Archive for the ‘Francesco Marotta’ Category

Francesco Marotta

17 luglio 2015

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Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

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Francesco Marotta

3 marzo 2012

Una dimora d’ombre e fortuna in cui si recitano pensieri

Mi vedo, che arrivo tardi ad un rito sconosciuto, convinta di trovare una folla di iniziati che mi guardano male perché inciampo, faccio rumore, sposto sedie, mi scusi mi scusi: invece, nella sala, dalle alte volte a crociera, dalle ampie vetrate, da cui filtra una lama di luce che cangia dal rosso al lattimo, le mille presenze silenziose non mi vedono, non mi sentono. Siamo insieme, eppure quel rito è mille volte distinto, separato. Ognuno vede dispiegarsi il suo proprio senso, quasi la sua divinità, e ne è turbato. Un turbamento che senti essere l’attrazione dell’abisso, l’acqua che ti scorre addosso come se volassi, quando sogni mondi che non hai mai visto e in cui, invece, sei di casa, e te ne stacchi, al risveglio, con un rimpianto inconsolabile. Intendo dire che leggere la poesia di Francesco Marotta è come entrare in un luogo che ha del mistero, un’aura che odora di sacro, in cui viene celebrato in tutte le declinazioni possibili il dolore, che intride di sé la natura, attraversata e ricreata in forma di sfaceli, di negazioni, e il ricordo, che “punge a guaio”.
Nessun oggetto, nessun tratto umano e naturale vi è lasciato alla sua forma. Non di deformazione surrealista però si tratta, ma di riconformazione, come se ciascun elemento fosse guardato – per riprodurlo – da una prospettiva interna, ovvero laterale, che ne metta in luce le intrinseche debolezze, i contorni incerti, i vacillamenti. Ma quelle incertezze sono anch’esse ingannevoli, poiché non sono nell’oggetto – o nella situazione narrata per lampi – in sé, ma nell’immagine che così volutamente li ritrae (l’immagine che fiorisce in echi di sorgente), che ogni volta dilata e procrastina il compimento del senso: a dirci che l’intera realtà umana è frutto di incoerenze, di intoppi, di rivelazioni promesse e mancate.
Nel far questo, Marotta impiega un linguaggio talora sfavillante di termini non usuali (lontanati, albale, piantumare, adusa), ma soprattutto fortemente rigenerato da accostamenti che paiono improvvisi scarti onirici (l’ovale che naufraga/la calma dello specchio/è un occhio in odore di cancrena) alla Luis Buñuel, ovvero da una sintassi che colloca il lessico in sequenze mobili, mutevoli, in cui ogni sintagma prende senso da ciò che lo precede, con cui condivide un possibile significato, per trasformarsi in altro accostandosi al sintagma che lo segue: né l’interpunzione, da sempre molto ridotta, spezza l’incanto in una direzione univoca, mentre talora è l’anacoluto a rafforzare il senso di smarrimento, conferendo densità al dettato, come nei seguenti versi, che costituiscono il componimento che apre Esilio di voce (se si escludono i versi in corsivo posti ad epigrafe della prima sezione Imago):

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

In modo più evidente, in questo suo ultimo libro, Francesco Marotta indaga la fatica dello scrivere-vivere, come se il poeta avesse deciso di rendere intelliggibili, più prossime al bisogno di realismo del lettore, le immagini che da sempre lo attraversano: quelle di un discorso filosofico sul linguaggio che ricorre, in misura attenuata ma costante, anche nelle precedenti raccolte. Vi ritornano, infatti, frequentemente i vocaboli dell’area semantica dello scrivere, del parlare, dell’udire (inchiostro, foglio, parole, pagine, carta, sillabe, accenti, labbra, sentire, chiamare, urlo, grido, pronuncia, lingua): l’ineffabilità dell’indicibile, che tuttavia il poieta non può tacere.

Lucia Tosi
http://lunediscrittori.wordpress.com/

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Da per soglie d’increato”

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: –

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza –
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

da “Il dono di Eraclito”

l’ovale che naufraga
la calma dello specchio
è un occhio in odore di cancrena

all’alba
premendo forte il fianco
ho liberato il vento
forse l’ho guarito

ricordo
c’era mia madre in sogno

mi accarezzava il viso
muovendo in circolo le dita
come chi accende voci
sull’altare deserto
della nascita

con le sue lacrime sospese
tra l’ombra cava
dove piantuma rose senza stelo
e la fonte in mezzo ai seni

gli astri feriti
da cui attingeva luce

da Impronte sull’acqua

è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille, a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo

da Esilio di voce

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi

*
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

*
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba


Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Ha compiuto studi classici e si è laureato in Filosofia e in Lettere Moderne. Vive in provincia di Milano, dove insegna Filosofia e Storia nei Licei. Ha tradotto Bachmann, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs. Suoi testi sono apparsi nelle riviste: “Il Segnale”, “Dismisura”, “Anterem”, “Convergenze”. La sua ricerca poetica recente consiste in uno scavo della parola, nell’investigazione di quella linea sottile, forse inesistente, comunque indicibile, che separa pensiero e canto.

Tra i suoi libri di poesia:
Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986);
Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988);
Alfabeti di Esilio (Torino, 1990);
Il Verbo dei Silenzi (Venezia, 1991);
Postludium (Verona, 2003 – Premio “L. Montano”, sezione inediti).

Per soglie d’increato (2006)

Hairesis (E-book 2007)

Impronte sull’acqua (2008, Premio “R. Giorgi”)

Esilio di voce ISBN 978-88-6300-043-6 Costo euro 10,00 – Pag. 84 Edizioni Smasher

Gestisce lo spazio web http://rebstein.wordpress.com/

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