Archivio dell'autore

Francesca Del Moro

19 aprile 2018

FotoDelMoro          copertina una piccolissima morte

 

Ho comprato le lenzuola
il copriletto gli asciugamani
gli accappatoi ho scelto tutto
con cura ho ponderato bene
quale musica suonare, Hindi Zahra,
perché forse non la conosci
e infonde energia positiva
mi sono alzata all’alba ho preparato
un riso e un’insalata particolari
perché vuoi stare leggero
ho tostato le mandorle infornato
la schiacciata condito le friselle
ho preparato la zona aperitivo
e quella pranzo in giardino
ho immaginato i tuoi passi
dall’una all’altra le parole
da dirti ho esposto i libri
i dvd e i dischi più belli
mi sono fermata ogni tanto
per sciogliere il respiro
fermo nella gola ricacciare
indietro il pianto – quanto
ti ho aspettato, quanto –
ho infilato in una borsa
qualche volume e un vinile
da donarti ho fatto il bagno,
ho avvolto il mio corpo
nella crema agli agrumi,
nel profumo abbinato,
ho messo l’intimo di pizzo bianco
appena comprato, lentamente
mi sono pettinata truccata le labbra,
solo quelle come sempre, ho indossato
un abito blu e una collana crema
come le scarpe col piccolo tacco
ho provato i miei movimenti
l’accoglienza il benvenuto
l’abbraccio i possibili argomenti
la casa ordinata è bagnata di luce
mi rallenta il battito accelerato
mi calma le gambe che tremano
dalle mie mani l’amore si irradia
indora ogni oggetto ogni superficie
nell’amore ogni cosa risplende

*

Ho spremuto tutto il sole
in un calice e in padella
ho mescolato i rossi i verdi
i bianchi i viola, li faccio risuonare
con i canti di cicale. Oggi è il giorno
in cui verrai, il giorno della gioia,
lo spillo nel tempo, la data
che sparirà dai calendari.

*

Io un lunghissimo bacio
e lentissimo ti darei
fino a sparire in te
e tu in me
finché si disfa il tempo
si dissolve ogni cosa
e si fa buono il silenzio
che ora mi addolora.

*

China su di te
contenendoti
ti sono scesa
negli occhi
come pioggia
nel mare
annerito
dalla notte.

Cerco stelle
per nuotare
a riva.

L’acqua pesa
il fondo
mi lusinga.

*

Il coltello è fermo
in mezzo al petto
sento il freddo
del metallo, il taglio
ostacola il battito
costringe il respiro
a un percorso alternativo
spacca il corpo
longitudinalmente
io gli tremo intorno
e lentamente mi separo.
*
La parte di me che muore
si dibatte in fondo al petto
pescetto spiaggiato
l’occhio vitreo.

È sporca di sabbia
e schiuma scura
la parte di me che uccidi.

*

Era tutto bellissimo secondo te
bellissima la casa bellissima la voce
di lei che cantava in fondo ai nostri sospiri
bellissimi i libri e il disco che ti ho dato
bellissima ero io e squisito il cibo
e magnifici i seni che ti ho posato sulle mani.

Poi è arrivato il taxi, si è chiusa la porta
e hai stretto il sacco dell’immondizia
intorno a quell’ingombro di bellezza.

Francesca Del Moro è scrittrice, traduttrice, editor, performer e organizzatrice di eventi legati alla poesia. È nata a Livorno nel 1971 e vive a Bologna. È laureata in lingue e dottore di ricerca in Scienza della Traduzione. Ha pubblicato le raccolte di poesia Fuori Tempo (Giraldi, 2005), Non a sua immagine (Giraldi, 2007), Quella che resta (Giraldi, 2008), Gabbiani Ipotetici (Cicorivolta, 2013), Le conseguenze della musica (Cicorivolta, 2014), Gli obbedienti (Cicorivolta, 2016) e Una piccolissima morte (edizionifolli, 2017). Nel 2014 LaRecherche.it in collaborazione con Poesia 2.0 le ha dedicato l’ebook antologico Interni, notte. Ha curato e tradotto numerosi volumi di saggistica e narrativa ed è autrice di una traduzione isometrica delle Fleurs du Mal di Baudelaire, pubblicata da Le Cáriti nel 2010. Ha contribuito come poeta, traduttrice e performer ai cataloghi, alle opere di videoarte e alle performance di presentazione delle mostre collettive di arte contemporanea Scorporo (2011), Into the Darkness (2012) e Look at Me! (2013), tutte curate da A. M. Soldini. Propone performance di musica e poesia insieme alle Memorie dal SottoSuono, con cui ha inciso due brani inclusi nelle compilation Leitmotiv 13 (2013) e Leitmotiv 14 (2014) prodotte da Fuzz Studio e ha partecipato alla realizzazione del primo album omonimo (2016). Nel 2013 ha pubblicato la biografia della rock band Placebo La rosa e la corda. Placebo 20 Years, edita da Sound and Vision. Dal 2007 organizza eventi in collaborazione con varie realtà bolognesi e fa parte del comitato organizzativo del festival multidisciplinare Bologna in Lettere. Cura la rubrica “Poemata. Versi Contemporanei” per la rivista ILLUSTRATI edita da Logos.

Annunci

Enrico De Lea

11 aprile 2018

riproposte

 

CIMG2573

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2013/03/21/enrico-de-lea/

Mariapia Quintavalla

3 aprile 2018

riproposte

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/10/18/mariapia-quintavalla/

 

Biagio Cepollaro

24 marzo 2018

riproposte

biagio cepollaro

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2017/06/22/biagio-cepollaro-3/

Anna Bertini

16 marzo 2018

riproposte

17371_1342736737274_189977_n

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2017/09/01/anna-bertini-2/

Luigi Finucci

8 marzo 2018

 

 

https://img.ibs.it/images/9788866443919_0_0_300_75.jpg13886377_10210105198889848_8848432342237961171_n

 

“l’odore di una casa”

Confidenza, sussurro, dolcezza fin dalle prime liriche ispirano i versi di Finucci, i quali con tocchi di colori caldi sanno  le  situazioni rappresentate, sempre immagini dell’anima. Sembra di assistere a un colloquio sottovoce dell’io lirico con se stesso , il cui tono risente di un profondo sentimento di unità di orizzonti esistenziali.

La prima sezione reca come esergo il passo della Genesi in cui Dio benedice il matrimonio di Adamo ed Eva (“la strada di ritorno si trasforma/ insieme all’andatura”). Circola aria di gratuità e di serenità che si attua in gesti affettuosi, ricchi di contenuti e di significati, gesti minimi, mai assolutamente banali( il tocco/di una carezza), sempre potenziati da un profondo legame umano, che rende grande anche ciò che apparentemente può sembrare insignificante(“lo sguardo / segna un legame nuovo”)…La raccolta si presenta come un vero e proprio inno alla vita appartata…

                   

                 

Per questo l’uomo abbandona suo padre e sua madre e si unisce alla sua donna e i due diventano una sola carne”
Genesi 2,24

*

Quale strada grava
sulle spalle, di vetro frange
l’eco
in mille misure.

Nelle sere di maggio
c’è un tremolio frenetico
agli incroci.

L’unico chiarimento
di vita è sul tavolo

nel mezzo.

 

*

Hai steso delle briciole
per giorni di pioggia, le finestre
d’occhi curiosi il respiro
si è riposato l’indomani.

Abbi cura del silenzio
d’estate la memoria
si adagia sui lati
di una scelta mancata.

 

*

La montagna attende da un secolo
l’inverno: non è mai abbastanza
la cura con cui tutto è al suo posto.

Il sentiero è ripido
e non ci sono alberi;

il cambiamento porta scissione
scelta e lontananza,
conduce l’animo
nella foresta:
la strada di ritorno si trasforma
insieme all’andatura.

 

*

La carne richiama all’origine,
e si diventa quasi uomini.

Il legno diventa ponte
e l’aria si profuma all’incontro,
una mano si porge nel mistero
proprio come ieri, in solitudine.

Lo sguardo segna un legame nuovo
e quello vecchio è una radice da staccare
così il seme viene donato
in un giorno qualunque – in silenzio:

nelle ore notturne
s’arricchisce il fiore
spuntato per caso, sul tocco
di una carezza,
di una carezza.

 

*

Il sentiero si adagia tra i fili erbosi
come vento disegna il volo, a memoria
si torna in quel posto
fatto di movimenti continui:
i tigli hanno ombre lunghe
e le case sono poche.

 

*

Il funambolo è caduto, in equilibrio
tra i rami uguali su concessione
della notte.

La corda era resistente
paragonata al tronco, e le risa
allo scrosciare non hanno udito
il senso.

Si dilegua la folla, in silenzio
così la storia si ripete
e qualcuno perde la lacrima
greve,
il giorno dopo il sole sorge:
d’altronde la vita
sembra continuare.

 

*

Sei divenuto viandante, nessuno
ha chiesto il tuo nome
perché le tue gambe
sono cresciute per i sentieri.

Tra le case isolate
– solo –
hai chiesto il prezzo
di una stanza:
era così poco
rispetto alla solitudine
ritrovata.

 

*

È stata la notte – non ricordo
che l’albero aveva radici
ben piantate sulle pendici.

I passanti erano schegge, aculei
sui terreni dove con mio padre
avevo sepolto le parole che non ci siamo
detti, però le ricordo bene:
ho creduto di stare intorno
al fuoco e raccontare una leggenda
ma è stato solo un fallimento,
la pioggia è caduta come
un giorno qualunque, sulla fronte
e sulle case.

 

 

“Ancora in germoglio, non pronto
per il taglio,
si secca prima di tutte le altre erbe.”
 Giobbe 8,12

 

*

Nella piazza c’era il rumore
dei musicanti, senza tempo
cambiavano volto
alle madri senza figli,

-non pensare al tuo grembo-

il marciapiede era stretto
per restare seduti, perduti
tra i tombini si è fermata
la foglia e una moneta:

ci sono quasi tutti
e così
ci si dimentica dei sussurri
e del dono di dare germogli.

 

Luigi Finucci nasce il 15 05 1984 a Fermo,dove risiede.
Nel 2013 pubblica una raccolta di poesie intitolata “L’ultimo uomo” edita dalla Casa editrice Giaconi Editore di Recanati.
Nel 2014 è stato poeta in residence al festival “Armonie della sera” insieme ad Eugenio de Signoribus , nei posti più suggestivi delle Marche.
Nel 2015 sempre per la Giaconi, pubblica un libro illustrato di poesie per bambini intitolato “L’Aspirante Astronauta” sullo spazio e sull’importanza dei sentimenti.
Nel 2016 esce per Eretica Edizioni “Le prime volte non c’era stanchezza”, raccolta poetica.
Nel 2018 per Giuliano Landolfi Editore pubblica “Canto dell’attesa”.

Ora collabora con Bibbia d’Asfalto:Poesia Urbana e Autostradale, rivista di poesia contemporanea.
I suoi componimenti sono presenti in diverse riviste e blog ( Larosainpiù, Niedergasse, In.Arti.Poesia, Pastiche Rivista, Versante Ripido, Words Social Forum, Obiettori di parole) e  sono stati tradotti in spagnolo.

Antonella Pizzo

28 febbraio 2018

riproposte

Antonella Pizzo

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/03/20/antonella-pizzo/

Giovanni Baldaccini

19 febbraio 2018

riproposte

 

g. baldaccini

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2017/06/14/giovanni-baldaccini-4/

Annamaria Ferramosca

12 febbraio 2018

riproposte

 

S6300178

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2016/09/01/annamaria-ferramosca-trittici/

Anna Maria Curci

4 febbraio 2018

riproposte

 

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2017/06/07/anna-maria-curci-6/

Mario Girolamo Gullace

28 gennaio 2018

 

Gullace foto

 

CARO DIARIO

fffffff…foglie esiliate da kappa, da theta, da tau;
c’è una sola consonante che sta girando le vie di questa
sera mentre la folla diminuisce ritornando persona.
metty caso che, girato lo spigolo di una mera ipotesi,
il pensiero diventi l’incontro dell’altro pensiero.
fffffff…si potrebbe fare una frase fatta di effe,
stasera. le strade si sono allargate in una sana solitudine
e si possono riempire di qualcosa d’altro. in alto,
sulle case gialle, le persiane, e i panni svincolati dalle
pinze, dispiegano le ali migrando su mondi appena nati.
fffffff…”caro diario oggi inizio a scriverti. se avverti
la pressione di una penna è la mia voglia di viverti
intensamente, di scalare le pareti timorose per
raggiungere l’eremo assoluto di quello saremo io e te.
il vento stacca mille foglie, ma ne basta una per sognare”.

 

D’OSSO DI TARTARUGA

il suo ventaglio di parole prensili immerse
nel bicchiere con l’orsetto lavatore; gli immensi
pomeriggi girando le tazzine tenute dalle orecchie
stilizzate, e i luoghi posticci raccontati e riportati
sul presente teatrino all’ora del caffè.
ventaglio di seta e d’osso di tartaruga con i colori
vanitosi del pavone e dal fulcro dorato.
bagaglio di cose messe alla rinfusa correndo sotto
terra con il rombo delle chiglie ferrose sopra tutto.
strati di lutto come le cipolle “…e non le dico
il disastro risalendo all’aperto, le fiamme sui tetti,
i morti sepolti dai muri crollati. il fumo disegnava
la Morte, come le nuvole le bestie mansuete. e poi
il podestà a testa in giù, e la fuga indecente del re”.
tutti i pomeriggi la tartaruga ci portava con sé.

 

SINCRONIE

il 18, per arrivare in corso Sebastopoli,
lo prendevamo in via xx settembre,
e Maratona iniziava a colmarsi
di sciarpe e di bandiere. per ultimo,
a uscire, era l’undiciclone di Paolino
Pulici nel boato sincrono di coriandoli
e tamburi.
non ho mai più visto un prato così verde
meraviglia, e la fossa dei leoni era la diastole
e la sistole del gregge dei pari inscritto
in un ovale.
per arrivare sul corso d’opera dei nostri
diciott’anni abbiamo intrapreso la via dei xx
contrapposti sulle discronie involutive.
delle sincronie estasianti c’erano le notti
lampeggianti delle lucciole, c’era il virare
simultaneo delle rondini e dei pesci azzurri,
c’era il passo cadenzato dei compagni.
ma, la sincronia del prato verde brillante con
il cielo notturno di San Giovanni, non l’ho
mai più vista. chissà dov’è caduta la bacchetta
di Von Karajan, e il tram chiamato desiderio
chissà quale numero ha. ah, dimenticavo
una cosa, tra le sincronie c’era anche, e ci
sarà sempre, la mano nella mano.

 

IL FALCO E LA LEPRE

sento, disse, dissolversi la tela in superfice del reale.
vedo il falco che artiglia il barlume rosso della lepre.
tocco qualcosa di buio, e mi ritraggo nell’astrazione.
il bestiario assomiglia all’affanno del predestinato
a un milione di cose troppo difficili;
la coscienza è la metropolitana degli angeli di marmo,
e se non comprendi quella è la porta.
vattene.
dopo lo schiaffo il bambino è volato sul letto perché
la volpe ha detto male della madre del falco.
un padre può uccidere i suoi figli?
un padre può fare quello che vuole o che dio gli impone
nei pressi di un rovo
certe sere tira i sassi contro le persiane chiuse perchè
siamo scesi in un sotto vuoto spinto al di là del mondo,
nel sacco del mendicante con il pane duro. se tira i sassi
è una casa senza campanello.
il bambino è planato sul morbido senza rompersi niente.
il falco era lo schiaffo e la lepre era la guancia rossa,
e poi vattene ha rotto un piatto e ha sbattuto la porta.

 

UN ALBERO CRESCE A BROOKLYN

di miseria e di stenti, in un punto dell’american dream
che la fortuna non segue. il gioco per imbrogliare la fame
è la spedizione al polo nord razionando ogni giorno i viveri.
il padre è un buon padre se non fosse del bere e del poco
lavoro, e la madre è più forte e rabbercia le entrate. Sissy
è la zia senza freni che solleva il morale e lo salta di netto.
Francie magrolina, emaciata, e il padre, cameriere cantante,
si accusa d’inetto. Neeley, un anno meno di Francie, metterà
i calzoni lunghi al funerale di Johnny, e di Johnny, Katie,
aspetta il suo terzo. lo chiamano l’albero del Paradiso perché
è l’unica pianta che germogli sul cemento e cresca
rigoglioso nei quartieri popolari. due centesimi di legna
a scaldare la casa razionando il calore poche ore la sera.
Francie e Neeley vincono un albero di Natale grande come
una quercia, e Katie rabbercia, rabbercia, rabbercia. prende
mille volte il nodo alla gola. è una storia che riscrive
l’epica in un salvadanaio coltivato togliendosi ogni giorno
una briciola di pane, un grado di calore, un grammo di riso.

LE SBARRE DELLA LUCE

la fortuna è un puntino di neve sciolto nel calore
del tuo sangue, e il credere alle cose è fatto del tenero
fiabesco nell’aspro risvegliarsi della voce soffocata.
nella città del sole c’è una casa con la corda della
Campanella da tirare, e la mappa del tesoro indica
il percorso da seguire per raggiungere la croce.
“tieni, prima di passare le sbarre, impara a memoria
questa carta. ci sono le indicazioni per arrivare a quello
che cerchi. ci sono gli esperimenti del cane di Pavlov
e delle oche di Lorentz; le api di Mandeville e la
guerra dei topi e delle rane di Leopardi. il materiale
lo trovi strada facendo, e sottraendo il peso delle mani
il tuo destino resterà a mezz’aria a galleggiare, un po’
grigio e un po’ celeste”. sono rimasto alla finestra fino a
tardi a veder passare le ombre dalle sbarre della luce.

Luciana Riommi

19 gennaio 2018

riproposte

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2012/12/07/luciana-riommi/

luciana riommi

 

“Dispacci” Lettura di Luigi Paraboschi

11 gennaio 2018

                 scrittori-a-confronto01-12-06-09

              Dispacci
              Narda Fattori
              L’arcolaio 2016

Scriveva la Fattori in una precedente raccolta  dal titolo “ la vita agra “, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote

se non hai passioni e sogni grandi
  resti all’anagrafe solo un rigo nero “

ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi

……….

nei libri il viaggio bambina fu con Sandokan/

con Nietzsche più tardi e saputa ma non ho imparato/

a discriminare il grano dal loglio/

 

Da questo nuovo cammino che ha intrapreso essa invia poesie nelle quali parla di sé  spesso in modo diretto, alludendo al suo modo di aver vissuto, e usa il titolo che ho precisato, forse perché tradizionalmente si adotta il termine “ Dispaccio di agenzia “ per indicare un  sintetico rapporto giornalistico o di agenzia giornalistica, quasi un avviso, e talvolta anche un breve rapporto militare dal fronte di guerra volto a condensare gli avvenimenti e ad aggiornare il ricevente sullo “ status quo “ di quanto accaduto.

 

E l’aggiornamento di Fattori è un riassunto composto da tante immagini, tante sensazioni, tante emozioni tra le quali direi che i motivi conduttori girano attorno ai temi degli : affetti perduti- solitudine e del distacco-  delusione nei confronti delle aspettative e dei rimpianti –  la fede e l’immigrazione.

 

Uno dei primi dispacci lo si incrocia nelle poesie di apertura, dedicate al padre alla madre ed alla sorella, tutti citati con nome e cognome, ma credo sia stata l’assenza ( forse ) troppo repentina della figura del padre a rendere ancora forte e vivo il bisogno di aiuto nel cuore dell’autrice, e questi sentimenti così ben condensati nel corso della poesia “Lui” possiamo viverli attraverso la  sintesi racchiusa in  questo verso finale:

 

 ci vuole la mano di una padre per un bambina “

 

ma se la mano del padre è mancata, anche il legame con la madre cui fa cenno nella poesia “ e tu madre “ ( forse ) non è stato portato avanti troppo a lungo  nel tempo, come  possiamo leggere qui :

 

il nodo si sciolse e molto passò/

del bene e del male/

nel coagulo nudo dell’essere vivi/

 

ed infine c’è la figura della nonna, evocata dalla poesia “ Vespro “ che “ muoveva piano la labbra arse/ e si segnava al vespro-  e che ha lasciato un vuoto interiore nell’autrice  da indurla a concludere  così :

 

io ormai dico crepuscolo e già non vedo “

  
Ma agganciandomi  a questo “ non vedo “ vorrei riprendere altri versi raccolti dalla raccolta  precedentemente citata “ “la vita agra”, che suonavano :

 

 

Perché se sopravvivere è una fortuna

                     allora il prima e il dopo la vita

                   appartengono al segreto

                   di una divinità terribile e troppo umana

 

per giungere a questo breve passo della poesia  di questa raccolta“ Enigmi “ che dice:

……………………………………………

mi restano mani nude inabili alla poesia/

restie alla preghiera /

…………………………………

la mosca unisce due zampine all’interno/

della ragnatela- Vanamente prega/

 

E questa mosca che “ vanamente prega “ unendo le zampine è la stessa  “ mosca “ che dirà nella poesia “ Single “

 

misuro a spanne la dimensione/

                      della mia anima/

non più ampia di una tovaglia/

 

e concluderà la stessa poesia affermando

 

La mia anima è più piccola della tovaglia/

poggia-piatto all’americana/

…………………..

single per non dire sola

 

E’ un’amara conclusione quella di questa “ mosca “- per giunta “ single” – una conclusione amara ma lucida, quasi impregnata di disperazione, come si può leggere nella poesia “ la forma del finire “ dalla quale stralcio alcuni versi .

 

 

finire dimenticando  il volo le ali/

lasciare che il niente pettini/

le piume e sostare senza fretta/

alla porta che non si conosce/

…………………………..

nessuno sussurro nessuna preghiera/

nel silenzio tondo la nescienza/

dell’essere stati del non essere più/

 

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo americano oserei dire, (ma lo scrivo con il rammarico, cosciente di una realtà che vivo in prima persona), che questa non è poesia per …….giovani ; c’è molta amarezza,  una sofferenza chiusa, quasi senza speranza, di chi avverte lo scorrere del tempo e l’incalzare dei giorni, e le delusioni che derivano da una presa di coscienza del reale  sempre più avvertita con consapevolezza.

 

A conferma di quanto detto riporto parte della poesia Avvenne

 

Avvenne che inciampo’ sul primo scalino/

infausto incontro con la diminuzione/

…………………..

il corrimano era bastato fino a ora/

e passi studiati lentezze contro sole/

…………………………..

non ha re-imparato la rincorsa/

l’epidermide bruciata dallo sfregamento/

……………..

…………………

sta seduta in silenzio

lei che aveva sempre profetato

 

 

Ma  raggiunta una certa età, quando le condizioni fisiche non sono più quelle di un tempo, non si può non concordare con la Fattori : spesso quel corrimano che ha sostenuto per tanti anni le nostre illusioni ha ceduto sotto il peso metaforico dei “pensieri poco profondi” e lo scoprire che “i fiumi di un tempo si sono trasformati in fossati” può condurre alla conclusione  espressa  da questi versi della poesia “ la mia sera “

 

la mia sera è un albero con foglie residuali

 

che si accostano ai versi successivi dove risalta l’ incertezza fideistica  di quel “ brivido” che la coglie e lo sgomento esistenziale  di quel non so

……………………

la mia sera è una nuvola sfilacciata che s’allunga/

sotto la volta del cielo- s’attarda – guarda la terra/

che l’ ha generata e un brivido la coglie – non sa/

ancora se sarà brina pioggia o neve di peso lieve/

                                               o tracimazione/

 

 

Lo sguardo dell’artista è talvolta acido e sarcastico nei confronti della stupidità e della cattiveria di questa società, come nella poesia 2014-2015

 

2o13-2014-2015 abbiamo scavalcato/

il dosso del tempo ancora morte/

lutti cupidigie rapine e omicidi/

stradali cioè di umani in strada/

un’ammaccatura alla carrozzeria/

un mazzo di fiori sul ciglio/

                            del fosso/

……………………

Fra smartphone iPod e tablet/

vocifera la solitudine on line/

 

 

E concludo questa lettura stralciando qualche verso da questa poesia dal titolo Abbi pazienza perché essa ha, per me, un sapore amoroso forse involontario, quasi un invito  rivolto ad un partner immaginario, magari ultraterreno, ad un rapporto fisico che rassomiglia un po’ ad un amplesso  tristemente mortale

 

……………………….

Abbi pazienza ho navigato tanto/

la vela è stracciata e si beve il vento/

………………………..

 

prendimi quando il sonno/

mi picchierà sulle tempie e l’orologio/

sarà qualche minuto indietro/

una dimenticanza succede invecchiando/

aspetta ora rimedio…….sii paziente/

aspettami …..sarò qui subito subito./

 

Siamo così giunti alla fine della lettura di questi Dispacci e ne abbiamo riportato la sensazione del malessere dell’autrice che si estende anche all’animo del lettore il quale non può fare a meno di essere  coinvolto.

Quando si termina questo viaggio si deve riconoscere alla Fattori una lucidità di pensiero, una profondità nelle  considerazioni di poetessa e di cittadina-testimone del mondo  tali che diventa obbligatorio considerare questa opera un esempio attento ed alto di come sia possibile coniugare il valore letterario congiuntamente alla  poesia civile.

 

 

 

Luigi Paraboschi

23 dicembre 2017

Liliana Zinetti

18 dicembre 2017

Riproposte

https://giardinodeipoeti.wordpress.com/2014/11/18/liliana-zinetti/

 

zinetti-liliana