Archive for the ‘Domenica Luise’ Category

Davide Castiglione

25 luglio 2015

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In certi dialetti

Ci mancava anche la pioggia,
non per nostalgia
– per un contesto credibile. L’ho lasciata
presentarsi come temporale
estivo e da poco
(«è che io… è meglio finirla qui»)
fa a metà il suo dovere, la sua furia sottile
riempie i cedimenti
dell’asfalto. I suoi lineamenti
no: distesi, stranamente
distesi, e cambiandomi
quanto mi doveva
(«vattene, sei uno stronzo/sono abituata a star male»)
ha risposto mettendosi in piedi
la voce («non sono sorpresa,
sai? non si cambia»).

Mi è stato semplice affliggermi
e sollevarmi,
affliggersi-sollevarsi
è un gioco da adulti. Ho pensato
agli appunti, soprattutto
al remoto prossimo
in certi dialetti:
oggi piovve.

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Domenica Luise

14 settembre 2012

Domenica Luise è nella sua poesia, totalmente, così come è profondamente nella vita e nelle cose.
Ciò che sempre mi stupisce e m’incanta nei suoi versi è la capacità di saper cogliere ed esprimere, in termini personali ed originalissimi, il difficile rapporto tra la vita, intesa anche nella sua inevitabile quotidianità, e la poesia, voce di quell’essenza misteriosa che ci fa sentire come appartenenti ad un “oltre”.
Domenica Luise supera il limite della parola, dice ciò che non è percepibile, riconosce l’intuizione, le dà voce e sostanza, con una disposizione luminosa che sorprende, avvolge e sospende.
“Cogli la vita”, questo è il titolo di una sua poesia, ma ciò che la poetessa coglie va ben oltre la vita stessa, supera il contingente, sfugge all’apparenza per approdare al mistero, sentito e vissuto come una necessità sostanziale dell’anima.

come i papaveri in estate, bocche
che ridono ai misteri, timbri di ceralacca
su lettere strettamente personali da cielo in terra e le più dolci
ferite …

Sono versi di puro colore, di luce che esplode e si tinge del rosso dei papaveri estivi, divenuti metaforicamente  timbri di ceralacca da rompere e spezzare, sigilli di un inconoscibile che si palesa attraverso richiami, simboli, intuizioni.
Non stupisce che Domenica Luise sappia scrivere così limpidamente della luce e dei colori, cui la stessa luminosità dà consistenza e risalto, perché, oltre ad essere poetessa, è anche pittrice.
Il percorso poetico di questa straordinaria autrice si traduce in un’evoluzione cosmica ed empatica, una scoperta personale, mai però solitaria e perennemente condivisa, che conduce allo svelamento di quella luce, i cui raggi illuminano rapidi oggetti e persone, ma lasciano lo stesso segni evidenti a chi li sa cogliere:

Il caleidoscopio ricompone l’immagine
con l’ultima tessera d’oro.

Ecco, ora vedo. Quasi.

Verissimi poi ed autoironici i versi del quotidiano :

E non dovrò più tagliarmi le unghie
nemmeno entrare e uscire da una porta
o tingermi i capelli.

In essi l’autrice sa darci la misura del tempo, dei suoi limiti e delle sue costrizioni, che solo la poesia è in grado di scavalcare e ridurre a libertà :

Libera poesia e fiato semplice.

 E ancora:

le ore
si sgomitolano, fili di seta
sulle palpebre.

Il tempo e la materia, con cui necessariamente dobbiamo confrontarci, riconoscendone la nostra sostanza (l’essenza è oltre), non sono visti da Domenica Luise con freddo distacco intellettuale, in essi e di essi siamo noi, gli altri, il nostro reciproco parlare, gli affetti, la permanenza degli stessi nelle cose.

Così in “Ignari o quasi”:

Ognuno ha la sua goccia

E più avanti :

Esistiamo. Pianeti di contrasti
in orbite senza occhi per vedere
sufficientemente
gli strani umori dell’erba
le galassie di cui siamo il granello.

 Ma:

ciò che sorprende
è l’ordine e come scintillano la notte
lucciole nelle siepi e stelle.

Questo essere a metà tra la  materia,  il tempo, la  morte e la tensione, la necessità di un infinito, che è bellezza, pienezza, luce, fanno parte di noi, ma quello che si percepisce chiaramente nei versi dell’autrice non è un’opposizione radicale, un’insanabile dicotomia, bensì un saper  accogliere la vita  anche nei momenti più strazianti e difficili, con amore e carnalità, con concreto gusto e sapore.

La vita allora diviene ad un tempo tramite e percorso.

Così in “Gluoni”:

Coincidenza di inizio e fine nel momento perfetto
amore pensiero slancio gratitudine
perché la scintilla della vita ha appiccato.

Vi è in questa lirica un profondo senso religioso e metafisico:

Dov’è Dio?

 Così battiamo parole sui tamburi di pelle
inchiodate nella terra dei morti
in Golgota nuovissimo quotidiano. Qui
e ora.

 Un sentimento che apre al trascendente e si fa via via più forte, più incalzante nella ricerca di una risposta senza conferma , che cresce e culmina nel climax dei versi:

L’origine
ignota del tutto ignoto quasi per intero
irrisolvibile indicibile non immaginabile
imprevedibile. Strano.

Ma la luce trova in noi il suo limite, ci illumina per poi riverberare e lasciarci all’ombra del corpo:

E noi qui dentro sempre oltre.
Addensamento oscuro
per eccesso di luce.

Stupendo l’accostarsi degli ultimi due versi, in cui il significato delle parole è ribaltato in ossimoro nel riuscito tentativo di esprimere la disorientata certezza di un sentire, cui il linguaggio non sa offrire termini precisi.

Le parole poi, come in “Argentea”,  hanno colori, sfumature:

 Tutti i colori delle parole
dal prato
all’eterno, così
ecco
perché?

E contrastanti, scomposti climax:

Poi prima
ora
.

La poesia, sembra suggerire l’autrice, in sintonia con la pittrice che è in lei, deve saper scegliere i propri colori dalla tavolozza dell’anima; qui si esterna l’abilità del poeta, il suo talento, nel compito difficilissimo di riprodurre “formalmente” l’ineffabile: ricordi, sentimenti, sensazioni, slanci del cuore.
Si veda la chiusa della lirica :

 Libertà fra le mani e le foglie, quali
fragranze ai giorni. Il mercurio
delle parole che restano
in memoria. Ho spalancato
quella persiana.

Domenica Luise, conosce il “linguaggio delle parole”, così come possiede quello dei colori, e credo che entrambi siano così vivi in lei perché l’artista, il poeta sa abbandonarsi al mistero, al magico, come l’autrice dimostra nella sua “Violetta e l’omino di neve, in cui i protagonisti della fiaba non possono toccarsi: quel loro fortissimo essere uno di due non può avvenire che per un attimo e solo per l’innocenza di un cuore bambino, che non teme di farsi del male e forse di farlo ad altri.

Il tempo di una fotografia in bianco e nero,
d’altri tempi
feriti dall’innocenza. Poi
la bambina tornò di corsa in casa, al caldo
e lui restò fuori finché il freddo durava, l’indomani
si era squagliato per quella carezza.

L’ispirazione poetica, ci suggerisce l’autrice, nella poesia: “Non soltanto patate”,  è sempre presente, anche quando entra nel quotidiano, nella scelta culinaria di quale sia la ricetta in quel momento più appropriata.
Ma è sempre lei, la poesia, la figlia prediletta, quella che dà vera gioia. Come una pietanza ben cucinata,  Mimma ne nutre i lettori, offre davvero se stessa “scarnificata”, eppure mai così intera nelle sue … domande inesauribili.

Flavia Isetta

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Cogli la vita

come i papaveri in estate, bocche
che ridono ai misteri, timbri di ceralacca
su lettere strettamente personali da cielo in terra e le più dolci
ferite
con quel colpo nello stomaco dove la fiamma
ha toccato e appiccato.

Dalla goccia al mare in schiuma d’onda.
E non dovrò più tagliarmi le unghie
nemmeno entrare e uscire da una porta
o tingermi i capelli. Libera
poesia
e fiato semplice.

Il caleidoscopio ricompone l’immagine
con l’ultima tessera d’oro.

Ecco, ora vedo. Quasi.

Buonanotte, le ore
si sgomitolano, fili di seta
sulle palpebre.

.

Ignari o quasi

Ognuno ha la sua goccia. Così andiamo
infiniti
ascoltando il brulichio
di vermi e grandi ali
con colori e tutù e dna.

Esistiamo. Pianeti di contrasti
in orbite senza occhi per vedere
sufficientemente
gli strani umori dell’erba
e le galassie di cui siamo il granello. Il giro
di un’armonia che non abbiamo suscitato
in equilibrio nel vuoto
fra altri equilibri e intelligenze
e grosse pietre che si muovono, ciò che sorprende
è l’ordine e come scintillano la notte
lucciole nelle siepi e stelle. La vis a tergo
del sangue nei nostri corpi. Nascono
crescono muoiono nascono.

.

Gluoni

C’è un’ala che batte libera da qualche parte
o è il cuore? Si può volare
con un’ala? Se la luce mi prendesse
ancora dalla pietra. Strano, crescono
unghie e capelli, il tempo
è dritto, ha inizio durata fine, quale Maciste
ha la forza di piegarlo a cerchio
e farne un punto? Gluoni
è una parola strana che mi piace
misteriosa, ecco. Imbevuta
come il pan di Spagna della torta nel suo liquore.

Coincidenza di inizio e fine nel momento perfetto
amore pensiero slancio gratitudine
perché la scintilla della vita ha appiccato.

Dov’è Dio?

Così battiamo parole sui tamburi di pelle
inchiodate nella terra dei morti
in Golgota nuovissimo quotidiano. Qui
e ora.

Dagli effetti li distinguiamo
ma non si lasciano acchiappare. L’origine
ignota del tutto ignoto quasi per intero
irrisolvibile indicibile non immaginabile
imprevedibile. Strano.

E noi qui dentro sempre oltre. Addensamento oscuro
per eccesso di luce.

Le domande zampillano trafitte.

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Argentea

Tutti i colori delle parole
dal prato all’eterno, così
ecco
perché? Poi prima
ora.

Fummo saremo
siamo. E soltanto
un punto di ossa e sangue
momentaneamente animati
che si toccano
forse
a sprazzi, ma osiamo
dire per sempre.

Ricordi le favole? I giochi
e il meglio che avemmo, quando
sognavamo il radioso avvenire
per il quale bastava studiare
e che poi venne, con la luna
dietro la finestra
a bussare sull’albero di arance
e i figli e i nipoti
e ogni caduta sotto la croce.

Libertà
fra le mani e le foglie, quali
fragranze ai giorni. Il mercurio
delle parole che restano
in memoria. Ho spalancato
quella persiana.

.

Violetta e l’omino di neve

Vuoi giocare con me? È capodanno
e ti faccio un regalo. Balliamo, così
non avrò più freddo. Abbiamo
gli occhi innocenti entrambi
e bianchi e belli. Ridiamo
in faccia alla vita di cui tutti si lagnano
incominciamo per primi? Lo so, sembra
impossibile.
Adesso ti racconto la favola
dell’omino di neve triste, che cercava
la sua donna di neve, ma invece
trovò una bambina calda, che lo squagliava se lo toccava
e che rabbrividiva al bacio accennato
ed al respiro.
Così
aspettarono un poco vicini e lei
si stringeva le mani nei guanti e lui
pensava di avere un buco al posto del naso
e un altro buco per bocca e due buchi
come occhi e il mento a punta e non era un bel vedere.
Il tempo di una fotografia in bianco e nero, d’altri tempi
feriti dall’innocenza. Poi
la bambina tornò di corsa in casa, al caldo
e lui restò fuori finché il freddo durava, l’indomani
si era squagliato per quella carezza. Iridescenza sull’acqua
che scorreva accanto al marciapiede.

.

Non soltanto patate

(Bollite? A frittata oppure al forno?)
sbucciarle mi distende,
arriva sempre l’onda poetica: ho l’universo
come una pietruzza nel palmo della mano
mentre con l’altra lo proteggo. Ed è
un figlio appena nato
frignante e scoppiettante
vivo. Simultaneamente
ne sono contenuta, gestita,
partorita e nutrita. In delizia.

Chi è un verme con due occhi? Non io,
non io. Amata
dalla vita totale
come se ne fossi l’unico germoglio
in presente, passato e futuro. Filtro
poroso
alla vittoria (sul tormento umano
oppure sugli altri vermi?).

E non saprei creare una patata
né farla venire fuori per evoluzione
da chissà che
spuntato misteriosamente
in migliaia (o milioni?) di anni
strani. Le sbuccio,
le cucino e le mangiamo: sono buone di sale?
Io ne metterei un altro pizzico (e qual è
l’origine profonda del sale,
il primo input?).

Lascio che gli altri (alcuni?
pochi? tanti?)
ridano
delle domande inesauribili
scarnificando i tuberi e me stessa.

.

Dice, l’Autrice, di se stessa:

fin da piccolina ho avuto spiccate tendenze artistiche. Disegnavo continuamente, studiavo le onde dei capelli, le posizioni degli occhi, poi passai alle mani, difficilissime per me. Contemporaneamente, sui cinque anni, appena imparato a scrivere composi la mia prima poesia dedicata ai morti e prontamente strappata dalla mamma. Così la mia secondogenita la dedicai a lei e da allora in poi non la finii più. Papà mi insegnò a contare le sillabe e inventare le rime, io prendevo questa cosa molto sul serio.
Nel giugno del 2008, con l’aiuto delle mie amiche virtuali, perché personalmente col computer sono e rimango imbranata, ho aperto il mio primo blog su splinder, che nel novembre scorso ho faticosamente e con tragiche vicissitudini trasferito su wordpress poiché splinder chiudeva http://usignolamimma.wordpress.com/
Preferisco dimenticare la pubblicazione, quando ero giovane, di due libri di poesie, l’editore ha pagato lui le minime spese iniziali, ma poi ha buttato le vendite sulle mie spalle. Allora ho capito che o prima o dopo ti fanno comunque pagare e rivendere (regalare, più che altro) il tuo proprio stesso libro e da allora mi ero rassegnata al cassetto, ma ho comprato, nel 1998, appena andata in pensione (ero una professoressa di lettere felice e appagata all’Istituto Professionale) un po’ prestino per motivi di salute, il miglior computer allora sul mercato ed ho imparato ad usarlo per scrivere e per la grafica componendo i miei libri come volevo.
Adesso sto mettendo le mie cose su internet, qualcuno mi segue e ci scambiamo affetto e poesia: mi basta.
Recensisco volentieri, sul mio blog, i poeti quando li considero validi e scriviamo poesia appassionandoci vicendevolmente. La poesia va anche presentata alle persone in maniera organica e cronologica, secondo i diversi periodi storici e gusti letterari. La gente non è preparata al trauma della poesia moderna e alla sua apparente incomprensibilità, non l’accetta, ne ride piuttosto.
Sono presente anche in alcune antologie, ma ho in animo di dare inizio a una casa editrice guidata da donne per diffondere, specialmente nella scuola che amo, libri di valore a basso prezzo. Intendo iniziare con la mia fiaba dell’usignola stonata, che va bene dalla quarta elementare e anche prima, l’ho trasformata in fumetto e i bambini potranno divertirsi a colorare i numerosi disegni.
Se questi sono sogni in cui credo soltanto io, mi fanno bene e me li tengo.
Li dico pure: hai visto mai che qualcuno al mondo mi dà retta.
La gente non è così cretina come sembra, io ho fatto poesia moderna all’Istituto Professionale sia ai ragazzini appena usciti dalle medie che a quelli da portare all’esame di maturità, sono stati stupendi, hanno studiato, letto, alla fine scritto poesie sul giornale d’istituto da me diretto, e nessuno (tranne me) avrebbe dato per loro un soldo bucato.

Domenica Luise