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Fabrizio Centofanti

8 maggio 2012


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Questo autore mi è parso talmente ricco che ho preferito analizzare le poesie proposte ad una ad una nella speranza di aiutare più efficacemente la lettura altrui. In questo modo sarò più lunga, ma più chiara e, dato il genere di poesia, ciò mi sembra necessario.
In Terre emerse vedo una fusione di sogno-realtà e di luce-tenebre come se il sogno potesse ispirare barlumi più reali del reale: “sognare è sapere” e la luce dà forma alle tenebre e viceversa perché la fiamma del lume è comunque contenuta nel petrolio oscuro. Il titolo è emblematico: al di sotto di sogno-realtà e luce-tenebre c’è l’abisso dell’iceberg interiore ignoto a noi stessi, ciò che emerge è un chiaroscuro che appare, incide e sparisce: ultima parola della poesia è “invano” il che mi pare doloroso e fortemente corrispondente al titolo: terre emerse invano.

In Altrove continua l’approfondimento come un martello pneumatico nell’anima: il canto infinito dell’oltre è triste da scrutare. Seguono paragoni concreti e duri: oltre quei vetri che ho proprio sotto l’occhio, oltre il cielo, che sicuramente svanisce con la sua innocenza da prima Comunione toccata appena da bambini, oltre i nostri ed altrui denti canini molli come la calce, oltre le illusioni e le note più elevate che osammo improvvisare (il discanto), oltre il nostro quotidiano che ci ferisce a morte, oltre e altrove, tutto finisce nel “dolore del ventre“ dove anche le risa sono gemiti.

In Etàire continua il contrasto tra il desiderio della felicità umanissimo e il più assoluto nulla che ci attende su questa amara terra così bella, talora, a vedersi e così grondante dai tempi del Golgota, quando un uomo innocente ci elevò con sè.
Il poeta parla sommessamente a se stesso, egli davvero potrebbe volare, non è così pesante e la voce dei propri aneliti sembrava delicata. Si è mutato in uccello fuggitivo per liberarsi dal Dio dei passi inutili, che è quello dei formalismi, convenienze, crudeltà, compromessi, ingiustizie ed utilitarismi. Perché dovunque ci sia disamore manca qualsiasi Dio vero. Così l’anima uccello ferito vola proprio in quella ferita, che zampilla e la spina diventa fiore come (strano paragone di ermetismo apparente) quando non è permessa la felicità. L’occhio del triangolo, nella grafica cattolica, rappresenta Dio che tutto vede e non consente la felicità nel dolore e miseria comuni. O felici tutti o nessuno, allora, davanti a Dio, nessuno. È la condizione terrena.

L’apparente confusione di nomen omen ammanta i segreti del dolore-amore umani e li universalizza a tutta la storia del passato, presente e anche futuro. C’è il bisogno di un tepore accanto, il contatto dell’anima, il che soltanto potrebbe placare la creatura umana almeno per un po’.
E quante volte il mattino, andando a scuola al lavoro col treno ho guardato fuori dal finestrino e i pensieri, il poco riposo, la tristezza, ma anche la fame di felicità erano simili ai pensieri che Fabrizio Centofanti, così fluidamente, ci dice nella sua Qui, dove il qui si moltiplica per tutti i viaggi della giornata dentro e fuori dal treno.

E passo a Non importa: l’autore è andato a prendere in ospedale Pietro, l’idraulico rumeno. Un gesto di amore concreto a cui corrisponde quel grido di gioia: don Fabrizio!
E si guardano anima nell’anima, il confortante e il confortato.
Ma anche il confortante, in questa presa di coscienza di fronte allo sfacelo della cruda realtà, avrebbe bisogno di una mano materna che, compassionevolmente, lo lenisse: “Il Natale  ha la faccia dei poveri, si nasconde agli scribi / e ai sacerdoti occupati nei riti solenni di una falsa religione / per conto mio / non credo più all’inferno e al paradiso /.
Vero che il Natale abbia la faccia dei poveri e si nasconda al formalismo religioso, ma non è affatto vero che l’autore non creda più all’inferno e al paradiso, semplicemente sono caduti le fiamme, i diavoli coi tridenti e gli angioletti dalle ali di piume, che non sono mai serviti a niente, pure metafore di stati d’animo. E qui l’abbandonato non abbandona il Cristo sofferente incarnato nell’idraulico rumeno sicché l’inferno si trasforma nel paradiso di quello sguardo vicendevole.
Gli ultimi due versi sono quanto continuamente provano i poeti: “Vago di giorno in giorno/ in una vita che non cessa di sorprendermi”.
Vero anche questo: senza gli appigli che ci avevano rassicurati, ormai davvero insieme ai più poveri, vaghiamo sorpresi di resistere, guardiamo il peccato più orribile eppure siamo ancora capaci di ammirare la natura e poetare.

Che altra bella poesia è Otto marzo, così irruente, sincera, piena. Come sarebbe se uomini e donne, nella stima vicendevole, potessimo creare un mondo intero invece di due metà traballanti malamente accostate? Il dramma dei due pianeti maschio-femmina e uomo-donna (corpo e anima) credo che non si possa risolvere su questa terra, purtroppo. Ogni donna è madre, anche colei che non ha figli della propria carne, ma anche l’uomo è madre appena accoglie l’altro e si occupa di lui, solo che tutti abbiamo bisogno di una vicendevolezza madre-figlio conformemente al modello trinitario, dove lo Spirito Santo è la reciprocità dell’amore tra Padre e Figlio. Non è un discorso difficile, è la sola semplicità dell’amore appagante. Allora, certo, nell’armadio buono ci sarebbero “i colori infiniti / e trasgressivi dell’allegria improvvisamente /esplosa “, sono, questi colori della vita, talmente ardenti da essere definiti trasgressivi, in realtà gli unici colori autentici e giusti, che ci fanno saltare di gioia.

La poesia Grazie mi commuove, ma devo dire che tutte le poesie di questa scelta mi hanno commossa e vi ho percepito dentro, in un lampo, un nocciolo di dolore, amore e speranza malgrado tutto, che sono universali: il picco dell’umano travaglio dal quale sprizza poesia vera.
Grazie per la mia vita, per com’è stata, con i suoi amori e amicizie “mai compiuti“. È vero, “gli anni non si hanno, semmai sollevano o pesano” e l’autore è commosso essendosi gli amici “prodigati perché non soccombessi“. Il mondo “lo illude e lo delude ancora“, dico io, perché la vita suscita sempre una speranza inaspettata anche nella palude generale e nella più amara presa di coscienza. Il risultato è quello di “piangere come un bambino disperato, felice di sentirmi vivo“.

In Sfratto (tsunami giapponese) la domanda del sacerdote è la stessa degli atei e di qualunque essere umano che guarda l’orrore e si chiede perché: “Se ti vedesse Dio, cosa direbbe…o terra o faglia o crosta”.
È il silenzio di Dio davanti alla tragedia umana, la storia degli egiziani travolti dal mar Rosso che si richiude appena dopo il passaggio del popolo eletto, le vittime dei lager nazisti e delle foibe, le donne col viso bruciato dall’acido perché hanno osato parlare con un altro uomo e quelle trucidate dallo stesso padre e dai fratelli perché volevano andare a volto scoperto o si erano innamorate del compagno occidentale, è tutta la sofferenza umana, comunque sia, anche senza arrivare a questi estremi, con Cristo crocifisso centrale che ci compendia in sangue ed acqua. E per ognuno di noi, come per lui, la resurrezione pare così assurda.
Ma i poeti, in tutto questo, osano una speranza anche senza appigli.

Domenica Luise

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Terre emerse

sognare è sapere, dicevi, per questo
dormire è cambiare, vedere fanali improvvisi,
su strade d’azzurro. il palazzo ha un giardino
di pietra, cancelli melodici chiudono
ritmicamente la via.
sapere, trovare il guardiano che grida
da porte di ghiaccio.
è solo la luce, pensavi, che fende,
che scricchiola piano, la tenebra
il tutto che illumina,
invano.
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Altrove

è triste volere dirimere – di cedola in cedola
il canto infinito dell’oltre
dell’oltre quei vetri, se il cielo svanisce
se è un fatto di luci, soltanto,
di denti canini,
umidi, come la calce. un ottone
risuona di un inno in oscura rivolta.
e ormai si rinnova
il vuoto, il salvato
un orlo d’ignota bottiglia, tarlato.
se gira soltanto
è un’ombra che fredda contagia
l’amato discanto.
tutto finisce: la scusa
di ciò che respira
è il dolore del ventre, le risa, l’altrove.

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Etàire

non sei così pesante da volare:
sembrava delicata la tua voce
che si cambiò in uccello per sottrarsi
al Dio dei passi inutili.
la fuga ti tentava, alla radice azzurra
si scava la fede del compagno
spina che diventa fiore
come l’occhio del triangolo
quando la perfezione dell’essere felici
è il più assoluto nulla.

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Nomen omen

facile dire l’oltre nominare
sentire gocce contro la tua pelle
e dichiarare: è pioggia
oppure fare finta di partire
e dire: è fuga
che non esista un ultimo ricordo
e che la terra autonoma decida
il nome e il fatto e il fato di quell’acqua
e il rovinare sordo delle scarpe
lo stesso schianto turgido del bacio
che nella sera nutre il destinato
nome l’esoso nume del rapporto
il tuo calore il corpo che si placa
l’acqua e la pioggia l’umida incavata
risuona appena l’unico barlume

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Qui

come il mattino vuole dentro il viaggio
del treno vuoto
senza macchinista
che corre – sembra – verso una città
deserta come l’io che mi rintraccio
(in ogni sogno) come un controllore:
mi sento solo quando guardo fuori
questa campagna all’alba
nel vagone
c’è solo un gatto fulvo che passeggia
– è appena un simbolo
è già nel vicolo –
mi chiedo ancora quando torneremo
con il vestito buono ed il volume
di quelle stanche stanze di poesia
o forse basta l’ombra del binario
la piega azzurra fuori dello spazio
l’unico punto immobile
in questa corsa buia dell’abitudine.

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Non importa

Non importa che il respiro si spezzi ogni momento
nel tempo in cui la regola è morire,
dare fino alla nausea, alla vertigine,
non aspettarsi nulla, oltre il rintocco
di campane appena riparate.
Il regno è all’orizzonte della notte
con la faccia di Pietro, l’idraulico rumeno cui nessuno
affida più il lavoro, dopo l’incidente. In cambio
fu clemente l’auto da cui è stato investito l’altra sera:
dimesso poco dopo, all’ospedale.
Don Fabrizio! – ha gridato, incrociando i miei occhi appollaiati
sui suoi, nel ventre bianco del pronto soccorso cittadino.
Il Natale ha la faccia dei poveri, si nasconde agli scribi
e ai sacerdoti occupati nei riti solenni di una falsa religione.
per conto mio
non credo più all’inferno e al paradiso:
vago di giorno in giorno
in una vita che non cessa di sorprendermi.

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Otto marzo

Come sarebbe il mondo se l’altra metà fosse davvero
l’altra metà, se il dare e il violare
e l’aggredire diventassero
accogliere, ricevere la vita, tramandare
il codice di un gesto ormai perduto
che chiamavamo ascolto, e in quel momento
ogni parola e pensiero e movimento
fossero d’altra pasta, d’altro stile,
non satiresco, non profittatore o maniacale,
ma attento, rispettoso
dell’altro, vorrei dire materno, se la madre non fosse
solo un alibi, un altro strumento
del potere maschio, sdoganamento
dell’ennesima poltrona di comando.
Come sarebbe il mondo se nell’armadio buono
non ci fossero solo
la giacca e la cravatta, ma i colori infiniti
e trasgressivi dell’allegria improvvisamente
esplosa, della cosa una volta per tutte
ritrovata insieme con il resto, non cercata
come oggetto di valore effimero e umiliato,
rivolta del contesto,
ribellione dell’esserci davvero, del trasformare
il mondo e farne qualcosa in più della metà,
farne l’intero.

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Grazie

In un punto del tempo e dello spazio
nacqui, non sapendo che cosa mi aspettava,
cosa fosse la vita con gli agguati,
i tradimenti, gli amori mai compiuti, le mille
incertezze che sboccarono
nello schiaffo, nel bacio, nel sorriso,
l’illusione assurda della parola data,
il vomito, la febbre, la solitudine appesa
all’attaccapanni dei ricordi, e tu mi chiedi
quanti anni hai,
senza sapere che gli anni non si hanno,
semmai sollevano o pesano: ecco – posso dirlo? –
mi commuove questa notte, se penso a coloro
per i quali sono qui, che si sono prodigati
perché non soccombessi
al dolore o alla fatica, m’inseguirono
nei momenti peggiori, vincendo il timore di essere respinti,
e quelli che invece in mille modi
hanno tentato di ferirmi, perché qualcuno deve pur pagare
il vuoto, la mancanza, l’assenza di bene,
il mondo è una bilancia da pareggiare sempre,
e per ogni successo è normale che cadano tre lacrime
o dieci, a seconda della stella, di quello che chiamano destino,
che io ringrazio, perché in un punto del tempo
e dello spazio rinasco ogni giorno come allora,
aprendo, incosciente come allora, l’utero del mondo
che ancora non comprendo,
che – ci crederai? – mi illude
e mi delude ancora, mi fa male, nonostante
cerchi di schivare il colpo successivo, ma – ora
voglio dirlo – mi sento felice di non riuscire
a proteggermi abbastanza, di essere qui
a soffrire come allora, di piangere come un bambino
disperato, felice di sentirmi vivo, di nascere
di nuovo, in questa notte ancora, in questa stanza.

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Sfratto (tsunami giapponese)

Perché l’acqua deve stare al suo posto, non uscire di senno,
altrimenti impazziscono le barche, si sfidano a duello, e il fuoco divora
il legno delle mense, il coccio dei tetti, il verde dei giardini
noncuranti, la piattaforma gravida di scafi
sputati sulla riva, colonne di fumo che protestano, gridano,
se la logica del mondo fa la faccia irata,
se ti vedesse Dio, cosa direbbe
dell’intemperanza,
della mancanza di controllo, o terra o faglia o crosta,
esubero, eccesso d’energia, cosa direbbe Dio, se ti vedesse
discinta, spettinata, o lugubre festa pagana,
travi, sacchi, cassettoni, ali d’aereo e fango e fango,
il fuoco attacca la città, la mente dell’uomo, cosa direbbe
Dio di questo tuo avanzare irrispettoso, prepotente,
certo, incosciente, ci mancherebbe che lo facessi apposta,
per odio della gente, o insofferenza, o natura, o crosta,
o sangue del mio sangue, figlio, nelle doglie del parto,
cosa direbbe Dio di questa nuvola di fuoco che si alza
verso il cielo, del sole che pare schermirsi – io non c’entro
con questo -, cosa direbbe l’uomo, mia madre, tuo padre,
figlio, adorato giglio, perché sei uscita di senno,
non sei stata al posto che ti spetta, amore di papà,
densa di schiuma, perché sei una massa grigia e bianca
come la mente, cosa direbbe chi t’ha voluto né ha potuto farti
meglio di com’eri, o natura, o crosta, o energia bambina,
come perdonarti la mancanza di tatto, d’attenzione,
cosa direbbe questo fottuto uomo, della pagana violazione, dello sfratto,
della faccia assassina che uccide, senza sosta.

(Poesie tratte da “Nomen omen”)

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Fabrizio Centofanti
E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino.
Il suo primo racconto, Arrivano i fantasmi, fu pubblicato su l’ “Umanità” il 18 agosto 1972, quando aveva quattordici anni; ne seguirono altri su diversi quotidiani e riviste.
Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia.
Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario.
E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2006; opera soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale, nella sua prefettura e oltre, su invito di parroci e teologi, laici e non.
Ha pubblicato:
– un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) Ne ha parlato anche su Rai Radio 1.
– uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987)
– numerosi saggi e articoli di natura letteraria.
Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005.
– il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008.
Pret(re) à portér, Effatà, 2010.
Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011.
Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo.
Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon.
Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010.
Con Photocity Edizioni ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen.
Una raccolta di poesie dal titolo Voce in moto contrario è stata pubblicata online.
E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”.
Numerosi suoi scritti sono stati pubblicati online su Nazione Indiana, Insubriacritica, Libero Libro, Imperfetta Ellisse, Il primo amore (il blog di Tiziano Scarpa, autore fra l’altro, della prefazione a Pret(re) a porter), sul blog di Chiara de Luca, Farapoesia e Feaci edizioni, Ibridamenti, Absolutepoetry, Microcenturie e molti altri.
E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com) uno dei più importanti e seguiti, dove attualmente scrive.

Qui sotto il link per leggere su Neobar la recensione del suo amico poeta, scrittore, critico letterario Augusto Benemeglio
http://neobar.wordpress.com/2012/04/29/augusto-benemeglio-nomen-omen-di-fabrizio-centofanti/

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