Archive for the ‘Narda Fattori’ Category

Dispacci per Narda

13 gennaio 2017

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su Carte sensibili

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Narda Fattori

12 gennaio 2017

[…] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

 

_____________________________

 

qui di seguito
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti

Inediti

 

 

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
i suoi colori…

 

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

altro qui

Franco Casadei

14 ottobre 2016

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Franco Casadei, La firma segreta, Itaca edizioni

La poesia ci chiama alla vita, alla nostra e a quella altrui; è sempre comunitaria, fa gruppo, si dona ad uno sguardo attento, pervasivo, fugge il superficiale abbandono all’emozione, l’ottusità, il gioco fonico che alfabetizza l’intelligenza.
Sfugge l’io solingo pieno di sé che non lascia spazio agli altri, eppure insieme ai cromosomi siamo identità costruite dagli eventi, dagli incontri lungo l’asse sincronico del tempo. Siamo così come siamo perché nati in questo frammento di secolo, fra cocci, macerie e muraglie, sordi spesso agli umani richiami, attenti ai richiami di fate Morgane.
La poesia è un dono esigente che nelle due facce porge nell’una vitalità, nell’altra nequizia.
Ho fra le mani il quarto libretto di poesie di Franco Casadei e la sua voce mi suona famigliare, mi sento in consonanza. Afferma che le poesie contenute in questo libro nascono da una corrispondenza non cercata con alcuni articoli a firma di Marina Corradi apparsi su “Avvenire” e su “Tempi”.
Non ho alcun motivo per non credere all’affermazione e ne ho invece per esserne partecipe come lettrice.
Già nelle opere più recenti abbiamo riconosciuto un Casadei meno aggrovigliato nella sua testimonianza di Fede, più vicino ai fratelli, quelli meno fortunati, e alla natura che esplode sempre nella sua bellezza e si fa mito e metafora, causa ed effetto della nostra esistenza, soprattutto dono.
Un giornalista di cronaca censisce alcuni eventi e li trasporta sulla carta stampata per renderli maggiormente visibili, per condividerli, forse, per approfondirne le stratificazioni di sensi e di significati.
Mentre il giornalista ha per limite il numero delle battute, il poeta opera per sottrazione, cerca di arrivare alla nudità del vero. Insieme possono star bene se ciascuno conserva la specificità della sua forma di comunicazione.
Mi pare che Franco vi sia riuscito; l’articolo è il pretesto attraverso il quale cesella il suo canto, forse sarebbe più corretto dire il suo pianto.
La cronaca irrompe in queste poesie con voce non flebile ma neppure urlata, condivide uno spazio mentale che non è solo del poeta ma anche del lettore.
In questi tempi di anime arrese / cosa sta all’inizio, cosa giace sul fondo / si tace in omertosa intesa / resta un buco nero, / la sorda malinconia che ci accompagna.
La confessione della nostra impotenza trasformata in malinconia, perché quale altro fare resta? Un intellettuale può presentarci dei senzatetto che abbiamo evitato e finto di non avere visto, un addio fra vecchi sposi (pag. 16), bellissimi versi, la solitudine della città, la metropoli che si fa gabbia di fiera coi tirassegno e gli autoscontro.
Casadei fa nomi, non si cela nel generico, chiama ciascuno alla propria dolente individualità, in quel luogo, in quell’ora. Milano come il Lacor Hospital di Gulu dove si è dato fondo anche al dolore. Eppure il sentimento dell’umana vicinanza (misericordia?) resiste in un angolo in ciascuno di noi e andiamo in cerca di una porta aperta, della firma segreta che sta dentro le cose. Il fato è cieco: ha da esservi un progetto.
L’andirivieni poetico di Casadei, dentro e fuori gli ospedali, le case del dolore, la pietas verso il transeunte, il lungo elenco delle mestizie e degli abomini, giustifica da credente il male di vivere e la croce (pagg.32 /33); la poesia intensa ma pacificata termina:” Non è l’indifferenza delle nuvole / che ti permette di stare davanti al male, / ma quella croce forse / e l’accettarne ogni mattina / un piccolo frammento sulle spalle.”
Non tutto è detto e non tutto è concluso perché : “nell’ora dell’andare / si resta come rondini/ sospese fra partire e stare.”
Un altro scarno mannello di poesie spazia fra argomenti vari ma tutti godono di un dettato pacato, di metafore ardite ben calibrate, di cesellature di senso.
Indubbiamente, forse solo per affinità, trovo questo libro il più profondo e il più coraggioso di Casadei; forse qualche poesia aveva bisogno di un maggiore labor limae, il risultato finale tuttavia prende per l’emozione e per l’intelligenza.
Posso aggiungere che la lingua di Franco è padroneggiata e riconoscibile, che raramente scivola in basso o svola troppo in alto. E’ un libro che ambisce farsi leggere e l’obiettivo è raggiunto.

Narda Fattori

Normalmente, le parole dei giornali si scorrono e si buttano via. Questa volta, invece, per il singolare incontro a distanza con l’amico Franco, le mie parole sono state raccolte,
trasfigurate, ricreate, e sono diventate altro – qualcosa che appartiene a lui.
L’esperimento, singolare, lo giudicheranno i lettori. lo posso dire solo che l’anima delle mie cronache non è stata tradita, e ne ritrovo la traccia in tanti versi.

Dalla postfazione di Marina Corradi

                             

                                    

MILANO, QUANDO IL CIELO SCHIARA

L’ora in cui questa città è più vera
la mattina, quando il cielo schiara.
L’ora in cui Milano si alza, si affretta e palpita,
le finestre illuminate in un rapido susseguirsi
le colonne di auto che incalzano alle sue porte
e ai caselli i fari, occhi impazienti, accesi.
La colonna sonora di Milano:
borbottii di caffettiere
rombo di motori messi in moto,
l’impercettibile rimbombo del metrò
che corre spedito nel cuore della terra,
il frastuono degli ultimi camion della spazzatura
mentre ingurgitano cassettoni gonfi di rifiuti,
poi lenti si avviano verso le periferie
come animali notturni che quando nasce il giorno
si nascondono nelle loro tane.
Si agita una febbre in questo collettivo
veloce alzarsi e correre al lavoro e a scuola.
Quale tristezza trovarsi dentro questo vortice
e non avere un luogo dove andare.
Quanti, senza nessuno che li aspetti,
restano a dormire o speranzosi
leggono le offerte di impiego sui giornali.

Mentre nelle chiese si celebra la prima Messa
si invoca il pane quotidiano,
la maggioranza della gente che corre
stamattina, là fuori, forse non sta pregando.
Eppure, nell’affrettarsi sui banchi e negli uffici,
una grande domanda resta ferma nell’aria .
in questa mattina d’autunno, nel Cielo di Milano.

                           
                                        

ADDIO FRA VECCHI SPOSI
Milano, I985

Sera di luglio, un’afa soffocante sul Naviglio.
E domenica, le strade silenziose e vuote.
Si ferma un’ambulanza a sirene spente,
i lettighieri scendono con una lentezza strana.
Sulla barella una donna anziana
mortalmente pallida, con gli occhi chiusi.
Le è accanto il marito: «siamo a casa, cara».
Incrocio lo sguardo di un barelliere: è morta,
forse lo era già negli ultimi istanti in ospedale
quando, per fare contento il marito,
l’hanno rimandata a casa.
Ma lui – ignaro? – continua a parlarle,
le dice che ha fatto la spesa,
in frigo c’è qualcosa da mangiare.
I giovani lettighieri e io ammutoliti
per questo addio fra vecchi sposi.
Il marito inizia a parlarmi lieto, per un istante,
di violare la sua murata solitudine.
Il sole rosso fuoco intanto
va calando, giù in fondo al Naviglio.
                                          
                                                                         

I CLOCHARDS MONTANO DI GUARDIA

Milano, corso Vittorio Emanuele
Passate le nove di sera, gli ultimi negozi
hanno calato a metà le saracinesche:
ne escono, chinando la schiena,
giovani commesse stanche.
La folla degli acquisti se ne è andata
lasciando sui marciapiedi carte
biglietti di tram, scontrini accartocciati.
Il corso sembra la sala di una festa
quando l’ultimo invitato si è congedato.
Ma è anche l’ora in cui, nel cuore di Milano,
si insedia un altro tipo di uomo.
Sotto ai portici i clochards
sistemano il giaciglio per la notte.
Due, ancora giovani, piazzati
l’uno accanto all’altro i sacchi a pelo,
si mettono a contare una manciata
di spiccioli, la cassa di giornata.
Un vecchio invece si è sdraiato, quasi dorme,
stretto a un cane come un bambino
che la sera stringe il suo pupazzo,
così che anche un uomo da tutti abbandonato
                                                                    
                                      

LA FIRMA SEGRETA

Chi cuce
la trama del destino,
segretamente imbastendone
il disegno?
Il caso?
o una mano misteriosa
che tesse,
costantemente tesse
il tuo cammino?
L’enigma irrisolto,
la mancanza sento, una mancanza,
la firma segreta
che sta dentro le cose.

                     

OLTRE IL SEGNO

La luce è un filo alla finestra
che adombra un’invisibile presenza

per andare altrove
non occorre andarsene lontano,
ciò che sta oltre il segno
richiede un istante di libertà, di sosta

la verità
sta in un’ansa recondita dell’anima

                                      
                                                 

E’ UN VELIERO IL MERCATO STAMATTINA

Nel cuore dell’estate, il silenzio dell’alba
infranto dall’insediarsi del mercato,
arrivano camion e furgoni carichi di merce
parcheggiano con manovre lente ed esperte
si aprono i portelloni, si scaricano casse
si alzano tende e teloni con pochi ordini
gridati in abili e consumati gesti
in ogni sfumatura di colore
si dispongono sui banchi frutti e verdure
il pesce che profuma ancora di mare
i formaggi con fierezza allineati in grandi forme
i venditori di stoffe, i tessuti sgargianti
l’odore del cuoio di chi vende scarpe e stivali
verso le sette le prime donne con sacche e sporte
Resta negli occhi l’immagine di quelle corde
tese come cime e i teli stesi come vele
e i pesi di cemento calati a terra
come ancore nel porto.
È un veliero il mercato stamattina
una folata di vento fra le nostre case.

                                         

ATTRAVERSANDO LA CASTIGLIA

Vegliano sui nostri passi
di vedetta, immobili
le cicogne appollaiate
sui campanili e sui camini.
Nidi solidi di ramoscelli intrecciati
reggono il vento
avvinghiati a tetti e a croci.
Le rondini impazzite
paiono nugoli di bambini gioiosi
all’uscita dalla scuola.
E i falchi, nobili e austeri
– le ali dalle larghe tese –
calano improvvisi
e, come aerei da guerra,
da subito riprendono quota,
volteggiano sui prati
in traiettorie radenti a cercare prede.
Nelle campagne assolate
il grano maturo danza
nelle sue onde ampie e mansuete.

Narda Fattori

7 ottobre 2016

  […] Quanta strada ha percorso (percorre e percorrerà, il quesito va coniugato in tutte e tre le forme) la poesia di Narda Fattori, quanti volti, quanti gesti hanno inquadrato il suo obiettivo, con quali «intermittenze del desiderio», proustiane e no, si è accordato e scontrato il suo battito, in quali acque si è rinfrancata, si è immersa, quali precipitazioni ha invocato, da quali mulinelli e da quali miraggi ha messo in guardia, quali corde ha pizzicato, teso, saggiato, quali schiere l’hanno insospettita e di quali, invece, a dispetto dei cori ammaestrati, ha composto e intonato le canzoni?
I testi qui raccolti, scritti nel 2014 e nel 2015, rispondono a questa domanda, e altre ne pongono, tenendo sempre alta la soglia dell’attenzione. Ciascuno di questi dispacci reca con sé una duplice consapevolezza: non ci si sottrae, neppure in quanto poeti (o meglio, tanto meno come poeti) alla vita e alle sue manifestazioni, siano esse sublimi, «il cielo lassù azzurro alto», oppure prive di qualsivoglia grazia e pertanto intenzionalmente storpiate nella grafia, «smartphone iPod e tablette»  […]

Dalla prefazione di Anna Maria Curci

https://poetarumsilva.files.wordpress.com/2016/10/dispacci.jpg?w=380&h=543

[…] Il dispaccio è un messaggio che ha un carattere di particolare urgenza, è un telegramma breve ed essenziale, urgente perché deve comunicare un contenuto di fondamentale importanza. Ma non sembri che le singole parti (o poesie) siano tra di loro frammentate, isolate, come capita spesso ai tanti libri di poesia che circolano in questi anni. No. Tutte le poesie fanno parte di un organico, di un corpo, una specie di romanzo coordinato nelle sue parti; Narda ne è la protagonista, la tessitrice, la mano e l’oggetto, la sua storia di figlia, di madre, di donna che vive nel mondo, con uno sguardo che si fa via via più cupo; chi legge si inoltra in un terreno sempre più sofferto, si fa portare lontano in visioni tragicamente attuali: dalla famiglia (il padre, la madre, la sorella), esempio di valori e di certezze vissuti nella fatica quotidiana, ma di quella fatica che forma, aiuta a crescere; a uno sguardo sofferto sul mondo (il mare, i migranti, i bambini innocenti dai grandi occhi che muoiono, – migranti dalla pelle nera bellissimi occhi di bambini / pieni di stupore –); tutto è orchestrato da una mano sapiente che non lascia nulla al caso e che, proseguendo e ampliando i temi che erano già presenti a incominciare da Verso occidente, si fa ancora sguardo attento e meditativo sul mondo ampliandone il senso: non più o non soltanto l’io poetico, ma l’altro, la storia, il voi, o il noi con cui si fa la vera poesia, perché alla fine ciò che resta è sempre il noi, partecipazione e condivisione di chi fa parte della storia. […]

Dalla postfazione di Bruno Bartoletti

 

Su Poetarum Silva potrete leggere la prefazione e la postfazione per intero e lcuni testi tratti dal libro

                                                        

                                                           _____________________________

                                

                  qui di seguito                    
un dono di Narda Fattori al Giardino dei poeti
                          
Inediti

 

                           

I vecchi

I vecchi sentono lo scricchiolare delle giunture
Camminano piano per timore di cadere
E guardano in basso per evitare un sasso
Non fumano più non hanno più peccati
Non chiedono perdono perché non hanno più ricordi.

I vecchi sentono la foglia che svola via nella folata
È già novembre e il sole non li scalda si arrotolano la sciarpa
E tutti a dire state nelle case e non aprite porte
Vi vogliono far male ma quale male più di questo
Silenzio di abbandono – i vecchi non dicono parole
Farfugliano spezzoni di litanie resti di discorsi amari

Quelli che vanno per le vie hanno un ricordo da trovare
Un amore che non è morto e gli batte ancora il cuore.
                                      
                         
              

La tavolozza

Ogni colore ha la sua tana
nido d’accoglienza e pennella
una stria di azzurro –sopra –
sotto tanto verde e poi il giallo
del sole che sposa il giallo delle spighe.

S’accrocca la collina ride di miste tinte
cantano i papaveri note rosse seminano
amore in fiore fragile che danza
alla lieve brezza pomeridiana ed esclama:

“ Gioite- cantate- prendetevi per mano
più tardi le preziose stelle orneranno
il cupo manto di brillanti bagliori

dimenticheremo il male si farà l’amore
sulla tavolozza che ha mescolato
                                                i suoi colori…

                                      
                         
              

A Edda

Ti vedo correre coi piedini veloci
la palla era rotonda e tu una capovolta
-attenta- gridava nonna alle tue trecce
ma più veloce di un passero volavi
dentro la vita e cinguettavi.

Si fecero piene di curve le tue forme
ma sei rimasta ad inseguire i sogni
e tessesti un lasciapassare di meraviglie
ad un capo e all’altro di questo mondo.
China sui libri a cercare risposte
poi a cantarle sulle note di una chitarra
e c’era sempre un richiamo un altro appello
e tu- presente- e mai dare dolore.

Quello ti trapassò una volta – molte-
come capita ai vivi che hanno amore
da prendere da dare da sfamare.

Di materia stellare -Edda- ancora brilli
e sono ora le mani indaffarate e il canto
che sempre nella tua gola trovò il nido
caldo tenero in scala di do.
                                      
                         
                                                                 

Il papavero

Svetta il papavero di vanità gentile
apre il suo cuore nero al sole
mentre una farfalla vaga si posa
già si sgualcisce
il petalo si contorce e cade.

In una settimana resterà uno stelo nudo
perduto il rosso tengo il nero bottone
per la tisana della sera
che cancella i vivi e i morti in rissa affratellati .

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Daniele Barbieri

12 novembre 2015

Afasia

poiché non ci sono più parole a raccontare come
si dispongono le pulsazioni sopra il palcoscenico
coatto del cuore, voce cui non viene data forma,
visione non nominabile, un destino di emozione
intimamente taciuta, poiché non è esprimibile
l’articolazione fine del tuo discorso del cuore,
del dibattersi del cuore, il senso determinato
dell’azzuffarsi del muscolo nella stretta finale
quando le cose aggrediscono e non si sa come fare
e neanche più le parole ci riescono a districare
dall’improvviso groviglio che d’improvviso fa male

 

 

altro qui    

Nina Maroccolo

13 luglio 2015

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DIO LI GUARDA ENTRAMBI
Nina Maroccolo
febbraio 2013

NARRATORE

Non abdicava al regno del tuono
né la zolla furente – rea primogenita –
ne fu l’Eden selvatico
nei cieli dell’Avemaria
null’altro che spore nuziali.

Sanguinava amore
la Santa divaricata di gambe
preludio d’un carme sonoro –
Santa risanata tra reduci sonetti
seminali.
E capovolta australe

nel chaos a Nord della fronte
perdurò l’anello di Saturno

in laude concepimento.

LEI

Eppure voi non vi sapete
vivi. Invece vivi io
vi sorprendo. Esistete
da un tempo più grande
del mio e di me, poca cosa
di quest’altri tempi – io che
sono la più antica degli ultimi
forse d’un soffio a narrarvi.

altro qui

Narda Fattori

22 aprile 2015

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IL VERSO DEL MOTO

Di questi versi vorrei
fare un canto schiuso
da usignolo o da allodola
che superi l’orizzonte a barriera
e al tramontare delle stelle
non tremi e si faccia nido
con abbondanza di mensa

si faccia preghiera

vorrei cantare l’amore
che sboccia anche sugli spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l’odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

 

continua a leggere

Narda Fattori

14 ottobre 2014

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Narda Fattori: un percorso critico.

“Il tempo che nel libro di Narda fa da protagonista assoluto non è il ‘macro-tempo’ che accompagna e asseconda i grandi ciclici mutamenti del mondo, non è il ‘tacito infinito andar del tempo’ leopardiano; è piuttosto il ‘micro tempo’ che misura e scandisce i giorni umani, gli eventi che vi accadono e i segni che li mutano: il tempo medicina-male… Tra tenaci memorie di asprezze lontanate ma non mitigate dal tempo, e non meno tenaci ansie di perduranti attese, è dichiarata a lungo la ferma assunzione di un presente portato con peso di sofferenza, ma anche e più con lucida passione di verità” (Andrea Brigliadori: dalla Presentazione a L’una e i falò, 1998).

“La poesia di Narda Fattori riscopre la musicalità insita nella tradizione metrico-melica della nostra lingua: sceglie con coerenza di sfruttare tutta la ricchezza lessicale – antica e nuova – dell’italiano” (Gianfranco Lauretano).

“Nella sua poesia si trovano anche i riflessi di una cultura classica investiti di una sofferta sensibilità moderna. Muovendosi entro un proprio spazio dialogico, l’autrice lascia aperta ogni ipotesi: la realtà sul filo del sogno è il compromesso giocato con se stessa per il tramite della poesia” (Giulio Panzani).

“In cerca della salvezza che, secondo Kafka, non è nella letteratura, ma, forse, attraverso la letteratura, la pagina di Narda Fattori mostra un senso tragico quando si misura con la morte quotidiana non per esorcizzarla, ma per appropriarsene, restituendole cadenze e voce umana” (Giuseppe Addamo).

“Rimane la complessa, elaborata bellezza dei testi, la profondità di una pronuncia che scava parallelamente nella storia di sé e nella vicenda universale, la necessità di un dire che ha la forza di un gesto scolpito” (Stefano Valentini).

Se la ricerca, persino un po’ ossessiva, di una propria originalità è l’ansioso problema di tanta maggiore e minore avventura poetico-letteraria dei nostri tempi – essere una voce che almeno si distingua dal coro innumerevole – , si può dire che Narda Fattori gode ormai in buona misura di tale acquisito privilegio. Ogni suo libro lo conferma e lo rinsalda. Non toglierei né aggiungerei una
virgola alla “descrizione” che della sua poesia mi accadde di dare nel 1999:“la compattezza compositiva; la sostenuta, convinta intonazione del dettato poetico; la densità tematica; la signoria della correlazione metaforica; il battito fermo dei versi”. ( Andrea Brigliadori)

Sarà opportuno premettere che quella di Narda Fattori è poesia della calda vita, materiale incandescente che sgorga dall’esperienza del vivere temprata dal dolore e dalla sofferenza e sostenuta dalla cifra aurea della parola amore, mai scontata e anzi assolutamente esigente, non idillio arcadico o facile idealismo romantico, non éros, se mai agápe, parola chiave che attesta di una coerenza tematica dell’intera opera poetica, dal primo all’ultimo libro.
La sua lirica non si nega alla prosa e da sempre i suoi versi fluiscono ore rotundo; neppure ora la parola è assolutamente distillata perché il principio che la muove resta la chiarezza del dettato e una generosità cui preferisce sacrificare il nitore del verso e già da tempo la musicalità stessa. Anzi, se a un certo punto, nell’ultima fase del suo percorso per esigenza di essenzialità aveva talvolta rischiato una sorta di ermetismo del testo, con questa raccolta sembra trovare il suo timbro più autentico: le svolte si colgono nitidamente, il processo di spoliazione diviene più radicale, la parola più contigua al silenzio senza mai negarsi quando necessaria.

Le ultime precedenti raccolte volgevano a un plurilinguismo che trascriveva in tempo reale la rappresentazione del mondo; e più intensi che mai esprimevano il disagio di certe irruzioni, il dolore personale e sociale che sempre manifesta la somatizzazione patologica del disagio stesso: non tanto per penuria, quanto per eccesso e dismisura, disadorne si percepivano le cose, le giornate, le cronache, sì che la disarmonia si imprimeva sulla carne. Non che ciò sia venuto meno, ma più ferma è la voce e più decantate le scorie imprescindibili delle contaminazioni con il vivere nel mondo e le sue pene. Ora anche il lessico si spoglia: le parole straniere, quelle più stridenti che restano, afferiscono alla sfera del quotidiano e dunque sono solo quelle indispensabili.
( Anna Maria Tamburini)

IL VERSO DEL MOTO

Di questi versi vorrei
fare un canto schiuso
da usignolo o da allodola
che superi l’orizzonte a barriera
e al tramontare delle stelle
non tremi e si faccia nido
con abbondanza di mensa

si faccia preghiera

vorrei cantare l’amore
che sboccia anche sugli spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l’odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

*
Era luglio
ero nata cicala sulla pagina
del gelso ombroso
e l’inno vibrava sottopelle
ma incontri nel buio mi hanno roso
ali e falangi

Peregrinando lungo la strada
ho sentito la forza del sole
far fiorire la terra
in amplessi di pane di vino e di olio
e fiori minuscoli ranuncoli
violette ubriache fra l’erba.

Anche attraverso le inferriate
il gran sole mi ha toccato
con lame di luce
perché fossi ogni volta sanata
e reggessi l’urto della notte
per albe rosate come dita neonate

per nuove barricate
di resistenza determinata.

*

La bambina si divertiva
nel gioco di specchi rovesciati
faceva le smorfie
s’incrinava al dolore nel petto

i pugni ben stretti in tasca
stringeva semi minimi-chicchi
coltivava una speranza di terra
con le gambette in corsa
lungo via Viole.

Donna mi stringo la bimba
la metto al riparo dal troppo
e non ho alcun desiderio
di altri orizzonti
amo questo spicchio di cielo
che mai si negò al mio cospetto
e si prese incanti e insulti
non avrei meritato di più.

Sta in queste strette curve
a perpendicolo dove il rischio
civetta con l’usignolo
il brivido lungo della vita
e resistere resistere insistere
perché le noti del canto
si sollevino oltre la polvere
verso quel ponte che mi attraversa
e mi affratella.

*

Oggi devo preoccuparmi
della dicondra che cresce
lenta e si fa sopraffare
dagli infestanti
tenero muschio
e prepotente gramigna

avrei preferito occuparmi
di queste parole rinnovarne
il suono la semenza

balenò un fulmine
annerì di fuoco senza fiamma
il gelso sopravvissuto
dai tempi dei bachi

cauterizzo malamente
ma senza deflettere tengo
tutte quelle radici
quante! che come quel gelso

se respirano terra vivono
all’aria rattrappiscono
come mani che invocano
e restano vuote.

*

E brivido sentendo
prossima la res nullius
ho bisogno di denti forti per mele sode
e vista acuta d’ aquila
per abbandonare al cielo di settembre
giacigli di atarassia
e lontana –indimenticata- la cantilena
dell’aia di giugno
“Lucciola lucciola vieni da me
ti darò pan del re
pan del re pan della regina
lucciola scappa – non venirmi vicina”

Ma tu figlio mio
racconta a tuo figlio
la storia delle mani e sarà
un principe saggio come un contadino
saprà le ore e i cicli e le stagioni
della semina e del raccolto

saprà che le cose cambiano di posto
anche di natura ma non scompaiono mai
e la luna si beve i sogni
si fa piena
scompare e poi ritorna.

*

Si sta sempre in trincea
virtual-visiva
altri mali vivono negli organi
negli arti nel cervello
il dolore localizzato
è rassicurante
periartrosi alla spalla
cefalea e tracheite
una polmonite forse
medicinali e riposo
e i grandi mali andranno
per spurghi in cannule
resisteremo se individuati per tempo
per tempo …che significa?
Il tempo si moltiplica soltanto
sull’orologio finge di dividersi
ma procede dopo il massacro
ticchettando ignaro.

Ci nascondiamo in interstizi
di luce neghiamo
il procedere tagliente della pendola
che ticchetta ticchetta …

e non sappiamo quando
esaurita la carica
cesserà il tic –tac
e se ci sarà ancora tempo.

 

 

Narda Fattori

21 gennaio 2014

scrittori-a-confronto01-12-06-09

Le parole con il fare

C’è, nella dolcezza testarda dei versi e dei vocaboli che Narda Fattori sceglie e da cui è
chiamata in causa, in quelle parole che ancora sono “accovacciate sulle labbra”, la forza per una nuova ricerca, a dispetto della consapevolezza, della sempre più solida “cognizione del dolore”. Perché è profondamente radicata l’espressione attraverso la parola, il verso, il cammino esistenziale coincide con quello letterario, il moto degli anni, delle realtà e dei sogni, è diventato “Il verso del moto”, per citare il titolo di un altro volume della Fattori, edito da Moby Dick nel 2009.
È una caratteristica costante, e apprezzabile, dell’autrice, quella volontà-necessità di tener viva la memoria di quel mondo più autentico, di matrice contadina, quello in cui “l’ulivo era per l’olio e l’olio per il pane / col salice si intrecciavano i panieri”. A differenza di altri autori tuttavia non si ferma alla dimensione oleografica da quadro macchiaiolo o da stornello intonato sull’aia al tramonto. La Fattori accosta sempre alla descrizione la riflessione, il ragionamento, su ciò che resta e ciò che è andato, sull’asprezza odierna ma anche sul sudore e le lacrime che si nascondono dietro le cartoline in bianco e nero del tempo che fu. Mette in relazione i punti di contatto e gli abissi, i pieni e i vuoti, e, come imprescindibile filo rosso, si rivolge alla parola, quasi chiedendole di riavvolgere il nastro, rimettendo in rapporto consequenziale e dialogico mondi ormai separati. Con il coraggio di dire e di dirci che non è possibile, che di ogni epoca resta il suo unico e solitario mistero: “Le parole scendono in gola trafiggono / laringe e faringe s’aggrumano / nell’inespresso dire / nella sola parola che non viene a me a dire”.

Ivano Mugnaini ( dalla prefazione)

*
ho disegnato col dito sul vetro opaco
di una finestra esposta al gelo
un passeraceo incapace al volo
spinto fuori a non appestare il nido
ricordo mio padre nel pacato gesto
della compassione e le mie iridi
fisse perché durassero sui suoi solchi
sulle sue romanze
_____________sulle righe dei libri letti.
Il silenzio raccoglie l’ impazienza
di un cielo che corre e non svolta
forse oltre l’orizzonte è sereno
dunque non temo le tempeste
che rubano il fiato ma assecondate
regalano viatici come vela maestra.
Quest’iride che ti somiglia – padre s’è
scarmigliata nelle turbolenze
s’è fatta paglia e carbone
fragile protezione dietro il muricciolo
sul fosso
mentre impasto il certo e il supposto
inciampo sull’erba e frano
nessuno che senta come urla il silenzio-

*

Nel tragitto erto e irto senza fiato
verso una maturità beffarda
di slancio mi capofitto dalla guglia
del lampione come foglia novembrina
arrossata stropicciata franta

non più farfalla solo crepuscolo di foglia.

Nel giardino curo una mitologia di rose
che mi punge e stillo una goccia rossa
sul prato verde – lo scontro con lo spino
è porta che non chiude ai venti
finestra con le inferriate del tempo
fabbro che nelle ossa scrisse a scalpello
la mia origine e la mia sorte
proprio lì dentro l’osso
l’odore delle perdite i vuoti delle assenze
tutte le stupefazioni.

Verrà giorno di riconoscimenti – uno statuto
di eternità simile a una paralisi
di tutti i nervi motori e di ogni sinapsi –

impotente incapace inesperta implacabile
inabile a varcare i fossi.

*

Questo ciglio entrato nell’occhio
l’unghia rotta il disordine dei fogli
mi vengono incontro albe sudaticce
stropiccio incontri mi sporco le mani.
Mi spoglio delle piume ad una ad una
non servono per un volo definitivo
mi aspetta la catapulta per l’addio
che mi spinge oltre la sosta.

Ho sacche di lacrime angoli svoltati
con scarso lume e le cadute
gli sbandamenti le deviazioni
meglio forse starsene all’angolo
fuori dalla mischia pugile suonato
non amo le resse le spintonate delle risse
sola mi sorregge questa pazienza dolce
questo amore minimo per la mia terra
la sua gente – i padri e i figli – tutti i profili
gli amici e voi tutti che mi siete
giudici clementi.

*

Sulle fronde dell’ultima pioggia
un usignolo gorgheggia per l’ arcobaleno
che si formerà oltre la nube sfilacciata
che lenta s’allontana verso un’oltranza
di azzurro infinito – oh l’ignoto
che ci trapassa e non duole.

Sulla strada che non coglie alcun sprazzo
di chiarità nella sua dirittura siglata
i cartelli con le uscite ben segnalate
le entrate i divieti le storie irrise dal rombo
di motori in corsa per una meta sfinita
una spesa una resa un amore già morto
sibila un vento di malasorte.
Ma sfavilla il giallo delle ginestre
cresciuto su un grumo di terra fra pietre
e frusta la tempesta che non vuole morire
e si rinnova del mal-amore fra noi
miseri e dissidenti
senza strumenti per tracciare solchi.

*

Il silenzio qui
mi tiene compagnia come un foulard
o un vecchio cane cieco e fedele
in una cuccia di stanchezza
quante volte dovrò morire perché si faccia
polvere della mia carne respiro lungo?

E di tutti gli amati farne oltre quell’uscio
un banchetto festoso
o una litania di assenti
orme sul cuore eternamente pianti ?

Non è mio stile e costumanza ma
qualcuno mi sa indicare la via del ritorno
nel sereno di un cielo settembrino prima
di tutte le grandi migrazioni a sfrecciarlo
in un addio allegro di ciarle e di richiami?

Partirò – mantengo le promesse – partirò
con la rondine che ha perso la rotta
il compagno il nido e la grondaia
e non ha ai rimpianti né volge lo sguardo
sulla terra che fu dono sempre
immeritata meraviglia.

*

Devo rottamare queste mani
che non hanno imparato
a saldo stringere il gioco dei giorni
e la pendola scandisce soltanto
istanti dispari
la corsa è breve – il cerchio si chiude
con un frettoloso cenno ―
devo rottamare anche il cuore
diastole e sistole discordi
nel capovoltasi di sensi di segni
di incontri e ricordi
che rimandano a suture affrettate
– bagaglio a mano soltanto
per la passeggera irrequieta
e non scaltra ridotti
a coriandoli i sogni
faccio carnevale ogni giorno
e ne rido e ne piango ma poso
sul davanzale le briciole per il pettirosso
che mi osserva piegando il capino
poi trilla severo
che il senso del gioco è il giocare
lo starci nel dispari
____________________ bruciarsi le ali

*

m’infilo sottotono annuso tracce
attendo paziente il sibilo del vento
io taccio
c’è troppo rumore attorno.
Ma nell’ingombra attesa
alleno i tendini al gran salto
colgo minutaglie appuntite
giro armata
con una rete a maglie strette
per schegge e frammenti
che altri dicono di poco conto.
È una sapienza da scampata
far conto del niente
tendere le orecchie al canto
del grillo e lasciar perdere
lo scampanio della festa.

Ma io so che
la forza di una sola goccia
scava abissi crea stalagmiti

dentro quella goccia attendo
il diluvio che laverà via
il belletto degli istrioni
e finalmente contro il nuovo sole
solo innocenza e gratuità del fare.

*
I bambini hanno gambe come ali
per correre dietro al vento
hanno pianti e abbracci per dirti
che hanno bisogno di un nido
non hanno parole ma gridi
e fruscii di insetti.

Non hanno più case certe
fiabe appese al sonno
trastulli d’erba rane verdi
trottole collane di margherite.

I bambini hanno dei mali strani
con i nomi acronimi dall’inglese
e ingoiano pastiglie e sono buoni
rintronati e quieti.

Maledetti noi che non sapemmo
fare di noi disdetta
e seminiamo punte di selci
bombe a grappolo intelligenti
e scandiamo parole d’ordine
omicide nel senso. Maledette.
I bambini ci guardano imparano
e di noi superbi faranno disdetta
o per vergogna si chiuderanno
_____________________ a questa vita
__________________ a questo mondo.

*

A raccontarla la favola del dolore
a raccontarla intera
senza un lieto fine senza una fine
spostati – le dico – fatti più in là ma
sta come una mignatta
a bermi il sangue si fa grossa
sul mio animo sempre più lasso.
Ma la fatica a dirla com’è grossa
e lì sul foglio a schiacciarla tutta
e con la pelle nuova ferita ma dolce
la sua presa quasi un’anestesia
ma no ti schiaccio non ti cedo
ecco vedi lo scrivo in rosso
non mi piego non ti voglio
se proprio vuoi stammi accanto
stammi in un silenzio quieto
senza danni.
Sarai mia cura e medicina
parola sporca – mio lemma amaro
mia passione
infine salvezza mia.

poesie tratte da “Le parole agre” editrice L’Arcolaio 2011

                                   

                                    

Narda Fattori è nata a Gatteo (FC) e ivi risiede in via Garibaldi, 70 ( cap. 47043). Ha compiuto studi di linguistica e si è impegnata come formatrice per l’IRRSAE ( ora IRRE) e come autrice di libri di didattica per diverse e qualificate case editrici. Con testi poetici e narrazioni ha partecipato dagli anni novanta in poi ha raccolto successi a concorsi innumerevoli, apprezzamenti e premi , ha pubblicato diversi libri e partecipa alla compilazione di antologie. E’ redattrice di vari blog online.

LIBRI DI POESIA PUBBLICATI

Se amor parla, Autore Libri, Firenze 1995,
E curo nel giardino la gramigna, Ibiskos (Empoli) 1996, ( premio editoriale)
L’una e i falò, Il Vicolo, Cesena 1998;
Terra di nessuno, Lucca, 2000 (Premio editoriale “Olinto Dini” di Castelnuovo Garfagnana);
Verso occidente, Fara editore, Rimini 2004;
Cronache disadorne, Ed. Joker, 2007 , Novi Ligure ;
Il verso del moto, Moby Dick editore, 2009 , Faenza.
Le parole agre, editrice L’arcolaio, 2011
Dentro il diluvio, edizione puntoeacapo, 2011 , Novi Ligure ( premio Editoriale Astrolabio di Pisa)
È presente con una silloge di dieci poesie nei volumi antologici Voce Donna 1997, Voce Donna 1998, Voce Donna 1999, Il Vicolo, Cesena;
-nell’antologia Santarcangelo della poesia, Luisè editore (RN), 1998;
– nell’antologia Il novecento etico-religioso a cura di Vittoriano Esposito, Bastogi editore;
– nell’antologia Farapoesia con la silloge A che punto è la notte? , Fara Editore 2010 , Rimini;
– nell’ antologia Creare mondi con la silloge De profundis , Fara Editore, 2011 , Rimini .
-con la silloge Canzone nell’antologia Dentro il mutamento, Fermenti editrice 2011
Numerosissime sono singole o coppie di poesie inserite in antologie e riviste; è stata selezionata nell’ambito di un’antologia scolastica per le scuole superiori in uscita.

Narda Fattori

29 gennaio 2012

I Poeti di Narda Fattori

Di  Augusto Benemeglio

1.Una forca per i  poeti

I poeti ?
Sono scomodi i poeti figure/ da evitare domande sempre accese senza altare/ semantici silenzi e distrofie dell’io
Tutti i governi del mondo , diceva Apollinaire nel suo pamphlet “Le poète  assassinè” , ammazzano almeno un poeta al giorno; all’eroe assassinato uno scultore innalza “una statua di nulla”. Del resto anche oggi , questi falsi profeti  di metamorfosi assurde , dalle visioni primordiali,  con l’impulso di oscure visioni, – i carboni del cielo, il Graal , le gole delle scimmie, le Upanishad, la Bibbia , proclamatori di angoscia e  del grande dolore assoluto , questi poeti che si trovano  ogni mattina al bar con la bocca/ piena di sassi/ col dolceamaro del primo caffè, volentieri s’impiccherebbero sulla pubblica piazza così, tanto per ammazzare il tempo e la solitudine , per uno spettacolo antico e sempre nuovo come la morte. Chissà che non venga varato un nuovo progetto di legge  per erigere una forca su tutte le  piazze dei paesi  ,  un bel capestro lucente che faccia crick dei loro colli angosciati ed estingua la sete di libertà di questi poeti  che non fanno altro che piangere i fantasmi di fumo e d’armonia , di lamento dei loro ricordi :Conosco la memoria dei muri/i pesi che gravano/ era solo ieri che cantavo /nei cortei di maggio/a gota piena a capelli sciolti/ so che tornerò ad incontrare/ quello che foste/ amici di pizza e di birra

2. Montale e la Cveteava

“I poeti”  è il titolo di una lirica di Narda  Fattori, una  di Gatteo, tra il Rubicone, Pascoli e Fellini , una romagnola non allineata, cresciuta a pane e poesia , che si infiamma per nebulose  e oceani , ma anche per un fazzoletto che cade, un fiammifero che si accende,   un lichene, la presenza del  muschio e della gramigna  e l’oggetto più insignificante che le serve per slanciarsi nell’”ignota infinità” dove rilucono i fuochi delle molteplici significazioni; ma anche per entrare nei crepuscoli dell’inconscio.  Narda è  una  che fa poesia di silenzi e ombre segrete ,  silenzi talora cattivi, e ombre sporche, dovremmo dire anche noi, come  hanno annotato altri  critici. Ma il tema , alla fine, è sempre lo stesso, amore e morte, e nostalgia  del mistero della vita, della  giovinezza, dell’”essere o non essere” . Come Amleto, come Trakl , anche lei talvolta si mette a cercare  “angeli dalle cui palpebre gocciano vermi” , e  come il primo Montale “della storta sillaba secca come un ramo” , si dimostra una che non cerca consolazione  e lacrime dalla poesia , ma piuttosto  il destino della verità , per quanto dura e spietata possa essere . E’ un tipo che vuole andare avanti , approfondire, bruciarsi in questo gioco che diventa vita . Predilige tutto ciò che si fende, si spezza, che è rigido, duro, “virile” , pur nella sua stupenda femminilità , e , non a caso,  ama molto la Marina Cveteava,  una donna poeta  di cui lo stesso Pasternak disse che era immensa  e tempestosa , avida, impetuosa, rapace , che tendeva alla finezza e alla perfezione e aveva più intelligenza coraggio ossessione,  fierezza , nobiltà  , ( e palle) di mille uomini  messi insieme, e che si espose sempre  più, col suo orgoglio di donna, nel gioco al massacro , per sé, contro sé, contro la società, e contro la sua epoca .

3. Rovine

Narda ovviamente non è Marina Cvetaeva , ma è anche lei – come molte poetesse dei nostri tempi , che formano una griglia culturale tutt’altro che salottiera, anzi potremmo dire di “controtendenza” , che vanno contro corrente e risalgono i fiumi come i poveri eroici romantici salmoni , che gettano una sfida alla consuetudine , alle forme accettate, un atto di rivolta e di coraggio contro una società  fatta di rovine dello spirito , più che di crisi economiche.  Anche lei va  alla ricerca della emozione artistica in un mondo confuso , un universo in esilio , una società in liquidazione, che non merita più nessun canto di passeri solitari , nessuna tendenza verso l’infinito  leopardiano.  Narda  sa benissimo che la poesia non è scrivania,  e tanto meno carta ; la poesia non più evocazione o suono solenne , né  attesa che gli dei ti suggeriscano i primi versi . La poesia è una camicia di forza, una bianca camicia di stelle di fuoco  che ti arde sulle spalle , ma anche un mare di petrolio , un mare di convulsioni  di meduse  e gabbiani incatramati. ” L’anima lirica – diceva Ortega de Gasset – attacca le cose naturali , le ferisce o le uccide . La poesia  tende verso l’alto , ma anche  verso il basso, dove crescono semi fiumi e vermi ; è fatta di cose nobili e banali. E’ deiezione, diceva l’ultimo Montale, ed era provocazione, ma fino ad un certo punto . La sua  è drammatica , ma anche ironica , amara  con versi pieni di risonanze taglienti, di  forbici che tagliano melodie degli  occhi ,   una poesia che sembra facile e scorrevole , ed è invece difficile, “poiché tu conosci solo un mucchio di immagini infrante…ma su questi frammenti ho appoggiato contro le mie rovine”.
Anche Narda   parla di  “rovine “. Nella tensione dei contrasti, negli echi semantici ungarettiani,  ci dice che  fra rovinosi stracci s’è persa la coscienza /che fummo di pianto e d’amore

4. Il nome  di Narda

Ho cercato  il nome di Narda ( ma il suo è probabilmente il diminutivo di Leonarda), e  ho trovato  una città portuale immaginaria  fatta di “germogli di vento” (..:c’è sempre qualcos’altro dentro/ semi di pensieri bagliori di emozioni
lividi e giunture che scricchiolano) , e poi  una danza  orientale di Siva che rappresenta il continuo divenire cosmico , la danza che crea l’illusione . Ha con una mano  il fuoco della conoscenza spirituale e con le altre  mani scandisce il ritmo con i gesti rituali ; e sotto i piedi schiaccia un nano che è il simbolo dell’ignoranza. Anche la sua poesia ha un che di danzante, di onda su onda che ti giunge dal nulla, di ombra su ombra offerta alla miglior luce . Ma c’è anche una   “Narda”  che è uno strumento di misura, un regolo, una squadra , un calibro che misura il petalo di rosa;  una Narda che sa di geometria ; e , infine, qualcosa di simile, per assonanza ,  che significa “moneta”,  la fredda moneta che si metteva in bocca ai morti per pagare a Caronte il traghetto dell’Acheronte. (“Siamo frutti di vento, ciottoli del rumore, cenere di stelle!” e lo si faceva come ultimo gesto pietoso.

5. La Fenice e Dante

C’è, invece, il più comune nardo, una sostanza profumata, che ricorda la Maddalena e la sua unzione di Cristo , ma anche uno degli  aromi con cui la Fenice , vicina a morire , cosparse il proprio nido, come ci racconta Ovidio.  Rinascerà ancora una volta l’Araba Fenice dalle proprie ceneri?  O , piuttosto, quei profumi, quelle essenze sono ormai per una bara definitiva, la moneta per Caronte?:   Siete il muro che respinge e chiude /l’orizzonte tondo delle colline e sorride /lo spaventapasseri fatuo sul campo mietuto
Trovo che certe sue metafore  siano classiche, essenziali, musicali, hanno un che di violino, un che di Caproni  più che Fortini.  E in tema di toscani c’è anche Nardo ( il maschile di Narda) di Cione,  un pittore fiorentino del Trecento che dipinse il giudizio universale  nella cappella Strozzi di Santa Maria Novella , a Firenze, il Paradiso e l’Inferno di Dante , con il volto del poeta in atto di preghiera sulla parete di destra. Volti che in realtà sono maschere, come quelli di Narda, che usano parole di linguaggi molti antichi, che ti vengono incontro , a volte , con un orrore incomparabile.  “Sarò tutti  o nessuno. Sarò l’altro/che senza saperlo sono/… Erbe di semplice botanica, /animali un po’ diversi,/dialoghi con i morti”. Sembrano versi di Narda, sono di Borges.

6. Parole nude

Ma riecco  Narda , coi suoi versi  che “ scivolano sui gradini della vita”, echi talora dissonanti,  cocci di un immenso vocabolario  ormai naufragato nel kisch  di tutti i giorni , nel saldo , nella liquidazione della nostra  asfittica civiltà , ecco Narda che si alza il mattino per ricomporre i cocci di quel vaso rotto,  ricomporre  quel mosaico strano , erigere quell’ultimo monumento d’umanità,  più duraturo del marmo e del bronzo , e lo fa in silenzio , quando tutti gli orologi di mezzanotte le doneranno  un tempo generoso,  per riunire gli  spiriti evocati: eccola insieme a tutti gli altri fantasmi poeti che  “Testardi tornano a seminare fonemi/ dentro i solchi e aspettano che germoglino / parole vere – verginalmente nude”.

Roma, 28 gennaio 2012                                       Augusto Benemeglio

I poeti

Come sarti prendono le misure alle parole
prediligono le forme ampie  a matrioska
c’è sempre qualcos’altro dentro
semi di pensieri bagliori di emozioni
lividi e giunture che scricchiolano

un apostrofo o un’elisione? Un’apocope?
A quando una sincope? Una discrasia?

I poeti scivolano sui gradini della vita
e la guardano da sotto in su come i caduti
lungo i nervi brividano  armonie discordi
pure solo loro fanno di un crepaccio
una meraviglia di natura e così di un fiore

sono una malattia che ci fa umani
delfini dentro un mare di nuvole chiare
e venti di maestro e alluvioni – ci perdono
la vita spesso e anche la testa costretti
al mastro della partita doppia dove
le colonne fanno il pari ( mai che così fosse
nella vita)  – a declinare rosa rosae
e un requiescat di sciroppo per la tosse

amano troppo s’incapricciano del nulla
sono un po’ folli – dicono

conosco chi raccoglie ragnatele per predare
il bene che sempre sfugge o il male che
li tortura. Sono scomodi i poeti figure
da evitare domande sempre accese senza altare
semantici silenzi e distrofie dell’io

distonie ? Testardi tornano a seminare fonemi
dentro i solchi e aspettano che germoglino
parole vere – verginalmente nude.

(inedita)

da “ Le parole agre” editrice L’arcolaio 2011

*
Gli arrossati tramonti senza albe a venire
a vedere senza lamenti cadute senza rete

siete il muro che respinge e chiude
l’orizzonte tondo delle colline e sorride
lo spaventapasseri fatuo sul campo mietuto

fra rovinosi stracci s’è persa la coscienza
che fummo di pianto e d’amore

con altri dividemmo terra e pensieri
lo schianto e la tesa mano a sorreggere
i passi a venire.

Non passeri solitari sul campanile.
Non nubi  Non sere. Non malattie di cuore.

*

Io non so fare il pane né seminare il grano
io non ho sapienza delle cose che contano
non ho la costanza dell’acqua il gusto
dolce della mela – io non sono tentata
non ho tentazioni- al mio poco mi stringo
e non è niente sì non è niente ma non lo temo
non mi fa male questo niente non trafigge

a culla si posa attorno alla mia carne
e mi para dai lividi dalle lame e dalle tarme
così che il mio pensiero non si roda
non si bucherelli e possa far passare
l’aria infetta che imputridisce attorno all’uomo

non so seminare i fiori ma coltivo sinfonie
di colori con steli e sepali e petali e profumi
sono antidepressivi naturali coltivo pace
almeno una tregua e sia fatto un nuovo
giorno con i colori di questo giardino.

*

La disarmonia dei gesti quotidiani
– ma quanta armonia nella carezza
di una madre sulla carne tenera del figlio-
s’infrange sull’armonia dell’azzurro
che riveste i colli con il loro abito verde

la disarmonia è instabile e selvaggia
la signoria è dell’amore che frulla
sui rami e fa di due carni una adattate
e perfette –il cielo ha un riverbero
come uno spino di luce sull’iride

e siamo corvi bellissimi e savi
non gracchiamo più cantiamo nei cori
e ascoltiamo un silenzio musicale
di stelle lontane dalla creazione

di piedi leggeri su sentieri erbosi
e lasciamo che qualcuno perda la ragione
ragionando sulle sinapsi e la dura madre
il callo dell’encefalo l’ antico limbo

della disarmonia facciamo una veglia d’intenti
di noi che ci tocchiamo senza farci male.

*

Mai la civetta mi cantò il destino

io rubo a mazzi i raggi di sole
per scaldarmi sottopelle i giorni bui

non ho visto il volto della nemica
la sento a fianco attratta dai miei passi
e non so quando
mi farà lo sgambetto e saranno musica
le note e le parole vuoti i cieli
senza presa e nuda la terra che amo
gli amati scagliati a immemore distanza
le afflizioni sedate  i desideri
scomparsi in un rantolo di fiato
che appena appanna lo specchio sulle labbra.

Non chiamatemi a voi
lasciatemi l’immenso torno a torno.

•    da “Il verso del moto” Tratti editore 2009

Stamani non chiedo nulla
né cerotti sull’abrasione
né scriminature fra eventi
dentro lunghe elastiche albe
con le mie mani che stringono
una parola sola
quella che ho sempre mancato
che dice di me
del mio esistere del mio stare
ora qui dove una fiamma
nel camino vacilla
e tutto il resto è scuro
immensamente oscuro

Sulla scrivania i libri restano
dissennate grafie
sapienze di menti che allenano
al dolore a questo dolore
nei giorni che hanno scialato
il sole e si affidano ai caloriferi

mancano lampade e cerini
che non compro più
poi che hanno tremato al brivido
dell’aria scura

dove ho preso confidenza
con la resistenza  all’aria
che ha uncini alla dita

*

Era un giorno qualunque
quando mi sono trovata la bocca
piena di sassi
col dolceamaro del primo caffè.
Afasica senza parole e grafie
mutate in scrigni di ottone
smarriti i noccioli con il  seme
per la fioritura a venire…

da margine a margine
sulla dirittura delle lancette
puntuto e puntuale
cerco il segreto delle parole
il luogo dove si incontrano
tutti i luoghi
e spalanco le braccia
per abbracciare insieme
tutte le nostre lame

si trasformassero le sillabe taglienti
in un nuovo neuma
o in un’armonica a bocca
per un valzer musette.

*
L’ ombra degli assenti
nella penombra della sera
proietta forme scure
contro il soffitto bianco.
La scontorno stupefatta
posso passarci dentro
nidificare nel vuoto quieto.

Sull’artrosi delle spalle
eseguite tutte le condanne
porto pesi piume affetti
piccole esistenze da nulla
un buco- un mondo intero
e tu sorella tu fratello.

Allora voi restatemi presenti
col profumo dei gesti noti
contro il gran rumore del mondo
che va peripeziando sgembo
senza una meta nota
e sgomma romba ciarla
cacofonie in conflitto
antifone del tempo.

*

Oggi devo preoccuparmi
della dicondra che cresce
lenta e si fa sopraffare
dagli infestanti
tenero muschio
e prepotente gramigna

avrei preferito occuparmi
di queste parole rinnovarne
il suono la semenza

balenò un fulmine
annerì di fuoco senza fiamma
il gelso sopravvissuto
dai tempi dei bachi

cauterizzo malamente
ma senza deflettere tengo
tutte quelle radici
quante! che come quel gelso

se respirano  terra vivono
all’aria rattrappiscono
come mani che invocano
e restano vuote.

*
E brivido sentendo
prossima la res nullius
ho bisogno di denti forti per mele sode
e vista  d’aquila
per abbandonare al cielo di settembre
la cantilena dell’aia di giugno
“Lucciola lucciola vieni da me
ti darò pan del re
pan del re pan della regina
lucciola scappa – non venirmi vicina”

Ma tu figlio mio
racconta a tuo figlio
la storia delle mani e sarà
un principe saggio come un contadino
saprà le ore e i cicli e le stagioni
della semina e del raccolto

saprà che le cose cambiano di posto
anche di natura ma non scompaiono mai
e la luna si beve i sogni
si fa piena scompare
e poi ritorna.

*
Siamo un accidente che il tempo
ha sostanziato in forma
con qualche differenza di genere

siamo capitati per tessere
una ragnatela di pazienza
ma il tempo s’annida
in residenze precarie
costruisce con sabbia.

Agire con le parole
è tornare a un infanzia di grilli
e di lucciole sull’aia di giugno
e con le mani fare i figli

i pensieri non sanno darsi pace
in un corpo di latta conformata
don chisciotte in lotta
contro i mulini a vento
e plaghe e dulcinee.

Agli angoli di strada
tanga sotto il lampione
contrattazioni e ripartenze
senza focolare.

*

Se ti lambisce un furore
di gialle ginestre
là sulla roccia  con poca terra
per radici serpeggianti
verso acqua che scivola su pietra
acqua che non si raccoglie
in limpida polla

fonte di tutto il futuro
il sasso ti sfugge dal piede

pensa
a quanto pesi tu sulla montagna
a quanto pesa la montagna senza te
che  la nomini e la fai esistere
con le ginestre e il ghiaccio
e fai creare il mondo
da una piana di licheni.

Ma sarai in fuga come la lepre grigia
il giorno della volpe
che lasciò la tana.

*
Fremiti d’ala sotto la gronda
le superstiti rondini
tornano al nido
e garriscono al giorno che muore
nel languore di maggio

A noi ci tiene ancora vivi
qualche tormento
un lavoro incompiuto
siamo incompiuti noi
che non sappiamo come sanno
le rondini tornare
e vanno in stormi lieti

nella nostra inesausta solitudine
nessun’ ala ci scalda
un coro sconnesso e stonato
s’infiltra fra le pieghe della mente
torce le sinapsi non tace mai
non tace mai…

*
Albe ridenti in guizzi di luce
alberi di bosco
di parchi- giardini – di viali cittadini
cipressi troppo alti dalla testa china
querce nodose olmi ombrosi
e abeti e pini mughi e silvestri
signora magnolia quasi superba
alberi della mia infanzia
l’umile antica robinia con le radici
sulla sponda del rio
e l’alloro
che profumava un angolo d’orto

la vostra vita volata in ceppi
in uno stridio di passeri innocenti
al clamore di una rosa di pallini.

Il quieto verde che le fronde
donavano al parlottio del vento
è squarciato dal rombo
che ora solleva polvere e piombo
dimentico dei ritmi dell’ulivo
che cresce lento
e la sua pace regala
senza rumore.

*

Conosco la memoria dei muri
i pesi che gravano
era solo ieri che cantavo
nei cortei di maggio
a gota piena a capelli sciolti
so che tornerò ad incontrare
quello che foste
amici di pizza e di birra
sola
come una dimentica anguilla
a nuotare verso
quale la foce
quale il ruscello

Mi ricordo leggera
a tratti corale senza pudori
la vita che respirava dai pori
e volava … volava
come quel cardellino
a cui hanno sparato
all’alba di ieri
una rosa di piombo

*

A schiena curva la vecchia Malvina
con le borse della spesa
vorrebbe un giaciglio di pace
e invece Lulù le si scaglia contro
abbaiando dietro il recinto

a casa l’aspetta il silenzio
dei morti per i requiem da dire
tutti in fila in foto
sulla mensola della credenza
con i bicchieri buoni
stira a suo figlio la camicia
e lui se ne va chissà dove va

e stira Malvina col televisore
acceso dove la telecamera
riprende la scena di una guerra qualunque
sul prato il morto ammazzato
nel vicolo la donna violata.

Si annida fra le grinze del volto
una lacrima come da destino
prescritto.

*

Per gradini scoscesi
per rampe e per erte
per selve l’attrazione del tempo
le ginocchia abrase
mai penitente mai renitente
animale a sangue caldo
non circoscrivibile a un cristallo
al vetro forse di sabbia riarsa
di silicio
anche il dolore
scavato in una tana sulla soglia
compagno non più a ridosso

e amo questo cielo grigio
che promette acqua
contro l’arsura
delle mie bisacce vuote

pettirosso fra rovi
nell’inverno della neve
e briciole magre
sul davanzale.

*

A fine corsa giunta
mi solleverà l’amore
con braccia salde
dentro una nicchia di sole
sotto la terra bruna
e sarò il vento e la neve
il fulmine e l’acqua

quieta signora fervida
non avara non frivola
avrò l’abito nuovo
per una festa senza data
da sempre programmata

mandorla dal gheriglio amaro
rifiorirò sull’erba
tutto l’amore avuto
in primule e fontanelle

l’amore per amore …
l’amore

*
Perché al finale di partita
non venga a mancare
nessuna chance
sul tappeto verde lancio
le ultime fiches
gioco senza ruoli- giocattoli
di rischi perduti.
M’importa invece
starci in questa attesa
senza cestinare
la lunga fila degli idilli spesi.
Questo mi importa
e non sopporto il lamento
dei tigli al vento
il tintinnio del cristallo rotto
l’indaffararsi a tenere
sollevata la polvere.
Mi gioco questo finale
con l’entusiasmo dei bambini
il terrore tenuto a bada
da decenni di convivenza.

Sarà un’uscita in silenzio
senza sbatter d’imposta
composta e nuda.

dalla silloge Canzone nell’antologia ultima dell’editrice Fermenti 1011

Mi scrivo una canzone per passare il tempo
per consolare questo giorno stanco
e stono a gola piena e la canzone ride
della mia voce e del mio obiettivo
che obiettivo non è non ho cane né mirino
né colpo in canna non so centrare
esattamente lì dove sta il male
che sta ovunque e aspetta sul posto scalpitante
come i bambini attorno al venditore
di zucchero filato nelle fiere

mi manca il ritornello e lo voglio andante
con le note che saltellano sul foglio
non voglio imbrogli voglio un ritornello
popolare alla Gabriella Ferri
che sia anche uno scongiuro una preghiera
una ninna nanna per un sonno buono
andante come un ballo in piazza
una tammurriata un lancio di coriandoli
dal balcone alto io voglio cantare una canzone
che sappia di pane e olio di buona terra
e di amore corporale.

*
Canto la mia bellezza che è volata
con le nuvole e le farfalle e più
non torna canto l’amore l’amore
canto che ha mille storie e nessuna
voce e i cani muti i gatti lievi
i tempi ammalati che contaminano
i giorni le viole del pensiero
io canto  voi amici che tessete
l’armonia e siete il mio ritornello
la voce che non s’appende al muro
la libera voce la voce che stona
nella corale dominante e fiera
si libra oltre le miserabilia
di questi tempi miseri e ammalati.

Canto l’essere mio vivo che non tace
e non cerca riposo né assoluzioni.

BIOBIBLIOGRAFIA
Narda Fattori è nata a  Gatteo (FC) e ivi risiede in via Garibaldi, 70 ( cap. 47043).  Ha compiuto studi di linguistica e si è impegnata come formatrice per l’IRRSAE ( ora IRRE) e come autrice di libri di didattica per diverse e qualificate case editrici. Ritrova l’ispirazione poetica e narrativa , ha partecipato con successo a concorsi innumerevoli, successivamente agli anni novanta ricavandone successo e premi , ha pubblica diversi libri e partecipa alla compilazione di antologie. E’ redattrice del sito VDBD.

LIBRI DI POESIA PUBBLICATI

Se amor parla, Autore Libri, Firenze 1995,
E curo nel giardino la gramigna, Ibiskos (Empoli) 1996, ( premio editoriale)
L’una e i falò, Il Vicolo, Cesena 1998;
Terra di nessuno, Lucca, 2000 (Premio editoriale “Olinto Dini” di Castelnuovo Garfagnana);
Verso occidente, Fara editore, Rimini 2004;
Cronache disadorne, Ed. Joker, 2007 , Novi Ligure ;
Il verso del moto, Moby Dick editore, 2009 , Faenza.
Le parole agre, editrice L’arcolaio, 2011
Dentro il diluvio, edizione puntoeacapo, 2011 , Novi Ligure ( premio Editoriale Astrolabio di Pisa)
È presente con una silloge di dieci poesie nei volumi antologici Voce Donna 1997, Voce Donna 1998, Voce Donna 1999, Il Vicolo, Cesena;
-nell’antologia Santarcangelo della poesia, Luisè editore (RN), 1998;
– nell’antologia Il novecento etico-religioso a cura di Vittoriano Esposito, Bastogi editore;
– nell’antologia Farapoesia con la silloge  A che punto è la notte?  , Fara Editore 2010 , Rimini;
– nell’ antologia Creare mondi con la silloge De profundis , Fara Editore, 2011 , Rimini .
-con la silloge Canzone nell’antologia Dentro il mutamento, Fermenti editrice 2011

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