Mariangela Gualtieri

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copertina

 

È un respiro largo quello che attraversa quest’ultima raccolta poetica di Mariangela Gualtieri, fatto del ritmo delle stagioni e delle generazioni, ascolto del silenzio, risveglio primaverile della terra, ebbrezza di vita connessa a ogni forma della natura. Ma nel libro non manca il lato ombroso, il vento che scuote, le «formiche mentali» che intasano la testa e impediscono il senso più leggero e più compiuto della gioia. Dunque le poesie di queste pagine sono anche luogo alto di raccoglimento sulla trama e le connessioni del mondo sensibile, attraverso la parola ma anche attraverso lo «stare fermo» del corpo o lo sguardo sulle cose dato dalla lente di un microscopio. Lo «stile semplice» della Gualtieri è il punto d’arrivo di questo percorso spirituale e il punto di forza della sua più recente poesia. Uno stile semplice ma ricchissimo di risonanze letterarie, da Bruno Schulz, al quale è dedicata un’intera sezione, ad altri autori amati con i quali la poetessa intreccia versi e parole in una sorta di grande e potente preghiera collettiva.

Le giovani parole

In quel tempo che ero
senza nome. Mai ancora chiamata
appena scaricata sulla pista
in quel tempo mio primo
dal gran silenzio siderale senza mai
vocale pronunciata
rompendo qualcosa nella camera
gelata, in quel febbraio ventisei.
Dentro un orrore d’onda
da quel subacqueo tepore
corpo dentro un corpo
sganciata ora e sola
scompagnata.
Nel terrore di quel frastuono
che era la mia voce.

Ogni giorno partorivo la mamma
aggiustavo sul guanciale le forme
di quel suo stare rovinato.

Con parole rimpicciolite
modellavo il suo corpo disteso
agitavo lo stagno del suo sangue.
Dal suo pozzo sillabava lenta lenta
come fosse da molto lontano.
Partorivo la mamma, la tenevo
di qua. Lei che piano mollava
scivolando sul fondo fangoso.
Che fatica allora che lungo sgravare
che infinito lento precipitare
che terminata festa
e come la mia vita parcheggiava lo slancio
all’ ombra di quel feto dipinto
d’un’infanzia sghemba e pesta.
Questa fanciulla mamma rovinata
ogni parola resta imprigionata
in un gorgoglio di vento e di tormento –
il suo nome, il mio nome, ogni nome
è fuoco spento.

Non angustiarti – cuore – se il tuo
udire si interrompe
e non c’è un giorno intero
per l’innesto dei tuoi tamburi
col battito potente universale.
Non angustiarti
se tutti i fiori in colorate grida
appellano l’arsura tua di fiore
senza fiorita – ora. Aspetta
fermo al centro. Avventurato
d’un silenzio muto. Ci sarà
un tempo largo in cui ti rifarai
di questo digiuno e giovani parole
tufferanno senza spine
fra le tue righe d’oro
i loro verdi rami, i nidi,
le gocce diamantine, i semi
il coro degli uccelli con il sole.
Saranno tue parole per coloro
che nel dolore, dietro i finestrini,
appoggiano la fronte sulla mano
sopra un treno in ritardo
carico di destini, di gonfi piedi
e gambe. Sguardo perso lontano.
Casa lontano. Lontanissimo il cielo.
Farai il tuo canto. Cuore. A squarciagola.
Stai quieto ora. Tornerà.
Tornerà la giovane parola.
Una raggiante aurora
si spande – sale dalle viti
cariche e semina il suo rosa.
Dalla gabbietta guardo il panorama.

La morte in me cuce i suoi punti
di luce. Non è non è dura sposa.
Rimbalza la sua eco infinita
da lontananze casi di mistero
cede tutto il mio campo
per un’aurora nuova, mai vista
e non c’è solo un sole ma mille
e mille di polvere d’oro. Vero
il suo nido il suo becco che cuce
e vero il guscio dove il mio volo
nasce all’amar vero intero.
Uovo che lei piano cova
suo poema alla luce sono
io.

Questo giorno io lo butto via
sparpaglio le sue ore ciondolando
guardo la pioggia fine solo stando
Ierrna, seduta qui al tavolino.
Lo butto come giorno che non conta
una cartaccia sporca, una buccia
niente di niente che si getta via. .
Si chiama lunedì, si chiama aprile
numero ventinove e piove piove
e sarei piena di cose da fare
per farne un giorno col suo risultato.
Ma l’ho detto. Sarà buttato, sperso
consegnato ad un ozio che non vale
se non come preghiera. Allora dire
ecco, io offro questo ciondolare
sull’altare del mondo affaccendato.
Faccio io il perno che non muove.
Il punto che sta fermo. Lo bado io
quell’immobile stato delle cose.

La notte spingeva sul petto
una botola nera e grave
il ritorno di una stanchezza
e lei bisognosa di neve
non poteva fare il pane.
Le mani dormivano male.
Non sapevano
i modi della preghiera, le pose.
Stropicciavano carta e monete
un via vai o stai
ma il cielo mandava giù nebbie
e spenti colori molto bene simboleggiavano
il suo stallo.
La notte con ortiche nel letto
manifestava il suo lato di sbando
quell’essere folle che con lei
con lei abitava la medesima carne.
E spaventava. E vacillava.
E chiamava una fuga ma dove.
E sbandava. Sbatteva. Sfiniva.
Ah! le nebbie! la nebbia. Come
magistralmente cuciva la sua faccia
al bel panorama. La sua mente
gettata lontano e l’alone
di chi solo al mondo sostiene
le nemiche distanze apparenze
trasparenze del mondo nel dietro
del mondo. La continenza. Le voci.
Dentro un silenzio agghiacciante.

Questo giorno io lo butto via
sparpaglio le sue ore ciondolando
guardo la pioggia fine solo stando
ferrma, seduta qui al tavolino.
Lo butto come giorno che non conta
una cartaccia sporca, una buccia
niente di niente che si getta via. .
Si chiama lunedì, si chiama aprile
numero ventinove e piove piove
e sarei piena di cose da fare
per farne un giorno col suo risultato.
Ma l’ho detto. Sarà buttato, sperso
consegnato ad un ozio che non vale
se non come preghiera. Allora dire
ecco, io offro questo ciondolare
sull’altare del mondo affaccendato.
Faccio io il perno che non muove.
Il punto che sta fermo. Lo bado io
quell’immobile stato delle cose.

Sezione: esercizi al microscopio

lo vedo un arcipelago di luce
fiumi di luce d’oro
isole d’un verde lussureggiante
tante, spopolate, fitte di piante
verdissime d’una vita di foglie
e di radici. Un posto del mondo
dove regna una pace avventurosa –
il sogno di chi è intrappolato
fra faccende e incombenze pesanti
un paesaggio incantato, isole
galleggianti su fiumi d’acqua e luce.
Solo per te. Solo solo per te.
Nessun’ orda viaggiante ci approda.
Nessuno qui inchioda assi per costruire
finte capanne di paglia, hotel.
Grande come la testa di un chiodo
è solo un pezzo di foglia di salvia.

Non sappiamo, Non so. Non è dato sapere
con parole. Solo il corpo sa.
Sapienza di respiro. Sapienza naturale
di particelle tenute insieme
dalla circolazione. Atomi piastrine
aminoacidi tessuti vitamine proteine
una distribuzione di funzioni
svolte perfettamente. Ogni parte
una precisa mansione. E tutte insieme
dalla vetta degli occhi
sotto l’immensa volta della notte
per meccanico alzarsi della faccia
tutte le particelle insieme sobbalzano
un istante – quasi rammentando una
sgomentante felicità.

Mariangela Gualtieri è nata a Cesena nel 1951. Nel 1983 ha fondato insieme a Cesare Ronconi il Teatro Valdoca. Fra le sue precedenti raccolte di versi: Antenata (Crocetti 1992), Fuoco centrale e altre poesie per il teatro (Einaudi 2003), Senza polvere senza
peso (Einaudi 2006), Paesaggio con fratello rotto (Sossella 2007), Bestia di gioia (Einaudi 2010).

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Una Risposta to “Mariangela Gualtieri”

  1. Mariangela Gualtieri – letture (e scritture) Says:

    […] Sorgente: Mariangela Gualtieri […]

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