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Cristina Annino

21 aprile 2016

due poesie tratte da “Casa d’Aquila” del 2008

 

 

Warhol

Un bello spunto, seduto a toccarmi le
ciglia. Viene: liscio, terreno, tetro,
dispari, solitario, bianconero
come le zebre fumanti anch’esse la terra
ondosa. E io piano
scrivo, sottozero, tono, sotto
silenzio. Non nel
senso della memoria; andarci a quel
paese ci vado, più giù dell’organismo.
Vedo
com’erano i reni prima
di aspirare in quel modo; adesso chi
sta orinando in me? Chi cala i
pantaloni all’altezza dei piedi? Chi mi
visita e gorgheggia dentro? Pontifica sui
fatti di lei, la camicia e gli amori.
Che
venne qui, al buio più d’una ladra; si vedevano
appena i capelli come creste di cavalloni e
pareva un ritratto di Andy. Solo
vento acido e zebre. Bella
storia; così
sia! Dall’alluce
al viso, m’elettrizza un tormento serio e mi
cavo lo sfizio nei
pantaloni. Ma senza un briciolo di memoria.

 

 

 

Guardi l’acqua

Guardi l’acqua uscire dal
rubinetto, ch’attira i tuoi gatti. Saltano
dalla riva del deserto bevendo. Ecco,
bastano due minuti o tre d’un certo
capire fondo, per indici d’ascolto, per
gravità, per i tuoi
fratellini siamesi che ami. Per peso,
movimento sonoro; si sono loro
infischiati almeno di mezzo mondo.
Allora segui
la cavità d’un pensiero, rotolaci
dentro: quant’è alta la
gabbia? Il terreno, narici, umido,
sabbia; l’aria va di
traverso, trasmettilo in tecnica
pura. Poi avanza!

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Cristina Annino

15 gennaio 2016

Più di quarant’anni di poesia. È il percorso di Cristina Annino, un viaggio destinato a continuare ma che intanto ha donato un esito di non poco conto: un linguaggio che scuote alle fondamenta le certezze presunte dell’atto poetico come tale. In fondo, scrive l’autrice nella raccolta L’udito cronico,[1] «niente esiste che mi si ponga / davanti piatto, senza / sbalzi di luce». Che poi non è altro che quell’«intima disgregazione» già affrontata nel libro d’esordio, datato 1969[… ]
Così esordisce Mary Barbara Tolusso  nel suo saggio sulla poesia di Cristina Annino.

Nello specifico di questi testi, il gatto Koko è un f-attore scatenante: idee, considerazioni esistenziali, suggestioni che agganciano ad altri amori, innescate da uno sguardo non-sguardo, simile alla diplopia spirituale di ogni essere umano: dialogo tra il sé pensante e il sé mediatore di impulsi e sensazioni.

Pioveva sempre, piovve / tanto da liquidare persino due / ombre. Così ancora la cerniera /del buio ci chiuse.”

Considerazioni sulla sorte di un messaggio che si è spento e perso ed ha lasciato il dubbio come sostitutivo, tuttavia portatore di speranza platonica.

“Certo, vede meglio / cadere la Storia, la grigia venuta / di Cristo. Non trova / la scala, ritorna sui suoi / passi: “scusate, ma il mio / groviglio d’ubiquità o le forme / tempissimamente. Anche / strizzando luce delle caverne, / come entrano in una valigia?”

Forse entrano nella mente, partendo dal punto in cui si comincia a esistere, per essere poi proiettati verso la dimensione ignota, inspiegabimente intuita.

“L’apparenza è muta / sempre, Achab disperde il mondo / in globalità; il buio almeno /lo rende ideabile”. Non risponde / ma scende. “Dobbiamo / remare senza! Dal niente ti fa / un’Atlantide; mica è / poco! Seguiamo il tuo fiuto e amen”

Un gatto che raccorda il suo esserci all’umano, ne convoglia il pensiero oltre la quotidianità che tende a eludere i cicli che scandiscono le miserie del corpo… e qui vediamo l’impennata della grande poesia: la verità umile e densa della mente magnifica di Cristina Annino.

“Lui curvo ancora è  fossile  / di ragione. Già! Gli chiedo perciò  / meno umano “Hai presente  / lo sterco?”  “Sì” “Uguale al vento, / per tutti soffia contrario. Noi, / ci ha portato fino alle stelle”.  Ed esco  / che neppure mi vede, dal mulinello / di quella babele.

 Cristina Bove

                                 

                           

Breve fu la vita felice di Koko:
“NON VEDO PIÚ L’OROLOGIO, E QUESTO NON LO SOPPORTO”

Cattivo Tempo

Ombrellaio, ombrello, Koko
se piove ride coi suoi denti.
Bianco nei quattro polsi,
si spezzetta lo spirito fumando
come fa, da caserma. Io penso però
che non sia gaio mai, né gli basti
l’ubiquità che lo prende, mento
sopra i ginocchi. Credo invece
che il tempo gli si sieda ogni
giorno davanti e giochi
alle tre carte, che insomma sempre più
gli confonda le penne
                               

Odore cardiaco di fuliggine o sfascio

Lo presi per le spalle: un cric; s’è
parlato per giorni di quel rumore.
Lo trascina anche oggi
nel tovagliolo; lo tasta. Non gli va,
questo suono di fine tra sé
e il siamese lavoro, rielaborando
ogni volta io qualcosa di torbido,
di facciale: lui
nano. Al centro, troppo stanco
com’è, del tavolo di proscenio.
***

Dopo una vita così:
Promessa, la Svolta, il Prestigio,
per magia dovrai riapparire
sul palco. Già il sipario
urla alla scena guadagno di più,
se non calo? E allora! Fuori
a calci nell’universo del Divino
Pollame; un giro appena,
e rientri! Sarebbe il lampo
sul naso coniglio, che nemmeno
vedi (due vite, please!) Primavera,
sarebbe Niente diventa
vero se non credi. Ma lui zitto; pioveva
addosso la meningite del cielo.

                          

Smanio così, cambio note…

Smanio così, cambio note, penso
alla falla del mio matrimonio; lui
ora dov’è? La bolletta
di luce è un cannone. Koko in
tondo perdeva ogni olfatto
scuotendo cose come fossero
larve; gli stavano addosso
nel pelo avana. Ricordò gambe,
sedie, stoffe, confuse ormai
nella piena d’un cassetto.

Pioveva sempre, piovve
tanto da liquidare persino due
ombre. Così ancora la cerniera
del buio ci chiuse.
                              

Trasloco nella Repubblica Cieca

Mi chiese a colpi d’ascia
con le vibrisse: niente
più musica, ecco, nemmeno
Siam. Che ora non era
il salvadanaio stracotto di note
al vento come Puccini; falso vero;
gli dovevo questo poco dovere. Parlava
con pupille dove gocce
remavano dentro. Io ancora
senza rispetto: “Capo Indiano, almeno!”
Macché.
***

Per chi rovescia
la tazza in terra, lo dico sul serio,
il buio gli lavora con le mani
la pasta degli occhi: è
oramai il respiro dell’acqua
e chi la contiene. Lo strazia
la voce storione del suo branco
di pesci.

***

Certo, vede meglio
cadere la Storia, la grigia venuta
di Cristo. Non trova
la scala, ritorna sui suoi
passi: “scusate, ma il mio
groviglio d’ubiquità o le forme
tempissimamente. Anche
strizzando luce delle caverne,
come entrano in una valigia?”

***

È l’intera Repubblica Cieca! Ecco,
cos’è. Col lato mancino di vita
strabico in quelle coste. Ma fa
capolino, vuole stare all’aperto,
dire il nome del nome, retrocede
fino al mittente, avanti indietro.
Mi deve
la misura ragionevole
dell’imperfetto, dottore, che ora
non c’è somiglianza più tra le cose,
un sipario mi cala sulle vene
ottiche. Ombra e bagliore, e scoppiate
le mine in faccia!

***

Lo chiamerò Achab. “Trova
le scale e andiamo! Ci aspetta
il camion, sotto, Joohh!” Quest’essere
con le braghe, magro, con quel
fuoco del viso immobile, piano
fronte; dico io “L’apparenza è muta
sempre, Achab disperde il mondo
in globalità; il buio almeno
lo rende ideabile”. Non risponde
ma scende. “Dobbiamo
remare senza! Dal niente ti fa
un’Atlantide; mica è
poco! Seguiamo il tuo fiuto e amen
                               

Alla fine, questo è quanto

Se dite che l’ho reso un Poema, è
poco. Forse sì forse no, forse già
eterno. Ma non pensa più, semi
spento sui piedi. Mica gioco, io, mica
sono uno spot!

Eppure in verità credo che
tutti noi si ricada in terra
per finire il destino. E non sia uno
scherzo; ad Archimede negate
le regole del peso.

Così, dall’inizio
del mio tempo, in quel lunghissimo
tiro, salto, e per ogni
raggio di cemento che è; come
fosse sempre la volta del numero
primo, riconosco quel segno.
Fino, più d’una larva. Si gira la cella
molecolare in cui cammina. Io
mi fermo. “E poi
che succede, Spot ! Storia muta,
ma adesso ce la suoniamo.”

Lui curvo ancora è fossile
di ragione. Già! Gli chiedo perciò
meno umano “Hai presente
lo sterco?” “Sì” “Uguale al vento,
per tutti soffia contrario. Noi,
ci ha portato fino alle stelle”. Ed esco
che neppure mi vede, dal mulinello
di quella babele.
                                      

Diario della Fine

Ho amato sempre
i genitivi, quelli seri; il sassone,
per esempio, col chiasso inglese
delle parole, il suo tatto. Ora
non ho più accanto Koko in
guanto di braghe; s’è girato
sparendo ieri. Voilà. Le zanzare
con strazio ripiegano il corno,
lo mettono via. Sanno
già tutto. In fila indiana
sfilano dal muro, che almeno
con loro parlava. Come escono
i minatori dal suolo, e dopo spara
a vuoto un ignoto ablativo! Anche
in punta di lana, i capelli crescono.

Cristina Annino

1 febbraio 2015

opera dell’Autrice

 

 

 

Le virtù del riso

Lo dico da sveglio, non sogno.
Quel polso di carne o cucchiaio,
chi è? toglie la visuale. Noi, si vive
gloriosamente toccando
ancora le cose, ed è tanto, se
elenchiamo
le muffe di casa saltando
gradini con in mano fiaccole. Ma
ogni volta la stessa solfa: chi fa
tana per primo?
*
Nel dito appena dell’alba,
nella sua lente ruffiana, noi
si ride. Da tordi, da umani, poi
liquidi come risaie. Abbiamo
riso d’essere negri, sassi, caldaie,
diventando loro. Ché
l’invisibile è il più evoluto
movimento di luogo. Come
gli indiani al cine: il petto
aperto da spari di cristiani,
ruotano a lampade accese, e
nemmeno uno spirito cade. Così
ridono i falegnami.
Mai
vocazione unta, tipo rime
senza risaie, che non reggono
il lampo e un fulmine gli abbaia
dietro. Ognuno sbatte
sul mondo, ed è vero, la sua faccia
di rame. Fine. Allora chi è – e poi
grazie- quel cucchiaio di carne?

 

 

 

Troppo umano

Lontana la calunnia, l’ ubbidienza,
le virtù della caccia senza
offese, le prede finte. Distante
sono da quel che avrei, se potuto
era farlo; so che bastava poco,
pochino, un pezzo, anche covando
polvere sul tappeto.

Mai
ho sentito un discorso vero da
Quelli, trappole in viso o sedie
elettriche che parlandomi, pensavo
alla carne al chilo, mai al Pensiero.
Elementare, figliolo! La
panna delle cose montava, erano
luci, grattaceli, scale interne, fili
d’erbe senza colore. Sempre
le stesse parole. Poi alla fine,
restava un volo digitale per aria.
Che me ne faccio?” Si dicono
troppe balle.

 

 

 

Diario della Fine

Ho amato sempre
i genitivi, quelli seri; il sassone,
per esempio, col chiasso inglese
delle parole, il suo tatto. Ora
non ho più accanto Koko in
guanto di braghe; s’è girato
sparendo ieri. Voilà. Le zanzare
con strazio ripiegano il corno,
lo mettono via. Sanno
già tutto. In fila indiana sfilano
dal muro, che almeno con loro
parlava. Come escono
i minatori dal suolo, e dopo spara
a vuoto un ignoto ablativo! Anche
in punta di lana, i capelli crescono.

Cristina Annino

7 aprile 2014

                                             

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Il pittore omofobo ci racconta di Jack e di quel ritratto

“Mi guardò come fosse importante
vivere. C’è tanto di quel d’affare, Jack
(usando l’inglese). Gli uscivano onde dal
cranio, qua e là toccando con gli occhi
le cose. La stanza remò nel sole, per lui,
per un’algebra strana. Vita secondaria,
un quadro, puzzava! Lui lì da cafone
in posa, con quella mollezza che regge
una piuma in mare. Per capirci. Che vale
una piuma di gallo? Muoveva
le orecchie per via dell’otite, era sghembo,
il contrario di tutto. “Fammi Picasso,
coglione, non hai capito come si fa?”
Io non imito, Jack. Allora esplose
la spranga, non so, un lungo fascio
di strisce lente, a casaccio, come volasse
un catino d’acqua. Voleva sé come
Pablo, già sfatto, turchino viola, gli angoli
retti del naso, poi rosa niente sulle
pupille. Così. Non gli detti il visto. Alla
dogana, spinsi in là quello sguardo stracotto
di malaga puro. Era troppo, era un guaio, potevo
sparargli per strada, potevo farlo.”
                                 
                              

Galateo per l’infanzia sul rispetto animale

Il topo le andò gentilmente accanto,
pareva la cresta d’un gallo o camicia
d’uovo a regola d’arte. Alzandosi un poco
fece chicchirichì; può darsi, ma io
non mi mossi. Doveva crederci lei, ché dopo
sarebbe tardi. E a farla finita, come si fa,
coll’infanzia scortese, se nessuno siede
compostamente?

**

Così va la natura che
pennella con cura ogni cosa. Grugnisce il maiale
e la pelle vien su, rossa rosa, pare un’iride. Doveva
capirlo allora: di non separare mai ossa da carne, né
il lupo dalla foresta! E’ divino, anzi umano, è
legale, è come strappare la testa ad un santo,
ché non possa vedere chi si inginocchia.

                          


Dolcetto Scherzetto

La studiosa Birghitta, prega, ride,
ama la stoffa che cuce. Vuole insegnarmi
svedese; un regalo! dice noiosa
com’un treno fermo. I fiammiferi,
tante pupille, che salto, se accende il gas!
Le manca la Svezia, coi suoi suicidi
in lista per l’al di là. Storia vecchia
rispondo; ora c’è il sonno vuoto
dell’universo, col male attaccato in fondo
alla coda del drago. Ridacchia. Altro ché,
signorina Gozzano, lei m’abbassa il tono! Non
la smette neanche se svengo contro l’armadio,
se fingo “E’ l’umido, non il caldo, non è
uno scherzo gigante, perdio! Te lo giuro.
Che sarà stato?” La fisso cupo, la frego,
alla fine non ride più. Con me, niente regalo,
prego, se voglio qualcosa, Svedese, da quando
son nato, io la rubo.

                                             

L’Occidente a Piazza Venezia

Misto Teorema che non genera più,
generato anzi da sopportare, non rende
i conti quadrati, sfonda coi gradi zero,
mette coperchi al mio pozzo
mentale. Vedo, sì, in fondo prati e una luce,
ma questo mondo non somiglia più
a niente. E’appena uscito l’elastico
dalla mente, fuori via, tutto fuori così. Eppure
tento di capire dove l’acido cola, fa ombra,
chi li scusi ancora credendoci, a quei
pensieri (taccio gli elementi tristi del
quadro!). Pretendo però coscienza almeno
mondana, se metto
in tasca le mani, non fiutando niente. Ieri lì,
nella piazza più mortale di Roma,
la neve potava via ogni cosa, non cresceva né
un cinese per i turisti.
                         

                        

Gli adoratori del Bastone

Ci tortura la vita, è un fatto. Quella sera
lui s’alzò com’un dramma falso
di Schiller, avreste dovuto vederlo. Gli
sudavan le mani dal gusto, il corpo liscio,
una seta. Che voleva, se non moltiplicò
pani, ma ascoltava zitto? Ognuno di loro parlò, altro
guaio, lui annotava non smettendo di farlo
finché rubò pensieri, energia, quasi pagine
d’un diario. Gli prese il respiro, stracci,
poi la sete uscita dalle palette in quel diluvio
di cena. Ma fatale fu, che dopo gli furono
grati del male in più che non fece e avrebbe
potuto fargli.

                                

                             

L’ Addio

Non c’era colla in quel che
diceva, trattava le frasi come
il muso del cane, qua e là;
lo vedeva sbavare tra le
mani. Senza colla. Io la guardavo
di spalle magari, ma
la logica l’avevo gratis. Lì
c’era un cane e si trattava
d’addio. Dovevo
capire presto, che scioglie
l’acetone tutto. Ecco,
lei liquidava, neanche a peso
d’oro o di carne che costa cara. Le
piaceva quel
cane, lo scollava, attenzione, lo rendeva
una foto. Per me non fu quelle
zampe, ma l’assenza di
gioia; sempre andata così. Fu il muto
mondo che mi cadde sopra, come
stendessero catrame. Era
la Fine una specie
d’Orario! Ché la Storia s’è rotta oramai
sugli esseri umani. Più incolla
nessuno alla vita d’un’altra
persona. Non c’entravo io,
lei né il cane, poteva starci
la palla del mondo, tra quelle
mani, una bomba, la divergenza
dei poli. Era uno
scollarsi universale, e ci
copriva il catrame, l’ho detto; giù
per le scale sentivo l’asfalto asciugarsi.

Cristina Annino

Cristina Annino

9 gennaio 2012

 

dipinto dell’Autrice

                                                        

la poesia di Cristina Annino  è orchestrazione complessa in cui prevale di volta in volta qualche strumento d’assolo, toni che vanno dalle note profonde a quelle altissime, con la spericolatezza del funambolo.
L’impressione che se ne riporta è un lungo rintoccare dentro, come se si sguinzagliassero le immagini del suo mondo real-visionario, e non è un paradosso, visto che ci si sente attratti dal  susseguirsi dei contraccolpi, in equilibrio sempre, però, nell’eleganza di partiture audaci, per sola parola e capoverso.
Lingue di fiamma, a volte, roventi.
Punte di gelo, a volte, taglienti.
Ma è sempre lei, con vibrisse da gatto, a cogliere un attimo o un suono, un angolo da infrangere rifrangere, una fucilata improvvisa, o una viola quasi impercettibile.
Anche i suoi dipinti rispecchiano questo suo mondo-vetrino da scrutare e poi rappresentare con “realismo magico”, con una sorta di ipervisione da cui si originano cromatismi acuti o stemperati, a evidenziare concetti, accadimenti e reazioni,  e segni oltre le stesse forme.
Cristina crea nuovi alfabeti, nuove campiture, nuove vibrazioni.
La sua poesia travolge, anche conduce, e non se ne vorrebbe uscire.

c.b.

                      

Testi tratti da Casa d’aquila, Bari, Levante Editori, 2008.
E presentati da Francesco Marotta su
http://rebstein.wordpress.com/2008/03/22/come-lampade-nella-cenere-cristina-annino/#more-629

 

                           

Rispondere è obbligo

Le pizzerie sono lei, la demenza
luminosa, gli angoli, i crocevia e le
salite. Lei
è il senso terreno che ho, i guizzi
muscolari se spacco le dita al muro.
Ma quanti
amori, che tu sappia durano sulla
terra? Se lo sai. Oppure quanti
assassinii dovremo fare, quanto
leggere, lingua sul terreno, tirandoci il
cucchiaio sulle labbra? Quante
ore ci darai per non finirla così, zampino
nel tegame, a friggere.

Guardi l’acqua

Guardi l’acqua uscire dal
rubinetto, ch’attira i tuoi gatti. Saltano
dalla riva del deserto bevendo. Ecco,
bastano due minuti o tre d’un certo
capire fondo, per indici d’ascolto, per
gravità, per i tuoi
fratellini siamesi che ami. Per peso,
movimento sonoro; si sono loro
infischiati almeno di mezzo mondo.
Allora segui
la cavità d’un pensiero, rotolaci
dentro: quant’è alta la
gabbia? Il terreno, narici, umido,
sabbia. L’aria va di
traverso, trasmettilo in tecnica
pura, poi avanza!

Oceano

Con spinta di chiese nel
vento, chi lo capisce? Triste fino
al petto di nubi in mutande; ercole
andante buttando in aria filosofia, con
palato più forte d’un trattato divino.
Non dà
casa agli uomini mai, né speranza. Le
porte persino toglie, strappandosi a morsi
il collare. Tacchi altissimi
sull’atlante e quadratura del che. Ma
chi lo capisce, che l’unica
cosa da dire gl’è uscita di mente e si
liquefà, lasciandosi dietro gli intrugli. Si
scuoia. Muore
così, tra Messico e Stati Uniti, battendosi le
mutande; un ossesso
di vertebre fino alla noia.

L’artista

Bene di profilo ma davanti
niente, tetramente scosso non
volendo bere perché isterico, per non
cadere a terra. Lui, Impala
unico, nel rosso che tramontava.
Aveva
trasformato violenza in arte, ma è
sciocco tutto; mette sale, non basta.
In un
lungo minuto sparge quel poco
di muscoli e ossa, se li contava. Le
vertebre soprattutto brillando
come lampade nella cenere.
Chiedeva
aiuto, ché il mondo ci dà e poi ci
toglie e non lascia niente. Un
accendino, il cuore del Prado;
l’avrebbe spezzato in due, a potere.
S’alzava
la brace a ogni passo.

L’appuntamento

Non avrò futuro che essere
pesante: le premerò le costole
con l’aggeggio ferroso, da
tagliare le gambe a chiunque.
Mai saputo quanto
debba durare l’amore o un
incidente di strada: stessi
dati di ferro sonoro. Allora, come si
scappa da questi due sensi?
Non so
usare l’amore, madama, non lo
vedo, non lo spezzo in due, non lo stacco
dal muro, non ci ragiono. Non reggo il
peso soprattutto di questo volume.

 

                             

Il sito di Cristina Annino
http://www.anninocristina.it/index.html