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Biagio Cepollaro

22 giugno 2017

copLF

(…)

ora disegnare i confini
ci suona
quasi minaccia
ché avremmo voluto imboccata
una strada
fosse buona per tutto
il meriggio
della vita e invece
ci molla dopo qualche
metro
ed è sempre questa la lotta
e vale per ogni età: tra fissità
e mutamento
tra ciò che vorremmo valesse
per sempre
e l’acqua che scorre
che non è mai la stessa
– oh sì chi ci è vicino
teme di essere travolto
da questi invisibili cataclismi
e si preoccupa per sé
come è naturale
ma noi dobbiamo svolgere
un compito
– malgrado lui –
che è fare dell’anima
la nostra vita
gettare un ponte
tra ciò che siamo e ciò
che comunque eravamo già
da prima
anche senza saperlo
ora il tralignamento
del mondo appare
anche più chiaro: chi non frequenta
demoni
se li ritrova nei programmi
di governo
e invece questa folla
va ammaestrata
e interrogata:
arriverà il giorno
delle mediche analisi
e dei referti
del confronto contraddittorio
delle diagnosi
della distrazione
alla reception e forse anche
della semplice cattiva
educazione
e allora cosa diremo?
che siamo a posto
per cominciare il viaggio
(o finirlo, che è la stessa
cosa) o che dell’umano
noi
nel tempo che ci è stato
dato
abbiamo visto e sentito
abbastanza
che quel che è venuto
fuori
non è gran cosa
ma che è già tanto
perché la vita è più grande
di noi
perché lo spazio
e il tempo
sono infinitamente più grandi
di noi
e noi che non potemmo essere
uomini di fede
fummo costretti ad inventarci
qualcosa
che alla fede somigliava
un disperato e impossibile
amore per le altre
creature

(…)

da giovani si cerca fuori
e si convince
o costringe
il mondo a seguirci:
per un po’ ci crediamo
e in quel po’ di tempo sembra
che le cose confermino
nostre attese: un quartiere
diventa tutta la città
una città diventa tutto il paese
un paese diventa il mondo
ed era solo un’idea o una fantasia
cresciute a dismisura
dove di reale c’erano solo
le disfatte che avremmo poi
inseguito come spie di nascoste
verità: solo
che le disfatte come le vittorie
non contavano molto che contava
solo il nostro sentirci vivi
e di ciò soprattutto facemmo
esperienza
ma una volta sicuri
della vita
cominciò a contare la direzione
(della nostra vita)
e quindi ricominciammo
dalla fine: cose
e spettri si equivalgono per la vita
della mente
e la vita di fuori
(quella che resta
sottratta allo sterminio
della storia)
è ridotta a ben poca cosa:
i grandi cambiamenti
sono spesso solo cambi di indirizzo
o di modi di vestire.

(…)

che vivemmo fin qui
dimezzati
che non c’è vita
che non tenga insieme
giorno e notte …
tutto questo ci stanca
che questo mondo
non è fatto per la felicità
e la barbarie inesorabile
avanza
in ogni tralignare nuovo
del costume nazionale
in coda ad un occidente
indeciso tra sterminio
e centellinato
suicidio collettivo
certo tutto questo ci fa tenere
la barba
più di un giorno e ore
di sonno
e la città con gli occhi
che si chiudono
si allontana
ma quanta pena in quegli occhi
e non solo dei disperati
che urlano da soli
al centro della piazza
ma di quelli che vanno
a borsa e a denti
stretti
tutti compresi
nel nulla
delle loro vite
oggi non possiamo chiedere
meno di questo
al mondo
che la vita di ogni singolo
uomo
sia felice
tutto il resto è lungo
giro che ci ha portati lontani
dal centro
come quando credendo di far prima
si resta fermi in tangenziale
mentre la strada che lega
le case e la rete
che liquefa le piazze
è libera e scorrevole
perché così sono
le strade
perché questo dentro
sono le strade
certo tutto questo ci stanca
ma è lavoro da fare
non da soli
che non è lavoro
da fare da soli
ma è da fare
e non domani
e neanche solo simbolicamente
nei gesti che stanno
per altri gesti
ma nell’azione dura
e semplice
di non dare requie
al cadavere
che addosso ci portiamo

(…)

e dunque la scimmia che scivola
all’indietro
è comunque mossa
in avanti
è tutta presa
senza peso
dal suo andare
«perché -il tale diceva-
cosa vuoi realizzare
che ne valga la pena
davvero
cosa, se non l’amore?»
e lo diceva
duro
come uno che non ha voglia
di perdere tempo
ecco eccolo qui
il numinoso:
all’angolo di una via
o nella lacuna
di un sogno
una svolta
dove all’improvviso
il mare
si mette a parlare
con la città
lingua che s’infila
tra due palazzi
e se lo diciamo
è perché esiste davvero
un mare così
esiste ed è il mare
della nostra città
(da lì da quell’inizio
non abbiamo fatto
che tornare
in un moto
di infinito
allontanamento:
tu vai incontro
all’origine
invecchiando
e ciò che col tempo
hai imparato
è stato solo parafrasi
di versi
all’origine ascoltati)

Da Biagio Cepollaro, Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano 2017

Lettura critica di Angelo Petrella
Credo sia un bene che questo libro, Lavoro da fare (2002-2005), in ebook dal 2006, sia uscito in cartaceo ora, un bene per chi deve interpretare. Lo si capisce meglio se prima si è attraversato il bosco della seconda trilogia (Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012) , La Curva del giorno (L’arcolaio, Forlì,2014) e Il centro dell’inverno,(inedito). Lavoro da fare corrisponde ad una svolta, ad un momento di riflessione, di abbandono della scena pubblica e del lavoro in riviste come Baldus e coincide con la chiusura del Gruppo 93 che si scioglie programmaticamente nel 1993. Il rapporto dialettico da stabilire è tra Lavoro da fare (2002-2005) e Versi nuovi,(1998-2001, uscito nel 2004 da Oedipus) immediatamente precedente, perché in entrambi i libri, senza preavviso, la poesia di Biagio passa da un alto grado di sperimentazione e di possibilità di lettura multilivello al suo grado zero, direttamente, senza passare per stadi intermedi.
Anche l’ultimo libro della prima trilogia, Fabrica (1993-1997, edito da Zona nel 2002) era ancora ancorato alle dinamiche proprie della post-avanguardia che si riassumono nella domanda: “come comunicare dopo l’esaurimento del dicibile, del contrastabile, operato dalle avanguardie?”. L’idea elaborata da Biagio e accolta nell’ambito di Baldus e del Gruppo 93 di “postmodernismo critico” era una risposta a questa domanda, attraverso la pratica, nel suo caso, del pastiche idiolettico, del citazionismo di marca benjaminiana, delle pratiche di montaggio etc etc. Si trattava di ricostruire un discorso critico, stabilire un contatto critico con il lettore , sapendo che ormai agire sul linguaggio poetico non voleva dire agire direttamente sull’ideologia, come pensava Sanguineti. Le tecniche di costruzione poetica provavano a stabilire un contatto anche se negli anni ’90 il boom dell’editoria e di internet rendono già impossibile orientarsi, svanendo anche la funzione del critico militante. Da tale altissimo livello di sperimentazione bachtiniana veder passare al grado zero di Lavoro da fare e prima di Versi nuovi, è stato all’inizio per me poco comprensibile. Quasi scioccante fu per me la lettura di Versi nuovi. Retrospettivamente ho compreso attraverso la seconda trilogia ciò era stato realizzato in questi due libri con il loro grado zero. Ma già Lavoro da fare , già dal titolo, programmaticamente allude a ciò che era “da fare” per superare l’impasse tipico della modernità.
Ma cos’è esattamente questo grado zero? Non è certamente il grado zero del minimalismo. Non è neosentimentalismo, né neorealismo. Non è un tipo di poesia che ha la presunzione di nominare direttamente le cose in maniera oggettiva o oggettuale magari per liberarsene. No, secondo me, questo grado zero è il frutto di una grande dialettica, di un grande ragionamento che sta nel fondo. Mi sono permesso di azzardare un’ipotesi teorica su questo passaggio. Perché ho citato la seconda trilogia per parlare di questo libro? Biagio ha lasciato degli indizi nel secondo libro della trilogia, La curva del giorno 2011-2014, i titoli delle sezioni sono programmatici: “Attraversare il bosco”, “La luce dell’immanenza”, “L’alacrità del vuoto”. Esistono termini più heideggeriani e taoisti di questi? Heidegger aveva costituito un terminus contra quem per tutti gli anni ’80. In alcuni saggi si ritrovavano tracce ironiche di Biagio, ad esempio un titolo come questo: “Perché i poeti nel tempo del talk show?” (in Remo Cesarani,Trent’anni dopo, una convitata di pietra di nome Avanguardia, il Manìfesto, aprile 1993) Heidegger era visto come la facile fuga nello spiritualismo o neoermetismo realizzata da alcuni poeti. Perché allora viene recuperato adesso? Perché secondo la mia interpretazione il suo lavoro sull’ontologia consente a Biagio di recuperare l’ultima forma resistenziale dell’esercizio del pensiero, la differenza ontologica fondamentale in Essere e tempo. l’essere come qualcosa in cui siamo già gettati ma su cui non si può dire, che si può esperire come evento senza mai poterlo dire del tutto.
In Lavoro da fare accade qualcosa del genere. Le aeree semantiche più presenti sono quelle che riguardano la mente, l’apertura, il pensiero paradossalmente in contraltare al corpo. Paradosso apparente perché la corporeità di cui Biagio parla non è più la corporeità del materialismo degli anni ’90, il corpo inteso in senso rabelaisiano, come comico, come basso-materiale ma non è più nemmeno il corpo allegorico, della corporeità assoggettata al capitale, all’industria etc etc. Qui il corpo è semplice- presenza, il semplice tramite che il sé ha per fare la propria esperienza del mondo, del presente. Heidegger è soltanto un tramite per toccare quei temi tanto cari al taoismo e anche al buddismo zen. Ciò che dico si basa sulla fonte costituita da Notizie autobiografiche reperibili sul suo sito dove si parla dei rapporti con Adriano Spatola ma soprattutto con Giulia Niccolai già negli anni ’90 e Giulia, oltre ad essere una poetessa è anche una monaca buddista. Qui viene detto che la stesura delle qualità , almeno delle prime, erano preceduta da esercizi di meditazione. Da qui la misura breve, l’accensione improvvisa di quei componimenti, come se fossero dei koan buddisti. Secondo me è a questi temi che vanno riferite le idee del vuoto e del cominciamento molto presenti anche in Lavoro da fare.
Dunque Heidegger attraverso il buddismo. Per giungere a cosa? Il suo lavoro non dimentica mai da dove è partito: se è vero che con gli inizi degli anni ’90 dopo che le avanguardie pare che abbiano distrutto tutto e che anche l’esperienza del Gruppo 93 si sia rivelata infruttuosa perché non ha consentito uno sfondamento, un nuovo dialogo con il lettore, proprio dalla fine degli anni ’90 nessuno la legge la poesia, e lo dico provocatoriamente.
E allora che fare? Come fare poesia? Quale poteva essere un ulteriore modo di fare poesia? Differentemente da Sanguineti che si rifugia nel crepuscolarismo o, nei momenti alti, nelle Ballate, nella poesia didattica, moralistica, l’unico modo era interrogarsi sulle possibilità stesse del pensiero e quindi anche sulla possibilità di fare poesia. Come diceva Eugenio Lucrezi, fare poesia è esercizio di logos, nella versione della poesia di ricerca, sperimentale. Recuperare questa interrogazione sul presente, sulla possibilità stessa della poesia. E’ il punto di partenza per i poeti che verranno, è questo che ha aperto che ha dato Biagio. Capire le possibilità che il presente offre anche se non si intravede ancora una risposta. Il lavoro da fare è continuare a interrogarsi sulle possibilità stesse della poesia. In tale contesto il tema del corpo è reiterato in tutta la seconda trilogia, la parola “corpo” è all’inizio di ogni componimento. In questo modo gli ultimi libri della seconda trilogia si ricollegano agli esordi, a Le parole di Eliodora del 1984. Qui il corpo era riferito alla poesia latina classica e a Nietzsche, era il corpo erotico. Un tragitto da Nietzsche a Heidegger con la scimmia del logos che compare in un punto di Lavoro da fare di cui liberarsi. Ora sono curioso, dato che ho potuto leggere in anteprima l’ultimo libro ancora inedito della trilogia, Al centro dell’inverno, su cosa Biagio lavorerà. Cosa farà dopo.

Lettura critica di Giorgio Mascitelli
Ricordo che Lavoro da fare esce in e-book nel 2006 e poi in questa edizione cartacea oggi, nel 2017, dopo i primi due volumi della trilogia a cui Biagio Cepollaro sta lavorando, dopo Le qualità (La camera verde, Roma 2012) e La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì 2014). Il libro occupa una posizione centrale almeno nell’ordine cronologico, insieme a Versi nuovi (Oedipus, Roma 2004), succedendo a quello che era stata la prima trilogia “De requie et natura”, quella di Scribeide (Piero Manni, Lecce 1993), di Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma 1993) e Fabrica (Zona editrice, Genova 2002) . Considerare tale collocazione centrale è un elemento importante proprio per il godimento di questo libro. Queste tre fasi della poesia di Biagio (prima trilogia, le due opere centrali e la seconda trilogia) hanno un epicentro che ruota intorno alla figura del soggetto enunciante. Ciascuna di queste fasi propone un soggetto poetico, proprio la voce che dice la poesia, con caratteristiche diverse. Questo è il motore nascosto del suo percorso poetico che da un lato interessa la dimensione del contenuto, ciò che filosoficamente si potrebbe definire come la domanda intorno al “buon vivere” , queste tre fasi d’altra parte hanno una tonalità di fondo molto comune, dall’altro lato la questione del soggetto che dice la poesia determina anche le varie questioni attinenti al piano retorico-formale, retorico-stilistico. Non sono mai cambiamenti dovuti a necessità di sperimentalismo fine a se stesso o di trovare vie nuove espressive, ma corrispondono a questo riposizionamento, a questa continua ricerca intorno alla figura della voce poetica. Da un lato abbiamo Biagio che inizia nella sua fase che possiamo chiamare letteraria, siamo negli anni ‘80 quando la società letteraria sembra ancora esistere, con la figura dello Scriba, lo scrivano dell’Egitto che ha una funzione ironica in contrapposizione all’Io lirico, come contrapposizione tipica dell’avanguardia che vede nella poesia anche una dimensione aperta ad una lotta collettiva per un cambiamento della società e che poi si articola coerentemente ed espressionisticamente in una lingua dello scarto alla norma (come in Scribeide, la fusione di dialetto napoletano, la lingua di Jacopone, lacerti di linguaggio colto, termini dialettali di altre zone). Tutto questo plurilinguismo si trova insomma dentro l’orizzonte letterario tracciato da Contini. Dall’altra parte nella seconda trilogia, di cui sono usciti i primi due volumi, Le qualità e La curva del giorno, abbiamo l’invenzione retorica del corpo. Il corpo è il soggetto e non l’oggetto del testo, solo che qui il corpo funziona sia a livello letterale sia a livello metonimico. E questo corrisponde ad un’osservazione fenomenologica minimale del mondo con un linguaggio poetico aperto all’aforistico. Tra questi due elementi, si trova in mezzo Lavoro da fare caratterizzato dallo sforzo di autobiografismo radicale non nel senso di un racconto più veritiero della propria esperienza, ma proprio dell’assunzione all’interno del discorso poetico dell’unica possibilità di poter guardare al mondo a partire da quelli che sono i propri elementi di crisi. E’ il chiodo da cui si parla. Tale autobiografismo radicale si traduce in un tono che va dall’autoesortazione alla preghiera. Il lavoro da fare è un compito, è una perifrasi che indica un dovere, in latino si tradurrebbe con la perifrastica passiva. Si tratta di una crisi personale che non si nasconde, come scrivevo dieci anni fa, il poemetto si apre con la descrizione di un attacco di panico: scherzando si potrebbe dire a questo proposito che Biagio non disdegna il genere della poesia didascalica perché ci sono anche dei consigli operativi su come uscirne. Questa crisi ha un’eco visibile anche in Versi nuovi e non è solo privata, ma è la reazione allo scoppio anche a livello collettivo di quel mondo che la sua generazione, formatisi tra gli anni ‘70 e ’80, poteva ancora sperare di tenere in piedi. Il mondo in cui era ancora possibile pensare, sia pure criticamente, ad una dimensione di liberazione in cui la letteratura sembrava avere uno spazio reale. C’è questa duplice urgenza in questo libro.
(…)

Una bibliografia critica su Lavoro da fare è reperibile qui:
https://poesiadafare.wordpress.com/lavoro-da-fare-dot-com-press-2017/

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, è poeta, critico letterario e artista visivo. Tra i protagonisti della ricerca poetica già dagli anni ’80 e ’90, negli anni zero è stato tra i primi a diffondere la poesia in rete. Esordisce nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum, Forlì) a cui fa seguito una prima trilogia: Scribeide, (Piero Manni, Lecce, 1993), con prefazione di Romano Luperini; Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma, 1993) prefato da Guido Guglielmi; e Fabrica (Zona, Genova,2002) con prefazione di Giuliano Mesa.
Negli anni della prima trilogia fonda la rivista Baldus e il Gruppo 93, teorizzando il postmoderno critico e partecipando a molti readings internazionali: Milanopoesia (dall’edizione del 1989 a quella del 1992); Ginevra (Festival internazionale di poesia sonora, 1990); New-York (Disappearing pheasant, 1991); Marsiglia (Poesie Italienne, 1992);Parigi (Istituto italiana di cultura, 1993 e 1995); Los Angeles (Department of Italian, UCLA, 1994); Barcellona (Poliphonix, 1997); Palma de Majorca, (II Festival de poesia de la Mediterrania, 2000).
I suoi testi sono inclusi in molte antologie italiane e tradotti in molte lingue: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta. Newton-Compton, 1989; I° Quaderno d’Invarianti, a cura di Giorgio Patrizi, Antonio Pellicani editore,1989; Di poesia nuova ’89. Proposte cinque, Piero Manni,1990; Gruppo 93, Le tendenze attuali della poesia e della narrativa, Piero Manni, 1993; 63/93 Trent’anni di ricerca letteraria, Elytra,, 1993; Poesia e realtà, a cura di Giancarlo Majorino, Tropea, 2000; Akusma, forme della poesia contemporanea, Metauro, 2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008; Gruppo 93, L’antologia poetica, a cura di Angelo Petrella, Zona, 2010; The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun&Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijô no utagoe – Il coro temporaneo, a cura di Andrea Raos, traduzione di Andrea Raos e Tarô Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di Andrea Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004; Chicago Review, n.56, New italian writing,2011; Inverse 2014-2015. Italian Poets in Translation, John Cabot University Press, 2015.
Con la pubblicazione di Versi nuovi (Oedipus, Salerno-Roma, 2004) e di Lavoro da fare (in e-book dal 2006 poi cartaceo presso la Dot.com Press dal 2017), si apre una nuova fase poetica che darà poi vita alla seconda trilogia intitolata Il poema delle qualità e costituita da Le qualità (La camera verde, Roma, 2012); La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì, 2014) e Al centro dell’inverno (in lavorazione). E’ stato tra i primi in Italia a produrre un’editoria di poesia on line rendendo disponibili gratuitamente ristampe di libri introvabili, di autori come Giulia Niccolai e Luigi Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli. Contemporaneamente alla stesura della seconda trilogia si impegna sempre più nelle arti visive associando ad opere di pittura delle pubblicazioni di versi con allestimento di varie mostre: Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, 2008, raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008; Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009); Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009: 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra all’Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010; La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010. Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo. Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano; Mentre il pianeta ruota, mostra a cura di Fausto Pagliano, Laboratorio Primo aprile, Milano 2013. Del 2014 è la mostra Le tre vie, Voyelles e Visions, a Torino e del 2015 Una certa idea di verde a Movimento aperto a Napoli. Dal 2003 aggiorna il suo sito www.cepollaro.it che funge da archivio sia per la sua opera sia per altri poeti. Della stessa data è il blog di poesia Poesia da fare www.poesiadafare.wordpress.com che ha dato vita ai relativi Quaderni e alla rivista di critica letteraria, dal titolo Per una critica futura (2006-2010). Dedicato all’arte dal 2008 è il blog http://cepollaroarte.wordpress.com Dal 2016 dirige la collana di poesia Autoriale delle edizioni Dot.com Press.

Giovanni Baldaccini

14 giugno 2017

 

Metafisiche a terra

 

Le poche cose che so di lei

Le poche cose che so di lei
che poi non mi ricordo
come una nuvola adagiata
che ci sono caduto dentro
ma non mi ricordo
e vento non ce n’era
si restava appoggiati
e la sera una mancanza enorme
che di sera le nuvole scompaiono
e scomparivo.

 

terza giornata di sciocchezze enormi

Ora non c’è una piega in questa stanza
che non abbia vissuto le giornate
che ti tracciano gli occhi
né angolo che ignori
i nostri inseguimenti nella sera
dove vanno gli amanti
o chiacchiere avventate che non sappia
mentre ti scrivo quello che non so
di questo mondo
piccolo
insoddisfatto
a rotazione.

 

Inedita

Siamo venuti dove si riposa
sperando tu non debba mai appassire
un amore da dire
il tuo silenzio.
E ascolto.

 

Il posto delle piaghe lucenti

Sollevami le ali sulla schiena
e guardami il dolore
che si ricordi di formare figli
che mi portino pace
che Cristo s’è fermato in questa casa
e non posso dormire.

 

Senza filo

Telefonami possibilmente a primavera
quando i cisti preparano i boccioli
e le viole si svegliano
ai salti delle rondini
chiamami verso sera
quando avrò espulso il vuoto che mi copre
e potrai riconoscere la voce
che altrimenti sembrerebbe l’avamposto
di una città perduta
un temporale
un transito di sogni senza voglia
ma non farmi aspettare più di un anno
che non saprei distinguere tra i giorni
di un’attesa stentata
ma se vorrai non farlo non chiamarmi
e farò finta di telefonarmi
quando viene l’estate
e i cisti hanno riposto lo splendore
e la sera le viole.

 

Senza una goccia di vino

Credo che del tempo si possano dire molte cose
e definirlo ad esempio
lineare o circolare
perfino inesistente
al di là di una coscienza
che lo contempli nella categoria dell’esistente.
Secondo me può essere alto o basso:
alto quando ti sfugge
basso se ti schiaccia
in quella stasi che chiamiamo noia.
Da ciò consegue che la morte
deve essere una noia terribile.

 

Pensieri involontari

Come di temporale né riparo
che ti bagna la faccia e meravigli
s’allaga e s’allarga quando scoppia
tutti quelli che siete
senza oblio
che poi sarebbe come una mancanza
che ti presenta il conto
e s’allaga, s’allarga, si riempie
piove d’incontro
e i fazzoletti li ho portati ai morti
l’altra sera al convento dietro casa
e la pioggia
ha un rumore di passo
di quelli che si sentono la sera
scrivi o non scrivi: scrive
porta via
e me la bevo dentro una bottiglia
al fondo
senza lasciare traccia
né goccia
altrimenti domani piove ancora
la faccia, il firmamento, la stesura, l’astro, l’aurora, la vescica rotta
la mia nutrice vecchia, la portiera, i secoli, l’ottundimento
l’aria, la notte, le bugie, la luna
bagna
questa precarietà delle stagioni
e non so come dirtelo.

 

Samarcanda

Quindi mi trovo in piazza paradiso
senza alcuna ragione
e non saprei orientarmi
se non fosse la polvere che mi ricopre i piedi:
forse stelle.
Noi restavamo ignoti
e il viso mi sembrava la stanchezza
di una ripetizone che conferma
ma non dai garanzie
quando i cigni volano l’inverno
per sostenere l’integrità dei gelsomini
e la penombra
una fuga instancabile
di questo immenso privo di confini
da dove ci scrutiamo nel passaggio
d’ore d’affitto
vento a scivolare.

 

 

Angolo

Spostati verso un angolo di luna
che mi serve uno spazio categorico
per rovistare
e una bandiera bianca per cadere
nel caso non ti trovi.

 

 

 

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, consulente A.I.E.D. di Roma; traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti; ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius; Il quasi nulla il praticamente tutto, Antologia, AA.VV.; ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore; è autore di due presentazioni di mostre fotografiche svoltesi a Roma e Parigi; ha pubblicato con La Recherche l’e-book “Tre notti” e l’e-book “Oltre il varco di notte”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete su “Il giardino dei poeti”, “La Recherche” e “L’EstroVerso”. Cura il blog personale “Scrivere per immagini.
Vive e lavora a Roma

Anna Maria Curci

7 giugno 2017

foto curci

TESTI INEDITI

 

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

                                                               

Dell’Angelo
Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

                                   

A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”
«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.

                                              

Stendo al sole
Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.

                                       

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.

Non ho fretta

                                     

EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.

                                          

Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

 

Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.

                                                     

                                              

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.

Ha scritto la raccolta Inciampi e marcapiano (Lieto colle 2011)
e Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015)

Scrive sui blog

Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.
Inoltre ha tradotto Johanna” di Felicitas Hoppe.

Organizza eventi e presentazioni di libri  presso l’ Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”

Mario Girolamo Gullace

29 maggio 2017

                                                  

                                                   

IL MOTO DELL’AQUILONE.

il rombo del motore esce dall’apertura delle valvole,
e mentre si avvicina comprime le onde del suono.
dopo averci superato prende la curva ad angolo
acuto, e con il pedalino tocca quasi terra.
il colore della piega è brillante acciaio che si accende
di scintille. la potenza dei cavalli è assorbita
dal marciapiede alto e, nella pendenza, si forma
una pozza rossa ancora palpitante.
adesso tiene l’aquilone dal suo filo di corrente,
lo vede fare capriole e giravolte, come un trapezista
senza rete. adesso prova sete, e l’immagine si sbianca,
il respiro rallenta sul versante che sale più scosceso.
l’incandescenza del motore si disperde dalle alette,
e la coscienza si dimette a poco a poco. il cuore
è il paragrafo di una storia che si sta per distaccare.
ma, soprattutto, le alette bollenti del motore, quel
ticchettio di un orologio che segna addio. l’aquilone,
è l’ultimo moto dell’anima, prima della posa dei venti.

 

 

AUTOSUGGESTIONE.

si viaggia alla velocità del delirio
sotto controllo; è una mille e cento birra
e gazzosa in technicolor grande schermo.
occasione di seconda mano su “Seconda Mano”:
Chevrolet 5 porte, col bagagliaio da un migliaio
di pagine scritte fitte fitte con anestesia;
con il pieno si colma tutta la distanza tra sè e sè
senza aver bisogno di nessun benzinaio.
i paraurti, davanti e dietro, tengono così bene,
che si può anche giocare all’auto scontro scevro
d’anni passati in quarantena. si parte in seconda,
la prima esperienza traumatica è stata abolita
dal quadro comandi. l’autosuggestione è una
quattro tempi cuore a scoppio esuberante;
quando si viaggia sulla capotta si prova
l’esaltante sensazione d’essere preda
di una bestiale leggerezza mentale.

 

 

OCCHI DI LEPRE.

L’erica e l’agrifoglio rosso ruggine; gli invasati aromi da cucina sul balcone al primo piano: basilico, rosmarino, prezzemolo, menta. E ancora il bosso, la mortella, la ginestra e la testarda gramigna (è proprio una lepre), e poi lo zafferano e lo zenzero (ha gli occhi più grandi del cosmo) altre essenze chimiche utili nei cibi. I fiori, invece, quelli raccolti tanti anni fa e messi a seccare nelle pagine di un libro (sta lì immobile mimetizzata allo sfondo) forse sono futili presenze nel mezzo di una storia. (ha sentito la primavera ed è uscita fuori all’aria aperta). Il croco, la genziana, il gelsomino, l’elleboro e il fiordaliso (ti guarda dal suo campo visivo) senza più la linfa (aspetta che ti muovi per contrarre i muscoli e tendere i tendini) che saliva lo stelo per inumidire i colori (è proprio della lepre far così) della sua anima vegetale (è una molla pronta allo scatto). Della fotosintesi clorofilliana non resta che un alone sulla carta (basta il fotogramma di un lievissimo movimento e scappa via nell’imbuto profondissimo dei suoi occhi) e il fruscio dell’aria attraverso le porte della percezione.

 

 

LA SCALA ROTTA.

Intanto che legge in sottofondo scorrono le note di un quartetto da camera.
L’immagine che improvvisamente apre la serratura del suo romitaggio è come l’interferenza di una stazione radio, una frequenza d’onde che increspa il presente con un passato che non è mai passato.
I gesti effemminati di P. che, nella sua assoluta innocenza gioca a far la sposa: si mette sulle spalle il nylon degli scatoloni della frutta imitando lo strascico.
Ad innocenza persa P. sparisce nel suo labirinto senza uscita. Il giorno che riappare è insieme alla donna con i veli neri e gli occhi di bragia.
Si alza dalla sedia per andare a vedere cosa c’è di fuori, quello che gloglotta dentro viene su dal buco con la scala rotta: lacrime mescolate al muco.
Fuori è come dentro: piove, ed ogni goccia cade col tintinnio segreto delle monetine nel pozzo dei desideri.
I desideri stanno lì nel fondo a prendere la ruggine, per salire su bisognerebbe riparare la scala, o imparare a scalare le montagne dove manca l’aria.
P. per lui è stato solo quei due momenti nettamente separati di esserci e non esserci.
La voglia di leggere gli è passata, e adesso ascolta la musica del quartetto da camera. La viola è appena nata e sta sul gambo gracile nel prato; se ne violino l’innocenza, o la lascino crescere liberamente, dipende dal contrappasso di mille fattori, interni ed esterni. Il violoncello ha le corde vocali tra violino e contrabbasso, e dovrà capire da grande cosa vuole fare.
Ora non piove più. Nel fondo del pozzo, qualche desiderio si è scrostato di dosso il circolo vizioso del non posso, e ha messo le ali al posto delle scapole; c’è un radioso P. che passeggia mano nella mano col suo spirito risorto, dallo strascico scintillano i suoi giorni interrotti e mai vissuti.

 

 

ARGENTINA.

Se ne sta sotto l’intrico che genera il fresco dell’ombra, a osservare quel punto famigliare ingrandirsi e arrancare col fiato alle gambe. Gli porta la paglia del vino e il fagotto di pane e di olive.
Si dice salario; lavoro a giornata; sbarcare il lunario. Il cibo, prima, si benedice sempre, e poi si mastica piano, e si mastica piano: il primo coi denti, l’altro si pensa un giro di vite sulla serie infinita di stenti. Girolamo mastica piano, e pensa l’America. L’America non è: hai trovato l’America; per l’America ci vuole due cose: i soldi per partire, e la voglia dei calli sulle mani per tornare coi soldi. Girolamo la prima cosa gli viene data con fatica, la seconda se la deve far venire. Questo è mio nonno: se ne sta sotto quell’ombra a poltrire, e guarda ingrandire il fagotto, piuttosto che il figlio; a ingrandire, il figlio, ci pensa da sé.
Si dice investimento rischioso; soldi di sicuro buttati; tempo perso: questo è mio nonno Girolamo che parte per l’America Argentina: un buco nero di qualche anno, finchè non arriva il telegramma, o la lettera, “speditemi i soldi per tornare al paese”.
Tornato al paese, “l’Americano”, si aggiunge alla lunga lista dei nomi soverchiati dai soprannomi: “tricculi”, “minasiu”, “u pistulu”, “a liscia”, “u mancinu”, “cicchina”, “eccetera”, ecc. ecc.
Si dice pelandrone; senza padrone; vagabondo. Se ne sta sotto quell’ombra a ragionare (senza esagerare, è sempre un lavoro) sull’altra parte del mondo da andare a trovare come sbatterci il muso per caso.
L’Argentina è stata nel frattempo che mia nonna Caruso se la cavava con i suoi carusi Michele, Vincenzo e Giuseppe che, per fortuna, hanno preso da lei il modo d’essere ape e formica.
“mommo raccontateci l’America e la sfortuna che avete fatto”; “ehhh, l’America, l’America, che vi devo dire, è andata così. “mommo raccontateci l’Argentina e come vi siete rovinato”, “ehhh, l’Argentina, l’Argentina, che vi devo dire: era così grande che non si vedeva la fine del giorno; e neanche un albero da starci sotto l’ombra; e una polvere di vacche che si appiccicava al sudore della fronte anche a fare niente;
e le sere di baracche di lamiere; e qualcuno che ballava il tango nei locali malfamati; e le donne, non vi dico, ma qualcuno per loro si sbudellava; e poi, quel mattino, ho deciso che non era cosa, e mi sono fatto scrivere le due righe che sapete. Ehhh, è andata così l’Argentina”.
Mia nonna ascoltava senza dire una parola, ma lo sguardo era storto come i fulmini.

 

 

 

Mario Girolamo Gullace
nato a Torino il 21 agosto del ’63; residente a Venaria Reale e dipendente (operaio) di una partecipata con sede e attività nella stessa cittadina di residenza.
Libri pubblicati dalla casa editrice Ismeca: “Solo per amore” e “Per gioco e per amore” videolibro; per l’editore Libroitaliano World “La ragazza e il quadrifoglio”. Libricini che si perdono nella notte dei tempi e, credo, assolutamente irreperibili.
Più di recente sono state inserite mie poesie sui blog Neobar e Poetarum Silva.

Annamaria Ferramosca

1 maggio 2017

Titolo: Andare per salti
Autore: Annamaria Ferramosca
Editore: Arcipelago itaca
Collana: Collana Mari Interni

Pagine: 80
Anno: 2017

recensioni  http://www.carteggiletterari.it/2017/03/27/i-luoghi-e-le-scritture-rubrica-di-antonio-devicienti-su-andar-per-salti-di-annamaria-ferramosca/


 

Andare per salti, titolo che mi fa pensare a una sfida ipotetica di lettori all’assalto di una libreria: lettori appassionati che pur di leggere poesia fanno la coda per accaparrarsi le offerte migliori.

E la raccolta di Annamaria Ferramosca merita questa attesa, è una poesia viva, ispirata dalla vita nei suoi molteplici risvolti, esperenziali e metafisici. Una poesia che si svolge nelle ore e nei giorni, che cerca il senso nelle piccole e grandi cose. Le riflessioni di una mente alla ricerca del senso più alto della propria e altrui esistenza.

[…]

nessuno è reale piove sempre
nella pioggia sbavano i segni
ma le pagine accidenti quelle sono
insperate di bellezza
disperante bellezza irraggiungibile

[…]

così mi lascio vivere
un vivere piccolo semplice che almeno
un po’faccia coesione 
un rimpicciolirmi come
di seme tra i semi

 

Questa poesia è testimonianza dello spirito, navigazione a vista tra luoghi di memoria e luoghi di incontro, un’immersione nella profondità dell’attenzione emozionale ma anche analisi di un’intelligenza proteiforme, libera di mostrarsi e di mostrare oscurità e luce, con voce propria, originale,  paragonabile alle grandi voci della letteratura e della filosofia.

 

[…]

tanto sprovveduto è stato l’attraversare
il rombo delle strade senza avvertire
i passi accanto gli urti gentili

 

La mente che nell’attraversamento delle difficoltà quotidiane non si lascia travolgere, anzi, sa coglierne “l’urto gentile”, e chi, se non un poeta, può trarre dal dolore lo stupore, cogliere in uno scontro la leggerezza di un accostamento delicato.

Entrare nella poetica dell’Autrice è andare incontro a un sorprendente mondo variegato, è spaziare tra sogno e realtà, immergersi nella profondità di un pensiero policromo, in un guizzante alternarsi tra la concreta osservazione della vicenda umana e la consapevolezza, talvolta inquietante, dell’essere mistero. Da qui il linguaggio che si fa chiarore, che illumina  la mente con la sua poesia.
                                                                                                                                                                  c.b.

 

ai vivi resta in mano
incorrotto un ramo
aspirazioni e sogni da sfogliare

Dispacci per Narda

13 gennaio 2017

https://cartesensibili.files.wordpress.com/2017/01/headcrime1.jpg?w=460&h=460

su Carte sensibili

https://cartesensibili.wordpress.com/2017/01/12/dispacci-per-narda-in-ricordo-dellamica-narda-fattori/

Narda Fattori

12 gennaio 2017

[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

 

_____________________________

 

qui di seguito
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti

Inediti

 

 

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
i suoi colori…

 

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

altro qui

Buon anno

3 gennaio 2017

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Maria Grazia Calandrone

29 ottobre 2016

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Frammento in memoria

[…] ora sappiamo, poi che ne abbiamo rimosso il corpo
azzurro e cedevole, che lei era stata una cosa che non opponeva resistenza e adesso era
esaudita, mentre tubercoli
di larve ne intaccavano gli occhi e la canala dei liquami era stata
scavata profondamente
quanto
il fatto che chi se n’era andato non era più
con lei da molto tempo e lei aveva concluso nel corpo quel separarsi
lentissimo come in presenza di ostacoli e scendendo le scale quella mattina
con la fronte addolcita dal sole
sulla spalla
della piccola indiana con il nome da uccello aveva detto questo
essere stata in mani estranee è stata
la vita mia

Roma, 22 gennaio 2010

 

 

altre qui

Giovanni Baldaccini

23 ottobre 2016

Oltre il varco di notte

LaRecherche.it [Poesie immagini prose brevi]

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baldaccini

Inediti

 

Cose appena d’amore
                          
                         


Senza altrimenti

Amo la solitudine del tuo pensiero
la tua diversa fonte
il tuo sostare
in un credo capace di smentire
amo di te l’essenza
le tue nuvole a getto
che trasportano il mondo
lungo passaggi di definizione
e la dissomiglianza
dall’esistenza inabile
senza connotazione di frontiera
mentre ti affermi stabile
nella mutevolezza che conferma
l’enorme vastità del tuo dissenso
come un’inesistenza nella vita
la sostanza
nel sonno che sorveglio
mentre ascolto il respiro
che si muta in linguaggio
per avvertirmi della tua esistenza
che conferma la mia
senza altrimenti.
                               

                            

Senza farne parola

Non c’è ancora nessuno questa sera
ed io mi chiedo cosa penseresti
di questo vuoto intenso
se il tuo sentire ancora mi parlasse
del senso
e il mio dissenso
dove spesso mi seguo
per il gusto malato di inseguirmi
ma non c’è ancora nessuno
ed ignoro
se mi verrai a trovare con gli amici
o resterà la solita mancanza
o magari sarò io
a mancarmi
come è molto probabile
dato che non riesco mai a capire
se davvero mi manchi o se non sia
il mio sentire autistico
che in qualche modo o altrove qualche sera
mi porterà un rimpianto
o forse un soliloquio
che ti dedico spesso
senza farne parola.
                        
                                

Crepuscolo

Ce ne andiamo divisi
come due sconosciuti
e il tuo vestito non è rosso
come il tramonto in fondo
ma non saprei distinguere
tra le cose che cadono intorno
e il volo degli uccelli verso casa
malinconici
come la sera quando aspetta il sole
e le cose da dire
che non sai mai da dove cominciare.
                           

                                    

Suggestioni

Ti ho amata a dispersione aperta
che neppure la vita
a pioggia
a dimensione diseguale
quanto le forme dell’immaginario
neppure che tu fossi un’illusione
che vaga altrove e costruisce mondi
io ti ho amata reale
e questo mi stupisce.
                            

                           

Le notti belle

A Parigi
c’erano le candele
per traversare ponti dal mio letto al tuo
e tetti con le stelle.
Verso l’alba
qualcosa ritornava
a rimestare le mie rimanenze
su pochi appunti persi tra i cuscini
sai quelle forme a caso che camminano
senza arrivare mai
e non sai come dire.
Poi scendevamo scale d’illusioni
a scaldare castagne sulla Senna
e i fiori che compravo
avevano un odore di cipolla
acre
come un sorriso sperso
tra i riflessi dell’acqua
concessioni
che sanno di sparire.
Qualche volta diverse
grida al suolo
ricordavano sogni andati a male
e le cose
che non sanno tornare
perché l’inconsistenza le spaventa
e dubbi
cianfrusaglie
vecchi libri
riempiono le casse
d’anni
che s inseguono in alto
mentre mi sento nudo
quando serro l’armadio e i tuoi capelli
perché non ho più perle per i fili
e spesso non riesco a dormire
mentre ripenso a tutte le stampelle
dove appendo le sere.
                           

                            

Nostalgia

Appena vento
forse
nostalgia
senza di cosa
né ripensare
attesa
e tu che mi domandi scosta l’orlo
di questa sera lunga
che la dimenticanza sa di viole
e cade il ricordare.
                                  

                          

Madre

Quando passano i giorni e tu ti adegui
a un lento scavalcare questa vita
senza attesa
io mi ricordo Madre di morire
e ti tengo le mani


L’Autore

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, consulente A.I.E.D. di Roma; traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti; ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius; Il quasi nulla il praticamente tutto, Antologia, AA.VV.; ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore; è autore di due presentazioni di mostre fotografiche svoltesi a Roma e Parigi; ha pubblicato con La Recherche l’e-book “Tre notti” e l’e-book “Oltre il varco di notte”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete su “Il giardino dei poeti”, “La Recherche” e “L’EstroVerso”. Cura il blog personale “Scrivere per immagini.
Vive e lavora a Roma.

Ferie

10 luglio 2016

ferie giardino 2016 - by criBo

Lucia Tosi

9 luglio 2016

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2016/05/18/lucia-tosi-5/

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[…] penso che se fossi una sana
stupida signora perbene mai ti avrei
ri-conosciuta
si riconoscono i propri simili
quelli che dio natura o chi altro mai
ha fatti
di-versi.[…]

(da una poesia di Lucia a me dedicata)

tanto altro di lei QUI

 

                                                     altro           

                                                     

                                                       

                                               

                                                       

 

Anna Maria Curci

24 maggio 2016

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Haiku del guado

I
Nuovi programmi:
apprendo la tristezza
non opzionale.

II
Dissoda il campo,
pazienza. Scalpitare
non ti appartiene.

III
Ripudia sempre
quella vocale bianca
falsa e sguaiata.

IV
Questa paura
che brandisce il futuro
come arma impropria.

V
Ora mi avvedo:
mai mi hai chiamato “amore”.
Questo mi è caro.

VI
La carta straccia,
già riposta in un canto,
è testimone.

VII
Ma di nascosto
nelle mie albe incontro
versi vaganti.

VIII
Ritrarsi appena
spencolarsi nel vuoto.
Tempo-reggiamo.

IX
Ogni passaggio
rimodella il ghiaietto
laggiù sul greto.

X
Punching-ball sei,
disincanto pungente,
ragione alleni.

XI
Mi aspetti adorna,
tu lingua, mia dimora,
castello in aria.

XII
A passar l’alba
con chi non si perdona
s’accresce il fiato.

XIII
Sapessi l’ora,
per tempo canterei.
Ma non è dato.

XIV
Fu così accorta
da finger distrazione
la sentinella.

XV
Senza parere,
ci fermerà qualcosa
di familiare.

XVI
Canto smarrito
saluta lo strapiombo
come un approdo.

XVII
Terra straniera
dimora universale
presso ogni sponda.

XVIII
Canto corale
tecnica d’esistenza.
Impara, studia.

XIX
Emarginato,
manifesta il desueto
luce caparbia.

XX
Mi fa approdare
l’impazienza del cuore
al disappunto.

Anna Maria Curci
(30 giugno 2015- 7 maggio 2016)

                           

altro di Anna Maria
qui

Lucia Tosi

18 maggio 2016

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[…] penso che se fossi una sana
stupida signora perbene mai ti avrei
ri-conosciuta
si riconoscono i propri simili
quelli che dio natura o chi altro mai
ha fatti
di-versi.[…]

(da una poesia di Lucia in risposta a una mia)

                                                    

                      

versi sciatti e indigeribili

#47
e non pensavo
giuro non pensavo
quando pure t’amavo
con tutto il trasporto
che la natura mette
alle madri in corpo
che tu saresti diventata
il centro di tutto
senza fronzoli e orpelli
senza cornelia
che mostra i suoi gioielli.
vorrei tornare indietro
per ritoccare il quadro
casomai abbia mancato
di un sorriso o dell’ascolto
che niente t’abbia a turbare
che nel ricordo di me tu possa
ridere riflettere ricordare
una donna che un destino
– per tante specie assassino –
t’ha messo accanto
– per una volta gentiluomo –

 

#46
una cosa spero:
di non aver detto mai
e mai aver scritto
niente di “ispirato”
niente di poeticamente
poetico.
spero di aver scritto
spero di aver detto
cose normali
niente di volatile
e sfumato poeticamente
polisemico.
spero ancora
di essere stata
al mondo per rompere
per strappare
per mettere dita
negli occhi
per accecare
per alzare la testa
e tirare su col naso.
per imparare a stare
sola e fare finta di niente.

                            

#45
ci sono cose che non faccio più
e altre di cui non voglio più parlare
ho usato tutte le parole tutti i segni
ho cercato e creduto in quello che cercavo
trovato in parte in parte era un abbaglio
tutta la vita un sogno
dal sogno al sonno
e non faremo, non parleremo più

                       

#44
la mia è vita
che si sottrae
che si ritira
e in questo
non starci
– che mai
avrei pensato –
ho trovato
un senso
– penso –
uno dei tanti
– niente di che –
una specie
di pertugio
di anfratto
da cui spiare
l’infinito

altri versi sciatti e indigeribili

 

 

 

10/04/2016 
la domenica è in questo guardare
è nel perdere tempo
nella gioia sottile
del vuoto delle ore
è il fuori dai vetri
che mi sfugge ogni giorno
la terra smossa nei vasi di fiori
spiarne curiosa la crescita stenta
non cala il tenore del mio stare
al mondo che continua a girare
sono solo più attenta
alle cose da niente
che quelle importanti mi azzanneranno
comunque e dovunque
tutto il tempo dell’anno

altra  “poesia si fa per dire 

                      

tanka d’aprile
il relativo
in cui impari a vivere
t’insegna tutto
a goderti il giorno
a immaginar la notte
                     

Altri tanka

 

02/01/2016 
La Crusca nella tazza mi sobilla
perch’io diffonda quest’endecasillabo:
– Così ti metti l’anima in pace:
“Non ti curar di lor, ma guarda, e taci” –

                                   
Altri “endecasillabi rimasti” 
                                      

e se volete immergervi nell’intelligenza, nello spirito, nella poesia… fatelo qui

Ivano Mugnaini

7 ottobre 2015

Strade

Come se si potesse scarnificare la parola,
irriderla, violentarla e lasciarla lì, occhi
gelidi, incolume, feroce, ancora serena.
Inebriarsene, sfregiarla di carezze di vetro,
senza pagare lo scotto, la ruga che scava
la pelle, lasciandola bella di bellezza ineffabile.
Passarle addosso il peso del corpo e lamiere
squadrate come si fa con l’asfalto, confidando
nella pazienza dell’eterno, l’immutabile.
Ma l’asfalto si squama, si sgretola.
La strada non è la stessa. Lacera, deborda
la rabbia dei pini, affiorano grida di radici.
Passi al mattino nell’abitacolo surriscaldato,
e ride l’operaio del cantiere stradale guardandoti
blaterare tra i denti frasi che si schiantano
sui finestrini. Ride, lui che sa, conosce la consistenza
del bitume, sonda l’amalgama con i piedi,
una danza imparata da bambino, gambe
salde tra i grumi e l’aria, cosparge
cantando la strada al giusto livello, la quantità
ideale. Ride, mentre il cervello si tritura, pasta
farinosa, impalpabile, e prosegui, lento, a un palmo
dalla striscia della mezzeria. Scruti il guard-rail
con la coda dell’occhio lasciando solo un esile
spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde
di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,
sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra
del tutto, del niente.

 

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