Francesca Del Moro

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Francesca Del Moro, Gli obbedienti, Cicorivolta Edizioni, 2016

    

           

La nuova silloge poetica di Francesca Del Moro, Gli obbedienti, si struttura attorno a due intenti ossimorici: in primo luogo, nel coniugare metri e forme tradizionali ad una materia del tutto contemporanea; e, in secondo luogo, nel mettere in rapporto il sentimento della commozione interiore (scaturigine per lo più camuffata di questi testi) con l’oggettività ed il disincanto della rappresentazione.

E, però, proprio da questa rinuncia a mettere in campo le emozioni, per dare spazio soltanto a minimi gesti ed eventi, al ritmo annichilente di certe vite proiettate in realtà ripetitive, disumane e alienanti, alla solitudine senza scampo di tante persone sottratte anche ad un fuoco ideologico di speranza, ad una coscienza politica della propria biografia di ubbidienti al sistema (così come aveva preconizzato Pier Paolo Pasolini), sembra sprigionarsi un nuovo urlo münchiano, alto e solitario nel vortice dei colori sanguigni di una disperazione profonda.

Francesca Del Moro mette così la propria poesia al servizio dell’Uomo, aiutandolo a riprendersi il proprio “io” umiliato da una struttura sociale agglutinante e perversa nella sua falsa apparenza democratica; a capire la distanza sempre più ampia tra oggettualità e spiritualità, tra le esigenze del corpo e quelle interiori.

In altre parole, la poeta cerca di ricostruire attraverso l’ordine e l’invenzione del suo versificare (che spesso finisce con l’assumere un tono categorico e perentorio) quell’interezza che l’uomo contemporaneo sembra avere perduto. Di riscrivere una sorta di “Manifesto” contemporaneo che inciti i moderni schiavi del sistema ad una ribellione, in nome non soltanto di una più sana e corretta economia, ma di un ripristino dei valori più autentici dell’umanità.

Il pregio della silloge consiste certamente in questo suo fortissimo impegno civile, ma io non mancherei di sottolineare anche la novità di una struttura quasi documentaristica dei testi, la cui disposizione mi ha dato l’impressione di vedere un cortometraggio sulla giornata-tipo di un lavoratore/lavoratrice: dal suo istupidito risveglio mattutino fino all’insopportabile stanchezza serale, di fronte alla tv o accanto ai letti dei propri bambini, sperando per loro un destino diverso.

Accanto agli “ubbidienti” si muove il mondo dei borghesi arricchiti, dei potenti, dei rampanti “di buona famiglia”, che si beano dei nuovi riti mondani, come quello dell’aperitivo, e che per lo più sfoggiano il loro inglese del tutto affaristico per sottolineare la propria diversità elitaria.

Come scrive Anna Maria Curci nella sua bellissima ed articolata post-fazione, si delinea, dunque, “chiaro ed insopprimibile l’intento della parola, gesto meditato, rivolta, testimonianza, strappo, critica, memoria”.

Franca Alaimo

                                                                              

                                                                                                                                      

*

transumando
rumore di porte del treno
che fischiano e chiudono
clang clang
scalpiccio di rapidi passi
che pestano pozze
ciaf ciaf
ecco i cappotti gli ombrelli
le borse le ore
tic tac
le ore le ore le ore
che inseguono svelte
le ore che spostano corpi
come lancette
                                  
                                 
*
Non le serve un sonnifero,
se non punta la sveglia
lei non si desta.

Tiene per mano il sonno,
si lascia proteggere
da braccia immaginarie.

Le sole cose da fare
sono quelle necessarie
e il tempo fa paura.

È come una malattia,
una voglia dolce di morire,
un prendersi cura.


*
Dopo un film di Monicelli, tornando

Quella massa di cafoni
affamata, cenciosa e sporca
sembrava un’enorme famiglia
era capace di una lotta.

Erano quattordici le ore
che pesavano su di loro
mentre voi ne fate nove
anche se in busta sono otto.

Ti torna in mente quella volta
– oh molti anni or sono –
in cui l’impronunciabile parola
ti sfuggì di nascosto.

Quando hai parlato di sciopero
per qualche giorno stranamente
non hai avuto più nessuno
con cui prendere il caffè.
                              
                             

*
Ballyturk

trema la musica
nel corpo tremano
i muri e si dissolvono
nel buio affiorano antichi
visi custodi di risposte
riposano i tuoi morti
in fondo alla sua voce
si inchioda nel tuo occhio
il suo azzurro stupore

                                  

                              

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