Alessandro Moscè

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COME RIANIMARE UN PADRE

Qual è l’elemento conduttore che fa dire a Roberto Cotroneo, nella prefazione alla raccolta poetica di Alessandro Moscè, nativo di Ancona (la patria del dialettale Franco Scataglini, che costruì una vera e propria residenza poetica nella sua città) che questi versi sono consolatori? Muore un padre, e non è sostituibile da un’altra persona. La vita scorre e gli imprevisti sono inevitabili, come la morte appunto, fatto cruciale e drammatico per chiunque la subisce indirettamente. L’ospedale e il ritorno a casa sono episodi struggenti, nella figura della moglie e madre che si chiude in un silenzio di preghiera, di raccoglimento. La vestaglia del padre (Aragno 2019) è un bel racconto poematico in cui si riscontrano più volte le stesse parole di Giuseppe Ungaretti, che nel conforto e nel sollievo della poesia sentiva la pace interiore: quel “grido unanime” e represso dei momenti difficili, in un’individualità tanto anonima quanto universale. Moscè, nelle sue interviste, ha spesso detto che i morti continuano a vivere come avessero a disposizione un amplificatore, un mezzo sofisticato per farsi sentire. Il padre geometra che lavorava a Roma in un centro di studi e controlli, offre al bambino il ricordo della grande città, del maestoso catino dello Stadio Olimpico dove gioca Giorgio Chinaglia, che segue spesso Alessandro Moscè, il quale se ne è servito anche nei romanzi innalzandolo a vero e proprio mito. Alla solitudine si avvicina il ricordo: disinvolto, limpido, catartico, degli anni Settanta. “Una volta, una volta sola / dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale / in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza / dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi / e salutarsi con gli occhi arrossati. / Oppure comporre un numero telefonico, / sentire un fruscio di correnti, un buongiorno / e nient’altro”. Lo smarrimento e un filamento resistente, che non si spezza, mitigano la perdita che si colma nei luoghi marchigiani e romani, tra cui il Colle Guasco di Ancona, la spiaggia di Porto Recanati, il Palatino e Vigna Clara. Tutto come fosse accaduto ieri o la settimana scorsa. La peculiarità di Moscè, in questa come in altre prove, è nell’unità della famiglia patriarcale, nella suggestione della tavola natalizia, negli interminabili pranzi, nel gioco scherzoso delle carte. Le abitazioni addobbate ricorrono spesso al pari dei cieli, dei luoghi marini e collinari (penso a Stanze all’aperto edito da Moretti&Vitali nel 2008), in quei “monti pallidi” che sono guardati con tenerezza, come faceva Alfonso Gatto. O, sporgendosi da una finestra, focalizzare “la festa verso l’imbrunire” che introiettava Sandro Penna, quando tutto sembra finire per sempre. Eppure in Alessandro Moscè c’è un costante riprendere quota, un ritorno ostinato, quasi fosse ingiusto morire e dunque necessario riesumare il defunto, rianimarlo. I vivi e i morti si incontrano nella sala della casa paterna, nei divani, davanti al televisore, nel giardino pubblico di Fabriano, in un vicolo o in un albergo. A tal proposto, sempre Aragno, nel 2013, pubblicò Hotel della notte, in cui Moscè dava appuntamento a tutti i suoi cari per un cenacolo all’ombra di luci soffuse tra suoni indistinti, provenienti da un indecifrabile mondo unito da telegrafi senza fili. La stessa cosa succede con il padre scomparso, raggiunto tra la terra e il mare, sotto le nuvole di Piazza Navona con la camicia arrotolata sopra i polsi. Si vive e si muore, eppure “l’eterna notte da dormire”, diceva Catullo, recupera e rimette in moto l’individuo visionario nello sguardo che “vede dove non si vede”.

Andrea Liverani

Padre e figlio, la domenica

Papà, quel passo oltre la soglia del reparto
strappato al tuo respiro, l’ultimo, il più lungo
per una vigilanza tra noi
che non ci guardiamo più
nello spazio sciolto
di occhi alla finestra rigata,
di pigiami ora ripiegati nei cassetti
e di ciabatte custodite nella scatola.

Le tue mani magre e unite
mi indicano un segno invisibile,
la tua bocca un muto linguaggio
per noi che ci siamo stretti il petto solo dentro gli ospedali,
io da piccolo, tu da anziano,
amati davanti ad un televisore
nel prato verde di palloni spioventi
e di ingressi bianco-celesti in area di rigore,
di padre in figlio, domenica dopo domenica.

I cuori non inceneriscono
come le ossa dei defunti,
rimangono nei sorrisi apparecchiati
prima della colazione e dopo pranzo, sui divani,
sulle molliche dei biscotti posate in ordine sparso
da sabato scorso, nel taglio tra la luce e l’ombra,
nella fiamma del ricordo in un punto cieco


Non so dove sei o finirai,

in quale ruota del tempo invisibile

cammini con la giacca slacciata

come a trent’anni sul porticciolo.

Difficile credersi immortali in una fotografia

che tanti occhi hanno guardato

nei baffi scuri dietro al bicchiere d’acqua.

Un cristallo e un’ombra svaniti,

un dettaglio per gli occhiali,

nelle parole soffiate a febbraio

mentre la televisione mi fa compagnia

nel canale riservato al tennis,

il tuo preferito, papà,

per quelle volées incrociate de revers,

frammenti che accendono le lampadine della sala


Il tempo ti ha rapito

Benedetto tempo slavato di febbraio,

privato delle lancette, riaffiorato nel salto dei delfini

o nei drappi delle nuvole, nei bacini dei fiumi,

nei cellulari spenti, nelle case popolari.

Ci ha riservato le cose peggiori,

non ha mai avuto fantasia, né alcuna clemenza

battendo nei quadranti impolverati degli ospedali

trattenendo ogni pratica umana.

In un lampo mattiniero, papà,

l’orario ti ha sottratto l’ossigeno e l’aorta ha ceduto,

inflessibile cronometro che girava a vuoto.

Il tempo ti ha rapito arrivando dalla storia, da ogni storia…

Evangelico, il parente del quartiere Vallemiano di Ancona,

il primo che ti vide sul binario di Porto Recanati

e l’ultimo che ti ha salutato a Fabriano,

Enrico, che eri andato a prendere alla stazione

e che ti ha riaccompagnato

in una coincidenza di treni locali

per l’aldilà che precede l’ora di pranzo.

Ora siamo qui a scavare episodi su episodi

con i nostri sorrisi interiori

di stagioni lontane sul ciglio dell’estate del 1976,

con sempre meno zii e più fotografie nei portafogli

“Arrivederci Roma” canterai,

sulle note di Renato Rascel in un varietà televisivo

prima di abbracciare nonno Alvaro con la giacca gualcita,

nonna Irma elegantissima con la camicia di pizzo delle nobildonne,

in piedi con il vassoio per un brindisi serale.

Ingoierete la luce del bene, la lunga memoria

cucita nella stoffa dei pantaloni a gamba larga,

nella pelle rimarginata lungo le vene incrociate del braccio.

Tesserete una trama con l’universo, vi riconoscerete

battendo nuove strade nel passeggio dei fondisti


Lo sanno

La polvere nascosta nella camera da letto,

gli interstizi delle mattonelle nel pavimento nell’atrio

e gli armadi a muro lo sanno

che non ci sei più.

Lo sa la borsa dell’acqua calda

sotto la vestaglia che indossa qualcun altro

che dalla cucina maschera un sospiro infaticabile

non credendo che il nulla sia nulla,

in un marzo discreto di mezzo sole

che arriverà nei glicini rampicanti e nel bianco sfumato delle azalee.

Lo sa la signora garbata del piano di sopra che non parla

e lo sanno le cravatte annodate sulle grucce,

chiuse al buio che non vediamo

Ho preso in mano il tuo cuscino dove un capello curvo

ha l’impronta del viaggio serafico

dove custodisci la giovinezza di Ancona e di Roma,

uno specchio in stile francese antico

per la barba con la schiuma al mentolo,

scorgendo un profilo da attore prima di infilare i guanti di pelle

come sul porto di Ancona, a San Ciriaco nel 1957,

nell’orizzonte della nebbia sfidata dal faro

e dal suono dei traghetti che gettavano gli ormeggi.

Sul Colle Guasco tenevi per mano un’intera vita,

il tuo passo sicuro tra i segnali marittimi

della navigazione costiera,

traccia dei tuoi imbarchi d’amore


Ad ogni ora

Una volta, una volta sola

dovrebbe aprirsi l’accesso di una cantina sotto le scale

in quel passaggio che assomiglia alle uscite di sicurezza

dove darsi la mano, guardarsi tre, quattro secondi

e salutarsi con gli occhi arrossati.

Oppure comporre un numero telefonico,

sentire un fruscio di correnti, un buongiorno

e nient’altro.

Sono sogni che ci farebbero trovare pronti

ad ogni ora, specie di notte,

con il batticuore sotto il pigiama

e una pila in mano,

tu con la vestaglia regale del padre

Dimmelo che una preghiera vale una visita,

un pensiero è un’immaginetta,

un ricordo una composizione di fiori,

una poesia, un brano, un portachiavi.

Siamo irraggiungibili come i ladri già scappati,

ma nessuno sa che l’amore

contiene lo stupore della gravità

che riporta ancora qui

l’asola degli occhi, le gambe frenetiche

in qualunque punto della casa,

i giorni estivi al mare, gli scogli agostani,

i natali con lo stoccafisso sul piatto e l’olio di frantoio.

A carnevale, papà, eri al centro della tavola

con i baffi più scuri

sotto i quali soffiavi le stelle filanti di carta

e ballavi con la mia suora delle elementari


Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2005), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino), la plaquette in e-book Finché l’alba non rischiara le ringhiere (Laboratori Poesia 2017) e La vestaglia del padre (Aragno 2019). E’ presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012), L’età bianca (Avagliano 2016), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è http://www.alessandromosce.com.

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