Carlo Alberto Simonetti

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Calo Alberto Simonetti compagno-di-provincia-1979-laboratorio-teatrale-del-palazzo-mazzancolli

 

La Parola chiamava forte e per nome Carlo Alberto Simonetti, che non riusciva a non “risponderle”:

La parola?!
Penso sia la vita stessa, in qualche modo.
Minuscola forse.
Non so più immaginare alcunché se non immergendomi nella dinamica, tra un confine e l’altro del suo universo.
I suoi confini sgorgarono con l’aurora del tempo in prossimità del principio, prima, molto prima che le immagini prendessero a sciogliere il proprio corpo in trame di gocciole sonore!

Ed ecco l’eco, immediatamente delineante della caratteristica dell’autore, capace di avvolgere in un’aura poetica di potente malìa, la personale capacità descrittiva. Tutto il suo modo di “sgarrare” le trame abituali dei tessuti espositivi, come lui stesso riconosceva. Ambientazione e poesia confluite in un unico corpo, sapiente fusione tra imbastitura del mezzo comunicativo e prezioso ricamo dell’anima. Viaggi che Carlo Alberto Simonetti percorreva alla ricerca dell’origine del proprio modo di essere, del nòcciolo della propria insopprimibile ansia di vivere, nell’impossibilità della propria natura a far coincidere l’interiorizzazione soggettiva dei significati con la rilevanza oggettiva degli stessi. Uno sguardo al sé difficile da gestire, dovuto al modo di percepire sublimante a oltranza, impraticabile conciliazione con un contorno fatto di realtà molto più semplici. Sguardo capace di tenerezza matura nell’analisi di un percorso vissuto alla ricerca di un anello di congiunzione tra l’incontrovertibile essenza di poeta e la dimensione umana calata in un – ordinario – avvertito come necessario all’identificarsi in un connettivo dove tutti gli affetti e le disposizioni sociali abbiano gravitato. Di lui scrivevo pochi anni fa: “Ricorre nella sua opera poetica l’anelito verso il superamento di uno stato adamitico, dove il senso e i sensi sono una polifonia d’evoluzioni inverse per un ricongiungimento con l’Assoluto. L’assoluto di un attimo o l’assoluto dell’eterno. L’assoluto di un sacro che è ricerca interiore. Partenza e arrivo. Chiusura del cerchio. L’essenziale è il viaggio e chi ha la fortuna d’imbattersi nei versi di questo autore, supererà i limiti angusti della mente verso rotte inesplorate e vivide. Il suo pensiero diventa traduzione, dono, interpretazione e suggerimento del reale, trasposizione d’emozioni amplificate, dilaganti”… “Portavoce da sempre della magia alchemica di forgianti immagini frutto di concatenazioni verbali inconsuete e scardinati, vittima-carnefice del feroce “percepire e sublimare”. Così, tra un alternarsi di momenti di pura e malinconica passione erotica, dissacranti composizioni d’irrealtà reali, tensione spasmodica verso il divino, l’essere scagliati in una dimensione atemporale (dove l’introspezione è uno scalfire nella roccia fino a farne fluire sangue) diventa ciò di cui si ha più bisogno e del quale non si riesce a farne senza.“: Doris Emilia Bragagnini

 

*

 

I cieli della mia infanzia
ciottolosa e acciottolata
camminano per strade
d’asfalto, oggi
lungo il dicembre.
Siepi di primavere
legano e sbarrano
il letargo alle fronde
trillano, zirlano e
cinguettano come
mosche sonore
sul sonno
pelle d’inverno che
sbadiglia senza tregua
e non può stringersi a Morfeo.
Un merlo in picchiata
sullo sparo di una doppietta si fa sentire
con gli occhi, prima che all’orecchio.
La polvere del tempo
si alzava polvere
per le strade allora.
I cieli di questa
improbabile età
nostra
sono nuvole
di polvere e nebbia rosa
colore di un tramonto accidentale
tra filari di pentagrammi
ulivi e note
di cortecce nodose
e promesse
immagini di oli
extravergini
spremuti alla mola
tempo diverso
dalla stesura dei miei ricordi!
Gli occhi si perdono
e fiati di parole
tamponano il microfono
del cellulare
che vellica l’orecchio
del mio amore
più antico dell’udito
che mi riceve…
verso un orizzonte
che non so.

 

*

 

La notte è un grattacielo smarrito
dentro lo stormo di stelle
dove volano pensieri
parole e sguardi senza terra
senza gravità, senza meta
ma ci sono e volano
tra le arcate dell’universo
a caccia di un senso
e coprono il suolo dei giorni
con il guano dei putridi perché.
Ma tu che ci fai tra le parole
se non diventiamo mai
una frase compiuta?

 

*

 

Al piano terra delle stelle
appaiono e scompaiono
le lucciole
proprio come
la luce di una lucciola.
È più alta
ancora la luce delle stelle
di quella dei lampioni
che le offuscano.
Ecco perché scrivo poesie
amo pensare la vita
dalla montagna
ed uscire dal vicolo cieco della terra

 

*

 

Sono entrato al buio nel buio
vedevo niente.
Sono usciti biascichii imbastiti
da pensieri e fiati muti
sentivo niente.
Sono irrotto con gli sguardi
in paesaggi e fisionomie
odore di meraviglia
scorgevo niente.
Ho solcato eventi, di sangue
e di pace fragorosi.
Allora perché la mia vita
è muta e niente?
Fendo il tuo corpo
attraverso il brio
e non so più l’unicità del piacere.
Niente
Ne sento parlare, ne cantano
tutti e ne scrivono
ma cosa è l’amore
più del mio niente?
Sono solo
Davanti alla follia volubile
delle nuvole e dei miei pensieri
incantati e desolati
dalle solitudini e dal mio vuoto.
Il niente.

Sono il riassunto
dell’amore negato
intruso del viaggio forzato
resto apolide
escluso
dall’amplesso e dalla tenerezza.
Non pellegrino,
profugo nel guado
del fiume terra promessa.
Infine assumo
tutte le energie del pianto
mai versato
per tanto amore respinto
ma risarcito
dal miracolo di ricordi futuri
appesi alle code dei tuoi occhi
saldati dalle comete
che sovrastano i cieli
del viaggio che mi trascina.
Sono il riassunto
dell’amore scippato.

Sei il mio futuro alle spalle,
lasciato in una sacca
tanti anni fa.
Di tanto in tanto atterri
da un alito o da un volo
senza tempo e senza i limiti
che assediano me,
la mia passione e tenerezza
senza limiti
di tempo e di declini
non è un dramma vivere la vita,
ma il modo di guardarla dilatata
d’ansia
la nostra condizione.

Umana.

 

*

 

Il giorno, il mare ed io
saremo vivi domani.
Oltre la coltre della notte
saremo vivi anche domani,
tra le vie adombrate
i nostri occhi scalcinati,
lampioni dimenticati.
Il nostro futuro sempre
con la testa volta indietro.

 

*

 

I miei pensieri
ogni giorno
stanno con te
senza scalo
di un qualsiasi
giorno dopo.
Frutti di fantasia cozzano
sulla prora che insegue
la terra e la dossologia
per due che sostano
alla fermata d’un amore
in sciopero e senza biglietto.
Domani i miei pensieri
come ogni giorno
staranno con te senza scalo.

 

*

 

C’erano le parole
squittivano come biglie impazzite
smarrite nei pensieri di cristallo.
O farfalle fossili
Impietrite tra le rocce del tempo :
nei tramonti autunnali
nei sorrisi rari dell’inverno .
C’erano le parole
e gridavano disperate.
Taci

 

*

 

Il suono di ogni ultimo verso
demolisce la pretesa
di agguantare
il cielo poesia
per virtù
di metrica rima e armonia.
L’olimpo poesia
non lo scrive la scala da scalare
piuttosto l’ascesa
del venir giù.
Fragra la poesia
solo col vento della valle
fin dal primo passo
nella pianura
dove le parole sono state
“di-sparse”
con la larghezza
di una provvidenza
mai ravvisata
di campate galattiche
di lingue che illuminano
il pentagramma
del tempo.

 

*

 

Una notte lunghissima e cupa a modo di criniera. Una pantera nera e tenebrosa come l’assenza dell’amore che accende occhi di pensieri verdi le luci a mezza costa sul monte scuro fracassato da una ghirlanda di bagliori lontani più del monte e sospesi i bagliori senza forma sulla cornice oscura del buio indefinito lontano come il ruscello dell’infanzia in cui si espressero i primi occhi verdi di una fisionomia dimenticata e scomparsa nel non so e nell’ansia di volerla mia. Zavorra di vuoto a perdere su quadri e sculture di parole o poesie. Poesie di vuoti a perdere senza luce qualsiasi fosse la forma adescata dalla fame e dalla sete di non so chi smarrito su fiumi di volti scorsi dai due ai sei miliardi di fisionomie in maratona senza stop tra rifiuti e miasmi spogli discariche e vuoti di soluzioni.
Spossato sul bordo della sconfitta pensata e trascritta in un pentagramma di significare arcaico e dislessico alla deriva di una palafitta di mutismi sordi e rumorosi.
Spossato sull’attesa insopportabile del niente tra figli amanti moglie nipoti e ansia trascendente tra fiati e fiato di palude essente avvinti a pentagrammi di significare arcaico e d’afasia carico. Spossato la carezza di un fiato fu aferesi di mutismi afasie e dislessie e cominciai a percepire gli echi onde nel lago del silenzio fiati penetrati e penetranti. Echi di fisionomia sbiadita decomposta e promessa di ricomposizione ad un orizzonte che non so ma di sicuro alba. Alba bifronte nell’eco e nel monte.

*

Mi alzo all’alba e mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immobile cullata da sirene sfrenate e frenate sibilanti e scrosciare di fiumi in cascata e ululati di clacson. Tu tieni le tue cosce nel giuoco del giogo e delle briglie bancomat e vetrine saldi e conti consunti che mi abbracciano sopra i fianchi e spingono a inarcarmi la schiena e/o a rotolarmi sul bordo di aiuole lussureggianti e depilate a disegnare provocazioni clonate dalla promozione ingannevole di sensi che come il fumo uccide eppure da venti anni fumo e sono ancora qui a meravigliarmi del tuo bosco in cui non mi stanco d’inselvarmi e umido disselvarmi ed uscire per scalare i tuoi colli dietro le mie spalle e rotolo dentro l’amplesso che lega la luna al sole e i graffi e i graffiti delle tue unghie penne intinte di sangue di umori e rumori che scrivono eco di storie invisibili sui silenzi di chi ha perso le briglie dei perché e si ritrova e si bea del senso delle cose. Mi distendo supino sui tuoi seni e tu amaca immota cullata dalla notte e dal fragore dei mutismi oscurati in attesa di stelle e di luna e dagli schizzi di sangue che urlano fluvidi silenzi ansimanti coiti sospesi o contesi o rappresi nei ricordi incompresi degli schizzi fango a vita cogente e incosciente. Resto disteso supino sui tuoi seni e coseni o tra le cosce spalancate divaricate alle fustaie turgide di cerro lungo le ultime strade d’erba pei colli libere ancora dall’insulto degli asfalti e prigionieri dei cani da guardia e dalle recinzioni di un privato cimitero assassino.
Centinaia di milioni di micro vite immolate al vampiro pel cimitero che sugge e con noi sopravvive … Te la mia dolce Vita su cui dall’alba mi distendo supino per godere dei colli alle spalle dei pruriti pel ventre fiorito di boschi che m’inghiottono e non conosco… come te che non so dietro le mie spalle distesa su fisionomie ignote e sognate non fisionomia eppure ne faccio poesia. E non mi cullo e non riposo mentre le rughe canute raccolgono e incidono detriti in dissolvenza. Tu che non potrò scrutare quando le spalle si leveranno pel riposo vero mentre su di te alcova surreale supino sogno di essere prono e saperti. Conoscerti infine. Te la Vita.

*** testi tratti da varie pubblicazioni e apparsi in rete in siti dedicati (poetichouse, clubpoeti).

 

Il diciotto gennaio dopo un lungo periodo di malattia, ci ha lasciato Carlo Alberto Simonetti, scrittore e poeta ternano, noto e apprezzato nella sua città così come nei circuiti letterari che frequentava anche in rete. Classe 1943, se ne va con lui, oltre che un caro amico dalla dirompente personalità e carica umana, un intellettuale, uno scrittore, un prezioso poeta che ha saputo declinare la sua creatività artistica in svariate soluzioni, come la regia, la sceneggiatura, la recitazione. Negli anni settanta uscì con “Terra raggruma sepolcri luce” e “Il pugno nero del cielo”, sillogi poetiche improntate dalla letteratura beatnik. Sempre in quegli anni partecipò e convogliò la rabbia, la fantasia e le nuove attese di giovani poeti ternani nell’antologia “Brani dai viaggi sul Nera”. Fondò con Marcello Ricci una delle prime emittenti private, Radio Evelyn, facendo scuola con la rubrica “Mantide religiosa”, dove puntualizzava con caustica e irriverente ironia i difetti della classe politica locale, sollevando non pochi vespai sotterranei. Negli anni ottanta, spinto da un forte moto interiore si dedicò allo studio e alla meditazione di temi teologici e filosofici e più in là, proseguendo ancora, si dedicò al teatro collaborando a diversi spettacoli del Progetto Mandela contro razzismo e intolleranza. Del 2002 è “Lo scrigno, i bagliori, le cose “ opera in versi, e poi “Pensieri con gli occhi” 2005, “Racconti a quadretti” 2006, ” Vicoli ciechi e Usci” 2008 (ed. Thyrus). Aveva pronto un romanzo autobiografico, altre raccolte e alcune favole, opere ancora inedite e straordinarie.

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