Paolo Pistoletti

lunedì, 28 luglio 2014

 

fotografia

 

da  Legni, Giuliano Ladolfi Editore, 2014
(Prefazione di Marco Beck)

Ultima visita

C’è una poltrona di pelle
che regge appena.
Sarei venuto a dire delle cose,
a trovare un appiglio.

Ma tra noi qui
c’è una stanza
che non ne vuole sapere.

Come niente l’aria
e la luce oramai.

Poi ci si aggrappa.
Come se all’improvviso
volessimo stare
come se finalmente
di colpo si fosse.

 

 

Imbronciata

Dal parcheggio alla casa dei nonni
saranno duecento passi. Mi tieni
imbronciata la mano. Sento
che all’abbraccio del sangue sfugge
la luce quando non è nei tuoi occhi.
Lo so che resti accesa
dietro quello sguardo da lupo
e là mi conduci ancora.
Dicono che la retina fissi così per sempre
quelli che arrivano da scie invisibili.
Padre e figlia
insieme
dovrebbero gridare
strappare a quattro mani le bambole
quando le cose vanno via
non avere pace
non dare senso troppo in fretta
al vuoto perché noi
si sta qui
come chi vede la brace nell’aria.

 

 

Bosco

Come un bosco è cresciuto mio padre
giorno dopo giorno.
Le radici ora circolano
dove non sono mai stato
nella bocca nera della terra.
Il cuore del legno viene da lontano:
lui qui c’è arrivato prima della guerra.
Ma poi gli anni dai cerchi
dai rami sono passati tutti
per la linea delle mani
e foglia dopo foglia
la linfa nelle vene
ha ripreso la via
della luce che non si vede.
La sera del derby di Milano
un’onda accesa da dentro
l’ha portato via dalla poltrona
come un fiume contromano.
Solo dopo il medico ci ha detto
che c’era nato
con quella voragine nel petto:
e da allora qui intorno
aspetto sempre di sentire il tonfo
la fine di questa fame senza fondo.

 

 

Legni

Non mi ricordo più quante volte si muore,
quante stagioni di legni
ci pesano sulle mani
prima di rovesciarci il cuore.
All’ospedale di Careggi c’è il bianco
delle mura che in mezzo ci passa
chi non ce la fa più a stare qua.
Quelli che invece tornano
nelle vene hanno sentito
tutto il risucchio che viene dagli aghi
dal tubo della flebo
fino alla luce del neon
dove a un certo punto
uno non è più niente
tutto lì nel mentre,
tanto che a sorpresa
non avendo più materia
si smette di tremare
senza cassa senza risonanza
la mancanza ricompone tutto
porta a zero la distanza.

Da bambini si arriva ogni volta
al momento giusto
come una bolla al centro del lago,
la memoria poi torna dopo
quando un giorno d’estate
il sole spacca le pietre
e allora si esce.
In corsia si dice che un giro
moltiplicato per sempre sia l’eternità.

Firenze, ospedale di Careggi, reparto di rianimazione, aprile 2001.

 

 

Quattro mura

Abbiamo millenni e ci somigliamo appena
un profilo sottile un gesto e basta
forse una sagoma alla finestra che passa.
E intanto ci diciamo che va bene
che non fa niente che non fa male
che la notte ci lascerà passare,
ancora solo qualche ora che pare non scorra
così lontana la serranda ferma
l’alba che non s’alza
solo un buio abbassato. E noi
che puliamo tutto il tempo
come panni smessi
i vetri pur di guardare bene
avanti ancora di un passo
come se dopo gli stipiti di casa si svuotassero
già uno di fronte all’altro
come queste quattro mura
come dentro il bianco quando finalmente ci vedremo.

 

 

Vecchio

Dicono che quel vecchio non ci stia più tanto con la testa,
io non lo so ma qualcosa davvero gli manca
perché in strada pare una giacca vuota che passa.
Ma poi come se si fosse tutti immensi all’improvviso
ti saluta che pare vento sulla faccia e allora sì che sulle spalle
senti il passo che s’allunga
la distanza della spanna che separa.
Una volta mi hanno detto che per colmare la misura
bisognerebbe avere un occhio perfetto
raggiungere il punto esatto
guardare dritto per dritto,
come da bambino quando tu mi prendevi in braccio
e allora dopo mi sentivo un altro
come l’ultimo avamposto prima del gran salto
lassù finalmente
a cavalluccio sul collo
che adesso non mi ricordo di un trono più alto.

 

Bentornata

Come un fiume mia madre scorre piano
una dopo l’altra le foto sopra al tavolo
risale i ricordi fino al fondo dell’argilla.
E sembra più bella adesso che la guardo
un’impronta sulla sedia che non sa niente,
poi la voce che si incrina con tutti quei nomi
come acque che si rompono dopo il bene.
Che a dire il vero si sperava che dopo il flash
cascasse il velo dal letto di magra
che in un lampo fosse nudo il dolore.
Invece non si vede uno scatto che possa
fissare qui il lenzuolo di chi ci lascia
solo sulla carta che vedessi mamma
quello che succede mentre parli. Che guardalo laggiù
il vecchio lido dove una volta dice che si ballava
con tutti quanti quelli che va a sapere
adesso quale buon vento se li porta.
E poi noi che chissà come faremo
che non bastano più gli argini a tenerci qua
l’erba che sale dalle sponde
per i crinali fino al monte
dove il babbo ruzzolava come un matto
a rompere i pantaloni a chilometri
e poi una valanga di risate da crepare la pelle
ci faceva uscire fuori per sempre
bentornati a noi. E bentornata pure a te.

 

 

Dentro
Sembrava tutto a posto, poi quello che ci teneva qua
s’è rotto come un coccio. La terra s’è mescolata con la terra.
Capita che si cresca nell’impasto più sottile del dolore.
In un campo non lontano da qui i rom hanno perduto
la loro battaglia accerchiati dal fuoco
un rogo di fiori in mezzo alla notte.
Tanto che alla fine sarebbe stato tutto
tiepido di cenere. Ma si dice che c’è
buio e buio e c’è il fosco più nascosto.
Eppure fino a un certo punto era stato tutto così chiaro
il freddo e il gelo che la sera s’era fatta piccola
nel carro come un fagotto. Che solo dopo
tanta tosse il fumo aveva coperto la paura
la culla di un bambino ladro dentro
una fiamma che ruba. E su tutto puzzo
da scansare oltre l’ombelico come uno zingaro
infilato in un vicolo, colpa come roba normale
un cartoccio di giornale una pagina con un pezzo
sul guadagno del male fatto così bene
con una foto dei fratelli di Abele.
Mentre dopo l’ultima colonna a destra
intanto uno scafo portava un carico
con le spalle girate la sorte verso il futuro.

 

Chi

Per carità d’accordo va bene anch’io vorrei
dirlo come si conviene ma senza citare
senza sfilare un verbo dalle tasche
dalle pagine dalla lingua di un dio invano
che alla fine tanto si sa troppo di tutto
quello che muore. Che poi a pensarci bene
chi può più della forza che ha il tuo letto
della morsa della tua stanza
delle tue mura di casa sempre
con quell’unica porta da infilare
sulla punta della chiave. E chi più
del compenso che cerchi quando vorresti
lì fuori tutto immenso compreso il varco del bar
e infinita la tazzina del caffè. E chi più
di quel chiuso e del niente di quel locale
dove tutti girano le facce le pagine
le poche righe una foto, di tutte quelle
parole ammassate che restano dentro
come i coriandoli a terra quando il carnevale s’è spento.
E chi poi può più di noi a cena lì lì
sempre sul punto di esserci come la pasta al dente
con quell’animaccia nostra a resistere
inesorabile al centro che ancora niente di niente.

 

 

 

Paolo Pistoletti è nato nel 1964 a Città di Castello e vive e lavora ad Umbertide in provincia di Perugia. Dopo gli studi in giurisprudenza e in teologia ha continuato ad approfondire i contenuti di alcune correnti spirituali. Dal 2010 cura e conduce un programma di letture e poesia a RadioRCC, proponendo anche testi propri.

Maria Grazia Di Biagio

lunedì, 21 luglio 2014

c7480b9c4b6e11e29a6422000a9e06c4_7

 

La poesia si muove, dal classico al contemporaneo, attraverso segni e simbologie semantiche sviluppando innumerevoli interpretazioni ed espressività che la convertono a una analitica e/o sintetica palpabile realtà pur attraversando molteplici identità ontologiche. Ogni nuovo testo in versi spinge il lettore a porsi domande sul significato dei segni linguistici utilizzati dall’autore, sia sul messaggio della parola contenuta nella struttura ritmica che ha di fronte, cioè sulla filosofia poetica, sia sulla motivazione che ha spinto la penna a lasciare un documento poetico agli atti della storia. Maria Grazia Di Biagio, nel suo lavoro poetico Nella disarmonia dell’inatteso edito da Bel Ami Edizioni 2012, reinventa il racconto del reale nella lettura della letteratura moderna ripercorrendo i passi della cultura occidentale senza tradire o ignorare il classicismo eclettico del primo novecento. Le peregrinazioni umane si trasformano: da tradizionali diventano postmoderne affrontando monologhi interiori attraverso personaggi coscienti e consapevoli di portare il peso dell’esperienza quotidiana nella propria traccia vitale. La poetica  preferisce termini che denotano il mutamento, l’instabilità del mondo, lo scorrere del tempo, lo stupore dell’innamoramento. Si neutralizzano le ovvietà e le convenzioni estetiche: il metodo di coniugazione e la metafora conforma ulteriori realtà che paradossalmente svelano sguardi e nuove concezioni dell’oggetto osservato. L’empatia con le cose naturali determina in chi legge un sentimento di infatuazione  e di profonda malinconia per la passione che può svanire. Esigenza strategica del “grande poeta è di obbedire soltanto ad un destino” (Pietro Citati). ’La libertà del pensiero e della immaginazione appartiene più ai lettori che agli scrittori: quasi che uno scrittore per essere veramente tale, debba essere costretto ad abitare spazi molto perimetrati, mentre il lettore, quando legge, può abitare ogni mondo, scegliere ogni destino. Insomma si è più felici quando si legge che quando si scrive’ (Giancarlo Pontiggia). E’ vero, chi legge penetra e vive i milioni di destini degli scrittori, a meno che, come Leopardi diceva di se stesso, ‘i lettori mentre leggono stanno già scrivendo!’. L’armonia, quindi, non è nelle cose che appaiono.

Rita Pacilio

da  Nella disarmonia dell’inatteso – Bel Ami Edizioni

                                             

                             

Corrispondenze

E’ un anno di parole che non scrivo
e non c’è incuria o disamore, credi,
se ho lavato la matassa dei pensieri
e l’ho stesa al silenzio ad asciugare.
Non è cambiato molto, da quel giorno.
Cado ancora e come allora
mi sbuccio le ginocchia
ma non piango più, purtroppo
e questo è male, perché il pianto cura,
è pioggia che consola, il pianto.
Io lo sapevo fare e mi piaceva
il sale a fior di labbra
e il respiro che risale da un singhiozzo.
C’è ancora il segno delle tue mani
che mi fanno da bracciali
di quando giravamo forte in tondo
e il rumore sempre uguale della moneta
in fondo al pozzo dei desideri e del disincanto
di un ritorneremo, un giorno.

 

Imperfetta

Non vedo l’ora che arrivi domani
perché ogni giorno divento più bella
come la Terra nella nostalgia dell’astronauta,
la filigrana nel pensiero dell’orefice.

Sono imperfetta e sono anche futura
nell’idea pura, un’intenzione
prima che si tocchi la materia.

Se mi terrai così, presente e vaga
quando morirò sarò stupenda
e resterò immortale tuttavia
come un’utopia lasciata al tempo.

 

Funamboli

Forse in quest’ora tarda del mattino
senti anche tu l’inutile fatica
divergere dall’orlo del pensiero

Disteso sulla riva del tuo fiume
sfiocchi una nuvola e tendi una corda
sulla circonferenza di un bagliore

La tua città si sfalda in fogli bianchi
dispersa si confonde con la mia

Nulla più ti tocca nulla ti nuoce
nell’anomia di terra di frontiera
fra colore e luce deleteria

Hai camminato a lungo e sei
somma di misure e fermo immagine
negli occhi che ti hanno posseduto

Sospeso sui contorni di quei volti
e luoghi in dissolvenza di passato
sciogli il tuo tempo dalla necessità dell’ora

Tu puoi volare immenso nell’immenso

E arrivo a te perché mi sei di strada
sulle rotte oscillanti dei funamboli
dove tutto non è e tutto è da inventare
un passo d’infinito dopo l’altro.

                                

                                                  

 

INEDITI

*
Se mi ostino nel farmi parola
sui baffi del gatto che dorme la mia tregua
è per la polvere che cade sul tappeto
quando il pendolo non guarda.

Sedimento per grazia d’inerzia
con le spore quiescenti dei muschi
convinta come un welcome sulla soglia
per chi arriva dal novemilatredici.

 

*
Quando si rivoltano le zolle al campo
è un luccicare di pepite brune
Vero è che le ombre a ridosso
del solstizio si allungano più in fretta.

L’età dell’oro ha vita breve.

Pure vero che un autunno così estivo
non lo si vedeva da decenni
Ho le carte in regola per dirlo
- quasi un vezzo –
con l’occhiale in punta di naso.

 

*
Certi giorni nascono perfetti
Ti svegli che non hai male a niente
la luce è così giusta sui profili che
anche i cipressi sembrano cordiali
Tutto si accende – al primo colpo -
la radio canta “it’s a beautiful day”
una scritta spray t’informa che Dio c’è
e più tardi chiamerà per sapere come stai.
Si fa tanto per dire, non è questo il giorno.

 

 

Maria Grazia Di Biagio

Laureata in lingue e letterature straniere (Tedesco – Inglese) all’Università G. D’Annunzio di Pescara, dove attualmente vive e lavora, ha contribuito con la sua Tesi sul Dialetto Vallese di Rimella”, alla stesura di un vocabolario a salvaguardia dei dialetti Walser in Piemonte.

Una sua silloge poetica dal titolo “Blue Songs” è stata semifinalista al Concorso “Ilmioesordio” della Feltrinelli e si è classificata al 3° posto nella I Edizione del Concorso Nazionale “Il lancio della penna” di Bari.

Nel 2012 vince la II edizione del Dieci Lune festival dell’Autore 2012 a Napoli con la silloge poetica “Nella disarmonia dell’inatteso”, in seguito pubblicata dalla Casa Editrice Bel-Ami  organizzatrice del Premio, con prefazione di Dante Maffia.

Il libro si è classificato al IV posto nel Premio di poesia e narrativa Albero Andronico  VII edizione 2013– sez. Volume edito.

Suoi testi sono presenti in diverse  antologie fra cui  “Una poesia nel cassetto”-Flanerì 2011  e “La donna nascosta” – Lieto Colle 2013,  sulla rivista internazionale Contemporary Literary Horizon tradotti in rumeno, sulla rivista Brabant Cultureel tradotti in olandese.

Gabriele Marchetti

lunedì, 14 luglio 2014

fotografia

 

Questi inediti sono rimasti esclusi da ”Urla nell’acqua” per vari motivi. Il primo, e più importante, è stato il loro ”essere fuori tema” con il resto della raccolta. ”Urla nell’acqua” era il racconto, fatto attraverso illuminazioni improvvise, attimi incancellabili dalla memoria, impressioni svariate, di un’infanzia; non la mia in particolare, anche se ne era la base, ma quella di un qualunque bambino cresciuto come me a stretto contatto con la natura e i suoi momenti. Veniva tracciato, in quelle poesie, una sorta di cammino che portava alla scoperta della morte, che faceva da spartiacque con l’adolescenza (o almeno, si trattava della prima perdita dell’innocenza originaria nel bambino). I testi inediti avevano un sapore diverso, o così mi sembrava già mentre li scrivevo. Più maturi, anche strutturalmente, piegavano tutti verso una metrica e una divisione strofica molto più regolare, più ”adulta” appunto. Quindi la loro presenza nella raccolta avrebbe confuso il percorso. Ho preferito riunirli qui, per ora. Ciò che rimane identico, da ”Urla” a questi inediti, è la costruzione per immagini delle poesie. Le intromissioni esterne, e in esse conto anche le mie, le volevo limitate al minimo; il passo successivo sarebbe una poesia talmente impersonale da risultare quasi senza autore. Qui la presenza di un protagonista, chiamiamolo così, è ancora viva. Ma ciò che ne esce (o dovrebbe) è l’immagine pura, che basta a sé stessa per avere un senso, una qualche bellezza che la giustifichi. La scelta della metrica mi viene forse dalle letture che dagli anni del liceo non ho mai più interrotto. Non so quanto sia utile, o diffusa, o accettata, oggi; forse perché certe letture ci sono state inculcate a forza dalla scuola, invece che farcele ammirare per la loro perizia, molti dei poeti contemporanei hanno puntato tutto su un’anarchia della versificazione giustificandola con l’idea della loro legittima libertà espressiva. Io trovo la sfida a far combaciare la volatilità dell’immagine con una struttura rigida nella quale convogliarla, senza legarla troppo stretta, molto più allettante. E’ la strada che voglio continuare a seguire.

 

 

Inediti

 

 

Pomeriggio

Le tue mani, affondate dentro l’acqua

verde, somigliano a rami spezzati

da una fredda corrente.

 

Intirizzisce l’aria, fa più forte

il verso gorgogliante della riva,

continua litania.

 

Amare per davvero è non amare

che se stessi, la propria solitudine

al centro della vita.

 

Lo stormo chioccolante dei fringuelli

attraversa il braccio di lago, scuro

nel cielo paglierino.

 

E mentre ti alzi, silenziosa noia

deve sembrarti il lungo pomeriggio

nel sole che va e viene.

 

 

 

Emma

Scura, la falce d’ombra

è scesa sopra il bosco.

Il disco pallido del sole spezza

il colore del fogliame, lo tenta

coi resti della brezza.

Dove il fiume rallenta,

tra le radici nere

dell’ontano, Emma siede da sola

a contare e ricontare le sere.

 

Il ramo che si schianta,

incidendo il silenzio,

ha una nota più triste nella voce.

Spaventati dalla calma interrotta

e dal grido nell’acqua,

gli uccelli si rimbrottano

e scappano al riparo

nel groviglio viola delle fronde,

nel buio delle foglie tutte d’oro.

 

La luna che cancella

ogni altra luce scivola

via, sbrindellata dal temporale.

Emma conosce il dolore, una traccia

nell’erba blu al mattino,

la notte che l’abbraccia -

le briciole dorate

svanendo la guidano più lontano

fino ai cancelli bianchi dell’estate.

 

 

Visione

Nell’attimo che la luce raggruppa

lontano dalle rive, le acque ferme

riflettono per caso vecchie estati

in cui spezzavo un’esistenza inerme.

 

Amavo Dio perché era i giorni azzurri

di giugno, i compleanni rumorosi

nel cerchio dei ciliegi, e le nottate

quando le stelle erano occhi curiosi.

 

Il silenzio lungo del pomeriggio

di agosto, mentre smorza l’acquazzone

tra lo stormo immobile delle foglie

l’afrore del cocente solleone.

 

Ma vivere è fin troppo. E ricordare

nella cappa d’ombra che la contorna

non serena, o comunque mai del tutto,

la rapida visione che si storna.

 

 

L’attimo

I rami incrociano sulle radure,

uccelli neri segnano l’autunno

con le loro impossibili figure.

 

Aspetto l’attimo che questa vita

si smagrisce nel silenzio distante

che la fa quasi sembrare infinita.

 

 

La ragazza nell’acqua

Oltre l’erba che ingiallisce da tanto,

i bambini hanno inciso un segno

tra le scapole magre del castagno

e lì ciascuno scrive il nome -

mentre scioglie i suoi capelli verdi

la ragazza nell’acqua.

 

I pomeriggi incerti nella luce

che rimbomba dal cielo, alta sul fiume,

mette paura il temporale:

e i nomi cancellati dalla pioggia,

la sensazione, se scende la sera,

che ogni cosa poi muore -

 

il blu remoto dell’infanzia,

il silenzio in cui finisce la festa.

 

Quante volte, sotto le stelle immobili,

siamo tornati a cercare le impronte

dell’estate precedente, profonde

nel fango che copre i sentieri -

come ferita che non si richiude,

la ragazza nell’acqua.

 

 

Sassi

Sotto i sassi che uccidono la luce,

il mio fiume nasconde le trote -

eppure brilla per un attimo, feroce,

l’oro scuro delle pupille vuote.

 

 

Il sapore dell’autunno

Ha il sapore dell’autunno in bocca

l’acqua veloce che rallenta, stracca,

e ricopia una luna nata rossa -

 

ogni notte, nel silenzio che passa,

le vigne mandano odore di morte

che piano ti mangia da parte a parte.

 

 

 

Gabriele Marchetti, nato a Lecco il 2 luglio 1979, residente a Valgreghentino (LECCO), piccolo paese tra il lago e la Brianza. Diplomato all’istituto magistrale ”G. Bertacchi” di Lecco, laureato in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano con una tesi di Filologia Romanza sulla letteratura arturiana spagnola, discussa con Alfonso D’Agostino. Ha pubblicato ”Urla nell’acqua” (OTMA, 2013), raccolta di poesie; ”Il vento e il mare” (Corebook, 2013), romanzo.

Annalisa Teodorani

lunedì, 7 luglio 2014

ANNALISAn

 

 

 

Fedele, ma libera a suo modo da antecedenti illustri che nel suo dialetto e nell’asfissia cittadina hanno dato vita a importanti opere, da Pedretti a Baldini, la voce di Annalisa Teodorani è unica nella poesia contemporanea italiana. La sua lingua, materna e assoluta, scolpita nell’ aria di una propaggine di Romagna chiara e dura, trova le meraviglie e i magoni della vita. La poesia, qui, trova dentro il vissuto gli elementi minimi di una mappa esistenziale che arde e sa, a volte con il sorriso tirato o a volte sognante sulle labbra, vedere l’invisibile in quel che crediamo di sapere, di avere già veduto. Rinnovando l’antica, povera e pericolosa missione della poesia: la sorpresa … Senza la quale la vita non si vive ma si perde.

 

Davide Rondoni  ( quarta di copertina)
Zuclitìn zal

Se t guérd da una fiséura
t vòid ch’i va in zóir da par lòu.
Zuclitìn zal, tre par do,
e l’instèda sa tótt i su dintìn.

Zoccoletti gialli
Se guardi da una fessura / vedi che si muovono da soli. / Zoccoletti gialli, tre per due, / e l’estate con tutti i suoi dentini.

***

Vòia ad vóita

Enca e’ culòur di tu ócc
u s’è strach
e a t vègh dalòngh
in chèva m’una vòia ad vóita
che dal vólti la t fa mèl.

Voglia di vita
Anche il colore dei tuoi occhi / si è stancato / e ti vedo lontano / in fondo a una voglia di vita / che a volte ti duole.

***

Gnénca a prighè

E’ braz dla scaràna
l’è pin ad pensir, i tu
ch’ i n tróva pèsa gnénca a prighè.
Quèi ch’ i s nu n và
i t pórta sa lòu
duvò, ta ne sé.

Nemmeno a pregare
Il braccio della sedia / è pieno di pensieri, i tuoi / che non trovano pace nemmeno a pregare. / Quelli che se ne vanno / ti portano con loro / dove, non sai.

E’ grèn u n fòura

Làsa al spóini m’al rósi
e làsa che d’una mórta ròssa
u li faza s-ciupè e’ vént dla nòta.
Amdèn un bén d’ór
andarém a carezè.
E’ grèn u n fòura
se mai e’ fa e’ sanguéttal.

Il grano non fora
Lascia le spine alle rose / e lascia che d’una morte rossa / le faccia esplodere il vento della notte. / Domani un bene d’oro / andremo ad accarezzare. / Il grano non fora / casomai fa il solletico.

***

Un mèr antóigh

Drì la paròida ad cartunzès
una vólta u i éra e’ mèr.
Ancòura u s sint l’udòur
e d’ògni tènt e’ vén a sbàt
m’i vóidar d’un insógni.

Un mare antico
Dietro alla parete di cartongesso / un tempo c’era il mare. / Ancora se ne sente l’odore / e ogni tanto viene a sbattere / nei vetri di un sogno.

***

L’asasòin d’una pavaiòta
L’asasòin d’una pavaiòta
e’ làsa in zóir
impròunti arzantèdi.

L’assassino di una falena
L’assassino di una falena / lascia in giro / impronte argentate.

***

L’òmbra d’una cumèta

Quant e’ sòuna e’ zil
l’è tótta un’ènta musica.
Quel ch’u n còunta
u n m’avrà.
E se própria un quèl
u m’avéss da purtè via e’ sòul
a vrébb ch’e’ fóss
l’òmbra d’una cumèta.

L’ombra di un aquilone
Quando suona il cielo / è tutta un’altra musica. / Ciò che non conta non mi avrà. / E se proprio qualcosa / dovesse portarmi via il sole / vorrei che fosse / l’ombra di un aquilone.

 

Annalisa Teodoraniè nata a Rimini nel 1978, vive a Santarcangelo di Romagna. Esordisce neI1999 con la raccolta di versi in dialetto romagnolo Par senza gnent [Per nulla] per l’editore Luise di Rimini cui fanno seguito La cherta da zug [La carta da gioco] nel 2004 e Soia la guaza [Sotto la rugiada] nel 2010 (II Ponte Vecchio, Cesena). L’autrice e compresa nel saggio, a cura di Pietro Civitareale, Poeti in romagnolo del secondo Novecento (La Mandragora, Imola, 2005) e, a cura dello stesso autore, nella selezione antologica eponima uscita neI2006 per le Edizioni Cofine di Roma. E presente anche nel Dizionario dei poeti dialettali romagnoli del Novecento, a cura di Gianni Fucci e Giuseppe Bellosi (Pazzini, Villa Verucchio, 2006). E compresa inoltre nell’antologia in lingua inglese Poets from Romagna, uscita nel20 13 per la casa edit rice gallese Cinnamon Press. Recensioni alle sue opere sono comparse su riviste specializzate quali «II Parlar Franco», «Confini», «Graphic».

Ada Crippa

lunedì, 30 giugno 2014

10314772_10202228894429612_1928942890814767370_n

 

E’ qui

                                   

 E’ qui, oltre questa ruga
-che le mie dita sfiora-
la porta d’accesso all’infinita vita d’avi
che mi comprende.

M’invita
-nell’atrio spalancato
che conduce alle stanze del tempo
sepolto- un attimo fuggente
che la soglia tutta indora

seppur rapido è il suo passare
una goccia di luce
oltre la ruga rimane
a chiarirmi che altre infinite stille
vuole l’oscurità

Da “Luce e Notte”- antologia -LietoColle

 

Alla riva

Sopra al cielo dei pesci
vanno i piedi nudi
come automi

simbiosi di squame
nell’immersione m’allaga
e una coda sirena
quasi mi punta

da “Acqualuna” 2011-Onirica Edizioni

 

 

Remota
Quand’ero pesce
l’acqua m’insegnava
la corrente alle pinne
così durammo agli abissi
in specie

così il vento alle ali
quando fui uccello nei cieli

così la terra i suoi nodi
ai piedi che vanno leggeri
quando dal petto una musica
d’onde o un frullo sorprendente
ci giunge

Da “Le voci della Luna” segnalata

 

 

*
M’infilo nella cerniera dell’orizzonte
nuoto nuda tra mare e cielo
squame e piume sulla pelle
e ritorno a casa

(inedita)

                                                                   

Strali nel buio

Lancia strali dal buio
il Kaos primordiale

un lamento insistente
sale e scende nella corrente
di tutti i rivi della mia carne

in similitudine vado cosciente
ad occhi chiusi alla strada del ritorno
un guizzo tento nella sua onda
pesce nel flusso squamata lotto

ed ecco il diluvio universale
apparire
le piogge millenarie
le gocce trasparenti
precipitare al suolo
farsi dita cercarsi unirsi
Gaia ed Urano intravedere
sotto le ciglia
e poi placata tornare
lenta

(inedita)

 

 

Quel senso

C’è un attimo nell’ora
e più ore nella vita
dove ti prende un senso
indefinito

senti – come già vissuto
l’attimo che avanza
incompiuto

come in un teatro- dove non visto
il suggeritore nascosto
parole già scritte sulle labbra ti mette:

conosce le parti, le persone, i luoghi
e tutto si svolge come già
confusa – temevi

… e ti sforzi di ricordare
forse in sogno, forse – tal scena avvenne.

Memoria, memoria
quando partorirai?

Da “Antimenti” 1989 (pubblicazione propria)

 

Sono

Sono una goccia – che in uno stagno cade
e che solo per un attimo – le acque ferme smuove.

Sono la pioggia che cade nel mare
il mare che batte lo scoglio.

Sono lo scoglio che arresta il vento
il vento che s’ingremba nell’onda
sono l’onda che disseta la riva
la riva che s’allunga nel sole.

Sono il sole che scalda la terra
la terra che contiene la zolla
sono la zolla che attende l’aratro
l’aratro che invita la mano.

Sono la mano che preme la tua
perché dunque io, ti amo
io t’amo e so d’essere nulla
- nel passato o nel futuro – nulla.

Sono un frammento di luce dispersa
nel tempo che cerco
sono un nugolo di polvere mischiata con l’acqua
sono l’acqua che bevo e che nutro
sono un soffio nell’universo infinito.

Sono il respiro della luna
che passa silenziosa
sono un uccello che scava col becco
la sua dimora

sono una foglia scritta nel tempo
la stagione che si consuma
sono la notte che scende furtiva
il buio che intana e fa’ paura.

sono dunque… la morte?
sono prima: la vita

da “Antimenti” 1989- (pubblicazione propria)

 

 

*

Ho vissuto in una mattina afosa
mentre andavo solitaria per la casa
Un attimo di morte della mia vita
Qualcosa che saltava nel buio assoluto
Traslocava dal me materica
al fuori libera eterea
Poi il ritorno fulmineo della cosa senza corpo
Nella statua di ossa a scolpirmi il viaggio

(Inedita e recentissima)

 

 

 

 

Ada Crippa è nata ad Agrate Brianza (MB) dove tutt’ora vive
Ex operaia ha iniziato a scrivere poesia sin dall’infanzia

Pubblicazioni:

“Antimenti”- raccolta antologica a tre voci (con Corrado Accordino- Dario Pardes Roques- Ada Crippa) pubblicata in proprio nel 1989.
La raccolta “Vele” LietoColle 2007
La raccolta poesie brevi “Acqualuna” Onirica Edizioni 2011
Due Plaquette “Libero suono” 2004 – “ Albero” 2005 Pulcinoelefante di Alberto Casiraghi
“Eco Di Neve” – Haiku- La Vita Felice 2014

È presente in diverse antologie tra le quali:
“Tii bacio in bocca” “Luce e notte” “Corale per opera prima” “Milano verso Roma” “Il segreto delle fragole”” Verba Agrestia”- LietoColle.
“Poeti Lombardi” 2006 Giulio Perrone Editore.
“Donne si raccontano” antologia per l’otto marzo 2005/6/7/8 Edit- Santoro.
“Krons” 2013- Onirica Edizioni
“Carovana dei versi” 2011/12/13 di Abrigliasciolta.
“(S)frutta il Segno”- La vita Felice- 2012
“Haiku” – tra paralleli e meridiani”- Fusubilialibri- 2013
“Caro Bastardo ti scrivo” -storie di male e miele- FusibiliaLibri – 2013
“IncastRimeTrici” – Arcipelago edizioni – 2013
“Kronos” 2014- Onirica edizioni

Ha ottenuto diversi primi posti in concorsi letterari, finalista in “Poesia di Strada” 2012 e segnalazioni di merito tra i quali: “Le voci della Luna” 2010 -Sasso Marconi.

Daniela Cattani Rusich

lunedì, 23 giugno 2014

Daniocchioooo

 

 

Tre Poesie tratte da ” Segreta”

E andremo

E andremo, senza muoverci,
sfidando il sogno
e l’abitudine,
solcando controvento
le trame dell’incerto
ruvidi di carezze ad ali chiuse.

Raccoglieremo il grano
ai bordi di un’assenza,
spettinati come raggi di sole
in pieno autunno,
perdendoci senza un perché
dietro a un respiro…

La mano del silenzio
scucirà i nostri vestiti
e ci ameremo
- sabbia fra le dune -
Nessun dio
a riscriverci il destino.

Soffierà il vento,
ci strapperà i pochi capelli
ma noi saremo
come il tuono, come spighe,
piene di luce e piaghe
da far male…

E andremo sempre,
il buio stretto in fondo al pugno
piegato in due
sotto un giaciglio di speranze;

l’alba ci scoprirà
- senza più sguardi -
e i nostri cuori
avranno vele alla deriva.

[Cosa sarò quel giorno
nei tuoi occhi?
Cosa sarai
tu, neve fra le dita...]

Ma adesso
danza sulla mia lingua
- danzami senza pensare -
che tutto il bene e il male
scorrono via come un tormento;
e noi restiamo immobili
in quest’eterno pianto,
per non averci mai
se non di sale.

 

 

DI STESSA MADRE

Passaggio d’ambra, mia straniera,
amaro sia il percorso intorno alla speranza_
lacrime a cristallizzare il volto nel dolore
scivolato dal quadro e reso carne umana.

Scorre anche il tuo sangue, mia straniera,
dai punti di sutura del destino_
e mi addolora l’arco teso e immobile
sull’orlo incastonato del possibile.

Ma più stupisce, sorella, mia straniera,
di stessa terra e stessa madre! -
il tratto differente del tuo andare:
canone inverso, verbo e disciplina
là dove fu per me soltanto il vento.

 

 

 

Mia Viandante Senza Tempo

E mi cammini a lato come ramo fiorito
che si arrampica piano, senza fare rumore.
Vivi, muori, rinasci e al largo del mio cuore
ancora sei presenza, volo raso di farfalla.

Frutto acerbo o lacrima d’estate,
d’ogni passo il seme da sbocciare
- nella mia mente fulgido giardino -
alba d’eterno che non vedrà il giorno.

Eppure ho il tuo sorriso sulla pelle
come un destino ricamato a mano,
l’istinto a vivere – languida carezza -
unica arma che possiedo, in pace e in guerra.

Tu sei qui, mia viandante senza tempo,
appesa al cielo – giglio addormentato -
sei il filo acceso che mi lega al sogno,
in linea curva, verso l’orizzonte.

[Da carne a carne, da sangue a sangue:
il filo reciso-ma-acceso
aleggia infuocato nell’aria]

 

 

Ivan Fedeli su SEGRETA

Caratteristica rilevante dell’Autrice è la personale, costante ricerca che tende a fondere, orgogliosamente, scrittura e oralità in direzione di una ritrovata sinergia tra parola e segno, tra fonema e significato – Vista la tendenza della poesia contemporanea ad appuntire il linguaggio troncando così l’aspetto fonico della parola -
Segreta è un libro in continua evoluzione, multiforme e poliedrico, è una dichiarazione di poetica che tratteggia un intento riformulativo del linguaggio secondo schemi mai fissi o dati e che, come tale, rivela molto altro: ovvero un progetto di estensione del poetabile a ogni aspetto della realtà.
In tal senso la voce della Rusich si allinea a un movimento di scrittura contemporaneo che contempla altri nomi nuovi di spessore, quali Iole Toini, Liliana Zinetti, Daniela Raimondi: con esse l’Autrice condivide il gusto per la rottura-ricostruzione del tessuto poetico in forme liriche diverse (dovuto anche alla particolare predisposizione dell’Autrice per la narrativa) e lo scavo delle potenzialità espressive insite nella sensazione del dolore-mancanza; infine rinascita o marchio impresso a fuoco.
Ciò che la differenzia e la rende voce originale a me pare sia soprattutto la varietas, da intendersi nel contesto come analisi a tutto tondo dell’emotivo e contemporaneamente come forza di sintesi quasi epigrafica, attraverso cui molti testi chiudono in modo netto ma tremendamente dolce la situazione poetica.Convince, insomma, la rarefazione di uno stile solo in apparenza immediato e suadente; in realtà variegato, intenso e mai scontato.
La poesia della Rusich è una sfida per il lettore che vuole ferirsi e rinascere oltre le banalizzazioni del presente e, nel contempo, dono e splendida minaccia, labirinto in cui perdersi alla ricerca di una via d’uscita.

 

 

 

TRE INEDITI

Digitalis Purpurea

Mi nevicano sogni di ghiaccio sulla lingua
si sciolgono nel fuoco della gola in un momento
ti assalgono di spalle, sgranando un’altra aurora
si arrendono ruffiani al pasto dell’amplesso.

E tu hai portato in dote il bacio degli amanti
come se fosse un limbo di fiori immacolati!
ma c’era un segno sulla promessa schiusa
offerta come rosa sfogliata da spogliare.

[M’ama o non mi ama: giocare, non mentire]

C’è un attimo in cui cedi al volo che accarezza
poi chiudi porte a chiave per scriverci attraverso
La vita è un soffio che si fa mare in tempesta
quando del vero resta l’orgasmo dell’attesa.

 

 

 

A lato dei sogni*

Eri molto più
di quanto fosse il mio cappotto:
caldo, confortevole, perfetto!
Un sogno in tasca, nell’altra la tua mano
il bavero rialzato a suggerire al mondo
quel tono vagamente mister-chic

E io restavo lì
appesa tra un’asola e un bottone
- come una tarma a fare buchi
d’impazienza -
dentro il tuo aplomb di piombo sul mio cuore
perché fosse leggero respirare.

[Io piccola, tu immenso
Tu il cachemire, io la pelle
Tu nevichi, io brucio
Io tuono, tu mi plachi]

E allora mi cancello
l’inverno e le sue sviste
dall’Arco del Trionfo lancio triste
il tuo cappotto
[caldo d’amore - forse è un errore]
vado scalza camminando
sur le cotés des reves*

 

 

 

Sul taglio della notte

Il verso è una ferita
sul seno immacolato di una vergine
l’impalpabile atto di coscienza
primo a solcare inesistenti perfezioni

Ci si pensa immuni
tra l’anima spolpata e la carne unta al giogo
scavando alle radici come cani
nascondendo sillabari sotto il letto

Ma in attesa s’acquatta la parola
con le sue crepe di silenzio scosse all’eco
scandendo al ramo cifre misteriose.
E poi si prega

piegati cavalcioni
sul taglio scintillante della notte:
ché la poesia si fa col sangue
e un vortice di vento fra i capelli.

 

 

DANIELA CATTANI RUSICH
Apolide e sangue misto (friulano, greco, slavo, turco, armeno), Daniela scrive da oltre trent’anni. Collabora con alcune case editrici in veste di editor e curatrice di antologie. E’ redattrice del sito Poetika, direttore creativo di Onirica Edizioni e da poco presidente dell’Associazione culturale CreAzione.

Ha pubblicato numerosi testi, sia in versi che in prosa, su riviste letterarie e antologie, edite da Giulio Perrone, Albus, Aletti, Liberodiscrivere, Liminamentis, Onirica edizioni e altri.

Primo premio al XVI concorso internazionale, patrocinato dalla Presidenza della Repubblica, “Them Romano”, con il racconto Porrajmos-l’olocaausto zingaro.

Primo premio al concorso “Un monte di poesia” 2009 con la lirica Segreta, che dà il titolo alla sua seconda silloge, terza al concorso nazionale “Poetando” con la prima raccolta poetica “Rendimi l’anima”, tra i cinque finalisti  assoluti del Premio “Massa città fiabesca di mare e di marmo” con la silloge “Segreta” nel 2011, e nel 2012 con la poesia “Mia viandante senza tempo” presso l’Accademia Alfieri di Firenze.

Il suo primo romanzo, “C’è Nessuno?”, sta riscuotendo grande successo di pubblico e di critica.

Nel luglio scorso si è trasferita in Toscana (dopo venticinque anni di insegnamento a Milano) insieme alle sue adorate gatte. Scrive prefazioni e recensioni, recita, realizza videopoesie. Crea gioielli e sorride sempre.

In uscita la sua terza silloge, in preparazione un testo teatrale.

 

Il suo sito

www.danielacattanirusich.it

Valentina Calista

lunedì, 16 giugno 2014

 

10558_10200708507491948_1898435589_n

 Inediti 

 

1)
Bevete pure la vita
con ghiaccio e gin
e riflettete il viso
nei vuoti bicchieri
non sapendo più nulla
del vostro nome.

2)
Guardare le vetrine, assistere al vortice
umano oscillare tra i due poli della strada
e osservare nell’intatto minuto la miseria.

So di avere quanto basta nella borsa e qui
un fazzoletto pronto all’uso di un eventuale
addio, ma è certo che lo userò per il naso.

Passeggiamo io e te, in ogni angolo di strada
a cercare disperatamente bellezza, quella
che non vuole denaro alle sue celebrazioni.

È così che lo scoiattolo ci viene a salutare,
si lascia guardare nell’impacciata simpatia
e ridiamo del nulla, la nostra semplice presenza.

Solo perché c’è un qui, ed ora, e un futuro
che sfugge all’uomo, solo perché sei tu
che intenerisci le mie angustie rivelazioni.

Questa è la freccia che cattura il tempo eterno
appeso al muro delle nostre case già cambiate,
freccia che restaura le speranze nei cassetti.

Guardare le vetrine, assistere al vortice
umano oscillare tra i due poli della strada
e osservare nell’intatto minuto la miseria.

Non parliamo di denaro io e te, non di avere,
ma dell’avida sconfitta umana, quella precedente
l’assuefazione all’amaro nel cuore oramai sfinito.

3)
Vedo solo il sorridere della follia
in queste quotidiane disinvolture.
Le strade sono specchi d’abisso:
piace sciogliersi, come fango nei fiumi.
Guardo la roccia della mia memoria
scavare nel difficile spessore di ieri,
non sono poi tutti bravi a fare i conti.
Non è la matematica l’espressione del
ricordo, l’umana volontà di fissare
un secondo passato nell’attimo presente
già sfuggito. Nelle mani ci sono dita
da contare per non perdersi nel buio.

4)

Ammainare lo sguardo
aldilà di una stanza,
fuori tendere la mano
sfiorando le curve del vento
e ricordarsi del proprio nome
per non dimenticare l’origine.

5)

In questa lunghezza
chiamata tempo
vi è un’interruzione
chiamata vita.

Esplosione di riti,
ciclici disegni
portano il pensiero
alla percorrenza
dell’esistere.

Se c’è un’interruzione
è la vita.
Dall’etere all’utero,
dall’utero all’umano.

Le bocche della gioia
celebrano festività
ad ogni punto
interposto
tra gli eventi e la vita.

In questa lunghezza
chiamata eterno
c’è un’interruzione
chiamata vita.

6)

Inevitabilmente dobbiamo aspettare
quel giorno in cui qualche cosa parte,
ed è vuoto nel nostro perimetro umano.
Il tempo decanta l’assenza. Null’altro.
Della morte è solo l’amore la salvezza.

Affollati in grani di bruna terra i pensieri
Si danno alla luce, le allodole cantano,
lo scorrere furibondo del tempo alato
impressiona le aiuole della memoria.
Nulla. Dalla morte l’amore ci salva.

7)

La figura del terrore
è non
poter toccare
le singole
parole.

Solo udire, udire,
ascoltare,
ma mai toccare
le voglie
delle destinazioni.

Solo udire
i dettami delle leggi
abbandonando
gli spostamenti
degl’incantevoli umori
primitivi.

Questa è la figura del terrore.

Non riconoscerti nel viso,
nei perimetri delle distanze,
dentro lunghi umori
tracciati sopra i miei.

Ora sono due
le distanze, unite
per sovrapporre i vuoti
e renderli meno vuoti.

Unite a riprenderci le mani,
strette a soffocare, immobili,
fino a toccare quell’ultimo
avanzo di vuoto.

Restituiamoci il totale.

8)

Dal tuo viso la pioggia
mi racconta di Settembre,
del suo plumbeo intercedere
e delle nostre mani fredde.

Siamo state quasi eterne
quando il sole ci chiamava
nel suo schianto sulle rocce
e tra le crepe degli ulivi.

L’umido dei capelli
scompone i miei pensieri
e mi rivolgo alla tua voce
per risanare questa crepa.

Ho le mani distaccate
dalle solite tranquillità.
Il nido di prima è vortice
alla quotidiana avventura.

9)

La porta si apre
sul fiume di un giorno
triste.

E la tua mano avvinghiata
all’oro della maniglia
cerca risposta nel lampo.

La domanda è la morte
suonante cavernose trombe
su quest’isola lenta. Plumbeo
il cielo raccoglie le nostre anime.

In caduta libera, finissima acqua
esalta l’imperfezione del tuo viso
saturo di rughe e di perché,
come mai, ora io, noi. Tutti.

È così che un confondersi
d’acqua sulle tue guance
cancella anche l’ultimo
dei miei baci.

10)

Freddo, intercedere dell’inverno,
marciapiedi di desolazione e umidità,
io nell’Immane presenza ascolto:

le supremazie del vento decollano
atterrando tra fronde già verdi e bagnate,
nei prati speranze furibonde trottolano,
io nell’Immane presenza prego:

che sia possibile incrociare le nostre mani
per difendere i petti con gli scudi,
possibilmente senza disprezzare l’umano,
ed io nell’Immane presenza penso:

che siamo carne sacra di vapori d’anima,
costellazioni simultanee di preludi vitali,
eternamente danzanti sulle tracce di un Bene,
io nell’Immane Presenza accetto:

l’esistenza, tutta nella circonferenza universale.

Quanta piccolezza nelle nostre viltà, giornaliere
presenze nell’imbuto delle umane tristezze.

 

 

 

Valentina Calista è nata a Roma il 22 giugno 1983. Attualmente è PhD Scholar in Italian Studies alla University of Reading (UK) che la vede impegnata in un progetto di ricerca sul discorso biblico e mistico nella poesia italiana contemporanea con focus sulla poesia di David Maria Turoldo e Alda Merini. Gestisce il suo blog personale dove pubblica i suoi testi (valentinacalista.wordpress.com).

Premio Palmaria giovane, poesia inedita 3°posto (2006), Premio Claudia Fioroni, poesia inedita 1°posto (2003), Premio Gianfranco Rossi per la giovane letteratura, segnalazione di merito (2011).

Il 9 novembre 2013 è stata intervistata dal giornalista Sergio Nava della trasmissione radiofonica Giovani Talenti del Sole24ore. L’intervista dal titolo Giovane dottoranda a Reading lontana dai baroni è disponibile su sito internet della trasmissione.

Sempre del 2013 è la plaquette “OLTRETUTTO”, Edizioni PulcinoElefante.
Ha pubblicato nel giugno 2012 la sua opera prima di poesia “LA VERTIGINE DELL’ANDATURA” (Edizioni Ensemble, Roma), della quale ha curato la prefazione lo scrittore Giuseppe Aloe, Finalista Premio Strega 2012.

Ha partecipato a PARCOPOESIA 2008.

Allieva dell’insegnante, scrittrice e poetessa (Premio Montale 2001) Paola Malavasi , scomparsa nel 2005.
Nel 2007 ha incontrato e conosciuto Alda Merini.
Ha pubblicato un saggio critico:
Alda Merini, quell’incessante bisogno di Dio, OTTO/NOVECENTO, Rivista quadrimestrale di critica e storia letteraria, anno XXXIV, n°1 gennaio-aprile 2010, Milano.
Ha pubblicato l’intervista ad Alda Merini:
Alda Merini: non potete rinchiudere i poeti, Stilos, anno IX, n°5, 6 marzo 2007, Catania.

Sue poesie sono apparse in L’eco del Vento (Pagine, Roma, 2006) e in riviste online quali La poesia e Lo Spirito, La recherche, Lo Specchio (La Stampa) con commento di Maurizio Cucchi.
Si è laureata all’Università della Tuscia nel 2008 con la tesi Dalle trame del buio. Alda Merini tra follia e salvezza .
Ha conseguito la laurea specialistica all’Università della Tuscia nel maggio 2012 con la tesi David Maria Turoldo: <<Paola, il fiore dell’anima>>. Dall’impegno sociale alla mistica: “O sensi miei…”, analisi di un’opera compendiaria.
E’ cantautrice, suona la chitarra e compone le sue canzoni.

Paola Puzzo Sagrado

lunedì, 9 giugno 2014

 

10425758_10203885997539991_1618914637_n

I versi di Paola Puzzo Sagrado colpiscono per nitidezza, definizione degli attimi, l’intenzione ferma con cui il drappo posto sul nodo gelido da sciogliere è sollevato. Ci sono grazia ed eleganza nel porgerli che nulla tolgono alla forza delle immagini: onda calibrata che investe, limpida nel registro, finemente profonda. Latente, implicita, la sensuale rarefazione di un femminile che non cede alla lusinga di un’esposizione dell’eros fine a se stessa, piuttosto una fusione con la dimensione che s’interroga sul senso (o ruolo) di un sé capace di contenere le domande di una generazione che dura millenni. Può accadere così che il tempo, precipiti in un non luogo dell’avvenire avvenuto, fissando lo sguardo sul groppo preciso, approdo cercato, un particolare vicino e riesca poi a deviare il “sospeso”, a rifletterlo, come biglia che schizzi sul centro taciuto (fissandolo sul foglio bianco “fino al midollo” cit.). I versi lancinano e la “compostezza” (accurata la rimozione del superfluo, ogni sonorità vibra senza rumorosi artifici) con cui è offerto il sacrificio, la lucente bellezza delle figurazioni, tocca corde che rispondono a un richiamo ancestrale seppure l’immedesimazione abbia convinzione di modernità attraverso i lemmi, i temi che abbracciano il vario, comune e singolare, mondo di donna calata nel quotidiano ma protesa per quel dove di sguardo che fa di Paola Puzzo Sagrado una voce poetica necessaria.

(di Doris Emilia Bragagnini)

 

inediti di Paola Puzzo sagrado

 

Fatalité d’une femme

Gesti di folle autarchia
equilibrismi della logica
tengono piatta la posizione

Denti in gabbia
Stipsi dei sentimenti

La livida umiliazione
di un rossetto inviolato
stinge vendette irrisolte

rivoli di carminio sversati
tutti, in un cuore inesatto

Scaldare questa sedia cosmica
avallare la nuda sintesi del graffio
avvolgersi in stole d’egoismo
sgranare rosari di lussuria
o impazzire in segreto
la mente puerile rinchiusa
nei fondi cassetti di un limbo…

No, no, no, no!
Sbocciare altrove, altra
opposta al vento

curva di tenerezza
sulla terra diaccia

 

Violenze impercettibili

Tono su tono
come un cieco se vedesse il buio
il tumulto rombante del sangue
in un silenzio di carne nuda.

Inavvertita la differenza
tra un sorriso
e una piega amara
tra un ricordo
e una catacomba mentale
l’infliggersi di uno sguardo
è un’apocalisse del cuore.

Ma tutto avviene, cade o piove
l’aria si fa senza uscite
nell’attimo di uno smottamento
nello spazio di un filo d’anima.

Rivedersi a valle
non è nella mia idea di amore.

 

Disegnarsi gli occhi per vedere di sperare

Accade, talvolta
che i fiori recidano la luce
e in un collasso d’intenti
l’aria nella stanza vacilli
(occorre fenderla anziché
portarne il peso sulle spalle)

che un ragno di sgomento
s’inerpichi nero fino al midollo
abbandonandoti alla fine
di qualcosa che non c’è stata
mentre guardi in faccia
il foglio bianco.

E di spingere
le parole a bordo tavolo
rifiutando di mettere un forse
davanti a ogni frase.
Anche se, comunque
non dirai il vero.

 

Dire due partendo da zero

Blu coccinella, rosso da scialare
a cenni ipotetici di sfumature violente
già amare un canto, senza saperne la voce
scambiare cinque lettere per meta esotica
di persistenti desideri da spiaggiare

Fregarsene della metrica, a quel punto
per ribadirsi un concetto impopolare
ciò che possiedi è tutto in una gabbia
d’organica materia ossea, fratturata
da un’anima troppo incline a divagare

Disamalgama crudele che fraintende
il particolare annegato nel totale
per vedere quanto stai per perdere
ti basta incontrare due occhi fermi

Sciocca pareidolia sentimentale!

 

Poesia di ogni estate

37 gradi
mi colano sogni
dalla fronte madida
evolvono in verità combuste.
E ora, in che dolore muterai?
La luce taglia i polsi al futuro
autoerotica ironia della sorte
ed io, Dio! Sto qui, con la mente
piazza di un folle raduno.
Vorrei graffiare a sangue quest’ipocrisia
ammaccare a pugni ogni frase
sfondarne a calci il senso
spaccarne il suono
sentirne lo scricchiolio
sotto le scarpe.
Ribaltare di colpo
la farsa di questo tavolo.
Farne la mia trincea.
Finirà, un giorno
questa faida di aggettivi.
Fuggiranno i pochi verbi superstiti,
si getteranno urlando sulla carta
strada delle mie parole!

 

*

 

Paola Puzzo Sagrado vive in Sicilia e si occupa di grafica e web design. Scrive poesie da sempre. Segnalata al Premio di poesia giovanile «Mario Gori» della città di Ragusa nel 2001, ha successivamente partecipato a diverse antologie tra cui «Parla come navighi – Antologia della webletteratura Italiana» a cura di Mario Gerosa (Ed. Il Foglio) e «Il Giardino dei Poeti» (Ed. Historica). Nel 2007 ha pubblicato la sua raccolta «Il diavolo piange» (Ed. Il Filo). E’ redattrice del blog letterario Neobar, altre sue poesie sono gentilmente ospitate su diversi altri blog e siti dedicati alla letteratura (Filosofipercaso, Il giardino dei poeti, Arteinsieme, Larosainpiù, Tornogiovedi, The Cats Will Know etc.). Recensita positivamente per alcuni testi  nello spazio “dialoghi in versi” , da Maurizio Cucchi su La Stampa.

Doris Emilia Bragagnini compare in alcune antologie tra cui «Il Giardino dei Poeti» (Ed. Historica), con prefazioni per sillogi poetiche, in blog e siti letterari web: Neobar, Filosofi Per Caso, Il Giardino dei Poeti, Torno Giovedì, Viadellebelledonne, Carte Sensibili, La Poesia e lo Spirito, La Dimora del Tempo Sospeso, Le Vie Poetiche. Ha partecipato al poemetto collettivo “La Versione di Giuseppe. Poeti per don Tonino Bello” (ed. Accademia di Terra d’Otranto, Neobar 2011). Inserita nell’antologia « Fragmenta» (premio Ulteriora Mirari ed. Smasher 2011). Menzione d’onore per il testo “claustrofonia” sezione “Una poesia inedita”, premio Lorenzo Montano 2013. Oltreverso, il latte sulla porta (ed. Zona 2012) è la sua opera prima. Redattrice di Neobar cura il blog personale ”Inapparente Crèmisi”.

 

 

Evento Unico

lunedì, 2 giugno 2014

10341513_10203635089705892_7264509826565238491_n

 

Il dono a me gradito

Offrimi il tempo speso a cercare
qualcosa per me, ma non il dono,
il pensiero su ciò a me gradito
le parole usate per domandare.

Dammi la parte che meno ami
e che nascondi a tutti gli altri.

Lascia che sia il solo a sapere
di certi cattivi pensieri notturni
della mania di ordinare tutto
della voglia di spostare le cose.

Raccontami di una certa ferita
e delle parole che la inflissero.

Condividi con me il pudore.
Lascia che entri dove e’ chiuso,
negli spazi preclusi da tempo.

Concedimi pure la profanazione
l’indicibile tuo pensiero perverso.

Priva di vesti danza solo per me,
leggiadra ti ricoprono le movenze.

Offrimi l’ostia da te consacrata
e la croce e l’acqua del segno.

 

Il taglio della parola

Quanta notte e’ rimasta con me
a tenere sempre vigile il dolore
come il rintocco di un’ora eterna
ha picchiato sulla parete del cuore.

Per chi appicca il buio con mano
propria mai può giungere aurora
la luce si tiene nascosta lontano
e non può più scacciare la paura.

Nessuno può darsi il perdono
se assiste alla ferita profonda
all’amato lembo al greve suono
di una parola quale punta immonda.

In quel sangue si dibatte amore
alla vista della perdita inflitta
che scorre il senso nel sapore
dalle labbra al taglio della lama detta.

 

Il diverso modo

Per quel diverso modo
che hanno di cadere
le parole sottese
all’incanto dello sguardo,
alla smania dell’attesa,
si infrangono
senza suono alcuno
nella cavea del senso
prive del moto d’origine,
aride della sorgiva enfasi.
Furono azione e grafo
di pensiero attivo,
segno di tempo e di spazio,
metrica di ogni distanza, eco.
Di quel diverso modo
permane il tratto orlato,
limite unico del nulla,
fiotto della sistole,
compendio di vita
tramandato alla lettura.
Per quel diverso modo
hanno le parole sole
preservato lo strappo
suturato il taglio
arginato la perdita.
Per quel diverso modo
sono cadute al fondo
a rimestare la trama
epigoni, le parole,
schiave d’amore. Vinte.

 

i nomi perduti

Ricordo quei giorni di attesa
le nubi intabarrate nel nero
le carte della storia sospesa
le ore sola evidenza del vero.

Il tratto macilento del nome
diga perigliosa di ogni frase
sanciva il travaglio del come
ferita da taglio di ogni fase.

Affiderò al grembo del solco
il seme rimasto da quel vissuto
preda mai più grifata dal falco
l’ultimo forte patimento goduto.

L’estate s’appressa e rammento
il tumulto del rosso fiume vitale
il suo impetuoso irrisolto tormento
le voci della pelle in unico atto corale.

Ai lati del sentiero in cumuli sparuti
ancora vividi i petali dei fiori recisi
lascio quale traccia dei cuori presi
su essi incisi gli infiniti nomi perduti.

 

Una pausa lieve

Vorrei lasciarti qualcosa dentro per quando
avrai un diverso nome da chiamare.

Vorrei lasciarti una pausa lieve
l’esitazione che non ti faccia dire.

Vorrei che avessi qualcosa in mente
quando dovrai usare la parola amore.

Vorrei che avessi un odore che torna
con il suo gravame di giorni e notti.

Vorrei che ritrovassi una vecchia foto
proprio mentre starai scegliendo le calze.

Vorrei che ti tornasse alla memoria
un altro modo di raccontare l’amore.

Vorrei che non senza dolore alcuno
si frapponesse la mia voce perduta
tra la voglia di chiamarlo e il nome.

 

l’ultima profanazione

Il senso di cò che è bene è ormai ignoto,
non ricordo quale sia la regola.

Ho scordato etica e giudizio,
rimangono scarnificati gli ideali
come dita adunche su tela disfatta.

Ho timore di ogni mio prossimo atto
giacchè sento acre in ogni idea
permanere l’odore della distruzione.

La mano non conosce arma.
Eppure il pensiero non rinuncia alla lotta.

Scrivi il mio nome sui panni stesi.
In esso è l’ultima possibile profanazione.

Nessuno mi chiamerà.

                                     
                                              

                                                        

Evento Unico dice di sé:

Sceglie di aggirarsi in Rete sotto pseudonimo perché tende a lasciare separati e distanti il contesto reale, nel quale non può fare molto di più che continuare a lavorare, da quello della scrittura. Ad essa riserva la sua parte peggiore, quella che non si accontenta e che desidera essere amata proprio perché meno lo merita, per dirla con Catullo. Ha scritto due opere di narrativa e partecipato ad antologie di racconti e poesie. Cura la sezione dedicata alla poesia sulla rivista Filosofi per caso edita dall’omonimo blog. Ama l’amore e di esso scrive di continuo non riuscendo a descriverne appieno il senso completo. Del suo bisogno ha piena consapevolezza visto quanto ne riceve da chi lo ama. Convive con l’ossesso che lo divora tentando di convincerlo ogni giorno che in fondo non possono più fare a meno l’uno dell’altro.

Claudia Zironi

lunedì, 26 maggio 2014

image(1)

                                               

Il tempo dell’esistenza  ( Marco Saya edizioni) 

Compito del critico vero e proprio, quando si accosta ad un testo – specie di poesia – è quello di saper scoprire e valorizzare gli aspetti lirici ed i riferimenti cosi detti “ alti “ che egli ha creduto di riscontrare nella sua lettura, io invece credo che il compito del semplice lettore di poesia – quale io mi ostino a dichiararmi da sempre – sia quello di capire, e di mettere un po’ a nudo l’autore letto.

Per trovare una chiave interpretativa a questa opera- prima di Claudia Zironi ho scelto come guida la poesia a pagina 35 dal titolo “ intimismo “ nella quale la prima parola è “concrezione “ che il vocabolario Devoto- Oli registra come :
1. incrostazione o aggregamento di minerali,
2. accrescimento per aggiunta o giustapposizione di altri elementi .
E’ una parola che sembra ibrida perché sta tra “ concretezza “, sfiora “ concezione “ e può approdare ad “ azione “ e mescolando questi tre termini si può generare una sintesi che, accostata all’aggettivo che nel testo la segue, cioè “ acuminata “ ci presenta l’ aspetto ( stavo per scrivere “ un aspetto “ ma non è il solo ) determinante della persona Claudia Zironi.

L’autrice appare come persona che si analizza, si interroga, si pone domande che “ pungolano “, “ strisciano nell’utero “ ( ah, quanto interrogarsi deve stare dietro ogni sua pulsione erotica e non !) “ristagnano contro dighe/ di grovigli metafisici”, ma poi “ la lacerazione della coscienza/ conduce all’inevitabile/ a scegliere.
E il finale che, per qualsiasi altro poeta avrebbe potuto rappresentare un punto di approdo definitivo nascosto dietro/dentro quel verbo “scegliere “ che sembra sommare e risolvere in sé ogni dubbio o problema esistenziale, viene invece liquidato amaramente dalla Zironi con il dissolvimento di ogni incertezza dentro la constatazione che la scelta deve essere compiuta da un “ lui “ completamente esterno e forse estraneo a quei dubbi, tra un tipo di mutandine ed un reggiseno di moda.

E qui forse sarebbe facile liquidare la poetica della Zironi dentro un contenitore genericamente catalogabile con l’etichetta “ esistenziale “, ma una lettura attenta e scrupolosa ci porta a mettere in evidenza che di fronte alla domanda di felicità che è racchiusa dentro testi come “ sorride l’agave “ pag. 47, di fronte al riflettere sul proprio destino, e al rimpianto per gli errori commessi come ben espresso ne “ il fico “, la risposta che l’autrice sa trovare è espressa in “ voglia di solitudine “, a pag. 34 ove, accanto alla fiamma di un braciere ella evidenzia il bisogno di fuga da “ un’umanità chiassosa “ .

E’ un canto che tende all’isolamento quello di questa autrice, un canto nel quale l’uomo vorrebbe essere visto semplicemente come un prodotto della casualità di in dio distratto, ma il condizionale da me usato è d’obbligo e non cancella tutti gli interrogativi che affiorano dalla sua poetica.

Lo scrive molto bene in “ fame di emozioni “ a pag. 39 in cui ella vuole “ esplorare/ la vera fine della rinascita “ che “ si consumerà in un lampo/ nel nulla “ e, prosegue ancora in “ lo scorrere dei nostri giorni “ a pag. 42, affermando che “ non c’è progetto di vita “/ solo, ci si arrende all’attesa/ dell’ingovernabile “ e più avanti “ ci si offre all’arrivo/ dell’inaccettabile “ per concludere con “ ci si riempi la bocca di sale/ quando si aprono le finestre/ sulle vite da trascorrere./ Le serriamo in fretta/ e proseguiamo “.

La conclusione di questo credo laico dell’autrice la troviamo nella poesia “ dico la mia “ a pag. 26 ove scrive “ se si muore/ meglio evitare di sbandierare/ convinzioni, paure, serenità. Arte per pochi la buona educazione/ nella morte. Poi tutti si finisce là “ e conclude “ Serbati in un grembo eterno/ per tutta l’inesistenza terrena “.

E a questo punto della mia lettura-interpretazione non ho potuto che andare a rileggermi i versi che il grande Giorgio Caproni, che non figura tra gli autori alla quale la Zironi afferma di sentirsi debitrice ma che io mi sento di accostarle come intimo sentimento di assurdità a-fideistica, scriveva ne “ il congedo del viaggiatore cerimonioso “ raccolta del 1964


Ed anche a lei, sacerdote
congedo, che m’ha chiesto s’io
( scherzava !) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo : io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento

e infine non posso dimenticare anche il bellissimo verso finale de “ Verrà la morte “ di pavesiana memoria

scenderemo nel gorgo muti

Luigi Paraboschi

                            

                               

                                          

Sette poesie da “Il tempo dell’esistenza”

   

Sono ormai talmente abituata al tempo che riesco a vederne lo scorrere in avanti

                                                                                                                                                             

                                                                                                                    

 

Il paradosso di Copernico

Scriverò del paradosso di Copernico
di essere qui eppure altrove
Immobili e già andate
le mie bambine
le mie ragazze
e l’amante fidanzata sposa
La figlia poi madre poi figlia ancora, differente

Andate in una rivoluzione di cellule.
Inesorabile nel conto degli anni
ricambiò il corpo e la mente.
Confonde i ricordi della pelle
come quelli delle labbra
e dell’udire

Ogni senso ogni pensiero appartenuto ad altra
Di esso un’orbita nella materia
solco che rapido si rimargina
E si ostinano a chiamarmi
con il nome della nascita
Ciò che è scritto già non mi appartiene

                                     

                                               

Frammenti di Lisbona

Lisbona addormentata sul mare
E’ uno di quei solchi di cui si scrisse
che si apre e si rimargina al passare del tram
fra le pareti scrostate dell’Alfama

Permane il grande cielo nella memoria
a tramandare il ricordo, e il numero ventotto
Infinito rovesciato dietro al bipede
ad arrancare al posto suo per la salita
Ché il castello era troppo in alto
per il profumo di vino che ci portavamo appresso
fin dal Rossio, fin dal tramonto

La medesima memoria immagina.

Un gruppo di spagnoli
in Belem si fotografa ridendo
addosso a un Cristo in croce
dall’espressione dilaniata, certo
per l’ammasso di tale compianto

Da qualche parte esiste.

Meno soggetta a degrado molecolare
del citato solco di memoria, l’immagine
sopravvivrà a testimonianza
del sacrificio di un povero Cristo
per gli uomini, per gli spagnoli in particolare

Sim coentros, por favor!

Non avevamo fatto a tempo
e masticavamo aspro
Um caipirinha… Il barman cantilenava
la provenienza dal Mato Grosso
a mettere l’oceano fra sè e la Spagna

Al cameriere invece
detratto dall’ingaggio
non restava che il mugugno

                                         

                                                        

Alla ricerca di un ricordo

Ferma nella tempesta di sabbia
Su questa duna immobile
La mano alzata stringo
Senza trattenere alcunché
Polvere impalpabile
inaridisce la pelle

Ecco fra due dita un solo granulo!
Minuscola erosione
di qualcosa che è stato

Cade e si perde
nel deserto dell’anima

                                      

                                               

Demenza

Frugo fra i bauli
Soffio sulla polvere

Sento sfuggire la mente
e i ricordi si confondono
La realtà della mia vita
ora svanisce

Vedo un ragno che si nutre
poi lento si nasconde
Resta la ragnatela bucata

Mosche nere penzolano
contratte nello spasmo

Apprezzabile variante estetica,
il mio capo reciso penzola fra loro

                                               

                                                             

Carcerata che sogna la libertà

Lascio scorrere la vita
fissando il soffitto
Si riversa dal bugliolo
dei liquidi corporei
come non avesse fine

Ma quando l’ultima goccia
macchierà l’ardesia
Le sbarre: arti dolenti
andranno in pezzi
E mi sarà resa la libertà

   

Ho bisogno di silenzio, smettila di battere…

                                                          

Il mio inverno

Nel tuo sguardo
si rispecchia il mio inverno

Mi adagio quieta sotto la neve
in attesa che il riflesso si spenga
nei miei occhi, per sempre

                                                         

                                                        

Dell’amore e della materia cosmica

Ansimante
corro dietro la rovina
con dedizione

Guardo nuvole che si accalcano in cielo a coprire ciò che invece vorrei vedere, in un piano segreto che include il mio sterminio
Se tanto ho sofferto e tanto amo e tanto ho lottato e tanto combatto con una cinghia tra i denti ogni giorno
in questo piccolo cosmo casualmente generato dalla defecazione di un dio distratto
Un sistema solare come atomo di qualsiasi materia: si intravede la possibilità che una materia non sia meno nobile di altra

Amante mio
non mi potrai salvare
dalla cenere

E la cenere si disperderà nel vento finalmente,
in area preposta,
con i rovelli le dietrologie le diete i grimaldelli
arrugginiti che non aprono.
Da anni più niente

Impolvererò la tua pelle
per un attimo ancora

Per certo, non ti vorrei sopravvivere
materia inerte

                                               

                                             

Claudia Zironi e’ nata a Bologna, dove vive, il 26 marzo 1964. E’ laureata all’Universita’ di Bologna in Storia Orientale, ha conseguito un Master in gestione d’impresa. Da anni si occupa di Trade Marketing in un’azienda. E’ mamma orgogliosa e felice di Matilde.
Ha sempre avuto la passione per lo studio delle lingue e per la composizione poetica ma solo di recente ha optato per il confronto e la diffusione.
Ha pubblicato un libro di poesie “Il tempo dell’esistenza” con Marco Saya Edizioni nel novembre 2012.
Sue poesie sono apparse su riviste (Illustrati e Le Voci della Luna), siti Internet (Caponnetto Poesiaperta, La Recherche, Dedalus di Mugnaini, Thraka-magazine, L’Estroverso, WSF, Laviadellebelledonne) e antologie fra le quali: Il ricatto del pane, CFR ed. 2012; 100 Thousand poets for change, Albeggi ed. 2013; Cronache da Rapa Nui, CFR Ed. 2013; Sotto il cielo di Lampedusa, Rayuela Ed. 2014.
Si è classificata quarta al concorso Renato Giorgi 2013 per la silloge inedita.
Fa parte del Gruppo 77 condotto da Alessandro Dall’Olio.
E’ fondatrice, attiva nella direzione e nella redazione, della fanzine on-line rivolta ai lettori Versante Ripido, per la diffusione della buona poesia http://www.versanteripido.it

Siti di riferimento

http://penultimoorizzonte.wordpress.com/category/autori/zironi-claudia/

http://versanteripido.wordpress.com/category/zironi-claudia/

http://gruppo77.wordpress.com/2013/09/06/claudia-zironi/

https://www.facebook.com/pages/Claudia-Zironi-poesie/208410812654699?ref=hl

Rita Pacilio

lunedì, 19 maggio 2014

 ritapacilio
La poesia come impegno contro tutte le forme di violenza:
la trilogia dei corpi offesi.

1. ‘Non camminare scalzo’ – Edilet Edilazio Letteraria, 2011
Non camminare scalzo è l’incontro con la sofferenza propria e dell’altro. Lo sguardo è centralizzato sullo spazio interno del proprio vissuto e la dimensione parola poetica permette di esprimere il senso di alcuni momenti della vita come esigenza di mettere a fuoco meccanismi interlocutori, seppur intimistici, per portare a nuove vie di unione concrete e sociali. L’altro diventa l’allarme di una comunicazione difficile con se stessi o che non avviene più … (dall’introduzione dell’autrice)

La memoria si fida di me ed io stringo i limiti, ritrovo
l’imbroglio, sento il tradimento.
Si arresta il dormiveglia, l’anima
superba beve birra e ammutolisce.
Nessuno chiede verso dove, verso quando,
verso chi lasciare cadere
queste mele marce. Il vento. Il vento asciuga
il sangue dal naso. Cosa ti porto?
Il mio orizzonte è tondo, sono di nuovo
al punto di partenza. Mi concedo.
Mi sono coricata sulle scale
tra i calcinacci del mio corpo
oro cado dall’intonaco nuovo
trapasso i muri con le ali.

Sono un fantasma incandescente
– ancora una volta –
il dolore impronunciabile
si sposta nelle ossa della gente.

Si paralizza nei figli bastardi
corre nei passi dei marciapiedi.
Se volessi separare l’unità
dell’infinito universo che sono

dovrei morirti mille volte ora
e trascinare la luce con me.
La morte cammina dentro al petto
come la tua lingua mi masturba.

Lo stupore dell’andare a tempo.
giorni fa c’era il sole sul tetto
un cielo rovesciato
ed io nella tegola riflessa.

2. ‘Gli imperfetti sono gente bizzarra’, LVF 2012
Poche opere di poesia mi hanno colpito recentemente come questa raccolta di Rita Pacilio. Un dolente e splendente diario, personalissimo, dove la forza dei versi fila, tesse e spacca la mormorazione in cui pure restano raccolti, pronunciati da quel luogo inespugnabile che è lo spazio dell’essere sorella. [...] Il libro è visionario e intimo, ma in forza di una speciale qualità di composizione e di concentrazione, evita tutti i rischi che si incontrano in un corpo a corpo così stretto con l’abisso. [...] la voce di Rita Pacilio viene da un luogo intimo e indifeso. La poesia-sorella non osserva, è una destinazione comune, un luogo carne sangue comuni e indivisibili. Un amore che è conoscenza. L’osservatore è in un luogo altro rispetto al gorgo, alla pena, la sorella no. La sorella, lei sola conosce. [...] Tutto il viaggio all’inferno, questa dura traversata, dove i versi sono d’una bellezza sfiancate e maestosa, hanno un centro di diamante, castissimo e brillante: «Ho parlato al tuo corpo fraterno». [...]
Pacilio mostra in questo libro una qualità di misura e di potenza emblematica che la accosta ad alcune voci della migliore poesia italiana. [...] se dunque si vorrà cercare un altro gruppo di pagine a cui accostare queste, per luminosa impenetrabilità, per rispettosa forza e arrendevolezza, si dovranno aprire le lettere di Paul Claudel alla sorella Camille. Anche là bruciava inintelligibile una fraternità scossa, devastata e pur incrollabile … (dalla prefazione di Davide Rondoni)

Si increspa il lago di Nemi
in un gesto di doloroso silenzio
a vederlo mordere nuvole
l’affanno arriverebbe in cima.

Salgono visitatori
in una strada scoperta riaffiorano
in mezzo alle piante
ragazze di colore nude a metà

pascolano paure
e cosce raggelate. E fissano
l’inquieta luce della sera
come fosse un contatto.
Chiedo perdono al mondo/ come lo chiedo a te/ per il mio peregrinare stanco/ per l’urlo muto/ per la corsa che mi affanna e dice./ Il destino è un cerchio senza fine.

***
Verso nord-ovest aumenta la scogliera
si arrampicano le acque
dove si posa la clemenza
le alghe consegnano umori tra dita.
Convulsi baci a pieni polmoni
all’abisso che rimane tra i denti.

I folli hanno labbra di rosa vermiglio
ginocchia conficcate nella gola
quelli del primo piano chiedono l’ora
collezionano dossi per l’inverno.

Scrivono sui marmi con il trucco
e sbavano meduse sul mento
quelli del secondo piano tremano
il morbo che cresce nell’addio.

***
È un morso prudente l’oscurità
un disegno fatto di assenze.
Si denuda l’incavo della spalla
svuotato dalla mano
come un gheriglio
una lumaca.
Amore mio io sono questa:
la bellezza del circo,
la colpa di aver gridato
nel tuo gambo mendicante.
O forse
l’inquieto participio
e l’ora scandita del risveglio.
Non capirò mai niente del nome della sera
dei lampioni spogliati come donne
e di te che ti sfaldi sul muro di casa.

3. ‘Quel grido raggrumato’, La Vita Felice 2014

La raccolta, che segue Non camminare scalzo e Gli imperfetti sono gente bizzarra, chiude una trilogia sull’inquietante e doloroso cammino attraverso i temi dell’emarginazione.
Il volume si presenta come un manuale del sopruso, contro chi ambisce variamente manovrare il corpo delle donne e dei fanciulli. Ovvero un trattato, balisticamente in versi, dove viene differenziato il mammifero maschio (e talvolta femmina) che la suddetta opera scellerata compie per piacere, lucro, lavoro, biologia, vendita carnale.
Il corpo poetico, in questo libro, ricerca, enuncia e precipita, in modo finanche notarile, la pratica maneggiona di coloro che si condannano per un realismo moralmente e socialmente insignificante.
Rita Pacilio, attraverso la poesia, nomina l’innominabile nella prospettiva dell’educazione, della rinascita, della ricostruzione. (dalla quarta di copertina)

***
Ci sono sentieri che nascondono l’inganno dei lastroni
e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall’est.
Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole
scruta l’iride abbassata il sonno del cliente, antico padre.

Sono parole sacre le voci dei bambini, tiepide le fronti
eppure i glutei hanno croste, boomerang colpiti nel segno
fino ai fianchi pulsano inverni consumati domani
intorpidite le rupi si muovono come nembi folli le bufere.

Non si aprono fenditure ma canaloni indecifrabili
un lappare lento, immaturo
che giunge all’agitazione tra le natiche della bestia
nel luogo livido di pianura chiuso in quel grido raggrumato.
***
L’hanno tenuta in due come un foglio, un lenzuolo
i polsi e le caviglie erano in una forma che si stira
un mandarino intero riempiva la bocca e la gola
nel chiarore del vicolo divaricato fra le trombe d’aria

il suo esame di idoneità, la preparazione al primo
cliente la rendeva frutto acerbo del cactus
desiderato dalla censura di chi si apre i pantaloni
e spinge guardandosi intorno che sia coperto

dalla colpa che non si fermerà nella frusta dei reni
ma sintonizza il morso e il liquido che cola
dalle due bocche aperte lungo una linea comune
in quel triangolo nero da cui escono periferie e disordine.
***
Deve aver penato tanto nel rovesciarsi sfacciata,
pronta, passata in tutti quei giorni che sono ancora qui,
senza risate. L’hai accompagnata fingendoti sorpreso,
prato che ha sete incenerito dalla ripetizione delle regole,

spuma bucata schizzata sul vetro che stupisce appena
e impoverisce. Chiude.

Ogni rovina conserva navate sgretolate nelle notti paurose
dei motel addormentati dove finisce la tonalità romantica
e si inclinano le tracce opache, nascoste nell’elenco corretto.
Lì c’è stato il temporale dalle tinte ingenue, quasi monacali

la rabbia del video passava sullo schermo un pompino
fatto con la devozione del ringraziamento. Era stata un’altra
la prima della lista.

Chissà il colore dei capelli.

                                

                                                

Pacilio Rita è nata a Benevento, Sociologo, Mediatore familiare e dei conflitti interpersonali ha lavorato nell’ambito dello Sviluppo delle Politiche del Lavoro e nelle progettualità della Casa Circondariale di Benevento trattando il disagio sociale e la Prevenzione delle dipendenze.
Poeta, Scrittrice, Collaboratore editoriale si occupa di Poesia, di critica letteraria e di Vocal jazz

Pubblicazioni
• “Luna, stelle…e altri pezzi di cielo”; Edizioni Scientifiche Italiane –anno 2003
• “Tu che mi nutri di Amore Immenso” Silloge Sacra Nicola Calabria Editore (Patti, ME) 2005
• “Nessuno sa che l’urlo arriva al mare” Nicola Calabria Editore (Patti, ME) 2005
• “Ciliegio Forestiero” LietoColle 2006
• “Tra sbarre di tulipani” LietoColle 2008
• “Alle lumache di aprile” LietoColle 2010
• “Di ala in ala” (Pacilio – Moica – dialogo poetico) LietoColle 2011
• “Non camminare scalzo” Edilet Edilazio Letteraria 2011
• “Gli imperfetti sono gente bizzarra” La Vita Felice 2012
• “Il cigno del lago” Pulcino Elefante di A. Casiraghi 8 aprile 2013
• “Quel grido raggrumato” La Vita Felice 2014

Nell’agosto 2006 l’autrice presenta al grande pubblico il progetto “Parole e musica” – Jazz in versi: contaminazioni.
Discografia: ‘Infedele’ Splasc(h)Records

Sebastiano Tommaso Aglieco

lunedì, 12 maggio 2014

 

sebastiano aglieco

Inediti per il Giardino

 

***
Promessa per la mattina

Sì, nella tregua.
Lo sguardo a distanza tra le righe
rimaste, saremo diversi ricordando
prepareremo la nuova casa.

Oggi sarà mattina.
Piove.
Sul balcone
si è fermata una tortora: sono le prove
per i nuovi passaggi, per le porte da sbarrare.

***

Festa (1)

La festa è scoppiata
gli occhi persi nella veglia
di là da questa porta
c’è violenza negli occhi.

Ora:
ricongiungere i
sensi tra parole e righe
sistemarsi nello spazio
uscire.

***

Festa (2)

Imparare un’arte.
Qui la finestra è aperta tra
la porta e il muro.
Ascolta, sarà preciso lo stacco.
La siringa preme lentamente.

Ora
fermarsi piano.
Introdurre il filo nell’ago.
Ricucire.

***

Secondo passaggio

La pietà di un dio è finita
le mani adagiate
in attesa dell’ora.

Ad occhi chiusi
il senso delle parole.

Percepire rapidamente
l’assenza, luce
e sei già passato in questa chiarezza.

***

Appunti a margine (1)

Provo a sentire ciò che resta:
il mare è smosso e
l’acqua prigioniera
ma qui c’è la pianura
le città disadorne nella campagna.
Lo sguardo vede una sagoma che cammina
ci viene incontro come un paesaggio
intero, uno scambio di luce.

Ascolto la tua voce
il battito delle sillabe nel seno
sono questi i tempi che ci obbligano a restare
è tempo di partorire e respirare.

***

Primo ragionamento

Il dono è stato dato, e questo è finito
ricomincia tutto dal suono delle cose
non dette chiaramente
vi ho mostrato questo:
il gesto nella sua centralità.

Siate precisi, i semafori
si accendono a intermittenza, sono più
veloci di noi.

E’ semplice: se sbagli lo
sguardo, il primo, ti perderai.

***

Distanza dalle ore

Le mani premono sui visi
sono sottili le dita e
già dimenticano.
Siete fermati, immobili
nei passaggi della mia mente.

Guardo ciò che resta delle nostre educazioni.

 

 

Sebastiano Aglieco poeta e critico, è nato a Sortino (SR), il 29 gennaio 1961. Vive a Monza e insegna a Milano nella scuola elementare. Si occupa di teatro e scrittura per la crescita delle persone.
Ha pubblicato diversi libri di poesia: Giornata, La Vita Felice 2003; Dolore della casa, Il Ponte del Sale 2006; Nella storia, Aìsara 2009, Compitu re vivi, Il ponte del sale 2013. Inoltre Radici delle isole, La Vita Felice 2009, che raccoglie tutto il lavoro critico svolto in rete e in diverse riviste. E’ redattore di Gradiva, Il segnale e dell’annuario di poesia Puntoacapo. Il suo blog è Compitu re vivi: (miolive.wordpress.com).

Romeo Raja

lunedì, 5 maggio 2014

 

romeo raja

                                                   

                                               

 

Inediti

 

 

 

domenica aperti.

 

siamo così

come questo cartello

” domenica aperti “

senza il coraggio di un meno

con un niente da dividere.

 

e nemmeno le poesie

si chiudono più.

 

 

Niente di nuovo

“sono morto mille e mille volte io

rispetto a quella che mi ha ucciso “

e poi si muore

per davvero

niente di nuovo

per nessuno.

 

Se scrivi prima o poi passi da qui

deve essere in quei momenti che non sai

cosa scrivere, come sono curiosi i poeti

così legati alla morte e al dolore

davanti a un foglio e un bicchiere

di vino cercato con tanta passione.

 

 

 

Mattine

 

Ogni giorno mi alzo e guardo intorno

al caffè della mattina ho già venduto tutti i pensieri

sembra di ritornare qui ogni volta

senza esserci mai uscito

ricomincia sempre tutto esattamente dove l’hai lasciato.

E allora gratto i muri

raschio tutti i fondi soffio su ogni polvere

e ogni giorno trovo un silenzio che si può riempire

con un sospiro che il caffè non mi ha comprato.

Per fortuna.

 

 

milleniente

Scrivo poesie perchè

parlo da solo

e non c’è nulla che mi stia ascoltando

libero per un momento dalle catene

che nessuno vende

per più mille niente.

 

 

 

 

E tu.

E c’erano volte che il tempo era falso

segnava qualcosa per forza diverso

diverso nel tempo ma uguale il destino

l’amore e la guerra

nelle stesse parole

la faccia del furbo come quella del sordo.

 

Parlò e dissero tutti: Mi piace

tranne uno che spense e si alzò.

Non  disse nulla, nessuna domanda

si alzò solamente da qui.

 

E’ quando le parole sono solo fiato 

che sai quanto valgono le parole

e tu che le hai sapute tacere

ora le dici.

 

Domenica aperti

 

Siamo così

come questo cartello

” domenica aperti “

senza il coraggio di un meno

con un niente da dividere.

 

e nemmeno le poesie

si chiudono più.

 

Nessuna poesia

 

Eppure un giorno sembrammo noi

chissà per quale gioia sgombri

della pelle che ci trattiene dentro.

 

” parli perfino in modo differente sai “

 

E venne il coraggio di certe parole

anche se fosse solo  ” sole “

scandito forte con un raggio in bocca

 

       ” e così mi metti anche paura “

 

non c’è nessuna poesia se a leggerla non è un poeta.

 

 

Piogge sparse e possibilità di neve al nord.

 

Tre parole, dite tre parole nuove

a questa gente del cazzo che ne conosce venti

venti con il resto

e dentro tutto quanto, raccontato

con solo venti squallide parole

logore e sbiadite  come queste facce

che guardi  senza capire

se ridono se piangono

se mentono o se bevono.

Tre parole e poi ancora tre per levarsi di torno

le robe le cose i così e le rose

d’estate le more

d’inverno la neve non vado a votare

e colpa dei negri la puttana fa male

“ buon Natale ”

 

( tre parole nuove )

 

- che tempaccio!

- s’immagini terra, e poi di avere sete.

 

Niente di nuovo

“sono morto mille e mille volte io

rispetto quella che mi ha ucciso “

 

e poi si muore

per davvero

niente di nuovo

per nessuno.

 

Se scrivi poesie prima o poi passi da qui

deve essere in quei momenti che non sai cosa scrivere.

Come sono curiosi i poeti

così legati alla morte e al dolore

davanti a un foglio e un bicchiere

di vino cercato con tanta passione.

 

 

 

 

 

Romeo Raja, nato in provincia di Varese nel 1964, dove ancora risiedo e scrivo.

Nessun libro all’attivo e non ne sento francamente la mancanza e neppure la voglia, non credo che la mia Poesia valga ancora un soldo tanto da essere comprata e letta, ripescata per un motivo qualsiasi in certi momenti qualsiasi. Quello che mi capita con i libri di poesie, classificati nei ripiani, assecondo il momento che andranno a curare. Non sono contrario alla pubblicazione, anzi, anche se credo che lo stato attuale della pubblicazione di Poesia, dipenda in parte dalla facilità con cui ci si arriva e dai corporativi commenti con cui si spinge a farlo.

Qualche poesia in qualche antologia di manifestazioni o concorsi, un blog appena nato che ancora sfugge al mio amore, qualche partecipazione a blog di amici come: “ il giardino dei poeti.” e per questa volta grazie a Cristina Bove.

Biagio Cepollaro

lunedì, 28 aprile 2014

Biagio Cepollaro

 Conversazione con Luigi Bosco
in Conversazioni su Le qualità, 2012

Luigi Bosco:
Sono convinto che Le Qualità rappresenti una svolta rivoluzionaria non solo dal punto di vista meramente poetico ma anche e soprattutto da un punto di vista socio – antropologico e politico. Ci vedo i tratti di una nuova umanità, di un nuovo modo possibile di essere un essere umano. Mi piacerebbe che tu ci raccontassi le ragioni che ti hanno portato a compiere un percorso che da un azzeramento, un re-settaggio di tipo cartesiano, descritto molto bene ne L’Intuizione del propizio, componimento che apre la raccolta poetica, ti ha portato fino all’intuizione di questo nuovo modo possibile di essere un essere umano … Riuscendo nello stesso tempo a venir fuori indenne o quasi dall’impasse postmoderna della questione del soggetto, senza per questo produrre un discorso che, parafrasando Barthes, risulta pieno di terrore e che esclude gli uomini mettendoli in relazioni con le immagini più inumane della natura piuttosto che con altri uomini, grazie.

                                  
Biagio Cepollaro:
Ti ringrazio Luigi per il tuo apprezzamento … Non so se è proprio così … Di certo il percorso che ho fatto per realizzare quel libro ha riguardato qualcosa che va a monte della scrittura, che viene prima della letteratura ed è il rapporto tra percezione e pensiero. Credo che il postmoderno o ciò che si indica con quest’etichetta sia stato sostanzialmente una superfetazione del pensiero, degli stili, delle informazioni … Sia stato la compresenza simultanea e spesso non conflittuale di cose diverse. Questa compresenza ha azzerato peraltro anche la percezione della storia, oltre che a rendere incomprensibili le narrazioni che si possono produrre del mondo … Come diceva Lyotard diventano impossibili … C’era però un’alternativa a tutto questo, che veniva prima di tutto questo … Ho trovato una possibilità in ambito non occidentale di pensiero e di esperienza. E’ la relazione tra percezione e pensiero. Quando la percezione ha la forza del pensiero, quando s’incarica di dire il senso dell’esperienza, quando l’esperienza non ha più bisogno di una cornice ideologica o mitologica per potersi dar senso, quando basta a se stessa per pura forza di evidenza vitale, quando la percezione si carica di questo significato cognitivo, si salta facilmente l’impasse di un presunto soggetto. Qui non si tratta di un soggetto ma di un corpo che pensa, che percepisce pensando e pensa percependo. Il lavoro che ho fatto sul piano della scrittura è stato quello di modellare la retorica sul piano del pensiero e non il contrario, come spesso accade oggi … In questi ultimi venti anni in Italia è molto forte l’attitudine manierista … di una predominanza della retorica come gusto … E’ anche la chiave di questo tempo dove la cosa da dire sparisce dietro i fumi della retorica. Un rapporto diverso è quello in cui il pensiero costringe la retorica a modellarsi. La figura retorica deve essere al servizio del pensiero, di ciò che si sta pensando e dato che ciò che si sta pensando è in fondo ciò che si sta percependo, la retorica viene modellata sulla percezione. Da qui la sensazione di ascoltare nei versi de Le Qualità un pensiero che trova immediatamente le parole, la sensazione che non ci sia retorica: ma la retorica c’è ed è modellata sulla percezione. E’ questo un modo di asservire la dimensione estetica a quella cognitiva e, in fondo, anche a quella etica perché sono delle scelte che si fanno: percepire vuol dire scegliere, vuol dire tralasciare tutto il resto per concentrarsi su alcune cose. Questo lavoro di concentrazione, di meditazione è un lavoro che rende intensa la percezione e di conseguenza la vita. Questo potrebbe essere una sorta di suggerimento anche pratico: di fronte all’equivalenza di ogni pensiero e del suo opposto c’è qualcosa che va al di là di questi facili relativismi intellettualistici. E ciò che si vive che ha una sua qualità, ciò che si vive ha una sua qualità indiscutibile. Ciò che si vive, si pensa anche: se noi ritroviamo quell’integrazione tra percezione e pensiero, probabilmente ritroviamo anche una poesia che dice questa integrazione tra percezione e pensiero che in alcuni momenti di grazie ci rende la vita più degna di essere vissuta.
(…)

                                          

                                    

Da Le qualità, La Camera verde, Roma 2012.

 

1.

il corpo ora è come se sapesse
una lingua che nessuno parla
e anche la più raffinata
espressione gli resta appiccicata
come lettera morta
muore infatti la lettera
quando non fa parola
e tutto quel dire e ridire
è comunque starsene zitti
in disparte: non è solo abitudine
che resta fuori dell’acqua
ma respiro che va e non torna

2.
il corpo va per strada portando
impresse le orme dell’altro:
concavità e sporgenze che gli anni
hanno scolpito su queste due
facce lunari

concavità e sporgenze nate da piogge
improvvise bombe e distratta
cattiveria sui volti storti
ma anche da spinte all’interno
attriti dei sessi densi e all’unisono

il corpo va per strada e continua
ad andare perché sa che la casa
non c’è più e anche lui dovrà
cambiare

3.
i corpi si sono intrecciati anche a livello
patrimoniale: è difficile e doloroso districarne
le radici e le ramificazioni: anche gli aggettivi
hanno trasmigrato da uno all’altro e il modo
di dire di uno è passato all’altro come un erpes
o un hermes che avvicina e confonde che unisce
ora ci si pente di tutta questa confusione
cellulare e si vorrebbe che il confine fosse
stato poco osmotico e molto invece difeso
da ogni allucinazione fosse anche da promessa
d’amore

4.
il corpo per riprendere l’antica fiducia
di potercela fare deve veder provata
a se stesso la tolleranza della svolta
arrivare quasi con agio alla fine
del mese pensare ad altro nonostante
e infine curare soprattutto l’invenzione
delle forme le questioni del colore i modi
diversi di raggrumare un senso

la speranza è che variando i costrutti
del linguaggio anche gli organi
della mente tenuti insieme dal ritmo
del respiro possano dare vita ad una
nuova versione del nuovo insieme
e questo è lavoro buono da far da soli

5.
il corpo prima di tornare a ricevere e a disporsi
con dei vuoti per nuovi possibili incastri deve
procedere ad una serie di operazioni complesse
che investano il settaggio delle sue funzioni
più profonde e ataviche prossime al core generale

questo vuol dire che lo sguardo raramente
si stende sul paesaggio circostante e dalla grande
finestra ogni tanto l’occhio si spinge a volo
d’uccello sugli alberi del parco e dopo breve
giro torna indietro per rintanarsi veloce in cucina

6.
il corpo ripercorre le procedure del desiderio
ne conosce a memoria le grammatiche e nel tempo
ha composto non solo milioni di frasi
ma anche inventato intere sintassi per formare
diversi periodi con accenti ora elitari
ora francamente volgari ma tutti puntanti
ad un piacere intenso e nel possibile condiviso
ora in assenza di contenuto a rivelarsi
è il meccanismo della frase girando nel vuoto a vuoto

                                                        

                                                   

                                                             

Biagio Cepollaro, poeta e artista visivo, è nato a Napoli nel 1959, vive a Milano. E’stato co-fondatore della rivista Baldus (1990-1996), promotore del Gruppo 93 e tra i primi in Italia a pubblicare libri di poesia on line.

Poesia:

Le parole di Eliodora, pref. di Carlo Villa, Forum/Quinta generazione, 1984.

Scribeide, pref. di Romano Luperini, Manni, 1993; Luna persciente, pref. di Guido Guglielmi, Mancosu, 1993 e Fabrica, pref. di Giuliano Mesa, Zona, 2002 costituiscono una trilogia dal titolo De requie et natura.

Versi nuovi, pref. di Giuliano Mesa, Oedipus, 2004.

Lavoro da fare, postfazione di Florinda Fusco, e-book, 2006, ora in corso di pubblicazione presso De Felice Edizioni.

Le Qualità, La Camera Verde, Roma 2012

Antologie e traduzioni

The Promised Land, Italian Poetry after 1975 a cura di Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, Sun &Moon Classics, Los Angeles, 1999; Twentieth-Century, Italian Poetry, Toronto University of Toronto Press, 1993; Italian Poetry, 1950-1990, Dante University Press, Boston, 1996; New Italian Writing,Chicago Review, n.56, 2011.

Chijô no utagoeIl coro temporaneo, a cura di A. Raos, trad. di A. Raos e T. Okamoto, Shichôsha, Tokyo, 2001; Nouveaux poètes italiens, a cura di A. Raos, in «Action Poétique», n. 177, settembre 2004.

Poesia italiana della contraddizione, a cura di Cavallo-Lunetta. Newton-Compton, 1989; Poesia e realtà, a cura di G. Majorino,Tropea, 2000; Leggere variazioni di rotta, a cura di Liberinversi, Le voci della luna, 2008;

Arte visiva

Nel fuoco della scrittura, La Camera verde, 2008, raccoglie immagini e testi poetici relativi all’omonima mostra di pittura tenutasi presso La Camera verde di Roma nel 2008. Nel fuoco della scrittura è anche il titolo delle sue esposizioni a Napoli (Il filo di Partenope, 2009), a Piacenza (Laboratorio delle Arti, 2009) e a Milano (Archi Gallery, 2009).

Da strato a strato, introduzione di Giovanni Anceschi, La Camera verde, 2009, mostra all’Antiquum Oratorium Passionis, Basilica di S.Ambrogio a Milano, 2010.

La Cognizione del dolore. Otto tele per Gadda, La Camera verde, 2010. Testo della mostra presso La Camera verde di Roma del 16 ottobre 2010.

Del 2011 sono le mostre milanesi La materia delle parole, catalogo a cura di Elisabetta Longari, Galleria Ostrakon; L’Intuizione del propizio, Officina Coviello e la collettiva da verso. transizioni arte-poesia, Accademia di Belle Arti di Brera, ex chiesa S. Carpoforo. Ha curato con Emanuele Magri la rassegna di video poesia Frames e Poiesis nel 2013, Galleria 10.2!, Milano.

Mentre il pianeta ruota è il titolo della mostra del 2013, Laboratorio Primo aprile. E’ del 2014 la mostra Le tre vie in otto tele, Voyelles et Visions,Torino.

www.cepollaro.it

www.poesiadafare.wordpress.com

http://cepollaroarte.wordpress.com/

 

 

Daniela Raimondi

lunedì, 21 aprile 2014

daniela che legge inanna

La cifra stilistica della poesia di Daniela Raimondi sta nel senso di appartenenza e di condivisione dell’universo femminile, nella carnalità del dolore che esprime con una pregnanza e una crudezza di forte impatto emotivo. La donna sta al centro della sua poesia, la donna di ieri, come quella di oggi, con la dolorosa gioia della maternità (Inanna, dea sumera della fertilità, è il titolo della seconda raccolta poetica della Raimondi), la donna che si consuma fino al suicidio, che sia quello della Plath o del figlio Nicholas, di Alfonsina Storni o di Assia Wevill.
La regina di Ica, vincitore dell’edizione 2013 del Premio Mario Luzi, rappresenta il frutto maturo della poesia di Daniela Raimondi con una continuità tematica che fa di Daniela una delle voci poetiche al femminile, e non solo, più alte della poesia italiana; certo è forte l’impatto con il mondo poetico anglosassone e sudamericano, ma quello che colpisce è la varietà del timbro nello sviscerare il mondo della liquidità e carnalità femminile, parole pregnanti che corrono e ricorrono nei versi della poeta e ti prendono, e ti rimandano a tutta la sua opera: per esempio il tempo della gravidanza, il miracolo della nascita, il corpo della moglie che “depone bambini grassi sulle rive dei fiumi”, mentre l’amante “partorisce piccoli gnomi di pietra” e ogni volta che ama ”impasta una nuova morte”, “appesa a un gancio del retrobottega” in attesa del suo fauno. Un’immagine quest’ultima che rovescia i ruoli della moglie e dell’amante nella poesia Il piede della raccolta Inanna del 2006: l’amante “è il fiume in piena”, la moglie “il piede freddo e secco.
La gravidanza è una costante nella poetica raimondiana, in Estuari (Inanna) il ventre si arrende “al tuo peso, al tuo incedere violento che scende ad ogni spinta, che si fa strada aprendomi la carne.”; in Entierro (2009): “Il sangue aperto / e il figlio che preme / il figlio che pesa …”; qui, invece, è ilSopravvissuto, il figlio “una bolla di liquido vivo, poche cellule / senza nervi o memoria.”
Ne La regina di Ica ogni dolore è superato con una sorta di resurrezione, resurrezione dopo la malattia, resurrezione attraverso la gravidanza, resurrezione attraverso la poesia che dona luce e i “suoni tranquilli del mattino”. Una resurrezione che matura attraverso le raccolte: in Ellissi, raccolta di esordio del 2005: “Non ho un destino sul palmo della mano”, ne La regina di Ical’incertezza trova corpo nella consapevole dichiarazione: “Non ho nessuna vocazione per la morte”, e nell’affidarsi alla benevolenza divina: “Dio, regalami una morte bella”, “Lasciami legata al mondo” perché la propria croce Raimondi l’ha salita palmo a palmo per ridiscenderla e camminare sulla terra.

Edoardo Penoncini

                                               

                                    

LETTERE DALL’AFRICA

                            

                                 

 Parole per mia figlia che parte

Ti ho messo nel fiato un piccolo seme,
un volo di colombe e una musica.
Adesso vai,
lascia alle spalle le vie della polvere
segui la sete degli animali,
l’orma dorata delle gazzelle.
Rccogli la vita nella sua prima luce.
Dividi il pane con uomini dal cuore puro,
sii capace di piangere
ma non scordarti mai di tornare a credere.

Adesso vai,
ascolta il canto di un piccolo uccello migratore,
difendi la piumata creatura del sogno.
Che tu sia fra i salvati,
fra i sopravvissuti di ogni Guernica.
Ovunque ti accompagni la grazia e il mio respiro.
Amata creatura, figlia baciata dal bene,
giovane donna di forza e di coraggio.

 

 

 

Madame Bilha (Meme)

Nei mesi d’inverno
i fiumi d’Angola gonfiano i fianchi.
Le rive straripano e l’acqua sommerge le valli.
In quella stagione i campi non donano miglio,
ma pesci rossi ed anguille.
Quando arriva l’estate tutta l’acqua svapora.
I bisonti pascolano in prati verdissimi,
gli uccelli volano dentro un cielo che brilla.

Madame Bilha ti ospita nella sua casa.
La gente di Oshakati vive in capanne di fango
ma lei ha pavimenti di marmo,
una cucina moderna e mai usata.
Preferisce mangiare all’aperto,
preparare la cena sul fuoco come ha fatto da sempre.

Meme racconta che quand’era bambina
andava a scuola senza scarpe o vestiti.
Sui fianchi portava soltanto perline di tanti colori.
Non aveva la carta, non aveva matite.
I bambini sedevano in cerchio.
Scrivevano nomi di sabbia
che il vento rubava ogni notte.

 

 

 

 Orfani

Lavori con cinquanta bambini.
Cinquanta orfani senza padre né madre.
I più piccoli ti toccano con meraviglia,
litigano per tenerti la mano.
A volte piangono.
A volte dormono: i corpi leggeri,
il fiato legato a un sussurro di alberi.

Quando sognano, le ombre dei morti
vorticano dentro bufere di sabbia.
Il mondo allora diventa una Babilonia di grida,
un luogo di morte che resta negli occhi.
Oh, come resta!.

Quando arriva la sera, ti siedi nel buio.
Senti l’aria che trema, i sospiri dei morti.
Pensi a casa, al mio lungo inverno di neve.
Quanto pesa, a volte,
la solitudine di chi abita il mondo.

 

 

 

Sole africano

Scrivi che ogni giorno è lo stesso:
la polenta di miglio, il vociare dei bimbi,
il vapore sulle lagune.
Le figlie di Meme passano i giorni fumando,
o bevono birra sdraiate in giardino.
La sera ti portano fuori.
Mi racconti che hai trovato marito:
si chiama Mandala,
ti ha promesso sette capre e due buoi se lo sposi.

Meme fa da madre ai suoi figli, ai figli dei figli
e a un mucchio di gente che ogni giorno le passa per casa.
“In Africa il poco è di tutti” – ti dice.
Ride. Ti accarezza i capelli.
Promette che quando ti sposi verrà al tuo matrimonio.

 

 

 

Sabato sera

Ieri sera sei andata a ballare.
Racconti che è un piccolo bar di cemento:
qualche sedia di plastica, il frigo che ronza,
una radio a tutto volume e le casse di birra.

Ti diverti. Muovi i fianchi come una vera africana.
Sei rientrata alle tre di mattina.
Meme ti ha aperto la porta.
Era nuda.
Si muoveva col passo di una regina:
i sogni vivi negli occhi, i seni nel vento.

 

 

 

  Il villaggio

Domenica ti hanno invitata a un pranzo in campagna.
La farina di mahango cuoceva sul fuoco.
Hanno preso una capra
e l’hanno finita davanti ai tuoi occhi.
Poi ti hanno chiesto di uccidere un pollo.
Gli hai dato la caccia,
ma alla fine non hai avuto il coraggio.
La piccola Sunday ti è venuta in aiuto
e, senza battere ciglio, gli ha tagliato la testa
con un solo colpo deciso.
La testa è rimasta sul gradino di pietra,
ma il pollo correva per il cortile,
saltellando per un tempo lunghissimo.
Sembrava un giocattolo,
non fosse per il fiotto di sangue
che spillava dal collo reciso.

Dopo pranzo la gente è andata a dormire.
Il sole era fermo nel cielo.
Il caldo si tendeva sui campi.
I corpi brillavano.

Poi, da lontano, è arrivata la pioggia.
È giunta con un boato di selva,
in un fragore di foglie ed uccelli.
Siete corsi tutti per strada.
Nessuno ha preso l’ombrello.
Le donne ridevano. I bambini ballavano,
le braccia spalancate ad accogliere
quel po’ di frescura.

L’acqua scrosciava sui tetti.
La pioggia saziava la sete degli animali,
scioglieva la crosta sui campi.
Anche tu hai ballato per strada:
anche tu senza scarpe, i capelli pesanti di pioggia,
la fronte accaldata.

Scendeva la sera.
Il cielo cambiava colore.
Nell’aria saliva una fragranza di fiori e radici.
L’antilope correva verso la notte.

 

 

 

Morire di Aids

Gli insetti copulano e muoiono sotto un sole che brucia.
La bestia è là, viva
ed attende.
È pronta per lo scatto finale:
gli occhi socchiusi, i muscoli tesi.

Il bambino nasce col male impresso negli occhi.
È senza memoria.
Non ricorda i canti lontani dei padri
né i favi pesanti di miele o la corsa felice dei leopardi.
Succhia la morte nel primo colostro.
Sua madre gli canta una ninna nanna,
ma lo attende una culla di terra,
la fredda pietà delle stelle.

Ieri siete andati a trovare una donna malata.
Sprofondavi nel fango.
Avete impiegato un’intera giornata per arrivare.
La capanna era un bozzolo nella calura.
La donna taceva.
Nascondeva in fondo alla bocca ogni umana memoria.
Sapeva che Orfeo non sarebbe mai sceso a salvarla.
Viveva l’attesa, la consegna di ogni speranza.

Le avete portato lattine di carne,
sacchetti di zucchero e riso.
Poi, in ginocchio, vi siete prese per mano,
avete pregato.

La pace che precede la morte è un mistero divino.
L’Africa il costato aperto di Cristo,
la piaga che sanguina ancora.

(Namibia, inverno 2011)

 

 

 

Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e ha vissuto 30 anni in Inghilterra dove si è laureata in Lingue e Letterarature Moderne all’Università di Londra e dove ha conseguito un Master in letteratura ispano-americana presso il King’s College dell’Università di Londra. Al momento vive in Sardegna. Ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi letterari nazionali sia per la poesia che per la narrativa e il teatro. È risultata fra i vincitori del Premio Montale per una silloge inedita. (2004). Nel 2012 è stata selezionata per rappresentare l’Italia all’European Poetic Tournmente a Maribor, Slovenia, dove ha ottenuto il Premio del Pubblico. Suoi testi sono stati tradotti in ungherese, inglese, tedesco, spagnolo e serbo croato. Ha recentemente pubblicato un volume di sue poesie in edizione bilingue presso le Edizioni Gradiva di New York. Il suo ultimo libro di poesie La Regina di Ica (Edizioni Ponte del Sale), ha ottenuto il Premio Mario Luzi (Roma, 2013). Fa parte di varie giurie di premi letterari e suoi testi sono presenti in vari blog letterari.

Ha pubblicato: La Regina di Ica (Ponte del Sale Edizioni, 2012). Diario Della Luce, Inanna, Entierro, presso Mobydick Editore. Mitolologie Private (Edizioni Clandestine); Ellissi (Ed. Raffaelli, 2005) – Premio Sartoli Salis Opera Prima, Premio Caput Gauri.

 


Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 203 follower