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Chandra Livia Candiani

19 febbraio 2020

Foto libro Vista dalla luna

“Vista dalla luna” di Chandra Livia Candiani (Salani Editore) è un invisibile ed impalpabile itinerario intorno alla consapevolezza del mondo rappresentato con la luminosità sotterranea dell’accorata dignità dell’infanzia. La poetessa diffonde la luce attraversando la coscienza dell’intenso vedere oltre e trasportando il bagaglio sentimentale nella materia spirituale e reale, nella trasposizione simbolica di oggetti e di immagini, nell’astrazione di un sentire profondo e vicino ai bambini, percepito con i loro occhi, nel vivo conflitto emotivo. Gli impulsi e le incessanti aritmie del cuore irradiano la sensitività, orientano nell’altrove le sensazioni di ogni vulnerabilità e contro le minacce l’autrice pone empaticamente il suo accento poetico come sostegno e libera la rabbia dell’ignoranza ricambiandola con la saggezza. Lo stile ancorato alle sofferenze e alle speranze esprime la nobile consistenza di chi, esente da colpe ed incapace di concepire il male si affida all’istintiva familiarità dei luoghi e delle persone amate. I bambini con la loro evocativa presenza sono consumati dalla pura discrezione che non trova giustificazione al dichiarato dolore ma che macera ineluttabilmente l’indiscriminata e fredda crudeltà nelle parole, accordate alla scarna attualità. La poetessa intraprende una ricostruzione letteraria decostruita e disarmante, deteriorata dalle alterazioni umane ed il lato oscuro delle cose così come delle persone attanaglia e avvince la verità più crudele. L’unica protezione in funzione di difesa è il sogno, rifugio nella parte migliore di ogni privata conquista dell’anima. L’invito ad intraprendere la via della comprensione è un’esortazione all’indulgenza astratta dalla realtà degli eventi che conduce ad un’esigenza interiore di desiderio di riscatto e di bene. Le sentenze affettive confermano una forza linguistica universale, nell’ingannevole metafora di ogni fiaba apocrifa  i bambini sono i profeti dall’ autentico significato e, capaci di decifrare gli enigmi degli adulti, interpretano una significazione intima elevando l’incisività dello spirito riflesso contro gli ancestrali richiami dagli abissi di ogni negazione alla sensibilità.

Rita Bompadre
“Centro di Lettura “Arturo Piatti”

 

Dorme ai piedi del tuo letto Io
come col padrone il cane
che non gli importa se sia buono
o malvagio ma inflessibile lo vuole
duro agli occhi degli altri,
per sé regale.

———————————-

Signora del Suono
concedimi un tempo inutile
per imbandire una tavola
vuota e servire ai convitati
Questo silenzio, non un altro
attimo, ma la fragorosa apertura
proprio di Questo.

————————————

La bambina è blu.
Come le ombre sulla neve.
Conserva le parole in un sacco
buio
apre le parole al vento.
Come una scolara, non vista,
in cortile
parla con l’aria.

———————————-

La bambina.
Ogni anno una nuova cicatrice.
Le parole
nel forno
diventavano piume.
Nel forno
entrava un destino
e usciva uno spartito
musicale.

——————————

Non c’è
nel bambino
parola.
Un silenzio
gli dà la mano.
La stringe.
La sboccia.

Marcela Mariman

12 febbraio 2020

cover Marcela Mariman - by criBo

Poesia dai toni lievi e profondità di significati, questa di Marcela  Mariman (pseudonimo di una  poetessa che stimo e che ho avuto modo di seguire  nella sua costante evoluzione poetica), ricca di sfumature e tinte delicate sciorinate nei  versi in una sospensione luminosa, che fa sentire accomunati nella ricerca di un senso alto, che trascenda la quotidianità, senza però negarne l’inferenza.

Dice di sé, infatti, presentando i suoi testi:
“Una breve selezione di poesie sul tempo (concetto così pervasivo e così sfuggente) dal quale sensazioni ed emozioni si lasciano facilmente soggiogare.”

 

 

Il nostro tempo

 

Il nostro tempo non è venuto
non viene non verrà?

In silenzio si sgretola la vita
ma tutto è un dono
anche la mia assenza
che t’enuclea e misura la grandezza
delle infinite persistenti attese
l’azione inconsistente del nonsenso

Se scavi a mani nude l’orizzonte
ritroverai le origini del tempo

Solo da lì si può ricominciare
a rinascere alla soglia dell’Oltre

Non siamo stati mai così vicini
alla distanza impercettibile dal nulla
e non c’è modo di tornare indietro
ché se ti volti Euridice sparisce

Così prosegui senza nulla dire
e lei ti segue docile e im_paziente

Al risveglio dal sogno
o esplodi o implodi

Il nostro tempo non è venuto
non viene non verrà –

 

 

Giorni

 

Giorni spartiacque fra un prima e un dopo
quando tutto cambia

ogni cosa soppeso – le do giusto valore
e gli occhi della mente cominciano a vedere

chiamo stella una stella
sasso un sasso –

 

 

L’alfabeto del tempo

 

L’alfabeto del tempo ritrovato
è assiduo lavorio – voce sommessa
sfilate in contrappunto di illusioni
e fantasie di contraddizioni

È danza solitaria del silenzio
con la complicità delle emozioni

Semina dubbi – dispensa certezze
e poi vuole la sua parte di gloria
chiede l’apoteosi

Ma già sprigiona scintille di gioia
ne diffonde l’aroma

Devi essere veloce a catturare
la sua benevolenza e il buonumore

e ricordarti di dimenticare –

 

Godot

 

Repentino affiorare d’un ricordo
(quasi un lampo e uno squarcio)
s’è aperto un varco nel cielo dell’anima

Colore del ricordo -azzurro cupo-
e non c’è modo che torni il sereno

Non è rifugio un’idea né un pensiero
trascorreremo le notti all’addiaccio
anima mia, protette da parentesi

(quasi come in standby, staremo in pausa
riconteremo i tempi delle attese
ma il ricordo è Godot, non tornerà)

E non voler tentare di comprendere
quel che è incomprensibile!

 

 

Tu eri

 

Tu eri un’apparenza
(e anch’io lo ero)
effimera presenza
repentino passaggio come un lampo
eri un’intuizione eri un presagio
nella tua vicinissima distanza
eri la leggerezza di un istante
in chiarissima estrema lontananza
eri un’assenza viva e palpitante

Ora di noi rimane
questa sola struttura portante
questa pesante immobilità
la fissità del vuoto dello sguardo
il tenero sorriso
rientrato in un ghigno disperato
e questa voce – flebile lamento –

Sarà alla fine il tempo a decretare
quando saremo polvere e poi niente
quando anche la voce
sarà soltanto un refolo di vento
muto vagare ai confini del senso

-irresistibile alba d’amore-
-infiocato tramonto di certezze-

 

 

Chi sa dove ha sede l’al di là
quell’Oltre temuto immaginato?

Forse è solo l’inganno di un preludio
e poi si scopre che sta nell’al di qua
e viene allo scoperto in modo subdolo
senza falsi pudori senza scrupoli

Allora assurdamente sentirai
un urlo che oltrepassa l’ultrasuono
e mette a nudo la grande ingannatrice
la verità vestita da chimera

che presa alla sprovvista si fa viola
aria che si dissolve in un istante

Non ci sono frontiere né confini
è tutto e solo un bluff – da stigmatizzare –

 

 

E a me pareva

(Dedicata a un’amica)

 

Onde nell’aria corrono – s’incrociano
ci dev’essere un magnetismo occulto
che fa guizzare il percorso sonoro
forse non ci si sente
ma è certo che ci si pre_sente

Così venivano
a me le tue parole
tua poetica prole
numerosa nouminosa
viva luce degli occhi e del pensiero

L’anima in timide mosse celata
tempo soccorre a svelarla

tutte le tue fantasie
visioni impossibili a me
le porgevi lucide chiare

dal male del mondo auspici di bene
di più proficuo amore

Non so se la tua anima trapassi
nelle cose del mondo
rendendole vive o se pure
la grande anima del mondo sia tua

Forse – dev’essere osmosi perfetta

E a me pareva anche il sole di Roma
diverso – più umano
più simile a te

che rappresenti dal vivo le scene
e alle ombre dai luce –

 

Lucia Tosi

24 gennaio 2020

Ricordando Lucia

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https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/12/23/lucia-tosi-3/

 

Raffaela Fazio

8 gennaio 2020

 

 

   Il simbolismo che permea Tropaion, la cui prima sezione non a caso s’intitola Una battaglia non vista, attinge  a  un  immaginario  militare:  «I  miei  soldati/ hanno pugnali saldi/ e pettorali sporchi»; «Lungo le coste/ un vento spinge i fuochi delle torri»; «Tra le nostre  opposte  trincee/impigliato  nel  filo  spinato/ un  cavallo/  senza  padroni»;  «Volgerà  alla  fine/  anche questa battaglia/ non vista»… Ma a quale battaglia si fa accenno? Raffaela Fazio ci offre un suggeri mento già all’inizio della raccolta, citando alcuni autori classici. L’autrice si riferisce sia alla dinamica insita nella natura dell’esistenza ˗ il “polemos” eracliteo, per cui la vita è una continua lotta tra gli opposti˗, sia al conflitto interiore che l’individuo sperimenta, spesso in maniera celata, tra pulsioni contrastanti.

   Questa “tensione”, per quanto a volte dolorosa, rimane vitale. La scrittura di Raffaela Fazio la evoca costantemente. Se ne trova una traccia evidente, ad esempio, nella seconda poesia del libro, in cui gli amanti vengono ritratti come coloro che eternamente si rincorrono: «la natura ha bisogno di tensione/ tra destini votati/a una disperata cerimonia». La cerimonia, ogni cerimonia ˗ schema, sistema, verità ˗ ri- chiede infatti una lotta, per evitare la cristallizzazione della vita, poiché siamo «distanti, diversi:/ disuguale la capienza del respiro/ nell’odore controvento».

   La vita è lotta, ma anche possibilità di trasformare la lotta in vittoria. Da qui il titolo del libro, Tropaion. In parte, la vittoria consiste già nella capacità di rivolgere uno sguardo diverso alle cose. Nel brano lucreziano del De rerum natura citato all’inizio, ci viene detto che, vista dall’alto, una battaglia potrebbe assumere l’aspetto della stasi e, insieme, del fulgore. Si tratta, secondo l’autrice, di fissare nello sguardo ciò che fisso non è, di dare eternità al movimento, metamorfosi per eccellenza. Questo pur sapendo che è «Difficile disporsi/ all’eternità». Le “cose” osservate sono guardate partendo da un “tempo” preciso, che è anche un tempo interiore. In Tropaion, aleggia spesso il senso del passato. Qualcosa è successo prima e il presente serve a rivederlo (come quando si scruta, appunto, una battaglia dall’alto), a emendarlo,  a  rimediare:  «Ma  oggi  finalmente/non sei  dove  io  sono:/è  tempo  di  condono/e  il  chiavistello è tolto». La differenza di stato tra un tempo e l’altro, ciò che è cambiato tra il prima e l’adesso e ciò che ancora può mutare, è la frattura di conoscenza che la poesia ama attraversare: «La memoria/ ci guida fino all’alba/ poi rallenta./ Il tempo degli eventi/ la distanzia.// E la sua narrazione/ è un desiderio/ a cui  si  torna/  senza  mai  arrivare//  come  mai  si arriva/ a un luogo dell’infanzia».

 

 

   Un aspetto determinante della tensione di questa poesia, a cui si accennava, è dunque il desiderio che spinge alla conoscenza, a partire da un’esitazione di fronte al già visto, una pausa prima della definizione. Ciò che sottende tale processo è la chiara percezione del mistero di tutto. E del mistero dell’io. Neppure gli occhi altri possono arrivare a un chiarimento definitivo, come mostra l’interrogazione tambureggiante di certe poesie, ad esempio «Se mi conosci, mi chiedo come è stato». Elemento che emerge anche nei versi dedicati dalla madre ai figli. Sembra quasi di essere di fronte a un rifiuto lucidamente scelto di affermare qualcosa di perentorio. Il fatto è che il nostro sguardo assomiglia (questo sembra il suggerimento) a quello di Dante alla fine della Commedia, dove vede ma non riesce a trattenere se non qualcosa di vago: «Vedere/ non meno dell’invisibile/ (nel fuoco/la  sabbia  farsi  vetro)//  e  ricordare/  senza guardarsi indietro». Ciò che conta, in ultima analisi, è quella specie di elevazione dello sguardo alla quale l’autrice ci chiama in continuazione, e che consiste nella sua particolare maniera di inseguire un’immagine, senza mai circoscriverla. Come a lasciarci il passo, perché ˗ Leopardi docet ˗ è nel vago la poesia; potremmo dire, nel rigore della libertà con cui questa poesia ci accompagna.[…]



(dalla prefazione di Gianfranco Lauretano)

 

 

 

 

 

 

*

           I miei soldati
hanno pugnali saldi
e pettorali sporchi.
Sui tuoi nel sonno
è facile vittoria.
            Ma nessuno torna.
Restano là, dentro al silenzio
indistinti, confusi con i vinti:
          lo stesso volto.
Ombra che si getta su altra ombra
e l’ama perché affine.

Un solo esercito che aspetta
di essere sepolto
al mattino nella mente
o in fondo al corpo
finché il tempo
ne fa bianco corredo:
memoria di altra vita
nella notte
ancora in piedi
          – armata in terracotta.

 

*

Nel gioco si accende la fuga
e nel bosco la caccia:
ogni cosa pare si rinnovi
non dal tepore della tana
ma per l’accelerarsi
di battiti, di appelli.

La natura ha bisogno di tensione
tra destini votati
a una disperata cerimonia.

In eterno si rincorrono gli amanti
nel giardino d’inverno.
Distanti, diversi:
disuguale la capienza del respiro
nell’odore controvento.

È passione. Ma fa male.
Nel carniere ha l’assoluto
di cui ha perso
tutto il sangue, la speranza.

*
Lo senti? C’è un fiato
selvatico, furioso dietro l’arte
di cui si copre
anche il più piccolo segreto
nell’attimo in cui infine
vuole essere tradito.
Eppure scuotendosi rivela
solo ciò che lo nasconde:

si gonfia l’erba alta
e non si apre
         – soffio dopo soffio
si crede il proprio moto, il vento

confonde
l’innocenza del sussulto
con il celato accanimento.

 

*

Malfermo, un istante
è stato distanziato
dal branco delle ore.
È docile, stanco
come chi ha una forma
tra cespugli radi a filo di memoria.
       Sarà facile preda.
Ma quando anche il rancore
con lui avrà finito
non sarò io a fare
della sua carcassa
       raro cimelio
       o gabbia di me stessa.

 

La ferita

 

Nel ripulirle i bordi
aspetteremo
che a forza di guardarla
riveli un tratto familiare

e che al mattino
       il male si raccolga
come vegliando
un cadavere supino, forestiero
con indosso l’uniforme del nemico
tra le spighe scure, chine
accanto al fosso.

 

*

Forse sei
l’eco scarna della segreta
sotto il livello del giorno
sei il gesto che si allunga
verso il ricordo
e ne fa solo sua la forma
perché ha raccolto
il buio intorno.
Ma oggi finalmente
non sei dove io sono:
è tempo di condono
e il chiavistello è tolto.

 

La vita parla

 

Ogni notte ti asciugo la fronte.
Raccolgo di te
quello che si era sparso.
Ma tu non volermi
diversa.

Stringi forte il mio corpo di ore
lungo il recinto di edera e mirto.

Su me spunta fedele
anche colei che credi mi sia ostile
e invece è solo morte.

 

*

Volgerà alla fine
anche questa battaglia
non vista

con la naturalezza
dei fossili, dei clasti
a riposo
nel chiuso dei versanti.

In ciascuno
la ressa
di vite, di detriti, la fatica
sarà scasso
per il tempo a venire
           – un lascito migliore.


Imago  et  umbra  sumus:  la  battaglia  invisibile  di Raffaela Fazio

 Nell’accezione primigenia, la parola greca tropaion indica la pratica comune presso i guerrieri greci di riportare in patria le spoglie del nemico e le sue armi, come commemorazione della vittoria. La stessa fun-zione aveva il monumento a forma di albero sulla cui struttura veniva esposta l’armatura del nemico. Universalmente si considera il trofeo come un ringraziamento rituale alle divinità che permettevano la vittoria, ma un passo di Tucidide sembra suggerire che in realtà il trofeo fosse un modo per celebrare proprio il nemico ucciso in battaglia: lo potremmo forse interpretare, modernamente, come in un estremo saluto, un omaggio alla memoria della grandezza dell’avversario; o forse, più atavicamente, come una celebrazione dello sforzo che era stato necessario per sconfiggerlo. Un’altra caratteristica non secondaria del trofeo consiste nel fatto che, presso i Greci, il tropaion venisse costruito direttamente sul campo di battaglia, per evocare immediatamente la benevolenza degli Dei sui vincitori, a differenza dei Romani, che preferivano esporlo a Roma al ritorno dalla campagna militare, principalmente per ragioni di prestigio politico.
Sul piano simbolico il trofeo possiede quindi, in un certo senso, una doppia funzione enfatica: celebra una morte, quella dello sconfitto, di colui che, nella battaglia (e quindi, per estensione, in qualsiasi tipo di battaglia) è uscito spogliato dei suoi possedimenti e dell’onore; e celebra una vita, quella del vittorioso, del sopravvissuto, di colui che, in definitiva, rimane a esercitare il suo compito precipuo commemorativo, compresa l’evocazione della potenza della sorte a futuro monito delle genti, in funzione non solo simbolica, ma in qualche modo, esperienziale. Di quale battaglia stiamo parlando, quindi? Poeticamente, innanzitutto della contesa d’amore, combattuta su quel campo di battaglia che è la contrapposizione dualistica fra un io e un tu. In questo senso, essa è coincidente con qualsiasi altra battaglia da vincere o da perdere, con qualsiasi altra krisis, con qualsiasi altro dolore o ferita da curare e da cui uscire se non proprio indenni, quanto meno ancora vivi.

Tra le diverse accezioni in cui si può intendere la battaglia che origina il tropaion, quella relativa alla metafora dell’amante miles è già classica. Viene subito in mente Ovidio con il suo «Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido». Ogni amante è un soldato, secondo il vecchio adagio: ma non solo. Se ogni amante è un miles, gli amanti possono vincere o perdere una battaglia o la guerra d’amore intera; gli innamorati, in definitiva, possono essere anche pensati come vittime di guerra, schiavi o trofei essi stessi, secondo il topos grecolatino di cui sopra; basti pensare ancora al poeta di Sulmona che altrove quasi si scusa di non riuscire a scrivere poesia epica, poco adatta alle sue corde: «Arma gravi numero violentaque bella parabam /edere…»3, eppure, sopraggiunge sul più bello Cupido, il quale, si badi bene, altri non è che un arciere, ovvero, nemmeno a farlo apposta, anch’egli un giovane guerriero: «questus eram, pharetra cum protinus ille soluta / legit in exitium spicu- la facta meum…»  […]

(dalla postfazione di Sonia Caporossi)

 

Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, vive a Roma, dove lavora come traduttrice, dopo aver trascorso dieci anni in vari paesi europei. Laureata in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, si è poi specializzata presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. In seguito, ha conseguito un Diploma in Scienze Religiose e un Master in Beni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato “Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images” (2011). È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: “L’arte di cadere” (Biblioteca dei Leoni, 2015) con prefazione di Paolo Ruffilli; “Ti slegherai le trecce” (Coazinzola Press, 2017); “L’ultimo quarto del giorno” (La Vita Felice, 2018) con prefazione di Francesco Dalessandro; “Midbar” (Raffaelli Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso. “Tropaion” (Puntoacapo Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano e postfazione di Sonia Caporossi. Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in “Silenzio e Tempesta” (Marco Saya Edizioni, 2019).

 

Alfredo Rienzi

27 dicembre 2019

 

La poesia di Rienzi si è sempre mossa, o se si vuole, ha sempre tremato su un bilico, su una linea di confine. Confine è qui parola tematica, metafora che apre i due mondi. Da un lato l’ironia, intesa come lezione del freddo, filtro della mente che sorveglia la distanza, a volte anche dissimulazione e tono basso del versificare. Dall’altro la stupefazione, che è il momento in cui il pensiero deve cedere, assottigliarsi o franare su se stesso, fino a coincidere con un suo nulla, come davanti a una rivelazione. Quel che si dice: l’invisibile. Ciò che sta per essere visto. Ma è un bagliore. Dissolto: «uguali il presagio e il profondo sonno».

dalla prefazione di Dario Capello

 

PRESAGI MINORI

 

 

 

 

Continuo (persevero) a guardare

 

 

 

Continuo (persevero) a guardare

senza vedere – e questo non è

un verso, né lirico né prosastico

 

è la cornice dell’immagine bianca

verità prêt-à-porter, nella tasca

come spiccioli di rame.

 

 

Giungo sull’arenile a notte fonda

 

 

 

Giungo sull’arenile a notte fonda

(come un’onda bassa: inavvertita)

con il corpo di flutti e un mistero

troppo comune per turbare i sonni.

 

Qui regna ancora il silenzio: non dice

nulla, neppure quanto manca al giorno.

 

 

Sto fermo nella notte innanzi al fiume

 

 

Sto fermo nella notte innanzi al fiume

dal ponte immagino le curve scure

nell’assoluto nero ne ascolto il moto ininterrotto e inquieto

i flutti che trasportano di un altro inverno nevi.

 

Scivolano promesse tra gli argini di destra e di sinistra

l’ostinazione di chi mette radici di chi sputa un alibi qualsiasi.

 

Riposano gli uccelli nella notte e gli altri respiri alati.

 

Le sentinelle anelano l’aurora, il giaciglio di luce

dove la parola ama la pietà

e la pietà possiederà il silenzio, cautamente ne riempirà la coppa

delle mani, come d’acqua di fiume,

veleno, pianto non più trattenuto.

 

Giungerà inavvertito un altro legno abbandonato al mare.

 

 

 

 

 

SECONDA PARTENZA E PROMESSA

 

Si torna dove si è già stati

Sono tornato ad esplorare la vita

– avvolto dal manto d’oro del leopardo –

l’anello perfetto, il ciclo d’ogni cosa:

molto è cambiato dopo l’onda del pianto

ma, ancora, ho in me la perla e il macigno,

nel passo la fibra palpitante al balzo

e la parola che, detta, si dissolve.

 

 

Si torna dove si è già stati.

I luoghi sono infiniti, i giorni,

ora, grappoli diradati.

Ritrovare l’orma è dono inatteso

quella di chi ci accompagnò è stria

d’ala tra neve e pietra.

Mi dici: il monte si è fatto più alto:

so invece d’essermi fatto io più piccolo.

 

 

Nigredo

 

 

Certe nebbie scendono a nascondere

i fianchi delle valli e le radure,

lungo strade e sentieri non segnati

sulle carte. Nascondersi o smarrirsi

è un’esigenza come tutte le arti.

 

 

 

I verbi rinunciano, i presagi non dicono

 

Dicono questi versi

di nulla che succede,

non descrivono fatti.

Resiste qualche raro verbo fossile:

sta, aspetta, disperde.

 

Questo vuole l’ebbra superficie:

al troppo dire, al morso dei ragni

opporre silenzî di arenili

boccheggii di meduse.

 

Sotto, dentro, diffidiamo delle albe:

ci serve notte, ancora

di radice e di seme

ci serve buio, dentro,

la sua morente schiera.

 

Qui, in superficie, i verbi rinunciano

 

i presagi non dicono.

 

 

Partisti senza un rumore, un fruscio, nulla

 

 

Quando bussasti

cercai nei tuoi occhi

quale spavento t’avesse portato

fin qui, e quale alba indossassero

se amassero il sole o i vapori che velano i prati

 

ti pesai il cuore, così come è possibile farlo

nel nascosto del torace, nel chiuso

dell’ombra: non c’era schiocco di pietre

ma un vento, incerto

che forzava gli infissi.

 

Entrasti: ti diedi abiti puliti

pane e frutta. Cenammo.

 

Nel tempo che sostasti si parlava

dei sentieri secchi del Monte Lera

(nemmeno tu amavi strade larghe)

o del miagolio delle ghiandaie

del linguaggio di rivi e torrenti.

 

Partisti senza un rumore, un fruscio, nulla.

Un giorno, o un anno dopo.

 

Qui era ancora aurora

e fuori le ore scorrevano al contrario

tornando notte.

 

Quali domande offrirai

ai nuovi boschi?

 

 

Senza vanto procedere

 

 

Senza vanto procedere, e senza

timore, una presenza dai troppi

occhi camminerà accanto,

un rumore di guerra

il frastuono del temporale

le campane, il canto, il silenzio.

 

Non comprendo di chi è la mano

che mi porta e che seguo

 

 

L’odore della foresta

 

 

È tuo, dunque, il profilo

che le finestre non sanno nascondere,

tua la mano che discosta le imposte

per offrire il boccone?

 

E chi, come la diffidente martora,

s’avvicinò e assaggiò e mosse

gli occhi come a dire è buono e ne mangiò

metà per fame metà per ringraziarti

prima che l’odore della foresta

lo richiamasse a sé?

 

 

Alfredo Rienzi è nato a Venosa nel 1959, vive a Torino.

Ha pubblicato diversi volumi di poesia, da Contemplando segni, silloge vincitrice del X Premio Montale, in Sette poeti del Premio Montale (Scheiwiller, 1993, con Prefazione di Maria Luisa Spaziani) a  Partenze e promesse. Presagi, (puntoacapo Editrice, con pref. di Dario Capello e postazione di Ivan Fedeli) cui, da inedito, sono stati assegnati diversi riconoscimenti (Premi Bo-Descalzo, Arcipelago Itaca, Gozzano, Bologna in Lettere, Ossi di seppia ecc).

Gli altri volumi: Oltrelinee, Dell’Orso, 1994 e Simmetrie, Joker Ed., 2000 (entrambi Segnalati al Premio Montale) e Custodi ed invasori (Mimesis-Hebenon, 2005) sono in parte confluiti ne La parola postuma. Antologia e inediti, edito da puntoacapo Ed., Novi L., 2011, quale opera vincitrice del Premio Fiera dell’Editoria di Poesia.

Nel 2015 pubblica con Joker Ed. Notizie dal 72° parallelo (Premio Pelegatti-Civitella, Premio Metropoli di Torino), tradotto in alfabeto Braille.

Ha tradotto testi da OEvre poétique di L. S. Senghor, in Nuit d’Afrique ma nuit noire – Notte d’Africa mia notte nera, a cura di A. Emina (Harmattan Italia, Torino-Paris, 2004) ed ha pubblicato il volume di saggi Il qui e l’altrove nella poesia italiana moderna e contemporanea (Ed. dell’Orso, 2011).

Una biobibliografia più ampia è consultabile all’indirizzo:

http://www.larecherche.it/biografia.asp?Utente=alfredo59&Tabella=Biografie

 

Federico Preziosi

20 dicembre 2019

Variazione Madre, poesie di Federico Preziosi, pubblicato nella collana “Lepisma Floema” da Controluna edizioni di poesia.

La Variazione Madre rappresenta l’origine di un sentire, la metamorfosi di un poeta che da uomo diventa donna. Attraverso l’espressione di un “Io” femminile come forma di empatia, la scrittura, pagina dopo pagina, si accompagna a una musicalità suggestiva dove il linguaggio femminile si pone tra dolore e sensualità, dirigendosi verso l’unico punto di incontro possibile con il sesso opposto, la parola. Una poesia forte e simbolica, quella di Federico Preziosi, dove l’immedesimazione si rivela necessaria in un’epoca di grandi cambiamenti sociali e politici.

 

“Se non ci si occupa dell’umano non possiamo entrare nemmeno nelle particolarità che in esso si dispiegano; se non ci si occupa dell’umano non possiamo dire “io” impersonando una donna senza il rischio di creare ambiguità di genere”.

Dalla prefazione di Giuseppe Cerbino.

 

 

 

 

CANTI


Sono nata dall’incesto di una Madre
da un sangue rappreso in due palmi di mani
cosparso sul ventre in un mattino
in novembre, sul tramonto dell’autunno.
Raggelato sotto ai tocchi, gli irti rami,
penetrava lei in miti sciami, ed io
non sapevo nulla di un suono, di un mantice trachea:
godevo di un vagito doloroso quando
mi piantò le sue radici in corpo.
Divenni Figlio, Amore e infine Donna
la sua cute prominente, un odoroso incenso,
il giorno in cui recise labbra nell’iniziazione
mi ha rubato il bacio con occhi in lacrime.
Sul sesso piovve del mascara, un inchiostro
di lettere e diari, come se l’autunno
fosse primavera senza polline, mentre io
del miele mi cosparsi il volto.
La notte pregavo le falene di mangiarmi
portandomi da Dio senza condanna.
Dinanzi a lui, non volevo fossi io.

 


* * *
mi innamoravo sempre di melodie per paralitici
quando a stento il vuoto colmava un bisogno.
Lieve veniva volare per il campo e il fior di papavero
sbottonando voglie che giuro di non comprendere ancora
e sentivo atavico il desiderio nel ricongiungermi al tutto:
sarà per questo che ho amato resistere,
resistere ai luoghi di cui restavi orfano
i luoghi in cui sarei stata compagna e madre
in cui lo spirito di un tempo resta sempre invaghito
al tuo cospetto, così perso che ancora invoca il mio nome.

C’è della gioia nel dolore dell’insieme
nell’eludere le vampe statiche e onniscienti,
un convivio inalberato d’una resa
come lastrico di zolle in cartapesta.

C’è una foga nello struggersi in parole,
le parole d’istantanee ribellioni, le parole irrorano
i punti del non approdo, come rivissuti invocano vissuti.

C’è del profondo self-amore nello scavo
in questo rancido scucirsi dal petto le ferite, nello scrivere
urlando a bassa voce come un attimo animale sta all’anima
in un appiglio, che è senso d’abbandono il lieve ritrovarsi.

C’è nella cicatrice l’onore del disarmo, una propria vulnerabile capienza,
uno spartiacque rinnegato e poi abbracciato nella fulgida sutura
che dannazione imbeve come panno che trattiene

le lacrime agli occhi
il sangue nelle vene.

 

Federico Preziosi è nato ad Atripalda (Av) e vive a Budapest. Finalista in alcuni prestigiosi concorsi di poesia (Premio “Aoros”, Poesia a Napoli e Premio di Poesia e Narrativa Città di Conza della Campania), i suoi versi compaiono su alcune riviste online e su vari numeri della “Bottega di poesia” de La Repubblica. 

 

Stefano Vitale

25 novembre 2019

Stefano Vitale. Una degustazione poetica.

La saggezza degli ubriachi, La Vita Felice, Milano, 2017

La saggezza degli ubriachi. E non può non scattare un déjà lu con il noto proverbio latino su cui anche Orazio non esitò a pronunciarsi. In vino veritas. Secondo il poeta lucano l’ebbrezza mostrerebbe «le cose nascoste». Quando i freni inibitori si allentano, grazie all’azione distensiva dell’alcol, pensieri, fatti e verità custoditi e occultati dalla sobria coscienza potrebbero essere rivelati. Più oculata mi pare l’interpretazione di Erasmo da Rotterdam che distingue «l’ubriachezza sfrenata», che tende a falsificare la corretta visione della realtà, dalla «moderata ebbrezza» che «elimina la simulazione e l’ipocrisia».

                        E in tutto questo come si colloca la saggezza, ossia, etimologicamente, l’avere senno? Stefano Vitale sembra suggerircelo facendo «luce» (di certo il sostantivo più gettonato della raccolta), con la torcia del fuoco poetico, sui confini, interiori ed esterni, tra zone luminose e zone in ombra. Tra i versi serpeggia un quesito che da secoli accompagna l’uomo pensante: chi stabilisce la soglia tra verità e possibilità? Credo che ognuno, nel quotidiano, tessa il proprio velo di Maya e viva, candidamente, nel migliore dei mondi a lui possibili. E come ben sa il nostro poeta, questi mondi sono investigabili con l’ausilio di strumenti complementari, tutti indispensabili e di pari dignità: il raziocinio, l’intuito, la percezione sensoriale. Per l’indagine, sia dentro che fuori di noi, il metro non cambia, la realtà è talmente intrisa del nostro punto di vista da diventare specchio deformante. Specchio… altro sostantivo che, non a caso, compare e ricompare nelle liriche di Vitale, come a ricordarci che tra riflessi e proiezioni siamo comunque sempre davanti a noi stessi. Anche offuscati, anche sviati dai fumi di Bacco, i nostri stessi occhi non ci perdono mai di vista.

              Ho letto La saggezza degli ubriachi tutta d’un sorso, avvertendo un clima di grande convivialità, tra effluvi di visioni e parole corpose. Ho immaginato il poeta nelle vesti di un oste che con estrema competenza mesce figure e sonorità, ottenendo un bouquet di note così equilibrato da far credere che non ci possano essere annate più soddisfacenti per il palato.

            Durante i Moments musicaux ho pensato a Stefano anche come a un direttore d’orchestra che, gesticolando sulla carta con precisione chirurgica e spargendo armonia sul rigo, dirige un ensemble capace di riempire la sala di una luce melodica. Il tutto in un ambiente intimo, curato, in cui il lettore-ospite, coccolato dalle note suggerite dal padrone di casa, con in mano un calice di poesia, assapora il tempo senza dimensioni di cui è impregnata l’aria.

            Dinnanzi alla poesia di Vitale si sta in bilico tra la sorpresa e la rassicurazione, tra la feroce lucidità e la pietas senza retorica; si annusa l’onestà d’animo e di pensiero, ci si sente parte della stessa squadra di maratoneti dell’esistenza. Vivere è trattenere rabbia e abbagli, ma forse la liberazione è a portata di pasto, galleggia in quel calice di vino condiviso con gli ubriachi che ci portiamo dentro. Quindi sì, in vino veritas, perché il vino è sangue e la verità si nutre del sangue della vita.  

            Un’opera da portare ogni giorno con sé, sul ring.

                                                                                              Gabriella Montanari

Da « La saggezza degli ubriachi »

Vivere e trattenere rabbia e abbagli

chiudere loro il campo

che non facciano altro scempio

e andare oltre il vino versato

il bicchiere frantumato, la giacca macchiata,

la parola sbagliata, il mazzo di fiori dimenticato,

le mele lasciate marcire.

Siamo fatti della stessa materia dei nostri sbagli

distratti da una mano invisibile

che rovescia il respiro

nella torsione dell’attimo sgrammaticato

in cui precipitiamo trascinati per il collo

a una festa d’ubriachi.

****

Cosi giriamo in tondo

ritti sulla nostra rotta

di un viaggio storto in cerchi di giostra.

Nuvole basse e grigie

ci accompagnano da lontano

ventre d’acqua che ci ha generato

e dove torneremo svaporando

rapidi e silenziosi

come questo sangue scuro

che intanto macina nelle nostre vene

e agita le nostre sere.

****

Luce sempre più scura

più dura, luce che

s’è fatta bianca

e fredda

qua dove

nel triste notturno passo

la citta muta

mastica l’amaro gusto

del suo sasso

e lenta scivola

in un boato di silenzio.

****

Cadono in una voragine

di fuoco e di ghiaccio

i miti di questa nostra terra

angolo d’universo fortunato.

Altrove infuria la burrasca

il gelo sulla faccia brucia come lava

ma restano piccoli pensieri,

sorgente e pane ai margini del sonno

dolente canto senza smania di vendetta

perché siamo figli di un destino comune

sapienza senza tempo in vortici di luce.

Come pastori erranti alziamo lo sguardo

verso le stelle, manto di leopardo,

notturno continente che tutti ci racchiude.

*****

Stefano Vitale (1958), nato a Palermo, vive e lavora a Torino.

Nel 2003 ha pubblicato (con Bertrand Chavaroche e Andy Kraft) la plaquette Double Face (Ed. Palais d’Hiver, Gradingnan, Francia, nel 2005 Viaggio in Sicilia (Libro Italiano, Ragusa), Semplici Esseri (Manni Editore, Lecce).  Per le Edizione Joker ha pubblicato Le stagioni dell’istante (Prefazione di Mauro Ferrari, 2005) e La traversata della notte (Prefazione di Giorgio Luzzi – 2007).   Nel 2012 ha pubblicato Il retro delle cose (presso le edizioni Puntoacapo (Prefazione di Gabriella Sica).Nel 2013 per PaolaGribaudoEditore la raccolta di poesie “Angeli” (con illustrazioni di Albertina Bollati) che ha dato vita ad uno spettacolo di teatro-danza andato in scena al Teatro Astra di Torino il 12 maggio 2014. Nel 2015 ha curato (con Maria Antonietta Maccioccu) la raccolta di poesie “Mal’amore no” edito da Se Non Ora Quando. Nel 2016 ha partecipato alla mostra del pittore Ezio Gribaudo “La figura a nudo” con 24 poesie pubblicate in mostra e sul catalogo.   Nel 2017 ha pubblicato presso l’editore “La Vita Felice” la raccolta “La saggezza degli ubriachi”. Le sue poesie, oltre a ricevere riconoscimenti in numerosi premi, sono pubblicate in riviste  e antologie. Sue poesie tratte da “La saggezza degli ubriachi” sono tradotte in inglese sul “Journal of Italian Translation” (2019) e sul sito Italian Poetry (2018). E’ presente in Ossigeno Nascente. Atlante dei poeti contemporanei sul portale di letteratura  griseldaonline  dell’Università di Bologna oltre sul sito internazionale Italian Poetry diretto da Paolo Ruffilli. Appassionato di musica, ha collaborato con l’Accademia di Musica di Pinerolo ed è Direttore Artistico dell’Associazione Amici dell’Orchestra Sinfonica della Rai. Giornalista pubblicista, scrive sul www.ilgiornalaccio.net occupandosi delle rubriche critiche dei libri di letteratura e di poesia nella rubrica “Oggetti smarriti”.

Dalla prefazione di Alfredo Rienzi

…..È una esperienza feconda per il cercatore – di poesia e di vita – incontrare la parola di Stefano Vitale o rincontrarla in questa nuova raccolta, che prosegue nel solco più autentico e, in quanto tale, più sofferto quella poetica che verso a verso, passo a passo, tempo su tempo si è andata delineando nelle precedenti raccolte…. Stefano Vitale ha sempre avuto il pregio della chiarezza: non quella banalizzante o didascalica di facile arredo, ma una chiarezza caparbiamente raffinata e secreta. Ha lavorato con tensione e attenzione sull’occasione poetica, sulla materia sorvegliata del verso, del suono, della parola…

…. La fluidità del dire, la sobria eleganza dei componimenti, le calibrate assonanze e la compiutezza sintattica fanno sì che l’invito di Stefano Vitale alla lettura risulti agevole da accogliere. Sulla via percorsa dal poeta, impegnativa e sincera fino alla nudità, ognuno può ritrovare anche una propria orma, e rileggerla con occhi rinnovati, e può essere richiamato in un qualche tempo che, dilatandosi dal personale all’universale, anch’egli avrà già vissuto.

Nives Corbati

19 novembre 2019

“L´unica via d´uscita – per tutti – è tornare a valutare il senso delle parole, che sono il nostro pane quotidiano, per quanto pesano e per quanto dicono davvero. C´è solo una cosa intellettualmente più faticosa che ascoltare le parole degli altri: ascoltare le proprie parole”. (Michele Serra)

“La poesia è nata da sé, spontaneamente su un’onda d’amore, sull’onda d’amore per le cose che erano intorno a me che sentivo fraterne e unite in uno stesso destino e in una stessa fine.” (Carlo Betocchi)

da “Variazioni mimopoetiche”

*

Il peso e la complessità

fondono il nulla

l’idea sgrammaticata di un post-it

affisso al mondo.

Uomini che perdono le piume

nudi tra gli angeli

annunciano l’inverno irreversibile

il bacio della neve sulla pelle.

Per trasmettere sogni

donne vestite a fiori tutto l’anno

annotano le feste rimandate

le nottate rimaste sui cuscini

le vite che potevano accadere

risucchiate nell’indeterminato.

**

Controluce 

sullo sfondo di cieli a luce minima

veniva proiettato il film rovente

attori presi tra la folla

gesticolavano insicuri

il regista sperava che fossero innocenti 

ma le loro ombre segnavano di nero

quinte e proscenio.

Un dubbio venne al primo cameraman

quando la messa a fuoco andava in tilt

come se funzionasse a raggi x

s’allontanò dal resto dell’equipe

si perse nella ressa di mimi e figuranti

andò cercando un proiettore onesto

per riprendere il mondo tale e quale.

***

Pietrifica la mente

la paura in agguato, il passo falso

che distanzia il pensiero dal cuore

la paura di giornate saldate all’inferno terreno,

di mostri in abito normale.

Ne siamo circondati,

molti guardano il cielo con occhi di tenebra

sputando fuochi di ferocia sugli inermi.

Diventa marmo anche la mente

s’immobilizza nel mezzo dei dialoghi

privata dell’urgenza del negare

s’arresta catatonica.

La paura consolida il pensiero ch’era docile

l’ incide per memorie future, come lapide.

****

I pendii

si somigliano tutti

salite verso il cielo, discese verso terra,

tu li percorri nei tempi che il sole decide

che la notte ti impone

mentre occulti i ritratti di te che cammini.

Storie di vita, i sentieri,

ma l’ anima tua non dispone

di metro che sappia scandagliare misure.

Mi accorgo di andare

con gli occhi rivolti in avanti

né terra né cielo

e vedo chi sale e chi scende

passandomi accanto.

Trattengo il desiderio di sorpasso

non corro e non chiedo vittoria,

mi fermo in attesa che i versanti

si pieghino per raggiungermi a valle

*****

Ne avrai sogni e visioni

a far da mezzanotte al tuo fiume di cera

e prima ancora che si sciolga al fuoco

di roventi respiri

avrai disfatto il tuo bagaglio.

Correrai con le penne d’uno struzzo

veloce sulla terra e mai nell’aria,

di rimbombi nel petto assorderai

stanze già vuote.

Segnerai con righe e squadre

fogli che mai saranno letti

nella quiete apparente in cui s’inoltra

un prestanome d’anima e di vita.

Anna Maria Curci

11 novembre 2019

Come per le precedenti prove, o forse ancor di più, data la dichiarata natura di diario di «ricerca ed esistenza» di questa nuova opera strutturata in quartine di endecasillabi, non posso fare a meno di pensare che l’incontro con Nei giorni per versi, l’incontro con la bellezza densa e pensosa che costituisce una tra le più sapide e riconoscibili peculiarità della poesia di Anna Maria Curci, faccia dono ai suoi lettori di una feconda esperienza di immersione sonora in un coro di voci liquido ancorché capace di perfetta armonia: le voci limpide e chiaramente udibili che nell’autrice convivono e convincono. Si legge la poetessa avvertendo l’occhio e l’orecchio vigili della critica; si studia la poetessa e si coglie la mano della traduttrice intenta a nettare la parola come sfogliando un cespo fino al suo cuore tenero e fedele; si ama la poetessa e si intravede l’insegnante che orienta la vocazione etica dei versi pungolando la parola fino a far emergere livelli di verità sempre più profondi e complessi. E ancora, ponendosi in ascolto della «voce claudicante», si viene raggiunti dagli accenti delle diverse posture del privato, la madre e la figlia, l’amica, la compagna… […]

Dalla prefazione
di Patrizia Sardisco

Nota dell’autrice

Le centosettantatré quartine di endecasillabi qui raccolte costituiscono il diario di oltre cinque anni, da gennaio 2014 ad agosto 2019 (con due soli balzi indietro al 2013), di ricerca ed esistenza, di stupore e disappunto che si alternano e si affiancano nel guado, condizione permanente. La forma chiusa così come l’ampiezza contenuta sono espressione del mio modo di ripensare realtà, anticipazioni, ricordi, visioni e, allo stesso tempo, della scelta di dare una cornice rigorosa allo sfogo del cuore e alla rivolta della mente. Si alleano così indole e determinazione, ben consapevoli del rischio di optare per una forma esplicitamente tradizionale e di restituire un contenuto intenzionalmente inattuale. Perché assumo questo rischio? Semplicemente, e senza tanta retorica, per due motivi: in primo luogo perché è in questa forma conclusa che pensieri, motti di spirito e moti dell’animo si presentano alla mia coscienza, in secondo luogo perché l’impalcatura regolare impone riflessioni, soste, dà spazio e respiro – anche quando sceglie di contenere lo spazio, di trattenere il respiro – alla mente che discerne così come al cuore che serba e seleziona memoria.

Come le pagine di un diario, le quartine di Nei giorni per versi registrano ricordi, danno il conto di reazioni, provano a fissare sulla carta bellezza, sale o tocco ispido di un incontro. La cadenza rielabora, poi, ricanta e ricompone i frammenti d’infanzia, propria e altrui, le veglie pensose, quiete oppure aggricciate, gli antichi e nuovi sbuffi di ribellione e le insopprimibili timidezze nelle dichiarazioni d’amore, gli ‘esercizi spirituali’ della traduzione e la sorridente devozione alla poesia, tra stupore riconoscente nel leggere i versi di un amico e la rievocazione assorta e divertita, ancora con un amico, di baruffe e rivalità, miti e creazioni, tutto nel tragitto dalla casa dove abitò Cristina Campo sull’Aventino al Cimitero acattolico a ridosso della Piramide Cestia. Come in un diario, il passaggio dalla registrazione della quotidianità alla visione universale, dalla contemplazione del sé alla condivisione, sa di essere limitato e di avere, forse, la massima possibilità di slancio nell’affinità riconosciuta con le anime «messe a maggese» alle quali ci lega una cura per le «pagine scordate».

A. M. C.

I

Come un accento a voce claudicante

 balza e s’arresta il limite del giorno.

Taglieggia tra le sdrucciole e le piane

 e tronca si riveste soluzione.

II

Raccogli panni e polvere a tentoni

 (volteggia cencio bianco in dissolvenza).

Increspate le reti a ranghi storti,

pesca a strascico appare soluzione.

III

Non mette conto di narrare cruccio

se questo è tenue al cospetto di strazio

carta vetrata che sfalda ogni giorno

anche il sorriso imbe(ci)lle e tenace.

IV

Hai diviso, sezionato, riposto,

glossato e modulato con l’artrosi.

Sui piedi e le misure le escrescenze

si spingono, arrendevole reclamo.

V

Al portatore d’acqua non si chiede

di narrare di sé e della sua fonte.

Sorda sete che s’avventa sul secchio

scansa polvere suole e passi stanchi.

VI

«Lassez!» soleva dire, inascoltato.

La si faccia finita col teatro

le baruffe bassotte flatulente

il bolo sbalestrato ma conforme.

VII

Alacre in automatico, pedala

il postino obiettore (ma è coscienza?)

 all’ennesimo sorgere del sole.

Ardore d’ordinanza occulta resa.

VIII

Nell’interludio tra le glaciazioni

s’inorgoglisce l’uomo, si fa centro.

Pesce rosso nella boccia di vetro

è invece e a malapena se ne avvede.

IX

Voi che apprezzate solo di sfuggita

(non vi si chieda altro, veh, non licet)

siete fermi al morbillo della spunta,

quella sociale esiliata all’occhiata.

X

Quando, strazio negli occhi e mente scossa,

apre Augustus Snodgrass quel taccuino,

avanza di buon grado anche il sorriso.

Non lo sperava, ma si allarga breccia.

XI

Quei rondinotti rannicchiati all’Elba

sono cresciuti, si son fatti corvi.

Non gracchiano, starnazzano eleganti,

 librano versi telecomandati.

XII

A scrivere si va, furiosamente,

col contagocce o piena senza presa.

Senza pudore scimmiotta il lenzuolo

l’ardire di coperta rimboccata.

XIII

Voi che l’ardire lo intestate a terzi

che visibili ansiosi poi abdicate

non vi basta tastare le mie piaghe

fare la doccia con le mie macerie.

XIV

Discreto, torni a chiedermi dell’ora,

quando ti ridarò… che ti ho prestato?

Non ha più suono la luce che filtra,

vano o spicchio, anticamera di pace.

Elia Belculfinè

19 ottobre 2019

Come le rondini

Se domani dovessi \ cadere in un’urna di rose,
inciampando nei tuoi occhi – come le rondini.
Così, se io camminando \ nell’aria minerale di una bella domenica festiva…
Così, \ s’io \ camminando, nel vento subliminale dell’ora delle campane,
io, inciampando nel tuo amore cereale – dovessi morire.\ Morire, fra le rose d’aprile…

*

Sarei felice d’essere caduto… Sì. \ Io sarei \ felice – felice – felice, \ come una domenica di Pasqua.
Inciampando fra le rondini; \ i tuoi occhi sono due ali gagliarde,
chiamano alla vita frumenti delicati, annullano queste notti di coltelli aperti,
sostanza delle arti incoronate di spini, ai margini del tuo sangue \ e dell’algebra che non risolve nessuno
dei segreti; e della primavera, dove la luna invita a un lungo dolore.
Così, se io… dopo tanta strada, amore. \ Fino alle tue rose e ai tuoi campanili immortali,
amore… Così, se io, \ dopo tanta strada…

Miniera

La casa canta – anche al tramonto.
E i morti che l’abitarono \ dormono nelle finestre aperte.
Sul tavolo, un vaso incrinato, in una bella estate. Un’estate fa –
deponendovi le rose e le lame, il presente – ricco
di ricchezza. Povero di povertà. Rosso come il fuoco. Rovente come le mie labbra.
Un’estate fa.

Fiorire come la vita, inebriarsi nel pianto e nell’amare – diurno di nuova cosa che muore.
E dall’alzaie esauste ad ovest, staccarsi verso il mattino –
rondini, o duomi che compiono l’opera della vita.
Nel vaso, un alfabeto di sangue _ è viva la pietra che è vela,
come la parola. Sanguina teneramente. Parla di tutte le rose donate,
delle estati trovate.
Nel sangue, un coagulo di vento.

Sulla strada per Sailamà

Sulla strada per Sailamà, ho comprato
venti sigari di foglia di gelso.
Sulla strada per Sailamà, passati i campi e le lamiere roventi – nude come la bellezza – dove
gli uomini, si chiudono al Lupo Impiccato, passati i campi e le lamiere roventi,
sognando aratri a propulsione, potenti come gli dèi, fino all’agonia del vino.
(Sailamà, ch’io chiamo casa, come la bellezza – nuda nuda nuda…)
E le donne pregano danzando sopra asole di vento, con le gonnelle pesanti rubate ai papaveri nel grano.
Ho comprato venti sigari. Uno lo darò a mio fratello, gli devo dei soldi. Spero di rabbonirlo, così, nell’attesa.
Ma
si tratta, in fin dei conti, d’aspettare fino a maggio. Ho sempre pagato.
Uno a mio fratello, un altro al venditore d’almanacchi: mi sta simpatico. Un sigaro
lo donerò a mio figlio:<< conservalo come una reliquia, Sil, e fa’ come se non lo avessi>>. Uno, al vecchio Sa.

*

Uno
al becchino. Sono un uomo prudente.
Non mi piace l’idea che le talpe possano forare la cassa, o che mi si mettano indosso abiti sciatti.
Qualcuno lo lascerò nella sala d’attesa alla stazione di Suraarat.
Di quelli cha avanzano, si occupi il notaio.
Ma uno lo terrò per me. Lo infilerò nel taschino interno della giacca. E mi metterò a guardare il cielo d’inverno.
Tirando le somme, non ho altro da avere, altro da dare – dirò.
E mi metterò in viaggio.

Le case dei poeti

Sono così vuote le case dei poeti,
fanno una grande tristezza. Sono fatte di cose offerte…
I poeti danno alla vita un sacchetto di coriandoli, perché sia felice, in un meriggio di febbraio.
E tre secchi di vernice celeste…
E i libri, in cambio di una notte di cordialità.
Piene d’edera, anche nelle tazze – e hanno una luna
sul tavolo della cucina. Le case dei poeti hanno i rosoni come le cattedrali.
A rassettare basta una scopa andalusa, e una folata di vento salato – come l’estate del sud.
E ci si può ubriacare come i vascelli di Parigi. Se voglio, ripenso a tutte le case che ho abitato:
si confonde il sangue, si confondono le luci (ne basterebbe una)
e scema la morte, ora che sono prossimo all’ultima casa.
Sono così vuote le case dei poeti…
Ma, poi, bussano alla porta tutti gli amici e gli amori passati
Da tempo io mi domando di chi sia questa casa.
E si festeggia fino all’alba.

Tono su tono

Studi, su un arazzo d’autunno.
Non si può dire – amore –
senza vedersi innanzi spalancare i campi e le guerre –
vero, Fabrizio? Ti va di fare questo gioco? E allora, giochiamo –
E i soldati carezzanti, nei retrobottega, le ragazze estive del Sud Italia, raccontate.
Ho imparato a dire: fratello – sorella – senza guardarmi le spalle. Forse, sono uno sciocco…
Ma tu credi in dio, e io nell’amore. Certo è – che sei proprio mio fratello,
Fabrizio.

Poi
l’alta luna, figlia della miseria; le mani di mio padre,
piantate nel silenzio della valle, a fine trasmissioni, suonando
un fischio fastidioso, fino a che non gli caddero tutti i denti – dal cuore
e le resistenze. Mia madre tornava da lavoro ogni sera, con in più negli
occhi qualcosa di sedimentario – anzi, di fossile. Un’ammonoidea
erano diventati – santi dèi! – Sembra più antica del tempo stesso, oggi, cieca com’è, così bella, come la luna e la sua idea, è una dea…
Le sue scorze d’arancia candite, per vincere il demonio della morte,
insomma – per salvarci tutti: noi di casa, i vicini con i loro ringraziamenti drastici,
Preparate sul piano in marmo del
meriggio, in quella grande cucina disordinata. Fino a che il costo della dolcezza non divenne proibitivo.
I vicini smisero di salutarci, cominciammo a comprare dolci, fuori casa. Ma non fu più la stessa cosa.
Altra gente, altre allegrie, nuove tristezze – tutto, e il suo opposto, andava e veniva nella mia vita.
I mie fratelli, il cane, i miei genitori – dove siamo adesso? Ma, soprattutto, chi siamo?
Poi la mia malattia, ipervedente,
che scorse tingersi la notte d’aurora, prima di voi, affocati sulle pagine dei giornali di ieri.
Il
cane e le pasture dell’anima per l’inverno.
Il cane, i prati celesti, e la vita scolorita, sentendosi sfilare dalla custodia.
Amore, amore – ho gridato – chiunque tu sia… –
guarda che luna, stasera.

Cos’è?

Luna sul Vesuvio – limo degli occhi, con tre stelle…
Possibile ch’io sia giunto fin qui? Appena ieri
ero – e oggi, invece, sono.

E qualcuno canta, e qualcuno ride, ne arrivano da lontano le umide sete estive…
Qualcuno canta, tristemente, il canto degli ultimi fuochi.
Qualcuno ride, come si ride – senza ragione; e l’agonia è nel vento, e negli occhi – con tre stelle.
Cosa è mai, cos’è la poesia?

Elia dice di sé:
Sono nato a Caserta il 29 settembre di qualche anno fa. Scrivo poesie da prima di quella data (mi pare altissimo dirlo, ma non mi prendo molto sul serio, a dire il vero).

Cristina Bove aggiunge: avercene di giovani poeti come Elia!

il suo blog http://belculfinelia.blogspot.it/

Luciana Riommi

4 ottobre 2019

 

 
photo e rielaborazione Luciana Riommi
 

ornitologia

parliamo del volo degli storni,
parliamo dei gabbiani,
dei ritorni.
e briciole di pane.
dici che non funziona l’ornitologia?
non importa
sfrutto la libertà della poesia.
nessuno ha mai vietato
un certificato di morte post-datato.


come uno scioglilingua

dice che non fa male quello che non sai
e che non ti fa danno ignorare che non sei.
ma tu pensi alle volte che ti senti scomparire
però, dico, ti accade solo perché ci sei.

           

lavoro onirico

lasciami dire quello che mi pare
anche se non è proprio un sentimento
quello che provo ai margini del cuore
lì dove c’è stata una lesione
che se non fosse per l’anestesia
forse direi dolore.
e non ho sogni da portare a compimento,
anche il lavoro onirico è andato in confusione.


niente di speciale

ho immaginato un luogo
che sia complice al segreto
di sapersi esistere
di carne/ossa/pensiero
se c’è davvero un’anima pensata
dietro i risvolti di altre banalità.
in fondo non è niente di speciale
e tuttavia essenziale.


E te ne accorgi dopo


certe volte si fa sera e te ne accorgi dopo,
troppo tardi
per ricongiungere memorie di realtà.
d’altra parte neanche i sogni si ricordano di sé.


luce ed acqua

quale luce splende, quale lunghezza d’onda
sull’onda lunga dell’imprecisione?
e questa irrilevanza di pensieri
fatti di particelle in movimento
e (spreco) di energia.
bastasse una mimetica intonata nel colore
a confondere le acque
– tanto per diluire l’ineleganza del dolore.


l’arte del punto e a capo

mi dicono che parlo troppo piano
per questo non è facile capirmi,
ma non rileggerò tutta la storia
che abbiamo scritto a quattro mani, il caso ed io.
d’altra parte, non pratico la vita
nello stile del racconto breve:
non mi si addice l’arte del punto e a capo
senza continuità.


alla mia portata

questo mondo così com’è, alla mia portata
credevo che lo fosse,
come uno stagno che contiene il mare
ma le sponde sono così lontane
che da un lato il sole nasce mentre dall’altro muore
e tra un saluto, un commiato e dirsi addio
neanche si avverte il cambio di respiro.


visto dal vero

non passa niente da fessure d’ombra
per quante parole presti alla mimesi
la cosa che, manco a dirlo, sembra un’emozione
e chissà cos’è dal vero.
in ogni modo, sempre di storie piccole si tratta,
che se ne parla a fare?
minime storie insoddisfatte
e tutti senza pace
pronti a sgranare inutilmente gli occhi:
vedi? non vedi?
vado? e dove andare?
cosa inventare?
se neanche sai cos’è che si dovrebbe soddisfare.
e tutti gli anni di abbandono,
quelli serviti a te
nel tempo personale
per far cadere un’ultima illusione
tra gli artifici dell’animazione.
ma il cancro di che colore è, visto dal vero?
ci pensavo ieri
mentre ancora trattavo il prezzo di una rosa, rossa, dal fioraio.


terra che sei

hai cancellato dal paesaggio quello che non ti bagna
– lo so che preferisci il mare –
e tu – terra che sei – esclusa dalla vista
lo sai che non ci sei?
perché quest’acqua senza approdi
ti sgomenta
come l’insensatezza di annegare
in un fondale asciutto.

il suo sito
https://lallaerre.wordpress.com/

Luciana Riommi dice di lei: psicoanalista di formazione junghiana, ma non solo, da quarant’anni interroga il suo rapporto col dolore, proprio e altrui. Non ha trovato risposte, per fortuna, ma solo domande. Una domanda più recente, in particolare, resta per lei insoluta: cosa ci faccia qui, dove si coltiva la poesia.
Come sempre, la sua gratitudine è infinita.

Cristina Bove dice: il suo posto è qui e ovunque si coltivi la poesia, le sue domande sono la prova della sua grande comprensione ed accoglienza umana: la mente che le origina appartiene al mistero in cui il pensiero si fa bellezza e volo.

Fabrizio Bregoli

28 settembre 2019

Un pugno di segatura contro il nulla

(Dalla Prefazione a “Zero al quoto” – puntoacapo, 2018)

Un titolo, per i profani, quanto mai oscuro, Zero al quoto, espressione con cui in gergo matematico s’intende un’operazione che ha come resto zero e che trasferita dall’ambito suo proprio allude ad una ricerca di senso che approda allo zero, ossia al niente. Posta esponenzialmente a titolo dell’intera raccolta di Fabrizio Bregoli da un testo isolato ed eponimo della sua parte conclusiva, l’espressione si elegge a interpretante di tutto l’insieme (non a caso lo ritroviamo nell’ultimo testo, “ennesima potenza a base zero”) per definire l’approdo ad una consapevolezza, alla presa d’atto amara e insieme ironica di una verità. In che consista tale verità a dirlo è proprio lo Zero: niente in assoluto, mancanza di consistenza e valore, privazione di essenza e legami, nella congiunzione significativa tra l’arabo sifr, “vuoto”, e i latini nec-ente, “neppure una cosa”, ne-hilum, “neppure un filo”.

C’è molta poesia dall’‘800 in poi, molta letteratura, ad autorizzare e suffragare la presenza di questo fantasma, il nichilismo, che può essere ritenuto, per definizione di Nietzsche, “il più inquietante di tutti gli ospiti” tra quanti possono bussare alle porte della nostra coscienza, e che, dall’ambito teoretico e ideologico, si presenta qui, aggiornato, nelle vesti di linguaggio freddo e asettico, che si pretende modello di universale comunicazione e comprensione, le più convenienti ad uno come Bregoli di solida formazione scientifica: negazione di rilevanza e spessore, dunque, di cose non meno che di persone, perdita progressiva di identità, in un processo di “assottigliamento”, di sfaldamento e polverizzazione di funzioni, all’ombra fintamente protettiva di una “linea esatta”, di una ratio (di una “filosofia perfettamente ragionevole”, come la definirebbe Leopardi), che pretende ancora di “reinventare” e ordinare il mondo, salvo abbandonarlo ad un irreversibile naufragio nell’”ignoto” (“Ci s’assottiglia, il garbo d’un asintoto / dove la curva stromba nel suo ignoto / a gradiente rapido, senza antidoto”, si ammette nel testo estremo della raccolta). […]

Come aggredito da un “tarlo” di dissoluzione (e “tarlo” è, non a caso, un altro interpretante che ritroviamo in apertura de I limoni del Garda, dell’ultima sezione), ossimoricamente l’io/tu si scopre così: esposto a un cliname inesorabile e inarrestabile di trasformazioni, che ne aggrediscono e sgretolano l’“impavida” corazza di sicurezze, e al tempo stesso attestato in pretese indifendibili, “senza fulcro che tiene”, a dispetto della sua essenziale e conclamata fede e volontà di resistenza attraverso l’arte e la scrittura (“e fa da morsa // qualche sdentata rima da arrembare / limar sonetti ad arte”), testimoniata dalla diffusa disseminazione di versi, eserghi e dediche (quasi a volerlo “fermare”, questo processo di dissoluzione, anche con un gesto insignificante, come “un pugno di segatura”, a citare un bel verso di Luigi Di Ruscio).

Il rischio è di “sfiatarsi”, di perdere la capacità di dar voce senza condizionamenti alla ricerca di una verità qualsivoglia, a un montaliano anello che non tiene, nella struttura opaca e indecifrabile del mondo, in cui l’io/tu continuamente si confonde e azzera, sempre sul punto di un “Fine Corsa”, senza neppure più il miraggio dell’amore “Nome e cenere, rosa di nessuno”, si dice amaramente in Educazione sentimentale, (1984-’91), che pure affiorava sotto la bianca e fredda coltre di neve del libro precedente.

Vincenzo Guarracino


ACCIAIO

Vi indugia ancora, icona prigioniera
nell’intarsio d’oro della sua tavola,
dita indiscrete a gravare la soma
d’imposta immobilità. È sempre lui,
quel mondo già dato troppo per certo
quell’emanazione d’un sé corporeo
in cui accorta od incosciente intridersi.
Quella miscela spuria di ioni ed atomi
l’aria, più di tutto le manca,
lei che da anni nel polmone d’acciaio
ne inala ne esala quel lavorio
di vento sulla pelle
fino a farne afflato, alea di respiro.

Giardino di silenzio
si fa eco del mondo, sua cassa armonica
in cui raduna frantumi esperiti
subìti o solo immaginati,
si fa senso chiaro, s’accorda al cosmo
ne ascende ogni scala, assente al suo ritmo.
Brulichio di formiche, ronzio
di lampade o tremolio di vetri,
scalpicciare di passi o risa d’uomini.
Poco importa distinguerli.
Rumore di fondo, scorie d’universo.

.

PODERE CARESTIA

Non si chiedeva il senso del vegliare,
lui guardiano di cosa poi
se era tutto disfacimento, i muri
una rovina di scorpioni ed edera.
Pure lo inebriava sostare immoto
tra quegli aratri, sfregarne residui
di spore e letame tra i polpastrelli,
sentirsi anche lui olla di quel destino
di terra e nuvole.

Non lo turbava l’insignificanza
di quel cerimoniale:
restare desto ogni notte, la nebbia
le calli dove scantona smarrita
qualche volpe esausta, ai tetti sconci
il raro guizzo d’un gatto selvatico
e il mattino sulla soglia il bicchiere
di latte tiepido, la ricompensa
di chissà quale mano
debitrice d’oblio, o di pietà.
Non lo inquietava assolvere
l’ambasciata a baluardo del nulla
sorbirlo stilla a stilla. Non diverso
sarebbe stato vivere.

.

PIETA’ RONDANINI
(Michelangelo, 1552-1564)

L’approdo d’una vita è la cesura
che spezza la fierezza di quel braccio,
il suo farsi ostacolo, finta breccia
che svolta nel suo vuoto, si dà assenza.
È quel nitore che preme alle gambe
lo scivolo di luce su quel bianco
che non sa regger l’urto, si fa grezzo
tradisce la fatica, lo scalpello.
I volti che si sbozzano dall’alto
si scavano un profilo, creano spazio
di sé nell’aria che s’accuccia, spare.
Pienezza che si colma, l’incompiuto.

E non sai dire chi si regga, è retto
la mano che si porge, che l’accoglie,
la curva che purifica, s’assolve
riunisce in cerchio il senso, dà ragione
e del dolore fa testimonianza.
La madre che ne è cardine, corteccia
reclina a lato il capo, ora gli è figlia
diviene peso lene, scacco d’ombra.
La luce si ritrae per riverenza
nell’inchinarsi altero delle spalle
scantona fuori campo, dà evidenza
all’ossessione antica del suo grembo.

Così li colsi al bivio dei bastioni
sguardi brulli, respiro di cristallo
protendersi a un bivacco di cartoni.
Guaiva un tram. Poco più in là il Castello.

.

CONCETTO SPAZIALE. ATTESA
(Lucio Fontana 1960)

La luce, quel confine da violare
e che ogni volta sa scivolare oltre
sprofondare nella sua bocca d’ombra.
È questa tela ad esserne la lama
a farne dello scempio un varco, crosta
che si spezza tra le dita. Lo spazio
fu acqua dove intridersi
vena che s’offre al boia.
Lo stanai nella sua casamatta
al baratto di tutte le sue nascite.
Forse bastò solo schernirlo.
Fu come appoggiare l’orecchio
su una sistole del cosmo, impietrirvi
la pupilla. Per questo scelsi minima
l’arte, perfetta
la sottrazione.

.

CENTRO STORICO

Quelle case, come un cilicio muto
tra moderne palazzine seriali
– queste coeve basiliche a minimo
consumo energetico, col massimo
encomiabile gradiente ergonomico –
quelle case tutte edera e silenzio
sono escrescenze avventizie su un cielo
troppo azzurro, che non le sa più accogliere.

E s’ergono come alberi in rovina
sul loro profilo d’ombra, un tempo
nidi di maggio, oggi aridi lavacri
dei loro specchi infranti, vuoti assiti
tra le loro ferite di mattoni
d’argilla arsa come un’epidemia
e mostrano le loro fronti scabre
gli occhi straziati da invadenti soli.

Hanno orme incavate, strenue assenze.
Resistono come ospiti sgraditi
ad un ricevimento, come panni
già strizzati da troppe mani. Corpi
nudi, illeso gheriglio di domani.
.

DESTINAZIONE D’USO

Ditta, la chiamano ancora i dispersi
o i reduci d’una Brianza braccia e
cambiali, ai tempi del futuro mite.
A rate. Un’insegna divelta ne dice
la grammatica sconnessa, l’opaco
dei passi. È questa l’ora di rade orde
di sbandati, nel minimo bivacco
d’incerate, fra lampade a carburo
raccolti a una cucina tutta avanzi,
o la solita combriccola di giovani
alle prese con la loro argonautica
delle rovine, a battesimo
di non sai quale primogenitura.

Presto ne faranno – dicono – un centro
commerciale, di certo ciò che merita
un’epica industriosa. Variazione
nella destinazione d’uso recita
il galateo del millennio pratico.
Ne faranno un’arnia buona di luci
garbate, un traslucido di vetrine.
Teche, per la reliquia d’occasione.
.

COMIZIO AD ACCUMOLI

«Imperciocché come evidentemente
ex art.3 comma 7 bis del regio
decreto al titolo III e per l’uso
invalso e il potere ivi conferitomi
dico sciolta dalla congrega d’atomi
la fattispecie dei presenti, assolti
in contumacia o difetto di norme
visto il parere, letti e vistati -ati
condoni, doni o emolumenti esenti
Cesare a Cesare e dio -Io -Io –Io…
Qui mi unisco al cerchio unanime, esanime
ricostruiremo pezzo a pezzo, pezza
a pezza, pizzo a pizzo, salvo deroga
tranne fiscalità ordinaria, in primis
i familiari, stanti impedimenti
dirimenti – spread vis si sis affinis…
latera et cetera in nomine patris
crucis homo homini lupo de lupis»

La bocca sollevò dal fiero eloquio
quell’orator, negandola ai microfoni,
dal tumulo di polvere e macerie
s’accommiatò con passi lievi e mesti
per doveroso debito cordoglio
(pel garbo che si deve a scarpe lucide).
Poi memore del luminol
il lodo promulgò per ripulire
le impronte degli artigli dalla scena.
.

IN PRESSOFUSIONE

Sgarbato solstizio che procombi
sul vetrocemento col tuo ovvio sole
che sghembo vellica di vetro in vetro,
lusinghi al paso doble degli acquisti,
il taglio esatto che ci circoscriva
sull’identico concavo di cielo.
Sobilla l’etichetta a quell’ardore
che occhieggia divertito alle vetrine.

Magliette delavate color sabbia
costumi che aderiscono decisi
colletto alla cubana, sahariana
il cappellino catcher in the rye
il grigio un po’ sfumato dernier cri
nelle sue variazioni impercettibili.
Intatto campionario di doveri
d’assolvere con tutti gli imperdibili.

Primavera estate da collezione
che irreggimenta al corretto stile
d’uomo all’incanto, in pressofusione
calco conforme sempre nelle file.
Tocca aderire, preferire ancora
al taglia e cuci buono della nonna
ai suoi maglioni fatti su misura
un più modesto e lesto copia incolla.
.

*

Hai ragione, Piero, siamo alberi
spicchiamo frutto, da radici che
non ci appartengono, o meno ancora
saprofiti che ineriscono a schegge
di corteccia, ad una cruna di verde,
e come dici, poesia è questo
porgere la mano, sperare prossimo
il cambio della guardia, e continuare
nella corsa, passare la staffetta
già sapendo la meta irraggiungibile
fragile la parola, perché l’unico
eterno che perdura è l’impossibile.
Perfetto nel non darsi.

Restano mani abrase, franto il fiato
l’orlo di buio che ci ha arato il viso.

*

La scena è quella di un giorno d’aprile
dopo una pioggia credo, rade rondini
qualche bambino che torna a giocare
l’erba ancora patita, il cielo libero
dall’ovvia schiavitù della metafora.
Tutto è reale, ma non stinge in prosa.
Una mano che non riesco a distinguere
regge una corda annodata ad un muro.
Ne muove un capo, vi disegna un’onda
d’una geometria mista a inerzia
che si consuma in ampiezza a ogni slancio
fino a smorzare l’ultimo frangente
sul gancio arrugginito, dove annulla.
E tutto ha una necessità garbata,
è un’esile perturbazione d’aria
che si dà spazio nella sua ferita
e istante dopo istante va a guarire
un tarlo, a rammendare
un incrinarsi appena del silenzio.

.

 

Fabrizio Bregoli, nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni

Ha pubblicato “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015), “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018). Sue opere sono incluse in “Lezioni di Poesia” (Arcipelago, 2015) di Tomaso Kemeny e in “iPoet Lunario in Versi 2018” (Lietocolle, 2018), sulle riviste “Il Segnale”, “Atelier”, “Alla Bottega”, “Le voci della Luna”, in numerose antologie e blog di poesia.

Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante il libriccino d’arte “Grandi poeti” (2012) e per le edizioni Fiori di Torchio la plaquette “Onora il padre” (2019).

Gli sono stati assegnati, fra gli altri, i Premi “San Domenichino” e “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano per la poesia inedita, il “Premio della Stampa” al Città di Acqui Terme, il Premio “Guido Gozzano” per la poesia edita.

Il sito dedicato alla sua poesia QUI

 

pausa estate

1 agosto 2019

buone vacanze 2019.jpg

 

Ana Martins Marques

28 luglio 2019

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Ana Martins Marques è nata a Belo Horizonte, nel novembre del 1977. Laureata in Lettere all’Università Federale di Minas Gerais, Insegna Letteratura Brasiliana ed è dottoranda in Letterature Comparate nella stessa Università. Nel 2007, ha vinto il Prêmio Cidade de Belo Horizonte, nella categoria “Poesia – autore esordiente”, e, nel 2008, ha ricevuto di nuovo lo stesso premio, nella categoria “Poesia”. La vita sottomarina è il suo libro d’esordio e riunisce una selezione di poesie premiate in questi concorsi.

 

 

da La vita sottomarina

traduzioni di Chiara De Luca

 

 

Ancora

 

 

Il sole percorre

l’intera estensione di un muro

 

strisce nel paesaggio

scritto a matita

 

La strada comincia dalla scrittura –

questa in cui ti seguo

 

Questa poesia è un’ancora:

è perché tu resti qui per sempre

 

Ma fuggono le ore senza carezze

ore che sono come un vivaio di pesci senza pesci

 

La mia mano copre la sua

con la sua ombra

 

Questa poesia, pesante, affonda.

 

 

*

 

Giardino

 

 

Se il giardiniere abbandonasse il lavoro a metà

e stanco si sedesse su una sedia

e perdesse tutta la serata

sotto rose grasse che sono solo rose

e accecano di felicità

mentre il giardino

in se stesso

si contorce

estraendosi da dentro

il sesso intricato delle camelie

e la morte e la follia dei gigli

e la noia suburbana delle guaiave

preda di commozioni antiche

potrebbe sentirsi un poeta

che guarda la poesia

che non sa finire.

 

*

 

Scatola del cucito

 

 

Fili sciolti

bianchi rossi

neri

ingarbugliati:

il caos è sempre avvolgersi

su se stessi.

 

Non c’è tenerezza

negli occhi del gatto

che fissa il rocchetto:

soltanto attenzione

per la trama.

 

La poesia rammenda

l’irreparabile.

 

 

*

 

Vaso

 

 

Plasmare intorno al nulla

una forma

aperta e chiusa.

 

Parola per parola

la poesia circoscrive il suo vuoto.

 

 

 

*

 

Barche di carta

 

 

Le poesie in genere sono fatte di parole

sulla carta

sarebbe meglio se fossero di stoffa

perché potrebbero prendere la pioggia

o di legno

perché sosterrebbero una casa

ma in genere sono fatte di parole

sulla carta

e per questo servono a poche cose

fra le quali non si trova

prendere la pioggia

o sostenere una casa.

 

Piegate su se stesse,

si lanciano nel mondo

con il coraggio suicida

delle barche di carta.

 

 

 

Orologi

 

 

Certe poesie sono sempre in ritardo

altre sempre avanti irrimediabilmente.

 

Nelle poesie la lancetta dei secondi

è più lenta di quella delle ore.

 

Ma almeno la poesia

in genere non è necessario

caricarla.

 

 

*

 

Lanterne

 

 

Nella notte

accesa

la poesia si consuma.

 

 

 

TESTI ORIGINALI

 

 

Âncora

 

 

O sol percorre

toda a extensão de um muro

 

Riscos na paisagem

escrita a lápis

 

A rua começa desde a escrita –

esta em que te sigo

 

Este poema é uma âncora:

é para que você fique sempre aqui

 

Mas fogem as horas sem carícias

horas que são como um tanque de peixes sem peixes

 

A minha mão cobre a sua

com sua sombra

 

Este poema, pesado, afunda.

 

*

 

Jardim

 

 

Se o jardineiro abandonasse no meio a tarefa

e cansado se sentasse numa cadeira

e gastasse toda a tarde

sob rosas gordas que são apenas rosas

e cegam de alegria

enquanto o jardim

nele mesmo

se contorce

tirando de dentro de si

o sexo intrincado das camélias

e a morte e a loucura dos lírios

e o tédio suburbano das goiabas

sob comoções antigas

talvez se sentisse um poeta

olhando o poema

que não sabe terminar.

 

*

 

Caixa de costura

 

 

Linhas soltas

brancas rubras

negras

emaranhadas:

a confusão é sempre enredar-se

em si mesmo.

 

Não há ternura

nos olhos do gato

que fita o novelo:

apenas atenção

para a narrativa.

 

O poema cerze

o que não tem reparo.

 

*

 

Vaso

 

 

Moldar em torno do nada

uma forma

aberta e fechada.

 

Palavra por palavra

o poema circunscreve seu vazio.

 

 

*

 

Barcos de papel

 

 

Os poemas em geral são feitos de palavras

no papel

seria melhor se fossem de pano

porque poderiam tomar chuva

ou de madeira

porque sustentariam uma casa

mas em geral são feitos de palavras

no papel

e por isso servem para poucas coisas

entre as quais não se encontra

tomar chuva

ou sustentar uma casa.

 

Dobrados sobre si mesmos,

lançam-se no mundo

com a coragem suicida

dos barcos de papel.

 

 

*

 

Relógios

 

 

Certos poemas atrasam-se sempre

enquanto outros adiantam-se sem remédio.

 

Nos poemas o ponteiro dos segundos

é mais lento que o das horas.

 

Mas ao menos ao poema

em geral não é preciso

dar corda.

 

 

*

 

Lanternas

 

 

Na noite

aceso

o poema se consome.

 

 

 

Chiara De Luca

21 luglio 2019

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Da Versi animali, inedito

I

Sotto il sole o al gelo d’inverno,
in salita, per campi, sull’asfalto,
in acqua, nella nebbia, nel fango,
in discesa, sulla neve, nel caldo,
sotto rovesci di pioggia battente,
o aghi di pioggerella invadente,

in senso in verso al vento contro
le onde quando del mare deserto
la voce nel mio passo è in canto

correre è la sbronza di vita,
banchetto di libertà assoluta
festa al buio che ti scaraventa
fuori di testa per restituirti
del corpo la segreta potenza;

È orgasmica scopata con la vita
quando da lei mi sento tradita,
è furia d’amore che nell’assolo
del vento fa ascolto d’elezione,
dell’abbandono riconciliazione.

È fucina di versi da prendere al volo
nel boccone che mastico e frantumo,
visione che per ore rigiro in un bolo
in gola perché non si perda nel nero,
finché al largo del cielo di nuovo non sono
sola a tradurre il passo in corsa del respiro.

È oro nella miseria, sull’abisso pedana di volo,
trampolino di lancio di ogni mia resurrezione.

II

Correre a lungo mi ha insegnato
la pazienza di nutrire la speranza,
l’arte di restare sempre in ascolto
del corpo come di un concerto.

Mi ha insegnato a seminare i licaoni
di ambizioni che masticano i cuori
a rialzarmi dagli agguati degli umani,
degli amici delusi a caccia di favori,
a lisciarmi del tutto via dalle ali
i sorrisi al cianuro degli affabulatori,
le strette al vetriolo delle loro mani.

Mi ha dettato la sopportazione
del dolore fisico e interiore,

la perseveranza dell’intento di vedere
il tutto nel frammento e ricominciare
senza all’orizzonte traguardi di chimere.

**

Black

Da bambina correvo con un cane
accanto in ogni mio allenamento,
passavo il guinzaglio da una mano
all’altra per scaldarle nell’inverno.
Nero e imponente come un alano
potente più di Cerbero all’inferno.
In corsa per chilometri sul manto
bianco senza ombra dell’incontro,
sempre fianco a fianco nel silenzio
in simbiosi un passo dopo l’altro,
fino al giorno in cui calò il sipario
sul mio grande cane immaginario
per abbandonarmi sola sul palco
a improvvisare la parte di adulto.

 

Da Alfabeto dell’invisibile, Samuele Editore 2015

 

Correndo nel sottomura degli Angeli

Basta un niente alle ruspe per abbattere una casa

frantumare anni di perizia e di pazienza,
smembrare le stanze dalle fondamenta

pochi mesi al male per demolire un corpo,
oltre trent’anni di corse e allenamento

penso mentre annaspo con il fiato corto

arrancando come un grido nel silenzio
dell’alba di un giorno non ancora risorto.

– il cuore germoglia da un albero morto
residuo insospettato di uno schianto –.

Ma i miei cani lo ricordano chi sono
come grilli balzano fuori dal sentiero,

hanno fuoco negli occhi colmi di respiro
mentre mi volteggiano attorno da lontano;

poi li raggiungo tra l’erba in mezzo al fango
di nuovo come loro sono d’aria e movimento,

c’è una linea bianca alla fine della strada,
acqua calda per guarire dal gelo e una casa.

**

Correndo sulle Mura degli Angeli

Lungo la navata centrale che risale

in quel suo violento slancio verticale
nella Notre Dame d’alberi la pioggia

smalta lo smeraldo delle foglie,
accende le colonne di corteccia,

interseca le note d’acqua del respiro
sciolto in fruscio di passi sul sentiero –

Corri forte lepre dov’è inutile la fuga
in quest’invernale primavera seminuda,

quasi non scrosciasse che sole per sentire
pioggia defluire se il vento col sudore

gela sulla pelle come brina sulle punte
di rami fuoriusciti dai relitti della notte.

 

Da Il mondo è nato. Poesie in prosa e non

Poi un bel mattino arriva l’inverno. Deserto, un tappeto di foglie rosse macchiate dal mogano del manto di Eva, che all’improvviso spicca la corsa ed è una freccia di fuoco che divora il verde dell’erba increspata dal vento, la fa crepitare come un incendio. Gli alberi sono giganti che nello slancio si abbracciano in alto, formando una cupola che lascia trasparire un cielo inesistente e bianco. Uscendo dal tempo entri nell’infanzia che ti porti dentro da una vita precedente, ti senti l’ultimo essere al mondo e forte, come quando da bambina avevi un cane nero assente sempre al fianco, ogni volta che uscivi nella nebbia per entrare in un altro mondo, dove mancava il mondo ed era una mancata presenza a dissipare la paura, dando fiato al respiro, mentre lo guardavi salire e farsi nuvola nel vento sempre contro.

**

Anche il fiume non sempre tiene la sua corsa
quando si rannicchia in attesa della pioggia
o slancia e imperversa per non tenerne altra.
Alla fine non è inutile restare
in fondo alla cascata separare
colpi di frusta riaprirli verso il mare:
C’è sempre un silenzio da salvare, o scivolare
negli occhi di te che sei stanco e non ricordi
che soli nei guai lo siamo sempre stati
e amati mai.

**

Si deve esistere come in una corsa, che al mattino non vorresti cominciare, mentre il sonno al corpo nel buio ha ricordato gli anni, che hanno reso più sensibili muscoli e giunture. Non ci si deve risvegliare da ieri ma nascere nuovi, come quando muovi i primi passi sull’asfalto per raggiungere il sentiero. Ci si deve avvicinare cautamente a una giornata, trovarla vuota tra gli alberi deserti, avere il tempo per rintracciare se stessi, ancor prima di portarsi agli altri. Avere il tempo di rispondersi, ancor prima di accogliere domande che non chiamano risposte, d’interrogarsi, prima di attendersi risposte negate.
E si deve ricominciare ogni volta come dopo una corsa, quando il corpo sente il freddo e non la mente e dell’inverno ti accorgi solo dalle estremità irrigidite, dalle mani gonfie e dolenti. Quando non senti gli anni e il dolore perché non avverti il peso del corpo, che è divenuto lieve, uno con il movimento, con l’immaterialità del viaggio, evaso dalla gabbia del pensiero, affrancato dai ceppi della memoria e dell’attesa, dalla sospensione della perduta lotta quotidiana, sempre più dura, in quell’alzata di spalle che ci tacita e consuma.

**

Tre giorni che la nebbia non si alza, salvo un breve intervallo a mezzogiorno. Eppure… quando all’alba esco a correre c’è nel respiro una sorta di pace, mentre il foglio bianco si srotola davanti ed è lo stesso che ho lasciato alle spalle nella sera, solo più chiaro, impregnato di una luce irreale che non è quella del Sole, umido di raggi raccolti come un bene. Posarci sopra i piedi, procedere nel bianco è calcare l’itinerario di un viaggio. Quello del ritorno, forse. Non c’è tristezza per me nella nebbia, non più. Forse perché ha tenuto nel suo grande ventre gelido l’infanzia, quella che ho cercato altrove, andando via da Ferrara alla fine della scuola, quando ti senti grande, e invece sei ancora un ragazzino inerme. E incontri tutto quel che incontra un ragazzino inerme solo in giro per il mondo. Per poi tornare alleggerito di quel fardello di fiducia e fedi che hai vuotato anno dopo anno per la strada, manna per i rapaci, speranza per te che si sazino di quella. Sul foglio bianco leggo l’infanzia che la nebbia ha custodito intatta. Dice di quando correvo da bambina lungo la cinta muraria, con un cane al mio fianco. Era grande, con i denti di neve, il pelo nero, fitto e lucidissimo. I suoi passi moltiplicavano i miei, mi tenevano compagnia, si portavano via la paura. Era il mio amico immaginario. Correvo e mi passavo il guinzaglio da una mano all’altra. Il guinzaglio serviva a stringere i pugni per riscaldare le mani. E serviva a trattenere il mio amico vicino perché credevo che una volta libero se ne sarebbe andato anche lui. I cani invece no, non se ne vanno.

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Correre sotto la pioggia mi è sempre piaciuto, meglio se la pioggia è forte ed è freddo e devi far fatica per scaldarti e tutto il sangue si agita e precipita in soccorso, meglio se c’è vento e devi andargli a testa bassa contro, meglio se è sabato all’alba e ti senti parte integrante del percorso deserto, figlio del tuo mondo.
Ma è ancora più bello correre con qualcuno che è pazzo come te, che sente in sé la tua esultanza di correre, di buttarsi dentro le pozzanghere, segnare impronte nel fango, saltare rami caduti e schiacciare mucchi di foglie con un balzo, incespicare lungo le salite erbose e scivolare lungo le discese. La gioia è correre ammirati e sospesi con la meraviglia della natura che è un Irish Setter, guerriero dolcissimo e paziente, folle di vita, aspettare che il sentiero sfoci nel prato liquido che si estende e confluisce nella nebbia, per vederlo inebriarsi nel galoppo: il torace profondo dimora di un cuore inesauribile e grande, lo slancio micidiale delle zampe posteriori e la perfezione del gesto vibrante e facilissimo, che coincide con la mente e con il corpo, il movimento della gioia di esistere, gli occhi pieni di passione che ti guardano felici invitandoti ad accelerare, ad andare oltre le misure, a forzare sulle tue due misere zampe.

 

Chiara De Luca:
corre 15 km al giorno. Traduce da inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese e olandese. Scrive poesia e narrativa, si occupa di fotografia e videomaking. Ha tradotto una sessantina di raccolte poetiche di autori contemporanei. Ha curato l’antologia di giovane poesia contemporanea Nella borsa del viandante (Fara, 2009) e pubblicato A margine dei versi. Appunti di poesia contemporanea (2015). Ha pubblicato i poemetti La notte salva (2008) e Il soffio del silenzio (2009) e la silloge Il mondo capovolto (2012). Ha pubblicato le raccolte poetiche per custodire l’amore (2004), in parole scarne (2005), A mia madre (2015), La corolla del ricordo (2009, 2010), The Corolla of Memory (2010, con una nota di John Deane e la prefazione di John Barnie), Animali prima del diluvio. Poesie 2006-2010 (2010), Alfabeto dell’invisibile (2015), confinando l’inverno (2017), Il mondo è nato (2017), Grani del buio (2017). Ha pubblicato l’antologia bilingue La somma di ogni ritorno/The Sum od Each Return, con la traduzione di Gray Sutherland e la prefazione di Giancarlo Pontiggia e l’antologia bilingue La ronde du rêve, con la traduzione di Jean-Claude Tardif e Elisabetta Visconti-Barbier e la prefazione di Werner Lambersy. Nel 2008 ha fondato Edizioni Kolibris, casa editrice indipendente dedicata alla traduzione e diffusione della migliore poesia contemporanea. Nel 2015 ha fondato la rivista internazionale Iris News. Il suo sito è http://chiaradeluca.net