Alessandro Moscè

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HOTEL 1(1)ALESSANDRO MOSCE’: UNA POESIA SPOGLIA DI RETORICA

Due lingue che si avvinghiano e crollano assieme: è questo che ho pensato leggendo Hotel della notte, di Alessandro Moscè (Buenos Aires Poetry, 2018).
Tutto comincia da “una storia scritta nel mio cognome”, la ricerca di una radice, di una lingua e di una casa che sono state e che tornano nella poesia.
Poesia di sobborghi e di strade, di città che appassiscono all’unisono tracciando una retta tra il Nord e il Sud del mondo e dell’uomo.
“Arrivo dalla forma lunare / di un cielo curvo che impatta le navi” scrive Moscè, e in questi versi smarrisce la propria provenienza. Non è da una città che viene, ma dal mare, esule dai punti cardinali. Poi si sposta di città in città, si domanda “Cos’altro della città si è perso […] da un niente nel niente?”, e non c’è risposta. D’altronde, se la poesia avesse forma, sarebbe quella di un punto di domanda. Tuttavia, si ritorna alla veglia “Sotto la volta degli archi e degli alberi”, si osservano le fondamenta che trattengono dalla deriva. Quando i greci videro gli alberi, sorsero le grandi colonne dei templi. E nei templi il sacro si rinnova, l’origine si manifesta: nella poesia di Moscè, però, il tempio è già disastrato, non ci sono angeli imbianchini, ma “un camion che trasporta / la frutta e la noia” a ricordarci che la modernità è un preludio di catastrofe.
In un “buco di parole” iniziano le danze della Suite per Pierino, che è andato via in un amen, facendo però in tempo a lasciare i versi più belli della raccolta: “La testa in alto e la polvere / sbirciano un senso invaso, / un crocifisso in legno / che potrebbe parlare”. Così, nella paura che la croce prenda la parola e conduca a una redenzione possibile, nella casa di riposo smettono di assisterlo, Pierino, “e di tradire il segreto / del suo rosario verde”. In chiusura, per la prima volta, una direzione: “È lì che sei tornato…”, scrive Moscè, e se non si conosce la provenienza, non è detto che sfugga l’ultima stanza in cui mettiamo piede. Stanza che è strofa, stanza che è malattia dove la parola smette di attraversare quella degli altri, dismette il dialogo (dià-lògos, attraverso la parola) ed entra nel monologo.
A Senigallia “Piove in bocca”, alla stazione “La panca vibra parole straniere”, e metonimia e analogia si con-fondono. Solo i cartelloni pubblicitari colloquiano, e si aprono sulle cose: ci guardiamo allo specchio, ci troviamo “in questa orfanità”. Una condizione di minoranza, dove i poeti, per avvicinarsi un po’ di più al senso dell’uomo, devono necessariamente entrare. Così percorrono la notte, osservano il declino della luce che non è orfana, ma si sente bastarda, perché “figlia illegittima di uno sconosciuto incanto”, e Moscè si rende conto che la parola stessa non basta a strappare l’indicibile, a farlo cadere dalle sue vertigini. Allora si siede, guarda la sedia di vimini che, dopo tanto errare, “aspetta ancora”.
La poesia di Moscè è una poesia spoglia di retorica, dove il canto rischia pericolosamente di sfociare nel racconto, ma di volta in volta barlumi di lirica tengono in piedi i versi. Lo sa bene Antonio Bux, quando dice che “per tenere due versi in piedi / si cade tutta la vita”. Allora il verso non è assoluto, non raggiunge l’apice nella sua compostezza, ma sciogliendosi nel canto si ordina e raccoglie. Nella poesia di Moscè non ci sono mani. (“Che secolo di mani!” – scriveva Rimbaud – “non avrò mai una mano, io”). Non ci sono mani perché non c’è un medio che si alza contro il mondo, né un indice che lo condanna. Ma dal polso, ecco, il mondo cresce al posto delle ossa: Moscè ha centrato i tempi, o i tempi hanno centrato lui.

Mattia Tarantino

Non c’è altro

C’è chi mi guarda
chiedendomi di non andare
senza dirlo,
chi tace nella notte e nel sonno,
il saluto rimandato
da un’altra birra
che svanisce nel fremito
di scarpe adolescenti.
Neanche un amore da ripetere,
né una fuga cittadina,
un sogno lambito
nei detriti dell’estate
dopo l’ultima pioggia
che bagna gli occhiali.
Non c’è altro che la sedia del bar
su cui rimanere immobili

Luce nella notte

Cos’altro della città si è perso
nella notte superstite,
alienata terra
di ombre nei lampioni accecati
da un niente nel niente?
Non c’è più il cielo, non c’è più
in un’infinita distanza riflessa
dalla luce arancio
nell’anfratto del borgo.
Un senso di addio indocile
si ritrova nella foschia del giardino
e nella luna che manca,
nei faretti tondi di due motorini
che si rincorrono a zig zag.

31 dicembre

Sotto la volta degli archi e degli alberi
Matelica e la sua veglia
promettono un anno innocente
che arriva alle grate delle chiese.
E’ il 31 dicembre
di uno scorcio che colma la notte,
dove non c’è minaccia
nel freddo infinito.
Il suono della festa è lento
dopo la mezzanotte,
una ninna nanna
che non chiede,
che dà solo piacere

La nuova gioventù

Nel chiacchiericcio del quartiere
si mostra un’eternità di giovani
sulle labbra violacee
e sugli occhiali da sole
delle ragazze più belle.
Una città la vedi dimenarsi
nei bar e nelle pizzerie,
negli oggetti informi
e nel grande gelo della notte.
L’incapacità di andarsene
è impressa nella pioggia di dicembre
che picchia sui coperchi dei cassonetti,
quando non c’è passante
che si azzardi ad attraversare
la strada angosciata
dai fanali bassi sull’asfalto
di un camion che trasporta
la frutta e la noia

I due ragazzi

Il suono di un blues
esce dallo stereo e sembra un lamento,
una scia di tristezza
per l’anima svenuta.
Al parcheggio nasce un amore al giorno,
un gesto di vita abbandonato
sui pantaloni di velluto dell’atleta
e sulle spalline della ragazza pallida.
Si assomigliano quei due,
si vogliono prendere
e hanno un lume negli occhi:
non conoscono il tempo,
questa vastità.
Ricorderanno un passaggio,
un brulicare di finestre,
un’ansia che viene dal sonno,
dal non poter restare smarriti.
Saliranno il viale e saranno già sognati
dai loro padri davanti ai televisori,
divisi dalla paura di un giudizio qualunque

Non ha mai avuto una donna
Pierino,
ma un’anima d’incenso
nei vicoli di Fabriano,
nei tramonti rosati a primavera,
fischiettati al nulla.
Non ha mai avuto un lavoro,
ma una grazia che scrutava,
e lo sapeva che un’altra vita
ripaga più di un adesso da signori,
più di una morte frettolosa.
E’ ancora davanti alla crudeltà
dei battiti che hanno smesso
di assisterlo
e di tradire il segreto
del suo rosario verde

Il letto di Pierino è vuoto,
ma la sua orma rimane,
come quella di un santo.
Un ritmo e una voce
entrano dalla finestra spalancata
e nel vestibolo della casa di riposo.
La sua foto nel rettangolo
è appesa alla parete
e a ridosso dell’ombra
taglia una felicità di poveri,
il sorriso di chi si accontenta.
I suoi piedi attraversano il corridoio
senza più ciabatte.
L’acqua nel bicchiere è rimasta
per ricordarlo a quella stanza

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano.
Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli 2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro) e Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. Le sue poesie sono tradotte in Romania, Francia, Spagna, Venezuela, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

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