Liliana Zinetti

18 novembre 2014

zinetti-liliana

                             

                                          
Sappiamo l’autunno, eppure
scriviamo poesie sulla lamina delle foglie.
Servirebbe un posto dove stare, un piccolo
momento perfetto, una mosca cieca da grandi
con le mani sugli occhi e, tra le dita,
la risata del sole.

Servirebbe non pensare allo scricchiolio
delle cose, al cedimento di ossa e profili.
Vedi, qualcosa passa (ed è già perduto)
senza aver avuto un nome.

Vita che ci regala albe e sogni e oscurità
la ruggine di chiavi che non aprono le porte
e vetri scagliati d’improvviso.

Il ragazzo si è gettato dal terzo piano.

(Un Dio distratto/un’accelerazione di molecole?)

L’hanno portato via a sirene spente
nell’aria chiara di aprile.

Hanno pulito il sangue, tutto
                       era come prima
solo gli alberi
andavano come pensieri nel vento.
                     

*

Gli uccelli si sono chiamati per tutto il giorno,
sono andati sgombrando il cielo
di voli e traiettorie, stretto nel becco
il segreto. Insonne, urto gli spigoli
di tutte le domande.
E un rumore di vetri affila
la lama della luna, precipitano
nell’emorragia di stagioni
le vene degl’inverni. Quel qualcosa di noi,
fiato di bestie macellate
nel mattatoio di una luce
che scoperchia le tombe e
dissemina polvere di fiori,
alza mani dure nella notte
chiede la sfera perfetta nell’esatto silenzio.
Gli stormi sono bruciati nel rogo delle stelle.
Una piuma volteggia
                         si posa
                            pesa.
Cose così, nel solo ordine riconosciuto:
saracinesche e siepi, ossa.

da Nel solo ordine riconosciuto, L’Arcolaio, 2009

                                
                                            

Il paesaggio è crollo
– rotaie, canali, febbre, allarmi, tangenziali
(chi lo guarda, lo inventa)
Tira un vento cattivo, si dice, ma il vento
è solo vento
e se morde gli alberi non lascia ferite.
Mano che scrive un nome, decide
senza sapienza. Siamo colpevoli, tutti,
di qualcosa. Invochiamo solamente
una pena equa, ma in ogni inizio scontiamo
l’assedio dei morti.
                                      

La mano che consegna segni alla neve
conosce la bufera, spezza il pane
per la fame dei defunti
buio fino alla nudità estrema
al nerbo che si tende, schiocca,
spalanca d’improvviso le finestre delle case.

 

                                    
 *

Veniva una dolcezza
una piccola felicità
col canto di uccelli in volo
sospesi nel momento
Talvolta bastava.
L’alba sorgeva pulita,
bambina.
                                      

Oggi le parole vengono con il colore
della luce stretto nelle gole degli uccelli.
Ascolta, la nota
che non sai tradurre vola
tra le nubi a sussurrare l’inesplicabile
segreto dei fiumi. La pioggia
laverà l’aria, scintillerà il paesaggio
disteso come un lenzuolo al sole,
troppo chiaro per l’ombrato sguardo delle cose.
Traboccheranno di suoni le gronde
per la sete degli uccelli, il canto
raccolto dagli alberi
trascritto di foglia in foglia.
Aria e terra, allegro,
un bimbo salta
in una pozzanghera di vermi e stelle.
                          

da I cipressi di Van Gogh, Ladolfi, 2011
                                
                        
                             

E così nella luce
bagnata da una pioggia insistente
lui torna e attende
attende di rinascere, la barba
ruvida sul viso di una bambina
                              

ora che rombando si alza l’asfalto
e la notte scioglie i capelli.
                             

Ha tra le mani fiori di campo con
i colori spenti che sono diventati.
                                    

Mi guarda
come prima di scivolare
nel buio. Ha i miei occhi.
Nessun merlo, lo sai,
canterà primavera.
                                   

da Improvviso il mare, L’Arcolaio, 2012

 

V

Un raggio lunare nell’azzurro d’aprile un’inquietudine sottile (non vento, brandelli) abita il giorno eppure il sole è sui tetti e l’ombra è andata col suo nero oh ma è solo la casa che lamenta il suo vuoto pesce squarciato coi visceri a marcire al sole gli occhi bianchi e asciutti è solo la casa tranquilla nulla è accaduto perché nulla è stato non era casa non è mai stata casa non è mai stata davvero casa. Vendesi appartamento di recente costruzione, mai abitato, vero affare. Astenersi perditempo, ne è rimasto poco.

                            
VI
                                       

Con un latrato il vuoto rimbalza tra le pareti. Chiudo le imposte, vado via. Non guarderò più la pioggia da queste finestre, la neve posarsi sul prato. Per altri fiorirà il giardino. Chiudo la porta per l’ultima volta – non ripeterò più questo gesto – sarà un altro come l’azzurro di oggi non sarà quello di domani svaniranno le impronte – non saremo stati. Chi perpetrò l’infamia avrà una vita felice nessun rimorso nessuna giustizia. Non indietreggio non cado vado con il nulla alle spalle: pronta per le stelle.

VIII

È tempo di attese questo, ma io ricordo solo domani che ripetono i gesti consueti consunti la linea della terra prosegue oltre me che rido degli orizzonti scarni degli imbecilli pur sapendo il mio ancor più ristretto è una questione di proporzioni di quanta vita e consapevolmente posso pure attendere allegramente la morte giocare un po’ con lei, prima , e vezzeggiarla blandirla anche con le parole come fossi veramente un poeta e non una che non è mai partita.
                           

Essere cosa.
                                    

Accadde che l’immagine penetrò lo specchio.
Vi si stabilì incurante del suo patire
e degli scricchiolii, di un inutile contorcersi.
C’è una sofferenza che attiene anche agli oggetti.
Invano lo specchio tentò di cacciare
l’oscuro intruso, invano si sforzò di rimanere
intatto. Cedette, si frantumò
in minute schegge, così
lesta l’immagine scivolò via, si diresse altrove.
                                    

Ma era solamente uno specchio,
una cosa
e questa non è una poesia.
                                              

da Minime da una fine, CFR di Lucini, 2013

                                   
                                       
Settembre. Fuochi sulle colline.
La vita che non ha afferrato, distanza.
Sera stanca, strade di lumache d’argento.
Accarezza il suo cane.
Alberi strade cortili non la riconoscono,
chiuse le porte delle case.
Rumore di zoccoli, cavalli neri
in corsa verso il mare.
Oggi è quel giorno che si ripete
incessante. Non puoi cambiare
quello che è stato.
Accarezza il suo cane
che nella terra dorme.
                               

*

Si cade perché si deve cadere
senza un luogo o un altrove
assenti anche a se stessi.
Sta diventando un’altra.
(Devi decidere: serpe o fiore?)
Ride, la bocca invasa dalle mosche
un groppo di vermi annidato nel cuore
chi va sicuro di sapere.
Chiedi una risposta, una, una sola.
Ma la serpe scatta
e s’avvinghia al fiore.

*
Era nell’approssimarsi
nella linea che taglia
tra il non detto e l’indicibile
era qualcosa che muoveva alla morte -
tu che parlavi tra gli slogan e il buio
e il buio si raccoglieva nelle mani
e le mani pregavano per una fine.
Una luce incerta
si legò a un destino, precipitò in una frase.
I luoghi non erano stati.
Dentro la commedia
la bambina morta ripeté
un’antica filastrocca, poi più nulla.

Perché nulla rimane dopo il male
lingua ossidata, carcerata alla gioia,
ma più forte preme la vita
il bene che non è mai servo
non si svende all’utilità e ai commerci
muove i gesti e il respiro dei nomi
si fa carne e sangue
                                           e ascolta.

(inediti)

 

 

Liliana Zinetti dice di sé:
sono una che scrive. Nel tempo disperso, rincorso. Le stelle del mio cielo sono i figli, le nipotine.  La poesia, i libri, la musica; poco d’altro. Mi capita di vivere, ma non spesso come vorrei. Oggi conto le perdite e i guadagni, ma non c’è perdita né guadagno.
Non c’è nulla di misurabile. Mi contraddico? Io sono una contraddizione.
Per conoscere meglio le sue opere attraverso recensioni e critiche varie:
http://spaziozero54.altervista.org/critica/  

Blumy Sotis

11 novembre 2014

blumy

 

Ho imparato l’addio

Ho imparato l’addio dalla mia culla d’acqua,
l’amnio che mi nutriva e mi narrava la mia storia
nella lingua degli uomini.
Innocenza e sogno era ancora lo sguardo
dentro il blu della notte,
quando l’infanzia raccontava di stelle
che sfilavano via e nell’incanto,
nel mistero del brillio c’erano tanti si.
Si per la mia piccola vita di bambina,
si per quelle notti a cielo aperto sfolgorante,
si purchè finisse lì, senza domande.

 

 

Il sonno mi ha raggiunto

Il sonno mi ha raggiunta mentre percorrevo
strade di rose, e non so ancora se fosse sogno
o se camminassi in un mondo parallelo
dove tutto è leggero, persino allontanarsi
da se stessi; con un battito di ciglia
salutare ciò che rimane intorno,
ciò che di noi veniva raccontato
e continuava. Adesso il battito cessava
o, forse, s’era assopito per un poco
e non c’era coscienza del distacco
nè dolore (come accade quando qualcuno
se ne va e non c’è nessuno a salutarlo).
Vorrei, quando la pioggia diventasse neve,
e poi la neve fango scuro,
addormentarmi tra le rose.

 

 

La bambina kamikaze

Io volevo essere scoppiettante, scintillante,
una stella a cinque punte,
essere una fioritura di luce e gelsomini,
vestirmi di lucciole e di luna,
andare in alto come fanno gli aquiloni,
contare fino a dieci e poi scoppiare
in atomi di luce, essere io la luce
in un gioco immaginifico,
un giogo che mi ha stretto dentro il buio ,
dopo lo scoppio mi ha trascinato in mezzo ai morti,
nel buio nella cenere nel nulla.
Io che volevo essere unica.

 

 

da Poesia dello spiraglio e della neve

Il piede del bambino più piccolo
è più grande d’ogni tuo pensiero
Cosa mangia la foglia adesso?
Il pianto del bambino più piccolo
ha coperto il tuo canto, il mondo
sta strillando sull’altare
Il fiume, il salice, la porta. Il tronco spalancato
Ti cadono le foglie dalla testa, te ne accorgi
( vedrai la spalla del tuo vicino )
Vedrai la spalla del tuo vicino alta nel segno nero
Nel filo di fumo azzurro vedrai quel fiume
e il monte lì vicino, vedrai un ramoscello
argento che sale, sale…
È così che testimonia il ramo
È così che il sasso ritorna alla sua storia
Ci sono vetri dappertutto, Usov
sei pieno di schegge in testa.

 

 

Non pulite la casa

non pulite la casa
la casa
la casa è per i morti.
camminano a piedi nudi, in silenzio,
e con un occhio solo
vedono tutta l’esistenza
i monti gli alberi
il mare
in cui nuotano i sogni annegati
i morti stanno in un’anticamera,
in attesa su un letto già rifatto
e aspettano, aspettano
che il buio li faccia entrare
attraverso la sua porta scura
e affilano la lama del dolore
per squarciare l’ultimo velo,
per attraversare
l’ultimo giardino

 

 

I suoi blog: Lettere senza destinatario   e Visioni

 

 

 

 

 

 

Antonella Lucchini

4 novembre 2014

anto

INTRODUZIONE

Le quattro poesie che ho inviato rappresentano in maniera chiara la mia poetica. Dovessi definirla utilizzerei il termine confessionale. Ogni poesia è il risultato di un viaggio dentro me. Ogni poesia traccia piccoli frammenti del mio mondo interiore, fatto di disagio, fragilità, delusioni, dolori (morti, abbandoni), amore, ribellione, ambiguità.
L’amore, declinato molto spesso in eros, è senza dubbio il tema centrale di tutta la mia produzione: amore che salva, amore che uccide, che c’è e che c’era. Ma largo spazio trovano anche l’introspezione (le poesie che leggerete hanno questo plot) e la figura della donna, soprattutto della donna violata.
Le opere che Vi presento sono frutto del grande lavoro di analisi (azzardo, se dico psicologica?) che la poesia mi aiuta a fare. “LA MIA GENESI” 1 e 2 sono il ritratto vero, senza alternative e senza scampo, del mio essere donna e poeta. Trovo molto significativo e alquanto sconcertante che le parti (1 e 2) siano in qualche modo invertite: La mia genesi 1, la prima nata delle due, è il ritratto di me che scrivo, di me poeta, quasi a voler dire che prima di essere donna sono le “cose che scrivo”, ma visto che le “cose che scrivo” sono io, probabilmente tutto acquista più senso. Di più, la poesia è il modo più alto e più “mio” di essere e soprattutto di esistere, uno “scrivo dunque sono”.
La mia genesi 2, invece, è il ritratto del mio Io donna, scritta per la maggior parte come se dessi voce al mio/miei creatore/i, sotterfugio che mi serve per parlare del mio modo d’essere e della mia ambiguità di fondo (non mettiamole confini/cosicché possa sciogliersi/su labbra di fragola/o schiantarsi/per una penetrazione potente), come se mi vedessi dal di fuori. L’incipit di questa poesia è quasi una risposta, un po’ stizzita, al famoso verso di Merini (Sono nata il 21 a primavera), mentre la chiusa riprende la bellissima “Lady Lazarus” di Plath e il suo senso di sopravvivenza e resurrezione. Non a caso due esponenti, in anni diversi, di quel confessionalismo che esprimo e che mi contraddistingue.
Le altre due liriche sono entrambe incentrate sulla mia difficoltà a vivere, sul difficile rapporto con le giornate sempre uguali (lo posso definire spleen, senza dubbio) e sulla ricerca di un sollievo alla fine (Ogni grata ha il suo sfiato di luce/Io lo cerco ancora).
Vorrei evidenziare, ora, una caratteristica che credo mi identifichi, come autrice: la sintesi, che si risolve sia nella brevità, a volte “estremizzata”, del testo (come nel caso di LA LUCE), sia nella sua essenzialità di esposizione.
A livello grafico e di scrittura risultano poi molto evidenti gli spazi bianchi tra i versi (la mia ultima silloge si intitola “Il margine bianco” proprio per questo): è la poesia stessa, durante la fase di creazione e di stesura, che li richiede, una sensazione fisica di dover inserire una sorta di pausa che serva sia per evidenziare il singolo verso sia come offerta di una riflessione al lettore già in fase di lettura.
Un’altra sottolineatura che vorrei fare riguarda il metro scelto. Il verso libero, sciolto, è stata subito la scelta, o la non scelta, visto che ho iniziato a scrivere così, istintivamente, senza pormi il problema della metrica classica. Ultimamente però e spesso, in alcune poesie in particolare, sento la necessità di dare un confine alle mie parole e qui si inserisce la ricerca dell’endecasillabo e del settenario, alternati: “LA MIA LUCE” ne è un esempio.

 

 

LA MIA GENESI (Parte prima)

Un punto di partenza non è mai
indolore

(non si nasce nel sangue?)

Tutte le nascite che viviamo
in vita

dalla prima all’ultima
iniziano con la caduta, l’urlo.

Questa mia ultima
che vagisce di parole,

una genesi nata sulle morti
-thanatos athanatos -

è la più convulsiva,

epilettica creatura che si fa male da sé
per sopravvivere.

Si accoltella per vedersi più da vicino
nel dentro più inaccessibile

- il magazzino dei fantasmi -

Non si torna in superficie se non dal fondo

non si ricomincia a mangiare l’aria
se non dopo la claustrofobia.

Poi
lo scrivo, che mi sono vista,
che i demoni mi hanno parlato
e che, per il tempo di sverginare un foglio
e di farlo leggere

mi hanno sciolto le catene.

 

 

MOLTO DI PIU’ LA NOTTE

Perforo i giorni con le spalle

sollevate poi abbassate poi sollevate
come a dire
che ci posso fare? Il giorno accade.

Lo azzannerei al collo
succhiandogli tutta la vita che lo fa stare qui

con tutto il suo tedio
con tutto il suo assedio.

Molto più carezzevole è la notte

che mi nasconde
agli occhi spaccati del mondo.

 

 

LA MIA GENESI (Parte seconda)

Io invece sono nata d’aprile
quando la primavera è già prepotente.

Per una commistione di eventi
e di strani strali

qualcosa non deve aver funzionato.

“Diamole colori caldi
che si veda che viene dalla terra;

esitiamo, però,
e lasciamola fragile e friabile
al suo interno,

che sia duttile
che si adatti come marea sinergica
agli eventi (a tutti)

che indossi come guanti a misura
felicità (q.b.) e dolore (abbondante).

Facciamole conoscere l’amore illimitato

non mettiamole confini

cosicché possa sciogliersi
su labbra di fragola

o schiantarsi
per una penetrazione potente;

che muoia infine

- fino al limite da cui sembri insperato retrocedere -

per cuore di uomo o di donna.

Creiamole l’illusione
(e lei sì, ci crederà)
che una parola sia vera e non solo viva
ogni volta che nasce ogni volta che si sente;

passerà il tempo a raccogliersi
dal pavimento.”

L’imprevisto:

sono anni che muoio e risorgo.

“Lady Lazarus” ha imparato , ormai.

 

LA LUCE

Ogni grata ha il suo sfiato di luce.
Io lo cerco ancora.

 

 

Antonella Lucchini nasce a Mantova, dove tuttora risiede, nell’aprile del 1964. Diplomata al liceo linguistico, dopo aver avuto una breve parentesi universitaria, lavora per un decennio, come segretaria, presso una grande azienda del mantovano. Ora si occupa di famiglia e scrittura a tempo pieno. La passione per la scrittura si affaccia al liceo, ma resta un esercizio personale, privato. Abbandonata per molto tempo, tre anni fa ritorna prepotente, dopo una serie di vicissitudini personali che, evidentemente, trovano nella scrittura, nella poesia in particolare, la via di fuga perfetta per alleggerire l’anima.

Inizia a pubblicare le sue poesie sul web, iniziando con la poetica haiku, dedicandosi poi completamente alla poesia tradizionale mantenendo però le caratteristiche di sintesi e di illuminazione (per dirla alla Baudelaire che, insieme a Pizarnik, Ungaretti, Pozzi, sono le letture che più l’hanno ispirata). Partecipa ad alcuni concorsi letterari, ottenendo premi, segnalazioni e l’inserimento di alcune sue opere in diverse antologie . Una sua poesia è inoltre presente nel volume “L’indice delle Esistenze – Vite in frammenti “L’AMORE” dell’editore Aletti.  Agli inizi del 2013 pubblica la sua prima raccolta, “Tra morsi e strida”, per la casa editrice REI. “Il margine bianco” (Ed. Divinafollia)  è la sua seconda raccolta, con la quale focalizza lo sguardo su Amore ed Eros.

In rete, alcune sue opere sono inserite nei blogs:

 

poesiaurbana.altervista.org/antonella-lucchini

cartesensibili.wordpress.com/tag/antonella-lucchini

scrittinediti.wordpress.com/2014/05/15/poesia-del-disamore

wordsocialforum.com/2014/07/02/inediti-di-antonella-lucchini

Emilio Capaccio

28 ottobre 2014

 

 

 

 
Mancanza

A volte, a momenti, nel luogo dove cade la mancanza,
sento la voce delle cose che non sono accadute,
più viva della voce delle cose reali.
E l’attesa che spendo
senza vedere chi si compiono
è una vitale inesistenza
a cui tendo l’aspirazione e vivo,
come fosse il mio corpo sostanza e desiderio
di tutto quello che mi manca.
E il tangibile delle cose
che filano il succedere del caso,
come spina dorsale posticcia ed elementare,
mi pesa addosso
in uno spazio di strade e aria.
Sento la vita appropriarsi
d’insopportabile gravità evanescente,
ogni giorno passare
con minore appariscenza,
indefinendomi
nella noia delle cose che ho avuto.
E tutto quello che ho sognato,
tutto quello che non ho amato,
in un boato profondo m’innomina
con un biasimo incessante
d’illibata vita perduta.

 

Silentium

In questo assiduo tacitare sono cresciuto
e ho sorriso tanto, dopotutto! …
ho sorriso di un sorriso solitario.
Sono cresciuto e ti dico:
non attendo il Tuo parlare,
non sia mai Tu debba dirmi
che non sei come t’immaginai.
Vado a rischio
anche in questa estrema illusione,
più avventato ora che i tempi stanno passando,
perché per ardere la fiamma
sull’ultimo cero
deve necessariamente credere
che non può esistere il vento

 

Chiedete di quest’albero …

Chiedete di quest’albero che serena il giardino.
Inimico del vento.
Filosofo della calma.
Al rossastro, all’argento, all’azzurrato rame
s’anima un cenacolo d’uccelli letterati
che dibattono e canzonano
l’apologo della stagione.
E sotto l’ombrello ramato,
alle cime più erte,
alle foglie più chiassose,
alle campane dei frutti che si colorano a ciocche,
sogna e si svuota il mio occhio,
e dimentico le cose,
e dimentico il mio nome,
sedato dalla canzone,
sospirante e cieco nel bromuro di primavera!

 

Nel passare

Ora sogno, la notte.
(Solo la notte!).
Certi sogni che si sforzano di finire,
svogliatamente!
Esistono un istante fuori dal tempo senza chiedermi niente.
Ora capisco il difetto della logica,
la parzialità dello sguardo,
il valore dell’inconcludenza.
E’ necessario che nulla sia compiuto.
(Il mio passo incompiuto!)
Questo è il mio amore,
il mio dispiego,
come una presenza di cosa inesistente.
Nel passare,
di qui e altrove,
un irrefrenabile,
onnicapiente non essere stato!
Tendere a un punto d’assorbimento, finitamente! …
Senza frangersi sulla materia dell’orizzonte!

 

La fuliggine

Quando sento che qualcosa di tragico mi attende,
di più semplice,
di più categorico della stessa vita,
che, come un angelo reticente,
non potrò riferire;
quando considero che me ne andrò in fretta,
senza una parola,
con un gesto trasognato di foglia,
in nebulose di tempi ammassati
dal peso inconsistente
e tutto il mio essere andrà perduto,
mi unisco a volte
con affetto,
con tristezza
(nelle fredde campagne di un qualche inverno
in cui mi trovo a camminare)
al volo onirico e solitario della fuliggine
che un tempo fu scintilla.

 

Morirò di domenica

Morirò di domenica.
Ho da lavorare gli altri giorni
e alla sera devo annaffiare i miei gerani.
Se è necessario
che io debba scendere il fosso
sarà di domenica
sarà un pomeriggio di sole.
Anche il sole morirà.
Così dicono!
Anche lui di domenica.
Anche lui ha da accudire le sue piante
e le sue disgrazie fuori dal balcone,
ma la sua morte
non volgerà tanto rapida come la mia.
Sarà sulla bocca di tutti.
Ne parleranno allo radio e nei saloni dei barbieri.
Ne parleranno i rotocalchi.
Diventerà dapprima cieco,
gradatamente,
ammalandosi di una qualche inettitudine.
Poi accosterà le tende
su una notte che strapiomba di primo mattino.
Più nessuno dovrà mettersi in testa occhiali scuri
come cerchietti per i capelli
e non dovremo più spostare indietro
le lancette degli orologi.
Quante cose non dovremmo più fare
senza l’impiccio del sole!
Anche la Morte morirà
e non tornerà più a prenderci.
Così dicono!
E la storia persino quella morirà.
E allora che cosa partoriremo?
L’Amore, l’Altruismo
e tutto ciò che adesso non abbiamo!
E avremo una settimana più corta di un giorno
e piena di cose da fare
e altri fiori da sfogliare,
senza più dover lasciare i piatti sporchi nell’acquaio
o il latte aperto in frigo, la domenica.
Non ci saranno domeniche.
Così dicono!

 

Chi mi aspetta

Vado con volto inapparente.
La casa è lontana.
E’ dove si nasconde il treno del ritorno.
Mi mobilita il tempo.
Mi dirigo come un fantasma.
A tratti, ad ogni istante,
appaio in posti più vicini,
prossimo al risveglio.
La casa è sommersa,
dove l’azzurro dell’arrivo cola altre tinture
e manda cartoline agli uccelli.
All’uscita della stazione una bimba
mi aspetta tutte le sere,
su un manifesto sgualcito che dice:
- Scomparsa il sei dicembre -
Mi sorride biancamente.
Pensa: «Che stupidi! continuano a cercarmi
ora che è facile incontrarmi
in ogni invocazione!»

 

 

Emilio Capaccio è nato a Salerno il 16 maggio del 1976. Si è laureato in Economia e Commercio all’Università degli Studi del Sannio nella città di Benevento. Vive a Milano, dove lavora nel settore della sanità.

Ha pubblicato per la casa editrice Pagine un e-book nella collana antologica “I Poeti Contemporanei vol. 16” (settembre 2012) e alcune poesie nell’antologia poetica “Voci d’Autore” (gennaio 2013) e nell’antologia “Attimi” (ottobre 2013).

Per Aletti Editore è stata pubblicata la poesia Verrò a spiarti nell’antologia “Sotto l’Albero delle Mele vol. 2” (marzo 2013) e la poesia Il giorno nell’antologia “Parole in Fuga vol. 9” (giugno 2013).

Per Montedit è stata pubblicata la poesia Ragione d’esistenze dissimili, finalista del premio “I poeti dell’Adda 2012”, nell’antologia omonima (luglio 2013).

La poesia Propositi è risultata finalista al concorso “Il Federiciano 2013” e inserita nell’antologia omonima, copertina verde (novembre 2013).

A giugno 2014 è stata pubblicata (e liberamente scaricabile) nel sito www.larecherche.it l’antologia: Malinconico oscuro: traduzioni di 25 poeti sudamericani inediti, prefazione di Giorgio Mancinelli.

Il link dove si può scaricare:

http://www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=163

La poesia Morirò di Domenica è risultata finalista e premiata al concorso di poesia internazionale “Viaggio di Versi” III edizione, a cura della rivista letteraria “Poeti e Poesie” diretta da Elio Pecora (agosto 2014).

Antonella Pizzo

21 ottobre 2014

Antonella Pizzo

 

 

2014

Tu che sai tutto e tutto hai fatto
creato e ricreato a piacimento
per chi non sa e non conosce i segni
la brina la brezza il vento
i nodi e delle maree la forza e la fatica
perdona i nostri errori e le mancate scelte
e la violenza della nostra rabbia
che si riversa sul sale tramutandolo
in polvere
in cosa vana

***

dove sta il senso
in un funerale
in una valle buia che dovremo attraversare
nella velocità con cui il software cambia
nello scompenso, nel particolare
nella canzone cantata e
e poi stonata
a volte involontariamente sovrastata
ma tu che apri i cuori e irrompi
nell’odore d’erba che dalla finestra entra
vinci lo stantio e i cardini gorgheggi
tu infinita pazienza induci
e taci , sembra, poi allarghi il petto e di gioia
liberamente invadi

***
Tu mi sai di luminosi e intrecci
di piedistalli rovesciati e sale
sai di gioia che allaga e che trabocca

***

Ho un catamarano in testa, un gran veliero,
una canoa con dentro degli indiani
una tortuga con sopra dei pirati
un tipo strambo mi ha spiegato come è stato
che mettendo tre pensieri in croce dormendo sul divano
alle cinque m’è venuto dentro un sogno strano.
Sorseggiando un the freddo mi sovviene pure
che quella donna vestita di viola voleva che mi buttassi sotto
un volo alto sei metri – risposi – non credo di saperlo fare
ma lei insisteva, e mi propose un doppio volo con affondo preciso nel profondo.
Stringiti forte a me che so volare, tu chiudi gli occhi e poi saltiamo giù
abbi fiducia in me che lo so fare.
Sarà come sarà ma credo che sia meglio per me lasciare stare
starmi tranquilla ad aspettare che arrivi il giorno mio per scivolare
che negli abissi assai non so nuotare.

***
Di tutto delle stelle del cielo
chiaro d’una potenza oltre luce
spirali a pulviscolare nei campi
i sogni che arrivano di giorno a volte
si invertono le ore e il tempo ci precede
si cauterizza ogni errore e si perdona
ogni parola infetta si sana
quando nel poi nel dopo nel sempre
parabolando in volo
una mano si apre a raccapezzarti.

***
Si apriva la valle, si rivolgeva lo sguardo
nei limiti della nostra malizia
sottili fili incastrati nei denti
tu andavi fiera del tuo mutamento e l’ancheggiavi
tutto e delle labbra lo sdegno si incrinava

***
Ti chiamo forte ma forse forte non è troppo
dovrei chiamarti piano sussurrarti o non chiamarti
solo aspettare con un cuore aperto
ma non so dove sta il cuore e che cos’è
se un muscolo involontario dicono
o è l’anima che dall’esofago allo stomaco arriva
se questo corpo serve per chiamarti
ti chiamo come so e come posso
ti chiamo con le mani, con i polsi
con le dita ti reclamo e ti declamo in versi
a capofitto, nel riposino che faccio nel divano
un pomeriggio come tanti
dopo l’ufficio e la merenda insana.

***

2012

Siamo davvero cosa di stelle?
Polverizzate stelle di cose sbriciolate
gravide di sale d’oceani disseccati
pioggia di marte che soffoca
negli anfratti la disperanza
nei tunnel le navi preparate e noi
imbraco e laccio
di lacrime dense di novellose storie
chi lascia le ossa chi i natali
oh morir d’amor d’amor morire
dormire e poi lasciarsi andare
oh la pula di farro e il raccolto
nell’elastico del tempo a catapulta
oh la pula, la loppa, le scorie
il perso e il ritrovato
nel vento il perturbante

***

piogge e spilli sulle pareti estese
di mappe e mondi mai conosciuti e visti
che sulle gobbe sostavano in oriente e alle gelosie intinte
crepitano di cosa andate
sanno gli insetti il segno il sale e la caverna
delle formiche il passo cadenzato
di pupe e di crisalidi la danza
la storia ci trattiene
impasto di rimorsi e pentimenti
ci tiene stretta alle feritoie
da dove passa un sottile taglio

 

 

Narda Fattori

14 ottobre 2014

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Narda Fattori: un percorso critico.

“Il tempo che nel libro di Narda fa da protagonista assoluto non è il ‘macro-tempo’ che accompagna e asseconda i grandi ciclici mutamenti del mondo, non è il ‘tacito infinito andar del tempo’ leopardiano; è piuttosto il ‘micro tempo’ che misura e scandisce i giorni umani, gli eventi che vi accadono e i segni che li mutano: il tempo medicina-male… Tra tenaci memorie di asprezze lontanate ma non mitigate dal tempo, e non meno tenaci ansie di perduranti attese, è dichiarata a lungo la ferma assunzione di un presente portato con peso di sofferenza, ma anche e più con lucida passione di verità” (Andrea Brigliadori: dalla Presentazione a L’una e i falò, 1998).

“La poesia di Narda Fattori riscopre la musicalità insita nella tradizione metrico-melica della nostra lingua: sceglie con coerenza di sfruttare tutta la ricchezza lessicale – antica e nuova – dell’italiano” (Gianfranco Lauretano).

“Nella sua poesia si trovano anche i riflessi di una cultura classica investiti di una sofferta sensibilità moderna. Muovendosi entro un proprio spazio dialogico, l’autrice lascia aperta ogni ipotesi: la realtà sul filo del sogno è il compromesso giocato con se stessa per il tramite della poesia” (Giulio Panzani).

“In cerca della salvezza che, secondo Kafka, non è nella letteratura, ma, forse, attraverso la letteratura, la pagina di Narda Fattori mostra un senso tragico quando si misura con la morte quotidiana non per esorcizzarla, ma per appropriarsene, restituendole cadenze e voce umana” (Giuseppe Addamo).

“Rimane la complessa, elaborata bellezza dei testi, la profondità di una pronuncia che scava parallelamente nella storia di sé e nella vicenda universale, la necessità di un dire che ha la forza di un gesto scolpito” (Stefano Valentini).

Se la ricerca, persino un po’ ossessiva, di una propria originalità è l’ansioso problema di tanta maggiore e minore avventura poetico-letteraria dei nostri tempi – essere una voce che almeno si distingua dal coro innumerevole – , si può dire che Narda Fattori gode ormai in buona misura di tale acquisito privilegio. Ogni suo libro lo conferma e lo rinsalda. Non toglierei né aggiungerei una
virgola alla “descrizione” che della sua poesia mi accadde di dare nel 1999:“la compattezza compositiva; la sostenuta, convinta intonazione del dettato poetico; la densità tematica; la signoria della correlazione metaforica; il battito fermo dei versi”. ( Andrea Brigliadori)

Sarà opportuno premettere che quella di Narda Fattori è poesia della calda vita, materiale incandescente che sgorga dall’esperienza del vivere temprata dal dolore e dalla sofferenza e sostenuta dalla cifra aurea della parola amore, mai scontata e anzi assolutamente esigente, non idillio arcadico o facile idealismo romantico, non éros, se mai agápe, parola chiave che attesta di una coerenza tematica dell’intera opera poetica, dal primo all’ultimo libro.
La sua lirica non si nega alla prosa e da sempre i suoi versi fluiscono ore rotundo; neppure ora la parola è assolutamente distillata perché il principio che la muove resta la chiarezza del dettato e una generosità cui preferisce sacrificare il nitore del verso e già da tempo la musicalità stessa. Anzi, se a un certo punto, nell’ultima fase del suo percorso per esigenza di essenzialità aveva talvolta rischiato una sorta di ermetismo del testo, con questa raccolta sembra trovare il suo timbro più autentico: le svolte si colgono nitidamente, il processo di spoliazione diviene più radicale, la parola più contigua al silenzio senza mai negarsi quando necessaria.

Le ultime precedenti raccolte volgevano a un plurilinguismo che trascriveva in tempo reale la rappresentazione del mondo; e più intensi che mai esprimevano il disagio di certe irruzioni, il dolore personale e sociale che sempre manifesta la somatizzazione patologica del disagio stesso: non tanto per penuria, quanto per eccesso e dismisura, disadorne si percepivano le cose, le giornate, le cronache, sì che la disarmonia si imprimeva sulla carne. Non che ciò sia venuto meno, ma più ferma è la voce e più decantate le scorie imprescindibili delle contaminazioni con il vivere nel mondo e le sue pene. Ora anche il lessico si spoglia: le parole straniere, quelle più stridenti che restano, afferiscono alla sfera del quotidiano e dunque sono solo quelle indispensabili.
( Anna Maria Tamburini)

IL VERSO DEL MOTO

Di questi versi vorrei
fare un canto schiuso
da usignolo o da allodola
che superi l’orizzonte a barriera
e al tramontare delle stelle
non tremi e si faccia nido
con abbondanza di mensa

si faccia preghiera

vorrei cantare l’amore
che sboccia anche sugli spini
e fa belle le rose e le bacche
le strade alberate i cani in rincorsa
l’odore dei bimbi e dei vecchi
vorrei dire la vita

è la mia passione questo amore
questo dolore che non muore.

*
Era luglio
ero nata cicala sulla pagina
del gelso ombroso
e l’inno vibrava sottopelle
ma incontri nel buio mi hanno roso
ali e falangi

Peregrinando lungo la strada
ho sentito la forza del sole
far fiorire la terra
in amplessi di pane di vino e di olio
e fiori minuscoli ranuncoli
violette ubriache fra l’erba.

Anche attraverso le inferriate
il gran sole mi ha toccato
con lame di luce
perché fossi ogni volta sanata
e reggessi l’urto della notte
per albe rosate come dita neonate

per nuove barricate
di resistenza determinata.

*

La bambina si divertiva
nel gioco di specchi rovesciati
faceva le smorfie
s’incrinava al dolore nel petto

i pugni ben stretti in tasca
stringeva semi minimi-chicchi
coltivava una speranza di terra
con le gambette in corsa
lungo via Viole.

Donna mi stringo la bimba
la metto al riparo dal troppo
e non ho alcun desiderio
di altri orizzonti
amo questo spicchio di cielo
che mai si negò al mio cospetto
e si prese incanti e insulti
non avrei meritato di più.

Sta in queste strette curve
a perpendicolo dove il rischio
civetta con l’usignolo
il brivido lungo della vita
e resistere resistere insistere
perché le noti del canto
si sollevino oltre la polvere
verso quel ponte che mi attraversa
e mi affratella.

*

Oggi devo preoccuparmi
della dicondra che cresce
lenta e si fa sopraffare
dagli infestanti
tenero muschio
e prepotente gramigna

avrei preferito occuparmi
di queste parole rinnovarne
il suono la semenza

balenò un fulmine
annerì di fuoco senza fiamma
il gelso sopravvissuto
dai tempi dei bachi

cauterizzo malamente
ma senza deflettere tengo
tutte quelle radici
quante! che come quel gelso

se respirano terra vivono
all’aria rattrappiscono
come mani che invocano
e restano vuote.

*

E brivido sentendo
prossima la res nullius
ho bisogno di denti forti per mele sode
e vista acuta d’ aquila
per abbandonare al cielo di settembre
giacigli di atarassia
e lontana –indimenticata- la cantilena
dell’aia di giugno
“Lucciola lucciola vieni da me
ti darò pan del re
pan del re pan della regina
lucciola scappa – non venirmi vicina”

Ma tu figlio mio
racconta a tuo figlio
la storia delle mani e sarà
un principe saggio come un contadino
saprà le ore e i cicli e le stagioni
della semina e del raccolto

saprà che le cose cambiano di posto
anche di natura ma non scompaiono mai
e la luna si beve i sogni
si fa piena
scompare e poi ritorna.

*

Si sta sempre in trincea
virtual-visiva
altri mali vivono negli organi
negli arti nel cervello
il dolore localizzato
è rassicurante
periartrosi alla spalla
cefalea e tracheite
una polmonite forse
medicinali e riposo
e i grandi mali andranno
per spurghi in cannule
resisteremo se individuati per tempo
per tempo …che significa?
Il tempo si moltiplica soltanto
sull’orologio finge di dividersi
ma procede dopo il massacro
ticchettando ignaro.

Ci nascondiamo in interstizi
di luce neghiamo
il procedere tagliente della pendola
che ticchetta ticchetta …

e non sappiamo quando
esaurita la carica
cesserà il tic –tac
e se ci sarà ancora tempo.

 

 

Marina Torossi Tevini

7 ottobre 2014

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È donandoci otto testi, alcuni tratti da “L’unicorno” (1997 Campanotto ed.), altri inediti, che Marina Torossi Tevini lascia cadere, per la prima volta qui nel giardino, il seme della sua poesia. Amo credere che esista sempre un progetto, sospeso tra razionalità e inconscio, a far sì che un’intuizione stia alla base della scelta degli scritti che un autore lega in successione per rappresentarsi, o rappresentare un particolare periodo della sua produzione poetica. La scelta di Marina ne espone uno ampio, un arco che si tende tra la data della pubblicazione e l’inedito del 2011, eppure non c’è disarmonia tra i versi, tra i movimenti di un corpo poetico e l’altro. Partendo dalla prima stazione per arrivare all’ultima (contenenti entrambe un dichiarato omaggio a Eliot) si va attraversando i temi dominanti che la poetessa scandaglia con la sua lirica sicura, strutturata con cura, parole che avanzano e si scandiscono in ormeggi e pause, ritmiche, diseguali, come piccole onde di risacca. Il mare è la costante di questi componimenti sintomatici, sia in essere sia nel moto simbolico a farsi riferimento assiduo d’infinito, un esempio nel capovolgimento di coordinate preordinate come nel cielo di una Stoccolma ri_visitata:

“Non era il cielo/dei Fiamminghi/ma un azzurro fatato/trasparente/” (… Atmosfera Iperborea)

dove il disorientamento, la deliberata resa della sensazione di precarietà umana e dell’insensatezza del vivere si fanno improvvisamente scudo con una benefica tregua, dove la perfezione è assurta a simbolo di episodica cognizione raggiunta esclusivamente in quanto stravolgimento dell’ordinario, del reale. Si muove bene tra i versi in questo senso Marina Torossi Tevini: ironia, sarcasmo, denuncia di una “china” intrapresa da un Uomo sempre più inaridito e vuoto, vittima di se stesso e di una corsa insensata verso un punto che si discosta inesorabilmente da quella forma d’idealismo iniziale in un tempo remoto, antecedente l’assorbimento nella crisi dell’epoca in cui è immesso. Un canto il suo che generosamente pone l’io personale in secondo piano e sa farsi emblema di un malessere collettivo in cerca di speranza. Lo stato di – dilavamento – umano, lo stemperamento dell’esistenza necessitano così di agganci, ancoraggi solidi, stabili ma capaci di un lassismo figurativo personale scintillante, come un baluginio tra le correnti e l’autrice le naviga mirabilmente; da buona conoscitrice di periodi e stili affronta la rotta con uno sguardo al passato ma proiettata nel futuro, “armata” di una lirica sfrondata del superfluo che si mantiene morbidamente complessa, imperturbabile nell’espressività che serba una cadenza “rotonda”, armonica, come di marea.

Doris Emilia Bragagnini

.

.

Poesie di Marina Torossi Tevini

.

La terra desolata

Un tuono secco senza pioggia
…………si infratta tra…………..
……….le rocce dei monti……..

Non si può fermarsi nè pensare
acchiappati alla gola
…..dalla sete

Ho udito la chiave girare
ognuno nella sua prigione

Da tempo tenuti a freno
i veloci aironi
non conoscono
……..che il passo cadenzato
…………..della strada di casa

Eppure non ci sono barriere
il futuro è libero e vuoto

Infinita la pianura laggiù
assetata di pioggia

Seduti sulla riva del mare
si gettavano sassi a piattino
si correva galoppando nel vento
l’acqua salsa spegneva la sete

Con quali pietre pietose
puntelleremo le nostre rovine
di pensieri, di edifici, di parole?

In questo frastuono
affogheremo

Oh almeno cessasse
questa pioggia
che non disseta la terra
ma ci fa spalancare le bocche
chiedendo un po’
di frescura
chiedendo qualche goccia
di nuovo
(non arido non vuoto non fasullo)
chiedendo che ancora
la parola
(qualche parola almeno)
vinca il tempo

si stampi nei solchi inariditi
della terra desolata
d’Occidente

(da L’unicorno 1997)

.
La scoperta del mare

Ognuno scopre
..adolescente
………….il mare
quando le alte pareti
…..di parole
limitate…….amate
diventano all’improvviso
…..troppo strette

Un reticolo di strade
perduteall’orizzonte
la fine…..dell’atlante
e di ogni………viaggio

Stupore
silenzio
…..batticuore
………..La meta
è lo stesso itinerario

(da L’unicorno, 1997)

.
Atmosfera iperborea

……Stoccolma
ci sembrava un paradiso
…………………tutta sospesa
tra il cielo e l’acqua
Una pioggia…..veloce
poi subito le nuvole
divennero….leggere
….sottilissime
quasi di cristallo

Non era il cielo
……………..dei Fiamminghi
ma un azzurro fatato
trasparente
e la luce radente
del tramonto
……………..rendeva
tutto perfetto

(da L’unicorno, 1997)

.

Sul Baltico

Il mare……..veloce
……..cancella
………..le orme
………..sulla sabbia
………E subito
non siamo passati
Oh cercare….una pietra
…….qualcosa
per incidereun
….piccolo segno
……del nostro breve
…….passaggio
………della nostra minuscola
………vita

(da L’unicorno, 1997)

.
Giochiamo a scacchi?

All’ombra
……………………….di queste onde irate
ritorni a rinfrescarti
sulla riva
Ecco le tue carte
non barare!
(Ma mi dicono
che in amore
……………..è inevitabile)

La fiamma della candela
………s’affievolisce
ma ancora luccica
uno spicchio di luna
…….intermittente
Tralci di vite
circondanoi nostri corpi
………….pagani

…………….- Giochiamo a scacchi? -
Veramente io volevo
che germogliasse il gelo
che il mare
….desse frutti
….dolci e freschi
che i tuoi occhi superassero
….monili e inganni…
Non giocheremo a scacchi
Da amici
passeggeremo lungo il fiume
…………………………………..Le finestre
il soffitto a lacunari
……………..l’orologio
Aria di chiuso
Riconosci la luce?
Gli arbusti si innalzano…….nel cielo
carezzano con mani audaci……..il sole
hanno sfondato…..la porta
di questa stanza……chiusa
Non siamo nella terra desolata!
Non più abili giochi di parole
barocco compiaciuto
senza
Ah Eliot Eliot
perdona qualche fantasia
……………..arrischiata
qualche utopia
……….di donna
per vestire….di prati
la terra desolata
del ventesimo secolo
E percorrere nel vento nuove piste
……………..dentro il cuore del mondo…

……………- Giochiamo a scacchi?-
No, stasera passeggeremo
lungo il fiume….da buoni amici
vecchi buoni amici
e poi domani
forse
…………….esisteremo
…….Domani
i cadaveri cominceranno a germogliare
……….fiorirà il gelo
non avremo unghie……..per graffiare
domani……forse
l’amore sarà fatto
ad altri patti

(da L’unicorno, 1997)

.

Il liocorno

ci scambiammo sorrisi mielati
con denti truccati
con menti truccate
ci stringemmo le mani
lontane

oh fuggire
in un luogo dove il fuoco
scaldi davvero
e non volino ogni giorno
coltelli

mi venne incontro un liocorno
ingioiellato
sorrideva di profilo
avvolto in verdi drappeggi

(una luce bianca piove
blu mare /blu di speronella)

le ho detto parole
e mi ha creduto.
un liocorno ingioiellato
mi tendeva la mano,
sorrideva con denti di lupo
e di guerriero.
a forza salimmo le scale

(inedita 2003)

.
Pantera

srotolando gomitoli di vetro
cammineremo tutta la notte
con mani audaci disperderemo
il nostro miele
la nostra forza è un albero
che dona frutti acerbi
(una pantera inquieta
balza su di noi
e ci divora)
srotolando gomitoli di vetro
abbiamo camminato tutta la notte,
con deboli mani
abbiamo disperso il nostro miele
(una pantera ci guardava
da un albero)

ci siamo acquattati e nascosti
ci hanno benedetto e dato
gli anelli
ci hanno messo dei sonagli intorno
al collo
poi ci hanno dato un indirizzo
per far quadrare i conti

ecco, è iniziata l’avventura
(se così si può dire)
tra steccati
e filari di olivi

dissodiamo con cura questa terra
la giungla la guardiamo
da lontano

(inedita 2007)

.
Il canto di Prufrock
(à la manière di Eliot)

e allora andiamo tu e io
mentre la sera si avvolge nel cielo
andiamo per strade semideserte
per notti senza riposo

la nebbia si strofina la schiena contro i vetri
e tu mi chiedi
ci sarà tempo?
ci sarà tempo per te e per me?

(nella stanza le donne vanno e vengono
parlano di Michelangelo)

ci sarà tempo per te e per me?
ci sarà tempo per creare un mondo con le mani
prima di prendere un tè abbrustolito
prima che ci portino confetti e crisantemi?

ci sarà tempo? ci sarà tempo
per decisioni e indecisioni?
tempo per indossare cravatte variopinte
tempo per invertire le rotte
e sbagliare i bersagli
tempo per berci un caffè e per parlare?

(nella stanza le donne vanno e vengono
parlano di Michelangelo)

potrei rischiare?
ho conosciuto la musica che confonde
ho conosciuto profumi
ho conosciuto le braccia
(braccia ingioiellate e bianche e nude
braccia appoggiate a un tavolo o avvolte in uno scialle)
potrei rischiare ancora?
prima che il crepuscolo si infili nelle vie più strette
prima che gli artigli camminino sul fondo del mare,
potrei osare?

potrei comprimere l’universo in una palla
potrei osare?
dopo tramonti e cortili e tazze di té assieme
dopo le parole e i troppi romanzi
potrei osare?

ho udito le sirene cantare
ho pensato che cantassero per me.
potrei osare?
ho visto le onde al largo
ho pettinato la schiuma del mare.
potrei osare?
prima che ci portino un té abbrustolito
prima che ci offrano confetti e crisantemi…
possiamo osare?

(inedita 2011)

.
MARINA TOROSSI TEVINI nata a Trieste è laureata in lettere classiche e ha insegnato dall’82 al 2000 al Liceo classico “Dante Alighieri”.
Ha pubblicato nel 1991 la raccolta di poesie “Donne senza volto” (Italo Svevo) – 3° classificato al Premio Cesare Pavese 1993. Ha ricevuto nel 1993 il 1° premio al concorso letterario “Il leone di Muggia” con il racconto “Una donna senza qualità” (pubblicato sulla rivista Borgolauro). Nel 1994 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il maschio ecologico”- finalista al Premio Carrara Hallstahammer 1995, nel 1997 la raccolta di poesie “L’unicorno”(Campanotto). Ha pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti “Il migliore dei mondi impossibili”, nel 2004 il romanzo “Il cielo sulla Provenza, nel 2008 “Viaggi a due nell’Europa di questi anni” – menzione speciale al Premio Trieste Città di Frontiera 2008 –, nel 2010 “Le parole blu” – 1° premio per la narrativa al Golfo di Trieste 2013 e nel 2012 la raccolta di racconti “L’Occidente e parole” (Campanotto) – vincitore della Sezione narrativa al Premio Contemporanea d’ Autore 2013 di Alessandria.
Compare in alcune antologie tra cui “Nella fucina delle parole, “Poeti triestini contemporanei”(Lint 2000), “Trieste la donna e la poesia del vivere” (Ibiscos 2003), Antologia del decennale del Pen Trieste (Hammerle 2013). Collabora alle riviste Arte&Cultura e Zeta. Fa parte del direttivo del Pen Club Trieste e di altre società culturali.
È attiva anche in web. Sue opere sono presenti in rete e nel suo sito personale www.marinatorossi.it cura il blog l’Ippogrifo letterario.

……..

Lucetta Frisa

1 ottobre 2014

 

INEDITI

 

Il respiro di Genova
Per i quadri di Carlo Merello

Saltare su un piede solo lanciando
un sassolino dentro il pampano:
un preciso rettangolo suddiviso
da caselle numerate. Non si doveva sbagliare
mai uscire da quella geometria.
Si tratteneva il fiato.

Cielo magro conteso tra i tetti alti
e il sole a picco,
odori di mezzogiorno: pesce
dell’Angiolina che ancora strillava senza più voce
né pesce da vendere e odore
del suo pesce fritto e minestrone al pesto
dalle case legate dai fili affettuosi
della biancheria e odore del piscio
di tutti i gatti del quartiere
tra cui il Migno, detto il re: piscio diverso
dagli altri,il suo, come il suo miagolìo.

Ma bastava correre in fondo al vicolo
per respirare
il mare.
Fiato lungo lunghissimo.
Basta un po’di vento che ingoia
tutti i respiri della terra e degli uomini
e ne fa uno solo.

Cosa significava quel disegno per terra
col gesso bianco? Una porta? che per chi vince
finendo il gioco senza cadere – si spalancherà
nell’ultima casella? e da lì il vincitore
entrerà fiero sulla scena del sottosuolo
tra gli applausi degli dèi inferi?

Se il mare avanzasse
fino alla casa di gesso
naufragherebbe il regolamento
si porterebbe via i numeri
come barche sfondate.

Il suo odore apre i polmoni
più dell’incenso nelle chiese
che apre a chi è in attesa
la Gran Porta celeste.

Il respiro di Genova non è da cartolina
per i turisti delle cose morte.
È ancora qui nell’aria, resiste
nei polmoni sempre più inariditi
dall’impazienza del tempo che marcendo
cambia l’aria, tutta l’aria, insieme a noi.

                               

                                      

 

 

Gita al faro

a M.E.

 

L’idea è stata tua. Una passeggiata al fresco
al sorgere del sole. Gita al faro. Non a quel Govery Island
della Woolf, ma al faro di Portofino. Non portarti dietro nulla
nessun libro, nessun sacco, pesa, fa male
alla colonna vertebrale.

Andremo leggeri. Finalmente
l’alba negli occhi e in gola. L’alba
che apre le narici l’alba
ariosa dei miti dopo le notti delle battaglie
e di attese inutili, l’alba
che riflette le sue dolci schegge in giro
su tutto il mare, le colline e noi.

Cammineremo verso l’incantesimo
le sirene
avranno già cantato
in altomare
lasciato il mare
increspato di musica.
Ci insegue un madrigale
di Monteverdi.

Allora siamo morti?

Urti armoniosi
battono un ritmo alieno
sulla sabbia e sul viso.
Si conserverà
la commozione della notte
che non vuole più lacrime e ci estromette
fuori, nella luce.

Saremo corpi in viaggio
da rinominare ad ogni sosta.
Sarà bello cambiare nome
essere
altro.
Neppure
creature umane
solo cose gioiose.

E Itaca?
un’isola di pietre
dissolta da ogni passo.

Al faro
ho visto un uomo solo e poi
anche una donna triste e dopo un po’
una coppia con due zaini enormi,
qualche lucertola in fuga.
E dappertutto il mare: quei due
lo guardavano muti baciandosi.
E ancora dopo un po’
la coppia senza zaini
più stanchi e più vecchi.
Il mare, sempre il mare,
lui, li guarderà ancora.

Adesso siamo vecchi perché sappiamo
riconoscere il presente sappiamo
di essere felici
ora.
La prima volta che andammo
non si era visto nulla:
bellezza
non percepita
che sfiora appena il corpo
come carezza di madre.

Noi non si sapeva che si stava andando.

Poi l’alba sempre si congeda
Inghiottita dal sole.

Ma c’era un faro?
Un sentiero?
Noi?

 

 

avviso

1 settembre 2014

apertura rimandata

1 agosto 2014

commiato giardino

Paolo Pistoletti

28 luglio 2014

paolo

 

 

da  Legni, Giuliano Ladolfi Editore, 2014
(Prefazione di Marco Beck)

Ultima visita

C’è una poltrona di pelle
che regge appena.
Sarei venuto a dire delle cose,
a trovare un appiglio.

Ma tra noi qui
c’è una stanza
che non ne vuole sapere.

Come niente l’aria
e la luce oramai.

Poi ci si aggrappa.
Come se all’improvviso
volessimo stare
come se finalmente
di colpo si fosse.

 

 

Imbronciata

Dal parcheggio alla casa dei nonni
saranno duecento passi. Mi tieni
imbronciata la mano. Sento
che all’abbraccio del sangue sfugge
la luce quando non è nei tuoi occhi.
Lo so che resti accesa
dietro quello sguardo da lupo
e là mi conduci ancora.
Dicono che la retina fissi così per sempre
quelli che arrivano da scie invisibili.
Padre e figlia
insieme
dovrebbero gridare
strappare a quattro mani le bambole
quando le cose vanno via
non avere pace
non dare senso troppo in fretta
al vuoto perché noi
si sta qui
come chi vede la brace nell’aria.

 

 

Bosco

Come un bosco è cresciuto mio padre
giorno dopo giorno.
Le radici ora circolano
dove non sono mai stato
nella bocca nera della terra.
Il cuore del legno viene da lontano:
lui qui c’è arrivato prima della guerra.
Ma poi gli anni dai cerchi
dai rami sono passati tutti
per la linea delle mani
e foglia dopo foglia
la linfa nelle vene
ha ripreso la via
della luce che non si vede.
La sera del derby di Milano
un’onda accesa da dentro
l’ha portato via dalla poltrona
come un fiume contromano.
Solo dopo il medico ci ha detto
che c’era nato
con quella voragine nel petto:
e da allora qui intorno
aspetto sempre di sentire il tonfo
la fine di questa fame senza fondo.

 

 

Legni

Non mi ricordo più quante volte si muore,
quante stagioni di legni
ci pesano sulle mani
prima di rovesciarci il cuore.
All’ospedale di Careggi c’è il bianco
delle mura che in mezzo ci passa
chi non ce la fa più a stare qua.
Quelli che invece tornano
nelle vene hanno sentito
tutto il risucchio che viene dagli aghi
dal tubo della flebo
fino alla luce del neon
dove a un certo punto
uno non è più niente
tutto lì nel mentre,
tanto che a sorpresa
non avendo più materia
si smette di tremare
senza cassa senza risonanza
la mancanza ricompone tutto
porta a zero la distanza.

Da bambini si arriva ogni volta
al momento giusto
come una bolla al centro del lago,
la memoria poi torna dopo
quando un giorno d’estate
il sole spacca le pietre
e allora si esce.
In corsia si dice che un giro
moltiplicato per sempre sia l’eternità.

Firenze, ospedale di Careggi, reparto di rianimazione, aprile 2001.

 

 

Quattro mura

Abbiamo millenni e ci somigliamo appena
un profilo sottile un gesto e basta
forse una sagoma alla finestra che passa.
E intanto ci diciamo che va bene
che non fa niente che non fa male
che la notte ci lascerà passare,
ancora solo qualche ora che pare non scorra
così lontana la serranda ferma
l’alba che non s’alza
solo un buio abbassato. E noi
che puliamo tutto il tempo
come panni smessi
i vetri pur di guardare bene
avanti ancora di un passo
come se dopo gli stipiti di casa si svuotassero
già uno di fronte all’altro
come queste quattro mura
come dentro il bianco quando finalmente ci vedremo.

 

 

Vecchio

Dicono che quel vecchio non ci stia più tanto con la testa,
io non lo so ma qualcosa davvero gli manca
perché in strada pare una giacca vuota che passa.
Ma poi come se si fosse tutti immensi all’improvviso
ti saluta che pare vento sulla faccia e allora sì che sulle spalle
senti il passo che s’allunga
la distanza della spanna che separa.
Una volta mi hanno detto che per colmare la misura
bisognerebbe avere un occhio perfetto
raggiungere il punto esatto
guardare dritto per dritto,
come da bambino quando tu mi prendevi in braccio
e allora dopo mi sentivo un altro
come l’ultimo avamposto prima del gran salto
lassù finalmente
a cavalluccio sul collo
che adesso non mi ricordo di un trono più alto.

 

Bentornata

Come un fiume mia madre scorre piano
una dopo l’altra le foto sopra al tavolo
risale i ricordi fino al fondo dell’argilla.
E sembra più bella adesso che la guardo
un’impronta sulla sedia che non sa niente,
poi la voce che si incrina con tutti quei nomi
come acque che si rompono dopo il bene.
Che a dire il vero si sperava che dopo il flash
cascasse il velo dal letto di magra
che in un lampo fosse nudo il dolore.
Invece non si vede uno scatto che possa
fissare qui il lenzuolo di chi ci lascia
solo sulla carta che vedessi mamma
quello che succede mentre parli. Che guardalo laggiù
il vecchio lido dove una volta dice che si ballava
con tutti quanti quelli che va a sapere
adesso quale buon vento se li porta.
E poi noi che chissà come faremo
che non bastano più gli argini a tenerci qua
l’erba che sale dalle sponde
per i crinali fino al monte
dove il babbo ruzzolava come un matto
a rompere i pantaloni a chilometri
e poi una valanga di risate da crepare la pelle
ci faceva uscire fuori per sempre
bentornati a noi. E bentornata pure a te.

 

 

Dentro
Sembrava tutto a posto, poi quello che ci teneva qua
s’è rotto come un coccio. La terra s’è mescolata con la terra.
Capita che si cresca nell’impasto più sottile del dolore.
In un campo non lontano da qui i rom hanno perduto
la loro battaglia accerchiati dal fuoco
un rogo di fiori in mezzo alla notte.
Tanto che alla fine sarebbe stato tutto
tiepido di cenere. Ma si dice che c’è
buio e buio e c’è il fosco più nascosto.
Eppure fino a un certo punto era stato tutto così chiaro
il freddo e il gelo che la sera s’era fatta piccola
nel carro come un fagotto. Che solo dopo
tanta tosse il fumo aveva coperto la paura
la culla di un bambino ladro dentro
una fiamma che ruba. E su tutto puzzo
da scansare oltre l’ombelico come uno zingaro
infilato in un vicolo, colpa come roba normale
un cartoccio di giornale una pagina con un pezzo
sul guadagno del male fatto così bene
con una foto dei fratelli di Abele.
Mentre dopo l’ultima colonna a destra
intanto uno scafo portava un carico
con le spalle girate la sorte verso il futuro.

 

Chi

Per carità d’accordo va bene anch’io vorrei
dirlo come si conviene ma senza citare
senza sfilare un verbo dalle tasche
dalle pagine dalla lingua di un dio invano
che alla fine tanto si sa troppo di tutto
quello che muore. Che poi a pensarci bene
chi può più della forza che ha il tuo letto
della morsa della tua stanza
delle tue mura di casa sempre
con quell’unica porta da infilare
sulla punta della chiave. E chi più
del compenso che cerchi quando vorresti
lì fuori tutto immenso compreso il varco del bar
e infinita la tazzina del caffè. E chi più
di quel chiuso e del niente di quel locale
dove tutti girano le facce le pagine
le poche righe una foto, di tutte quelle
parole ammassate che restano dentro
come i coriandoli a terra quando il carnevale s’è spento.
E chi poi può più di noi a cena lì lì
sempre sul punto di esserci come la pasta al dente
con quell’animaccia nostra a resistere
inesorabile al centro che ancora niente di niente.

 

 

 

Paolo Pistoletti è nato nel 1964 a Città di Castello e vive e lavora ad Umbertide in provincia di Perugia. Dopo gli studi in giurisprudenza e in teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali. Dal 2010 cura e conduce un programma di letture e poesia a RadioRCC, proponendo anche testi propri.

Maria Grazia Di Biagio

21 luglio 2014

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La poesia si muove, dal classico al contemporaneo, attraverso segni e simbologie semantiche sviluppando innumerevoli interpretazioni ed espressività che la convertono a una analitica e/o sintetica palpabile realtà pur attraversando molteplici identità ontologiche. Ogni nuovo testo in versi spinge il lettore a porsi domande sul significato dei segni linguistici utilizzati dall’autore, sia sul messaggio della parola contenuta nella struttura ritmica che ha di fronte, cioè sulla filosofia poetica, sia sulla motivazione che ha spinto la penna a lasciare un documento poetico agli atti della storia. Maria Grazia Di Biagio, nel suo lavoro poetico Nella disarmonia dell’inatteso edito da Bel Ami Edizioni 2012, reinventa il racconto del reale nella lettura della letteratura moderna ripercorrendo i passi della cultura occidentale senza tradire o ignorare il classicismo eclettico del primo novecento. Le peregrinazioni umane si trasformano: da tradizionali diventano postmoderne affrontando monologhi interiori attraverso personaggi coscienti e consapevoli di portare il peso dell’esperienza quotidiana nella propria traccia vitale. La poetica  preferisce termini che denotano il mutamento, l’instabilità del mondo, lo scorrere del tempo, lo stupore dell’innamoramento. Si neutralizzano le ovvietà e le convenzioni estetiche: il metodo di coniugazione e la metafora conforma ulteriori realtà che paradossalmente svelano sguardi e nuove concezioni dell’oggetto osservato. L’empatia con le cose naturali determina in chi legge un sentimento di infatuazione  e di profonda malinconia per la passione che può svanire. Esigenza strategica del “grande poeta è di obbedire soltanto ad un destino” (Pietro Citati). ’La libertà del pensiero e della immaginazione appartiene più ai lettori che agli scrittori: quasi che uno scrittore per essere veramente tale, debba essere costretto ad abitare spazi molto perimetrati, mentre il lettore, quando legge, può abitare ogni mondo, scegliere ogni destino. Insomma si è più felici quando si legge che quando si scrive’ (Giancarlo Pontiggia). E’ vero, chi legge penetra e vive i milioni di destini degli scrittori, a meno che, come Leopardi diceva di se stesso, ‘i lettori mentre leggono stanno già scrivendo!’. L’armonia, quindi, non è nelle cose che appaiono.

Rita Pacilio

da  Nella disarmonia dell’inatteso – Bel Ami Edizioni

                                             

                             

Corrispondenze

E’ un anno di parole che non scrivo
e non c’è incuria o disamore, credi,
se ho lavato la matassa dei pensieri
e l’ho stesa al silenzio ad asciugare.
Non è cambiato molto, da quel giorno.
Cado ancora e come allora
mi sbuccio le ginocchia
ma non piango più, purtroppo
e questo è male, perché il pianto cura,
è pioggia che consola, il pianto.
Io lo sapevo fare e mi piaceva
il sale a fior di labbra
e il respiro che risale da un singhiozzo.
C’è ancora il segno delle tue mani
che mi fanno da bracciali
di quando giravamo forte in tondo
e il rumore sempre uguale della moneta
in fondo al pozzo dei desideri e del disincanto
di un ritorneremo, un giorno.

 

Imperfetta

Non vedo l’ora che arrivi domani
perché ogni giorno divento più bella
come la Terra nella nostalgia dell’astronauta,
la filigrana nel pensiero dell’orefice.

Sono imperfetta e sono anche futura
nell’idea pura, un’intenzione
prima che si tocchi la materia.

Se mi terrai così, presente e vaga
quando morirò sarò stupenda
e resterò immortale tuttavia
come un’utopia lasciata al tempo.

 

Funamboli

Forse in quest’ora tarda del mattino
senti anche tu l’inutile fatica
divergere dall’orlo del pensiero

Disteso sulla riva del tuo fiume
sfiocchi una nuvola e tendi una corda
sulla circonferenza di un bagliore

La tua città si sfalda in fogli bianchi
dispersa si confonde con la mia

Nulla più ti tocca nulla ti nuoce
nell’anomia di terra di frontiera
fra colore e luce deleteria

Hai camminato a lungo e sei
somma di misure e fermo immagine
negli occhi che ti hanno posseduto

Sospeso sui contorni di quei volti
e luoghi in dissolvenza di passato
sciogli il tuo tempo dalla necessità dell’ora

Tu puoi volare immenso nell’immenso

E arrivo a te perché mi sei di strada
sulle rotte oscillanti dei funamboli
dove tutto non è e tutto è da inventare
un passo d’infinito dopo l’altro.

                                

                                                  

 

INEDITI

*
Se mi ostino nel farmi parola
sui baffi del gatto che dorme la mia tregua
è per la polvere che cade sul tappeto
quando il pendolo non guarda.

Sedimento per grazia d’inerzia
con le spore quiescenti dei muschi
convinta come un welcome sulla soglia
per chi arriva dal novemilatredici.

 

*
Quando si rivoltano le zolle al campo
è un luccicare di pepite brune
Vero è che le ombre a ridosso
del solstizio si allungano più in fretta.

L’età dell’oro ha vita breve.

Pure vero che un autunno così estivo
non lo si vedeva da decenni
Ho le carte in regola per dirlo
- quasi un vezzo –
con l’occhiale in punta di naso.

 

*
Certi giorni nascono perfetti
Ti svegli che non hai male a niente
la luce è così giusta sui profili che
anche i cipressi sembrano cordiali
Tutto si accende – al primo colpo -
la radio canta “it’s a beautiful day”
una scritta spray t’informa che Dio c’è
e più tardi chiamerà per sapere come stai.
Si fa tanto per dire, non è questo il giorno.

 

 

Maria Grazia Di Biagio

Laureata in lingue e letterature straniere (Tedesco – Inglese) all’Università G. D’Annunzio di Pescara, dove attualmente vive e lavora, ha contribuito con la sua Tesi sul Dialetto Vallese di Rimella”, alla stesura di un vocabolario a salvaguardia dei dialetti Walser in Piemonte.

Una sua silloge poetica dal titolo “Blue Songs” è stata semifinalista al Concorso “Ilmioesordio” della Feltrinelli e si è classificata al 3° posto nella I Edizione del Concorso Nazionale “Il lancio della penna” di Bari.

Nel 2012 vince la II edizione del Dieci Lune festival dell’Autore 2012 a Napoli con la silloge poetica “Nella disarmonia dell’inatteso”, in seguito pubblicata dalla Casa Editrice Bel-Ami  organizzatrice del Premio, con prefazione di Dante Maffia.

Il libro si è classificato al IV posto nel Premio di poesia e narrativa Albero Andronico  VII edizione 2013– sez. Volume edito.

Suoi testi sono presenti in diverse  antologie fra cui  “Una poesia nel cassetto”-Flanerì 2011  e “La donna nascosta” – Lieto Colle 2013,  sulla rivista internazionale Contemporary Literary Horizon tradotti in rumeno, sulla rivista Brabant Cultureel tradotti in olandese.

Gabriele Marchetti

14 luglio 2014

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Questi inediti sono rimasti esclusi da ”Urla nell’acqua” per vari motivi. Il primo, e più importante, è stato il loro ”essere fuori tema” con il resto della raccolta. ”Urla nell’acqua” era il racconto, fatto attraverso illuminazioni improvvise, attimi incancellabili dalla memoria, impressioni svariate, di un’infanzia; non la mia in particolare, anche se ne era la base, ma quella di un qualunque bambino cresciuto come me a stretto contatto con la natura e i suoi momenti. Veniva tracciato, in quelle poesie, una sorta di cammino che portava alla scoperta della morte, che faceva da spartiacque con l’adolescenza (o almeno, si trattava della prima perdita dell’innocenza originaria nel bambino). I testi inediti avevano un sapore diverso, o così mi sembrava già mentre li scrivevo. Più maturi, anche strutturalmente, piegavano tutti verso una metrica e una divisione strofica molto più regolare, più ”adulta” appunto. Quindi la loro presenza nella raccolta avrebbe confuso il percorso. Ho preferito riunirli qui, per ora. Ciò che rimane identico, da ”Urla” a questi inediti, è la costruzione per immagini delle poesie. Le intromissioni esterne, e in esse conto anche le mie, le volevo limitate al minimo; il passo successivo sarebbe una poesia talmente impersonale da risultare quasi senza autore. Qui la presenza di un protagonista, chiamiamolo così, è ancora viva. Ma ciò che ne esce (o dovrebbe) è l’immagine pura, che basta a sé stessa per avere un senso, una qualche bellezza che la giustifichi. La scelta della metrica mi viene forse dalle letture che dagli anni del liceo non ho mai più interrotto. Non so quanto sia utile, o diffusa, o accettata, oggi; forse perché certe letture ci sono state inculcate a forza dalla scuola, invece che farcele ammirare per la loro perizia, molti dei poeti contemporanei hanno puntato tutto su un’anarchia della versificazione giustificandola con l’idea della loro legittima libertà espressiva. Io trovo la sfida a far combaciare la volatilità dell’immagine con una struttura rigida nella quale convogliarla, senza legarla troppo stretta, molto più allettante. E’ la strada che voglio continuare a seguire.

 

 

Inediti

 

 

Pomeriggio

Le tue mani, affondate dentro l’acqua

verde, somigliano a rami spezzati

da una fredda corrente.

 

Intirizzisce l’aria, fa più forte

il verso gorgogliante della riva,

continua litania.

 

Amare per davvero è non amare

che se stessi, la propria solitudine

al centro della vita.

 

Lo stormo chioccolante dei fringuelli

attraversa il braccio di lago, scuro

nel cielo paglierino.

 

E mentre ti alzi, silenziosa noia

deve sembrarti il lungo pomeriggio

nel sole che va e viene.

 

 

 

Emma

Scura, la falce d’ombra

è scesa sopra il bosco.

Il disco pallido del sole spezza

il colore del fogliame, lo tenta

coi resti della brezza.

Dove il fiume rallenta,

tra le radici nere

dell’ontano, Emma siede da sola

a contare e ricontare le sere.

 

Il ramo che si schianta,

incidendo il silenzio,

ha una nota più triste nella voce.

Spaventati dalla calma interrotta

e dal grido nell’acqua,

gli uccelli si rimbrottano

e scappano al riparo

nel groviglio viola delle fronde,

nel buio delle foglie tutte d’oro.

 

La luna che cancella

ogni altra luce scivola

via, sbrindellata dal temporale.

Emma conosce il dolore, una traccia

nell’erba blu al mattino,

la notte che l’abbraccia -

le briciole dorate

svanendo la guidano più lontano

fino ai cancelli bianchi dell’estate.

 

 

Visione

Nell’attimo che la luce raggruppa

lontano dalle rive, le acque ferme

riflettono per caso vecchie estati

in cui spezzavo un’esistenza inerme.

 

Amavo Dio perché era i giorni azzurri

di giugno, i compleanni rumorosi

nel cerchio dei ciliegi, e le nottate

quando le stelle erano occhi curiosi.

 

Il silenzio lungo del pomeriggio

di agosto, mentre smorza l’acquazzone

tra lo stormo immobile delle foglie

l’afrore del cocente solleone.

 

Ma vivere è fin troppo. E ricordare

nella cappa d’ombra che la contorna

non serena, o comunque mai del tutto,

la rapida visione che si storna.

 

 

L’attimo

I rami incrociano sulle radure,

uccelli neri segnano l’autunno

con le loro impossibili figure.

 

Aspetto l’attimo che questa vita

si smagrisce nel silenzio distante

che la fa quasi sembrare infinita.

 

 

La ragazza nell’acqua

Oltre l’erba che ingiallisce da tanto,

i bambini hanno inciso un segno

tra le scapole magre del castagno

e lì ciascuno scrive il nome -

mentre scioglie i suoi capelli verdi

la ragazza nell’acqua.

 

I pomeriggi incerti nella luce

che rimbomba dal cielo, alta sul fiume,

mette paura il temporale:

e i nomi cancellati dalla pioggia,

la sensazione, se scende la sera,

che ogni cosa poi muore -

 

il blu remoto dell’infanzia,

il silenzio in cui finisce la festa.

 

Quante volte, sotto le stelle immobili,

siamo tornati a cercare le impronte

dell’estate precedente, profonde

nel fango che copre i sentieri -

come ferita che non si richiude,

la ragazza nell’acqua.

 

 

Sassi

Sotto i sassi che uccidono la luce,

il mio fiume nasconde le trote -

eppure brilla per un attimo, feroce,

l’oro scuro delle pupille vuote.

 

 

Il sapore dell’autunno

Ha il sapore dell’autunno in bocca

l’acqua veloce che rallenta, stracca,

e ricopia una luna nata rossa -

 

ogni notte, nel silenzio che passa,

le vigne mandano odore di morte

che piano ti mangia da parte a parte.

 

 

 

Gabriele Marchetti, nato a Lecco il 2 luglio 1979, residente a Valgreghentino (LECCO), piccolo paese tra il lago e la Brianza. Diplomato all’istituto magistrale ”G. Bertacchi” di Lecco, laureato in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano con una tesi di Filologia Romanza sulla letteratura arturiana spagnola, discussa con Alfonso D’Agostino. Ha pubblicato ”Urla nell’acqua” (OTMA, 2013), raccolta di poesie; ”Il vento e il mare” (Corebook, 2013), romanzo.

Annalisa Teodorani

7 luglio 2014

ANNALISAn

 

 

 

Fedele, ma libera a suo modo da antecedenti illustri che nel suo dialetto e nell’asfissia cittadina hanno dato vita a importanti opere, da Pedretti a Baldini, la voce di Annalisa Teodorani è unica nella poesia contemporanea italiana. La sua lingua, materna e assoluta, scolpita nell’ aria di una propaggine di Romagna chiara e dura, trova le meraviglie e i magoni della vita. La poesia, qui, trova dentro il vissuto gli elementi minimi di una mappa esistenziale che arde e sa, a volte con il sorriso tirato o a volte sognante sulle labbra, vedere l’invisibile in quel che crediamo di sapere, di avere già veduto. Rinnovando l’antica, povera e pericolosa missione della poesia: la sorpresa … Senza la quale la vita non si vive ma si perde.

 

Davide Rondoni  ( quarta di copertina)
Zuclitìn zal

Se t guérd da una fiséura
t vòid ch’i va in zóir da par lòu.
Zuclitìn zal, tre par do,
e l’instèda sa tótt i su dintìn.

Zoccoletti gialli
Se guardi da una fessura / vedi che si muovono da soli. / Zoccoletti gialli, tre per due, / e l’estate con tutti i suoi dentini.

***

Vòia ad vóita

Enca e’ culòur di tu ócc
u s’è strach
e a t vègh dalòngh
in chèva m’una vòia ad vóita
che dal vólti la t fa mèl.

Voglia di vita
Anche il colore dei tuoi occhi / si è stancato / e ti vedo lontano / in fondo a una voglia di vita / che a volte ti duole.

***

Gnénca a prighè

E’ braz dla scaràna
l’è pin ad pensir, i tu
ch’ i n tróva pèsa gnénca a prighè.
Quèi ch’ i s nu n và
i t pórta sa lòu
duvò, ta ne sé.

Nemmeno a pregare
Il braccio della sedia / è pieno di pensieri, i tuoi / che non trovano pace nemmeno a pregare. / Quelli che se ne vanno / ti portano con loro / dove, non sai.

E’ grèn u n fòura

Làsa al spóini m’al rósi
e làsa che d’una mórta ròssa
u li faza s-ciupè e’ vént dla nòta.
Amdèn un bén d’ór
andarém a carezè.
E’ grèn u n fòura
se mai e’ fa e’ sanguéttal.

Il grano non fora
Lascia le spine alle rose / e lascia che d’una morte rossa / le faccia esplodere il vento della notte. / Domani un bene d’oro / andremo ad accarezzare. / Il grano non fora / casomai fa il solletico.

***

Un mèr antóigh

Drì la paròida ad cartunzès
una vólta u i éra e’ mèr.
Ancòura u s sint l’udòur
e d’ògni tènt e’ vén a sbàt
m’i vóidar d’un insógni.

Un mare antico
Dietro alla parete di cartongesso / un tempo c’era il mare. / Ancora se ne sente l’odore / e ogni tanto viene a sbattere / nei vetri di un sogno.

***

L’asasòin d’una pavaiòta
L’asasòin d’una pavaiòta
e’ làsa in zóir
impròunti arzantèdi.

L’assassino di una falena
L’assassino di una falena / lascia in giro / impronte argentate.

***

L’òmbra d’una cumèta

Quant e’ sòuna e’ zil
l’è tótta un’ènta musica.
Quel ch’u n còunta
u n m’avrà.
E se própria un quèl
u m’avéss da purtè via e’ sòul
a vrébb ch’e’ fóss
l’òmbra d’una cumèta.

L’ombra di un aquilone
Quando suona il cielo / è tutta un’altra musica. / Ciò che non conta non mi avrà. / E se proprio qualcosa / dovesse portarmi via il sole / vorrei che fosse / l’ombra di un aquilone.

 

Annalisa Teodoraniè nata a Rimini nel 1978, vive a Santarcangelo di Romagna. Esordisce neI1999 con la raccolta di versi in dialetto romagnolo Par senza gnent [Per nulla] per l’editore Luise di Rimini cui fanno seguito La cherta da zug [La carta da gioco] nel 2004 e Soia la guaza [Sotto la rugiada] nel 2010 (II Ponte Vecchio, Cesena). L’autrice e compresa nel saggio, a cura di Pietro Civitareale, Poeti in romagnolo del secondo Novecento (La Mandragora, Imola, 2005) e, a cura dello stesso autore, nella selezione antologica eponima uscita neI2006 per le Edizioni Cofine di Roma. E presente anche nel Dizionario dei poeti dialettali romagnoli del Novecento, a cura di Gianni Fucci e Giuseppe Bellosi (Pazzini, Villa Verucchio, 2006). E compresa inoltre nell’antologia in lingua inglese Poets from Romagna, uscita nel20 13 per la casa edit rice gallese Cinnamon Press. Recensioni alle sue opere sono comparse su riviste specializzate quali «II Parlar Franco», «Confini», «Graphic».

Ada Crippa

30 giugno 2014

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E’ qui

                                   

 E’ qui, oltre questa ruga
-che le mie dita sfiora-
la porta d’accesso all’infinita vita d’avi
che mi comprende.

M’invita
-nell’atrio spalancato
che conduce alle stanze del tempo
sepolto- un attimo fuggente
che la soglia tutta indora

seppur rapido è il suo passare
una goccia di luce
oltre la ruga rimane
a chiarirmi che altre infinite stille
vuole l’oscurità

Da “Luce e Notte”- antologia -LietoColle

 

Alla riva

Sopra al cielo dei pesci
vanno i piedi nudi
come automi

simbiosi di squame
nell’immersione m’allaga
e una coda sirena
quasi mi punta

da “Acqualuna” 2011-Onirica Edizioni

 

 

Remota
Quand’ero pesce
l’acqua m’insegnava
la corrente alle pinne
così durammo agli abissi
in specie

così il vento alle ali
quando fui uccello nei cieli

così la terra i suoi nodi
ai piedi che vanno leggeri
quando dal petto una musica
d’onde o un frullo sorprendente
ci giunge

Da “Le voci della Luna” segnalata

 

 

*
M’infilo nella cerniera dell’orizzonte
nuoto nuda tra mare e cielo
squame e piume sulla pelle
e ritorno a casa

(inedita)

                                                                   

Strali nel buio

Lancia strali dal buio
il Kaos primordiale

un lamento insistente
sale e scende nella corrente
di tutti i rivi della mia carne

in similitudine vado cosciente
ad occhi chiusi alla strada del ritorno
un guizzo tento nella sua onda
pesce nel flusso squamata lotto

ed ecco il diluvio universale
apparire
le piogge millenarie
le gocce trasparenti
precipitare al suolo
farsi dita cercarsi unirsi
Gaia ed Urano intravedere
sotto le ciglia
e poi placata tornare
lenta

(inedita)

 

 

Quel senso

C’è un attimo nell’ora
e più ore nella vita
dove ti prende un senso
indefinito

senti – come già vissuto
l’attimo che avanza
incompiuto

come in un teatro- dove non visto
il suggeritore nascosto
parole già scritte sulle labbra ti mette:

conosce le parti, le persone, i luoghi
e tutto si svolge come già
confusa – temevi

… e ti sforzi di ricordare
forse in sogno, forse – tal scena avvenne.

Memoria, memoria
quando partorirai?

Da “Antimenti” 1989 (pubblicazione propria)

 

Sono

Sono una goccia – che in uno stagno cade
e che solo per un attimo – le acque ferme smuove.

Sono la pioggia che cade nel mare
il mare che batte lo scoglio.

Sono lo scoglio che arresta il vento
il vento che s’ingremba nell’onda
sono l’onda che disseta la riva
la riva che s’allunga nel sole.

Sono il sole che scalda la terra
la terra che contiene la zolla
sono la zolla che attende l’aratro
l’aratro che invita la mano.

Sono la mano che preme la tua
perché dunque io, ti amo
io t’amo e so d’essere nulla
- nel passato o nel futuro – nulla.

Sono un frammento di luce dispersa
nel tempo che cerco
sono un nugolo di polvere mischiata con l’acqua
sono l’acqua che bevo e che nutro
sono un soffio nell’universo infinito.

Sono il respiro della luna
che passa silenziosa
sono un uccello che scava col becco
la sua dimora

sono una foglia scritta nel tempo
la stagione che si consuma
sono la notte che scende furtiva
il buio che intana e fa’ paura.

sono dunque… la morte?
sono prima: la vita

da “Antimenti” 1989- (pubblicazione propria)

 

 

*

Ho vissuto in una mattina afosa
mentre andavo solitaria per la casa
Un attimo di morte della mia vita
Qualcosa che saltava nel buio assoluto
Traslocava dal me materica
al fuori libera eterea
Poi il ritorno fulmineo della cosa senza corpo
Nella statua di ossa a scolpirmi il viaggio

(Inedita e recentissima)

 

 

 

 

Ada Crippa è nata ad Agrate Brianza (MB) dove tutt’ora vive
Ex operaia ha iniziato a scrivere poesia sin dall’infanzia

Pubblicazioni:

“Antimenti”- raccolta antologica a tre voci (con Corrado Accordino- Dario Pardes Roques- Ada Crippa) pubblicata in proprio nel 1989.
La raccolta “Vele” LietoColle 2007
La raccolta poesie brevi “Acqualuna” Onirica Edizioni 2011
Due Plaquette “Libero suono” 2004 – “ Albero” 2005 Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi
“Eco Di Neve” – Haiku- La Vita Felice 2014

È presente in diverse antologie tra le quali:
“Tii bacio in bocca” “Luce e notte” “Corale per opera prima” “Milano verso Roma” “Il segreto delle fragole”” Verba Agrestia”- LietoColle.
“Poeti Lombardi” 2006 Giulio Perrone Editore.
“Donne si raccontano” antologia per l’otto marzo 2005/6/7/8 Edit- Santoro.
“Krons” 2013- Onirica Edizioni
“Carovana dei versi” 2011/12/13 di Abrigliasciolta.
“(S)frutta il Segno”- La vita Felice- 2012
“Haiku” – tra paralleli e meridiani”- Fusubilialibri- 2013
“Caro Bastardo ti scrivo” -storie di male e miele- FusibiliaLibri – 2013
“IncastRimeTrici” – Arcipelago edizioni – 2013
“Kronos” 2014- Onirica edizioni

Ha ottenuto diversi primi posti in concorsi letterari, finalista in “Poesia di Strada” 2012 e segnalazioni di merito tra i quali: “Le voci della Luna” 2010 -Sasso Marconi.


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