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ferie

7 agosto 2017

chiusura estiva - by CriBo

 

Fernanda Ferraresso

30 luglio 2017

 

DALL’OCCHIO ALL’ORECCHIO UN GRADINO E UN LABIRINTO

 

 

 

se riguardo dentro
quel foro sul muro
negli anni  ti vedo
ancora chiara
aperta  luminosa
sento i richiami
le eco  le voci
annuso i profumi
le cere le essenze
sento l’acqua
che scorre e
il verde penetrarmi
fino alle radici
scordate

 

*

 

i miei due lati
sono la faccia di queste pareti
dove la voce rimbalza
e solo per una eco si riconosce

non ha alcuna memoria
non ha traccia o impronta

è una città svuotata
una corsia devastata
cadono a pezzi i corpi delle cose
ci sono drappeggi a ricoprire statue

nascono dagli sguardi inquieti
dalle nude cosce di una lussuria senza più eros

spogliata da ogni emozione
langue la mente e tutte le sue sfere
fanno più sordo un rumore di ottone
un basso che sfocia

da un intestino crasso
un intimo odore di corpo

aperto un topazio salmastro
e più lontano sotto i fili di altri fantasmi
una lunga scia è la vena del cielo che sogna
e stende la sua linfa sopra uno specchio chiaro

l’alba o l’albatros sfibrato dal suo volo
inceppato il suo occhio è una radice di pianto


una città senza più nome una pianura
senza chiasso nella mia bocca
persa dentro
il tuo cupo orecchio

 

*

 

per un grano di terra
un esercizio di stelle
tutto il giorno allargato
per un nubifragio di onde

luce un precipizio di semi
segni di un celeste pellegrino
infinito chiuso occhio del cosmo
caduto dentro il chiostro
nel terremoto di un tralcio

in un crocchio di spine
difendono il raccolto
un sol giorno
atomo e nucleo
rivoluzione della spiga
contro il germe della fame

e ogni bocca ogni corpo
ogni donna ogni uomo
ogni singolare pianeta
seminato da quel giallo
è una linfa senza resa
una spiga di pane esplosa

*

dentro le carte
i m m a t e r i a l i
che imbrattiamo
le poesie navigano
da milioni di anni
l’intero universo
il tempo è
solo una tra le tante
intricate tessiture
riversate
tra riva e rima
senza seguire una riga
in una scena d’inchiostri
fluidi e linfe che si mescolano
china resta la vita
la più segreta e immortale
tra tutte
la parole mai scritta per esteso

 

*

 

bassa
ho camminato nella foschia
ero
un numero infinito di onde
sporche di sabbia case ingombre
stavano distese
come corpi spogli di donne
a perdita d’occhio l’aria
non più chiara
come una bugia si era lentamente
trasformata in roccia e nera
una gabbia chiudeva il litorale dentro una vasca
l’estate era un pesce rosso dentro una boccia d’acqua gelata
orrore ovunque
la terra era un fuoco di ceppaie
persino il mare brulicava di fiamme
tutto e dovunque solo morte fumo polvere
di ruggine un rumore di ruote metalliche
un sordo correre di carri che rompono l’asfalto
e dal catrame qualcosa simile al germoglio schiude il suo occhio
nasce tenero un verde che l’aria ripulisce
e una furia d’insetti è la mia testa
una furia di suoni dentro il mio letto
io sono il fantasma nella parte posteriore della stanza
sono la furia dentro la tua testa
nel tuo petto esplodo milioni di sillabe
tutte in una volta
sono il coro dentro la memoria
sono
la sventura che senza fine ti cancella e poi
ti rinasce ancora
e ancora
ancora una volta

 

*

 

IL GRANDE GIOCO DELL’OMBRA E DELLO SCARTO

 

imparare  a sillabare la creazione del mondo
rivoltare il limite da superare con un folle volo
e un gesto d’amore
non più ignorare l’altro
vivere disobbedendo a ogni crimine
rifiutare i pedaggi d’inciviltà
accanto al nero di ogni sofferenza accendere
il bianco di una resistenza attiva affetta di bene
mettere un colore accanto al cuore
con arte  disegnare una porta
e attraverso quella avventurarsi
dentro una vita che è sogno e bisogno
magia e mistero
attonito  momento e urgenza di presenza
all’insegna di un coraggio fatto di gesti concreti
essere vicini gratuitamente portare un risveglio
come il sole che mai annichilisce nel suo ardere
costante  scavando ognuno fianco a fianco
ognuno nel fianco di se stesso per arrivare
fino all’altro.

 

*

La metafora è un procedimento intellettuale
mediante il quale riusciamo a cogliere ciò che si trova
oltre la nostra capacità concettuale.

J.Ortega y Gasset

 

 

una
sola
oscura   provincia
un’ombra sul muro
la vita


mi attraversa
in un brivido
notturno un corso
di spoglie


miei nati
antenati
di ogni futuro
in un giorno


senza giudizio
solo
un sogno

 

*

 

nelle profondità di questa quiete
verde  un racconto di foglie  cede
in terra tutte le mie ombre
e gli aghi degli abeti
non ancora imbiancati accendono
i soli di tutti i miraggi in mille gocce
la linea ricurva del mondo  accoglie
perso il mio tramonto là
in fondo anche la mia solitudine  aspetta
in una nuova piccola sorgente un quadrante d’acqua  ci scioglie
dalla bocca l’ultima inutile parola l’ultimo segno della mano incauta
che ha rubato ciò che l’amore illuminava
nel suo centro vuote corrono
le nuvole e il freddo del mio gelo le rincorre
per bloccarle nel grigio delle rocce
tra ferrate e vie maestre tra vicoli e strade dismesse
in me dove non sento
il profumo degli orti la frutta  cantare nei broli
e i fiori  dirigere
i cori delle aiuole le fiammate di rosso nelle bacche accese
di dicembre le lucerne  le bianche perle del vischio
sotto cui deporre i baci

tutto dorme o sembra moribondo o morto
c’è quaggiù solo un concerto sordo di metalli
che sempre più atterrito rende l’ uomo di oggi
e per attrito sfregia il volto del mondo
il chiaro di luna esposto nell’alta bacheca della notte
non rima sul ramo degli innamorati
intenti a tiranneggiarsi con le solite vuote battute
mentre altri poco lontano da loro
già cadono sotto il lancio delle bombe
e i più dormono ritenendosi lontani
di tutto quel frastuono ignari non comprendono
le lacrime con cui si svegliano ogni giorno
perché c’è un filo che lega stretto e sicuro
ogni nostro abecedario
la merce più innocente con lo stolto  l’avido  e lo schiavo
sapiente la morte la sua scienza non disperde
ma agli uccelli che del fluido suo scorrere si nutrono
sostiene  ali e corpo e terso rende lo sguardo

ascolto  attento ascolto
il più lontano dei luoghi canta
la sua brezza è il suo nome
chiama i nostri passi nella sua oscurità
salmi e notturni disegna in codici e canti
il mio corpo ascolta tutto il fluire di amore
miniato in me ha luce e fiore  acqua e nuvola
viola e primavera neve
e scura montagna  bordo di questa piccola tazza
dove il vento depone i suoi semi
dove succoso è il grappolo della vita
e i fiori del cortile sono nubifragi di tempo
dall’alto muro di questo inconsueto cosmo
che al mattino mi sveglia e apre in me la porta del mio labirinto
mentre tutto resta segreto e nascosto ed io verso me stesso
ancora da un sorriso illuminato corro e corro
lontano dal tempo giù a più non posso
dentro un filo d’erba nel prato fino a sentirmi saziato
di luce di alberi di tenebre a fiumi
dell’intimo chiarore di una stella issata ad un bagliore
nell’ultimo singhiozzo dell’acqua con cui ho bevuto la mia vita
e adesso è caduta nel chiuso rigore di un verso  da

ancora non so dove

NEL VANO DELLE P A R O L E

 

per strade lunghe e un lungo silenzio
faccio ritorno a casa
dove non sto dove non vivo e non ho più
cose con lo spazio dentro
né abiti  nell’armadio     del ricordo il viaggio
la passione     tutto arriva  e lignifica
una corteccia folgorata la mia scorza
come una buccia la vita  staccatasi dalla mia pianta

e persino le parole che mi scheggiano da dentro l’osso
altro non sono che il mio vuoto corpo
espostosi al vento

F.F.


*

 

L’uomo si lascia alle spalle la sua infanzia, la fanciullezza, la maturità, la vita e le sue opere, ma questo non è morire, è vivere.

 

Maria Lai

 

 

due tempi e un solo occhio
si è barricato in un mistero
lo spazio     scordato     si è fatto
percezione
prossima una continua  istantanea
un’immagine  imma(r)ginata

 

fatti pochi passi     verso una finestra
ancora cola il tempo
liquida     una carta da parati
tappezza questa alta stanza magazzino di esperienza
e tutto azzurro il prima mescola il suo pigmento in questo vano     adesso

esco
mi precipito
in tutto quanto vado visionando
ed è stato
un tempo preciso
è già stato
dentro il mio occhio
nelle mani nei piedi nel respiro nel cuore ha battuto
quel giorno quell’incontro quel niente é ora
e ancora ribatte il mio metallo
lungo     sonoro     un monologo
s e r b a t o i o  di tutte
tutte le voci mai inquinate
che sono polvere
di questi arredi che ora vengo a cercare
in coriandoli di luce
spezzata dal mio specchio
in un cassetto dentro un comò socchiuso
cianfrusaglie emergono alla rinfusa in un cielo cianotico

 

lontana la casa     lontano il tempo della quiete     affiora
fioriscono erbe profumate e ho fame come di bestia randagia
che per anni nei secoli da se stessa si è allontanata
e nella parola ha fatto uno slargo minuscolo
un pertugio di sole dentro la sua tana

ho sete sempre più sete
cerco depositi d’amore come acqua
come un animale anch’io tra le radici bevo
e chiara vedo la fine tra quelle muffe
la sottile scrittura della morte

un filo di terra appena
mi scrive tra le labbra scende diretto
all’alveo del respiro e ghiaccia il battito
spegne il cuore
la testa piega
cedendo un poco per volta un istante perfetto
anni secoli memorie oltre le mie storie minute
solo un alito
l’ultimo
quel filo di solitudine fattosi più sottile e stretto

intorno al polso e al collo fa saltare un nervo e
posso finalmente morire
sparire dalla cella da quell’abito
celato a me stessa
non dire

non dire più nulla per sfuggire
ancora una volta andare
distante     distante     distante     tante e tante
tante volte più lontano
nella lacrima che non mostro

il vuoto di tutto quanto (è) aspetto
in terra il segno di uno scavo aperto
il corpo dentro più dentro fin dove non lo vedi
e
altro si fa
una gradazione di bruno macinato dagli insetti
un rettangolo dentro cui svanisce tutto

 

 

 

per questo hai scritto?

ho cominciato a scrivere
per non perdere i luoghi
dentro di me così fragili
e distanti
le scarpate delle strade i fossi e gli argini
come montagne invalicabili quando il tempo frana
quando i giorni si ammucchiano
infoltendo i loro rami di alt(r)i segni
una mobile scrittura un’intricata foresta
i mesi gli anni
che mi scendevano il corpo
in continui naufragi e perdite
dei miei primi attimi
l’amicizia con la terra
che in gola mi metteva nidi
e ora senza più uova e
voli alti sopra le corti di sole
è solo crepe sulle facciate di case straniere
quasi una forca la memoria divaricando la forcella
innesca la sua fionda penetra la sua piccola granata
affonda dentro l’angusto territorio della mia vecchiaia
dalle spalle dei miei anni trae i pesi dei luoghi le cimature degli alberi
le siepi gli orti incolti un sentiero interrotto
sui cui più volte mi è crollato addosso il tempo
e la vita si è allargata in un cupo lago
recintato da pietraie aguzze
ruderi i ricordi in un continuo restauro di strutture inutili
perché non serve un tetto una lamiera basta
per passare la notte se la vita è un temporale e nemmeno la luna
ti accoglie e niente niente riaffiora da quell’antro che è l’androne di casa
perché dove abiti ora tutto è stipato
un ripostiglio senza aria senza luce
un luogo senza sentieri da percorrere
dove non sei affatto contento di esserci
e i ricordi di ieri ti mangiano e i ricordi di oggi si frantumano in un niente
così che a te non resta altro
che un vuoto deposito di polvere

(…)

 

 

Nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design, ama tutti i generi di espressione d’arte. Già docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, ora insegna al Liceo Artistico A. Modigliani nella stessa città, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998), Concorso Internazione di Poesia-Prata Sannita- L’iguana 2014 dedicato ad Anna Maria Ortese, ha ricevuto il primo premio per la raccolta Nel lusso e nell’incuria Edizioni Terra d’Ulivi 2014, nel 2015 ha ricevuto il primo premio al Concorso Internazionale Alda Merini-Brunate per la raccolta Voci oltre e altre cose storte– Edizioni Terra d’ulivi 2015. Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla Lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda (2009). Con LietoColle Editore ha pubblicato MAREMARMO (2014- Menzione d’onore Premio Città di Sassari) e appare nelle raccolte Luce e notte (2008), L’ustione della poesia (2010);con Terra d’Ulivi -Elio Scarciglia Editore, Voci oltre e altre cose storte (2015)- Primo classificato- poesia edita- Premio Internazionale Alda Merini-Brunate 2015, Nel lusso e nell’incuria (2014- Primo classificato – poesia edita. Concorso Internazionale L’iguana-Omaggio ad Anna Maria Ortese) e Dimmi se (2013- secondo posto Premio Bellizzi- Salerno). Suoi testi appaiono in CFR Ed. nelle raccolte Cuore di Preda (2012) , Il ricatto del pane (2013), Cronache da Rapa Nui (2013), Keffiyeh-Intelligenze per la pace (2014) ;  con Lucaniart: “Scrittori & Scrittura” Viaggio dentro i paesaggi interiori di 26 scrittori italiani (2012); con Edizioni L’Arca Felice Le trincee del grembo (collana Scritture clandestine a cura di Maria Pina Ciancio e  Teresa Anna Biccai per Associazione Lucaniart) (2014) ; con Rayuela Edizioni “Sotto il cielo di Lampedusa” (2014).
Si sono occupati della sua poesia: Sebastiano Aglieco, Luigia Sorrentino, Marco Scalabrino, Maria Pina Ciancio, Anna Maria Curci, Anna Maria Farabbi, Abele Longo, Francesco Marotta, Fabio Simonelli  (recensione  nella rivista Poesia-Crocetti Editore-Settembre 2009-N.241), Davide Castiglione, Milena Nicolini, Ugo Entità, Enzo Campi,Giulio Gasperini, Adriana Ferrarini.
Numerosi suoi testi sono presenti in rete in molti siti che si occupano di letteratura e d’arte.
E’ capo redattore ed editor del litblog Cartesensibili (https://cartesensibili.wordpress.com).
Il suo blog personale è  http://fernirosso.wordpress.com/
Dirige la collana Parole di cristallo per Terra d’ulivi.

 

 

Anna Maria Bonfiglio

24 luglio 2017

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BATTE NEI TIMPANI

 

 

Mi giace dentro il silenzio

e mi sommuove una furia

di sangue

nell’ora che attrista

foglie d’aria

 

E’ la stagione del miele

 

La conchiglia caduta

nel pozzo d’agosto

ha perso il suono del mare

 

Batte nei timpani

una nenia d’amore

e di lontananza.

 

 

 

 

 

SENZA TEMPO

 

Raccontami i tuoi pensieri

a cavallo dei giorni senza storia

l’ansia colata a picco nella noia

la monotona routine

di pratiche d’ufficio da sbrigare

 

Nella tela che tesse il quotidiano

rimangono attaccate

le incredibili imprese del donchisciotte

che adesca la penombra

 

La vita si assottiglia

già non è che refe

dipanato a rammendarci gli occhi

 

Resta la mano tesa verso l’ignoto

l’insopprimibile voglia

di battere un tempo

che non conosca tempo.

 

 

(Dalla raccolta Nell’universo apocrifo del sogno, Ed. Il vertice, 1985)

 

Un’attenzione vigile domina i versi di questa raccolta, dove Anna Maria Bonfiglio ha coscienza di giocare tutte le carte del rischio in una poesia che senza rinunciare al melos è costruzioni di sentimenti messi a nudo in una scansione di ritmi che reinventano la vita e la sua doglia. (Carmelo Pirrera)

 

 

 

EURIDICE

 

 

 

Allontana i tuoi passi dalla mia notte

non ti voltare se la mia voce ti chiama

e ti lusinga. Se mi guardi

è cenere il mio sangue

i miei piedi un blocco di cemento

 

Ho contato mille volte gli aironi

oltre la roccia scura

che mi bendava gli occhi

e ho cercato la luce

nel ricordo del canto

che mi spezzava il cuore

 

Ma seppi troppo tardi che non fu amore

a spingerti nel fuoco del mio inferno

e questo andare avanti senza ali

questo precederti cieco nella solitudine

è la condanna che predissero gli aruspici

rivoltando viscere d’agnello

accanto alla mia culla

 

Il mio lamento è muto

non pretende pietà né la dispensa

Dirotta la tua voce ad altri orecchi

Che mi si tolgano tutti e cinque i sensi

che mi si lasci errare per le vie del buio

prima di morire una volta ancora

nell’illusione di essere raggiunta.

 

 

 

 

ASSENZA

 

 

Forse è naturale consegna

quest’assenza che nessuno reclama

l’ombra solo a me visibile

negli occhi di chi mi parla.

 

L’azzurro è svolato

verso cieli che ignoro

la notte è segreto

che taglia il respiro.

 

Ovunque la pena.

 

Attendere lune chiare

fra i rami secchi del platano

mentre tu navighi altre barche

e tendi a svalutare

l’oro del mio cuscino.

 

Svegliarsi e sentire

la vita che torna

un grembo profondo

per nascere ancora.

 

 

(Dalla raccolta Le voci e la memoria, Ed. Gabrieli, 2000)

 

Testi di immediata comunicazione, nel loro linguaggio colloquiale, eppure così finemente elaborato fino a una non rara rarefazione. E nonostante la materia di questi versi sia notevolmente carica di emozioni e commozioni, tutto appare sufficientemente distaccato: quel tanto che basti, appunto, a sublimare la materia stessa nel superiore equilibrio dell’arte. (Lucio Zinna)

 

L’architettura del verso di Anna Maria Bonfiglio si snoda in semplicità formale, essenziale nel costrutto liquido, senza tentennamenti e senza costrizione alcuna. Segno che contenuto e forma sono compenetrati in un unicum inscindibile e autentico. (Ester Monachino)

 

 

 

XX

 

 

Esci dal mormorio segreto di quest’ora

lasciando perle d’uomo

a navigare sopra l’ombelico

Sono nuvole d’aria le parole

silenziosa ricchezza

che resta tatuata sul cuscino

Nel lungo corridoio della sera

stazionano le ombre di noi due

strette nel cerchio chiuso dell’abbraccio

Sarà notte fra poco

e i nostri passi andranno ad altre vie

a raccontarsi la vita d’ ogni giorno

 

 

 

XXI

 

Che sia un buon giorno per la casa

che ci portiamo sulle spalle

Per ogni soffio che vuole annientarla

per ogni flutto che vuole annegarla

si allarghi il cielo

e si addormenti il mare

Che sia  una lama a separare

il pianto e l’allegria

e forbici taglienti a liberarla

d’ogni sua malattia

Che sia per te la luce il nome mio

E sia per me tu il canto senz’oblio

 

 

(Dalla raccolta Per tardivo prodigio, Ed. Thule, 2007)

 

La Bonfiglio incarna pienamente la donna del post-femminismo, quella che non assolutizza più la libertà con astuzie strategiche e che ha ricercato nuove strade che le dessero la pienezza della vita. Leggendo Per tardivo prodigio mi sono ancor più convinta di quanto la poesia sia strettamente legata alla vita e di quanto essa ubbidisce alle pulsioni interiori. La Bonfiglio crea immagini coi versi, sposta macigni con la piuma grazie alle sue composizioni e al sorriso che le pervade. (Lina Riccobene)

 

Nella poesia di Anna Maria Bonfiglio c’è una perfettamente espressa adesione, in un certo senso gioiosa, alla vita e il tutto in modi di espressiva semplicità, una semplicità che sta su un sorvegliatissimo filo di rasoio, un equilibrio che le consente di non essere mai banale e mai allo stesso tempo ricercata. ( Andrea Camilleri )

 

L’APPARENZA

 

Non guardare di me l’occhio che ride

la voce fresca

o l’ilare bocca che adesca.

Nell’atlante che sfiori con le dita

non cercare le alture ardimentose

o le pianure erbose.

Esplora invece i fiumi azzurri

sotterranei che adornano

le mani, le logorate valli

i merletti dei tarli.

Quello che non appare

è l’ago che segna la scissione

fra il viaggio dell’andata e l’inversione.

 

 

 

IN ALTRO LUOGO

(a mio padre)

 

Muti d’abbracci i nostri giorni

si persero nel tempo di un respiro.

Vicini nella resa

ci prendemmo le mani

-fievoli le tue,  percorse

da ingrossati rivi pallidi,

le mie rapaci, ancora a reclamare

crediti legittimi e insoluti.

 

E’ un’altra volta autunno

e nell’umida luce

che taglia il silenzio della stanza

torni anche tu

nella quietezza antica che mi manca.

Potessi avere almeno la certezza

di ritrovarti ad aspettarmi

-quando chiuderò per sempre la mia casa-

e insieme finalmente camminare.

 

(Dalla raccolta Il miele amaro, Ed. CFR, 2013)

 

L’autrice porge al lettore i suoi versi in una lingua molto musicale, attenta e misurata nei significati che trasmette, nella ricerca di parole precise e restituite alla loro dignità di simbolo. La metrica è quella della prosodia classica, basata sull’endecasillabo. Una raccolta segnata da una scelta di semplicità  e sapiente misura stilistica che denotano non soltanto un gusto raffinato nella scelta timbrica, ma anche uno studio attento e una costante lettura e frequentazione della poesia. (Dalla prefazione di Gianmario Lucini)

 

(…) Fra l’altro il sentimento del tempo che la poetessa mette in scena non è comune, poiché, non solo lascia deliberatamente andare via il passato e non si affanna troppo a fermarlo; ma trasforma la perdita e la nostalgia in una scelta liberatoria: lo spazio ed il tempo terreni si allontanano sempre più, i silenzi diventano “un’abitudine di docilità”, come lei li definisce, e soprattutto la memoria, anche se la visita, non ha più una funzione consolatoria. Nell’ultimo testo, infine, l’anima “s’inabissa dentro profondi mari”. Il viaggio è arrivato al termine e nessuno, come lei scrive con umiltà, ode il fischio della nave che parte.(Franca Alaimo)

 

 

 

 

 

ANNA MARIA BONFIGLIO è nata nel 1942 a Siculiana(AG) e risiede a Palermo dove svolge attività culturale nell’ambito letterario e giornalistico. Giornalista pubblicista, ha collaborato ad un settimanale del gruppo Rizzoli , ai mensili SiciliaTempo e Insicilia, alla rivista Silarus e a molti altri periodici di carattere letterario. Ha curato un corso di analisi ed interpretazione del testo poetico presso l ‘ Istituto  Professionale CEP di Palermo  ed un laboratorio di scrittura creativa presso la sede regionale ENDAS Sicilia. Ha pubblicato le raccolte di poesia:

LE PAROLE NON DETTE (Ed.Thule, Palermo1978)

LE VOCI DEL SILENZIO (Ed.Thule, Palermo1979)

UGUALI DIMENSIONI (Ed. S.S.C Catania 1981)

L’INSANA VOGLIA D’ARDERE (Ed. Gabrieli, Roma 1982, premio Fragmenta d’oro)

NELL’UNIVERSO APOCRIFO DEL SOGNO (Ed. Il Vertice, Palermo1985, premio Emily Dickinson)

LA MARNA E L’ARENARIA (poesie inserite nell’antologia del Novecento GLI EREDI DEL SOLE, Ed.Il Vertice, Palermo 1987)

LA DONNA DI PICCHE (Ed.Il vertice, Palermo 1989)

ALBUM – Sedici dediche ( Ed.Insieme nell’arte, Palermo 1991)

SPINNU ( Ed.Pubbliscoop, Sessa Aurunca 1996, premio Città di Marineo)

D’OMBRA E D’ASSENZA ( Issimo,Ed. Il Vertice, Palermo 1999)

LE VOCI E LA MEMORIA ( Ed. Gabrieli, Roma 2000)

TRA LUCE ED OMBRA IL CANTO SI DISPIEGA/ 5 POETI PER PALERMO (Ila Palma, Palermo 2002)

La raccolta di racconti:

L’ULTIMA DONNA (Ed. Pubbliscoop, Sessa Aurunca 1994)

I saggi:

IL MITO NELLA POETICA DI CESARE PAVESE (supplemento a Insieme nell’arte, Palermo 1990)

CAMILLO SBARBARO-IL DOLORE DEL VIVERE (Silarus, Battipaglia)

EREDITARIETA’ E PREDESTINAZIONE NEI PERSONAGGI DEI VICERE’ (Silarus, Battipaglia)

Ha inoltre pubblicato saggi e recensioni su riviste e periodici del settore.

Sue poesie sono state tradotte in finlandese ed inserite nell’antologia Valkosoihtujen tasangolle a cura di Anu Rinkinen.

Collabora alle riviste online PAGINAZERO, PROGETTO BABELE, STAMPA ALTERNATIVA E LETTERARIAMENTE

 

email: annbonf@inwind.it

websites: http://crea.html.it/sito/an42

http://web.tiscali.it/annamariabonfiglio

 

 

 

 

Daniele Barbieri

18 luglio 2017

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Persi nel cerchio dell’essere

 

Queste sette poesie costituiscono l’attacco di una raccolta (al momento in cerca di editore) che si intitola Persi nel cerchio dell’essere. Il titolo platonico-parmenideo, o neo-platonico (in verità polemicamente anti-tutto-ciò) manifesta comunque un atteggiamento filosofico di fondo, che sente il mondo come fatto di cose e di parole più o meno con il medesimo peso, ma niente altro. Niente idee iperuranee, niente Dio, nemmeno un io su cui appoggiarsi con confidenza. Solo un senso di basilare sospensione nel vuoto; e in questo vuoto c’è il rapporto con le cose, con le parole (come dire con gli altri e con il mondo), ma senza certezze. Le parole e le cose ci arrivano e ci colpiscono, e tra queste c’è naturalmente anche l’io, una cosa (o una parola) tra le altre, solo vagamente più familiare.

Siamo persi nel cerchio dell’essere, perché l’idea di essere ci infonde una certezza fondamentale, ma ci fa perdere poi il rapporto con tutto quello che non è riducibile a idea. Queste poesie sono l’inizio di un viaggio nella consapevolezza di questa dispersione, tra rivelarsi dell’illusione e drammatica pregnanza del mondo che ci pervade. Lo conosciamo, non lo conosciamo, il mondo… ha senso parlare di conoscenza se cerchiamo di sfuggire l’illusione dell’io? Chi conosce?

O sarà forse che quello di cui ci troviamo alla ricerca è una sorta di accordo, in senso musicale, una sorta di andamento che si trovi in sintonia con un qualche andamento del mondo, delle cose o delle parole. Così si giustifica l’omaggio William Blake con cui si apre la raccolta, con il riferimento a una poesia che parla della creazione e della poesia, dove le parole sono cose, paurosi correlativi oggettivi persino nell’ordine in cui sono state messe. Ed è la medesima cosa che si cerca di fare nelle poesie che seguono (e in quella stessa, naturalmente).
                                                 

                                 
                                     

Feroce

 

le foreste della notte ci hanno travolti del tutto

bruciando brillando siamo quelli che vanno nel mondo

senza gravi simmetrie e senza lance di lacrime

 

senza torcere le viscere di nessun cuore violento

di nessun cuore violato quando il tuo cuore ha iniziato

a battere quale torbida mano quale terribile

piede quale mia illusione di passione perfezione

di morte di imperscrutabile splendore quale altra

 

vicissitudine estrema può richiamarci al modello

arcaico astruso, feroce

 

Capire il messaggio

 

se cerchiamo di capire il messaggio, eccoci di colpo

persi eccoci nuovamente figure lontane, sintomi,

 

allusioni a un’impressione di verità, se cerchiamo

di comprendere il messaggio, afferrando la chiave, eccoci

 

improvvisamente persi, istantaneamente figure

lontane, lontane, fragili, lontane figure fragili

di incomprensibilità, quando cerchiamo di capire

 

e non ci siamo, non siamo vivi non restiamo veri

non viviamo, non restiamo nemmeno cerchiamo più

 

quando ricerchiamo, eccoci di colpo persi, fragili

e lontani e dimenticati

 

 

Riconoscere il dettaglio

 

nella voce della voce che ti parla con insistenza

riconoscere il dettaglio insinuante intraprendente

rintracciare sfumature di un’identità controversa

 

nella voce del peccato nel peccato del peccato

nel dettaglio di una voce di un’identità sfumata

nel disagio del dettaglio nell’angoscia della voce

 

che non è mai veramente stata voce ma memoria

memoria atroce memoria del peccato e del peccato

della mia voce insinuante e delatoria sorprendente

 

controversa identità nel parlare e nel morire

sfumatura identità nel peccato e nel morire

delatoria intraprendente che ti parla sino alla fine

 

Rime

 

io sono ben consapevole della mia identità

scarsa ondeggiante irrisolta andante debole sconvolta

 

ogni volta che cercando il nocciolo rassicurante

si sonda in profondità afferrando solo altro, tante

 

voci fàtiche molteplici consequenzialità

automatiche e abbondante viltà quando si reprime

 

il sospetto che persino nell’anima non dissolta

non risieda nessun io, ma imperversino le rime

 

 

Versando

 

stiamo versando dell’acqua, siamo dentro una versione

tralasciata delle cose, teniamo la brocca in mano,

stiamo versando dell’acqua in un catino bianco, siamo

 

versati pure noi dentro la versione abbandonata

lasciata dimenticata dispossessata del mondo,

siamo perduti nei versi, riversati come acqua

 

bianca in un catino, pure noi abbandonati spersi

perduti tra righe ignote, rime che suonano strano,

una versione scordata della canzone del mondo,

disarmonie inconsistenti, gorgoglio dell’acqua bianca

 

nel catino bianco, al culmine dei versi

 

Ma come?

 

ma come? ma come siamo deterministicamente

così assiduamente in moto? così eternamente pronti

 

al fare al sognare al vincere all’illusione di valere

più del mondo che ci mette pedissequamente in moto,

 

pedestremente dinamici dinamitici come

scintille infuse al tritolo, motorini interminabili,

 

stantuffi, pulegge, vortici, entusiasmi di perpetua

pirotecnica esistenza, scaturigini pensanti

 

ma come? e come restiamo così privati di colpo

del tempo, del senso, della soluzione che consola

 

 

Di un angelo

 

 

è l’immagine di un angelo non quello che si precipita

giù dai cieli con le ali da drago bensì l’altro

 

sterminatore dell’Eden luminoso con la spada

che ci sta davanti entrando nel buio della navata

duecentesca buio anch’esso e tutto di legno scuro

 

quasi eroso dalle acque di un diluvio improbabile

ma ugualmente spaventoso ad ambiguamente accoglierci

 

nella sua alterità arcana con la sua tromba di legno

scuro dentro il suo profondo essere immagine a sua volta

del numinoso di mezzo quasi che il caldo di giugno

 

là fuori potesse fare davvero appello alla materia

secca e vera quella calda che a toccarla ci brucia

quasi come la sua mistica lama

 

 

 

Ada Crippa

12 luglio 2017

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Alberto Figliolia per “Eco di Neve”

 

Ada Crippa ha un talento versatile. La puoi vedere cimentarsi in una Poetry Slam, competizione a suon di versi fra autori, i più eterogenei, che si espongono, rispettando determinate regole, al giudizio del pubblico – si tratta sovente di performances, di un pirotecnico e magmatico “agonismo poetico”, un incrocio fra poeti e rapper, ben più che una moda o un fenomeno di tendenza, in ogni caso una manifestazione artistico-letteraria di qualità, con una forte matrice e fruizione orizzontale, democratica e popolare. La puoi ammirare, Ada Crippa, come poetessa civile, con l’impegno genuino e totale per ogni giusta causa. E la puoi scoprire immersa nelle magiche atmosfere dell’universo haiku, alle vibrazioni armoniche in 5-7-5 sillabe con suggestioni d’infinito.

 

Fiori di pruno

avvolti dalla neve.

Quale stagione?

 

Tra folte felci

si riposano pietre.

Tempo che dice.

 

Cielo cobalto

m’avvolgo sulle spalle.

Arnia di sogni.

 

C’è un’orchestra

tra le foglie dei rami.

Sonata d’ali.

 

Là sulle cime

altissima la neve

parla col sole.

 

Stretta tra gole

una chiesetta antica

veglia la pace.

 

 

 

Ve ne abbiamo proposti alcuni (peraltro formalmente perfetti) affinché possa comprendersi la pienezza dell’ispirazione di Ada Crippa, quella sua capacità di cogliere l’attimo, il flash d’eterno che si cela in un istante, l’hic et nunc che dovremmo saper cogliere come il più pieno e dolce dei frutti. E fluisce, soave e possente, delicato e struggente, forte, il fiume della natura, anche se sei ai margini della megalopoli, nel cuore di un impero fatto di capannoni e tangenziali. Ma, si sa, i fiori bucano il cemento e un oleandro può colorare il più grigio dei balconi. E, se tendi l’orecchio (esteriore e interiore) all’ascolto, puoi udire la neve cadere, coprire il mondo di purità e coglierne l’eco nello spazio e nel tempo. Così, con questa nuova consapevolezza, anche il nostro destino odora e sa di luce, nostalgia e amore.

Pasquale Matrone per “Acqualuna” in video poesia

L’ “impasto” sapiente di versi, musica, immagini, luce offre una testimonianza eloquente del kantiano “sublime dinamico”. Grazie, carissima amica: mi ha regalato perle purissime, svelando un’anima toccata dalla divina grazia… Ho ascoltato. E avevo la sensazione di partecipare a una preghiera corale alla Sacra Bellezza… Invito gli amici a “saccheggiare” questo video e ad ascoltarlo tutte le volte che vogliono trovare conforto alle ferite a loro inferte dall’egoismo, dall’incapacità di amare, dall’invidia o dalla bestialità paranoica di chi odia tutto il genere umano perché odia sé stesso.

 

Verso te

Hai capelli blu mare

on indizi di schiume

una notte, una stella scese

raccolse l’onda a piene mani

per fartene dono

così, che i segreti delle luminose Pleiadi

caro a Saffo

alla tua voce fossero canto

come delle Nereidi il corpo leggero

d’acque – fluire verso

 

Dedicata a N.V.

*

Viene la sera

In punta di piedi

senza rumore

i suoi passi blu

sui fili rosa

dell’equilibrio

 

 

La luna nel secchio

 

La luna è nel secchio

tremula

 

fatica della mano al fondo

nell’ondeggiar dell’acqua

 

ritta o seduta sull’orlo del pozzo

guardo l’argenteo riflesso

fluttuante

 

le voci spente della notte

tessano di seta tutt’attorno

il loro manto

 

nell’alveo un nodo di pianto

si compone e si scioglie

Eros Olivotto prefatore de “ Tra l’aria senza forme

 

Scarna ed essenziale, quella che la poetessa persegue è una lingua lontana da certa letterarietà, le cui strutture creano un effetto estraniante, offrendo quindi un diverso spazio di riflessione. Lo stile piano, mai povero, si avvale di un lessico che spesso si affida all’utilizzo di termini concreti, cioè aventi uno stretto legame con la realtà quotidiana, assicurando in tal modo al dettato un’autenticità non facilmente riscontrabile. Pur non rinunciando al gusto del frammento, già evidenziato nella raccolta “Eco di Neve”(Ed. La Vita Felice) In questo lavoro l’autrice propone un dire più discorsivo, il cui ritmo, che potremmo definire icastico, è assicurato dallo scorrere delle immagini, della loro puntuale cadenza e precisione. C’è un testo, al  riguardo, una lirica raffinata, particolarmente adatta ad evidenziare la tensione alla ricerca della bellezza e della sua messa in luce, che proponiamo come chiusa preziosa di questa nota:

 

Fiocchi

fiocchi

cadono

fitti fitti

faville

fatte

fili

fumo

forme

a intessere nuvole

nell’atelier della sostanza

l’abito bianco

a guisa di tulle alla terra

ammutolisce e incanta

 

*

Ancora non c’è la rosa

di bellezza esplosa

al cielo di maggio

 

ma porta il gambo

– al farsi delle regina

le damigelle spine

perfette all’inviolabile

 

 

 

Dolore

 

Gridava il dolore

dentro a una muta stanza

come lupo braccato

e senza peli

 

il gelo sentiva

come fuoco

bruciarle la carne rosa

rosa d’agnello

 

Gli imperi grondano sangue

e tappeti infiniti si stendono

ai carnefici

 

Parola, mia parola

fatti lama

fatti erpice che rigira

zolle al sole

 

 

*

 

Il mondo non ha bisogno di me

né di te

eppure ci nutre degli altri

la vita

 

vedi dunque di filtrare il veleno

prima di versarlo

nei solchi della storia

 

 

We bilieve in peace

Noi crediamo nella neve che scende

nel suo valore

 

– balsamo sulle rughe della terra e altre cose –

 

lasciate gli stormi volare

e bianca ci ritorni la neve

 

 

 

La forza della bellezza

 

Così, innalzata mi sento

 

– danzatrice tesa piuma

nelle mani elevate

del danzatore –

 

quando bellezza altrui e altre cose

pervadono straripanti

le strade tutte del mio corpo

 

lì vorrei restare

tra l’aria senza forme sublimata

e poi nuova – discendere

 

 

 

Ada Crippa nasce ad Agrate Brianza dove tutt’ora vive. Scrive poesie da quando ha imparato a leggere e a  scrivere. Proviene dal mondo operaio e dalla militanza politico- sindacale.
Ha pubblicato cinque raccolte e due plaquette

Raccolte:

Antimenti – Antologia a tre Voci- 1989 (prodotto in proprio)

“Vele” –  LietoColle 2007

“Acqualuna”  – Onirica Edizioni 2011

“Eco di Neve-  Haiku” –  La Vita Felice  2014

“Tra l’aria senza forme”- Caosfera Edizioni-  2016

 

Plaquette Pulcinoelefante: “Libero suono” –   2004 “Albero”  –  2005

 

Aderisce a premi di poesia ottenendo buoni riconoscimenti

Partecipa ai Poetry Slam e reading personali e collettivi

Scrive brevi racconti mai pubblicati, ma ciò non le ha impedito di mettere  in scena, durante la festa dei popoli sulla piazza comunale del suo paese (Agrate Brianza) un suo breve racconto: “Dritan del cielo stellato”.  Racconto testimonianza   che parla della traversata per mare dei clandestini Albanesi.

 

 

 

 

Stefano Guglielmin

6 luglio 2017

 

da Come a beato confine (Book editore, 2003)

sez. II
io fatica e migra

                                                                                                        

1

io grumo s’inforra
nel più penoso dei vuoti:
nel corpo come miseria
o cibo, là dove delizia spreca
in gabbia la sua polpa
                                     

2

alla leva che volta
in luce il vuoto dell’occhio
io preferisce l’orfano gridare
e darsi in cibo a chi soccorre
                                    

3

pur fidandosi
all’incantevole computo dei ruoli
io talvolta sfibra
confonde orto e selva
sgravando così la parte
dal suo più crudo inverno
                                     

4

io trema nel risucchio
del sangue e s’ammoglia
per questo agli anni
come a radice
che l’anima abbia in ferro
                                        

5

nell’assurdo che crepa
l’ostia e il tempo, io s’invena
come topo in fuga nei sifoni
pregando nella corsa l’ombra
e l’infanzia che riluce
                             

6

io salva
all’inguine e alla lingua
la giustezza delle carni
il cedevole lo sposta invece
nella vena aperta dalla voce
                                        

7

io schiva la sete
d’esser vivo dando
ai nomi il moto
tondo dell’astro
e all’asola nel sottosuolo
l’acqua d’ogni dovuto tormento
                                

8

io glabro sbarca
in coda al tempo, al corpo
per aderire con le sue sole
forze al bianco dello spazio
come a fratello siamese
o alla trasparenza i nomi
                                       

9

io fatica nei cento specchi
nei cento libri nei cento
passi
in quelle cose da soma
da trapasso, sopra le quali però cresce
e attraversando il colmo
migra fino a farsi mano
nuoto
cosa altra e soda

 

                                                                                                                                                 

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. È membro della Società filosofica Italiana.

Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo “Fara”, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), C’è bufera dentro la madre (L’arcolaio, 2010), Le volpi gridano in giardino (CFR Edizioni, 2013), Maybe it’s raining. Poems 1985-2014 (Chelsea Editions, 2014), Ciao cari (La Vita Felice, 2016) e i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009), Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea. Vol.1 (Le Voci della Luna, 2011), Le vie del ritorno. Letteratura, pensiero, caducità (Moretti&Vitali, 2014) e Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea. Vol.2 (Dot. com Press, 2016). È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006), Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. E stato tradotto in inglese, spagnolo e bulgaro. Ha pubblicato anche racconti; l’ultimo in L. Liberale (a cura di), Père-Lachiase. Racconti dalle tombe di Parigi, Ratio et Rivelatio, Oradea (Romania), 2014. Dirige le collane di poesia “Laboratorio” per le edizioni “L’Arcolaio”, “Segni” per conto di “Dot. com Press” e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, “Format” della “Puntoacapo Editrice”. Gestisce il Blog Blanc de ta nuque.

 

Daniela Raimondi

30 giugno 2017

MARIA DI NAZARETH

“Farò quello che posso
e più di me, come tutte le altre sulla terra”
M.G.Calandrone

                                             

i.                    Promessa di matrimonio

Era un tempo di doni,
di uccelli turchesi e polline d’oro.
Il mio corpo cambiava.
Sulla pelle brillava il sudore,
nuove fragranze di vento e d’avena.
Nata femmina,
moltiplicato il mio sangue ad ogni luna,
ad ogni solco.
Così viva.
In attesa.

Un mattino i sacerdoti del tempio
mi chiamarono e dissero
che era il momento di darmi un marito.
Cercarono a lungo e fra tutti
fu scelto l’anziano Giuseppe.

                     “Sono vecchio e ho già molti figli” – rispose.

Lui non voleva, e io non volevo
ma tutto era stato deciso.
Iniziai a filare la tunica rossa.
Dodici mesi e sarei stata sua sposa.

CORO

Maria ha finito un pasto povero di pane ed olive.
Ora si reca alla fonte a lavare i piatti di coccio,
le sue pentole rosse.
Tutto ha inizio da questo momento:
c’è un rumore di passi,
la sabbia rovente smuove l’orma dei suoi piccoli piedi.

È qui, Maria, che si compie un destino.
È in questo mattino di sole
che la luce di tutti i pianeti
si riversa sul tuo sogno di carne.
Vivrai solo un’ora,
verrai esorcizzata per sempre contro il peccato.
Ma intanto, Maria,
accetta il momento d’amore che ti è stato concesso.
Che il tuo corpo sia benedetto
e benedetta sia tu, tanto vicina all’ora più santa:
una goccia di sangue
la prima scintilla,
lo scindersi dello zigote
nel chiarissimo aprile del mondo.
                                      

ii.              Annunciazione

Camminavo a piedi nudi:
la brocca sul capo,
il sudore lungo la schiena.

Si alzò il vento,
un fascio di luce mi strinse la vita.
Mi fermai, il cuore atterrito.
Chiusi gli occhi per bisogno di quiete,
per pudore,
per salvarmi da un destino di poca fortuna.
Mi coprì la sua ombra.
Poi, udii una voce chiamare il mio nome:

                   “Shalòm, Miriàm.”

Ricordo un’ala bianca,
il gelo baciarmi la nuca.

“Non sono di qui – gli risposi. –
Venni in aiuto a una parente
che aspetta un bambino.”

Volevo fuggire, correre via,
ma lui parlò
e la sua voce scese come neve
nel deserto del mio orecchio.

Illuminò la rosa.
Soffiò dentro il mio fiato
il nome di un dio giudeo,
un destino di solitudine e sabbia.

Caddi in ginocchio sopra un metro di sole.
Mi arresi al disegno divino,
e al suo sguardo.

Lui aprì il mio corpo al mistero.
Mi donò qualcosa semplice e lieve
come la vita.

                                     

iii.                    Concepimento

E poi fu il silenzio.
Cessarono i venti
tacque il vino negli otri,
il canto di tutti gli uccelli.
Tacquero le voci degli uomini
e le grida degli animali.
Le fonti seccarono.
Non scorsero i fiumi
né si gonfiarono i mari.
Ogni cosa era ferma nel mondo.

Entrai la ruota del tempo,
il centro infuocato dell’uragano.
Il mio corpo era acceso,
fine e principio di tutte le cose terrene.
Ed io,
io ero l’Attesa, colei che fu scelta.
Io figlia del vento e del caos.
Io brace, nube, rugiada
furia del lampo e prima goccia di pioggia.
Io sfamata
sfinita,
coperta di meraviglia –
la resa
e il sangue in sussulti.

Un morso di sole.
Un solo, chiarissimo morso di sole
e il cuore cedeva.

Il tempo rimase sospeso
senza suono, senza tregua o respiro.
Poi, nei mari, sulla terra, nel cielo
fu il tuono e il fragore.
L’acqua tornò a scorrere nei fiumi,
i pesci volarono in fondo agli oceani,
la notte ed il giorno
ruotarono ancora intorno ai pianeti.

Lui ripiegò le ali,
riposò sul mio petto.

                                                

iv.             Canto per un piccolo seme

Mi rialzai dalla polvere.
Tutto intorno, adesso,
era pace.
Nel ventre forgiavo una macchia di luce.

Guardai verso il cielo:
                      “Dammi un segno” – gridai.

Sentii un piccolo cuore d’uccello
battere insieme a un cuore più grande,
reclamare un suo spazio, il suo mondo.

Ebbi paura. Sì, lo confesso
ebbi una grande paura
ma mai come allora
compresi il senso di tutta una vita,
la ragione per cui ero nata.

Un lampo
un fragore
poi da lontano
giunse la voce di Dio.

Caddi sulle ginocchia.
Unii le palme e pregai:

“Questo è mio figlio.
Il suo nome sarà Emanuele,
la sua vita sarà la mia festa.
Svuota i miei occhi di pianto,
scava il dolore
fino al soffice centro delle mie ossa,
ma di una sola cosa ti prego:
risparmia il suo sangue.

Voglio per lui una vita semplice.
Fa’ che il suo corpo conosca la gioia
e possa un giorno costruire una casa,
piantare un albero, concepire un figlio.
Lascia che i tempi d’Israele restino vuoti,
che le preghiere degli uomini
dormano in fondo alle gole.
Lascia che questo figlio viva
con il cuore di un uomo:
che abbia un destino terrestre
e a lungo abiti il mondo.”

                                                 

v.              L’attesa

Fu un lungo viaggio da compiere insieme
nell’acqua, nel fiato e nel buio.
La terra pulsava di lava e di sorgenti
e il mio utero era una carmine conchiglia,
magnolia ardente dai pistilli d’oro.
Lui solo era la pace, l’ordine,
somma perfetta di astri e di radici.
Lui che dormiva in un bozzolo di carne
umido e celeste, mia gioia
e mio terrore.

Vivevo spaventata in tanta gloria
pesante e languida,
magica creatura capace di crescere da sola
mani, pupille, piccoli piedi, tutte quante le dita.
Mai sulla terra sbocciò tanta gioia segreta
quell’essere uniti, legati a un unico sangue.
Lui mia genesi, vivissimo seme
viticcio allacciato al mio corpo;
lui solo mia stirpe, eletta prigione
mia umile opera d’amore terrestre.

Dal libro: Maria di Nazareth, Puntoacapo edizioni 2015.
La silloge ha vinto il primo premio al Concorso Nazionale I Fiori sull’acqua, e si è classificata al secondo posto ai Concorsi Nazionali Città di Marineo e Luciana Notari.

                         

Nella fabula poetica di Daniela Raimondi, Maria di Nazareth cronologicamente vive la sua fase embrionale in alternanza alla composizione della silloge Avernus (edita da Cfr edizioni nel 2014), in cui l’Autrice affronta, quasi per opposizione, il tema della morte dell’Io maschile. Le due produzioni, legate tra loro per qualche meraviglia che l’ictus ideativo regala a chi scrive, viaggiano in parallelo e completano un ciclo ideale che, già con la vulgata de “La regina di Ica” (ed. Il Ponte del Sale, 2012), raggiunge vertici altissimi: qui lo studio dell’elemento femmineo assume contorni archetipici e il topos della Venere-madre s’incatena alla sofferenza della materialità del corpo e, attraverso una via crucis simbolica, ne rivela il dramma.
Maria di Nazareth completa il percorso: Maria incarna in sé ogni possibile maternità e la sua storia incrocia, in modo magnificamente umano, ogni storia di madre. Il percorso narrativo con cui la Raimondi focalizza l’accaduto per eccellenza, la vicenda totale di Maria di Nazareth, investe l’Io narrante di una fragilità così densa che ogni sequenza assume il connotato dell’ineluttabilità: il tutto scritto si trasforma, così, in storia da riscrivere, e la figura di Maria diventa, fortemente, l’allegoria del femmineo a tutto tondo, la donna- madre archetipica.
Ciò che l’Autrice ha sempre voluto nella sua ricerca poetica ora giunge a suo termine: la natura figurale di Maria è il simbolo puro della poesia della Raimondi. Forse, inconsciamente, ma piace pensare la cosa come necessaria, quindi improrogabile, il passo di rivelazione del femmineo puro accade, nella Raimondi, attraverso la purificazione dall’elemento maschile, pur fondamentale come forza oppositiva e, per contrappasso, di completamento: ecco allora la necessità di scrivere Avernus, nella sua tremenda prosa poetica agghiacciante, fredda e umana. Forse il passaggio mancante stava nella sublimazione della carnalità del corpo, della sua decadenza, della violenza derivata da ogni fattore di contingenza. Ecco, allora, magnificamente, Maria, dall’origine dei tempi, fino al tempo concluso: la sua, l’epica dell’umano. In Lei, tutto.
Fino alla pazzia finale, la nemesi. E tutte le Marie lì dentro, da sempre e per sempre. Come se il nome evocasse lo stato, la storia, Poi le streghe, Auschwitz, Gaza, ogni impossibile perdono.
                                                                                                                                                                                        Ivan Fedeli

                                   

                                            

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha vissuto per oltre trent’anni in Inghilterra, dove si è laureata e dove ha conseguito un Master in Letteratura Ispano-Americana. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali, fra questi il Premio Montale, il Premio Sartoli Salis per Opera Prima e i premi Mario Luzi e Caput Gauri per opere edite. È stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournment a Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico (2012). Collabora con articoli e traduzioni al blog Cartesensibili.com ed è presente su vari siti web di letteratura. Un volume di sue poesie in edizione bilingue: “Selected Poems”, è uscito a cura delle Edizioni Gradiva New York. (2013). Di prossima uscita il libro “La stanza in cima alle Scale”, Nino Aragno Editore, vincitore della sezione silloge inedita al Premio Subiaco, Città del Libro.
Il suo primo romanzo “L’ultimo Canto D’amore”, è risultato fra i dieci vincitori al Concorso on line Ioscrittore, e ha ottenuto i premi nazionali San Domenichino e Thesaurus nella sezione editi.
Per notizie più dettagliate: http://raimondidaniela.blogspot.it/

Biagio Cepollaro

22 giugno 2017

copLF

(…)

ora disegnare i confini
ci suona
quasi minaccia
ché avremmo voluto imboccata
una strada
fosse buona per tutto
il meriggio
della vita e invece
ci molla dopo qualche
metro
ed è sempre questa la lotta
e vale per ogni età: tra fissità
e mutamento
tra ciò che vorremmo valesse
per sempre
e l’acqua che scorre
che non è mai la stessa
– oh sì chi ci è vicino
teme di essere travolto
da questi invisibili cataclismi
e si preoccupa per sé
come è naturale
ma noi dobbiamo svolgere
un compito
– malgrado lui –
che è fare dell’anima
la nostra vita
gettare un ponte
tra ciò che siamo e ciò
che comunque eravamo già
da prima
anche senza saperlo
ora il tralignamento
del mondo appare
anche più chiaro: chi non frequenta
demoni
se li ritrova nei programmi
di governo
e invece questa folla
va ammaestrata
e interrogata:
arriverà il giorno
delle mediche analisi
e dei referti
del confronto contraddittorio
delle diagnosi
della distrazione
alla reception e forse anche
della semplice cattiva
educazione
e allora cosa diremo?
che siamo a posto
per cominciare il viaggio
(o finirlo, che è la stessa
cosa) o che dell’umano
noi
nel tempo che ci è stato
dato
abbiamo visto e sentito
abbastanza
che quel che è venuto
fuori
non è gran cosa
ma che è già tanto
perché la vita è più grande
di noi
perché lo spazio
e il tempo
sono infinitamente più grandi
di noi
e noi che non potemmo essere
uomini di fede
fummo costretti ad inventarci
qualcosa
che alla fede somigliava
un disperato e impossibile
amore per le altre
creature

(…)

da giovani si cerca fuori
e si convince
o costringe
il mondo a seguirci:
per un po’ ci crediamo
e in quel po’ di tempo sembra
che le cose confermino
nostre attese: un quartiere
diventa tutta la città
una città diventa tutto il paese
un paese diventa il mondo
ed era solo un’idea o una fantasia
cresciute a dismisura
dove di reale c’erano solo
le disfatte che avremmo poi
inseguito come spie di nascoste
verità: solo
che le disfatte come le vittorie
non contavano molto che contava
solo il nostro sentirci vivi
e di ciò soprattutto facemmo
esperienza
ma una volta sicuri
della vita
cominciò a contare la direzione
(della nostra vita)
e quindi ricominciammo
dalla fine: cose
e spettri si equivalgono per la vita
della mente
e la vita di fuori
(quella che resta
sottratta allo sterminio
della storia)
è ridotta a ben poca cosa:
i grandi cambiamenti
sono spesso solo cambi di indirizzo
o di modi di vestire.

(…)

che vivemmo fin qui
dimezzati
che non c’è vita
che non tenga insieme
giorno e notte …
tutto questo ci stanca
che questo mondo
non è fatto per la felicità
e la barbarie inesorabile
avanza
in ogni tralignare nuovo
del costume nazionale
in coda ad un occidente
indeciso tra sterminio
e centellinato
suicidio collettivo
certo tutto questo ci fa tenere
la barba
più di un giorno e ore
di sonno
e la città con gli occhi
che si chiudono
si allontana
ma quanta pena in quegli occhi
e non solo dei disperati
che urlano da soli
al centro della piazza
ma di quelli che vanno
a borsa e a denti
stretti
tutti compresi
nel nulla
delle loro vite
oggi non possiamo chiedere
meno di questo
al mondo
che la vita di ogni singolo
uomo
sia felice
tutto il resto è lungo
giro che ci ha portati lontani
dal centro
come quando credendo di far prima
si resta fermi in tangenziale
mentre la strada che lega
le case e la rete
che liquefa le piazze
è libera e scorrevole
perché così sono
le strade
perché questo dentro
sono le strade
certo tutto questo ci stanca
ma è lavoro da fare
non da soli
che non è lavoro
da fare da soli
ma è da fare
e non domani
e neanche solo simbolicamente
nei gesti che stanno
per altri gesti
ma nell’azione dura
e semplice
di non dare requie
al cadavere
che addosso ci portiamo

(…)

e dunque la scimmia che scivola
all’indietro
è comunque mossa
in avanti
è tutta presa
senza peso
dal suo andare
«perché -il tale diceva-
cosa vuoi realizzare
che ne valga la pena
davvero
cosa, se non l’amore?»
e lo diceva
duro
come uno che non ha voglia
di perdere tempo
ecco eccolo qui
il numinoso:
all’angolo di una via
o nella lacuna
di un sogno
una svolta
dove all’improvviso
il mare
si mette a parlare
con la città
lingua che s’infila
tra due palazzi
e se lo diciamo
è perché esiste davvero
un mare così
esiste ed è il mare
della nostra città
(da lì da quell’inizio
non abbiamo fatto
che tornare
in un moto
di infinito
allontanamento:
tu vai incontro
all’origine
invecchiando
e ciò che col tempo
hai imparato
è stato solo parafrasi
di versi
all’origine ascoltati)

Da Biagio Cepollaro, Lavoro da fare (2002-2005), Dot.com Press, Milano 2017

Lettura critica di Angelo Petrella
Credo sia un bene che questo libro, Lavoro da fare (2002-2005), in ebook dal 2006, sia uscito in cartaceo ora, un bene per chi deve interpretare. Lo si capisce meglio se prima si è attraversato il bosco della seconda trilogia (Le qualità, La Camera verde, Roma, 2012) , La Curva del giorno (L’arcolaio, Forlì,2014) e Il centro dell’inverno,(inedito). Lavoro da fare corrisponde ad una svolta, ad un momento di riflessione, di abbandono della scena pubblica e del lavoro in riviste come Baldus e coincide con la chiusura del Gruppo 93 che si scioglie programmaticamente nel 1993. Il rapporto dialettico da stabilire è tra Lavoro da fare (2002-2005) e Versi nuovi,(1998-2001, uscito nel 2004 da Oedipus) immediatamente precedente, perché in entrambi i libri, senza preavviso, la poesia di Biagio passa da un alto grado di sperimentazione e di possibilità di lettura multilivello al suo grado zero, direttamente, senza passare per stadi intermedi.
Anche l’ultimo libro della prima trilogia, Fabrica (1993-1997, edito da Zona nel 2002) era ancora ancorato alle dinamiche proprie della post-avanguardia che si riassumono nella domanda: “come comunicare dopo l’esaurimento del dicibile, del contrastabile, operato dalle avanguardie?”. L’idea elaborata da Biagio e accolta nell’ambito di Baldus e del Gruppo 93 di “postmodernismo critico” era una risposta a questa domanda, attraverso la pratica, nel suo caso, del pastiche idiolettico, del citazionismo di marca benjaminiana, delle pratiche di montaggio etc etc. Si trattava di ricostruire un discorso critico, stabilire un contatto critico con il lettore , sapendo che ormai agire sul linguaggio poetico non voleva dire agire direttamente sull’ideologia, come pensava Sanguineti. Le tecniche di costruzione poetica provavano a stabilire un contatto anche se negli anni ’90 il boom dell’editoria e di internet rendono già impossibile orientarsi, svanendo anche la funzione del critico militante. Da tale altissimo livello di sperimentazione bachtiniana veder passare al grado zero di Lavoro da fare e prima di Versi nuovi, è stato all’inizio per me poco comprensibile. Quasi scioccante fu per me la lettura di Versi nuovi. Retrospettivamente ho compreso attraverso la seconda trilogia ciò era stato realizzato in questi due libri con il loro grado zero. Ma già Lavoro da fare , già dal titolo, programmaticamente allude a ciò che era “da fare” per superare l’impasse tipico della modernità.
Ma cos’è esattamente questo grado zero? Non è certamente il grado zero del minimalismo. Non è neosentimentalismo, né neorealismo. Non è un tipo di poesia che ha la presunzione di nominare direttamente le cose in maniera oggettiva o oggettuale magari per liberarsene. No, secondo me, questo grado zero è il frutto di una grande dialettica, di un grande ragionamento che sta nel fondo. Mi sono permesso di azzardare un’ipotesi teorica su questo passaggio. Perché ho citato la seconda trilogia per parlare di questo libro? Biagio ha lasciato degli indizi nel secondo libro della trilogia, La curva del giorno 2011-2014, i titoli delle sezioni sono programmatici: “Attraversare il bosco”, “La luce dell’immanenza”, “L’alacrità del vuoto”. Esistono termini più heideggeriani e taoisti di questi? Heidegger aveva costituito un terminus contra quem per tutti gli anni ’80. In alcuni saggi si ritrovavano tracce ironiche di Biagio, ad esempio un titolo come questo: “Perché i poeti nel tempo del talk show?” (in Remo Cesarani,Trent’anni dopo, una convitata di pietra di nome Avanguardia, il Manìfesto, aprile 1993) Heidegger era visto come la facile fuga nello spiritualismo o neoermetismo realizzata da alcuni poeti. Perché allora viene recuperato adesso? Perché secondo la mia interpretazione il suo lavoro sull’ontologia consente a Biagio di recuperare l’ultima forma resistenziale dell’esercizio del pensiero, la differenza ontologica fondamentale in Essere e tempo. l’essere come qualcosa in cui siamo già gettati ma su cui non si può dire, che si può esperire come evento senza mai poterlo dire del tutto.
In Lavoro da fare accade qualcosa del genere. Le aeree semantiche più presenti sono quelle che riguardano la mente, l’apertura, il pensiero paradossalmente in contraltare al corpo. Paradosso apparente perché la corporeità di cui Biagio parla non è più la corporeità del materialismo degli anni ’90, il corpo inteso in senso rabelaisiano, come comico, come basso-materiale ma non è più nemmeno il corpo allegorico, della corporeità assoggettata al capitale, all’industria etc etc. Qui il corpo è semplice- presenza, il semplice tramite che il sé ha per fare la propria esperienza del mondo, del presente. Heidegger è soltanto un tramite per toccare quei temi tanto cari al taoismo e anche al buddismo zen. Ciò che dico si basa sulla fonte costituita da Notizie autobiografiche reperibili sul suo sito dove si parla dei rapporti con Adriano Spatola ma soprattutto con Giulia Niccolai già negli anni ’90 e Giulia, oltre ad essere una poetessa è anche una monaca buddista. Qui viene detto che la stesura delle qualità , almeno delle prime, erano preceduta da esercizi di meditazione. Da qui la misura breve, l’accensione improvvisa di quei componimenti, come se fossero dei koan buddisti. Secondo me è a questi temi che vanno riferite le idee del vuoto e del cominciamento molto presenti anche in Lavoro da fare.
Dunque Heidegger attraverso il buddismo. Per giungere a cosa? Il suo lavoro non dimentica mai da dove è partito: se è vero che con gli inizi degli anni ’90 dopo che le avanguardie pare che abbiano distrutto tutto e che anche l’esperienza del Gruppo 93 si sia rivelata infruttuosa perché non ha consentito uno sfondamento, un nuovo dialogo con il lettore, proprio dalla fine degli anni ’90 nessuno la legge la poesia, e lo dico provocatoriamente.
E allora che fare? Come fare poesia? Quale poteva essere un ulteriore modo di fare poesia? Differentemente da Sanguineti che si rifugia nel crepuscolarismo o, nei momenti alti, nelle Ballate, nella poesia didattica, moralistica, l’unico modo era interrogarsi sulle possibilità stesse del pensiero e quindi anche sulla possibilità di fare poesia. Come diceva Eugenio Lucrezi, fare poesia è esercizio di logos, nella versione della poesia di ricerca, sperimentale. Recuperare questa interrogazione sul presente, sulla possibilità stessa della poesia. E’ il punto di partenza per i poeti che verranno, è questo che ha aperto che ha dato Biagio. Capire le possibilità che il presente offre anche se non si intravede ancora una risposta. Il lavoro da fare è continuare a interrogarsi sulle possibilità stesse della poesia. In tale contesto il tema del corpo è reiterato in tutta la seconda trilogia, la parola “corpo” è all’inizio di ogni componimento. In questo modo gli ultimi libri della seconda trilogia si ricollegano agli esordi, a Le parole di Eliodora del 1984. Qui il corpo era riferito alla poesia latina classica e a Nietzsche, era il corpo erotico. Un tragitto da Nietzsche a Heidegger con la scimmia del logos che compare in un punto di Lavoro da fare di cui liberarsi. Ora sono curioso, dato che ho potuto leggere in anteprima l’ultimo libro ancora inedito della trilogia, Al centro dell’inverno, su cosa Biagio lavorerà. Cosa farà dopo.

Lettura critica di Giorgio Mascitelli
Ricordo che Lavoro da fare esce in e-book nel 2006 e poi in questa edizione cartacea oggi, nel 2017, dopo i primi due volumi della trilogia a cui Biagio Cepollaro sta lavorando, dopo Le qualità (La camera verde, Roma 2012) e La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì 2014). Il libro occupa una posizione centrale almeno nell’ordine cronologico, insieme a Versi nuovi (Oedipus, Roma 2004), succedendo a quello che era stata la prima trilogia “De requie et natura”, quella di Scribeide (Piero Manni, Lecce 1993), di Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma 1993) e Fabrica (Zona editrice, Genova 2002) . Considerare tale collocazione centrale è un elemento importante proprio per il godimento di questo libro. Queste tre fasi della poesia di Biagio (prima trilogia, le due opere centrali e la seconda trilogia) hanno un epicentro che ruota intorno alla figura del soggetto enunciante. Ciascuna di queste fasi propone un soggetto poetico, proprio la voce che dice la poesia, con caratteristiche diverse. Questo è il motore nascosto del suo percorso poetico che da un lato interessa la dimensione del contenuto, ciò che filosoficamente si potrebbe definire come la domanda intorno al “buon vivere” , queste tre fasi d’altra parte hanno una tonalità di fondo molto comune, dall’altro lato la questione del soggetto che dice la poesia determina anche le varie questioni attinenti al piano retorico-formale, retorico-stilistico. Non sono mai cambiamenti dovuti a necessità di sperimentalismo fine a se stesso o di trovare vie nuove espressive, ma corrispondono a questo riposizionamento, a questa continua ricerca intorno alla figura della voce poetica. Da un lato abbiamo Biagio che inizia nella sua fase che possiamo chiamare letteraria, siamo negli anni ‘80 quando la società letteraria sembra ancora esistere, con la figura dello Scriba, lo scrivano dell’Egitto che ha una funzione ironica in contrapposizione all’Io lirico, come contrapposizione tipica dell’avanguardia che vede nella poesia anche una dimensione aperta ad una lotta collettiva per un cambiamento della società e che poi si articola coerentemente ed espressionisticamente in una lingua dello scarto alla norma (come in Scribeide, la fusione di dialetto napoletano, la lingua di Jacopone, lacerti di linguaggio colto, termini dialettali di altre zone). Tutto questo plurilinguismo si trova insomma dentro l’orizzonte letterario tracciato da Contini. Dall’altra parte nella seconda trilogia, di cui sono usciti i primi due volumi, Le qualità e La curva del giorno, abbiamo l’invenzione retorica del corpo. Il corpo è il soggetto e non l’oggetto del testo, solo che qui il corpo funziona sia a livello letterale sia a livello metonimico. E questo corrisponde ad un’osservazione fenomenologica minimale del mondo con un linguaggio poetico aperto all’aforistico. Tra questi due elementi, si trova in mezzo Lavoro da fare caratterizzato dallo sforzo di autobiografismo radicale non nel senso di un racconto più veritiero della propria esperienza, ma proprio dell’assunzione all’interno del discorso poetico dell’unica possibilità di poter guardare al mondo a partire da quelli che sono i propri elementi di crisi. E’ il chiodo da cui si parla. Tale autobiografismo radicale si traduce in un tono che va dall’autoesortazione alla preghiera. Il lavoro da fare è un compito, è una perifrasi che indica un dovere, in latino si tradurrebbe con la perifrastica passiva. Si tratta di una crisi personale che non si nasconde, come scrivevo dieci anni fa, il poemetto si apre con la descrizione di un attacco di panico: scherzando si potrebbe dire a questo proposito che Biagio non disdegna il genere della poesia didascalica perché ci sono anche dei consigli operativi su come uscirne. Questa crisi ha un’eco visibile anche in Versi nuovi e non è solo privata, ma è la reazione allo scoppio anche a livello collettivo di quel mondo che la sua generazione, formatisi tra gli anni ‘70 e ’80, poteva ancora sperare di tenere in piedi. Il mondo in cui era ancora possibile pensare, sia pure criticamente, ad una dimensione di liberazione in cui la letteratura sembrava avere uno spazio reale. C’è questa duplice urgenza in questo libro.
(…)

Una bibliografia critica su Lavoro da fare è reperibile qui:
https://poesiadafare.wordpress.com/lavoro-da-fare-dot-com-press-2017/

Biagio Cepollaro, nato a Napoli nel 1959, è poeta, critico letterario e artista visivo. Tra i protagonisti della ricerca poetica già dagli anni ’80 e ’90, negli anni zero è stato tra i primi a diffondere la poesia in rete. Esordisce nel 1984 con Le parole di Eliodora (Forum, Forlì) a cui fa seguito una prima trilogia: Scribeide, (Piero Manni, Lecce, 1993), con prefazione di Romano Luperini; Luna persciente (Carlo Mancosu, Roma, 1993) prefato da Guido Guglielmi; e Fabrica (Zona, Genova,2002) con prefazione di Giuliano Mesa.
Negli anni della prima trilogia fonda la rivista Baldus e il Gruppo 93, teorizzando il postmoderno critico e partecipando a molti readings internazionali: Milanopoesia (dall’edizione del 1989 a quella del 1992); Ginevra (Festival internazionale di poesia sonora, 1990); New-York (Disappearing pheasant, 1991); Marsiglia (Poesie Italienne, 1992);Parigi (Istituto italiana di cultura, 1993 e 1995); Los Angeles (Department of Italian, UCLA, 1994); Barcellona (Poliphonix, 1997); Palma de Majorca, (II Festival de poesia de la Mediterrania, 2000).
I suoi testi sono inclusi in molte antologie italiane e tradotti in molte lingue: Poesia italiana della contraddizione, a cura di Franco Cavallo e Mario Lunetta. Newton-Compton, 1989; I° Quaderno d’Invarianti, a cura di Giorgio Patrizi, Antonio Pellicani editore,1989; Di poesia nuova ’89. Proposte cinque, Piero Manni,1990; Gruppo 93, Le tendenze attuali della poesia e della narrativa, Piero Manni, 1993; 63/93 Trent’anni di ricerca letteraria, Elytra,, 1993; Poesia e realtà, a cura di Giancarlo Majorino, Tropea, 2000; Akusma, forme della poesia contemporanea, Metauro, 2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008; Gruppo 93, L’antologia poetica, a cura di Angelo Petrella, Zona, 2010; The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun&Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; Chijô no utagoe – Il coro temporaneo, a cura di Andrea Raos, traduzione di Andrea Raos e Tarô Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di Andrea Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004; Chicago Review, n.56, New italian writing,2011; Inverse 2014-2015. Italian Poets in Translation, John Cabot University Press, 2015.
Con la pubblicazione di Versi nuovi (Oedipus, Salerno-Roma, 2004) e di Lavoro da fare (in e-book dal 2006 poi cartaceo presso la Dot.com Press dal 2017), si apre una nuova fase poetica che darà poi vita alla seconda trilogia intitolata Il poema delle qualità e costituita da Le qualità (La camera verde, Roma, 2012); La curva del giorno (L’arcolaio, Forlì, 2014) e Al centro dell’inverno (in lavorazione). E’ stato tra i primi in Italia a produrre un’editoria di poesia on line rendendo disponibili gratuitamente ristampe di libri introvabili, di autori come Giulia Niccolai e Luigi Di Ruscio e di inediti di Amelia Rosselli. Contemporaneamente alla stesura della seconda trilogia si impegna sempre più nelle arti visive associando ad opere di pittura delle pubblicazioni di versi con allestimento di varie mostre: Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, 2008, raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008; Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009); Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009: 21 immagini di opere e 21 stanze di un poemetto, oggetto di una mostra all’Antiquum Oratorium Passionis della Basilica di S. Ambrogio a Milano, 28 gennaio 2010; La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010. Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo. Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano; Mentre il pianeta ruota, mostra a cura di Fausto Pagliano, Laboratorio Primo aprile, Milano 2013. Del 2014 è la mostra Le tre vie, Voyelles e Visions, a Torino e del 2015 Una certa idea di verde a Movimento aperto a Napoli. Dal 2003 aggiorna il suo sito www.cepollaro.it che funge da archivio sia per la sua opera sia per altri poeti. Della stessa data è il blog di poesia Poesia da fare www.poesiadafare.wordpress.com che ha dato vita ai relativi Quaderni e alla rivista di critica letteraria, dal titolo Per una critica futura (2006-2010). Dedicato all’arte dal 2008 è il blog http://cepollaroarte.wordpress.com Dal 2016 dirige la collana di poesia Autoriale delle edizioni Dot.com Press.

Giovanni Baldaccini

14 giugno 2017

 

Metafisiche a terra

 

Le poche cose che so di lei

Le poche cose che so di lei
che poi non mi ricordo
come una nuvola adagiata
che ci sono caduto dentro
ma non mi ricordo
e vento non ce n’era
si restava appoggiati
e la sera una mancanza enorme
che di sera le nuvole scompaiono
e scomparivo.

 

terza giornata di sciocchezze enormi

Ora non c’è una piega in questa stanza
che non abbia vissuto le giornate
che ti tracciano gli occhi
né angolo che ignori
i nostri inseguimenti nella sera
dove vanno gli amanti
o chiacchiere avventate che non sappia
mentre ti scrivo quello che non so
di questo mondo
piccolo
insoddisfatto
a rotazione.

 

Inedita

Siamo venuti dove si riposa
sperando tu non debba mai appassire
un amore da dire
il tuo silenzio.
E ascolto.

 

Il posto delle piaghe lucenti

Sollevami le ali sulla schiena
e guardami il dolore
che si ricordi di formare figli
che mi portino pace
che Cristo s’è fermato in questa casa
e non posso dormire.

 

Senza filo

Telefonami possibilmente a primavera
quando i cisti preparano i boccioli
e le viole si svegliano
ai salti delle rondini
chiamami verso sera
quando avrò espulso il vuoto che mi copre
e potrai riconoscere la voce
che altrimenti sembrerebbe l’avamposto
di una città perduta
un temporale
un transito di sogni senza voglia
ma non farmi aspettare più di un anno
che non saprei distinguere tra i giorni
di un’attesa stentata
ma se vorrai non farlo non chiamarmi
e farò finta di telefonarmi
quando viene l’estate
e i cisti hanno riposto lo splendore
e la sera le viole.

 

Senza una goccia di vino

Credo che del tempo si possano dire molte cose
e definirlo ad esempio
lineare o circolare
perfino inesistente
al di là di una coscienza
che lo contempli nella categoria dell’esistente.
Secondo me può essere alto o basso:
alto quando ti sfugge
basso se ti schiaccia
in quella stasi che chiamiamo noia.
Da ciò consegue che la morte
deve essere una noia terribile.

 

Pensieri involontari

Come di temporale né riparo
che ti bagna la faccia e meravigli
s’allaga e s’allarga quando scoppia
tutti quelli che siete
senza oblio
che poi sarebbe come una mancanza
che ti presenta il conto
e s’allaga, s’allarga, si riempie
piove d’incontro
e i fazzoletti li ho portati ai morti
l’altra sera al convento dietro casa
e la pioggia
ha un rumore di passo
di quelli che si sentono la sera
scrivi o non scrivi: scrive
porta via
e me la bevo dentro una bottiglia
al fondo
senza lasciare traccia
né goccia
altrimenti domani piove ancora
la faccia, il firmamento, la stesura, l’astro, l’aurora, la vescica rotta
la mia nutrice vecchia, la portiera, i secoli, l’ottundimento
l’aria, la notte, le bugie, la luna
bagna
questa precarietà delle stagioni
e non so come dirtelo.

 

Samarcanda

Quindi mi trovo in piazza paradiso
senza alcuna ragione
e non saprei orientarmi
se non fosse la polvere che mi ricopre i piedi:
forse stelle.
Noi restavamo ignoti
e il viso mi sembrava la stanchezza
di una ripetizone che conferma
ma non dai garanzie
quando i cigni volano l’inverno
per sostenere l’integrità dei gelsomini
e la penombra
una fuga instancabile
di questo immenso privo di confini
da dove ci scrutiamo nel passaggio
d’ore d’affitto
vento a scivolare.

 

 

Angolo

Spostati verso un angolo di luna
che mi serve uno spazio categorico
per rovistare
e una bandiera bianca per cadere
nel caso non ti trovi.

 

 

 

Giovanni Baldaccini, psicologo e psicoterapeuta, consulente A.I.E.D. di Roma; traduttore di testi psicoanalitici per le case editrici Astrolabio e Liguori; è autore di alcuni articoli pubblicati su Rivista di Psicologia Analitica e Rivista Fermenti; ha pubblicato per la Fermenti Editrice la raccolta di racconti Desiderare altrimenti, il romanzo L’osservatore e la raccolta di aforismi, poesie e racconti 3 d’union insieme a Luciana Riommi e Antòn Pasterius; Il quasi nulla il praticamente tutto, Antologia, AA.VV.; ha pubblicato “Lettera dal Ponto” in AA.VV. Monologhi da camera e da volo per Perrone Editore; è autore di due presentazioni di mostre fotografiche svoltesi a Roma e Parigi; ha pubblicato con La Recherche l’e-book “Tre notti” e l’e-book “Oltre il varco di notte”. Alcune sue poesie e saggi sono presenti in rete su “Il giardino dei poeti”, “La Recherche” e “L’EstroVerso”. Cura il blog personale “Scrivere per immagini.
Vive e lavora a Roma

Anna Maria Curci

7 giugno 2017

foto curci

TESTI INEDITI

 

Traducendo “Trasfigurazione” di Trakl
Trattiene a stento
la preghiera sommessa –
tramano già le mani giunte –
l’orrore muto delle bocche da fuoco.
Avvizzisce la festa
di pietre rovesciate
e la promessa di quel fiore azzurro.

                                                               

Dell’Angelo
Restano mute le parole di prima,
la luce stempera il bruno della crosta.
Tace il rancore, e l’ala ripiegata
aspetta l’altra, insieme voleranno.
L’occhio che anticipa e la mano protesa
accolgono il sorriso, dopo tanto.

                                   

A un’amica
                         A Cristina Bove, dopo aver letto “Sul margine”
«Chi legge non s’accorge» e forse
allaga e allarga il fossato.
Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono
si ferma, punta il dito: “dici a me?”
Ma la pazienza di aspettar risposte
il cocchiere le lascia ad ogni tappa
di quel viaggio normale e accidentato.
I vanti magri sono ignoti ai molti.

                                              

Stendo al sole
Stendo al sole fasce per polsi
con cura, dopo averle lavate.
Tendo la tela rossa
e i miei pensieri.

                                       

Di nuovo a casa
Di nuovo a casa,
nella prima di avvento,
la luce aggrovigliata dentro ai vani
fa cenno di aspettarla.

Non ho fretta

                                     

EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.
Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,
l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso
e noi bambini, fieri.

                                          

Giungo da un sogno altrui
                                                       A mio padre e mia madre
Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri.
Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

 

Posa la mano
Posa la mano ora sul ghigno amaro
la ruga appiana di constatazione.
Prenditi sottobraccio il riso
Saluta i sassi e cammina nel sole.

                                                     

                                              

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.

Ha scritto la raccolta Inciampi e marcapiano (Lieto colle 2011)
e Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015)

Scrive sui blog

Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.
Inoltre ha tradotto Johanna” di Felicitas Hoppe.

Organizza eventi e presentazioni di libri  presso l’ Associazione Culturale “Villaggio Cultura – Pentatonic”

Mario Girolamo Gullace

29 maggio 2017

                                                  

                                                   

IL MOTO DELL’AQUILONE.

il rombo del motore esce dall’apertura delle valvole,
e mentre si avvicina comprime le onde del suono.
dopo averci superato prende la curva ad angolo
acuto, e con il pedalino tocca quasi terra.
il colore della piega è brillante acciaio che si accende
di scintille. la potenza dei cavalli è assorbita
dal marciapiede alto e, nella pendenza, si forma
una pozza rossa ancora palpitante.
adesso tiene l’aquilone dal suo filo di corrente,
lo vede fare capriole e giravolte, come un trapezista
senza rete. adesso prova sete, e l’immagine si sbianca,
il respiro rallenta sul versante che sale più scosceso.
l’incandescenza del motore si disperde dalle alette,
e la coscienza si dimette a poco a poco. il cuore
è il paragrafo di una storia che si sta per distaccare.
ma, soprattutto, le alette bollenti del motore, quel
ticchettio di un orologio che segna addio. l’aquilone,
è l’ultimo moto dell’anima, prima della posa dei venti.

 

 

AUTOSUGGESTIONE.

si viaggia alla velocità del delirio
sotto controllo; è una mille e cento birra
e gazzosa in technicolor grande schermo.
occasione di seconda mano su “Seconda Mano”:
Chevrolet 5 porte, col bagagliaio da un migliaio
di pagine scritte fitte fitte con anestesia;
con il pieno si colma tutta la distanza tra sè e sè
senza aver bisogno di nessun benzinaio.
i paraurti, davanti e dietro, tengono così bene,
che si può anche giocare all’auto scontro scevro
d’anni passati in quarantena. si parte in seconda,
la prima esperienza traumatica è stata abolita
dal quadro comandi. l’autosuggestione è una
quattro tempi cuore a scoppio esuberante;
quando si viaggia sulla capotta si prova
l’esaltante sensazione d’essere preda
di una bestiale leggerezza mentale.

 

 

OCCHI DI LEPRE.

L’erica e l’agrifoglio rosso ruggine; gli invasati aromi da cucina sul balcone al primo piano: basilico, rosmarino, prezzemolo, menta. E ancora il bosso, la mortella, la ginestra e la testarda gramigna (è proprio una lepre), e poi lo zafferano e lo zenzero (ha gli occhi più grandi del cosmo) altre essenze chimiche utili nei cibi. I fiori, invece, quelli raccolti tanti anni fa e messi a seccare nelle pagine di un libro (sta lì immobile mimetizzata allo sfondo) forse sono futili presenze nel mezzo di una storia. (ha sentito la primavera ed è uscita fuori all’aria aperta). Il croco, la genziana, il gelsomino, l’elleboro e il fiordaliso (ti guarda dal suo campo visivo) senza più la linfa (aspetta che ti muovi per contrarre i muscoli e tendere i tendini) che saliva lo stelo per inumidire i colori (è proprio della lepre far così) della sua anima vegetale (è una molla pronta allo scatto). Della fotosintesi clorofilliana non resta che un alone sulla carta (basta il fotogramma di un lievissimo movimento e scappa via nell’imbuto profondissimo dei suoi occhi) e il fruscio dell’aria attraverso le porte della percezione.

 

 

LA SCALA ROTTA.

Intanto che legge in sottofondo scorrono le note di un quartetto da camera.
L’immagine che improvvisamente apre la serratura del suo romitaggio è come l’interferenza di una stazione radio, una frequenza d’onde che increspa il presente con un passato che non è mai passato.
I gesti effemminati di P. che, nella sua assoluta innocenza gioca a far la sposa: si mette sulle spalle il nylon degli scatoloni della frutta imitando lo strascico.
Ad innocenza persa P. sparisce nel suo labirinto senza uscita. Il giorno che riappare è insieme alla donna con i veli neri e gli occhi di bragia.
Si alza dalla sedia per andare a vedere cosa c’è di fuori, quello che gloglotta dentro viene su dal buco con la scala rotta: lacrime mescolate al muco.
Fuori è come dentro: piove, ed ogni goccia cade col tintinnio segreto delle monetine nel pozzo dei desideri.
I desideri stanno lì nel fondo a prendere la ruggine, per salire su bisognerebbe riparare la scala, o imparare a scalare le montagne dove manca l’aria.
P. per lui è stato solo quei due momenti nettamente separati di esserci e non esserci.
La voglia di leggere gli è passata, e adesso ascolta la musica del quartetto da camera. La viola è appena nata e sta sul gambo gracile nel prato; se ne violino l’innocenza, o la lascino crescere liberamente, dipende dal contrappasso di mille fattori, interni ed esterni. Il violoncello ha le corde vocali tra violino e contrabbasso, e dovrà capire da grande cosa vuole fare.
Ora non piove più. Nel fondo del pozzo, qualche desiderio si è scrostato di dosso il circolo vizioso del non posso, e ha messo le ali al posto delle scapole; c’è un radioso P. che passeggia mano nella mano col suo spirito risorto, dallo strascico scintillano i suoi giorni interrotti e mai vissuti.

 

 

ARGENTINA.

Se ne sta sotto l’intrico che genera il fresco dell’ombra, a osservare quel punto famigliare ingrandirsi e arrancare col fiato alle gambe. Gli porta la paglia del vino e il fagotto di pane e di olive.
Si dice salario; lavoro a giornata; sbarcare il lunario. Il cibo, prima, si benedice sempre, e poi si mastica piano, e si mastica piano: il primo coi denti, l’altro si pensa un giro di vite sulla serie infinita di stenti. Girolamo mastica piano, e pensa l’America. L’America non è: hai trovato l’America; per l’America ci vuole due cose: i soldi per partire, e la voglia dei calli sulle mani per tornare coi soldi. Girolamo la prima cosa gli viene data con fatica, la seconda se la deve far venire. Questo è mio nonno: se ne sta sotto quell’ombra a poltrire, e guarda ingrandire il fagotto, piuttosto che il figlio; a ingrandire, il figlio, ci pensa da sé.
Si dice investimento rischioso; soldi di sicuro buttati; tempo perso: questo è mio nonno Girolamo che parte per l’America Argentina: un buco nero di qualche anno, finchè non arriva il telegramma, o la lettera, “speditemi i soldi per tornare al paese”.
Tornato al paese, “l’Americano”, si aggiunge alla lunga lista dei nomi soverchiati dai soprannomi: “tricculi”, “minasiu”, “u pistulu”, “a liscia”, “u mancinu”, “cicchina”, “eccetera”, ecc. ecc.
Si dice pelandrone; senza padrone; vagabondo. Se ne sta sotto quell’ombra a ragionare (senza esagerare, è sempre un lavoro) sull’altra parte del mondo da andare a trovare come sbatterci il muso per caso.
L’Argentina è stata nel frattempo che mia nonna Caruso se la cavava con i suoi carusi Michele, Vincenzo e Giuseppe che, per fortuna, hanno preso da lei il modo d’essere ape e formica.
“mommo raccontateci l’America e la sfortuna che avete fatto”; “ehhh, l’America, l’America, che vi devo dire, è andata così. “mommo raccontateci l’Argentina e come vi siete rovinato”, “ehhh, l’Argentina, l’Argentina, che vi devo dire: era così grande che non si vedeva la fine del giorno; e neanche un albero da starci sotto l’ombra; e una polvere di vacche che si appiccicava al sudore della fronte anche a fare niente;
e le sere di baracche di lamiere; e qualcuno che ballava il tango nei locali malfamati; e le donne, non vi dico, ma qualcuno per loro si sbudellava; e poi, quel mattino, ho deciso che non era cosa, e mi sono fatto scrivere le due righe che sapete. Ehhh, è andata così l’Argentina”.
Mia nonna ascoltava senza dire una parola, ma lo sguardo era storto come i fulmini.

 

 

 

Mario Girolamo Gullace
nato a Torino il 21 agosto del ’63; residente a Venaria Reale e dipendente (operaio) di una partecipata con sede e attività nella stessa cittadina di residenza.
Libri pubblicati dalla casa editrice Ismeca: “Solo per amore” e “Per gioco e per amore” videolibro; per l’editore Libroitaliano World “La ragazza e il quadrifoglio”. Libricini che si perdono nella notte dei tempi e, credo, assolutamente irreperibili.
Più di recente sono state inserite mie poesie sui blog Neobar e Poetarum Silva.

Annamaria Ferramosca

1 maggio 2017

Titolo: Andare per salti
Autore: Annamaria Ferramosca
Editore: Arcipelago itaca
Collana: Collana Mari Interni

Pagine: 80
Anno: 2017

recensioni  http://www.carteggiletterari.it/2017/03/27/i-luoghi-e-le-scritture-rubrica-di-antonio-devicienti-su-andar-per-salti-di-annamaria-ferramosca/


 

Andare per salti, titolo che mi fa pensare a una sfida ipotetica di lettori all’assalto di una libreria: lettori appassionati che pur di leggere poesia fanno la coda per accaparrarsi le offerte migliori.

E la raccolta di Annamaria Ferramosca merita questa attesa, è una poesia viva, ispirata dalla vita nei suoi molteplici risvolti, esperenziali e metafisici. Una poesia che si svolge nelle ore e nei giorni, che cerca il senso nelle piccole e grandi cose. Le riflessioni di una mente alla ricerca del senso più alto della propria e altrui esistenza.

[…]

nessuno è reale piove sempre
nella pioggia sbavano i segni
ma le pagine accidenti quelle sono
insperate di bellezza
disperante bellezza irraggiungibile

[…]

così mi lascio vivere
un vivere piccolo semplice che almeno
un po’faccia coesione 
un rimpicciolirmi come
di seme tra i semi

 

Questa poesia è testimonianza dello spirito, navigazione a vista tra luoghi di memoria e luoghi di incontro, un’immersione nella profondità dell’attenzione emozionale ma anche analisi di un’intelligenza proteiforme, libera di mostrarsi e di mostrare oscurità e luce, con voce propria, originale,  paragonabile alle grandi voci della letteratura e della filosofia.

 

[…]

tanto sprovveduto è stato l’attraversare
il rombo delle strade senza avvertire
i passi accanto gli urti gentili

 

La mente che nell’attraversamento delle difficoltà quotidiane non si lascia travolgere, anzi, sa coglierne “l’urto gentile”, e chi, se non un poeta, può trarre dal dolore lo stupore, cogliere in uno scontro la leggerezza di un accostamento delicato.

Entrare nella poetica dell’Autrice è andare incontro a un sorprendente mondo variegato, è spaziare tra sogno e realtà, immergersi nella profondità di un pensiero policromo, in un guizzante alternarsi tra la concreta osservazione della vicenda umana e la consapevolezza, talvolta inquietante, dell’essere mistero. Da qui il linguaggio che si fa chiarore, che illumina  la mente con la sua poesia.
                                                                                                                                                                  c.b.

 

ai vivi resta in mano
incorrotto un ramo
aspirazioni e sogni da sfogliare

Dispacci per Narda

13 gennaio 2017

https://cartesensibili.files.wordpress.com/2017/01/headcrime1.jpg?w=460&h=460

su Carte sensibili

https://cartesensibili.wordpress.com/2017/01/12/dispacci-per-narda-in-ricordo-dellamica-narda-fattori/

Narda Fattori

12 gennaio 2017

[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

 

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qui di seguito
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti

Inediti

 

 

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
i suoi colori…

 

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

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Buon anno

3 gennaio 2017

buon-2017