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Annamaria Ferramosca

2 luglio 2021

Per segni accesi  di Annamaria Ferramosca, Giuliano Ladolfi Editore, 2021

                                         

                                             

Leggere la poesia di Annamaria Ferramosca è come avanzare attraverso prodigi luminosi, rapimenti d’amore e segnali di fuoco apocalittici, ché di profezia e accensione immaginativa e consapevolezza della desertificazione dei sentimenti ustionati dal male e dalla miopia dei tempi essa si nutre.

L’autrice, come una Sibilla contemporanea, trascina la lingua verso uno slancio totalizzante, allo stesso tempo mistico e sensuale, abbracciando l’alto e il basso, la purezza celeste e l’imperfetto dell’amore umano, tracciando un itinerario di gradazione ora ascendente ora discendente, intanto che viene disseminando segni ed immagini simboliche di forte e multipla pregnanza semantica.

Da una parte “le cadute e le polveri”, dall’altra “i lumi le ricostruzioni”; nel mare “la morte che galleggia”,  nella terra “il luccichio delle nascite”; e il sogno delle terre del Nord e del mare di mezzo ora che sono sparite “le rose leggendarie” e il mondo fa ombra.

La reiterata presenza di bambini e bambine, che giocano, che chiedono ripetutamente il perché del male (perché i fuochi incendiano  i ponti crollano / le parole non parlano  perché), che compiono minimi ed emblematici gesti d’amore come disporre briciole in terra / lungo la fila delle formiche, racconta il desiderio e la necessità di un mondo iniziale, rinnovato dalla capacità redentrice della sorgiva parola umana.

Allo stesso modo nei film di Fellini si stagliano al di sopra e al di là del male e della corruzione, il piccolo pifferaio in “8½” o i bimbi che affermano di avere visto la Vergine Maria in “La dolce vita”.

Si avverte anche la presenza archetipale della luce, specie albale, come elemento necessario e alla costruzione di nuovi continenti e di una nuova umanità e alla dimensione visionaria e metafisica, secondo un tòpos ampiamente collaudato nella letteratura, a cominciare da Dante.

Tutto questo sembrerebbe coincidere con un atteggiamento d’astrazione, quando invece è da una profonda consapevolezza che sgorga il sogno di purificazione; così che, nonostante la materia non appaia prettamente storica, l’argomentazione si basa su parole-chiave di significato sociale, come “insieme”, “accanto”, “noi”, “fratelli”, che prefigurano un’umanità cementata dalla compassione, concepita, quest’ultima, tanto in senso attivo di cum-pati, quanto in senso ricettivo, in una rilkiana accettazione del Tutto, dalla “nascitamistero”  fino all’enigma dell’ultimo buio.

Lo sguardo e il canto arretrano fino all’archetipo e accolgono il mito come «modalità più segreta dell’essere», secondo la lezione di Mircea Eliade. L’infanzia stessa si fa  mito in cui rintracciare memorie e sentimenti remoti, grazia e innocenza; figura del risorgere ciclico e gioioso,/ ché siamo tutti – fogliepietreanimali- / fatti della stessa sostanza luminosa / promessa inesauribile di un’alba; ed ecco che all’alba l’albero-dea Mirra partorisce il piccolo Adone dalle guance rosa, il quale non piange, ma sorride perché mai piange un mito d’amore.

La centralità del linguaggio, quasi sia esso stesso una sorta di correlativo oggettivo, si avverte in modo palese nella sovrabbondanza di parole composte, che non solo sembrano inseguire gli scatti visionari dell’autrice, ma trasformano i significanti in icone volte a ribadire l’agognata unità fra le molte lingue degli esistenti e fra quest’ultimi: e quell’ insieme camminiamo  insieme andiamo generano “l’oltreorizzonte” “sempreverdi” “sabbialuce”, se è vero che il dire è sostanza di vita.

In questo modo Annamaria Ferramosca recita l’atto di fede nella Poesia: libero volo  compassione  occhio / testimone del vento  del tempo // sintonizzarci sulla sua frequenza // provare a tradurre qualche lembo / della sua densa leggerezza / in segni vivi  pure imperfetti / poter salvare il suo silenzio / l’invisibile sua lingua inarresa”.

         E, dunque, nonostante i guasti e il dolore e i “disincontri”, la Ferramosca ci lascia un’affermazione di fiducia nell’umano dell’Uomo e nella funzione salvifica della poesia che di slancio supera il tempo lineare per approdare a un mondo ricomposto, non però ad un’utopia, a un non-luogo, ma a un’immaginazione feconda, ricca di  segni accesi, capaci di allontanare le tenebre.

Franca Alaimo

26 Giugno 2021

 

Dalla sezione  “ le origini l’andare “
                       

cantano i bambini ninnenanne

all’incontrario piccole storie senza finale

lanterne e trottole serene ad ogni giro

giochi ai quattro cantoni del mondo

mentre l’umano s’allontana   muto

alle domande infantili che squillano

perché i fuochi incendiano   i ponti crollano

le parole non parlano   perché?

 

sulle ginocchia rimarginano

veloci le ferite dei giochi

e si fa festa abbracciando gli alberi

mettendo corone di foglie sulla fronte

e non smette di raccontare storie Sheerazade

per ore e ore

finché tutto non sia compreso

caduto il velo   poi

ci si può addormentare
                            

***

perché sempre ubbidire

perché non nascondere il capo

nel sacchetto del pane

all’accostarsi solenne dell’angelo

a quel suo eterno gesto di creta azzurrina

basterebbe arginare le folate del manto

deviare in un crepaccio il soffio ardente

basterebbe cercare una falda vicina alla casa

– acqua di prossimità –

per cementare ogni crepa sul muro

chiedere un prodigio diverso se

non i pani ma i muri si moltiplicano

muri a secco

di compassione

non hanno mai riparato

né un rovo né un geco dagli incendi

è un fiume amaro a sprofondare

carsico in petto   lasciando allo scoperto

sedimenti incoerenti

domandepietre
                 
                           

***

Dalla sezione  “ i lumi i cerchi ”

 

fare tabula rasa dei pensieri

affidarsi al buio

con la sicurezza dei ciechi

sostare ad ogni angolo della notte

afferrare i lumi al baluginare dell’alba

sulla bocca delle sorgenti

nel luccichio delle nascite

verrà l’oceano

verranno le sue vele

saremo nuovi per nuovi continenti
                         

***

respiro mare

in questo spazio al sud

d’acqua e silenzio

dove la riva affabula

di vita in senso senza

bisogno di parole

alto mi assale il sole

dorme bassa la luna

nel suo letto di scogli

qui dove nessuno può insabbiare

l’impronta chiara degli onesti

la follia saggia dei sognatori

dove bambini scalzi

ancora pescano l’azzurro con

ami di pane

                             

***

Dalla sezione “per segni accesi ”

l’albero-dea Mirra ha partorito all’alba

cade il piccolo Adone dalle guance rosa

sul tappeto di foglie

sorride   non piange

mai piange un mito d’amore

semmai balbetta innamorato

ai morsi di mela

già mi ha conquistato

a lui s’inchina il bosco

divenuto sacro

gonfia in fermento l’humus brillante

schizzano via le cupole alle ghiande

lui audace corre

nel rito di passaggio

splende audace in sudore

corre nel mondo e non ha porto

sempre lo inseguo lo raggiungo lo blocco

sempre lo trovo senza passaporto

                                   

                                

Annamaria Ferramosca è nata in Salento e vive a Roma, dove ha lavorato come biologa docente e ricercatrice, ricoprendo al contempo l’incarico di cultrice di Letteratura Italiana per alcuni anni presso l’Università RomaTre. Ha all’attivo collaborazioni e contributi creativi e critici con varie riviste nazionali e internazionali e in rete con vari siti italiani di poesia.
Ha pubblicato in poesia: Andare per salti, Arcipelago Itaca (Premio Arcipelago Itaca, selezione Premio Elio Pagliarani, Premio “Una vita in poesia” al Lorenzo Montano2020, finalista al Premio Guido Gozzano e al Premio Europa in Versi); Other Signs, Other Circles – Selected Poems 1990-2008, volume antologico di percorso edito da Chelsea Editions di New York per la collana Poeti Italiani Contemporanei Tradotti, a cura di Anamaría Crowe Serrano e Riccardo Duranti ( Premio Città di Cattolica); Curve di livello, Marsilio (Premio Astrolabio, finalista ai Premi: Camaiore, LericiPea, Giovanni Pascoli, Lorenzo Montano); Trittici – Il segno e la parola,DotcomPress; Ciclica, La Vita Felice; Paso Doble, coautrice la poetessa irlandese Anamaria Crowe Serrano, Empiria; La Poesia Anima Mundi, monografia a cura di Gianmario Lucini, con i Canti della prossimità, puntoacapo; Porte/Doors, Edizioni del Leone (Premio Internazionale Forum-Den Haag); Il versante vero, Fermenti (Premio Opera Prima Aldo Contini Bonacossi).
Ha curato la versione poetica italiana del libro antologico del poeta rumeno Gheorghe Vidican 3D- Poesie 2003-2013, CFR (Premio Accademia di Romania per la traduzione).
Sue poesie appaiono in numerose antologie e volumi collettanei e sono state tradotte, oltre che in inglese,in rumeno, greco, francese, tedesco, spagnolo, albanese, turco, arabo.

Un’ampia rassegna bibliografica con recensioni critiche è nel sito personale www.annamariaferramosca.it

                                             
                                    

                             

 

 

Maria Allo

15 giugno 2021

                                                                                              

La poesia di Maria Allo come luogo interiore e universale.
                                                                                                  

C’è in tutta la poesia di Maria Allo, e in particolare in quest’ultima raccolta “Radure”, quell’adesione ai luoghi del proprio vissuto che non si traduce in semplice descrittività, ma piuttosto in un coinvolgimento così intimo da determinare una continuità d’atmosfera, la quale non solo vibra e s’irraggia nei testi con immagini e colori perfettamente identificabili geograficamente, ma ne intride profondamene il tessuto lessicale, che se ne ingravi da mentre porta alla luce percezioni e riflessioni a lungo meditate, come rivela la loro ricorrente presenza, sia pure tra infinite modulazioni.
Il mare di cobalto, L’Etna “che infuria”, l’afa di agosto”, la vite a pergola” e i miti (le Sirene, Persefon e, Efesto) innestano il sentimento dei luoghi di appartenenza in un ciclo temporale in cui passato e presente, vivi e morti, non cessano di dialogare e di rinnovarsi come figure che interpretano la loro ininterrotta sedimentazione nell’esperienza individua le della poetessa.
L’introiezione di tutti questi elementi dirige l’analisi del proprio “io” verso un registro tonale e cromatico che conserva le peculiarità delle cose viste come in un attraversamento: il fuoco dell’Etna, se mbra accenderle il sangue, tra smetterle una furia del sentire; il vento del sud, con la “sua assorta pazzia” si avventa a pugni chiusi/ dentro la sorgente sotterranea/ delle mie cento pelli ”, in una sorta di effetto psico somatico di fortissima pregnanza.
Del resto lo sguardo di Maria Allo si leva raramente al cielo, non perché non le appartenga la dimensione della spiritualità (non manca di manifestarsi di tanto in tanto il desiderio di una fuga “ verticale”), ma perché esso preferisce indagare la sostanza greve della terra, l’antica tristezza ”delle ossa, tutta la ferocia di sopravvivere” in mezzo ai travagli, al male rovente” della vita. Ne consegue un amaro senso di pietas religioso creaturale, che ora fa posto allo sdegno, ora ad una cupa tristezza, ora ad una percezione di disfacimento, che solo raramente si alleggerisce in uno squarcio descrittivo, in un vagheggiamento amoroso, o nel breve sogno di un futuro pacificato e ridente come le “radure” del titolo.
È oltremodo interessante annotare come i vari stati d’animo si coagulino insistentemente in una serie di campi semantici omogenei, come, per esempio, nel testo: “Non cercatemi poeti”, in cui verbi e aggettivi insistono anche attraverso i suoni sul concetto dell’annientamento doloroso (fardello, sventura, brandelli, buio, rovo, peso, trambusto e sventra, strozzano, muore, squarcia) martellando cupamente l’orecchio. Questa coincidenza di cose, suoni, atmosfere tonali, stati d’animo, che è proprio della grande poesia, rivelano la statura morale e poetica di un’autrice che pratica la scrittura come uno strumento di rivelazione e di comunicazione, grazie ad una corrispondenza fra le cose nel mondo e il suo modo di rappresentarle a sé stessa e agli altri.
La poetessa sceglie, insomma, l’itinerario del dolore per costruire il suo sistema poetico filosofico, sia in quanto esso appartiene ontologicamente ad ogni essere vivente; sia in quanto caratterizza l’anima profonda della sua Sicilia fin dalle più remote origini: l’occhio vermiglio del vulcano, dove si nasconde il dio Efesto, zoppo e laborioso,
che piega con il fuoco e vomita le scintille sprizzate dall’incudine, e ceneri e lava incandescente che distrugge e rimodella via via il paesaggio; la stessa Persefone, per metà ctonia, lei che per molti mesi dimora nel grembo tenebroso de ll’Ade; il piede tragico del satiro greco che risuona in Pirandello, con il quale l’autrice condivide la stessa fame indagante, lo stesso rovello.
È come se il passato storico, la letteratura stessa che ne è intellettua le testimonianza, confluissero n el flusso ininterrotto di vita e morte, ripetendo le stesse tragedie e gli stessi errori, il che rende ancora più radicale l’adesione all’hic et nunc.
Lo dimostra la presenza abbondante di testi dedicati, oltre che al problema dei migranti, a quello attualissimo del Covid, prigione nella prigione dell’esistenza: “Siamo in trincea con la dissolvenza/ di giornate attente al cupo conto/ dei morti, ma ognuno di noi/ trova rifugio nelle cose in disordine/ nelle letture rimandate nei pensieri sparsi”, quasi che per fino il disordine del vivere costituisca comunque un argine alla catastrofe.
In questo suo tenersi sempre accosto ai fatti e alle cose e ai luoghi va ricercata quella memoria di ciò che siamo/ soli in mezzo alla terra / con la vita che cerchiamo”.  C’è molto di Quasimodo in questa affermazione della solitudine consolata da un raggio di scarsa felicità che rischiara appena la ricerca di senso, che poi è la stessa per entrambi, e forse è quella di tutti i poeti, cioè il sentimento dell’amore, che è compassione, compartecipazione, conoscenza, (“Solo nel sapere profondamente/ libero in continuo moto c’è certezza” certezza”); ma si può fare a meno dell’amore? si chiede, infatti, la Allo, e la risposta non è necessaria, tanto è scontata.
In fondo è l’amore a mettere in moto l’atto stesso della scrittura che lo riverbera a sua volta, ne fa un pulviscolo d’oro da spargere sul male: “Le carte sulla scrivania e la luce che filtra. / È da qui che guardo ogni cosa ((…). Da qui inizia ogni cosa tra le cose (…) Da qui ascolto quelle note antiche e attraverso la finestra/ in un fremito il ciliegio in fiore. / Tra noi una presenza viva”. È una dichiarazione di fede commovente, un consenso che dà direzione finanche ai personali sentimenti, dal momento che l’autrice, come si è detto, per dare figura alla propria interiorità, introietta le forme esterne elaborandole in metafore, che non riescono ad occultare del tutto i riferimenti autobiografici, come il fallimento di una relazione amorosa, uno scontento legato ad eventi personali precisi oltre che alla qualità di un temperamento irrequieto e umorale.
La qual cosa serve a dire che i versi della Allo si nutrono di emozioni private, dalle quali sgorga quell’attitudine riflessiva che investe tutta la realtà in un allargamento progressivo del proprio “io” in un “noi” universale.
Poeticamente questo continuo intrecciarsi di elementi descrittivi, ragionativi
e autobiografici si risolve in un flusso musicale che è ancora una volta testimonianza di una incondizionata fiducia nella parola poetica come canto, come sola possibilità d’armonia in un mondo malato di disamore:  “Cristo svanisce per il gran marciume”, “per il sangue rappreso nei fondali”, “per noi e la mancata fratellanza”.

Franca Alaimo
febbraio 2021

POTREI

I bagliori del vulcano disperdono
le sole armi che ho
sempre più all’interno sul greto
[di un fiume
nel profilo di un’ombra sparsa
con molteplici voci.
In questa stagione come Persefone
colo a picco nella notte
e nel flebile brusio della risacca
recisa dalla sterpaglia sonora
[scendo sotterra.
Potrei anche smettere di scrivere
quando il gelo screpola le labbra
e il foglio si accartoccia sul velame
eppure, mi aggrappo al timone saldo
che il nostro tempo brutale
ha perduto ovunque sui pendii.
Agli assalti del male l’airone si alza
e mi attraversa nel corpo
[della terra.

PAROLE COME LICHENI

Un bianco sole e il rumore del mare,
l’onda fiacca sull’arenile scosso.
L’onda fiacca sull’arenile antico
tra nubi rade
le parole _licheni senza nome
cadono nell’aria indifferenti.
Ombre affilate mentre la buganvillea
dischiude la luce increspata
sulle tempie.
Nel silenzio della tarda mattinata
la voce del vulcano a sprazzi trema
nel suo dire cerchio di rosso
sulle foglie e il vecchio tronco
in unico flagello come labbra arse
in scivolose schegge.

VEDO COSE

Occhieggia l’alba in mezzo al porto.
Il silenzio infranto delle onde
le rauche lingue dei gabbiani
implodono lontane in mezzo al mare
tagliano a colpi d’ascia
dolore sopra dolore.
Io da qui vedo impronte diradarsi
vedo cose e mi lascio attraversare
con una distanza sempre più lieve
dal candore feroce delle tue mani.
Si tocca il fondo di tanto in tanto
per il troppo bene e non c’è
altra parola tra il vento e l’acqua
più forte e chiara come un fiume
che scorre verso il mare.

TRANNE IL CIELO

[…] Non c’è niente tranne il cielo.
In questo luogo e ovunque
non ha mai fine il suo splendore
tra odori e radici alle tue spalle
oltre il vulcano elude il tempo
nel fuoco di un tramonto fino al mare,
su palpebre mute e senza una stagione.
Il cielo non svanisce tra le forre
radicato con diverso amore sulla terra
nei giorni dell’assenza o del dolore
precede l’alba con l’unico orizzonte
prima e dopo una certezza verticale
riflessa in una goccia universale.

SI FA REALTÀ
L’alba si perde dietro un velo.
È di giugno questa luce che avanza
nel volo dell’allodola
nei fischi acuti delle rondini
per un dopo che ora ci assedia.
La distanza risuona nelle voci
nell’agonia di corpi spersi
con la verità di un altro cielo,
ma niente rispetto al flagello
di chi ha amato e non conta
reclamare giustizia o placare
il dolore come un errore.
Il mare fino agli occhi intreccia
[…] morti o vivi nello stesso luogo.

SGUARDO VERTICALE

Non c’è fenditura di scoglio
in cui il mare possa fluttuare.
Bianchi aironi incrociano il torpore
di conchiglie in dormiveglia
sul fondo più chiaro del mare
ma in una maledizione il vulcano
nomi e voci dilegua quando la notte
scende e sopra una roccia il grido
divampa tra i raggi marci nei lidi
su chi non ha luce in viso.
Solo a tratti il respiro è specchio
[di uno sguardo verticale.

NON SI PUÒ FERMARE

Non si può fermare il vento
solo cogliere i suoi presagi
dietro il peso lieve di una nube.
Ti parlo da tempi sconosciuti
senza sapere come mi attraversa
l’ombra, mentre un fascio di raggi
si inerpica confuso per sentieri impervi.
Ho seminato impronte
dietro cardini sconnessi nei fondali
ora fluttuano in una voragine
mentre l’ombra dilata il mio chiarore.
Ecco. Scrivi mentre cadi.
                                       

                                      

ESPRESSIONISMO LIRICO IN “RADURE” DI MARIA ALLO

Lo sguardo del poeta sulla natura può insegnarci a vedere quello che di solito non abbiamo pensato di noi stessi e della condizione umana. Un approfondimento sul nostro essere al mondo in mezzo alla natura in cui ogni elemento, anche quello più comune, ha un significato profondo che sfugge, ma in queste poesie per di più, in balia dell’Etna, emerge nelle relazioni misteriose che legano gli aspetti della realtà con la Natura che ci circonda, altrimenti muta. La parola poetica di Maria Allo in “Radure” si muove in questa direzione, attraverso i colori della sua terra, i cambiamenti delle piante e della flora che avvengono da un giorno all’ altro, a nostra insaputa. Dal suo osservatorio quotidiano stende il rapporto di quello che succede nel mondo delle piante, delle acque e nel cratere di Etna, in continuo monitoraggio. Non a caso è una appassionata dell’obbiettivo fotografico e nelle dissolvenze delle sue poesie, la velocità delle nuvole, il ritmo costante del cambio delle stagioni.

non sapevo di essere dentro

in un punto affilato del glicine

 prima di fiorire”.

Questi versi di Maria Allo, in esergo a Radure, chiarificano immediatamente le intenzioni e le meditazioni dell’autrice: realismo lirico e ricerca simbolistica di richiami ad una realtà superiore nelle immagini della natura, un ritorno tutto mentale e di nostalgia, accompagnato da un sentimento di perdita che richiama alla concretezza della vita e delle sue lotte. In Radure, siamo invitati a seguire le folate di vento, le venature delle foglie, il minimo declinarsi della luce, le onde del mare nelle varie stagioni, le varie schegge dell’Etna, il mutare dell’orizzonte e dei profumi della terra. Un variopinto scenario per entrare nella vita intima di ognuno di noi al di fuori del nostro quotidiano essere al mondo. Per sostenere la forza pittorica di queste poesie riferisco cosi per caso alcuni versi di INFANZIA IGNARA: “un viale fiancheggiato da alberi in lontananza/ i millicucchi eduli all’ombra di possenti nervature e foglie cuoriformi/ il sapore dolciastro i germogli sfogliarsi […] un profumo dappertutto. Ma l’Etna stamane va in schegge a denti stretti. Un vento avaro ritorna sui suoi passi in questa luce spenta tra i colori da un moto all’altro sulle fronti. Sto in queste carte come un treno in corsa verso l’alba”. La nostra caducità e corporeità guidata verso l’alba abolisce il senso doloroso dell’isolamento dell’individuo chiuso in sé di cui in questa poesia resta solo il ricordo. Radure mette a nudo il nucleo più profondo della sua umanità, è il messaggio ottimista di una poesia fondata sulla dura terra della Sicilia come da questi versi in esergo a Radure     

“C’è in mezzo al bosco una radura inattesa; la può trovare solo chi si è perso”

Tomas Tranströmer

Sotirios Pastakas

Patrizia Sardisco

2 giugno 2021

LO SPETTRO DEL VISIBILE

di Patrizia Sardisco

edizioni Cofine – Roma

recensione di Luigi Paraboschi

Quando ci si accinge a trattare qualunque argomento usualmente si afferma che “bisogna pur trovare uno spunto per iniziare“ e io ho scelto i versi che seguono per trovare la chiave interpretativa che mi fosse utile.

“Ma dico/ quale lingua?/ Non ha una lingua /a strappo// la chiusa scatoletta/ rossa e polposa in succo/ ci vuole un apriscatole/ un affilato arnese/ di parole/ per arrivare al cuore//.

Ho riflettuto più volte su ogni verso di tutto questo lavoro e mi sono convinto che l’apriscatole del quale l’autrice avverte il bisogno sia la parola intesa nel  senso più ampio, quasi la stessa che San Giovanni apostolo pone all’inizio del suo Vangelo ove scrive “all’inizio fu il Verbo“.

Qui assistiamo veramente al trionfo dell’uso della parola;  pochi autori sono in grado di costringere il lettore come fa Sardisco a indugiare sul significato dei numerosi aggettivi, verbi e sostantivi raramente diffusi nel linguaggio usuale, al punto da farci tornare indietro nella lettura, ricercare ogni significato non chiaro e d’improvviso vedere aprirsi la luce sul senso pieno di quanto stiamo leggendo.

Il primo verbo che mi ha attratto è stato “campire“  perché inusuale in poesia e  lo si riscontra più frequente in pittura.

L’ho trovato nella prima poesia d’apertura ove si legge:

“dal sogno della voce migrarono/ particole di luce/ a campire la vacuità del bianco/ lo spazio fantasmatico/ di una impossibile nominazione“

Dice lo Zingarelli che con “campire” si intende:dipingere un quadro a fondo/ stendere il colore in maniera uniforme, e – pur conoscendo il significato di quel verbo – mi è parso si aprisse uno scorcio dentro i versi e ho pensato che se avessi fatto riferimento alla pittura forse avrei trovato qualche illuminazione che mi fornisse una interpretazione abbastanza vicina alle intenzioni della poetessa.

Ma a quale genere di pittura avrei potuto avvicinarmi trovandomi di fronte ad una raccolta di grande difficoltà di disvelamento come questa?

Non potevo leggerla utilizzando gli stessi schemi critici che avrei potuto usare di fronte a un testo poetico dell’800 letterario e neppure della prima metà del ‘900; dovevo per forza trovare quell’apriscatole di cui fa cenno l’autrice, e a quel punto mi è parso che se dovevo “campire“ la tela di Sardisco avrei dovuto usare un rimando pittorico ad una tecnica più moderna che mi aiutasse durante la lettura.

Ho pensato al pittore americano Jackson Pollock, che ha inventato la forma  più nuova del suo tempo, il “dripping“.

Partendo da una tela vergine, stesa sul pavimento, egli, utilizzando qualsiasi strumento – che solo rare volte era rappresentato dal tradizionale pennello, sostituito spesso con  lunghi e sottili pezzi di legno  o anche stendendo il colore sulla tela direttamente dal tubetto, oppure sgocciolando le tinte  dal barattolo,- stendeva sul lino bianco una rete sovrapposta di vari passaggi di tinte che alla fine forniscono all’osservatore un reticolato dentro il quale chi guarda riesce a sperimentare dentro di sé una emozione che gli permette di assimilare interiormente il quadro.

La tela di Sardisco è rappresentata dal semplice foglio bianco  dal quale essa parte per tentare una coraggiosa analisi interiore che la conduce all’interno di quell’ IO che nella letteratura moderna è partito da Joice con l’ Ulisse che ha sconvolto tutti i canoni narrativi e poetici del 900.

Con questa predisposizione all’analisi interiore, il visibile appare come qualcosa di interiorizzato in modo così profondo da essere chiamato “spettro“ (per definizione invisibile), che però la poesia tenta in molti modi di rendere “visibile“, perché, scrive l’autrice:

… l’uomo dentro il guinzaglio/ trova dentro un bisogno/ l’evasione“

e tale bisogno nasce da una forte necessità espressiva:

“… dove la sete occupa uno spazio/ proliferano i rami / per simmetria alla opposizioni radicali…/”

La sete come bisogno di conoscenza fa crescere i rami che dovrebbero dare slancio e aperture per bilanciare le opposizioni alle radici interiori, e in altra successiva leggiamo :

“nessuno scrive un rigo se ha altro da mangiare …“

Da queste poche parole stralciate da differenti poesie ci possiamo rendere  conto che il colore base, quello sul quale l’autrice costituisce la campitura è steso, e lo potremmo definire come la

 “necessità di esprimersi dovuta alla condizione umana di essere trattenuti da un guinzaglio che impedisce all’anima di alimentarsi“.

Questa prima stesura di  colore è fondamentale, è la base che sarà il fondo del quadro/poesia che si costruirà verso dopo verso, parola dopo parola attorno a quell’ IO accennato poc’anzi, un IO che: 

… si disponeva al centro dei corpuscoli/ mediava tra voce e sottrazioni/ sfibrato da un principio di realtà/ aveva scelto di non sporcare i panni/ per non doverli poi lavare //

E’ un ego  dibattuto, che vorrebbe gridare ma che è soffocato dalle paure di sporcare i panni e teme di doverli lavare, dato che non può farlo perché troppi sono i condizionamenti, è anche grande la sfiducia in se stessa:

”ogni denominazione dell’intorno/ è l’audacia/ di non gettare troppo in basso l’occhio“

Ci si rende conto durante la lettura che l’IO si dibatte  sommerso da una marea di pressioni esterne ad esso ed anche interiori, vorrebbe emergere ma non può farlo con libertà, e questa impotenza a essere compreso genera frustrazione nella poetessa, come scrive anche A.M. Curci nella sua prefazione “… ricorre il divario lacerante tra l’urlo di invocazione…  e l’impossibilità di emettere la voce “e prosegue più avanti sempre la Curci… ”sottrarre vigore alla barriera che rende l’urlo strozzato, sporgersi a invocare”  e crea una poesia che in certi punti assume il sembiante di esame scientifico e quindi  per nulla sentimentale, sul quale prevale spesso un angosciante domandarsi e dibattersi tra la volontà e il potere, come leggiamo:

”gli asindoti hanno un fascino inconcludente/ tensioni d’arco e fughe all’infinito/ da un desiderio amodale di tangenza/ gli orridi ci attraggono negli scoscendimenti della gola“

e aggiunge in un’altra

“ll residuo non cessa/ di emettere segnali// amputare la mano dopo il tiro/ continuare a saperne/la posizione di sensazioni tattili// del dolore sottratto/ resta la sottrazione, l’assenza di visione/ la bruciatura plastica sull’orlo/ l’urlo fantasma che sutura il foro//.

Si esce dalla lettura di questa raccolta con la stessa sensazione di stordimento che ci lascia la visione di un quadro astratto il cui significato completo ci sfugge per l’impossibilità di penetrare fino in fondo l’anima dell’autore.

A questo punto mi sembra possibile  inserire un altro accostamento pittorico che ci possa aiutare a comprendere meglio la poesia di Sardisco, e mi soffermo sul quadro famosissimo di Magritte dal titolo “cecì n’est pas une pipe”, titolo nel quale il pittore sembra aver compiuto un errore grammaticale dicendo “cecì“ al posto di “celle-ci“ al femminile, pensando alla pipa, ma la sua intenzione è quella di depistare l’osservatore obbligando a comprendere che quel “ceci“ è usato al maschile in quanto egli sta parlando del quadro e non della pipa.

E anche Sardisco scrive:

“… la mente è epifenomeno di luce/ in metamorfosi// eppure apprende presto a ruminare il buio/ nell’onda urente degli inchiostri/ inchiodata a se stessa ma chirale“

Ove “chirale” è da intendersi come qualcosa non sovrapponibile alla propria immagine speculare, compiendo in tal modo lo stesso percorso di Magritte.

Usualmente chi scrive parla anche involontariamente di sé e anche la nostra autrice lo fa con pudore e cela la sua incertezza/timore/paura  dietro il velo di parole acute e sapienti  che costituiscono la bellezza della sua scrittura.

Non si tratta di un lavoro di facile lettura, occorrono pazienza, attenzione e diversi passaggi tra i versi ma proprio per queste difficoltà che si incontrano ci si sente pieni di ammirazione per gli sforzi di chi ha fatto del suo meglio  per metterci sotto gli occhi tutta la sofferenza ed il conflitto del vivere mai completamente espressi  perché :

“…le grammatiche/ giocano entro limiti finiti/ segmentano lo spettro del visibile/ in unità di campo tendenzialmente rigide //

 

 

Luigi Paraboschi

3 maggio 2021

dalla sezione Lo spettro del visibile

*
fare della reticenza fiato
dell’astensione morso segno
usurare
la lingua torcerla al verso
darsi la direzione tra i picchi delle onde
decidere tagliare
la frequenza coattiva la catena
scantonare forse
forse cantare

dalla sezione Aprèslude
*
Chiedi a una rosa
se è colta pronunciata
o se è recisa.

*
Sia detto che la rosa
non sbavava
per travasarsi in rosso
in un decanter

rubra dentro al suo cono
emergente incidente
era e danzava iperurania e sparsa
chiusa ma in sé esclamata

né sbocci né sboccature
non traboccava
restava, non rosa
rosa.

Patrizia Sardisco è nata a Monreale dove tuttora vive. Laureata in Psicologia, specializzata in Didattica Speciale, lavora in un liceo di Palermo. Scrive in lingua italiana e in dialetto siciliano (parlata monrealese). Vincitrice e finalista in diversi concorsi a carattere nazionale, nel 2016 pubblica, per i tipi di Plumelia, la silloge in dialetto “Crivu”, vincitrice del Premio Internazionale Città di Marineo e menzionata al Premio Di Liegro di Roma. Nel 2018 si aggiudica il Premio Montano nella sezione “Una prosa breve”; con la silloge inedita in dialetto “ferri vruricati” guadagna il secondo posto del XV Premio Ischitella – Giannone e, nello stesso anno, per le Edizioni Cofine, dà alle stampe la sua prima pubblicazione in lingua italiana, “eu-nuca”, prefazione a cura di Anna Maria Curci, finalista al Premio Bologna in lettere 2019 e vincitrice della sezione opere edite del Premio Città di Chiaramonte Gulfi 2019. Ancora nel 2018, la raccolta “Autism Spectrum” vince la quarta edizione del Premio Arcipelago Itaca, indetto dalla Casa editrice omonima che, con postfazione a firma di Anna Maria Curci, ne cura la pubblicazione nell’aprile del 2019. Autism Spectrum è tra le Opere edite segnalate al Premio Bologna in lettere 2020. Del 2021 è la raccolta “Lo spettro del visibile”, Edizioni Cofine, prefazione di Anna Maria Curci.

Gianni Ruscio

15 maggio 2021

 

 

dalla prefazione di Sonia Caporossi

Questo libro parla di un progressivo recupero del senso delle cose di fronte all’ammanco abominevole del significato che emerge dalla superficie scabrosa dell’interiorità. Questo libro volge la propria indagine in direzione del fondale silenzioso e atarassico della natura dell’essere umano quando è posta in dubbio e messa alla prova dal male, dalla malattia mentale e dalla perdita di ragione. Si tratta di un testo elaborato come un poemetto a interruzione continua/alternata, in cui il vuoto si affaccia continuamente al solo fine di essere riempito dell’essenza stessa del vivere, giacché è rivissuto in una presa di distanza, in un passato trascorrente e attualizzato. Il vuoto è la dimensione che permette all’io poetante di darsi in pasto alla comprensione del lettore, come esserci che deve essere riempito di senso. In questo nuovo libro di Gianni Ruscio, in parte autobiografico com’è ormai abitudine dell’autore, l’io si offre nel gioco indefinito del linguaggio perpetuamente individuato sul bilico dell’a-sensatezza che recupera un filo logico nel riconoscimento dell’altro, “nel vuoto, quel vuoto tutto senso, / quel senso tutto racchiuso nella pienezza /del tuo volto, sfuggente ed arreso.

 

Lo spazio tra me
e l’altro. Lo spazio
vuoto, il vuoto centrale
e ricolmo di nulla
tra l’altro e me stesso.
Da quella fessura passa
ci attraversa, come corrente
come vento, il linguaggio.
Strutturati e dilaniati
dal discorso che ci ingloba
e ci tempesta, siamo
un’assenza, un mancato,
un sintomo velato, uno stare
senza risveglio, una rivelazione
inerme,
uno svelamento incompiuto,
pezzi, stralci, segmenti
rimescolati e impastati
con la luce nera dell’anima nostra.

 

Dalle vene alle scale si è seccato
il tuo esperimento
come le casse di un’impresa.
C’è ressa agli sportelli dei bancomat.
Noi siamo rimasti addosso
al muro delle poste di Viale Pantelleria,
per osservare
le sassate nella notte, le file di persone
spaccate, affrante, confuse dal Covid.
13Rigurgitano ancora sangue
le valigie di casa. Esce e non senti
che da queste vene innevate
non possono ancora, le labbra,
scandire il tuo nome.

 

Immediato, improvviso
un’eco diretta, un ecco secco,
un adesso.
Un rimosso, dal letto alla finestra
senza nessun detto
rimuginando qualche scarto,
si arrampica e si sventola
come salma sotto mare
a ridosso di una spiaggia

 

Da sempre, perso, il fiato,
che immerse la tua luce
nel vuoto, quel vuoto tutto senso,
quel senso tutto racchiuso nella pienezza
del tuo volto, sfuggente ed arreso. Ridi
fai pure
vai, ridi e scappa, tocca, lecca
separa, batti, rinuncia, stacca
la lingua dallo specchio,
e solca il diaframma. Gettati
a petali
sotto il faro Tiberino:
resta inerme;
io te ne prego, non andare alle sirene.
Disarmati. Disarmati.
Prova. Non farti ormeggiare
dai farmaci…

 

Dalla tua mano si discioglie
lo stomaco, nella bocca.
Appari nauseato dal bacio dell’aria
sul tuo crollo.
Sei penetrato nell’universo parallelo
da cui un altro ti abita.
Vuole riportarti al di qua
o tenerti di là, mozzato. C’è qualcosa di spietato
o di disumanamente compassionevole, castrato.
Salti in aria, poco prima di romperti.
Ora vorrei solo pacificare il respiro,
il tuo respiro.
Diventare complice di un sussurro
indistruttibile e amico.
Ma non sempre funziona.
Un sussurro

 

Porti le tue scintille verso il campo di calcio
per farne la conta e giocarci a nascondino.
Sei tra i tuoi numeri e quelli dello spazio.
Scindi la cenere che cade dai tuoi occhi
e resti a guardare il miracolo compiuto
del tramonto. Fissato e labile.
Spargi così il tuo corpo calpestato
dalle nuvole in rovina
fino all’alba – disconnessa.
Ti raggomitoli sul tuo fianco
mentre parli di cose
che tu solo senti in cielo e in terra,
nel tuo letto disgraziato.

 

Vieni con me, sotto le impalcature di queste finestre
dei primi del novecento. Qui le suore
si slacciavano di nascosto le vesti
verso un commosso rantolo di preghiera:
Ave Maria, gratia plena –
in un rosario madreperlaceo.

 

Gianni Ruscio è nato a Roma nel 1984. È musicoterapista all’Antennina 00100, comunità diurna e residenziale per adulti e minori autistici con disagio psicosociale. Ha pubblicato le raccolte di poesie Amore è l’errore (2008), Nostra Opera è mescolare intimità (Tempo al Libro 2011), Hai bussato? (Aler Ego 2015), Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017), Proliferazioni (Eretica 2017). Attualmente è redattore della rivista Inverso – giornale di poesia.

 

 

 

Vittorino Curci

26 aprile 2021

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Vittorino Curci è una delle voci più interessanti e consolidate della poesia italiana contemporanea. Non solo poeta, ma anche raffinato musicista, artista eclettico capace con geniale versatilità di esplorare la conoscenza con una ricerca sempre personale e riconoscibile.

Nel 1999 ha vinto il premio Montale per la sezione inediti. Scrive poesie da più di vent’anni, oggi cura per La Repubblica edizione di Bari  la Bottega della poesia.

                           

                      

                          

DALLA PREFAZIONE DI MILO DE ANGELIS

L’infanzia percorre tutte queste pagine, con le sue scene antiche e il suo eterno «primo ottobre nel cortile della scuola», il suo giocare «a morra con le ore della notte». Ma non è l’infanzia crepuscolare del rimpianto. È una stagione vivissima che non possiamo situare nel passato, che ci raggiunge e ci supera, a volte ci aspetta. È un inizio incessante in cui siamo immersi, quello che ha ispirato un momento esemplare di quest’opera («Se penso al mattino del creato/ quando le cose furono toccate da uno sguardo per la prima volta/ io sono contento di tornare sui miei/ passi…») e sollecita nel profondo la sua ispirazione, ponendosi come continuo esordio o come rinascita dopo la caduta e accendendo una corrente impetuosa che scorre tra le righe nei momenti dello sconforto, della sconfitta, dell’essere vulnerabili alle potenze del cosmo: quando «il tuo mandala sarà disfatto/ al primo sogno di vento», ecco che un altro vento misterioso scuote il disfacimento e lo consegna alla metamorfosi. Così il fascino di questa poesia è un soffio polifonico che raccoglie in sé diverse tonalità – dall’elegia alla riflessione sapiente, dall’invettiva alla supplica – per ricrearsi continuamente dalle sue ceneri, che sono le ceneri personali ma anche quelle della Storia: è una prospettiva vasta e generale, un’inquadratura in campo lungo, uno sguardo nitido e insieme visionario.

                          

   

                 

viaggio nel mezzogiorno

sono reperti del futuro – spugne e cavi d’acciaio
piante infestanti in decomposizione, marmi
policromi, scampoli di pelle conciata.
sono, per certi versi, pensieri sbriciolati
dopo quattro inverni passati al buio – aria
che qualcuno potrà respirare
giungendo qui da lontano.
la scatola di vetro è un display di materiali poveri
e merci di valore
al primo sparo gli uccelli scappano dal cielo
il loro sbattere di ali è così umano, così vero

l’anno è il millenovecentocinquanta
il presidente de gasperi è in visita a matera.
in una trance che dura mesi, come se il verbo
scrollare sanguinasse fino all’alba, sorvoli
la tua prigione cavalcando una corda
di tramontana.
«io non so cosa accadde prima»

sei all’ultima stesura. solo negli oggetti hai fede.
nelle scarpe spalmate di grasso.
nella luce dei neon sotto il ponte.
nella kodak a soffietto di tuo padre.
per non morire come un lombrico,
da un grumo di sillabe, da un parcheggio interrato
gattoni fino a casa

quando esce da una di quelle abitazioni malsane
il presidente è sul punto di svenire.
il verdetto, quindi, collide con la falsa riga
con le stimmate di chi soffre in silenzio
con gli affanni di una vita.
nella cripta dei tuoi segreti
chi legge dal futuro ha la sua porzione di luce


salvatore sciarrino: “canzona di ringraziamento” per flauto (1985)

potremmo tracciare le linee del collo
e sarebbe lo stesso imbarazzo che provo
con chi altro da me si aspetta.
nella traversata la barba e i capelli
crescono due centimetri al giorno.
gli oggetti fuori posto e la cascaggine
mi impediscono il ritorno.
pure questa luce caravaggesca…

non riconosco i luoghi, è tutto così diverso.
guardate l’aratura irregolare dei fogli
le stazioni e i fiori di gelsomino
che collidono col mondo.
non vince mai nessuno, e sei costretto
a ricominciare daccapo guardando, come
sempre hai fatto, a chi non ha nient’altro
che il suo respiro

ma rovesciamo il ragionamento
e dotiamoci di coraggio.
la realtà non corrisponde a niente

***

brancola ogni forma di obbedienza
in questa sera bituminosa di febbraio.
tutto sarà fatto con calma,
dalla veglia in poi, dalle istruzioni
al ventottesimo giorno.
il nostro sabotaggio del reale
procede senza intralci.
abbiamo lune tatuate sul petto
e la capacità di intuire
il significato di parole sconosciute.
stiamo facendo il possibile
per adattarci ma non è facile.
ieri, domenica, mentre
traslocavamo per la terza volta,
abbiamo ricostruito a memoria
la nostra casa

***

albe mute ci mangiano
i sogni che facciamo.
la parola cade sul foglio
per scaricare il peso di mille storie

sembra una preghiera stare qui.
le labbra cercano in silenzio
la strada del ritorno

la notte resta impigliata nei vestiti.
fuori, non ci siamo che noi
sotto mentite spoglie

***

sorvolava secoli e continenti, oscurità e luce ‒ il lungo viaggio della parola era cominciato ‒ l’antologia chiedeva un’altra vita.
era luglio, una domenica di luglio, quando me ne andai. la solitudine aveva un senso per me, toglieva peso al mondo.
la sera, in televisione, c’era il commissario maigret

***

un bambino dietro una porta a vetri
guarda la strada coperta di neve.
lì dove torniamo
il senso raggruma nel bianco

volevamo che fosse così
il mondo, un luogo immaginato e vivo
come l’arte che pulsava alle tempie.
ma a furia di togliere ci è rimasta
la fortuna… e promesse come brividi…
scene mute che ci consumano…
cani che abbaiano in lontananza
arruolati nel sogno

***

prossimità del bene

ciò che si presta alla discussione è niente
i morti sono stati dimenticati
e i vivi si accontentano di essere vivi.
oh quanto questo oscuro brusio
intorno a noi che fummo
ci restituisce il bene
di chi credette in noi, le donne e gli uomini
che ci tenevano in braccio
sul treno in corsa dell’avvenire

c’è, ci deve essere, un modo per piangere
e non lasciarsi andare alle cose
inventate, qui dove non c’è anima viva

***

alterazione n. 1

mense e dormitori pubblici. utopie
della lingua. i cani scalpitanti fanno
un giro del palazzo. i veli verticali
e le ombre si staccano
dai volti e i nomi saranno dimenticati

metamorfosi ipnotiche. piccole fughe
nell’alfabeto dei sensi.
alle stazioni non c’è più nessuno

***

esami di riparazione

a fine estate l’inciso delle finte cavie
sfrondava il giudizio implacabile
dei professori. la discendenza era
atterrita e il bambino vecchieggiava
con i compagni in un semicerchio
di pazienze sonnolente. tuttavia, l’opera
dei suoi fratelli maggiori
gli sfuggiva di mano e le lettere
svanite dalle insegne chiedevano
un prestito di allegria. la sensazione era
che lui soltanto non capiva

***

una poltiglia di note

ho messo il vestito nuovo
per sentirmi altrove come uno
che viene fuori dal niente e prega
in una lingua sconosciuta.
quello che ci insegna la voce
è un piccolo passo immeritato.
ne sanno qualcosa i morti.
i vivi si accontentano di essere
ancora vivi

Poeta, musicista e artista visivo, Vittorino Curci vive a Noci dove è nato nel 1952.
Ha pubblicato numerosi libri di poesia, due dei quali nella ex Jugoslavia in traduzione serbo-croata. E’ presente in varie antologie di poesia contemporanea. Suoi testi sono stati tradotti in inglese, francese, tedesco, spagnolo, greco, rumeno e arabo.
Nel 1999 ha vinto il Premio Montale per la sezione “Inediti”. Sue poesie sono apparse su Nuovi Argomenti.
Cura la Bottega della poesia per Repubblica-Bari
In campo musicale ha collaborato con numerosi musicisti italiani e stranieri, è presente in circa 60 album e ha diretto l’Europa Jazz Festival di Noci (1989-2000).
Tra i suoi libri più recenti:
Il frutteto – LietoColle, Faloppio (CO), 2009;
Il pane degli addii – La Vita Felice, Milano 2012;
Verso i sette anni anch’io volevo un cane – La Vita Felice, Milano 2015;
Liturgie del silenzio – La Vita Felice, Milano 2017;
La ferita e l’obbedienza (nuova edizione ampliata) – Spagine, Lecce, 2017;
Note sull’arte poetica – Primo Quaderno, Spagine, Lecce, 2018;
La lezione di Hemingway e altri scritti di letteratura, Macabor, Francavilla Marittima (CS);
Note sull’arte poetica – Secondo Quaderno, Spagine, Lecce, 2020.

Elia Belculfinè

1 marzo 2021

Dall’introduzione di Antonio Bux

Una voce davvero inedita, quella di Elia Belculfinè. Una voce densa, onirica, frastagliata. Una voce che sembra prendere (e pretendere) l’eredità della migliore poesia del novecento per farne un omaggio teso al disfacimento. Perché pregna di decadentismo, questa poesia sembra dialogare con i morti e i fantasmi, spesso anche dei vivi, che il poeta incontra sul suo cammino. Così come di riflesso, il poeta incarna nei suoi scritti ciò che non è più degli uomini, se non nella morte o nel silenzio. Ovvero quella sottile sensazione di essere dentro al segreto della vita solo per subirne il richiamo straziante.       E sembra dirci, Belculfinè, tra queste pagine, che il verbo inconsolabile della poesia è il solo messaggio possibile per chi vive ai margini dell’esistenza.        E allora il poeta subisce, si contorce tra le parole che in questo libro musicano una litania senza fine e preternaturale; ma che anche chiariscono quanto sia dolce sentirsi condannati, e forse anche folli, nel destino di diventare cenere, un bel giorno. Già che la cenere è la terra fertile dove la rosa avvampa del suo colore più chiaro. Perché ogni vero poeta sa questo: che i sognatori vanno via se li si cerca, come le rose

 

 

 

OPERANDO NEL FUOCO

Il papavero sigilla l’ape a trarne ogni molecola.
Con il vello del suo corpo
oscura la prima eclisse della stagione.
Danza, onde è nodo il doppio filo
che a possederla è un vento caro.
Frangente d’ombra inascoltata,
sui meridiani che ha incisi nelle pietre.
Negherà alle rose il suo sesso, a primavera.
Verrà notte, per finire in fondo
nell’incavo del dire d’occhi e labbra.
Coordinate a terre incognite, spinta fuori, a largo…
Segreta, al buio sentirebbe la piaga che il ghiaccio
ha fatto alle coppe dei narcisi.
Valli, cale d’arena sotto cirri a frotte di pioggia nuova.
Un tuono presago di festeggiamenti.
L’ansito di bufera nel vestito da carceriere.
Sa che il sacrificio non si terrà, senza che sia presente.
Ha l’illusione di scampare al carnaio di occhi questuanti.
Mani sgraffiate in rovi di aspettativa.
Un tramestio di foglie sui sonagli del pantano.
E il vento si ormeggia alle pietre del ruscello.
I bambini si cullano su lacci di canapa
ai rami alti del sambuco, non si curano di nulla.
Offrirà il suo miele a chi tenterà di tradirla.
Nell’assetto di sensale fedele, guardiana
entro ritmi segreti, mondata all’alba
dalle polveri acquisite nell’urto con la luce.
Affilando le sue armi contro l’ardesia, scintillante nell’attrito.
Rifiorisce il calicanto sul greto, il fiore di foglia sulla rupe –
orifi amma disorganico. Custode di fonti di miracolo,
non sarà mai regina né madre.
Apri, sulla ghisa, il rovente che ignora il cielo.
Mansueta, creta dolce che s’avviva.
Fra poco verranno a contarti
unghie e denti, le impollinatrici.
A ricordarti il tuo nome – fresia o giglio d’acqua.
Si esaltano a cingere il tuo velo, sulla soglia.
A un’afa intima di rose, conchiglia su un labbro di riva…
Musa, traslata in corpi di bambini.
Con divise nette, alla loro radice
il sangue pesa, delibando eucarestie d’assenze.
È tutto in ordine – carezzandoti il muso;
parola candita, nel filare di torce.
Sul tuo corpo martoriato dal sesso;
apri una genesi nell’incastro di mogano.

 

 

Recrudescenza, nella luna, del tuo male.
Alta sul pioppeto umilia,
gettandosi sulle rotaie, un usignolo dentro i versi.
L’eternità ha il furioso dulcamaro delle olanzapine,
col tuo segreto sfigurato, sorella…
Il giorno è d’autunno, un secolo fa.
Mai vedesti ridere tua madre.
Il suicidio delicato del rabdomante –
leggervi dolore è un’oscenità comune.
Isolarti al fondo, fra le stelle d’acquitrino.
I poeti sono aria. Non versi? Sei tu a dirlo…
Strappato all’orologio l’orpello della meta.
Corollario, cerca il piatto d’ombre, il sangue col rame.
Sia, fitto di agrumeti, Città Radiante, il sole.
Concrezioni di labbra.
Rime nella notte, mai baciate.

 

LE ALLEGRIE DEL VINO
I passati

 

Saldate a braci e astri, le mani dei poeti
sono le mani dei morti, su lettere bruciate all’alba.
Con gli orti a sorde ombre, nelle mani
delle ballerine di Degas. Cercando nel sangue,
per il grano dei versi; nei cieli lieti a terra,
ancorati, con saldezza di carne e carme.
Vengono a blandire ogni seme carico del vento.
A indire battesimi donati a giorni secolari.
A tergere il cristallo del sangue, come pietra
da smussare in fiato. Pietà, Erato,
per l’incendiato cuore dei poeti.
Pietà di noi tutti, culle di strame trasparente di parola.
Eliseo, con fiori di cetra, Anna di luna; Silvio,
benedetto chitarrista! Caduto sul lastricato di rose,
nel cogliere il balzo della candela,
sul ghiacciaio impercettibile del cuore.
Giovanna degli spiriti, che trovasti la chitarra
in frantumi, su una branda di fiori.
Alberto e Lelio, come gigli in banderuole di seta.
Tutti, Marta, Salvatore – dei giorni di pesca; Adele –
la Pietà e la Sete; Davide, Don Mario, Alessandra.
Nato di voi – di voi soltanto il riso che soppianta
la mia fame. Che fare di voi tutti?
E degli altri che intrecciarono le dita e la
voce, a quelle dei miei morti, per urgenza
o per caos, con la lingua putrida della fede?
Chi sei, Giovanni? Chi siete Ortensia
e Gilda? Vi sistemerò con esattezza,
fra le carte e i sigilli dei poeti,
salendo al monte dei vostri sospiri, che
tormentano un’allodola di chissà quale stagione.

 

ROSALBA 1917 – 1994

Rosalba, rosa e alba, chiarisce il mattino.
Oltre i bioccoli di rive, si sperde il sordo
cielo, e lontano; cinto di semi veglianti
alla morte dei vivi. Un giorno cercasti
nelle vesti per scorgere il tuo cuore.
Era una stufa di maioliche, inconoscibile tortura.
Una granata dolce, aperta a spicchi di figli –
levità di bianco e di rosa; un telaio fermo,
che aspettava le tue mani. Era il sole intarsiato,
nottetempo, di nostalgie nemiche,
la musica alla pena di cosa passante e nuda,
invece nessuno intonò la chitarra leggera,
il plasma denso delle voci, carezza di strade.
Dov’è che vai, stamattina? Quanto a lungo vive
una rosa? Cos’è una rosa? Chi venne in primavere
a tendere i serici fili della luce?
Fu d’aurore la tua carne,
grano tessile di vene aperte nella terra.
In quel nido di sarta, fra piume avare, stoffe
di ingenti alfabeti – rosa e alba…
Eppure l’alba disperde le sue rose,
a tenere piaghe nelle epifanie del sangue.
Ebbi, da bambino, qualcosa da rubarti.
Faranno un sospiro i gerani, e gli uomini
diverranno pietra,
ami di prodigiosa pesca. L’ago
del cuore punta oriente. Tu grida forte,
quando sarai pronta, mettiti in cammino.

 

 

LE ALLEGRIE DEL VINO
I passanti

 

La Maestra è una sarta magistrale.
Cuce le vele per i pirati.
E i vestiti alle bambole del vicinato
coi panni da lavoro del marito
a cui non imbastisce un abito o intavola il piatto.
Quando ha finito si beve un vermut
tra amiche. E se ne va al cinema
con le sue miserie.
Ma ciò in cui non vuole
infilare l’ago è la sua lingua lacerata
dall’infamia del suo canto,
che in realtà è un cicaleccio nella grondaia.

 

 

Il custode del camposanto è gravemente malato.
Anche se il cardiologo dice che è tutto a posto,
si vede da un miglio che il suo cuore è una pietra.
E forse ha un figlio rinchiuso in cantina
che nutre con i garofani sulle tombe.
Il suo sangue ristagna nel basso ventre.
E si contorce per le coliche,
ma è solo mancanza di una carezza.
Pare un ectoplasma. Lo chiamano Sgranaossi,
che se lo vedi, lo capisci al volo che mestiere fa,
senza che ti mostri la vanga e la sua catena.

 

 

LA ROSA ROSA

 

Lasciami scorrere nelle pareti, cardine
d’estate, o come il colibrì in fiamme
sulla tua lingua, la notte che portava in dote
i nostri figli. Non ho da fare alcun testamento.
Per loro ho atteso accanto alle rime dei miei debiti
con la luce. Che facesse vino delle mie risme
l’estate di San Martino! Ma nei covi la musa
frustava i tuoi occhi guardiani all’oro sciocco dei poeti.
Mi diedi, invecchiando, alle carte degli ebbri, al lume acceso
di rive inascoltate. Ma neppure questa è la mia colpa.
Potevo cantarti nella carne, per ciò che fu
della rima Elia – poesia. O il credere che sul fondo
i demoni si battano sempre con la luce,
nella paranza in cui molti cadono degli uomini.
Che i figli superano i padri, soltanto soffrendo.
Il non aver fiducia che un simbolo d’astri venisse
un giorno a sperdersi fra le travi, per sollevare il tuo male
che sai infinito. E che ha nome in Dio.

È inutile gareggiare con il telaio della notte.
Moltiplicarsi in stanze buie, dove l’assenza
è l’unica che alberga negli spazi.
Più tenebra, o goccia di lanterna nelle sere?
Un solo pulsante teorema: la fiamma cantare,
il drappo spregiudicato del tuo dramma
nella singola battuta.
Duello. Amico, caro: morte!
Nulla resta, che nulla ci ostacola
agli eterni palpiti dell’usignolo.

 

I REGISTRI DI MARCEL
(a C. B.)

 

Torni l’agile cantare. Torni il segreto
che famelici ci tenne in seno
a giorni di innumerevole prodigio.
Salga in misure d’orzo
la canzone dal cuore nero.
Salga in misura di chitarra
la canzone imminente.
E tu, poeta, angelo senza sguardo,
scagliala lontano.
La parola è dentro il tuo moschetto di piuma.
Tu, brigante di armonia, dalle per cuore
un tamburo, dalle per cuore una campana!

 

 

Le tue parole alle mie mani
aprono strade di canzoni.
intessono sandali di corda,
per il dedalo assurdo del giorno,
a un passo di rotta, per la dignità di esistere –
polvere e vento. È lì che ti vedo, a un varco,
come aspettassi un figlio pronunciare il primo
bacio perché neghi per sempre il nome dei tuoi seni.
Le tue parole, olio di visioni contro il morso di cuoio,
vile alla mia coscia: è il silenzio di ogni poeta.
Anima, ginepro di partitura: musica
sorgiva alle tue dita, maestra…
Ho comprato una cetra di crine
che la mia voce la spezzi,
un sol tocco. Insieme alla giara
delle notti, dove non c’è
un canto a blandire la mia sorte.

 

 

Elia Belculfiné, nato a Caserta il 29 – 9 – 83
Vive a Cascano. Nel 2012 ha pubblicato per Aletti la silloge “Primi sintomi di una gravidanza”.
Sempre per Aletti è apparso nel saggio “Verso la poesia – Alla ricerca di senso” di Maria Carmen Lama.

Nazim Comunale

23 febbraio 2021

Un’affermazione in un testo è stata la mia guida nel viaggio in anteprima tra i versi di Chiamala febbre: pancia e quaderno aspettano, reclamano a gran voce di essere riempiti. Se è vero che pancia e quaderno aspettano di essere riempiti, è vero altresì che la sazietà non è mai raggiunta, che prosegue, con l’acume di chi vive e scrive, l’osservazione e la partecipazione, se pur critica, al tentativo di colmare un vuoto: la vacuità di questa fine del mondo in piccole dosi quotidiane che riceviamo, veleno e farmaco. La sazietà non è raggiunta perché, felicemente, la raccolta di Nazim Comunale colma e, allo stesso tempo, rinnova la sete nelle due istanze che trovo fondamentali nella poesia: slancio e rigore. Slancio e rigore che Nazim tende in avanti e rende, quindi, dinamico fare poetico, con una percezione acuta, e una altrettanto acuta, perfino febbrile, “disastrografia”, che non dimentica, nei viaggi molteplici verso le periferie, verso gli estremi, due direzioni dell’impegno: quella verso i maestri, nominati non solo nelle epigrafi, bensì, anche, filo robusto che attraversa l’originale tessitura del dire poetico, e quella verso la propria professione, nel caso di Nazim la professione di insegnante.

Anna Maria Curci

                     
                  

                       

Cose da farsi

Aspettare l’alba su una gamba sola.

Torcere un capello a un bambino.

Mangiare del sale.

Coprire i fiori con cucchiaiate di sabbia.

Mettere miele sulle ferite.

Ascoltare la versione dell’assassino.

Tergiversare.

Diffondere notizie false.

Accecare il cielo con un lapis rovente.

Sbucciarsi il cuore

poi offrire rose ai piedi dei santi.

Bere da un barattolo blu.

Sognare i fiordi

e non spettinare

non spettinare mai

il delicatissimo random dei ricordi.

                                             

                                

Le cose sparse sul tavolo.

I numeri del caso

riposano nella scatola di legno chiaro.

Questo senso di fragilissima preghiera.

Null’altro.

Solo il vasto disordine

di un altro pomeriggio

vertiginosamente immobile.

                           

                          

                    

Unico passeggero sul bus tra Sant’Arsenio e Roscigno

mi dirigo verso Sacco

il paese della mia famiglia paterna

dove in estate il trasporto pubblico non arriva

perché la montagna è franata anni fa

e non è mai stata messa in sicurezza.

Cristo non si è fermato ad Eboli

si è dato semplicemente alla clandestinità.

Si nutriva di peperoni cruschi

e parlava un dialetto arcaico

dormendo sotto gli ulivi di queste terre remote.

Da qui il nord è un’apnea diplomatica

il miraggio di un secolo orfano e grigio.

Un vicolo cieco, un pozzo tutto cupo.

La morte è solo un capitolo di un’epica sussurrata e familiare.

Le ansie cadono a terra

come mele selvatiche.

Siamo solo comparse di un teatro povero

nell’era eterna della controra.

Muti, mitologici

gli ulivi trattengono ancora un brano di stupore

e uno spicchio di cielo.

Napoli è lontana come il Tibet.

“Una strada attraversa il paese. Il paese è quella strada. “.

                  

                     

In quest’ora

a forma di diario

la luce

si accanisce

in capriole.
                       
                       
                 

Anche se zero
anche se soldo di cacio
solo
anche se disastrato
sdrucito
sfinito
strappato.
Stanale
le tue parole stupite
soppesale mentre scuotono le gambette
assopite
sottrai subito al buio dei cunicoli
il sale del tuo dare
la sete del tuo fare
la seta imperfetta del tuo dire.
La didattica della luce
non prevede appello.

                        

                      

Esercizi per esistere

Nel mondo delle creature sottili

muto e vivo

guerrescamente felice

tra le nebbie d’inizio secolo

sto con gli inquieti del sud

conto i mesi del cuore storto

e ciò che si ruppe nel guscio sacro.

Esistere una mezza giornata.

Resistere.

 

                   

                                  

Mappa

E’ rauco questo blu che scolora

e si addormenta tra l’indice e il pollice della stanza.

Qui è dove sabbia entra

dove serpe cova i suoi figli di rame

dove vetro cresce, cresce e si gonfia

nel respiro insonne di ogni brace.

Qui è dove sole affonda

dove ombra sancisce il suo regno

dove in lunghissimi minuti

fioriscono

mille città di marzapane.

Qui è dove l’arrotino affila la lama spenta

dove la porta geme aspettando il ritorno

dove un uomo di trent’anni un giorno si sveglia

e non trova più i suoi occhi.

Qui è dove il miele è rancido

dove la pazienza del legno è vino dei naviganti

dove la corda consunta finalmente strappa

dove barca è foglia di giunco

in mare aperto

alla deriva.

Qui è dove carta uguale casa

dove pomeriggio significa mandorla e bambino

dove un dio impossibile mantiene ogni promessa.

Qui è dove un cielo di nuvole basse tiene

ancorata la terra

col sottile filo di un respiro

dove la pagina è arsa dalla seta

dove la mappa è antichissimo pasto del sole.

Qui è dove il fachiro esita

dove ogni orma si sovrappone all’altra

dove la madre candida sorridendo stende il primo bucato.

Qui è dove il pianoforte zoppica

dove la marea si alza vittoriosa

dove giungla e labirinto sanno il denso latte del dire

dove l’alta febbre del fare

si dissipa

in una lunga collana di gesti nativi.

Qui è dove preziosissimo sangue rapprende

dove ebano vuol dire infanzia e finestra

dove la mano e lo scriba

discendono il ripido foglio

dove soglia è palmo di mano timorata.

Qui è dove ombra suggerisce possibilità

dove il vocabolario è un cucchiaio di sale

dove Kafka si addormenta sognando il risveglio scarabeo.

Qui è dove cibo, famiglia e approdo sono parole torbide

dove tucano e matita sono i naufraghi della penisola

dove stupore è ogni sentiero interrotto.

Qui è dove la grandine spezza

la pazienza

v

e

r

t

i

c

a

l

e

del ragno

dove il mare passa

e lascia la scia

e una schiuma di stracci.

Poi, da queste sponde

finalmente

uno dei due fratelli scappa.

                      

                                

Nazim Comunale è nato a Guastalla (Reggio Emilia) nel 1975.
Sue poesie sono apparse sulle riviste Dea Cagna, Versante Ripido e on line su Interno Poesia, Diario di passo, Ipoet, Poetarum Silva.
E’ stato tradotto in Venezuela e negli Usa.
Ha pubblicato Aguaplano ( autoproduzione, 2015), Lei Oceano (Terra d’Ulivi, Lecce, 2017)
Chiamala febbre (Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia, 2020)
ed è presente nella collettive Non ancora silenzio (NMZ edizioni, Ravenna, 2019) ed Emilia Romagna (Bertoni Editore, Perugia, 2020).
Ha avuto la menzione speciale nel 2019 al premio Raffaele Crovi.

Anna Maria Curci

20 gennaio 2021

   Luigi Paraboschi recensisce OPERA INCERTA di Anna Maria Curci
ed. l’Arcolaio 2020

La grande poesia (e questa della Curci lo è) possiede la capacità di saper leggere la storia attraverso gli elementi temporali nella quale viene scritta.
Può talvolta accadere che le parole nelle quali ci si imbatte sembrino poco connesse alla logica espressiva che è propria di ciascuno di noi, così il genere di poetica della Curci manifesta tutta la sua ricchezza e profondità solamente dopo una seconda o terza lettura.
Se si legge “Opera Incerta” non tenendo presente lo spessore culturale dell’autrice, se non si presta sufficiente attenzione alla sua capacità di essere ironica con se stessa e di conseguenza anche con chi legge, non si arriva ad afferrare il significato di questi versi di “Atlantina“, dove l’autrice sembra parlare a se stessa, ma nel finale indica con chiarezza quali errori si è indotti a giudicare quando si opera “senza gli occhiali“ necessari per esaminare in profondità ogni cosa.

“ innaffia i tuoi sensi di colpa/ piega la schiena / fustiga le reni// non basta ancora dici/ e gonfi il petto/ però con quello non trascini pesi // pensavi di aver fatto un buon affare/ allo spaccio dei miti senza occhiali/ scambiasti per la bella corridora un ricurvo complesso// 

e la stessa annotazione attorno all’uso discreto dell’ ironia vale anche con questi che chiudono la poesia Controcanti:

“come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione./ Il passo indietro nella lista di attesa : altre sportule reclamano attenzione“.

Leggendo la raccolta mi è parso che la tecnica di scrittura sia spesso costruita “per esclusione” cercando di costringere il lettore a fermarsi e a domandarsi le ragioni e i perché Curci lungo il suo cammino poetico ( già iniziato nel libro precedente a questo “Nei giorni perversi “) stia scegliendo di non farsi coinvolgere nel vizio che spesso si riscontra in poesia, quello di dire troppo, e decide di diventare sempre più rarefatta nel manifestarsi.

E’ lo stesso discorso che si può fare parlando di pittura, quando di osservano i lavori di due artisti, Pollock e Rothko, che hanno operato contemporaneamente in America attorno agli anni 40, 50 del scorso secolo. Se Pollock ha manifestato la sua genialità adottando la tecnica dello “sgocciolamento“ del colore sulla tela, sovrapponendolo ed incrociando  fino ad ottenere il risultato voluto, Rothko ha invece operato “per sottrazione“, cioè togliendo quanto più fosse possibile al colore, eliminando ogni elemento figurativo e disponendo man mano sulla tela numerosi strati dello stesso colore in tonalità sempre leggermente differenti per giungere alla fine al risultato di presentarci un quadro composto esclusivamente di quadrati o rettangoli con due o tre colori differenti da quali si evince il lavoro sottostante all’ultimo.

Lo stesso lavoro fa Curci e cercherò con qualche esempio di chiarire meglio servendomi dei versi di questa poesia a pag. 22 intitolata “Avvento“ che trascrivo verticalmente affinché non si perda la sua essenzialità:

Fosse sempre serena come oggi
questa proroga
attesa protratta
gioie minute

in scatole modeste

Dentro soltanto cinque righe l’autrice ha saputo condensare l’attesa che è contenuta nella parola “proroga“ e ha detto di sé e del proprio gioire per l’attesa di un avvenimento che sta per arrivare dopo l’Avvento, usando quel ” in scatole modeste “ che possono racchiudere tante cose, avvenimenti, umori e amori, insomma tutto ciò che fa parte del fatto di possedere un corpo e di conseguenza essere contenitori di emozioni.

Anche con la poesia e non solo con la pittura può succedere che ciò che leggiamo o vediamo ci costringa a leggere e rileggere, come pure osservare e riosservare un quadro, lasciando poi dentro di noi un senso di incapacità a comprendere fino in fondo il pittore o lo scrittore come a me è successo con i versi della poesia a pag. 24 “Stendo al sole“

“Stendo al sole fasce per polsi / con cura, dopo averle lavate. / Tendo la tela rossa/ e i miei pensieri”//

e mi sono sentito smarrito e confuso, incapace di afferrare sino in fondo quanto di astrazione e di concretezza vi sia in quelle “ fasce per polsi “ e in quella “ tenda rossa “.

Scrive Francesca del Moro nella sua acuta e profondissima postfazione che di fronte al lavoro della Curci non si può essere “lettori passivi“ e non posso che concordare con lei. La sua poetica non si può liquidare con un semplice “like“ o un “cuoricino rosso”, occorre entrare nella selva di riferimenti culturali ai quali l’autrice si aggancia, con speciale riguardo ai poeti o autori in prosa da lei incontrati nel lavoro di traduttrice.

Un altro elemento del quale occorre tenere conto è il continuo mettersi in discussione, il dubitare di sé, il timore di non essere all’altezza delle aspettative, come scrive nella VI parte della poesia “Controcanti“:

“Come Parzival al primo tentativo/ ancora pecchi di acuta discrezione/. Il passo indietro nella lista d’attesa:/ altre sportule reclamano l’attenzione “

Curci è colei che sempre si rimette in gioco ; ecco nella stessa poesia alla III strofa:

“… In permanenza oscillo/ tra il balzo all’utopia/ e l’orrore tranquillo“

L’adesione che è quasi immedesimazione a quanto lei traduce, la condivisione ai personaggi o ai testi, che riscontriamo bene nel verso di questa a pag. 37 esprimono l’immediatezza del suo giudizio attorno alla versatilità della Storia:

“Dal pascolo al patibolo è un salto/ dietro le tende cifra la menzogna/ e batte i denti“

e la chiusa è una domanda che essa rivolge sia a sé che a noi che leggiamo e che si può banalizzare chiedendoci se ci si può salvare dal narrare il falso interpretando la storia o semplicemente raccontarla, oppure si finisce sempre col ricorrere ad un linguaggio servile.

Questi sono i versi “c’è via di scampo dal fumo perenne/ o resta il bivio di falso autorizzato/ e prosa da scudieri ?//”

La fierezza della cultura, lo sdegno di fronte ai falsi della letteratura e della critica letteraria si toccano in questa poesia di pag. 38, dedicata a Cristina Campo dentro i quali vibra con forza un giudizio sferzante nel confronti dei molti che–anche in poesia- distribuiscono banalità:

“imperdonabile inattuale resti/ neghi a chi archivio ti vuole dolente/ e lorde liquida cambiali unte,/gabelle d’aria fritta, campionario// di impenitenti solite sconcezze:/ nichilista, utopista, apripista,/ autodafé alimenta per i gonzi/ ghiotti solo d’altrui gozzoviglie/”

Così anche la poesia di pag. 39 ci pone di fronte al sentire di una persona abituata a leggere, a dare un giudizio su ciò che legge e a dubitare sempre dello stesso (le omissioni), a riflettere di conseguenza sulla nostra collettiva incapacità di agire:

“più degli omissis temo le omissioni/ le sommosse mancate contro l’inanità”

Le certezze, i dubbi, la fragilità che ci riguardano sono tutte messe sulla carta dall’autrice, esposte con poca misericordia e commiserazione; Curci è severa con il suo dire, specie durante l’insonnia, come leggiamo a pag. 44 nella prima strofa:

Quando il coltello si aggira tra il consueto/ è troppo tardi per scapole ciarliere: Parole penzoloni, la baldanza/ è farina, cade a pioggia //”

e l’affiorare della paura, sentimento che talvolta attraversa tutti, la lascia sgomenta e sofferente “Potessi ripiegare i giorni addietro, / al mio passato si affiancherebbe morte con il volto scoperto, compagno di picozza e di sentiero. Con altro riso m’incamminerei //”

perché il vivere non è mai una passeggiata e neppure chi ha lo sguardo “rivolto al cielo” si può sentire tranquillo se non aggrappandosi a valori perenni come la cultura, la lettura o la musica, e tutto ciò è elencato nella poesia di pag. 51 dal titolo “Kit di sopravvivenza“, ove troviamo:

“dosi massicce di sopportazione/ sordina a false rivendicazioni/ sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba/ un libro spalancato o uno spartito”

Forse la parte meno criptica di “Opera Incerta“ è quella nella quale appare l’aspetto socio-politico della scrittrice, quando visitando il cimitero acattolico a Roma di fronte alla tomba di Gramsci, si sente toccata dalla presenza-assenza di questo grande pensatore che la induce a scrivere a pag. 62 versi dentro i quali si legge tutta l’amarezza per aver forse scordato o tralasciato il suo pensiero:

“E qui mi fermo sempre/ penso ai tuoi scritti/ al tempo ad altre soste// Anni addietro lasciammo i nostri segni/ scansate foglie/ sospese le parole//”

Anche la guerra rivista nel ricordo della madre, allora ragazza, ”l’ 8 settembre 43 “- che si mise in fuga tra i monti per cercare rifugio, e pure il ricordo dolente di quella bambina assassinata dalle SS a S. Anna di Stazzema nell’ Agosto del 44, e la visita, calvario doloroso, al campo di concentramento di Birkenau di cui sente di dover scrivere:

“Non sediamo sui fiumi a Babilonia,/ ma il nostro pianto è in piedi e scuote il vento“

Non meno importante è l’attenzione al problema delle migrazioni, affrontato nella poesia “Angelos“ di pag. 76 in cui la poetessa immagina di dialogare con un angelo che sotto vesti umane la soccorse assieme al fratello quando un giorno furono sul punto di annegare, ed è la stessa figura che nell’immaginario dialogo afferma:

“Sono migliaia adesso e non per gioco / Tuffarsi per salvare più non basta/: Lo schiaffo arriva:“perché ha detto “mostro“? non più il rassicurante “mare nostro“?/ Parlo per lei per noi che sconteremo/ mani a premere teste giù nell’ acqua/ il lezzo criminale dei proclami/ e la complicità che allaga il male nostro“.

Il libro si chiude con un omaggio affettivo e sentimentale, una poesia che definirei dolce e accattivante, ricca di tenerezza e di devozione, prova tangibile della profondità dell’ affetto figlia/madre, che tocca il cuore del lettore senza abbandonarsi a sentimentalismi banali, che sa commuovere specie in quel “facevi volare nel mattino“ di pag. 88

“non so se sono ancora la bambina/ che facevi volare nel mattino/ nitido e freddo nel sole di dicembre// La casa, poi il mio asilo nido e la tua scuola/ dove trafelata ti mutavi,/ lingua-madre diventava il francese// So che di tanto azzurro mi rimane/ un fiocco, il cielo in testa e ’occhio desto,/ pegno d’incanto, balzo, testimone”.

E quel fiocco dentro il cielo è un tocco pittorico non alla Rothko ma, questa volta, alla maniera luminosa di Claude Monet.

Luigi  Paraboschi

8 gennaio 2021

 

Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.
Io traghetto.

Nella scalmiera remo
bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse
le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,
cocciutamente sai che non è fuga.
ascolta, su, porgi l’orecchio

ascolta, su, porgi l’orecchio
dirama la conversazione
traduci e chiedi, leggi e annota,
discerni e associa sotto il cielo

Dell’Angelo

Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.

Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.

L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

Controcanti
I
“Bau bau baby” mi viene da cantare,
un ringhio contro il dì, paradossale,
moderata cantabile eversione
(nuovo marcio che avanza è minestrone).

II
E puoi anche negarti,
nel regno delle madri
(non sfugge, la bellezza,
dimora, sosta, danza).

III
Parto indotto o realtà,
questo è solo un dettaglio.
In permanenza oscillo
tra il balzo all’utopia
e l’orrore tranquillo.

IV
E quella goccia non si perde e viaggia
e si trasforma: ogni replica è prima,
indica vie di fuga tra le quinte
o svela il ben celato sul proscenio.

V

Leggo la musica della pazienza,
talvolta inciampo sulle biscrome
e all’improvviso, ecco: cadenza.

VI

Come Parzival al primo tentativo,
ancora pecchi di acuta discrezione.
Il passo indietro nella lista d’attesa:
altre sportule reclamano attenzione.

Sale

Stanza tutta per me è un’espressione
che aggrinza le mie labbra ad un sorriso.
Di rimpianto, tu dici, tu che sai
che l’esclusiva sempre fu preclusa.

Invece l’ho trovata, l’ho inventata
in fogge disadorne eppure piene.
Due reti e un cassettone a soggiornare
con Il trono di legno e La ricerca.

Accolse una poltrona grande e lisa
gli esercizi sgraziati alla chitarra.
Ora è un ramo proteso di ligustro
a guidare lo sguardo, ogni risveglio.

Nelle sale remote puoi entrare
a patto di scostare le cortine
di sfondare i tramezzi in truciolato
di sopportare il peso d’esser sale.

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario
iris indaco aroma della cerca
ombroso nella prole variopinta
bivio tra sensi desti e l’oltremare.

Ti invoco ancora e già torna la sera.
Distendo le narici rattrappite
da frenesie di smerci afrori spicci.
Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,
cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.
Pure ti scoveranno, non badare
alla torma dei cani, avido strazio.

Francesco Lorusso

7 gennaio 2021

[…] Cominciamo col dire che qui non si narra una qualunque vicenda esistenziale. Intanto perché il poeta ha capito da tempo che la sua vicenda, fin negli interstizi del quotidiano, non si discosta da quella degli altri uomini che abitano casualmente il suo tempo. Il poeta non cerca di consegnarci alcuna storia, non lotta per far sedimentare alcun romanzo. Il poeta è in quanto facitore di un linguaggio. Essenzialmente, sperimenta se stesso in quanto capace di riprodursi in linguaggio, di tramandarsi in parole oltre quell’intelligenza compiuta delle stesse a cui tanti (troppi) anche oggi vanno dietro. Il linguaggio che è in grado di generare attraverso l’esperienza poetica è la sua unità di misura, l’atto che certifica il suo essere nel mondo. Siamo dunque di fronte a una poesia che non ha l’esigenza di refertare il quotidiano (anche se di fatto lo fa, ma a ben altro livello), come è prassi consueta in numerosi (e agguerriti) poeti à la page. Qui non si tratta di produrre referti. Tantomeno di redigere proclami. Qui si tratta invece di pronunciare quel sé che in poesia è sempre sinonimo di inalterabile unicità, anche quando, più o meno consciamente o addirittura rivendicandolo, tende la mano all’altro. Ciò che compie questo miracolo, ciò che lo rende possibile, è il costituirsi del soggetto poetante in linguaggio, in forza primigenia che si lascia abbindolare, per qualche pagina, dalla parola, senza porre alcuna condizione. Naufraghi di se stessi, i poeti come Lorusso ritornano continuamente in mare aperto, anche a costo di es-sere addentati dai pescecani. La devozione al lin-guaggio che li attraversa e li ricrea ogni volta è to-tale. Tale che da tempo non osano autodefinirsi se non come suoi discepoli, adepti di una religione se-greta e immutabile che, tramite loro, si affaccia fra le stelle e le sfida.[…]

dalla prefazione di Giacomo Leronni

 

 

1.
Non ricordo cosa accompagnava il contorno
la precisa misura tagliata lentamente a filo
per quella retta identità del progetto solido
dove il singulto della luce si è alterato bene
proprio nel punto dove la sedia comoda stride
malamente congiunta alla linea marcata del muro
consonanze identitarie che sono state solo lette.

 

 

2.
Non ha corpo la ferita
il respiro regge i gradini
al possesso minimo dei passi
di una mezza mossa sbagliata
con l’aspettativa troppo breve.
Avverti il rilascio dell’olezzo viziato
adesso che ti richiamano le stanze
verso l’urto freddo della porta con l’aria
quando i tuoi giorni vagano con la notte.

 

 

3.
I nuovi fili radenti di grano
hanno dato fondo ai margini
alle sacche improvvise di gelo
dopo un rapido cambio di marcia.
Ritrovando il respiro sul portone
ora colmano la sera smisurata
che ti è passata lungo i fianchi
con la sua ricca borsa di pelle stanca.

 

 

4.
Rivolto nei tuoi occhi
ogni ipotesi soggiace
nella lunga luce dissuasa
che copre e perde i tratti.
Deposti sia l’impresa che il consenso
trova soluzione imperante l’esiguo
con il disagio e il cosmo
coesistenti come unico fondo.

 

 

5.
Le strade aperte sul petto delle camicie
ti ritrovano senza rughe sempre ramingo
in questo gioco di carezze e dolori
sono le case che si addossano fra loro
presso un incrocio intermittente
che solitario ci precetta e perde.

 

 

6.
Lambire gli atomi fragili
lungo i loro argini rugosi
nella ricerca in legame evoluta
da un flusso aperto con la terra
per l’equilibrio abile del tempo
che muta insieme al vento
il passo che rivolta la strada.

 

 

7.
Tutto il tratto si volta di scatto
tra le volute dei volantini lividi
mentre passa immesso nel suo ciclo
retto sul periodo sempre lineare,
con un battito ricorrente fra le case
quando l’evento sta sotto ampie ali
e si ritrova il suo silenzio pieno
nella essenza senza senso
che si percepisce sempre nei presenti.

 

 

 

Francesco Lorusso è nato a Bari, dove risiede, nel 1968.
Dopo gli studi di Conservatorio, si dedica all’atti-vità concertistica come solista e corista nei Teatri Lirici, affiancandola a quella di Maestro e di Diret-tore di Coro con diverse ensemble vocali.
In poesia, dopo aver ottenuto menzioni e ricono-scimenti nell’ambito di premi letterari, esordisce sulla rivista scientifica “incroci” (semestrale di let-teratura e altre scritture) con una densa silloge inti-tolata Nelle nove lune e altre poesie (Bari, Adda Edi-tore 2005).
La sua prima raccolta, Decodifiche, è pubblicata nel 2007 dalla casa editrice Cierregrafica (Verona) nella collana “Opera Prima”, con prefazione di Flavio Ermini. Segue L’Ufficio del Personale (Milano, La Vita Felice 2014), prefato da Daniele M. Pegorari e con una nota critica del poeta Vittorino Curci; il vo-lume si classifica secondo al 1° Premio Internazio-nale “Salvatore Quasimodo” di Roma nel 2015, e nel 2016, sempre a Roma, viene premiato con se-gnalazione alla VIII Edizione del Premio “Di Liegro”.
Nel 2016 è segnalata e premiata, fra gli inediti alla XXX edizione del Premio “Lorenzo Montano”, la silloge L’Ultimo Uomo.

La sua ultima pubblicazione, introdotta da una bre-ve nota del poeta Guido Oldani, è datata 2018 e si intitola Il secchio e lo specchio (Lecce, Manni Editori).
Al 2018 risale anche il tentativo di indagare la com-promissione fra spinta creativa e attività lavorativa extraletteraria che prende forma in un poema com-posto a quattro mani con il poeta (e collega) Mauro Pierno, apparso, su invito dei condirettori, sulla rivista “incroci”, con il titolo 37 Pedisseque Istruzioni.
Con il musicista Franco Degrassi sonda campi spe-rimentali e di contaminazione tra musica acusma-tica e poesia producendo lavori come la recente installazione Decodifiche2 (2019), avente come “base” l’omonima raccolta poetica del 2005, realizzata presso la Biblioteca Civica del Comune di Bari e in librerie specializzate.
Sue poesie e letture critiche sono presenti nelle principali riviste e nei più importanti lit-blog nazio-nali.
Molti e di rilievo sono i critici e gli autori che si so-no interessati alla sua poesia e ne hanno scritto.
Si dedica ad attività di divulgazione culturale e di volontariato dirigendo gruppi corali legati alle U-niversità Popolari e della Terza Età e con perfor-mance di lettura improvvisata. Dal 2008 fa parte del Comitato Scientifico della collana poetica “Opera Prima” della CierreGrafica.

Claudia Zironi

12 dicembre 2020

 

              

Not bad

recensione di
Luigi Paraboschi

Il nuovo libro di Claudia Zironi, uscito  con Arcipelago Itaca Edizioni, con prefazione di Francesco Tomada, è decisamente bello, ricco di sfumature,  tocchi di bravura, annotazioni psicologiche, riflessioni amare e chi, come me, ha seguito questa autrice fin dagli inizi si sente di dire che è il proseguimento dei tanti temi che Claudia Zironi ha affrontato nei lavori precedenti,  e ora  lo fa con un occhio ancora più dilatato su ciò che essa pensa di se stessa e della vita.

Dall’ opera precedente alla attuale, -“Quando si spegne il cielo“ del 2019- riprende qualcosa che inserisce in questa integrandola come prima sezione delle quattro che costituiscono quella in esame,

“…non ci sarà giudizio né rinascita, le pietre/ non ricorderanno una parola di Albanese né un solo verso di Dante/ di Montale, di De Angelis o di Arminio Franco, chi ha abitato/ la laguna e l’Amazzonia, chi ha comprato l’ultimo esemplare di Ferrari./ poi anche i vermi si estingueranno e tutto tornerà alla perfezione //

 

ovviamente, non si può pensare che un autore cambi d’improvviso la propria visione del mondo, infatti in questo nuovo lavoro scrive :

 

”…da domani non ci riconosceremo/ come umani: macchine, automi, calcolatori./ parleremo di sogni, forse, ma senza crederci/ davvero…/ solo resterà questo senso/ del condizionale passato, tempo andato…”

Il suo  è un occhio pieno di desiderio di libertà, di “…partire verso sud/ …partirò per l’isola/ su una barca silenziosa…”, un occhio non più bisognoso di alcun desiderio, tranne  poi smentirsi più avanti ove troviamo “di cosa hai bisogno – mi chiedevi…” e dopo alcune soluzioni o proposte di aiuto fa concludere il suo interlocutore con questa domanda : “o forse hai bisogno di un mio sguardo, di una carezza?”.

 

L’eterna insoddisfazione che contraddistingue tutti noi riempie il cuore dell’autrice di contraddizioni continue, al punto di scrivere  quasi rispondendo all’amica e consorella Silvia Secco, in questo modo:

libera nos a malo. libere/ siamo, libere, dalla carne/ e dall’anima. libere dai suoni/ dai canti e dalle voci…”

 

Questo bisogno di essere liberata dal male assume in molti lavori la dimensione di invocazione, a volte dolce a volte rabbiosa ma sempre avvolta dentro la tristezza e “le insicurezze dell’eterna adolescente“ che la spingono nella stessa poesia a questa invocazione ”mi si prenda e basta, senza incertezze/ dandomi temporaneo, incondizionato Amore.“ e in quel verbo “prenda“ si sente chiaramente un bisogno di fisicità che immagina espressa da un caldo amante con le parole “- amami, amica mia./ ferma il tempo, fammi duro/ tronco a cui avvinghiarti, cura/ l’insano desiderio dei tuoi baci, diventa sale/ e lingua e carne, appaga/ la tua voglia di bermi goccia a goccia”.

In altra ancora sentiamo affiorare la malinconia  e il bisogno di condivisione che si fanno  strada osservando  una serata di nebbia della bassa:

“ …resta solo/ una specie di malinconia, la voglia/ di un amore già incontrato, di baci/ caldi, di un letto sfatto, con una donna/ che tanto abbia pianto” e qui la consolazione, la comprensione, la condivisione sembra che possano essere solamente fornite da un animo femminile che “abbia pianto“, e mi viene da dire che sento riecheggiare in Zironi i suoni  di un certo animo di Pascoli altrettanto sensibile al tema degli affetti

Non si può non leggere nei versi di questa raccolta l’esigenza spasmodica di un aggancio di qualsiasi tipo o genere, la ricerca di un appiglio per tenersi a galla quando vediamo:

tienimi come riparo/ davanti a un cielo così immenso/ senza memoria e senza confini/… tienimi con te nella caduta/ conferita alla nascita…/ tienimi stretta/ tra la rabbia e la paura./ tienimi come il sorriso/ di un giorno migliore”

 

Queste invocazioni sembrano non toccare l’orecchio cui erano destinate, si scontrano con una sorta d’indifferenza, di incomprensione che generano a loro volta una macerazione interiore che incide l’anima dell’autrice.

Procedo per gradi nell’estrapolare qualche breve riflessione su quella che mi sembra un grande delusione amorosa, e trovo

mi hai insegnato l’impotenza, l’inutilità/ della parola, quanto sia vana la poesia./ la mistica del segno, un risonare di mondi/ inesistenti, dare il nome alla creazione/ e chiamare ad alta voce ogni pensiero/ non avvicinano al divino né all’amore.“,

Tutto l’amore mal indirizzato è spiegato:

per ogni lacrima che verso ti auguro/ dieci anni felici finché sarai più vecchio/ del mondo e felicemente solo/ racconterai alle api e ai monsoni/ la leggenda di chi, con il dolore, ti ha reso/ felice in eterno.“

L’amarezza di una storia andata male esce con dolore da questa

“il giorno della tua morte indosserò/ abiti consoni, una faccia contrita/ modi di circostanza/ spero che non piova/ per non rovinare la messa in piega/ che non ci sia fango e non faccia troppo/ freddo, che sia una giornata normale/ senza sole né gloria, adatta/ all’occasione. il giorno della tua morte/ qualcuno mi avviserà, senza sapere/ qualcun altro mi chiederà come mi sento/ ma credo che non risponderò, non dirò/ niente, tratterrò le lacrime e/ mi darò un contegno. il giorno/ della tua morte comprerò dei fiori/ e li metterò in un vaso, sopra la finestra/ racconterò a loro tutto quanto: tutto quello/ che non sei mai stato.”

 

Tuttavia non è cosi facile dimenticare “ciò che non sei mai stato“, e la tentazione di ricominciare talvolta è forte, infatti:

…sarebbe bello ricominciare/ immaginarci differenti, sorridere al pensiero/ di vederci, di nulla chiedere e insieme andare/ verso un quieto viale del parco a cercare/ le nate margherite.”

La lettura di questa raccolta, da me ordinata secondo una mia logica di pensiero che non ha seguito la presentazione seguita dell’autrice, si conclude con un gruppo di poesie che definirei “tragedia dell’apocalisse“ nelle quali sembra confluire tutto il condensato, la delusione, il disgusto, l’amarezza, per questo nostro mondo e modo di vivere che non lasciano alcuno spazio alla speranza, ove anche la cultura non è sufficiente:

so quel che c’è da sapere, ore e ore/ di parole, anni di inutili dati/ racconti miei importanti svaniti/ …che vorrei/ non avere mai sentito, che non posso/ cancellare, nemmeno se chiudo gli occhi/ nemmeno quando si spegne il cielo.”

Per celebrare la fine di un anno questi versi ci lasciano sentire ancora una volta quanto grande sia il bisogno di amore che scaturisce da questa raccolta:

”… la fine di un altro anno sulla terra/ dove cerchiamo giorno per giorno di lenire/ il terrore della primigenia creazione, di viverne/ altri trenta, inutili, da sconfitti./ e qualcosa ci lascia -/ la capacità di scrivere d’amore.“

 

La conclusione la lascio ad un poesia che dal titolo stesso racconta già tutto il significato e la filosofia di Zironi, infatti si intitola in inglese “hole in my soul“ e di buchi nell’anima di questa artista ne abbiamo trovati molti, ma non rassegniamoci ancora a perdere  la speranza che in un modo o nell’altro essi possano essere riempiti con l’amore che le è mancato:

 

perché in fondo come si definisce un buco?/ciò che non è pieno, un vuoto, un tronco cavo/un nido abbandonato, l’abisso, il pozzo, il gorgo/che tutto inghiotte, nero e dirompente nello spreco/illusorio e fallace, della vita, il viaggio senza destino/della luce, che parte e non si sa dove si frange/dove riposa come buio, con tutti i suoi colori/ai margini del tempo, la mancanza/di progetti e aspettative appigliati a un domani/che non ci appartiene, la resa della terra/e del muro e di ogni altra nobile materia/alla sua asportazione dal contesto, il silenzio/che ci chiude anzitempo nella tomba, il lutto/della memoria, la demenza, la follia, l’oggettiva/inefficacia della perseveranza, l’archiviazione/di ciò che avremmo potuto e non è stato, un passaggio/dal perimetro regolare o frastagliato, un foro.

 

Alcune poesie da Not bad

 

 

Dalla sezione I Quando si spegne il cielo

 

 

io ho una gemella siamese, ci hanno detto

che siamo indivisibili e dovremo

passare tutta la vita insieme. io

ho il fegato e un rene, bocca e stomaco

sono in comune, il cervello è equamente

ripartito: lei è quella che guarda le nuvole e ci vede

bambini alati e cavalli colorati, è quella

che scrive le poesie. sta invecchiando

più velocemente di me, lei è quella che

possiede il cuore. so che un giorno

se ne andrà per prima e a me resterà

qualche momento ancora per capire

come si muore.

 

 

Dalla sezione II Not bad

 

 

# happy days

 

scrivo dalla terra degli alberi

spogli e delle notti senza stelle

perché lì è la bellezza che cura

amorevole, materna. in silenzio

le piccole aracnidi nell’ambra

conservano ogni storia accaduta:

sfilano le sorelle, gli amici, i figli

tutti i padri perduti nei millenni

in una lenta processione di ombre.

scrivo dalla terra dei folli

da quella degli amori mancati

dove si soffre senza invecchiare e

si prega il dio dei ricordi

affidando le parole a una rete.

qualcuno in ascolto testimonierebbe

che non c’è fallo nella rinuncia.

nessuna luce, nessun movimento

una tiepida quiete nel cosmo.

 

 

Dalla sezione III Nuda carne

 

 

c’è un silenzio che sembra quando nevica

e ci si aspetta un miracolo dalla notte

fuori dalla finestra, si trattiene il respiro

scostando la tenda, si tace

davanti a tutto quel bianco.

c’è un silenzio che sembra

che le stagioni siano sospese

e la primavera fuori di qui

non stia per arrivare.

c’è un silenzio che sembra

che non siamo mai nate

come se fosse la prima notte del mondo

e fossero le stelle a tacere stupite

fuori dal tempo.

c’è un silenzio che sembra una tomba

come fossimo morte

e non mancassimo a chi amavamo.

c’è un silenzio che sembra

una condanna

da scontare come una quarantena

così inevitabilmente sole.

 

 

Dalla sezione IV Il ritorno degli uccelli

 

 

il nostro tempo ha le ali grandi

vola rasente acqua e le batte con calma

con cadenza precisa. l’acqua che sfiora

non è mai la stessa: benedice il mutamento

santifica il gioco. solo una volta nella nostra vita

interrompe il volo.

 

 

Claudia Zironi opera dal 2012 con l’associazione Versante Ripido della quale è uno dei fondatori e Presidente e collabora con altre realtà che promuovono poesia, arte e cultura. Fa parte della redazione della rivista Le Voci della Luna. È alla sesta pubblicazione poetica delle quali Eros e polis è stata riproposta in USA in traduzione di Emanuel Di Pasquale (Xenos Books, 2016). Del 2019 l’antologia a cura di Sonia Caporossi: Claudia Zironi – Diradare l’ombra – antologia di critica e testi – 2012-2019 (Marco Saya Edizioni). Appena uscito il suo libro di poesie: Not bad (Arcipelago Itaca, 2020).

 

 

Raffaela Fazio

4 dicembre 2020

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poesie da “A grandezza naturale. 2008-2018” (Arcipelago Itaca, 2020), libro vincitore del Primo Premio per la poesia edita della XXXVI Edizione del Premio Nazionale di Poesia Caput Gauri.

 

È forse un dissacrare
la forza dell’incontro.
Rivoluzione d’aria, complotto
di correnti
tra braccia conserte
che fa scattare il moto
verso il gesto che ieri
era ignoto.

***

Mi disse un saggio

Per anni in me ho curato l’aderenza:
paziente somiglianza
al centro equidistante
immoto. Un caso però
la trafittura, la sorpresa.
Nell’acqua limacciosa
non fu il loto bianco, ma la serpe
che risvegliò guizzando
il senso
l’andatura.

***

Ci nomina l’azione
e ci conforma
˗ spinta
e tratto liminare.

Ma il risveglio
non è solo il commiato dalla notte:
è l’abbondare
di là da quel momento.

Così il senso
trabocca
dalla parola detta
(nel suo incessante corso).

E soprattutto
l’amore eccede il fare
e anche il suo farsi.

***

Controluce

La vita appare
a grandezza naturale
se emerge il Fuoriposto e si fa ingombro
come macchia scura contro il sole:
risuscita i contorni
nascosti fino allora
nella dismisura della luce
(cresce la forza
grazie all’espansione
di ciò che all’improvviso la confina)
e nel momento in cui
fa quasi male
ci libera la vista sul reale.

***

Verbum loci

Vieni e vedrai.
Non potrai farlo prima
da qui, dall’acquis
col bordo a fiorami del pensiero
che sporge solo un po’ dal davanzale.
Scendi. Vieni.
Vieni e dirai.
Perché è la geografia della parola
che l’invera.
Lo spazio crea il verbo che gli è proprio
(ricordi dove piano dissi “ti amo”?)
come ogni spezia è tesa
al suo profumo.

***

Si leva il giorno:
si fa accadimento.
Io ti aspetto
come il muro che ricorda il sole
e inganna con l’ombra
il suo spostamento.

***

Risuscita il profumo da un istante
e da un profilo a distanza
lo sparo
d’inattesa somiglianza
che snida chiassose dai rami
le cose che temi o che ami.

***

Esercizio

Sono qui (come una volta a scuola)
a scomporre il difficile
in più innocue parti.
E sbaglio.
Invece di scindere il dettaglio
arto per arto, dovrei scavalcare
il cadavere riverso

non prenderti
parola per parola
ma uscire incontro al fuoco
saltando tutto il verso.

***

Il paradosso

Essere un niente, un soffio
eppure esserlo
a ogni costo.

Per lascito
un’accordatura che invoglia
alla prova.
Ad altri
riesce meglio la nota, la vita

ma non c’è delega
in questo:
cadere, rialzarsi
scrollare il basto
e soprattutto amare
scordare il resto.

***

Radura

Diradarsi:
questo forse il destino di ogni uomo
quando rimane in vista
una cosa sola contro l’orizzonte.
E offrire
proprio quella al mondo e al cielo
come a un padre si offre
la fronte.

***

Sillabare.
Quando si crede che la linea è finita
bisogna ricominciare.
Imparare di nuovo
a lasciarsi cadere
sulle labbra il suono.
E poi leggere le cose
a voce alta, vedi
perché si alzino in piedi.
                          In punta di piedi.

 

Raffaela Fazio è nata ad Arezzo nel 1971, dove è rimasta fino al conseguimento della maturità. Ha trascorso dieci anni in Francia, Germania, Inghilterra, Svizzera e Belgio, laureandosi in lingue e politiche europee all’Università di Grenoble, e specializzandosi presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. Rientrata in Italia, si è stabilita a Roma, dove lavora come traduttrice. A Roma ha ottenuto un diploma in scienze religiose e un master in beni culturali, alla Pontificia Università Gregoriana. Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato: Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images (2011). Entro la fine del 2020 è prevista l’uscita di un’altra guida: “La corona che non appassisce. L’escatologia nella scultura funeraria dei primi cristiani” (Contatti, 2020). È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015) con prefazione di Paolo Ruffilli; Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017) con postfazione di Francesco Dalessandro; L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018) con prefazione di Francesco Dalessandro; Midbar (Raffaelli Editore, 2019) con prefazione di Massimo Morasso; Tropaion (Puntocapo Editrice, 2020) con prefazione di Gianfranco Lauretano e postfazione di Sonia Caporossi; A grandezza naturale. 2008-2018 (Arcipelago Itaca, 2020) con prefazione di Daniele Barbieri. Di prossima pubblicazione: La meccanica dei solidi (Puntoacapo Editrice, 2021) con prefazione di Paolo Ruffilli e postfazione di Giancarlo Pontiggia. Si è occupata della traduzione di Rainer Maria Rilke, le cui poesie d’amore sono state raccolte in Silenzio e Tempesta (Marco Saya Edizioni, 2019). Una selezione di poesie tradotte di Edgar Allan Poe uscirà nel 2021, sempre con Marco Saya Edizioni (Nevermore. Poesie di un Altrove).

 

Anna Maria Curci

27 novembre 2020


Anna Maria Curci, Opera incerta.
dalla Postfazione di Francesca Del Moro, L’arcolaio 2020

 

Il viaggio dantesco di un cuore pensante

Se ogni opera letteraria è in qualche modo apparentabile a un viaggio, in quanto invita il lettore ad attraversare ed esplorare un percorso tracciato dalla scrittura, ciò vale in particolare per questo nuovo lavoro di Anna Maria Curci, in cui sono molteplici i riferimenti a un cammino, da svolgersi sotto il segno della pazienza e dell’ascolto. Il concetto di attraversamento viene evocato fin dal componimento di apertura da cui prende il nome la prima sezione, Barcaiola, che da un lato ci fa pensare all’inizio del viaggio dantesco (e Dante è un riferimento costante nel libro), dall’altro lascia affiorare il sorriso luminoso del barcaiolo Vasudeva che insegna a Siddharta a porgere orecchio al fiume. Così, fin dall’inizio Anna Maria si dispone e invita il lettore a prestare attenzione, a cogliere l’impercettibile, cadenzato bisbiglio del remo, basso continuo che scorre sotto la melodia dei versi.
“Su questo interroga il fiume, amico. Guarda come ne ride!” raccomanda Vasudeva a Siddharta e in queste pagine il sorriso è fedele compagno all’autrice e al lettore. Manifestazione esteriore di una serena consapevolezza, si muta solo a volte in riso aperto, sferza dell’ironia che, se qui risulta forse meno graffiante che in altri testi dell’autrice, nondimeno rimane prezioso strumento di indagine e smascheramento.
Torna in questi versi, come altrove (ad esempio in un ciclo di haiku inediti), il tema del guado come “condizione permanente”, un passaggio che prende corpo nell’incedere sghembo del granchio, spiazzante per chiunque prediliga le vie più dirette ma in sintonia con i cicli della natura e capace di superare gli ostacoli fino a raggiungere la meta. “Non ho fretta” si avverte nella chiusa di una delle poesie della prima sezione, invitando a rallentare il passo, a fare tesoro dell’attesa.
[…]
Non si può prescindere dalla storia per aguzzare il proprio sguardo sul presente e in questo senso Anna Maria sembra far proprie le parole, evocate in una delle poesie del libro, che l’amatissima Cristina Campo scrive a proposito di Gottfried Benn, autore di scritti andati al rogo nel quadro delle persecuzioni nazifasciste: “Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo, l’antecessore al punto da poter profetare dei più lontani cicli avvenire”.
Anche Anna Maria è un’autrice imperdonabile, che rifiuta di essere complice o passiva testimone del suo tempo, che rifugge l’evasione (“cocciutamente sai che non è fuga”) ma fa della sua poesia memento storico per spingere oltre il suo sguardo sul presente, non per registrarlo semplicemente ma per poter agire su di esso avendo ben chiara la lezione del passato […]. Dietro i fatti della Storia ufficiale, va alla ricerca di storie umane note e meno note, ne ricorda i nomi, facendo brillare la luce del coraggio, dell’amore che resiste all’orrore.
Ed è proprio in questa chiamata alla testimonianza, nella vocazione a parlare per conto di voci dimenticate o che rischiano di spegnersi che risiede il senso ultimo della scrittura, il valore e assieme la necessità di un percorso quale è quello su cui Anna Maria si interroga e ci interroga. Il percorso etico ed estetico compiuto da un “cuore pensante”, definizione che utilizza nella sua prima raccolta e che racchiude in sé la capacità della poesia di pungolare intelletto e sentimento per diventare, nelle sue parole, “pegno d’incanto, balzo, testimone”.

Francesca Del Moro

 

 

Dalla sezione Barcaiola
                 
               

Del passaggio

Del passaggio non so,
tu affine anima mia,
meandri e pieghe e anse.

Lo slancio riconosco,
la luce tende braccia,
non si fa definire.
                           
                       

Dalla sezione Opera incerta
                       
                
Atlantina

innaffia i tuoi sensi di colpa
piega la schiena
fustiga le reni

non basta ancora dici
e gonfi il petto
però con quello non trascini pesi

pensavi di aver fatto un buon affare
allo spaccio dei miti senza occhiali
scambiasti per la bella corridora un ricurvo complesso
                           
                         
                   

Dalla sezione Mnemosyne
                    

Angelos

Parla per me. Mi giunge questa voce
dal limbo dei ricordi seppelliti.

Parla per me. Strizzo l’occhio. Non vedo.
Da quanto tempo è in pausa la memoria?

Parla per me. Scorgo infine la cuffia
legata al mento e i fiori sgargianti.

Parla per me. È lei che ci ha salvati
in un giorno di giugno. Affogavamo.

Parla per me. Quel giorno tu gridavi
bambina per te e per tuo fratello.

Lei è tornata insieme al suo compagno.
Ci portarono a riva. Comparsi solo un giorno.

Parla e racconta che mai abbiamo smesso
di provare a salvare. Ancora non capisco.

Parla e racconta di imprese disperate.
Eravate due bimbi e due soltanto.

Cosa vuole da me l’apparizione
in costume da bagno anni settanta?

Tu fammi proseguire. Da quel giorno
non abbiamo lasciato il mare mostro.

Quale tributo è ancora da pagare?
Lei scruta il fondo azzurro e mi previene.

Due soltanto eravate, ricorda!
Due bimbi che giocavano, rammenti?

Rammento con memoria intermittente.
Che cosa c’entra mai con la Memoria?

Sono migliaia adesso e non per gioco.
Tuffarsi per salvare più non basta.

Lo schiaffo arriva. Perché ha detto ‘mostro’?
Non più il rassicurante “Mare Nostro”?

Li rovesciano a mucchi, il mondo applaude.
Su canti d’elegia ghigna l’orrore.

Parlo per lei per noi che sconteremo
mani a premere teste giù nell’acqua
il lezzo criminale dei proclami
e la complicità che allaga il male nostro.
                                
                  
                      

Dalla sezione Di tanto azzurro


Quiet breathing*

E sogni dolci,
fiato quieto a nutrire
la resistenza.

E sempiterna
sia la gioia del vero
né mai sospesa.

* da un passaggio in: John Keats, Endymion

 

 

Nata a Roma nel 1960, Anna Maria Curci insegna lingua e cultura tedesca in un liceo statale. È nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticonzero” di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler (La domenica pensavo a Dio/Sonntags dachte ich an Gott, Del Vecchio 2012), di Hilde Domin (Il coltello che ricorda, Del Vecchio 2016) e i romanzi Johanna (Del Vecchio 2014) e Pigafetta (Del Vecchio, di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe.
Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marcapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago itaca 2019).
Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del lit-blog “Poetarum Silva”.

Vincenzo Errico

2 settembre 2020

 

 

 

7
senza un titolo
4 aprile 2020

(ciò per cui si può valutare il contenuto di uno scritto, in questo caso)

m’imbarco su un foglio liscio, ignaro di quel che verrà.
Vado a tasto, cerco un appiglio.

E’ tempo di un’apparente calma
– superficie larga e schiacciata in cui raccolgo i fatti della quotidianità
tenuti in caldo, ma raffreddabili per forza prima o poi –
e con tutto quello che prende per le caviglie, le mani o per il collo
con in su la testa, sembra non esserci modo di prezzare il mondo,
svalutandolo a pressione non voluta o nemico da cui guardarsi.

Non piangere o ridere quindi? Magari incupirsi o sorridere,
perdendo un livello che crei un’empatia migliore.

Il possibile s’ingegna poco nella spinta che affratella.
E questo è il punto: non sentire di appartenere al gruppo familiare
largo e stare da soli quel tanto che basta
per non sopportare e non escludere.

 

 

proverbiale
13 dicembre 2019

 

Non proprio come la comparsa in strada –
che dove inizia non si sa – di un camminatore stanco e impolverato
che si avvicina e va oltre un punto di vista, una posizione ferma.
Qui, l’arguzia e il fatto noto o il detto prima
sembrano avere carattere sconosciuto e soprattutto
non sanno dove andare.

Come in tutte le premesse quindi alludo e lascio.
Se ben cominciassi sarei a metà.

 

 

mani avanti
15 settembre 2019

 

Dove la costituzione del corpo, l’abito o l’inclinazione
non lasciano molte possibilità di scelta apparente,
quasi un vizio d’organismo che approssima e non finisce,
un vezzo semplice.

Un territorio senza traccia, a guardare dietro, privo di agitazione
eppure svela qualche tratto di sussulto cardiaco o moto di stomaco,
quando vengono alla mente un fatto, una persona o più d’una.

Ultima serie, ieri notte, ma non dirò
ché a farlo non aiuta il gorgo a salire.

E poi c’è la mancanza d’ardire,
sotto forma di un colloquio a poche frasi,
un porsi fuori che disperde,

l’attitudine alla risposta breve che non piace, ma vorrebbe.
Un dovere umanitario che calma l’ego
e il destinatario.

Non aspetto versi, prendo direzioni plurime.

 

 

da qualche parte
14 agosto 2019

 

Che sia chiaro a me l’osceno
in tutto il suo candore – coprente a tratti –
dei rapporti mossi dal bisogno

anche io nel giro
sono quello che lamento.

Alla fine dell’appetito ci si addormenta
e si scorda d’aver preteso qualcosa,

come quando la dispensa è piena e non esci a far la spesa.

 

 

tamerici comprese
19 gennaio 2019

 

E va bene che cada per le scale,
tra riserve e storie raccontate male,
dove non splende la luce della sequenza di senso.

Cadere,
al posto del solito tram desiderio
tra i quartieri omessi.

Un sospetto frugato nelle tasche
è quello della bella figura,
del meglio che manca a questo sforzo senza fine,
e piove su qualcosa,
tamerici comprese.

Di casa in casa,
panico in calzamaglia
o stupore inchiostrato di blu,
feticcio d’infanzia.

Fa giorno
e tutto si palesa ai piedi di una pagina.

 

 

di guardia
13 maggio 2018

 

Lasciare traccia non è un fatto di prepotente garanzia di qualcosa,
è una questione che si pone chi vive di sospiri alla sveglia, di sbadigli la sera
e nel tormento della volontà di essere felice con qualcosa d’altro.

Difficile sondare e rilevare parole a posto.
Distendo l’arma che porto, non si sa mai, sul pavimento
e scrivo steso sul letto o dentro di esso e quindi storto.
Ho certamente operato, ma un interesse tassato cresce e svela il conto finale,
un non ostentato timore di perdere.

 

 

il nome di tutti
10 luglio 2015

appena sarà finito tutto lo dirò
intanto dovete sapere che le storie
sono vere nell’altrove e dovunque qui

di quella donna in bicicletta
a dare precedenza che non c’è
ferma dalla macchina in retro marcia
almeno la lunghezza di due barche

di quell’altra che cammina passo lento
e a sera torna gambe gonfie
in una casa del comune,
figli lontani una notte
sola

o di quei compagni di lavoro
con fare familiare battute e lingua senza lezzo
sagaci e ironici per vanto,

ma di sequele non farò ventaglio,
i nomi li conosco a occhi chiusi,
gli alibi li scrivo e poi li tolgo
perché difendersi sarà una colpa

 

Giorgio Montanari

26 aprile 2020

Nella Purezza copertina fronte

 

Giorgio_Montanari_1

 

 

 

 

Prefazione di Antonio Spagnuolo

Aprirsi alle alterità per poter esprimere la propria interiorità è come immergersi in una
scommessa, al di là di un orizzonte multicolore e variegato, che disegni una non essenza e ripeta il falso movimento dell’apparenza per incidere alla fine semplicemente nel senso quotidiano dell’esistere. Il candore diviene allora la comprensione degli accadimenti al di là della piega del velo che appanna le trasparenze ed illude nell’inaccessibile.
In questa pagine il carattere episodico dei testi, realizzati nel verso quasi sempre molto
breve e martellante nel ritmo musicale, rivela l’imprevedibilità del dettato poetico in un
fraseggio che sfida anche la linearità narrativa per agganciarsi al momento simbolico della metafora o del sussulto esistenziale. La serrata progressione da un lato e la svelta concisione della frase dall’altra mettono in risalto i varchi della figurazione, suggerendo a tratti anche un collage ininterrotto per incastri e stupori che rendono la lirica vibrante, da confrontare e centellinare.
“Il mio corpo / è una cornice appesa storta, / una fotografia che, sbiadendo, / acquista ricordi e nostalgie…”. Il poeta spinge la sua mimesi in un processo di disintegrazione corporale intravisto nello sbiadire della fotografia e nello sciogliersi doloroso della memoria. Una memoria che nasce dalla fascinazione delle figure e si sgretola nella
illusione della quotidianità.
Forse le verità non possono essere dislocate nell’impulso della domanda, “nel solenne silenzio / della basilica / il vuoto mi circonda. / Volgo gli occhi verso l’alto / e il respiro mi strozza.” fino a quando l’assenza ha un ordine immaginario che al giusto richiamo accenna ad una risposta quasi sempre in ombra.
Allora gli accadimenti hanno la piega del velo e come “la farfalla / prima attirata dalla / luce / ora si agita / cercando di salvarsi / dalla lampada.” così la parola ha il groviglio della fuga, e come una spugna imbevuta di meraviglia cerca di levigare la roccia della coincidenza. La seduzione delle immagini rompe, nella poesia di Giorgio Montanari, ogni vincolo, perché l’autore riflette sulla sua parola, che insorge ad ogni accenno di immersione, tale è il tempo della vita che è nell’istante, o che era, o che sarà. “Uno, è il cuore che dimora in noi. / Uno, l’astrazione dei numeri primi. / Uno, solitudine non colmata. / Uno, l’anima in ascolto accoglie il mondo. / Uno, sono io. / Ci si evolve, quindi Due.” Il numero Due ed il numero Tre li troveremo diverse pagine più avanti ad interrompere le pennellate divenute protagoniste della catena poetica.
L’accento filosofico che imbeve molti versi di questa raccolta mostra orizzonti fuori del tempo, ossia nasconde il pericolo di Thanatos, che è sempre in agguato, per toccare le grazie dei ricordi o delle schermaglie adatte al subconscio, ove le cose non svaniscono, ma ghermiscono lo schermo delle visioni oniriche per i contraccolpi dell’assoluto.
Particolarmente suggestiva la seconda parte, “Lettere (D)al Paradiso”, ove l’autore si chiede ingenuamente come sarà morire, quando, nella tenebra, ombre di luce indicheranno la direzione, o quando la musica sarà finita, ma potremmo incontrare di nuovo Tenco, Ciampi, Mia Martini ed altri, nel refluire di note indescrivibili. Allora anche i simboli, di ritmi temporali o di figure spaziali, si succedono nelle composizioni, in
configurazione di grafie luminescenti o nei richiami che consentono di elevarsi nel
magnetismo che suggerisce la fantasia.
Anche la semplice umile materia ha un suo ruolo di mediazione, ed insiste nella
immobilizzazione fuori da ogni mito, perché “la seconda / pietra, / rivolta al collo, / mi soffoca per / un istante. / Inondo la terra / di lacrime.”
Sino all’oblio il poeta attinge dai sorrisi magnifici che si offrono oltre l’asfalto, o insegue
la risposta del proprio DNA, o sigilla i segreti per condividere l’essenza delle cose, o interroga il mistero della sfinge le cui chiavi sono rebus traducibili e nuovamente compare il numero Uno. La sapienza compositiva dell’autore è plastica, mobile, aderente ad una ricerca che lo pone tra le raffinate scelte del verso, anche se la musicalità si ripete in una coscienza enigmatica, collocandosi tra la tradizione ed il ripensamento di una crisi fluttuante.
Il testo dunque è come l’argilla da plasmare, una gemmazione segnata dalla esperienza, che avvolge, e da una fioritura virtuale che racchiude alterne soste, momenti in cui la sorpresa sorride al mistero, lo sguardo riconosce spaesamenti, l’affermazione dissolve il paradosso in gioco tra la rappresentazione e la metafora.

Antonio Spagnuolo

                                      

 

ESSENZA

Il mio corpo
è una cornice appesa storta,
una fotografia che, sbiadendo,
acquista ricordi e nostalgie.

La mia mente
è una gabbia da cui
affiorano culmini di iceberg:
sciogliendosi, essi mostrano
una nuova porzione
del solido fondo.

La mia schiena
è una catena che mi vincola
e mi stringe, limitando
l’armonia dei miei gesti.

La mia mano, che ora
scrive poesie,
è la stessa che
ha rubato o insudiciato.

Il mio sorriso
fu sbeccato quando
scacciai i pensieri: un quadro
incompiuto
nelle mani di
un avido battitore d’asta.

Gli altri sentono
una voce diversa
da come io percepisca la mia:
non ascolteremo mai
lo stesso suono
così come maschio e femmina
non proveranno mai
lo stesso orgasmo.

In un mondo
di apparenza e di inerzia
un uomobambino
può velare la sostanza
ma riflettere sull’essenza.
                  
                   
                       

VERTIGINI AL CONTRARIO

Nel solenne silenzio
della basilica
il vuoto mi circonda.
Volgo gli occhi verso l’alto
e il respiro mi si strozza:
le mani sudano gelo;
l’appoggio è meno deciso
per un corpo di burro
indebolito dal capogiro.
Apprensione che,
d’improvviso, tutto crolli?
Riverenza verso
chi dimora in alto?

Dileguatomi dal duomo
per le estreme emozioni
volgo gli occhi verso l’alto:
nubi bianche velano lo scenario
di turchese e di vento;
constatare l’apogeo
procura instabilità:
il vuoto, ancora, mi circonda
e l’equilibrio si indebolisce.

Il cielo è il limite.
            
                  

                          

UNO

Uno, come la vita.

Uno, è il cuore che dimora in noi.

Uno, l’astrazione dei numeri primi.

Uno, solitudine non colmata.

Uno, l’anima in ascolto accoglie il mondo.

Uno, sono io.

Ci si evolve, quindi Due.
                    
                          

                         

DANZA DI EQUILIBRI

Danza di equilibri
in una gara che
finisce presto per
allenamenti ìmpari.

Danza di equilibri
nella sintonia
di una melodia che,
tardi, si intiepidisce.

Danza di equilibri
se mi sveglio sentendo
il tuo corpo
divenire il mio.
                         
                       
                     

               

L’ABITO MIGLIORE

Il rumore rotondo
della lavatrice
sciacqua via i peccati
dal vestito macchiato.
Bisogna essere abili
per evitare che
i colori si mischino,
rovinando gli abiti –
come le bugie.
La luce del sole
asciuga la stoffa,
la purifica
dalle chiazze del rimorso;
il ferro schiaccia ed
il calore fa ritornare
tutto liscio –
come se nulla
fosse accaduto –
pronti ad indossare
la divisa migliore,
coprendo chi si
nasconde sotto.

 

Giorgio Montanari è nato a Parma il 18 luglio 1982.
Dopo il diploma di maturità scientifico-linguistica e la laurea specialistica in Trade Marketing e Strategie Commerciali, dal 2007 lavora in dipartimenti export e marketing di prestigiose aziende italiane. In parallelo, dal 2005, collabora con importanti testate giornalistiche nazionali.
Innamorato dell’Arte in tutte le sue forme (musica, pittura, fotografia, teatro, letteratura), Giorgio pubblica il primo libro “Finzioni Di Poesia” nel 2018. L’anno successivo escono la seconda raccolta poetica “Nella Purezza” (con illustrazioni di Luca Soncini e prefazione di Antonio Spagnuolo) ed il libro illustrato per bambini “Pizza Story” (con disegni di Marianna Salerno).
Alcuni suoi testi sono presenti sul “Catalogo dei primi baci” (2011) del pittore siciliano Massimo La Sorte, sull’antologia “Marche, Omaggio In Versi” (2018), sulla posterzine “Radici” (2019).
Il suo sito personale è www.giorgiomontanari.it

                         

Antonia Pozzi

18 aprile 2020

Foto libro Tu sei l'erba e la terra Antonia Pozzi

“Tu sei l’erba e la terra” di Antonia Pozzi (Garzanti Editore, 2020) è una dichiarazione indistinta di solitudine sfumata nel disincanto dell’anima, appassionata e struggente, in un’unica e sconfinata poesia d’amore che la poetessa ha rivelato per tutta la sua breve vita. La nostalgia, l’arrendevole passione, la ritualità evocativa delle sue confessioni, sono il terreno propizio custodito nei versi, avvolti da un’apparente quiete di grazia e rassegnazione, assorbiti nell’essenza crepuscolare e nella dissolvenza espressionista della malinconia. Le parole, commosse ed orgogliose, sostengono la perdizione dell’assenza. La poesia di Antonia Pozzi accoglie il sortilegio dell’impulsività  avvicendando il ricordo di una condanna sentimentale, nella sua passione per il suo amato professore, con il suo corteggiamento infelice e tormentato, consumato dal dolore e da un’aspettativa non corrisposta. I testi sono salvifico intervallo nella dilatazione emotiva e richiamano l’autentica e trascinante forza magnetica della natura, conforto originario di serenità e grembo di affinità romantica, oltrepassano le stagioni ostinate delle promesse e della dignità riconosciuta “sulla via dei luoghi amati”, dove l’avvenenza sussurra, sincera e fedele, l’estetismo poetico nello specchio dei movimenti sinuosi delle adorate montagne. La poetessa è testimone della riservata e rigorosa decadenza che addensa l’ostilità delle ombre e scava nelle atmosfere desolate dello spirito. Il mondo, elegantemente violento e superbo, è fatto di desideri e illusioni, si nutre di lacrime e di attese e la poesia visiva di Antonia Pozzi è un’immutabile e rarefatta inquietudine scandita dallo squilibrio degli indugi. Il destino della poetessa non ha via d’uscita se non nell’unico finale possibile e stringe intorno a sé l’esasperata povertà della sostanza di un sogno infranto, di una lacerante lusinga di chi desidera il ritorno alla vita, al vivere in poesia. I versi ascoltano il respiro di una  sacrificata sensibilità, affondano nella memoria il rovescio di una pena abbracciata all’esistenza ferita. Le poesie di Antonia Pozzi giunte solo postume tornano a far luce e rumore da “un’esile scia di silenzio”. Presagio rappresentativo è la fatalità improvvisa di chi muore giovane e suicida condividendo nell’intreccio al male di vivere che accomuna altre importanti poetesse, l’impossibilità di colmare il vuoto interiore, premeditato nell’incompatibilità della disperazione di una morte intenzionale.

Rita Bompadre

                           

                           

                              

Lampi

Stanotte un sussultante cielo
malato di nuvole nere
acuisce a sprazzi vividi
il mio desiderio insonne
e lo fa duro e lucente
come una lama d’acciaio.

S. Margherita, 23 giugno 1929
 

                                  
                              
                         

Sfiducia

Tristezza di queste mie mani
troppo pesanti
per non aprire piaghe,
troppo leggére
per lasciare un’impronta –

tristezza di questa mia bocca
che dice le stesse
paole tue
– altre cose intendendo –
e questo è il modo
della più disperata
lontananza.

16 ottobre 1933
                          
                         
                     

Pensiero

Avere due lunghe ali
d’ombra
e piegarle su questo tuo male;
essere ombra, pace
serale
intorno al tuo spento
sorriso.

maggio 1934
                           
                      
                  

Convegno

Nell’aria della stanza
non te
guardo
ma già il ricordo del tuo viso
come mi nascerà
nel vuoto
ed i tuoi occhi
come si fermarono
ora – in lontani istanti –
sul mio volto.

29 maggio 1935
                          
                           
                        

Brezza

Mi ritrovo
nell’aria che si leva
puntuale al meriggio
e volge foglie e rami
alla montagna.

Potessero così
sollevarsi
i miei pensieri un poco ogni giorno:
non credessi mai
spenti gli aneliti
nel mio cuore.

8 giugno 1935
                             
                          
                                   

Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”