando bellezza altrui e altre cose

pervadono straripanti

le strade tutte del mio corpo

 

lì vorrei restare

tra l’aria senza forme sublimata

e poi nuova – discendere

 

 

 

Ada Crippa nasce ad Agrate Brianza dove tutt’ora vive. Scrive poesie da quando ha imparato a leggere e a  scrivere. Proviene dal mondo operaio e dalla militanza politico- sindacale.
Ha pubblicato cinque raccolte e due plaquette

Raccolte:

Antimenti – Antologia a tre Voci- 1989 (prodotto in proprio)

“Vele” –  LietoColle 2007

“Acqualuna”  – Onirica Edizioni 2011

“Eco di Neve-  Haiku” –  La Vita Felice  2014

“Tra l’aria senza forme”- Caosfera Edizioni-  2016

 

Plaquette Pulcinoelefante: “Libero suono” –   2004 “Albero”  –  2005

 

Aderisce a premi di poesia ottenendo buoni riconoscimenti

Partecipa ai Poetry Slam e reading personali e collettivi

Scrive brevi racconti mai pubblicati, ma ciò non le ha impedito di mettere  in scena, durante la festa dei popoli sulla piazza comunale del suo paese (Agrate Brianza) un suo breve racconto: “Dritan del cielo stellato”.  Racconto testimonianza   che parla della traversata per mare dei clandestini Albanesi.

 

 

 

 

Stefano Guglielmin

6 luglio 2017

 

da Come a beato confine (Book editore, 2003)

sez. II
io fatica e migra

                                                                                                        

1

io grumo s’inforra
nel più penoso dei vuoti:
nel corpo come miseria
o cibo, là dove delizia spreca
in gabbia la sua polpa
                                     

2

alla leva che volta
in luce il vuoto dell’occhio
io preferisce l’orfano gridare
e darsi in cibo a chi soccorre
                                    

3

pur fidandosi
all’incantevole computo dei ruoli
io talvolta sfibra
confonde orto e selva
sgravando così la parte
dal suo più crudo inverno
                                     

4

io trema nel risucchio
del sangue e s’ammoglia
per questo agli anni
come a radice
che l’anima abbia in ferro
                                        

5

nell’assurdo che crepa
l’ostia e il tempo, io s’invena
come topo in fuga nei sifoni
pregando nella corsa l’ombra
e l’infanzia che riluce
                             

6

io salva
all’inguine e alla lingua
la giustezza delle carni
il cedevole lo sposta invece
nella vena aperta dalla voce
                                        

7

io schiva la sete
d’esser vivo dando
ai nomi il moto
tondo dell’astro
e all’asola nel sottosuolo
l’acqua d’ogni dovuto tormento
                                

8

io glabro sbarca
in coda al tempo, al corpo
per aderire con le sue sole
forze al bianco dello spazio
come a fratello siamese
o alla trasparenza i nomi
                                       

9

io fatica nei cento specchi
nei cento libri nei cento
passi
in quelle cose da soma
da trapasso, sopra le quali però cresce
e attraversando il colmo
migra fino a farsi mano
nuoto
cosa altra e soda

 

                                                                                                                                                 

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. È membro della Società filosofica Italiana.

Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo “Fara”, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), C’è bufera dentro la madre (L’arcolaio, 2010), Le volpi gridano in giardino (CFR Edizioni, 2013), Maybe it’s raining. Poems 1985-2014 (Chelsea Editions, 2014), Ciao cari (La Vita Felice, 2016) e i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009), Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea. Vol.1 (Le Voci della Luna, 2011), Le vie del ritorno. Letteratura, pensiero, caducità (Moretti&Vitali, 2014) e Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea. Vol.2 (Dot. com Press, 2016). È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006), Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. E stato tradotto in inglese, spagnolo e bulgaro. Ha pubblicato anche racconti; l’ultimo in L. Liberale (a cura di), Père-Lachiase. Racconti dalle tombe di Parigi, Ratio et Rivelatio, Oradea (Romania), 2014. Dirige le collane di poesia “Laboratorio” per le edizioni “L’Arcolaio”, “Segni” per conto di “Dot. com Press” e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, “Format” della “Puntoacapo Editrice”. Gestisce il Blog Blanc de ta nuque.

 

Daniela Raimondi

30 giugno 2017

MARIA DI NAZARETH

“Farò quello che posso
e più di me, come tutte le altre sulla terra”
M.G.Calandrone

                                             

i.                    Promessa di matrimonio

Era un tempo di doni,
di uccelli turchesi e polline d’oro.
Il mio corpo cambiava.
Sulla pelle brillava il sudore,
nuove fragranze di vento e d’avena.
Nata femmina,
moltiplicato il mio sangue ad ogni luna,
ad ogni solco.
Così viva.
In attesa.

Un mattino i sacerdoti del tempio
mi chiamarono e dissero
che era il momento di darmi un marito.
Cercarono a lungo e fra tutti
fu scelto l’anziano Giuseppe.

                     “Sono vecchio e ho già molti figli” – rispose.

Lui non voleva, e io non volevo
ma tutto era stato deciso.
Iniziai a filare la tunica rossa.
Dodici mesi e sarei stata sua sposa.

CORO

Maria ha finito un pasto povero di pane ed olive.
Ora si reca alla fonte a lavare i piatti di coccio,
le sue pentole rosse.
Tutto ha inizio da questo momento:
c’è un rumore di passi,
la sabbia rovente smuove l’orma dei suoi piccoli piedi.

È qui, Maria, che si compie un destino.
È in questo mattino di sole
che la luce di tutti i pianeti
si riversa sul tuo sogno di carne.
Vivrai solo un’ora,
verrai esorcizzata per sempre contro il peccato.
Ma intanto, Maria,
accetta il momento d’amore che ti è stato concesso.
Che il tuo corpo sia benedetto
e benedetta sia tu, tanto vicina all’ora più santa:
una goccia di sangue
la prima scintilla,
lo scindersi dello zigote
nel chiarissimo aprile del mondo.
                                      

ii.              Annunciazione

Camminavo a piedi nudi:
la brocca sul capo,
il sudore lungo la schiena.

Si alzò il vento,
un fascio di luce mi strinse la vita.
Mi fermai, il cuore atterrito.
Chiusi gli occhi per bisogno di quiete,
per pudore,
per salvarmi da un destino di poca fortuna.
Mi coprì la sua ombra.
Poi, udii una voce chiamare il mio nome:

                   “Shalòm, Miriàm.”

Ricordo un’ala bianca,
il gelo baciarmi la nuca.

“Non sono di qui – gli risposi. –
Venni in aiuto a una parente
che aspetta un bambino.”

Volevo fuggire, correre via,
ma lui parlò
e la sua voce scese come neve
nel deserto del mio orecchio.

Illuminò la rosa.
Soffiò dentro il mio fiato
il nome di un dio giudeo,
un destino di solitudine e sabbia.

Caddi in ginocchio sopra un metro di sole.
Mi arresi al disegno divino,
e al suo sguardo.

Lui aprì il mio corpo al mistero.
Mi donò qualcosa semplice e lieve
come la vita.

                                     

iii.                    Concepimento

E poi fu il silenzio.
Cessarono i venti
tacque il vino negli otri,
il canto di tutti gli uccelli.
Tacquero le voci degli uomini
e le grida degli animali.
Le fonti seccarono.
Non scorsero i fiumi
né si gonfiarono i mari.
Ogni cosa era ferma nel mondo.

Entrai la ruota del tempo,
il centro infuocato dell’uragano.
Il mio corpo era acceso,
fine e principio di tutte le cose terrene.
Ed io,
io ero l’Attesa, colei che fu scelta.
Io figlia del vento e del caos.
Io brace, nube, rugiada
furia del lampo e prima goccia di pioggia.
Io sfamata
sfinita,
coperta di meraviglia –
la resa
e il sangue in sussulti.

Un morso di sole.
Un solo, chiarissimo morso di sole
e il cuore cedeva.

Il tempo rimase sospeso
senza suono, senza tregua o respiro.
Poi, nei mari, sulla terra, nel cielo
fu il tuono e il fragore.
L’acqua tornò a scorrere nei fiumi,
i pesci volarono in fondo agli oceani,
la notte ed il giorno
ruotarono ancora intorno ai pianeti.

Lui ripiegò le ali,
riposò sul mio petto.

                                                

iv.             Canto per un piccolo seme

Mi rialzai dalla polvere.
Tutto intorno, adesso,
era pace.
Nel ventre forgiavo una macchia di luce.

Guardai verso il cielo:
                      “Dammi un segno” – gridai.

Sentii un piccolo cuore d’uccello
battere insieme a un cuore più grande,
reclamare un suo spazio, il suo mondo.

Ebbi paura. Sì, lo confesso
ebbi una grande paura
ma mai come allora
compresi il senso di tutta una vita,
la ragione per cui ero nata.

Un lampo
un fragore
poi da lontano
giunse la voce di Dio.

Caddi sulle ginocchia.
Unii le palme e pregai:

“Questo è mio figlio.
Il suo nome sarà Emanuele,
la sua vita sarà la mia festa.
Svuota i miei occhi di pianto,
scava il dolore
fino al soffice centro delle mie ossa,
ma di una sola cosa ti prego:
risparmia il suo sangue.

Voglio per lui una vita semplice.
Fa’ che il suo corpo conosca la gioia
e possa un giorno costruire una casa,
piantare un albero, concepire un figlio.
Lascia che i tempi d’Israele restino vuoti,
che le preghiere degli uomini
dormano in fondo alle gole.
Lascia che questo figlio viva
con il cuore di un uomo:
che abbia un destino terrestre
e a lungo abiti il mondo.”

                                                 

v.              L’attesa

Fu un lungo viaggio da compiere insieme
nell’acqua, nel fiato e nel buio.
La terra pulsava di lava e di sorgenti
e il mio utero era una carmine conchiglia,
magnolia ardente dai pistilli d’oro.
Lui solo era la pace, l’ordine,
somma perfetta di astri e di radici.
Lui che dormiva in un bozzolo di carne
umido e celeste, mia gioia
e mio terrore.

Vivevo spaventata in tanta gloria
pesante e languida,
magica creatura capace di crescere da sola
mani, pupille, piccoli piedi, tutte quante le dita.
Mai sulla terra sbocciò tanta gioia segreta
quell’essere uniti, legati a un unico sangue.
Lui mia genesi, vivissimo seme
viticcio allacciato al mio corpo;
lui solo mia stirpe, eletta prigione
mia umile opera d’amore terrestre.

Dal libro: Maria di Nazareth, Puntoacapo edizioni 2015.
La silloge ha vinto il primo premio al Concorso Nazionale I Fiori sull’acqua, e si è classificata al secondo posto ai Concorsi Nazionali Città di Marineo e Luciana Notari.

                         

Nella fabula poetica di Daniela Raimondi, Maria di Nazareth cronologicamente vive la sua fase embrionale in alternanza alla composizione della silloge Avernus (edita da Cfr edizioni nel 2014), in cui l’Autrice affronta, quasi per opposizione, il tema della morte dell’Io maschile. Le due produzioni, legate tra loro per qualche meraviglia che l’ictus ideativo regala a chi scrive, viaggiano in parallelo e completano un ciclo ideale che, già con la vulgata de “La regina di Ica” (ed. Il Ponte del Sale, 2012), raggiunge vertici altissimi: qui lo studio dell’elemento femmineo assume contorni archetipici e il topos della Venere-madre s’incatena alla sofferenza della materialità del corpo e, attraverso una via crucis simbolica, ne rivela il dramma.
Maria di Nazareth completa il percorso: Maria incarna in sé ogni possibile maternità e la sua storia incrocia, in modo magnificamente umano, ogni storia di madre. Il percorso narrativo con cui la Raimondi focalizza l’accaduto per eccellenza, la vicenda totale di Maria di Nazareth, investe l’Io narrante di una fragilità così densa che ogni sequenza assume il connotato dell’ineluttabilità: il tutto scritto si trasforma, così, in storia da riscrivere, e la figura di Maria diventa, fortemente, l’allegoria del femmineo a tutto tondo, la donna- madre archetipica.
Ciò che l’Autrice ha sempre voluto nella sua ricerca poetica ora giunge a suo termine: la natura figurale di Maria è il simbolo puro della poesia della Raimondi. Forse, inconsciamente, ma piace pensare la cosa come necessaria, quindi improrogabile, il passo di rivelazione del femmineo puro accade, nella Raimondi, attraverso la purificazione dall’elemento maschile, pur fondamentale come forza oppositiva e, per contrappasso, di completamento: ecco allora la necessità di scrivere Avernus, nella sua tremenda prosa poetica agghiacciante, fredda e umana. Forse il passaggio mancante stava nella sublimazione della carnalità del corpo, della sua decadenza, della violenza derivata da ogni fattore di contingenza. Ecco, allora, magnificamente, Maria, dall’origine dei tempi, fino al tempo concluso: la sua, l’epica dell’umano. In Lei, tutto.
Fino alla pazzia finale, la nemesi. E tutte le Marie lì dentro, da sempre e per sempre. Come se il nome evocasse lo stato, la storia, Poi le streghe, Auschwitz, Gaza, ogni impossibile perdono.
                                                                                                                                                                                        Ivan Fedeli

                                   

                                            

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha vissuto per oltre trent’anni in Inghilterra, dove si è laureata e dove ha conseguito un Master in Letteratura Ispano-Americana. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali, fra questi il Premio Montale, il Premio Sartoli Salis per Opera Prima e i premi Mario Luzi e Caput Gauri per opere edite. È stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournment a Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico (2012). Collabora con articoli e traduzioni al blog Cartesensibili.com ed è presente su vari siti web di letteratura. Un volume di sue poesie in edizione bilingue: “Selected Poems”, è uscito a cura delle Edizioni Gradiva New York. (2013). Di prossima uscita il libro “La stanza in cima alle Scale”, Nino Aragno Editore, vincitore della sezione silloge inedita al Premio Subiaco, Città del Libro.
Il suo primo romanzo “L’ultimo Canto D’amore”, è risultato fra i dieci vincitori al Concorso on line Ioscrittore, e ha ottenuto i premi nazionali San Domenichino e Thesaurus nella sezione editi.
Per notizie più dettagliate: http://raimondidaniela.blogspot.it/

Biagio Cepollaro

22 giugno 2017

copLF

(…)

ora disegnare i confini
ci suona
quasi minaccia
ché avremmo voluto imboccata
una strada
fosse buona per tutto
il meriggio
della vita e invece
ci molla dopo qualche
metro
ed è sempre questa la lotta
e vale per ogni età: tra fissità
e mutamento
tra ciò che vorremmo valesse
per sempre
e l’acqua che scorre
che non è mai la stessa
– oh sì chi ci è vicino
teme di essere travolto
da questi invisibili cataclismi
e si preoccupa per sé
come è naturale
ma noi dobbiamo svolgere
un compito
– malgrado lui –
che è fare dell’anima
la nostra vita
gettare un ponte
tra ciò che siamo e ciò
che comunque eravamo già
da prima
anche senza saperlo
ora il tralignamento
del mondo appare
anche più chiaro: chi non frequenta
demoni
se li ritrova nei programmi
di governo
e invece questa folla
va ammaestrata
e interrogata:
arriverà il giorno
delle mediche analisi
e dei referti
del confronto contraddittorio
delle diagnosi
della distrazione
alla reception e forse anche
della semplice cattiva
educazione
e allora cosa diremo?
che siamo a posto
per cominciare il viaggio
(o finirlo, che è la stessa
cosa) o che dell’umano
noi
nel tempo che ci è stato
dato
abbiamo visto e sentito
abbastanza
che quel che è venuto
fuori
non è gran cosa
ma che è già tanto
perché la vita è più grande
di noi
perché lo spazio
e il tempo
sono infinitamente più grandi
di noi
e noi che non potemmo essere
uomini di fede
fummo costretti ad inventarci
qualcosa
che alla fede somigliava
un disperato e impossibile
amore per le altre
creature

(…)

da giovani si cerca fuori
e si convince
o costringe
il mondo a seguirci:
per un po’ ci crediamo
e in quel po’ di tempo sembra
che le cose confermino
nostre attese: un quartiere
diventa tutta la città
una città diventa tutto il paese
un paese diventa il mondo
ed era solo un’idea o una fantasia
cresciute a dismisura
dove di reale c’erano solo
le disfatte che avremmo poi
inseguito come spie di nascoste
verità: solo
che le disfatte come le vittorie
non contavano molto che contava
solo il nostro sentirci vivi
e di ciò soprattutto facemmo
esperienza
ma una volta sicuri
della vita
cominciò a contare la direzione
(della nostra vita)
e quindi ricominciammo
dalla fine: cose
e spettri si equivalgono per la vita
della mente
e la vita di fuori
(quella che resta
sottratta allo sterminio
della storia)
è ridotta a ben poca cosa:
i grandi cambiamenti
sono spesso solo cambi di indirizzo
o di modi di vestire.

(…)

che vivemmo fin qui
dimezzati
che non c’è vita
che non tenga insieme
giorno e notte …
tutto questo ci stanca
che questo mondo
non è fatto per la felicità
e la barbarie inesorabile
avanza
in ogni tralignare nuovo
del costume nazionale
in coda ad un occidente
indeciso tra sterminio
e centellinato
suicidio collettivo
certo tutto questo ci fa tenere
la barba
più di un giorno e ore
di sonno
e la città con gli occhi
che si chiudono
si allontana
ma quanta pena in quegli occhi
e non solo dei disperati
che urlano da soli
al centro della piazza
ma di quelli che vanno
a borsa e a denti
stretti
tutti compresi
nel nulla
delle loro vite
oggi non possiamo chiedere
meno di questo
al mondo
che la vita di ogni singolo
uomo
sia felice
tutto il resto è lungo
giro che ci ha portati lontani
dal centro
come quando credendo di far prima
si resta fermi in tangenziale
mentre la strada che lega
le case e la rete
che liquefa le piazze
è libera e scorrevole
perché così sono
le strade
perché questo dentro
sono le strade
certo tutto questo ci stanca
ma è lavoro da fare
non da soli
che non è lavoro
da fare da soli
ma è da fare
e non domani
e neanche solo simbolicamente
nei gesti che stanno
per altri gesti
ma nell’azione dura
e semplice
di non dare requie
al cadavere
che addosso ci portiamo

(…)

e dunque la scimmia che scivola
all’indietro
è comunque mossa
in avanti
è tutta presa
senza peso
dal suo andare
«perché -il tale diceva-
cosa vuoi realizzare
che ne valga la pena
davvero
cosa, se non l’amore?»
e lo diceva
duro
come uno che non ha voglia
di perdere tempo
ecco eccolo qui
il numinoso:
all’angolo di una via
o nella lacuna
di un sogno
una svolta
dove all’improvviso
il mare
si mette a parlare
con la città
lingua che s’infila
tra due palazzi
e se lo diciamo
è perché esiste davvero
un mare così
esiste ed è il mare
della nostra città
(da lì da quell’inizio
non abbiamo fatto
che tornare
in un moto
di infinito
allontanamento:
tu vai incontro
all’origine
invecchiando
e ciò che col tempo
hai imparato
è stato solo parafrasi
di versi
all’origine ascoltati)

Da Biagio Cepollaro, Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano 2017

Lettura critica di Angelo Petrella
Credo sia un bene che questo libro, Lavoro da fare (2002-2005), in ebook dal 2006, sia uscito in cartaceo ora, un bene per chi deve interpretare. Lo si capisce meglio se prima si è attraversato il bosco della seconda trilogia (Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012) , La Curva del giorno (L’arcolaio, Forlì,2014) e Il centro dell’inverno,(inedito). Lavoro da fare corrisponde ad una svolta, ad un momento di riflessione, di abbandono della scena pubblica e del lavoro in riviste come Baldus e coincide con la chiusura del Gruppo 93 che si scioglie programmaticamente nel 1993. Il rapporto dialettico da stabilire è tra Lavoro da fare (2002-2005) e Versi nuovi,(1998-2001, uscito nel 2004 da Oedipus) immediatamente precedente, perché in entrambi i libri, senza preavviso, la poesia di Biagio passa da un alto grado di sperimentazione e di possibilità di lettura multilivello al suo grado zero, direttamente, senza passare per stadi intermedi.
Anche l’ultimo libro della prima trilogia, Fabrica (1993-1997, edito da Zona nel 2002) era ancora ancorato alle dinamiche proprie della post-avanguardia che si riassumono nella domanda: “come comunicare dopo l’esaurimento del dicibile, del contrastabile, operato dalle avanguardie?”. L’idea elaborata da Biagio e accolta nell’ambito di Baldus e del Gruppo 93 di “postmodernismo critico” era una risposta a questa domanda, attraverso la pratica, nel suo caso, del pastiche idiolettico, del citazionismo di marca benjaminiana, delle pratiche di montaggio etc etc. Si trattava di ricostruire un discorso critico, stabilire un contatto critico con il lettore , sapendo che ormai agire sul linguaggio poetico non voleva dire agire direttamente sull’ideologia, come pensava Sanguineti. Le tecniche di costruzione poetica provavano a stabilire un contatto anche se negli anni ’90 il boom dell’editoria e di internet rendono già impossibile orientarsi, svanendo anche la funzione del critico militante. Da tale altissimo livello di sperimentazione bachtiniana veder passare al grado zero di Lavoro da fare e prima di Versi nuovi, è stato all’inizio per me poco comprensibile. Quasi scioccante fu per me la lettura di Versi nuovi. Retrospettivamente ho compreso attraverso la seconda trilogia ciò era stato realizzato in questi due libri con il loro grado zero. Ma già Lavoro da fare , già dal titolo, programmaticamente allude a ciò che era “da fare” per superare l’impasse tipico della modernità.
Ma cos’è esattamente questo grado zero? Non è certamente il grado zero del minimalismo. Non è neosentimentalismo, né neorealismo. Non è un tipo di poesia che ha la presunzione di nominare direttamente le cose in maniera oggettiva o oggettuale magari per liberarsene. No, secondo me, questo grado zero è il frutto di una grande dialettica, di un grande ragionamento che sta nel fondo. Mi sono permesso di azzardare un’ipotesi teorica su questo passaggio. Perché ho citato la seconda trilogia per parlare di questo libro? Biagio ha lasciato degli indizi nel secondo libro della trilogia, La curva del giorno 2011-2014, i titoli delle sezioni sono programmatici: “Attraversare il bosco”, “La luce dell’immanenza”, “L’alacrità del vuoto”. Esistono termini più heideggeriani e taoisti di questi? Heidegger aveva costituito un terminus contra quem per tutti gli anni ’80. In alcuni saggi si ritrovavano tracce ironiche di Biagio, ad esempio un titolo come questo: “Perché i poeti nel tempo del talk show?” (in Remo Cesarani,Trent’anni dopo, una convitata di pietra di nome Avanguardia, il Manìfesto, aprile 1993) Heidegger era visto come la facile fuga nello spiritualismo o neoermetismo realizzata da alcuni poeti. Perché allora viene recuperato adesso? Perché secondo la mia interpretazione il suo lavoro sull’ontologia consente a Biagio di recuperare l’ultima forma resistenziale dell’esercizio del pensiero, la differenza ontologica fondamentale in Essere e tempo. l’essere come qualcosa in cui siamo già gettati ma su cui non si può dire, che si può esperire come evento senza mai poterlo dire del tutto.
In Lavoro da fare accade qualcosa del genere. Le aeree semantiche più presenti sono quelle che riguardano la mente, l’apertura, il pensiero paradossalmente in contraltare al corpo. Paradosso apparente perché la corporeità di cui Biagio parla non è più la corporeità del materialismo degli anni ’90, il corpo inteso in senso rabelaisiano, come comico, come basso-materiale ma non è più nemmeno il corpo allegorico, della corporeità assoggettata al capitale, all’industria etc etc. Qui il corpo è semplice- presenza, il semplice tramite che il sé ha per fare la propria esperienza del mondo, del presente. Heidegger è soltanto un tramite per toccare quei temi tanto cari al taoismo e anche al buddismo zen. Ciò che dico si basa sulla fonte costituita da Notizie autobiografiche reperibili sul suo sito dove si parla dei rapporti con Adriano Spatola ma soprattutto con Giulia Niccolai già negli anni ’90 e Giulia, oltre ad essere una poetessa è anche una monaca buddista. Qui viene detto che la stesura delle qualità , almeno delle prime, erano preceduta da esercizi di meditazione. Da qui la misura breve, l’accensione improvvisa di quei componimenti, come se fossero dei koan buddisti. Secondo me è a questi temi che vanno riferite le idee del vuoto e del cominciamento molto presenti anche in Lavoro da fare.
Dunque Heidegger attraverso il buddismo. Per giungere a cosa? Il suo lavoro non dimentica mai da dove è partito: se è vero che con gli inizi degli anni ’90 dopo che le avanguardie pare che abbiano distrutto tutto e che anche l’esperienza del Gruppo 93 si sia rivelata infruttuosa perché non ha consentito uno sfondamento, un nuovo dialogo con il lettore, proprio dalla fine degli anni ’90 nessuno la legge la poesia, e lo dico provocatoriamente.
E allora che fare? Come fare poesia? Quale poteva essere un ulteriore modo di fare poesia? Differentemente da Sanguineti che si rifugia nel crepuscolarismo o, nei momenti alti, nelle Ballate, nella poesia didattica, moralistica, l’unico modo era interrogarsi sulle possibilità stesse del pensiero e quindi anche sulla possibilità di fare poesia. Come diceva Eugenio Lucrezi, fare poesia è esercizio di logos, nella versione della poesia di ricerca, sperimentale. Recuperare questa interrogazione sul presente, sulla possibilità stessa della poesia. E’ il punto di partenza per i poeti che verranno, è questo che ha aperto che ha dato Biagio. Capire le possibilità che il presente offre anche se non si intravede ancora una risposta. Il lavoro da fare è continuare a interrogarsi sulle possibilità stesse della poesia. In tale contesto il tema del corpo è reiterato in tutta la seconda trilogia, la parola “corpo” è all’inizio di ogni componimento. In questo modo gli ultimi libri della seconda trilogia si ricollegano agli esordi, a Le parole di Eliodora del 1984. Qui il corpo era riferito alla poesia latina classica e a Nietzsche, era il corpo erotico. Un tragitto da Nietzsche a Heidegger con la scimmia del logos che compare in un punto di Lavoro da fare di cui liberarsi. Ora sono curioso, dato che ho potuto leggere in anteprima l’ultimo libro ancora inedito della trilogia, Al centro dell’inverno, su cosa Biagio lavorerà. Cosa farà dopo.

Lettura critica di Giorgio Mascitelli
Ricordo che Lavoro da fare esce in e-book nel 2006 e poi in questa edizione cartacea oggi, nel 2017, dopo i primi due volumi della trilogia a cui Biagio Cepollaro sta lavorando, dopo Le qualità (La camera verde, Roma 2012) e La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì 2014). Il libro occupa una posizione centrale almeno nell’ordine cronologico, insieme a Versi nuovi (Oedipus, Roma 2004), succedendo a quello che era stata la prima trilogia “De requie et natura”, quella di Scribeide (Piero Manni, Lecce 1993), di Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma 1993) e Fabrica (Zona editrice, Genova 2002) . Considerare tale collocazione centrale è un elemento importante proprio per il godimento di questo libro. Queste tre fasi della poesia di Biagio (prima trilogia, le due opere centrali e la seconda trilogia) hanno un epicentro che ruota intorno alla figura del soggetto enunciante. Ciascuna di queste fasi propone un soggetto poetico, proprio la voce che dice la poesia, con caratteristiche diverse. Questo è il motore nascosto del suo percorso poetico che da un lato interessa la dimensione del contenuto, ciò che filosoficamente si potrebbe definire come la domanda intorno al “buon vivere” , queste tre fasi d’altra parte hanno una tonalità di fondo molto comune, dall’altro lato la questione del soggetto che dice la poesia determina anche le varie questioni attinenti al piano retorico-formale, retorico-stilistico. Non sono mai cambiamenti dovuti a necessità di sperimentalismo fine a se stesso o di trovare vie nuove espressive, ma corrispondono a questo riposizionamento, a questa continua ricerca intorno alla figura della voce poetica. Da un lato abbiamo Biagio che inizia nella sua fase che possiamo chiamare letteraria, siamo negli anni ‘80 quando la società letteraria sembra ancora esistere, con la figura dello Scriba, lo scrivano dell’Egitto che ha una funzione ironica in contrapposizione all’Io lirico, come contrapposizione tipica dell’avanguardia che vede nella poesia anche una dimensione aperta ad una lotta collettiva per un cambiamento della società e che poi si articola coerentemente ed espressionisticamente in una lingua dello scarto alla norma (come in Scribeide, la fusione di dialetto napoletano, la lingua di Jacopone, lacerti di linguaggio colto, termini dialettali di altre zone). Tutto questo plurilinguismo si trova insomma dentro l’orizzonte letterario tracciato da Contini. Dall’altra parte nella seconda trilogia, di cui sono usciti i primi due volumi, Le qualità e La curva del giorno, abbiamo l’invenzione retorica del corpo. Il corpo è il soggetto e non l’oggetto del testo, solo che qui il corpo funziona sia a livello letterale sia a livello metonimico. E questo corrisponde ad un’osservazione fenomenologica minimale del mondo con un linguaggio poetico aperto all’aforistico. Tra questi due elementi, si trova in mezzo Lavoro da fare caratterizzato dallo sforzo di autobiografismo radicale non nel senso di un racconto più veritiero della propria esperienza, ma proprio dell’assunzione all’interno del discorso poetico dell’unica possibilità di poter guardare al mondo a partire da quelli che sono i propri elementi di crisi. E’ il chiodo da cui si parla. Tale autobiografismo radicale si traduce in un tono che va dall’autoesortazione alla preghiera. Il lavoro da fare è un compito, è una perifrasi che indica un dovere, in latino si tradurrebbe con la perifrastica passiva. Si tratta di una crisi personale che non si nasconde, come scrivevo dieci anni fa, il poemetto si apre con la descrizione di un attacco di panico: scherzando si potrebbe dire a questo proposito che Biagio non disdegna il genere della poesia didascalica perché ci sono anche dei consigli operativi su come uscirne. Questa crisi ha un’eco visibile anche in Versi nuovi e non è solo privata, ma è la reazione allo scoppio anche a livello collettivo di quel mondo che la sua generazione, formatisi tra gli anni ‘70 e ’80, poteva ancora sperare di tenere in piedi. Il mondo in cui era ancora possibile pensare, sia pure criticamente, ad una dimensione di liberazione in cui la letteratura sembrava avere uno spazio reale. C’è questa duplice urgenza in questo libro.
(…)

Una bibliografia critica su Lavoro da fare è reperibile qui:
https://poesiadafare.wordpress.com/lavoro-da-fare-dot-com-press-2017/

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, è poeta, critico letterario e artista visivo. Tra i protagonisti della ricerca poetica già dagli anni ’80 e ’90, negli anni zero è stato tra i primi a diffondere la poesia in rete. Esordisce nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum, Forlì) a cui fa seguito una prima trilogia: Scribeide, (Piero Manni, Lecce, 1993), con prefazione di Romano Luperini; Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma, 1993) prefato da Guido Guglielmi; e Fabrica (Zona, Genova,2002) con prefazione di Giuliano Mesa.
Negli anni della prima trilogia fonda la rivista Baldus e il Gruppo 93, teorizzando il postmoderno critico e partecipando a molti readings internazionali: Milanopoesia (dall’edizione del 1989 a quella del 1992); Ginevra (Festival internazionale di poesia sonora, 1990); New-York (Disappearing pheasant, 1991); Marsiglia (Poesie Italienne, 1992);Parigi (Istituto italiana di cultura, 1993 e 1995); Los Angeles (Department of Italian, UCLA, 1994); Barcellona (Poliphonix, 1997); Palma de Majorca, (II Festival de poesia de la Mediterrania, 2000).
I suoi testi sono inclusi in molte antologie italiane e tradotti in molte lingue: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta. Newton-Compton, 1989; I° Quaderno d’Invarianti, a cura di Giorgio Patrizi, Antonio Pellicani editore,1989; Di poesia nuova ’89. Proposte cinque, Piero Manni,1990; Gruppo 93, Le tendenze attuali della poesia e della narrativa, Piero Manni, 1993; 63/93 Trent’anni di ricerca letteraria, Elytra,, 1993; Poesia e realtà, a cura di Giancarlo Majorino, Tropea, 2000; Akusma, forme della poesia contemporanea, Metauro, 2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008; Gruppo 93, L’antologia poetica, a cura di Angelo Petrella, Zona, 2010; The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun&Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijô no utagoe – Il coro temporaneo, a cura di Andrea Raos, traduzione di Andrea Raos e Tarô Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di Andrea Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004; Chicago Review, n.56, New italian writing,2011; Inverse 2014-2015. Italian Poets in Translation, John Cabot University Press, 2015.
Con la pubblicazione di Versi nuovi (Oedipus, Salerno-Roma, 2004) e di Lavoro da fare (in e-book dal 2006 poi cartaceo presso la Dot.com Press dal 2017), si apre una nuova fase poetica che darà poi vita alla seconda trilogia intitolata Il poema delle qualità e costituita da Le qualità (La camera verde, Roma, 2012); La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì, 2014) e Al centro dell’inverno (in lavorazione). E’ stato tra i primi in Italia a produrre un’editoria di poesia on line rendendo disponibili gratuitamente ristampe di libri introvabili, di autori come Giulia Niccolai e Luigi Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli. Contemporaneamente alla stesura della seconda trilogia si impegna sempre più nelle arti visive associando ad opere di pittura delle pubblicazioni di versi con allestimento di varie mostre: Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, 2008, raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008; Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009); Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009: 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra all’Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010; La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010. Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo. Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano; Mentre il pianeta ruota, mostra a cura di Fausto Pagliano, Laboratorio Primo aprile, Milano 2013. Del 2014 è la mostra Le tre vie, Voyelles e Visions, a Torino e del 2015 Una certa idea di verde a Movimento aperto a Napoli. Dal 2003 aggiorna il suo sito www.cepollaro.it che funge da archivio sia per la sua opera sia per altri poeti. Della stessa data è il blog di poesia Poesia da fare www.poesiadafare.wordpress.com che ha dato vita ai relativi Quaderni e alla rivista di critica letteraria, dal titolo Per una critica futura (2006-2010). Dedicato all’arte dal 2008 è il blog http://cepollaroarte.wordpress.com Dal 2016 dirige la collana di poesia Autoriale delle edizioni Dot.com Press.

Giovanni Baldaccini

14 giugno 2017

 

Metafisiche a terra

 

Le poche cose che so di lei

Le poche cose che so di lei
che poi non mi ricordo
come una nuvola adagiata
che ci sono caduto dentro
ma non mi ricordo
e vento non ce n’era
si restava appoggiati
e la sera una mancanza enorme
che di sera le nuvole scompaiono
e scomparivo.

 

terza giornata di sciocchezze enormi

Ora non c’è una piega in questa stanza
che non abbia vissuto le giornate
che ti tracciano gli occhi
né angolo che ignori
i nostri inseguimenti nella sera
dove vanno gli amanti
o chiacchiere avventate che non sappia
mentre ti scrivo quello che non so
di questo mondo
piccolo
insoddisfatto
a rotazione.

 

Inedita

Siamo venuti dove si riposa
sperando tu non debba mai appassire
un amore da dire
il tuo silenzio.
E ascolto.

 

Il posto delle piaghe lucenti

Sollevami le ali sulla schiena
e guardami il dolore
che si ricordi di formare figli
che mi portino pace
che Cristo s’è fermato in questa casa
e non posso dormire.

 

Senza filo

Telefonami possibilmente a primavera
quando i cisti preparano i boccioli
e le viole si svegliano
ai salti delle rondini
chiamami verso sera
quando avrò espulso il vuoto che mi copre
e potrai riconoscere la voce
che altrimenti sembrerebbe l’avamposto
di una città perduta
un temporale
un transito di sogni senza voglia
ma non farmi aspettare più di un anno
che non saprei distinguere tra i giorni
di un’attesa stentata
ma se vorrai non farlo non chiamarmi
e farò finta di telefonarmi
quando viene l’estate
e i cisti hanno riposto lo splendore
e la sera le viole.

 

Senza una goccia di vino

Credo che del tempo si possano dire molte cose
e definirlo ad esempio
lineare o circolare
perfino inesistente
al di là di una coscienza
che lo contempli nella categoria dell’esistente.
Secondo me può essere alto o basso:
alto quando ti sfugge
basso se ti schiaccia
in quella stasi che chiamiamo noia.
Da ciò consegue che la morte
deve essere una noia terribile.

 

Pensieri involontari

Come di temporale né riparo
che ti bagna la faccia e meravigli
s’allaga e s’allarga quando scoppia
tutti quelli che siete
senza oblio
che poi sarebbe come una mancanza
che ti presenta il conto
e s’allaga, s’allarga, si riempie
piove d’incontro
e i fazzoletti li ho portati ai morti
l’altra sera al convento dietro casa
e la pioggia
ha un rumore di passo
di quelli che si sentono la sera
scrivi o non scrivi: scrive
porta via
e me la bevo dentro una bottiglia
al fondo
senza lasciare traccia
né goccia
altrimenti domani piove ancora
la faccia, il firmamento, la stesura, l’astro, l’aurora, la vescica rotta
la mia nutrice vecchia, la portiera, i secoli, l’ottundimento
l’aria, la notte, le bugie, la luna
bagna
questa precarietà delle stagioni
e non so come dirtelo.

 

Samarcanda

Quindi mi trovo in piazza paradiso
senza alcuna ragione
e non saprei orientarmi
se non fosse la polvere che mi ricopre i piedi:
forse stelle.
Noi restavamo ignoti
e il viso mi sembrava la stanchezza
di una ripetizone che conferma
ma non dai garanzie
quando i cigni volano l’inverno
per sostenere l’integrità dei gelsomini
e la penombra
una fuga instancabile
di questo immenso privo di confini
da dove ci scrutiamo nel passaggio
d’ore d’affitto
vento a scivolare.

 

 

Angolo

Spostati verso un angolo di luna
che mi serve uno spazio categorico
per rovistare
e una bandiera bianca per cadere
nel caso non ti trovi.

 

 

 

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, consulente A.I.E.D. di Roma; traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti; ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius; Il quasi nulla il praticamente tutto, Antologia, AA.VV.; ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore; è autore di due presentazioni di mostre fotografiche svoltesi a Roma e Parigi; ha pubblicato con La Recherche l’e-book “Tre notti” e l’e-book “Oltre il varco di notte”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete su “Il giardino dei poeti”, “La Recherche” e “L’EstroVerso”. Cura il blog personale “Scrivere per immagini.
Vive e lavora a Roma