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Mariangela Ruggiu

23 giugno 2019

libro“Il suono del grano” è una breve raccolta di poesie  che nasce nello sguardo di una bambina e attraversa la vita varcando porte che aprono ogni volta una stanza diversa.

In ogni stanza c’è un dono nuovo di consapevolezza: ecco la fragilità della vita, il senso tangibile dell’amore, l’invadenza del dolore, l’impotenza di fronte a un tempo duro che si impone senza possibilità di scelta, ecco il mistero della poesia e la bellezza che lascia, ecco il senso del silenzio e l’accoglienza del mistero, indicibile come il suono del grano.

Il linguaggio è semplice, porge la poesia come sulla mano aperta, ma i significati si celano nelle parole, aspettano occhi in cui ricomporsi, e si fanno luce che definisce i contorni del mistero che siamo.

 

 

 da Il suono del grano
Terra d’ulivi edizioni

io danzerò come la polvere
quando incontra un raggio di luce

danzerò con me sul filo del tempo
e porterò sorridendo
questo corpo stanco tra le mani

danzerò
dentro gli occhi come la pioggia
scorrerò danzando come le lacrime

tu non dirmi che ho gli occhi ciechi
che non vedo il brutto del mondo, il suo male
danzerò anche sul fuoco della guerra
sul filo delle lame
sullo scintillio del sangue

danzerò sul tuo pianto

nella cenere che resta, danzerò
sopra il fumo, con piedi di paura danzerò

e invocherò, madre del dolore,
apri le tue mani, lascia libere le parole
dimmi che mi ami

ed io danzerò per te
sulle tue parole d’amore

danzerò con te

*

prima che chiamasse le cose ad una ad una

dov’era la parola del tutto indistinto
la parola che fosse l’intero e il contrapposto

com’era il nome del tutto buio
sciolto nell’acqua
quando le mani cercavano nel fango il tuo cuore

e gocce di fango erano le lacrime
prima che la Madre partorisse l’incompiuto

ora sei come un figlio tra le mani
e ti allatto di parole, tu che insaziabile mi strappi
carne e sangue, e dici carne e sangue

e tutti inviti al banchetto di me
che divento altri occhi ed altri cuori

e altre parole

ma mi manca ancora
impronunciabile

la prima

*

di questo amore non so dirti
di quando, e come,
si sovrapponga ad altri
pensieri d’amore

non so di quale carne porti il tremito
di quale corpo sia la forma, oltre il mio

è che sento come infrangersi
il limite del tempo
aprirsi la mia vita e mescolarsi
confondersi

c’è un profumo nel mondo
come di primavera

eppure questo autunno arido non si cela
il giorno ha tutto il male apparecchiato

ma curo la mia terra, che sia terreno fertile
di pane e di armi buone

ci sono guerre da combattere
con parole affilate e mani indurite
e muri da abbattere
e strappi da ricucire

di questo amore non so dirti
o darti spiegazione

 

 

  (Inediti)

forse piove, anche oggi

quest’anno ha saltato maggio
bisogna dirlo alle rose

poesia banale, se non fosse
così banale il pane quotidiano
anche quando manca

se non fosse così banale
la voce rabbiosa di chi invoca
i tempi della Poesia

se non fosse tutto questo dire
e questo vivere così vecchio
così piegato ad un disegno
così palese, la libertà condizionata

come può esserci altra poesia
se non c’è un’altra vita

se oggi non piovesse
se maggio avesse sole per le rose
se ci fosse amore come polline nell’aria

se ogni televisore fosse spento
e ogni pensiero acceso

senza condizionale

*

nel pieno della luce
nel mattino che è uscito dalla notte
c’è un grumo di silenzio
che non si apre, resiste alle mani
che cercano, che si infilano nei bordi
delle fessure, ma resta chiuso il buio

resta annodato al centro dello sterno
un tentativo folle di poesia, il mistero
ride di me che confidavo
nel potere dell’inchiostro

non posso spendere una sola moneta
di tutte le poesie scritte, sono all’omega
cercando un nuovo alfabeto per dirti
del magma che brucia dentro e non sa
cristallizzare una parola pietra preziosa
che apra l’utero fermo, un parto forzato
che lasci vivo il bambino e suoni i pianto

esserti madre in questo tempo inverso
in questo paradosso algebrico, è un tentativo

vengo clandestina in questo mondo di poeti

mi incanta la regola infranta, la rima
mi sorprende, cuore e amore dimenticata

e così resta il tuo cuore atrofizzato
amore dimenticato, bacio scivolato
nella polvere, verso spezzato

se lo scrivo nel tuo cuore mio amore
e nel tuo cuore, e nel tuo cuore, nel cuore

la poesia per questo abuso è andata via
ma prima di salutarmi mi ha perdonata

*

incantami
lasciami il colore della luce
confuso col sonno all’alba

lasciami un odore buono
come la rugiada che si posa

o il sapore della pelle sulla pelle

l’incanto della notte
quando la preghiera ricongiunge
ogni corpo al proprio dio

lasciami del mare il canto

il latte della luna nella bocca
calmerà la fame

ed io andrò incontro a te
che cammini sulle acque
e segni il limite dell’infinito

andrò, seguendo il passo degli alberi
le orme dei lupi e il senso del silenzio

so che è incanto
posare il cuore accanto al tuo

*

chiodi sull’amore, questo mondo effimero
che rifiuta il senso della morte
si illude di cancellare la precarietà
inchiodando il cuore sgretolato del presente

stende sull’imperfezione il velo opaco
di occhi ciechi e diventa il male un’opportunità
per esercitare un potere violento

scuote le vesti per liberarsi del dolore degli ultimi

riempie di cocci di vetro i muri di confine

ci sono uomini poveri, e tutto quello che possiedono
ci sta nel palmo di una mano, ci sono uomini più poveri
che sono posseduti dalla ricchezza delle cose

e dalla paura di perderle, perché loro, nelle categorie
dell’umano, si sono già persi e vanno nel buio come morti

*

nata femmina, senti
come cantano le sughere

e cantano le rondini, volano le farfalle
e nei mari soffiano le balene,
si accendono tutte le lucciole
e le antilopi fanno i salti più alti

cosi fioriscono le margherite
e s’accendono nel cielo tutte le stelle

anche l’arcobaleno si vorrebbe femmina

la pioggia profuma il mondo di terra fertile

è festa, il grembo dell’Universo
abbraccia il tempo che viene

accoglie un seme nuovo
d’amore

*

sento i passi del sonno
ma ho ancora parole sospese

c’è un tempo veloce
che riempie le attese

dov’è la tua mano
la strada tracciata
la vita calda, lo sguardo
posato sui segni confusi

il sonno viene, ha forma di te
un’ala imprevista, un volo improbabile
l’impossibile è tutto negli occhi

portami con te

non ho un luogo, stasera,
come se tutte le porte fossero chiuse
senza motivi di apertura

è venuto il freddo
e le mani si perdono tra le tasche
e il cuore, e si perde un sogno a metà
una parola d’amore, e l’amore
delle parole scomposte

portami con te, segnami il verso
disegnami intorno un cerchio soltanto
una grotta di pietra, e lupi ad attendermi
nella porta del sonno, portami con te

quando il silenzio
apre la porta del buio
tutto questo armarsi scompare

resta solo l’amarsi

                         

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Luigi Paraboschi

16 giugno 2019

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Non può il fiume opporsi alla discesa

Non può il fiume opporsi alla discesa
come la voce non può imporsi al labbro
quando diventa muto e non sa dire addio

così saremo noi dopo aver rincorso a vuoto
nell’alveo degli anni l’orma ed il tepore
d’una coperta smarrita nella fatica

di lasciarsi scorrere, e prevarrà la voglia
di rimpiattarsi in qualche ansa
ove giocare solleticando l’erba

ma i fiumi carsici si sotterrano
e fanno perdere le tracce
anche se non sono aridi di acque

si rifiutano di finire in mare
e si perdono nel sottosuolo
quasi a pentirsi d’aver amato il sole,

poi- senza preavviso – riappaiono
più a valle ad irrigare altri terreni
meno sassosi di quelli di montagna.

Così la nostra acqua che prima era neve
s’è intorbidita ed il suo colore
fatto denso, la vita è corsa

dentro due sponde e ciò che resta
dei desideri è melma inoperosa,
fanghiglia ove ogni speranza muore.

 

Il parapioggia non è un bene d’investimento

Di chi la colpa se abbiamo le ali appesantite ?
Solo del tempo. Siamo venuti al mondo
quando – dopo la pioggia- si stendevano
gli ombrelli al sole, ora nessuno lo fa più,
il parapioggia non è un bene d’investimento
e soprattutto non è più di tessuto nero come allora

è un articolo per la pubblicità viaggiante
tutto variegato, niente cotone, solamente sintetico
e lo si può riporre anche se un po’ bagnato.
A chi importa se le stecche mettono la ruggine
proprio come noi abbiamo fatto con i sentimenti ?

E’ all’alba che la luce si infiltra dentro
come se ogni giorno ci togliesse il verde
delle foglie giovani e la stanchezza diventasse
l’unico sostegno per un cammino in cui il corpo
invoca aiuto a orecchie sorde e mani monche

è quando fa la luce che ci si avvia

e si compiono i distacchi.

 

 

La mia terra è l’Esterèl

(dipingere dal vero non è copiare l’oggetto, è realizzare le proprie sensazioni)
Paul Cezanne

M’avvio ogni mattina all’aria aperta
e adagio sulla tela forme e colori
di Provenza, accosto i complementari
verdi e rossi che si cercano, inseguo
i bruni del sottobosco, costringo le forme
dentro la geometria, ma davanti al cavalletto
c’è un pino lacerato da una ferita chiara
che sento dover portare sulla tela,
perché dice di me e del mio isolamento.

Il mio dialogare con la Sainte Victoire
ch’è di fronte non conosce sosta
è laggiù sul fondo, d’un azzurro che spesso
vira al lilla, talvolta calda al sole come
una coperta sulle gambe nelle sere
di Mistral, è il mio autoritratto, e vivo
di fronte a lei la mia sfida di pittore
che s’è inventato una pennellata
fatta di tratteggi verticali lunghi e brevi,

ma il cilindro e la sfera sono le figure
dentro le quali vorrei farla rientrare
pure se essa non possiede nulla di geometria,
sale con pacatezza, ha due leggere gobbe,
nell’insieme è dolce e devo abbigliarla
d’azzurro e rosa per bilanciare il rosso
delle marsigliesi dei tetti sotto ai pini.

E’ questa la mia terra, non ne cerco
altre, provo a narrare la sua serenità
come quando ritraggo la mia donna,
Hortense assisa in trono sulla poltrona,
regina dignitosa senza corona,
avvolta nella luce del pomeriggio, pur se ferita
come il ramo di quel pino, e so di amarla
come amo quel figlio che mi ha donato
per il mio silenzio fatto di scorbuto, ruvido
ma ricco di un assoluto che mi racconta.

 

Museo Morandi

L’ultima luce del giorno che corre
dentro una sera che diventa più notte
è un cenere accenno di spatola
sporcato d’arancio sulla tavolozza
d’un cielo blu talo sfrangiato di luna.

Case orbe come isole disabitate
fiori secchi richiamati dall’Ade,
paesaggi di verdi tristezze
gli umili oggetti e le indefinite
sagome ancora inquietano l’anima
come ogni giorno la luce dell’alba.

Qualche lampada punteggia
la pianura luminosa di pioggia,
fuggitive presenze fluiscono
come pensieri e sensi mai spenti

mi allontano dalla presunzione
d’avere certezze o confini,
domani sarò senza protezioni
ma già ora la mente
annaspa nei gesti consueti
e barcolla nel dubbio.

.

Ancora non è il giorno   (all’amica Silvia Secco)

Ancora non è il giorno, l’acqua che cala
leggera ha il brusio dei bachi da seta
che voraci triturano i gelsi
e le tue ruote s’avviano, ma duole la mente
per l’assillo del sole che ancora non c’è

però hai la fede antica di chi si sveglia
e sposta i massi e s’appresta
a riscoprire il senso dello stare assieme

sei fatta di pazienza e di indulgenza
traballi ma resti in piedi
e dici“ eccomi “ ad ogni inciampo

hai radici fonde e ben piantate
legami di sorellanza tenaci nel quotidiano
affetti rinnovati ad ogni accenno di debolezza.

Sei luce nella tua stanza.

Non temere l’oblio
perché oblivion è più ampio
dell’archiviazione, è desiderio di abbandono
che l’anima trasuda quando è stanca

e scrivere è l’unico modo per dire “ esisto “
davanti alla marea che tutto copre, ma
scivoleranno queste parole sopra
i vetri smerigliati dietro i quali ti proteggi
da questa stagione che ci fa invecchiare
sopra le lontananze e fa
smagato il nostro pensiero perché

è lo spirito che vuole sgusciare fuori
da questo corpo che ci incatena
ad una natura fatta di fango e fiori
carne e nervi, umori di malinconie
e tristezze di tombe aperte.

 

Se mancherà un colore

Non ci sarà la nebbia del mio paese
fuori dai tuoi vetri, forse vedrai
un angolo di spiaggia con una barca
o i vigneti sotto il monte dietro casa
oppure la cava dove cerchi antichi sassi
perché temi di non trovare più la strada

ma se per caso un giorno bagnerai
il pennino con la saliva, come s’usava
ai tempi delle mie primarie, avrai appreso
a fare uso di due parole al posto delle tre
che impieghi ora quando scrivi versi

non scuotere allora oltre i vetri
la polvere del nostro dialogare,sarò
racchiuso dentro quello strofinaccio
e cercherò di tornarti accanto come
ogni volta in cui ti correggo e cerco
d’appassionarti al silenzio scarno

e se anche avrai paura
di smarrirti nel cammino intingi
la tua penna nell’inchiostro rosso e
disegna un arcobaleno con una sola tinta.

La stagione dei monsoni passerà
e le piogge che ti scavano calanchi
sopra il viso si calmeranno, spianerà
la dolcezza del vento la tua bocca,

viva tornerai nel sole, con il piede
sopra selciati stabili, dentro cortili
a fiori, squillanti di blu le tue marine
riposerai dietro cancelli d’ombra
rifugio per i gatti addormentati.

Dirai buongiorno e ciao con lievità
e non ti parrà più di smuovere
una ruota che slittava nella neve,
la tua pena non sarà quella
del chiodo che ha trovato
un muro di cemento e s’è piegato
sotto i colpi del martello.

 

Settembre è…

Ogni anno così : questa luce, miele
sotto un azzurro improbabile,
mi cade nella retina
da quella prima pennellata
buttata giù con ritrosia,

e settembre è gioia per la vista,
si rimette dentro la morbidezza
che l’estate aveva assassinato
pensiero di gratitudine
per la terra che si rivolta ancora
verso il cielo e per il verde
che finalmente puoi rubare
mescolando il giusto blu
con un giallo Napoli un po’ caldo.

Settembre è dolce come il perdono
che ti fa riconciliare con te stesso
intanto che l’occhio assorbe e fa provviste
per la stagione grigia che incalza
l’anima e la farà brinare.

 

Si formerà una pozza

Ho voglia di mettere giù due o tre righe
sopra un foglio di carta da droghiere
e intingo la penna nei colori ad acqua
così quando a novembre pioverà
le mie parole si scioglieranno
sotto le tue palpebre
e si formerà un pozza scura
sopra il tavolo dove siedi per la cena.

Non ti sto scrivendo dai confini del mondo,
da più lontano, dal luogo ove le nuvole
si riposano quando sono stanche,
ed è sempre settembre
con le sue mezze voci che s’allungano
dolci sopra le foglie e fanno diventare rosse
di calda vita anche le tende
che oscillano sulle terrazze delle case.

Domenica silenziosa,
quasi una preghiera, poesia
da recitare sottovoce, giochi di chiaro
che balugina tra i coppi,
macchie d’ombra blu alla Matisse
colpi di luce gettati come per caso
sopra i tronchi del viale

ma c’è gioventù, troppa è la vita
nei sorrisi delle ragazze
che passano rasentando ai muri,
e fiorisce la giornata in quelle risate
in sbieco che scivolano sui bicchieri
e fanno tintinnare i vetri.

( tratte dalla raccolta inedita “ tra due parentesi e un punto interrogativo “)

Biagio Cepollaro

8 giugno 2019

03copAlcentrodell'invernoGiorgio Mascitelli, Il corpo al centro dell’inverno

Con la pubblicazione di “Al centro dell’inverno”  (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2018,) Biagio Cepollaro porta a compimento la trilogia cominciata con Le qualità (2012) e proseguita con La curva del giorno (2014) dal titolo complessivo Il poema delle qualità. Il libro come quelli precedenti è caratterizzato da brevi componimenti, mai sopra i dieci versi, che hanno come soggetto, innanzi tutto in senso grammaticale, il corpo, mentre il riferimento al termine poema sembra richiamare, oltre che la possibilità di una lettura continua come se si trattasse di lasse introdotte dalla stessa anafora, praticata dallo stesso autore in occasione della presentazione milanese, una tradizione della poesia antica come luogo di riflessione critica e conoscenza, già testimoniato dal De requie et natura che titolava la prima trilogia, uscita negli anni Novanta.

Al centro dell’inverno si presenta come il culmine di un percorso di rarefazione e di ricerca dell’essenzialità che attraversa tutta la trilogia e ancora prima l’opera di Cepollaro a cominciare dai Versi nuovi: si tratta di un’istanza stilistica in cui l’invenzione linguistica risiede in meccanismo di descrizione di uno stato del corpo e successivo fulmineo commento sorretto da un lessico colto ma standard usato però con libertà nell’estensione metonimica dell’arco semantico di alcune parole (ad es. la terminologia giuridico-politica nell’ambito della quotidianità: “ il corpo cerca la sua sovranità nel dissipare i confini/ raccolti da ogni notte: qui nella confusione che suscita/ con altro corpo perde importanza ogni nome…” p.37). In questa prospettiva il corpo è un’unità logica minima, il soggetto di un’esperienza che viene liberata da ogni rischio di monumentalità ed esemplarità anche involontarie connessa con l’uso degli istituti della tradizione lirica e dell’io poetico. Questa strategia retorica consente a Cepollaro di approdare a una sorta di inedita osservazione fenomenologica della propria esperienza che risulta ancora dicibile e significante perché non ingabbiata in pregiudizi soggettivistici o ideologici né in orpelli psicologicizzanti.

Del resto in tutta l’opera poetica il problema di Cepollaro, che è al contempo il motore etico della sua ricerca, è quello di trovare una posizione da cui dire l’esperienza senza cadere nelle trappole metafisiche ed estetiche del vecchio io poetico. “Il corpo vivo e distratto non crede di essere eterno/ né collabora chiedendo a rate un prestito alla collettiva/ narrazione: si tiene piuttosto a debita distanza e appare solo/ sol perché si astrae da un mondo di parole fallaci e dall’idiozia” (p.33) sono versi che rendono bene l’operazione poetica in cui la soggettività del poeta diventa semplicemente un nucleo di osservazione dell’esperienza e un tramite per la sua comunicazione con un senso della misura stilistica che è parte essenziale del messaggio. La scelta etica della presa di distanza dalle parole e dalle cose dominanti nella nostra società non è presentata enfaticamente come l’epifania di una sensibilità o di un percorso esemplari, ma come conseguenza logica, alla portata di chiunque, della comprensione di un certo stato di cose.

Motivo specifico di questa raccolta è l’intrecciarsi dell’esperienza individuale con la storia e con la crisi attuale della società, non è un caso che il prologo della raccolta abbia come titolo Dal collasso alla storia e l’ultima sezione sia Ai margini della speranza d’occidente. In realtà la dimensione politica e civile resta, sotto traccia, uno degli elementi fondanti del paesaggio poetico in tutta l’opera di Cepollaro, ma è vero che è dai tempi di Fabrica, pubblicata nel 2002 con testi peraltro risalenti alla metà degli anni novanta, che essa non occupava una posizione così esplicita nella struttura dei libri. Qui addirittura viene citato esplicitamente il Guittone d’Arezzo della canzone ahi lasso, ora è stagion di doler tanto: “il corpo condivide una pace inquieta: il regime del sopruso/ diventa legge e per quanto si possa vivere a una conquistata/ distanza resta comunque un filo di nausea che attraversa i giorni/ anche quelli più illuminati da fervida primavera: è questa/ che si apre oggi per noi la vera stagion di doler tanto” (p.101). Se dunque il giudizio etico e la consapevolezza politica sulla stagione sono assolutamente chiare, la realtà evocata non viene ‘denunciata’ né criticata secondo categorie ideologiche, che pure Cepollaro padroneggia, ma diventa una delle dimensioni in cui si elabora l’esperienza del corpo. La pace inquieta in questi giorni di doler tanto è il modo concreto in cui si riflette nella quotidianità l’esperienza storica. La condizione verosimilmente finale ai margini della speranza d’occidente viene evocata senza alcuna ridondanza espressiva e senza alcuna concessione allo stile apocalittico e addita il non detto collettivo, questa volta però nominato e qualificato, con il quale la nostra coscienza infelice non vuole fare i conti. E tra i meriti di quest’opera non mi sembra certo l’ultimo.

Alfabeta2, 8 luglio 2018

https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/biagio-cepollaro-il-corpo-al-centro-dellinverno/

Da Al centro dell’inverno, L’arcolaio, Forlì, 2018

1.
il corpo ad un certo punto lascerà la presa e il suo tocco
non modificherà più neanche di quel poco l’andamento
scuro delle cose che gli scorrono più prossime.
di vicinanza ha fatto campo da lavoro e ogni giorno
ha trafficato di semina e raccolto di parola detta
e di ascolto. niente si è atteso mentre dicendo è stato

2.
il corpo non sa se o da dove si avvisterà
il primo tratto della speranza: l’Occidente
avvitato su se stesso inizia la sua implosione
dividendosi all’interno. la forma che nel tempo
si è data per lo scambio ha portato l’intera
specie all’estinzione. ma invece di frenare
sull’orlo del precipizio sembra accelerare

3.
il corpo ora sa che in suo potere vi è solo
la parola da formulare: nella sua bocca
prende forma rotonda un concentrato di pensiero
e passione l’uno nell’altra fusi
in una posizione. il dire è significare il mondo
non descriverlo né raccontarlo: che il senso
si dice e si misura nell’ascolto di chi resta

4.
il corpo ha posto i confini della sua solitudine
sciolto il dramma ne ha fatto misura di respiro
ora il senso di volta in volta scaturisce
da un incontro anche mancato: gli altri
si danno da fare per farsi notare e si dannano
per farsi ricordare. il non essere si sfalda ogni giorno
nell’andare e nel venire finché dritti o curvi si muore

5.
il corpo nell’afa fatica a respirare: l’aria mossa
dai ventilatori è solo aria che si sposta. resta
la stessa la condizione come quella d’Occidente
preso dalla favola della “crescita” senza fine
e senza senso e dal controllo di massa sul dissenso

6.
il corpo ai margini del crollo d’Occidente desidera
mettere in salvo i manufatti di parole da cui un giorno
forse l’umanità potrà ripartire. così fu per l’antico
Medio Evo così è per questo nuovo: in salvo le parole
ancora potranno risuonare alla fine della prossima notte

7.
il corpo ai margini della speranza d’Occidente si chiede
come accade che d’improvviso la folla dei corpi sottomessi
possano ribellarsi e riscattare le attuali vittime della forza
come si diffonde il virus benefico che renda intollerabile
il comando spingendo corpi inerti a prodigiosi moti

8.
il corpo ora vede come tutte le espressioni che scorrono
sugli schermi si mescolano con bocche eguali
anche se diversi sono i palati e diversi i denti: nessuno
vieta di parlare anzi a tutti l’incoraggiamento a dire
è il modo questo per sgretolare l’Occidente che s’infutura
in uno stagno sempre presente da cui non si può uscire

9.
il corpo sa che le sue felicità sono possibili solo
all’interno dell’Occidente dato ma al suo crollo
non si fa debole la bellezza del mattino e il mare
risuona come all’inizio il suo canto: è per coloro
che verranno la pena e per ciò che vi troveranno

10.
il corpo tra speranza e crollo d’Occidente si estenua nel suo piacere
il tempo senza storia è diventato pura tensione e intensità dell’ora
amicizia e amore fanno corona all’impegno di ogni giorno
a dire nelle forme più varie ciò che sembra vero. un ricordo di noi
forse costruiamo: di corpi all’opera nel fare la dignità dell’insieme

11.
il corpo ai margini del crollo destina le sue parole
al sogno del futuro: ora si tratta solo di proteggere
la trasmissione. di bocca in bocca il sapere torna
ad essere orale e ciò che è vero è un modo di fare

12.
il corpo ha fatto del dire il sogno del suo ritmo: il nero
sullo sfondo e intorno da sempre ha richiesto un raggio
di piacere e presenza un antidoto buono a fare di poco
un mondo: la forma dell’arte è niente senza questo
discernimento: la lotta sulla terra è fare del giorno cielo

NOTA
I testi poetici sono tratti dalla sezione conclusiva di Al centro dell’inverno, dal titolo Ai margini della speranza d’Occidente
Al centro dell’inverno conclude la trilogia iniziata con Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012 e La curva del giorno, L’arcolaio, Forlì, 2014 .

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, è poeta, critico letterario e artista visivo. Tra i protagonisti della ricerca poetica già dagli anni ’80 e ’90, negli anni zero è stato tra i primi a diffondere la poesia in rete. E’ direttore della terza serie della rivista Altri Termini tra il 1985 e il 1988 e co-fondatore della rivista Baldus (1990-1996) e del Gruppo 93.
Esordisce nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum Edizioni, Forlì) a cui fa seguito una prima trilogia: Scribeide, (Piero Manni ed., Lecce, 1993), con prefazione di Romano Luperini; Luna persciente (Carlo Mancosu Ed., Roma, 1993, su indicazione di Amelia Rosselli) prefato da Guido Guglielmi; e Fabrica (Zona editrice, Genova, 2002) con prefazione di Giuliano Mesa.
Tra il 1993 e il 1997 scrive, stimolato da Nanni Balestrini, La Notte dei botti, un romanzo che resterà on line fino all’edizione cartacea del 2018 realizzata da Miraggi edizioni, Torino.
“La poetica di Biagio Cepollaro affonda le radici nelle esperienze post-avanguardistiche degli anni Ottanta. Già le prime raccolte, improntate al materialismo e all’espressionismo, risentono dei contatti dell’autore con le più ardite sperimentazioni visive, sonore e verbali. Assieme ai sodali della rivista Baldus, Cepollaro si immerge appieno nell’esperienza del Gruppo 93 apportando il proprio contributo tecnico e critico, che può riassumersi nei concetti di montaggio, citazionismo e pastiche idiolettico. La lingua della trilogia De requie et natura – conclusasi verso la metà degli anni Novanta − subisce una profonda torsione tesa a rivendicare il potere critico della parola nel magma dell’appiattimento di marca postmodernista. Ma a partire da Versi nuovi − scritti sul finire del secolo scorso − e ad arrivare alla recente trilogia del Poema delle qualità, l’autore napoletano riduce il tasso di figuralità dei suoi versi e insegue un grado zero finalizzato a reclamare la priorità di un’esistenza immediata, terrena e immanente, che risente del pensiero buddista, forse ultimo baluardo alla massificazione dei consumi e dell’ideologia capitalistica.” (Angelo Petrella, Il corpo della poesia. Sperimentazione e immanenza nella poesia di Biagio Cepollaro, il Verri, n.64, 2017)
Negli anni della prima trilogia partecipa a molti readings internazionali: Milanopoesia (dall’edizione del 1989 a quella del 1992); Ginevra (Festival internazionale di poesia sonora, 1990); New-York (Disappearing pheasant, 1991); Marsiglia (Poesie Italienne, 1992); Parigi (Istituto italiana di cultura, 1993 e 1995); Los Angeles (Department of Italian, UCLA, 1994); Barcellona (Poliphonix, 1997); Palma de Majorca, (II Festival de poesia de la Mediterrania, 2000).
Con la pubblicazione di Versi nuovi (Oedipus ed., Salerno-Roma, 2004) e di Lavoro da fare (e-book 2006, dal 2017 cartaceo per i tipi di Dot-com Press, Milano) si apre una nuova fase poetica che apre agli anni della seconda trilogia: Le qualità (La camera verde, Roma, 2012); La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì, 2014) e Al centro dell’inverno (L’arcolaio, Forlì, 2018). Contemporaneamente alla stesura di questa seconda trilogia, dal titolo Il poema delle qualità, si dedica alla costruzione pionieristica di edizioni digitali di poesia rendendo disponibili on line ristampe di libri introvabili, di autori come Giulia Niccolai e Luigi Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli.
I suoi testi sono inclusi in molte antologie italiane e tradotti in molte lingue: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta, Newton-Compton, 1989; I° Quaderno d’Invarianti, a cura di Giorgio Patrizi, Antonio Pellicani editore,1989; Di poesia nuova ’89, Proposte cinque, Piero Manni editore,1990; Gruppo 93, Le tendenze attuali della poesia e della narrativa, Piero Manni editore, 1993; 63/93 Trent’anni di ricerca letteraria, Elytra Edizioni, 1993; Poesia e realtà, a cura di Giancarlo Majorino, Tropea, 2000; Akusma, forme della poesia contemporanea, Metauro edizioni,2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008; Gruppo 93, L’antologia poetica, a cura di Angelo Petrella, Zona editore, 2010;The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun&Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijô no utagoe – Il coro temporaneo, a cura di Andrea Raos, traduzione di Andrea Raos e Tarô Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di Andrea Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004; Chicago Review, n.56, New italian writing,2011; Inverse 2014-2015. Italian Poets in Translation, John Cabot University Press, 2015.
Negli anni della seconda trilogia si impegna sempre più nelle arti visive associando ad opere di pittura delle pubblicazioni di versi con allestimento di varie mostre. Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, Roma,2008 raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008; Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009); Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009: si tratta di 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra all’ Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010; La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010.
Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo.
Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano; Mentre il pianeta ruota, mostra a cura di Fausto Pagliano, Laboratorio Primo aprile, Milano 2013. Del 2014 è la mostra Le tre vie, Voyelles e Visions, a Torino e del 2015 Una certa idea di verde a Movimento aperto a Napoli. Nel 2017 dedica alla memoria di Giuliano Mesa la mostra “Piccola fabrica”, presso la Libreria popolare di via Tadino a Milano. Del 2019 è la mostra Variazioni dell’aria, Key Gallery, Milano con una nota di Dorino Iemmi.
Dal 2003 aggiorna il suo sito http://www.cepollaro.it che funge da archivio sia per la sua opera sia per i lavori di altri poeti. Della stessa data è il blog di poesia Poesia da fare http://www.poesiadafare.wordpress.com che ha dato vita ai relativi Quaderni e alla rivista di critica letteraria, dal titolo Per una critica futura (2006-2010).
Dedicato all’arte dal 2008 è il blog http://cepollaroarte.wordpress.com

altro dell’Autore qui

Anna Maria Curci

1 giugno 2019

AMC_Morlupo2018

Opera incerta è il titolo della mia raccolta inedita che raccoglie testi scritti nell’arco di diversi anni, fino a quello in corso, il 2019. Il nome, come già accadde per la prima raccolta da me pubblicata, Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), coincide con un termine usato nell’architettura. Qui si fa riferimento all’opus incertum, di cui Vitruvio scrisse: «Le pietre dell’opus incertum, invece, poggiano l’una sopra l’altra ad embrice, formano muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum» (Vitruvio, De architectura, Trad. di G. Florian, 1978). L’ opus incertum si caratterizza per il suo mettere insieme elementi diseguali. Le pietre dell’opera incerta non sono pre-tagliate e predisposte per l’assemblaggio.

Mettere insieme le diversità in vista di un’opera comune: una sfida quanto mai attuale e mai come oggi condannata all’inattualità, messa nell’angolo e sfiancata dalla brutalità, dall’oblio e dalla menzogna, triade elevata a esercizio del potere.

Sull’oggi brutale e dimentico si affaccia l’aggettivo “incerto” con l’interrogazione permanente posta dalla poesia. Esemplare guida è in tal senso il componimento di Marie Luise Kaschnitz È ancora incerto: «Se, in più, non ci toccherà imparare il linguaggio di chi bussa da cella a cella,/ spiare il prossimo, essere spiati dal prossimo, e dover piangere alla parola/ libertà. Se ce ne andremo di soppiatto in tempo su un letto bianco o/ periremo per l’attacco nucleare centuplicato, se ce la faremo a/ morire con una speranza, è ancora incerto, è ancora incerto.»

Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum?

Anna Maria Curci, 30 maggio 2019

 

 

 Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.

 

Avvistamenti

In bilico su toni e fenditure,
cerca il prodigio il varco quotidiano
senza i sipari i tuoni e le tribune.

Tu prova a decifrare
linee forme colori.
Della sciarada resta
l’anelito, l’attesa.

 

Jeanne, Johanna, Giovanna

“Par mon Martin!” soffiava
– era fuoco o bivacco? –
sugli altri copricapo la pulzella.

Dal pascolo al patibolo è un salto,
dietro le tende cifra la menzogna
e batte i denti.

“Ne avessimo da noi!”»
mormorava il nemico.

Di sante folli,
di candide sgobbone da incendiare?

C’è via di scampo dal fumo perenne
o resta il bivio di falso autorizzato
e prosa da scudieri?


8 settembre 1943

Mi hai raccontato tante volte, madre,
del giorno e delle corse
dalla casa al rifugio,
al tuo paese, tra i monti,
era già freddo.
Non avevi prescienza e nel tuo cuore
di ragazza, che serbi,
chissà cosa balzava col terrore.
Per questo oggi ti chiedo
e risposta m’è dono
il cuore del pensiero

e nel secondo idioma
che ho imparato da te
lo chiamo donna, “pensée”.

 

2 agosto 2015

E oggi e sempre ero lì, nello spazio abolito
di fronte all’orologio, all’ora fissa,
domenica d’agosto, ma era sabato
allora, nel millenovecentottanta.
La sera, gola polvere macerie,
non ho detto a mio zio, sì, il ferroviere:
ricordo la paura e gli anni, trentacinque.
Viaggiavi al tempo lungo quel percorso
e mi portavi i rotocalchi sparsi
dai turisti tedeschi sui sedili.
Non gli ho detto: l’angoscia
per te, per gli altri, mi è compagna
(“tu non conosci il sud” mi nutrì
e il dannato ritegno all’espansione).

 

Traducendo Rose Ausländer

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada
tendo l’orecchio al canto

 

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.


Il canto di Ischitella

Nella sera che lenta
scendeva i gradini
netta di note
carica di sorte
modulò la voce.

E fu canto
e fu romanza.

Prodigio capovolta tatto udito.
Pareti bianche incavate di grigio.
Liscio di luce si inchinò agli scuri.

Riso d’amore non è mai peccato.

 

 

altro qui

il suo blog http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it/

 

Luciana Riommi

21 maggio 2019
Parete finestra
                  
         
                                           
ho amato nei miei giorni

a voler dire ancora questa è casa
dovrei ritrovare il mio cartone
le prospettive, gli angoli, il colore
e ricordare quanta libertà
di non avere niente
quanta povertà
ho amato nei miei giorni.
                                         
                           

non passa niente da fessure d’ombra
per quante parole presti alla mimesi
la cosa che, manco a dirlo, sembra un’emozione
e chissà cos’è dal vero.
in ogni modo, sempre di storie piccole si tratta,
che se ne parla a fare?
minime storie insoddisfatte
e tutti senza pace
pronti a sgranare inutilmente gli occhi:
vedi? non vedi?
vado? e dove andare?
cosa inventare?
se neanche sai cos’è che si dovrebbe soddisfare.
e tutti gli anni di abbandono,
quelli serviti a te
nel tempo personale
per far cadere un’ultima illusione
tra gli artifici dell’animazione.

ma il cancro di che colore è, visto dal vero?
ci pensavo ieri
mentre ancora trattavo il prezzo di una rosa, rossa, dal fioraio.

 

ricordami

ricordami, se tu te lo ricordi,
com’è guardarsi in faccia
perché non s’indovina mai che cosa c’è
dentro uno sguardo chiuso,
se l’anima o una voglia
o la brutalità – fatti non foste, dice –
ma l’alibi è poesia.

 

quanto al mio nome

ho assunto una posizione di ripiego
per riascoltare ancora le domande
non archiviate
ma ignorate a caldo
e sento scricchiolare alle giunture
voci d’anonimo
senza destinatario
tra fogli malamente accartocciati.
quanto al mio nome,
so che è ancora qui, tra ortica e vento

 

de gustibus

c’era musica di fondo e parole come didascalia
era bellissima quella scenografia.
e pensare che mancava così poco, e bastava
non si rimescolassero i colori
con l’arbitrio della casualità.
parlo di estetica per dire
di gusti non graditi alla mia percezione.
de gustibus,
così la delusione.

 

lumen

devi solo calcolare quanti lumen serviranno
a farla germogliare
qui – dov’è luce scura.
e non dire è artificiale,
la luce è sempre luce
qualunque sia il suo sole.

 

Assonometria

(fotografie ed elaborazioni di Luciana Riommi)

 

altro qui

Stefano Guglielmin

4 maggio 2019

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Uscirà probabilmente a giugno, presso l’editrice Aracne, La lingua visitata dalla neve. Scrivere poesia oggi, di Stefano Guglielmin. Il volume consta di 456 pagine. Riportiamo qui l’Introduzione.

Ripercorrere la storia della poesia lineare dell’ultimo secolo, cercando gli snodi che hanno traghettato la lirica simbolista sino ad oggi, consentendole di coabitare il contemporaneo con la lirica non simbolista, ma anche con gli stili prosaici e gli sperimentalismi asintattici: è questo uno degli obiettivi che caratterizza questo saggio, che si divide in due parti. La prima fa il punto su alcune questioni fondanti: la deriva del soggetto, le insidie dell’inconscio e dell’ideologia nell’atto creativo, l’importanza della tecnica e dell’uso di alcune figure retoriche, in particolare il simbolo e l’allegoria, centrali nel dibattito italiano almeno a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso.

La seconda parte entra nel vivo della scrittura, analizzando le condizioni di praticabilità degli stili individuati nella prima parte, la quale non è dunque una semplice introduzione, bensì il serbatoio da cui la seconda parte attinge per approfondire gli elementi decisivi della scrittura contemporanea. In essa, sono studiati un gran numero di autori novecenteschi e contemporanei, non con l’intenzione di costruire un canone, anche se questo è arrivato di rimessa, come inevitabile conseguenza di una selezione, ma di cercare le forme dell’odierna poesia italiana, quelle soluzioni stilistiche e tematiche in grado di legittimare l’esistenza del poetico, laddove esso sembrerebbe oramai inutile a dare un contributo costruttivo alle umane sorti, anche se non necessariamente progressive, di una civiltà sempre meno capace di comunicazione autentica.
Non si creda che l’argomento dia un esito scontato: leggere la storia della poesia italiana moderna, cercando di verificarne le costanti e le variabili stilistiche, in relazione alle questioni fondanti può riservare interessanti sorprese, come quella che il prosaico non sia affatto l’inevitabile approdo del lirico, ma piuttosto che l’uno e l’altro siano sempre in un dialogo, in cui tecnica, creatività, poetica e orizzonte storico-linguistico risultano decisivi; per non dire della varietà dei modi in cui il lirico e il prosaico si presentano entro un mondo che è diventato una grande discarica, anche culturale, e in relazione al fatto che il poeta vive sempre più un’esistenza piccolo-borghese, povera di novità illuminanti.
Questo lavoro porta con sé quarant’anni di riflessioni e letture, di confronti diretti con poeti e critici, nella convinzione che la scrittura, non soltanto poetica, sia un organo di un corpo collettivo e impersonale, trans-epocale, il più adatto a dare un senso al divenire, corpo che rimane tuttavia plurale e inappropriabile, apertura che nessuna singola voce può perimetrare né attraversare in via definitiva.

 

Enea Roversi

27 aprile 2019

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Da Eclissi di luna (poesie 1981-1986), La Scuola di Pitagora, 2011:

Eclissi di luna

Giostra obliqua in un raggio di sole
scoppio di ginestre tra le siepi
il tuono è una similitudine
nel sogno della riconciliazione.
Infranto lo specchio dell’essere:
circo in piazza e bandiere al vento.
La Santa Inquisizione morde alle spalle
e l’ombra rugosa avanza lenta
carro cigolante sul binario arroventato.
Inventami un sogno pagano:
un’eclissi di luna torbida
per cavalcare la notte.

* * *
Dalla raccolta Asfissia, pubblicata nel volume Contatti, Edizioni Smasher, 2011:

passeggiata sui colli

quattro biciclette nella nebbia
lingue di fango e foglie
le vedo scendere
penetrare nel sentiero
come scroscio d’acqua
da qui i nostri passi lenti
ora più veloci poi assenti
la tua voce che mi parla
dolce all’orecchio
annuisco rispondo ti dico
cose pensate e malferme
cammino insieme a te
penso alle mie sconfitte
ma ti sorrido sincero
pietas e insana allegria
rimorso e rettitudine
cara, ora lo vedi?
la città è ai nostri piedi.

* * *

eppure

eppure mi ritrovo
spossato e muto
in terre di crisalidi
ignorando il volo
la tempesta di luce
lo schianto azzurro
cado sulla pietra
mi rialzo incolume
colmo di piaghe
poi a stento riparto
invocando le stelle
differite ferite
colano in tumulto
riabbraccio il mondo
sulla rampa di lancio
consapevole ora
di non andare lontano.

* * *
Dalla raccolta Incroci obbligati, di prossima pubblicazione:

Incroci obbligati

Incroci obbligati le nostre strade
caselle bianche e caselle nere
e tutto quel peso da sopportare
le definizioni                         così
assurde
e il significato delle cose poi
quello che non sappiamo
che non sapremo mai
le poesie con [le parentesi quadre]
e i punti di sospensione

come i fili a cui siamo appesi
le corde che ci tengono sospesi
la danza nell’aria
il bianco e il nero
delle strisce pedonali
dall’alto
le parole attutite (suoni)
ferro e nuvole
dov’era la rotaia
ora c’è la fibra ottica
il semaforo si accende
obbligo di svolta a destra
eccole                        le nostre strade
           ecco gli incroci
annerire e compensare il tutto
con un tocco di falsa intelligenza.

* * *

Essere e avere

Non c’è nessuna differenza tra l’essere
e l’avere neppure in prospettiva
riconduciamo l’origine al pensiero
ora qui e senza scusa alcuna
un’analisi logica spettrale dell’anima
guardarsi allo specchio
e fare riflessioni sul proprio io
il censimento dei desideri
la rivalutazione del nulla assoluto
essere chi per diventare che cosa
riappropriazione del possesso
avere che cosa per essere chi
ricondurre ciò che si vuole
a tutto ciò che non si potrà mai essere
per poi determinare con certezza
la fine di ogni differenza.

“Roversi predilige il soffio all’urlo, la levità alla pesantezza. E procede per giustapposizioni di concetti che abbracciano diversi ordini, sia simbolici che reali. L’andamento del flusso poetico, sempre collegato all’ordine del discorso, spesso rischia la descrittività, ma questo procedimento non è rivolto alla semplice «riproduzione» della realtà; si tratta di un dispositivo che produce la «denuncia» della realtà. Lo faceva nel 2011 quando si dichiarava «incivile» e continua a farlo nel presente, in quest’immanenza abbrutita, denunciando le obbligazioni che precludono il transito. In poche parole Roversi si sente «obbligato» a denunciare una realtà che prevarica la singolarità in nome di un presunto bene collettivo.”
(Da La reiterazione delle obbligazioni di Enzo Campi, postfazione alla raccolta Incroci obbligati)

* * *

Dalla raccolta inedita Coleoptera:

cronaca e letteratura

non è letteratura non serve è cronaca
il manifesto strappato gronda sangue
si staccano dalle pareti le frasi
non ci manca la rabbia, ci fa difetto
la ragione è un periodo di transizione
di grovigli inesplicabili e rozzi non c’è
trasumanazione né organizzazione
un’epoca di subcultura e gastrite
dove le navi annaspano alla fonda
descriviamo la cronaca allora con
dovizia di particolari lasciamo la
letteratura al conformismo degli
esteti sia fatta per sempre la
volontà dello stomaco

* * *
ladri di biciclette

come fossimo rimasti immobili, di spalle
dentro un’immagine in bianco e nero
folla di gente muta che non muta
cambiato soltanto l’abbigliamento senza più
quei vestiti sformati e polverosi da neorealismo
ladri di biciclette del terzo millennio
con la forza e la disperazione un
lacerante soffocato grido un
misero slabbrato sogno la
lacrima cristallizzata sul conto finale
la dignità del lavoro (come no)
tutto ha un prezzo anche l’essere
umano       è questo il conto da pagare

‘La qualità precipua della raccolta Coleoptera di Enea Roversi è la sua compattezza, tanto tematica quanto formale. La metamorfosi dell’uomo in insetto (e forse viceversa) è un topos della nostra modernità occidentale, dall’archetipo della “Metamorfosi” di Kafka fino alle mirabolanti distopie dell’Uomo Ragno dei fumetti Marvel (e delle relative versioni cinematografiche): un topos della sfida e dell’orrore che s’impadroniscono dell’umano quando entra in contatto con l’alterità radicale rappresentata dalla forma animale più aliena e straniante. Giunto a una fase di piena maturità dei suoi mezzi espressivi, il poeta bolognese Enea Roversi, anima sperimentale e felicemente creativa dell’attivissimo gruppo di “Versante Ripido”, affronta questa ardua scommessa e alla fine la vince.”
(dalla nota critica di Alberto Bertoni su Coleoptera per il Premio Renato Giorgi 2018)

 

 

Enea Roversi è nato a Bologna, dove vive. Si occupa di poesia da molti anni, collaborando con diverse realtà. Più volte premiato e segnalato in numerosi concorsi, è stato pubblicato su riviste, antologie e blog letterari e ha partecipato a diverse letture e rassegne poetiche. Nel 2011 ha pubblicato la silloge Eclissi di luna (Poesie 1981-1986), in versione e-book nella collana Nuovi Echi per la casa editrice La Scuola di Pitagora e la silloge Asfissia nel volume Contatti per la casa editrice Edizioni Smasher. Di prossima pubblicazione la raccolta Incroci obbligati che comprende diverse sillogi scritte nell’arco degli ultimi vent’anni. Fa parte dello staff organizzativo del festival Bologna in Lettere e della redazione della fanzine online Versante Ripido. Si occupa anche di arti figurative (collage e tecnica mista). Gestisce il blog Tragico Alverman e il sito www.enearoversi.it

https://www.enearoversi.it/
https://tragicoalverman.wordpress.com/

a presto

19 aprile 2019

buona pasqua

Francesca Del Moro

11 aprile 2019

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Martirio e poesia: testimonianza, astuzia, scandalo, interrogazione inesausta, ferita aperta, prodigio d’amore. No, non è una mescolanza casuale di concetti contrastanti, fumo negli occhi per stemperare, annullandolo, il paradosso, per distogliere dalla temerarietà del filo rosso prescelto, dal momento che il martirio è divenuto a sua volta categoria abusata e martoriata. Niente di tutto questo, bensì, in una sequenza in cui ogni elemento è intimamente collegato all’altro, un insieme di nodi e gangli, un universo di costellazioni di significato che brillano e illuminano, si illuminano vicendevolmente e schiudono alla vista possibili sentieri interpretativi.
Costellazioni, tutte, che si sono animate, nelle successive riscritture, di cui sono stata felice testimone, dell’opera di Francesca Del Moro, dalla stesura iniziale fino alla versione che si presenta qui a chi legge. Il percorso tra i termini enunciati in apertura sarà dunque una breve
ricostruzione del divenire di un’opera e, insieme, un tributo alla parola poetica che ne è scaturita. L’itinerario comincia dunque con ‘testimonianza’, termine che intendo accostare al greco martyrion, al suo equivalente in una lingua che, proprio alle origini della Chiesa cristiana, comincia a diffondere con un’intensità non conosciuta prima questa parola e a conferirle una connotazione particolare, vale a dire “testimonianza di fede con il sacrificio di sé, con il proprio sangue”

Nella raccolta La statura della palma sono tredici martiri dei primi secoli del cristianesimo a dare testimonianza, attraverso il loro canto, non solo di una fede vissuta con estrema consapevolezza, ma anche di una morte cruenta, frutto di uno scontro – l’amore e la “sete insondabile e perenne” di assoluto avvertiti come emancipazione totale dalla schiavitù da un lato, la repressione violenta del potere dai tratti esplicitamente patriarcali dall’altro – affrontato, da parte delle «tredici donne bellissime e dallo sguardo fiero» che narrano il loro martirio, con una capacità argomentativa non comune.
[…]

(dalla Prefazione di Anna Maria Curci)

 

FELICITA

Io sono l’assenza.
Sono la mancanza, il vuoto, il volto
per scherzo disegnato dalle ombre della notte.
Per scherzo, per celia verso il suo bisogno.
Il buco in cui precipita nel sogno.
La mano che non la coprirà
per proteggerla dal freddo. Sono
le braccia che si sciolgono, il diniego.

Rimango accanto a lei, così.

E la tengo qui con me, nel cielo
che rigonfia di spavento, nella terra
fecondata dalla mattanza.
Il suo pianto si dilata, ingrossa
sulle bocche che chiamano la morte
nelle fauci delle fiere, della vacca scalmanata.

Quanto è grande, Signore
il dono che mi hai dato e che ti rendo.

Appena in tempo per morire insieme ai tuoi
ho mosso un passo troppo breve
dal sangue di puerpera al battesimo di sangue
dall’ostetrica al reziario.

Ho un cerchio di braccia a contenere
le gambe disabituate al passo lieve.
Sono un frutto morbido, sgranato.
Un giorno lei saprà che non ho pianto.

Il sole a occidente annega nel suo sangue
presto anche il nostro scenderà.

Nell’ora in cui si mette il punto, nell’ora cupa della fine
offro i seni fiorenti ai morsi delle belve.
Ma a spezzarmi è un dolore più forte.
Perché io muoio a lei e lei mi muore.

Il corpo arretra in sé, da sé si esclude
data una figlia, nel dies natalis io mi do alla luce.

Ma quanto è grande, Signore, questa rinuncia all’amore.

Cado e Perpetua mi solleva, non trema il suo viso d’acciaio.
Si è ricomposta la veste, ha raccolto i capelli col fermaglio.
Dice in silenzio: “Non sarai femmina schiava del grembo
ricorda Abramo pronto al sacrificio

pensa a Medea forte nella vendetta.
Ama Dio più di lei, amalo fortissimamente”.

Dalla ferita aperta, ora mi genero alle tue mani
alle tue mani imbrattate delle nostre carni
le mani impregnate di tutti i nuovi nati.

Scende la quiete, il pianto tace.
La morte a me verrà più dolce di ogni dolcezza di madre.

                          

LUCIA

Se anche mi strappassi gli occhi
Signore
per mandarli come biscotti
su un vassoio d’argento al mio aguzzino
oppure offrirglieli come margherite
se come lunghe lacrime li spremessi fuori
se li svitassi come lampade a rischiarargli la notte
ti leggerei con le dita l’alfabeto delle ferite.

Rinuncerei allo sguardo
innamorante, dove brilla
lo Spirito che fatto stella
ornò il capo di madre
le sciolse il gelo nel grembo
e nel mio nome pronunciò
la luminosa promessa.

Di luce avvolsi Siracusa
venuta al mondo, e la Sicilia tutta.

Chi non riesce a contrastare
la mia eloquenza e lo sguardo
oggi mi manda al lupanare.

A nulla valgono però
mille servi a trainarmi
né funi ai piedi e alle mani
né cento carri di buoi.
Rimango salda come acciaio
e come acciaio esco temprata
dalla pece infuocata.

La folla invoca la spada.

Ora s’invera in te la vista.
Ti leggo tutti i nostri nomi
a uno a uno sulle labbra.

“Perché col mio sangue, Padre
chiami altro sangue innocente?
Perché togli memoria alla tua Chiesa
che farà martiri come queste?

Perché questo squartare incrinare sventrare
questo guastare spezzare ardere ammaccare
questo strozzare soffocare spezzettare eccetera?

Non ti fanno spavento questi morti a tua immagine?
Dimmi, padre, tutto questo a che vale?”

Parli con la stessa voce
che nell’orto del Getsemani
s’impigliava tra le foglie.

Come allora ovunque sale
il respiro formidabile del padre
del padre che tace.

Ma per me è già troppo tardi.

Non posso più rinunciare, non è tempo
per questo genere di ripensamenti.

Così cadranno insieme al capo
i miei occhi lucenti.

 

 

 

Trovo molto interessante la scelta dell’Autrice di far confluire in poesia fede, nonfede, filosofia, nel riscatto della sofferenza femminile che è un tacito urlo, una sfida al divino che non conosce vero amore.
O
pera originale e proteiforme.
Illuminante la notevole sintesi di pagina 31.

cb

Nives Corbati

19 marzo 2019

cover Nives Corbati

 

 

 

 

 

Capita di leggere cose scritte da autori sconosciuti e di restarne piacevolmente coinvolti.
Questo vuol dire che la poesia attrae ed è appannaggio di tutti.
Qui ci affacciamo su panorami variegati, accogliamo altre menti, ne condividiamo il pensiero poetico, animiamo discussioni se occorre, ci viene offerto comunque un diverso modo di esprimere l’umano sentire e lo spirito che lo anima. 
Possiamo percorrere sentieri lontani da strade maestre, nel paesaggio che muta di continuo, tuttavia, come in ogni viaggio, qualcosa o qualcuno ci arricchisce, qualcosa o qualcuno ci abbandona, qualcosa o qualcuno ci affianca.

 

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Libri in sosta protratta

Leggere qualche rigo e chiudere
il tempo ha diradato il battere
l’orologio sul muro quasi tace
amarli tutti
con i rimandi ragionevoli
con le futilità segnate ai bordi
compresi i tratti di chi sviene
per un profumo di giacinto pallido.
Dirne di cose ma la mostra
dei mercatini stanca, ci si avvia
per altri infioramenti:
alcuni sanno di periferia distratta
anche di dislessia
fotografie di gruppo
riguardarle e promettersi
di far tesoro dell’insonnia
lasciare acceso il lume in capo al letto.
Letto.

 

Giornate
di sconfitte
quando si cavalcavano dolori
ed un vestito stropicciato
era un ripiego per non stare nudi.
I numeri ferivano
ma non un grido mentre si cadeva
il tonfo lontanissimo
mentre gli dei dormivano.
Nottate
di raccolte
sogni da scribacchino
intermittenze tra le dita e il cielo

 

Piove

Gocce pronunciate sui vetri
immaginarie carte prive di senso
calcoli e detriti
ore pesanti
senza un ombrello andare sotto l’acqua
fare incetta delle cose migliori
le peggiori lasciarle sulla strada.
Meglio restare
immobili al cadere della pioggia
mentre si aspetta un varco per fuggire
verso benigni lidi.

 

Vuoto

bolle d’inedia
sarebbe cosa utile
ribaltare coperchi di silenzio
apparecchiare spiagge di frammenti
polvere di conchiglie
velette paravolti
il pensiero ha la sua stilla di sangue
cerebri ictus
rosa purpurea_mente invasa
ritarderai di qualche passo
mai
troverai spinevirgole efficaci
punti salienti e
da un’estensione acustica
onde sonore libere
dalla gabbia toracica.

 

Tanto per dire

C’era una sottrazione di candore
per leggere la fronte sottintesa
un arco di trionfo il sopracciglio
sovrastava lo sguardo.
Chi se ne andò
sapeva come perdere la strada
perché nel non ritorno
solo nel non ritorno sconfiggeva
disordini del tempo:
due cuori gli battevano nel petto
uno per dire t’amo
l’altro per dire vattene lontano
e l’uno e l’altro a chiudere le braccia.
Parole bianche di sapore e lievi
sapevano di zucchero e misteri
proferivano frasi di cannella
che a trattenerle in bocca si poteva
assaporare il sole.
Perché scrivere versi?
perché tanto pensiero
se basterà morire per rendersi immortali?

Daniela Raimondi

11 marzo 2019

MARIA DI NAZARETH

“Farò quello che posso
e più di me, come tutte le altre sulla terra”
M.G.Calandrone

 

i.                    Promessa di matrimonio

Era un tempo di doni,
di uccelli turchesi e polline d’oro.
Il mio corpo cambiava.
Sulla pelle brillava il sudore,
nuove fragranze di vento e d’avena.
Nata femmina,
moltiplicato il mio sangue ad ogni luna,
ad ogni solco.
Così viva.
In attesa.

… continua QUI

 

 

Donna

8 marzo 2019

(stralci di testi in mescolanza sequenziale)

rose e mimose - by criBo

Ottomarzo di pensieri sciolti
giorno che affonda le radici
nel ventre delle donne
che sia pensiero agli uomini
conservarne le tracce delle forme
le vesti che li coprono e riscaldano
nate dai loro corpi
uomini veri non le lasceranno
al comparire delle prime rughe

e rifaranno i passi della storia
oltre cancelli ed argini
riscatteranno il partorire il mondo
d’ogni donna
ai sassi alle golene ai fiumi al mare

progetto dell’eterno umanizzarsi
nella caducità d’ogni sostanza
nel seno dove si progetta umano
apparenza di polvere
il divino

…di mare
una chiglia di storia in sguardi d’ombra
il respiro dell’onda
che non avrebbe mai toccato riva
fingeva sangue caldo
ma gambe di polena in odore d’ulivo
tagliava scie d’azzurro

La storia ha braccia amiche, qualche volta
…quando del buio calato sulle spalle
sfocate ormai le viole calpestate
il buio dolore delle pietre
restano nella mente
soltanto lievi impronte del bambù.
Schiarisce nella sua mitologia
leggenda da potersi raccontare
la donna ch’è vissuta oltre se stessa

Di soste inusitate e conseguenze
nell’acquitrinomondo
rospi e affini
aspettavano il bacio della donna
per la trasformazione prenceazzurra
ma saltellando da una foglia all’altra
diventavano vecchi nell’attesa

la donna anfibia aveva altro da fare
che trasformare principi in ranocchi
o viceversa
lei respirava fiori nel pantano
si teneva in disparte

il Dio delle promesse e delle mele
aveva smesso di creare gli alberi
si concedeva favole sabbatiche
mentre tentati e tentatori
facevano la stessa brutta fine
non per menefreghismo, ma
perché proprio così doveva andare
sennò i fratelli Grimm
invece di narrare di cocchieri
di lupi, di uccellini e fratellini
avrebbero cantato il miserere
servito messa o coltivato rape

visto che andò così
non resta che sperare
l’ultima dea gestisce sogni a ore
è poliglotta, ha catene d’alberghi in ogni dove
e vive in un motel

Presenze simultanee
Di lei resta uno spettro che s’aggira
in abiti di stretta clausura
finì che c’era l’ultima occasione
per indossare un po’ di primavera

Incontri a margine
la donna si disegna a mano libera
un albero illustrato cresce in fretta
e nei frattali a china
se stessa tracimare
lungo le linee di demarcazione
là dove il calendario è senza giorni
dove ci si può amare evanescenti
nelle spirali di parole eccentriche
perdutamente vivi
nei mille ghirigori d’una stanza

A fil di tempie
donna di poca fede: casa e casa
datata nel cerchietto all’anulare
quasi erasa
ha bagliori soltanto e un sonno alterno
foriero di scompensi nevralgici

sibille alternative rimescolano il cielo
qualcuna è una fontana
di versi esposti al sole

Misure approssimative
… ora che ho smesso
di vivere da donna, di sospettarmi umana

un ciottolo di riva
ha secoli per farsi levigare
noi che ci asporta un po’ alla volta il male
l’intimità dei corpi _conchiglie senza mare_
forse sappiamo l’infinito
ridotte all’essenziale

Di genere
…in quel vuoto che ci faceva donne sconsolate
si vive per i figli e per mille altre ragioni
cicatrici ipertrofiche a ricordo
il corpo in astinenza d’emozioni
la giovinezza estinta prima che fosse tempo
io scrivo donna
senza cancellature o pentimenti
in lingua femmina
(di maschi è stato scritto per i secoli)
e mi dichiaro fiera
per quanto mi si dica circoscritta
di tanta mia esistenza al femminile

L’inizio presuppone l’infinito
perché la fine è un cambio di stagione
ci sono armadi in terra
e armadi in cielo
al termine dell’aria

A fidarsi delle prime strofe
…si può abitare di necessità
soltanto l’aria
i suoni adunchi pronunciano dinieghi
ma lei non è capace di morire
e nemmeno sparire

nessuna luna in fondo a mille pozzi
solo barattoli di donna
dalle etichette sorridenti

cristina bove

Nunzia Binetti

26 febbraio 2019

 

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Il tempo del male

raccolta poetica di

Nunzia Binetti

Edizioni Terra d’ulivi 2019

 

Non si presta mai troppa attenzione quando si inizia un libro- specie se di poesie – a ciò che va sotto la definizione di esergo, ma ho appreso nel tempo che se ci si sofferma su di esso, e si riflette sul suo significato, sforzandosi di capire cosa si nasconde dietro o dentro questo biglietto di presentazione che  molti autori pongono in apertura ai loro lavori, si ottiene quasi sempre la chiave interpretativa di ogni opera.

L’esergo che Binetti ha scelto per il suo lavoro è una citazione del poeta Camillo Sbarbaro, tanto amato dal ben più famoso Eugenio Montale,

Perduto ha la voce
la sirena del mondo, il mondo è un grande deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso

Esaminiamo assieme queste righe il cui contenuto non ha bisogno di molte interpretazioni; esse ci dicono che:

a) il mondo non affascina più il poeta

b )il mondo è solamente un luogo completamente deserto

c) in questo deserto l’autore si osserva con occhi senza lacrime, e senza autocompiacersi.

Anche la nostra autrice scrive quasi all’inizio della sua raccolta:

Terse l’ albe che mai vedremo./Il femore regge la frattura/e incorporea e ribelle, quanto un’ idea estrema/non ama la moltitudine ma il ritiro nell’eremo/

e aggiunge in un’altra appena successiva:

Le Cose. Il vero mistero del mondo./ Esistono. Anch’esse sono. Vivono.

Per poi concludere :

Quella apparente indifferenza delle cose/è l’insuccesso dell’attore sulla scena./Ma vita non è solo respiro./bocca che parla, molecola di carbonio/che lega.

Le cose  esistono e sembrano indifferenti al mondo e di fronte a “questa (presunta, aggiungo io) indifferenza “non resta all’uomo che il ritiro dal mondo, però questo atteggiamento non può prescindere da un’altra componente del nostro essere umani, e cioè

Lasciarsi andare senza punteggiatura o regola. Non serve il rigo .Unico punto è l’anima;/

Lo sbandamento interiore sembra contrassegnato dal desiderio di “lasciarsi andare”, avendo come unico riferimento “l’anima“, lo ritroviamo in molte poesie della raccolta, ad esempio è espresso bene in questi versi

…Non so chi sono,/forse un fumetto muto,/un gioco scarsamente interattivo/e non concluso.

L’insoddisfazione di sé, la sensazione di essere “un fumetto muto“ e di far parte di “un gioco non concluso” inducono l’autrice alla  invocazione velleitaria di fuga in avanti, ed infatti in altra essa scrive “ essere liberi di non morire/ di non andare dove si chiama“…e poco sotto aggiunge “l’epigonismo non si addice mai al creato./ Meglio l’Angelo Ribelle che intralcia e poi rovescia. Leggere fra le sue ali l’odore di qualcosa di diverso“.

Un’anima dolorante che sembra talvolta invocare qualcuno scomparso, come il padre, al quale si sente estremamente debitrice quando scrive, esaminando il proprio sembiante

Nel viso una bellezza dura/eppure era bellezza, /enigma dolce che non si sa spiegare. /Nel suo DNA c’era cemento. /  Il calco a darle forma /  fu mio padre. //

e in un’altra aggiunge:

Scivolando in un avverbio temporale/dalla forma stretta di imbuto/ho gridato il tuo ritorno, padre,ma ero Orfeo; abbandonavo la mano al nulla presto./Preghiere antistanti/a richiamare chi mi ebbe sposa./I riti, il pianto./- Non c’è amore che valga, non c’è più amore,/saltati i vincoli nei legni e dietro lastre in travertino -/(dice la Storia)./Medito vetrificata, pallida, bel vestita,/padre, che mi insegnavi l’eleganza./Ho nudo il petto e spando disarmonie epocali./Vasi sanguigni, i miei, contano giorni/al greve ricongiungerci.

Più avanti incontreremo un’altra assenza, alla quale vorrei giungere con la delicatezza e la riservatezza che questo avvenimento merita, passando però prima attraverso l’esame di una condizione che mi sembra fondamentale nella poetica della Binetti, è cioè quella così chiara in questi versi:

Basterebbe un anemone/per colorare la solitudine/di inchiostro Blu China. Si parcellizza
l’ Essere/nello scontro con figuri/in questo tempo del male/e intorno si fa buio.// 

La solitudine è il veleno che corrode l’anima dell’autrice, la quale asserisce che per
“ macchiare le tele secche dei giorni/ trovare l’indaco, è solo questione di fortuna”  e questo veleno sottile la costringe a fare i conti con il tempo che logora tutti :

Non sei la Ragazza con l’orecchino di perla,/non sei neppure una ragazza/o l’albero felice./Il tuo corpo è in esilio,/con mano triste scrive versi che nessuno legge;/è in esilio,/in questa terra disadorna (cruda Colchide/non offre sentieri valicabili)./Il tuo olfatto è in esilio,/non declina odori maschi in giacca e cravatta./Il tuo piede è in esilio/lascia orme su pietre in basalto./Il tuo ventre è in esilio,/non lo vestono gigli./il tuo sguardo è in esilio./Sullo specchio s’appanna
e/rovina /Bellezza.//

Se il corpo è in esilio, se la sua poesia non è letta da alcuno, se il desiderio fisico è emarginato, non rimane che annullarsi come un fiocco di neve:

Cadere da fiocco di neve,/con lucida freddezza,/in modo irresponsabile/e poi subire il tonfo sull’asfalto,/ l’urto forte che brucia di calore/  e dà quell’unica risposta:/ sciogliersi./ E qui nevica bianco,/ nevica lento, nevica bene./ Qui nevica neve.//

 Ma la neve cui vorrebbe assomigliare non sa sciogliersi, anzi rimane nel bianco di un fiore quasi a tessere un dialogo con qualcuno a noi non noto, ma che di certo rappresenta quell’altra Assenza cui accennavo poc’anzi

Sto//nel chiuso di un tulipano bianco/prima che s’apra al mondo./Intima essenza,/al riparo dall’occhio indiscreto./Soltanto tu mi sai prossima a fiorire./Dicono che si fiorisca una sola volta,/non guardano il miracolo ch’accade /nelle primavere dei giardini./Nella carezza di Proserpina/rifiorirò./Lasciami nascosta,/come un amore clandestino,/nel tulipano tutto bianco. 

C’è un TU con il quale l’autrice sembra voler dialogare, un TU al quale si rivolgerà di concreto quando come Proserpina tornerà a rifiorire, un Tu che le impedisce di confondersi con i festeggiamenti invernali del Natale, e questa poesia che fa precedere con tre punti di sospensione il sostantivo finale “ vedova “ apre uno squarcio rapido sopra un panorama di fuga continua

Come accade a dicembre 

Fra piazze e marciapiedi una storia futura,/fatta di nulla./Intanto sono pronti/- come accade a dicembre -/altri muschi per Natale/e annunci che non sarai al cenone;/lì c’è troppa gente./Preferisci la docile luna alla cometa /(che rapisce la scena al Presepe)./Scolorisci – in difesa – per non farti cogliere,/guizzo nivale. E resto …/vedova.//

 Il pallore sul volto che si vorrebbe nascondere rimanda ai versi di quest’altra:

…ed Essere per Essere,/senza filosofia, senza politica,/dimenticando – ma per poco -/quanto sian soli i morti.//

 E forse come Proserpina costretta a trascorrere nell’Ade durante i sei mesi della stagione invernale, la nostra poetessa si porta nel cuore una

nostalgia che la corrode, un amore che  “è stato“ e la induce ad osservare sé stessa con uno sguardo stanco, senza speranza:

La casa pare un cunicolo spento,/vicolo chiuso;/non ha respiro./Un tempo l’attraversava mitezza./Più nulla le darai, più nulla,/se non l’immagine tua lieve oltre le rive,/prive di accesso./Sei stato amore, garofano bianco, dolore,/tutta la mia follia./Ed ora sono ammalata di te,/come mai prima.//

E’ una malattia che non ho timore di classificare al limite della disperazione, che fa perdere anche il significato della consuetudine ai gesti quotidiani:

Ci sono assenze che non sanno dire una parola;/sguardi distratti, vuoti di memoria,/chinare il capo sulla pentola in cucina/e non vedere il latte che si versa sui fornelli./Ci sono assenze… le traduci in solitudine;/un libro in mano, le gambe intrecciate sul divano,/le chiavi di casa che non trovi./E allora ti domandi – sto male, sto invecchiando?/o forse mi sto solo innamorando-/Disegna vuoti nell’aria con le dita/o fasci di rose rosa,/e mandami una canzone via web/perché mi manca./Ci sono assenze..//. 

E queste assenze stroncano ogni desiderio e lo trasformano in  inutile velleitarismo:

Sono incantamenti a portata di mano,/questa notte, tutte le stelle./Guarda, hanno uteri di fuoco/occhi di cielo/e lucciole o puttane, si offrono a mille./Scrutano beffarde, consumano./E poi a ferire a morte si versa sopra gli inguini/un fiume che è di luna./Ma amore o sesso/le sai sfere impossibili, inessenziali/e vivi il letto,/sola,/al margine di doghe, in netta insipidezza,/e il rischio di piaghe da decubito.//

Ho riscontrato durante la mie lettura versi di una donna che sa scrivere di poesia e che sa utilizzare le parole, le sa mettere in ordine assecondando il flusso dei ricordi e delle proprie memorie private folgorando in questo modo gli occhi e la mente di chi ama la poesia, come è chiaro da questi ultimi tre versi di una brevissima che riporto

Il cielo della mia notte ora è più chiaro/
né più temo l’assenza./
Ti sfilo dal cuore, come un ago.// 

Però non posso chiudere il mio discorso complessivo su questo lavoro senza tornare su quanto appare nell’esergo, ignorando quel verso di Sbarbaro che dice: “… il mondo è un grande deserto“, verso che mi costringe  a trovare gli agganci dentro i testi di Binetti, a coronamento di quanto lei ha aggiunto in una nota in calce al suo lavoro che dice:

…il percorso della scrittura è stato caratterizzato da una duplice tensione compulsiva: l’auspicio di un ordine totalmente nuovo nel mondo e la percezione della illusorietà di ogni aspirazione alla sua salvezza

e l’ho rintracciato in questi versi:

Terse l’albe che mai vedremo/. Il femore regge la frattura/ e incorporea e ribelle, quanto un’idea estrema / non ama la moltitudine ma il ritiro nell’eremo;/ lì regna il silenzio di pietose novizie./ Fuori dilaga e governa il carminio,/ senza fede fa mattanza di indifese cocciniglie./ Il bisturi c’è, non sana, solo scintilla//

Le nuove albe rappresentano un ordine sperato ma irrealizzabile, e non c’è altra speranza che “ il ritiro nell’eremo perché il carminio è senza fede “, e non si può trovare la salvezza utilizzando un bisturi che è solo apparenza.

La disillusione nei confronti del modo la troviamo ancora più avanti,in altri versi che dicono:

E’ perfezione ardita la solitudine,/ silenzio libero in un distendersi del tempo/ che quasi per miracolo s’allunga // Prestare gli occhi al sonno per la noia/ cedere al nulla./ Bianco ci acceca il nulla, come neve; splende, rasserena, e non ha odori o morbidezze/che della nostra stessa carne./ E’ egotica tendenza al non pensiero /autocontemplazione/ rigetto di teorie, ed Essere per Essere,/ senza filosofia, senza politica,/ dimenticando – ma per poco – quanto sian soli i morti //

 E’ una visione dell’esistenza senza speranza, ove su tutto sembra dominare la noia e la voglia di addormentarsi per ignorare la tendenza della contemporaneità a vivere senza significati, senza teorie filosofiche, ignorando che questo modo di  vivere ci avvicina sempre di più ad un mondo di morti.

  

luigi paraboschi

7 febbraio 2019

 

 

 

Trittici – Annamaria Ferramosca

18 febbraio 2019

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Quando Annamaria mi comunicò che aveva tratto da alcune mie immagini ispirazione per i suoi versi, ne fui felicemente sorpresa; lo fui ancora di più nel leggere in anteprima la poesia scaturita da “Il Volo”: la sua capacità di trarre dal segno il compendio di una vita, il suo sguardo che tramutava forme in parole, in un coinvolgimento artistico e sororale, mi commosse profondamente.

Il suo progetto mi piacque moltissimo, felice che le mie opere fossero accostate a quelle di Frida Kahlo, Modigliani, Laglia,  felice che dai colori prendessero vita le sue parole, e che da un’arte visiva ne scaturisse un’altra di così densa espressività.
[…]
continua

 

 

Paolo Polvani

10 febbraio 2019

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L’azzurro che bussa alle finestre
di Paolo Polvani
Collana Versante ripido

 

 

 

 

 

 

Il mistero, ma anche il fascino, che si nascondono dentro ogni libro di poesia consistono nell’essere consapevoli che l’autore ci viene incontro con le sue pagine, ci tende la mano che tiene il suo lavoro, e sembra dirci: “piacere di fare questo incontro con te, io sono  ciò che tu scoprirai nel mio libro“, e poi soggiunge “… ma non sono solamente quello, per conoscermi meglio dovrai attendere anche il prossimo libro“.

 

Per me ogni volta succede così: ogni libro di poesia che mi cade sotto gli occhi mi racconta la storia del suo autore, la sua vita, le sue passioni e le sue delusioni o le amarezze, e questo di Polvani, dedicato all’azzurro, inteso non solo come colore ma  più come sentimento, stato d’animo, mi ha mostrato un lato differente dell’autore che conoscevo come poeta  di poesie civili, impegnate, socio-politiche, rivelando con questa raccolta un’altra sfaccettatura di sé, forse simile a quella che indusse anche il cantautore Paolo Conte a inserire nel corpo della sua canzone Azzurro questi versi “…quelle domeniche da solo/… neanche un prete per chiacchierar“.

 

Credo di poter essere quasi certo che Paolo non abbia avuto la nostalgia di un prete per fare due chiacchiere, però questo libro  ci dice quali sono i temi che spesso attraversano la sua esistenza di uomo che vive e anche scrive poesie, e i temi sono diversi, spaziano dalla domanda su dove risieda la gioia, le ragioni della insoddisfazione di sé, la vigliaccheria per l’omissione di certe minime attenzioni al prossimo, l’angoscia della morte, la passione e l’attenzione verso l’altro sesso ed il coinvolgimento della fantasia che ogni avvenimento piacevole o di sofferenza comporta sempre.

 

Il tutto è raccontato senza pesantezza, e lo prova l’esordio con la prima poesia che ci viene presentata Si chiama azzurro“, come se Polvani volesse trasmetterci la  felicità di un giorno in cui la vita lo ha pervaso d’amore, di voglia di esistere, di passione, sentimenti che lo hanno indotto a scrivere: “ l’azzurro che inchioda i gabbiani /… assottiglia le vibrisse… / l’azzurro che lenisce… / l’azzurro che sfinisce /.

 

Ma se ci riflettiamo bene, questo colore non è forse quello  fondamentale della pittura impressionista ?

Se partiamo da Pizarro, tocchiamo Sisley  con i loro cieli primaverili ed approdiamo agli azzurri delle  marine di Honfleur ritratte da Monet ci accorgiamo che questo colore rappresenta il trionfo della vitalità nella natura, e anche Polvani lo sottolinea quando scrive: “…la tracotanza dell’azzurro/al vento gonfio di capelli //; subito però  appare un’ombra in questa poesia quasi per dar ragione a quanto scriveva allora Paoul Cezanne: “ mettete prima le ombre e poi il resto uscirà da solo“, ed infatti, prosegue Polvani: “...come si chiama questo sproloquio delle credenziali,  /l’ affacciarsi di marzo e un mare di scompigli/ smania di vivere protesa sul bianco della pagina / sul nuovo alfabeto di fittissime foglie, come si chiama // questa ruvida insoddisfazione che ti offusca e ti / afferra, ti trascina allo specchio “//.

 

Noi  che leggiamo non siamo ovviamente il prete che cercava Paolo Conte nella sua canzone, però ascoltiamo con affetto e quasi con la stessa attenzione di colui che raccoglie una confessione, la sua “smania di vivere“ e lo seguiamo in quel “trascinarsi allo specchio“ per cercare di capire come mai in un giorno così pieno di azzurro si faccia sentire nella sua (ma forse anche nostra) anima quella “ruvida insoddisfazione“, e perché  egli scriva in altra poesia a pag. 13  “l’azzurro è un artiglio che non lascia scampo/ ti divora i sogni, è una minaccia e un lampo, /la tentazione di un azzardo, una pazzia /.

 

Il trionfo dell’azzurro nella poesia di Polvani non vuole essere un grido tipo euforico ma superficiale tipo  “la Vispa Teresa“,  e ,come certe marine di Monet non ci raccontano tutto di lui, ci basterà riflettere su un altro quadro in cui è pieno inverno innevato e appare, a fare contrasto con tutto quel bianco, un uccello nero poggiato su di una staccionata a destra nel  quadro, per renderci conto che anche in una giornata splendida di azzurro si possono  affacciare le domande di pag. 15:

 

“sai dove abita la gioia? Dove/ trova riparo? Dove fa la sua cuccia?/

 

e la risposta egli  ce la dà nel verso successivo ove troviamo

 

“a chiunque tremerebbero le gambe/ quando accende la luce/ il tuo sorriso. Ci sono le voci/ e il passo lieve dei gatti, ci sono/ le antiche strade, le passate lacrime./ E’ un abbraccio nel quale riposare //.

 

Tuttavia, prima di andare a scoprire “dove abita la gioia“ per il nostro autore, mi piace camminare ancora un poco accanto a lui nell’itinerario che tocca, – com’è giusto che sia in una poesia non superficiale, – il problema che sta alla base di tante nostre domande, è cioè quello condensato nel  titolo di un altro quadro famoso di Gauguin:

“D’où venons-nous? Que sommes-nous? Où allons-nous?“

 

Polvani non sfugge alle ombre necessarie ai quadri e pure alla vita, come diceva Cezanne, e infatti scrive versi angosciati per la celebrazione della morte della maestra Mariella:

 

…// adesso non è vero che riposi, l’assillo/ delle cartilagini ti affanna, le crepe/ nelle palpebre, lo sgomento delle unghie nel vedersi/ crescere nel vuoto, l’ansia improvvisa dei capelli,/ e il tormento, tutta quella solitudine che grida“

 

E’ raro poter leggere con tanta nitidezza, che fa pensare ad alcuni passi dei  racconti di Edgar Allan Poe, l’angoscia che la morte suscita sempre in tutti, e lo si capisce meglio in questa poesia di pag. 34 dal titolo Magia, in cui egli augura alla persona deceduta

 

…”alzati/ dal letto, esci dall’ospedale, percorri a ritroso/ le stagioni, richiama il fumo dalla ciminiera, ricomponi/ ogni frammento d’osso, riprendi i tuoi vestiti, esci/ dalle fiamme e cammina dentro il mese di aprile/, muovi ancora  i passi, allenati per i nuovi/ sorrisi, articola un piccolo discorso, sgranchisci/ la mandibola, prova a parlare, guardaci ancora/ una volta negli occhi, chiamaci per nome, cancella/ quella scritta: morta l’otto di aprile //

 

Non c’è nella poetica di Polvani alcuna speranza di riscatto ultraterreno di fronte alla morte, e i versi di Paradisiamoci qua  lo dicono con chiarezza:

 

“Io non so lo e non lo sai tu come sarà, ma il tuo invito/ di rivederci in Paradiso cara io lo declino, bada non è/ un rifiuto, semmai un rinvio.“

 

e prosegue nella stessa poesia rievocando la concretezza della quotidianità di alcuni atti della vita :

Ti ricordi che abbiamo mangiato un gelato al mascarpone?“

per  domandarsi  subito:

pensi che potremo rifarlo in paradiso? Che potrò comprarti quelle sciarpette colorate?

 

L’agnosticismo dell’autore si conclude poi nella poesia dal titolo strano ma eloquente

eurostar s’infila dentro una galleria e qualcuno s’interroga sull’esistenza di Dio“

ove leggiamo ”... e il fragore affonda tutti nel guscio tondo della galleria, nel fondo/ della marea nera, paura bru bru e tun tun e rimbalza/ sui binari il seguente assillo: esiste dio? Ma nessuno lo sa e ci viene/ da ridere e ci si chiede dove va questo treno immaginario? Va/ dove vanno tutti i treni immaginari: nella pancia di dio/ ma anche dio è immaginario e s’infila dentro una pancia immaginaria//

 

Sono versi che rimandano ad altri di Giorgio Caproni  nella poesia “Congedo del viaggiatore cerimonioso“ sullo stesso tema, e quasi con la stessa ambientazione sopra di un treno in movimento, ove troviamo:

.../ ed anche a lei, sacerdote, /congedo, che mi ha chiesto se io /(scherzava) ho avuto in dote/ di creder al vero Dio /…

 

 

Se allora la visione del nostro autore è strettamente connessa e legata al “qui ed ora“, alla mancanza di una visione ultraterrena è lecito domandarsi da dove egli tragga la forza per sentirsi esaltato da tutto l’azzurro di cui abbiamo parlato poc’anzi, e quale sia l’aggancio che lo trattiene e lo lega in modo così vitale all’esistenza.

A me sembra di poter affermare che  la risposta sia collocata nella corporeità del concreto, in modo speciale  in quel concreto che è quasi sempre rappresentato dall’incontro con l’altro sesso,  tangibile in molti versi di questo lavoro.

Ma non sempre questo aggancio con “l’altra metà della mela” si rivela appagante, e infatti egli scrive a pag. 8 di sentirsi:

“… incatenato/ alla chimera del possesso, all’idea che sia il sesso che ci salva/ e ci riscatta“,

ma contemporaneamente (invocando per sé stesso quel salto qualitativo nel sentimento che gli possa permettere di non “incespicare, barcollare, ed essere“ sgominato nell’orgoglio“):

chiude la poesia in questo modo

“… chiederò ai tuoi santi un consulto, una dritta/ per amarti davvero, per amarti di più, amarti oltre ogni sconfitta“.

E come ogni uomo che si scopra debole e fragile nei confronti delle promesse non rispettate, il nostro autore è capace di auto-da-fé, di promesse che si augura di poter rispettare, – anche contraddicendo quanto affermato in precedenza a proposito di un ipotetico paradiso – quando scrive a pag. 28: “guarda cara, per te io vincerò/ la legge gravitazionale, infrangerò/ la norma, perché già lo so,/ lo avverto, ne sono certo, continuerò/ ad amarti anche da quell’altro luogo,/ di cui non saprei indicarti valide/ e attendibili coordinate: un laggiù, un lassù, chissà, ma che sia per di là/ o per di qua non ha grande rilevanza,/ io so che il mio amore per te si espanderà/ come un oceano, dilagherà come una pioggia/ di fine ottobre//

Se di questo poeta sento di condividere la passione per la vita e per le sue creature, se lo leggo sempre con ammirazione e rispetto verso la sua capacità di far suo il dolore che spesso incontra nel cammino della vita,  se ho stima per la sua intransigenza di intellettuale e  per lo sdegno verso la faciloneria nella quale la stagione sociale in cui siamo immersi tutti sembra travolgerci, vorrei prendere congedo da questo suo lavoro trascrivendo per intero i versi di questa brevissima  poesia che  esprime la sofferenza per un dolore arrecato ad una donna, ma al tempo stesso nei due versi del  finale lascia trapelare tutta la natura di chi è poeta che intuisce la contraddizione ed il dualismo tra ciò che egli vorrebbe essere e ciò che invece lo incatena alla sua indole di scrittore.

 

In cambio del tuo pianto :

 

-quanta disperazione si è data appuntamento e ora/

ti assilla e assedia e ti difende/

la convulsa grammatica del pianto./

 

E’ lì che ti raggiungo, dentro i singhiozzi./

Un pianto di donna che mi chiama a un lampo/

d’immaginazione, a un fervore fecondo.//

 

Quel “lampo d’immaginazione” e “quel fervore fecondo “ sono la condanna del poeta (ma non solo sua) alla disanima continua attorno a sé stesso, sugli altri e sul dolore che causa le lacrime in chi ci ama, ed egli, come le figure che popolano la poesia “le mie amiche sono felici ? “, può concludere:

 

 

Ridono così bene, e non ti negano parole di velluto.

Io non so se le mie amiche sono felici

 

Neppure io  che scrivo lo so.

 

 

Luigi Paraboschi

18.1.2019