Ivano Mugnaini

29 maggio 2012

 

IL SORPASSO DI IVANO MUGNAINI

 

Di Augusto Benemeglio

1.Strade

Sentire “Il sorpasso” come metafora del proprio ineluttabile destino, un po’ come avvenne cinquant’anni fa nel film di Risi, con Gassman e Trintignant, e quasi quasi  nella stessa situazione socio-politica di sciattezza, cialtroneria, perdita di forma etc., che fin da allora lamentava Italo Calvino. Ma con una enorme differenza, allora si iniziava un cammino verso un futuro radioso, da spremere e godere come un frutto maturo,  pur con tutti i limiti di cui sopra, e con canzonette tipo  Saint Tropez Twist di Peppino di Capri, o Guarda come dondolo  di Edoardo Vianello, che fanno da sfondo al film;  oggi non c’è più niente davanti a noi, il futuro ce lo siamo già giocato ad un gigantesco video-poker mediatico. Siamo tutti in liquidazione, in via di estinzione per consunzione spirituale ancor prima che materiale. E tutto ciò non poteva non essere registrato da un poeta colto raffinato e sensibilissimo come Ivano Mugnaini, che indaga l’assurdo che c’è nelle scene di vita quotidiana  (Sarebbe tempo di percorrere le strade/ dei perché lasciando a casa le borse/ dei come, cercare una voce, una chiave/ nelle ossa spezzate dei cani o nella carne/ soffice di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,/se il tempo non fosse fragile, imperfetto…//ma/  La strada non è la stessa. Lacera, deborda/ la rabbia dei pini, affiorano grida di radici).

Mugnaini è uno di Viareggio, che conosce bene l’arte delle maschere e delle magnifiche sfilate dei carri grotteschi sul lungomare, il galoppo dell’onda sulla battigia invernale, coi suoi ossi di seppia, le statue scolpite dal vento e la danza del mare; è uno ancora toscano, e conosce l’arte della Lingua italiana e della Parola, che è  “l’unico strumento che media mondo e sentimento e, allora essa deve essere perfetta”. Se saliamo appena un poco più su siamo in altre terre, in culture diverse  di frontiera (Lunigiana, Garfagnana, ect), fine pianura, pendii scoscesi, colline verdi, radici attaccate a tutti i costi, cave di marmi e lave lavate.

2. Arte

Ma, onestamente, a dirla tutta, io conoscevo solo il Mugnaini saggista, avevo letto un suo articolo sull’arte che mi aveva intrigato per tutta la sequela (splendida) di ossimori. “L’arte, la più vitale delle cose superflue, la più inutile delle cose indispensabili”, arte come ”zucchero salato” dal gusto sapido e a tratti amaro della coscienza del tutto; e poi un po’ di Pavese, Alvaro, Goethe, Adorno, Goethe, e naturalmente Wilde, per finire con un condivisibile assioma: “ l’arte aiuta a vivere, ma non salva, non evita il tonfo, la caduta, la ferita, anche se permette di sognare, di volare”. Insomma le nostre strade s’erano già incrociate, ma è stata  Cristina Bove , la Grande Giardiniera, che mi ha fatto scoprire l’altra faccia, l’altra strada di Mugnaini, quella della poesia, costruita come un movie road, che ha molte simbologie e attualità, che si fa spesso cronaca, pur nella ricerca dell’astrazione. Ad esempio “Strade” mi ricorda, fin quasi nei dettagli, la scena finale di quel magnifico film, quando l’auto, la mitica Lancia Aurelia B24, esce di strada e precipita sulle rocce della scogliera toscana, quasi in un silenzio spettrale. S’avverte solo l’urlo senza tempo del mare,  con quell’onda immensa di risacca che rifrange sugli scogli, – metà luce di spruzzi d’argento e diamanti, metà ombra e tenebra di morte (…Scruti il guard-rail/ con la coda dell’occhio lasciando solo un esile/ spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde/ di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,/ sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra del tutto, del niente).

E’ un film di un simbolismo radicale, una vita da “sorpasso”, un po’ come la poetica del Nostro, che naviga “sull’onda dell’incertezza”, in equilibrio precario, con il mirino della telecamera che inquadra la “forza di suggestione” di un particolare, ascolta la “voce del silenzio” e nella percorrenza di questo “antidestino” che è l’arte, luogo di perfetta libertà,   gioca a “sorpassare se stesso”, il senso del tempo, della propria precarietà,  del proprio naufragio, del proprio fallimento (…“sarebbe tempo di scrivere solo del tempo,/ come un naufrago che si innamora / dell’acqua che lo strangola e si abbandona”). Non ha rimpianti, non si specchia alla fonte, né si compiace della propria bravura. Ma dimentica se stesso. E anche questa è un’arte non trascurabile.

3. Ironia

Come ha osservato Fontanella, Mugnaini è uno che si sente “inadeguato”, che sta sempre sul “baratro”, con il “cappio” alla gola, e che tuttavia “non rinuncia al confronto”, e non esita a offrirsi ogni volta in tutto il suo disarmante candore”. Insomma si mette in gioco, non si tira mai indietro. Benché abbia “un’aspirazione alla tregua, egli conserva la coscienza del dramma esistenziale,  e carpire la pace dell’attimo è drammaticamente tutto ciò cui si può aspirare”. Ma il magma del sacrificio non si spegne sotto lacrime non vissute, nell’attesa di un rimorso e di una diminuzione necessaria. Nella sua poesia quasi sempre “disperatamente magica”, e “luminosamente spietata”,  nella sua nuda verticalità espressiva (Non è più concesso, o almeno opportuno, /lasciare spazio al rimpianto. Visi che erano /sogno, brivido che squassava la schiena, /speranza, pazzia), c’è una vena d’ironia (un popolo senza ironia sarebbe barbaro, aveva detto Palazzeschi, suo corregionale), che lo salva da quelle tempeste di  memoria a fil di pelle che squassano tutti i poeti.

4. Parola

Ma a ben vedere il viareggino  è soprattutto il  poeta dei “ponti interrotti” , i fragili ponti di parole, della sillaba franta, o della frase spezzata, che devono essere ricostruiti  ricuperando  quel senso di  ri-incontro, stupore e  spazio infinito, svelare il mistero che cela i nomi delle cose  perché   “dare, ora, alle parole/il giusto peso, è tutto/ciò che abbiamo” …//Tocca al poeta sollevare le parole / con le braccia, sentire la pelle / bruciare di sudore ad ogni sillaba / che riga l’asfalto, ogni silenzio / che sfregia la spina.

La parola di oggi è solo bla-bla, violenza dell’aria,  polvere di cipria, stele oltraggiata, pietra disonorata, fredda luce non usata,  piano di pianto, Sms che stravolge e depreda ogni lingua  “come se si potesse scarnificare la parola,/ irriderla, violentarla e lasciarla lì, /occhi gelidi, incolume, feroce, ancora serena..

Ed ecco, allora,  lungo la strada litoranea la faticata parola degli operai che ridono con la bocca di mattoni e di cemento, gli operai che sanno del tremore degli alberi e i movimenti delle nubi (frecce di sangue, al tramonto), del rumore incessante del martello pneumatico,  del delirio circolare in cui vive l’uomo di strada che cerca la pausa come schiarimento dell’anima, sanno della concavità della memoria, del magma che ci avvolge, della necessità del   “sorpasso”  di se stessi per poter sperare ancora nell’uomo: “Ride, lui che sa, conosce la consistenza/ del bitume”.

E tuttavia  Mugnaini non  rinuncia alla sua prigione. Fa costante esercizio di pazienza e di equilibrio quotidiano del proprio scacco di vivere, spezzandosi la schiena mille e mille volte prima di ripresentarsi al pubblico. Tenta il sorpasso della propria disperazione, sospeso al filo delle parole, vede come le cose passano attraverso di lui e lo spazio in cui succedono, uno spazio che è anche il tempo.  E’ lui il primo a sapere che la sua opera è solo un ponte di mediazione, e che il poeta non è un piccolo dio, ma voce di tutti e di nessuno. A lui non interessano le quasi verità e il quasi delirio,  né contano le suggestioni del  ritmo giambico e il fremito  di liquide allitterazioni. Qualsiasi cosa possa aver ispirato la sua voce (ispirazione, inconscio, azzardo, accidente, rivelazione)  essa rimane voce di ciò che è altro, ” magia liberata dalla menzogna di essere verità”.

 

5. Sorpasso

Quel che conta veramente è andare “oltre”, è il sorpasso, inseguendo che cosa? Non lo sappiamo, magari una trattoria di Ferrara, che ha lo stesso nome, ed è nel cuore medievale della città, dove Luchino Visconti  girò alcune scene del mitico film “Ossessione” , e dove fanno le “tagliatelle al sorpasso”, le polpette di alici e i maccaroni Montalbano, in una mescolanza siculo-ferrarese;  o un negozio dove fanno scarpe che sono come ali ai piedi, e si chiamano – neanche a dirlo – “Il sorpasso”, e ci puoi girare il mondo senza fatica;  o, infine, a Piazza Risorgimento, a Roma, dove “Il sorpasso”  è un Caffè, ma anche una filosofia di vita, dove puoi trovare il trapizzino alla Trilussa, una pizza bianca di forma triangolare farcita con i piatti tipici della cucina romana, e naturalmente aperitivi alla Sainte Beuve, cocktails e dintorni gogoliani o caravaggeschi, ma anche la birra bavarese di Augustus Wiezen, a metà tra Goethe e Papa Ratzinger, un doppio malto di frumento e di lievito a fermentazione naturale. Ma forse  non ci troverai il “vermentino”, la farinata e l’ironia spezzina, né la “lei” che avrebbero potuto salvarti o perderti : “Non sarà certo il chiarore di un vermentino/ a salvarmi stasera in questa bettola di lusso/ di La Spezia, anticamera ironica del nulla, risate /e focacce quasi tiepide, e tu, la pelle delle mani,/ gioco pigro dei bracciali, oro puro che suona come ottone”.

Non c’è neppure il salgariano eroe della nostra infanzia, che ci aveva fatto ridere e sognare: “Abbiamo rivisto insieme, tu ed io, /passato a tarda ora, su una rete infima,/ minore, “Sandokan”, lo sceneggiato /a colori di una gioventù ruggente”. Quello che ti (ci) attende è solo un’ombra liquida, l’ora definitiva, un antico desiderio di morte, una pratica da sbrigare con massima celerità, e senza arrecar disturbi e fastidi al traffico cittadino :”È cosa da poco, in fondo, la morte, banale, / veniale o giù di lì, di sicuro scontata”

6. Amore

Il sorpasso, il primo road-movie della storia del cinema, da cui prese spunto Dennis Hopper per il suo mitico “Easy Rider”, non è citato a caso dal toscano Mugnaini, che ben conosce il film e  quei posti, che descrive nella lirica  ancora vivi, pregnanti, attuali (“anche la realtà è sogno”). Sono pressoché gli stessi scenari del finale del film, il castel Sonnino sul promontorio, la cala del Leone, le scogliere della Calignaia  e del Sassoscritto, quelle curve scoscese che anch’io ho percorso, negli anni ’70, quando abitavo a Quercianella, e mi recavo ogni mattina a Livorno. E, per astrazione, mi sembrava – effettivamente – di andare “oltre” me stesso, dove in qualche luogo mi ritrovavo ad attendere il mio (miracoloso) arrivo. E’ un po’ – forse – quello che accade a Mugnaini, quando se ne va a Castiglioncello, a fare shopping di solitudine, in cerca delle sue oscure verità,  sguardi  di cenere congelata, corpo che si sdoppia e si guarda: un Ivano è prigioniero nelle lamiere dell’auto, l’altro si fa scintilla, onda giaguaro, teschio, cratere, silenzio, sogno,  e vola. Ma poi ritorna in terra, e  non chiede nessuna amnistia, ma  “Almeno allora uno sconto di pena alla pena/ dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,/il lusso di un carcere aperto alla speranza/ della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi/ colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe/ le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,/e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani”.

E quelle sue parole nate dalle ombre segrete del  silenzio, flusso luminoso d’energia, sono sculture scolpite dal vento, coscienza protesa all’avvenire,  sono parole d’amore, un monumento pubblico al buio del  Milite Ignoto dell’esistenza, che è dentro ciascuno di noi, quel milite che ha il coraggio di vivere e lottare,“malgrado – come annota Roland Barthes – le difficoltà della mia vicenda, malgrado i disagi,/i dubbi, le angosce, malgrado il desiderio di uscirne fuori,/dentro di me non smetto di affermare l’amore come un valore  e cerca una guida, un senso, un giusto cammino, un riconoscimento di sé stesso quale innamorato folle della poesia,  “nella certezza che nessun potere, / nessun politicante avvelenatore di sangue / e di sorrisi potrà mai strapparmela”.

Anche se l’Italia dei sistematori di poesia è ignobile – scrive Alberto Bevilacqua -, forse un giorno qualcuno scoprirà in modo giusto questo tentativo di “Sorpasso” della poetica di Mugnaini. Ma è difficile, ridotti come siamo a fumo pietrificato, in patrie sempre più straniere, in percorsi ineluttabili e sempre più disperati, in strade senza vie d’uscita e senza orizzonti, anche se non ce ne accorgiamo, non lo sappiamo ancora che siamo tutti dei disperati. Ci vogliono i poeti come Mugnaini , che scrivono parole interdette, segni  intrecciati su una pagina di quaderno, che può essere vasta come un letto di mare, ci vogliono questi erratici visionari, cercatori d’oro e di veleni, che portano  alla luce un potenziale mistero, dono, follia e (forse) un attimo di felicità  (È istante in cui la mente / diventa riflesso di sole, sorriso profondo del cuore. /avrai il dono scabro/ di un attimo: l’istante/ in cui ti senti vivo, seppure fragile, / inadeguato all’eterno. Ci vogliono i poeti come lui, che cerca un barlume di autenticità, che  si mette in gioco, rischiando, che fa “Il sorpasso” in curva, e non ha  una Ferrari, né una Honda, forse non sa nemmeno guidare,  ma sfida lo stesso il proprio destino. E lo fa  per amore, nient’altro che per amore.

Roma, 18 maggio 2012

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 STRADE

Strade

Come se si potesse scarnificare la parola,
irriderla, violentarla e lasciarla lì, occhi
gelidi, incolume, feroce, ancora serena.
Inebriarsene, sfregiarla di carezze di vetro,
senza pagare lo scotto, la ruga che scava
la pelle, lasciandola bella di bellezza ineffabile.
Passarle addosso il peso del corpo e lamiere
squadrate come si fa con l’asfalto, confidando
nella pazienza dell’eterno, l’immutabile.
Ma l’asfalto si squama, si sgretola.
La strada non è la stessa. Lacera, deborda
la rabbia dei pini, affiorano grida di radici.
Passi al mattino nell’abitacolo surriscaldato,
e ride l’operaio del cantiere stradale guardandoti
blaterare tra i denti frasi che si schiantano
sui finestrini. Ride, lui che sa, conosce la consistenza
del bitume, sonda l’amalgama con i piedi,
una danza imparata da bambino, gambe
salde tra i grumi e l’aria, cosparge
cantando la strada al giusto livello, la quantità
ideale. Ride, mentre il cervello si tritura, pasta
farinosa, impalpabile, e prosegui, lento, a un palmo
dalla striscia della mezzeria. Scruti il guard-rail
con la coda dell’occhio lasciando solo un esile
spiraglio al sogno, Il sorpasso, il mare verde
di Castiglioncello, l’urlo di un’onda fulminea,
sole, vivo, abbacinante, sulla strada salmastra
del tutto, del niente.

***

VLADIMIR: Questo ci ha fatto passare il tempo
ESTRAGON: Ma sarebbe passato in ogni caso
VLADIMIR: Sì, ma non così velocemente
S. Beckett, Aspettando Godot

La speranza di settembre

Ora che sono finiti gli spunti antichi
e le idee adeguate annotate con cura
hanno ridisceso una per una scale di ferro
senza ringhiera, ora che perfino l’afa
lascia spazio alla coscienza della sera,
sarebbe tempo di scrivere solo del tempo,
come un naufrago che si innamora
dell’acqua che lo strangola e si abbandona
ad occhi aperti ad un infinito abbraccio.
Sarebbe tempo di percorrere le strade
dei perché lasciando a casa le borse
dei come, cercare una voce, una chiave
nelle ossa spezzate dei cani o nella carne
soffice di ghignanti puttane. Sarebbe tempo,
se il tempo non fosse fragile, imperfetto,
regolato da cronografi tarati male, ancora
soggetti a salti e arresti, orgogli e terrori,
costretti a fare algebra dell’aritmetica,
sbagliando i più elementari teoremi,
contenti, in fondo, di fallire gli schemi
essenziali, le basi, i calcoli, le proporzioni,
felici, nonostante tutto, di sprecare un’altra
estate fingendo di studiare, per poi tornare,
assetati, vibranti, al primo giorno di scuola,
immutabilmente, finché sussiste la speranza
di settembre.

***

Con sollievo

Sì, lasciamo che il testo
trovi la sua strada, l’oggetto, il messaggio.
Niente sarà sprecato, non un gesto,
un sorriso, uno slancio, un pensiero
dedicato a lei che, ferma di fronte
al portone serrato del sogno, ci dava
appuntamenti per il giorno sbagliato,
ridendo, giocando a scardinare il tempo
che giocava a dadi, distratto, muto.
Lasciamo che il verso trovi
per sé e per noi la sua strada, il suo senso.
Tutto, perfino il nulla, ha corpo nella parola,
e la sua assenza di sostanza è pietà,
misericordia nella tortura che ci consuma,
il “foco che ci affina”.
Forse, magari nel regno del sonno, quando
sarà pace il silenzio e prato il respiro,
ci sarà detto dove conduce il sentiero
e diverremo noi il cammino, saldo, sicuro,
ignaro di abissi di tornanti. Tutto avrà scopo,
ed ogni interrogativo irrisolto sarà arte
arcana di filosofia astratta e carnale, volto
incrociato lungo un viale straniero, quando
è già quasi sera, e, con sollievo, non si è certi
di distinguere buio e luce, falso e vero.

***

Non è più concesso

Non è più concesso, o almeno opportuno,
lasciare spazio al rimpianto. Visi che erano
sogno, brivido che squassava la schiena,
speranza, pazzia. E’ bene guardare, ora,
la foglia che cade sul tratto di via
che hai di fronte, prendere il sole che c’è,
amaro o scialbo, non importa.
Adesso c’è il vento che sposta la foglia
sfiorandoti i piedi. E conta soltanto vedere,
con gli occhi spalancati, se l’aria che la muove
è brezza lieve o fiato di treno marcio d’olio
e di distanza. Tonnellate di ferro corrono costanti,
e, nell’attimo in cui ti sembra di cogliere una mano,
uno sguardo dal finestrino, ti distrae il grigio
e il viola, la venatura quasi pulsante della tua foglia,
che appare anch’essa, per un istante, intrisa
della stessa lontananza.

***

Quale amnistia?

Quale amnistia? Per quali peccati mortali?
E’ cosa da poco, in fondo, la morte, banale,
veniale o giù di lì, di sicuro scontata,
garantita come una sentenza, o un elettrodomestico
Philips con controllo illimitato di qualità.
Perché tarda allora l’indulto al vizio comico
del vivere? Qualcuno lo disse “assurdo”,
questo abuso, tale misera esuberanza, ma
fu solo mirabile tautologia.
Almeno allora uno sconto di pena alla pena
dell’essere, una via di fuga, d’ingresso, d’uscita,
il lusso di un carcere aperto alla speranza
della redenzione, il crimine antico di ritrovarsi
colti clamorosamente sul fatto, nel sacco entrambe
le mani, in piena flagranza di reato, nell’atto doloso,
e recidivo, di essere ancora vivi, ancora umani.

***

Eravamo proprio noi

Non sarà certo il chiarore di un vermentino
a salvarmi stasera in questa bettola di lusso
di La Spezia, anticamera ironica del nulla, risate
e focacce quasi tiepide, e tu, la pelle delle mani,
gioco pigro dei bracciali, oro puro che suona
come ottone. In questa trattoria, frastuono virtuale
di una stazione buia ormai, siamo fuggiti per gettarci,
lepri cieche, l’uno nelle braccia dell’altra,
entrambi sorridendo, davanti al mirino millimetrato.
Non sarà certo il tuo vinello frizzante dal costo
di diamante sudafricano, né la tua voce liscia, brillante,
accesa di verve fresca di bollicine, a salvarmi dal conto,
dal bilancio, addizione puntuale del dare e dell’avere,
coperto e servizio compreso, la mancia proporzionale,
si vous voulez, al vostro buon cuore.
Non sarà il tuo occhio per nulla azzurro, né il tuo capello
biondo pseudonaturale, e neppure il racconto di fiaba
senza alcun possibile verdiano brindisi trionfale.
Eppure, bevi amore, accosta labbra rosse di vita al vetro
avido! E’ ancora sera, è ancora presto, la cameriera
ha sempre voglia di scherzare, bevi amore, e parlami
di sogni che senza te non so versare né stillare. Bevi,
non importa quanto, non importa come pagheremo.
C’è ancora il buio, spreme mosto denso,
profumato. Domani al mattino risaliremo lenti verso
la stazione, lo sguardo a terra, ebbro quanto basta
per credere che ieri sera quelli seduti a sfiorarsi
gli occhi e le mani sopra il cristallo
lucido e sottile dei bicchieri,
eravamo proprio noi.

***

Sandokan

Abbiamo rivisto insieme, tu ed io,
passato a tarda ora, su una rete infima,
minore, “Sandokan”, lo sceneggiato
a colori di una gioventù ruggente.
Abbiamo provato di nuovo a sognare
album di figurine da riempire
a poco a poco a scuola, durante le lezioni,
lasciando una sola casella vuota, quella
che manca, per fortuna, la Perla di Labuan,
da cercare domani, sperando
di non trovarla mai.
Ora però, neppure gli occhi della Tigre
cerchiati di kajal, sanno più ipnotizzare,
è sbiadito il rosso del sole, l’India domestica,
chiosco abusivo di Cinecittà, sa di zucchero
caramellato andato a male.
Passa adesso, eterna, inesorabile, solo
la réclame. La segue e la incalza una canzone
anni settanta; “la piazzetta del mercato è ancora
là”, sì, ma il sorriso da contratto del cantante
biondo tinto somiglia troppo, ora, a un ghigno;
o forse a un pianto.

***

  IVANO MUGNAINI

Laureato in Lettere Moderne all’Università di Pisa.

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E’ autore di narrativa, romanzi e racconti, poesia e saggistica.

               E’ autore di testi di prosa e poesia e di recensioni per alcune riviste nazionali e straniere: “Nuova Prosa”, “Gradiva”, “La Mosca di Milano”, “Il Grandevetro”, “Italian Poetry Review”,  “L’ Immaginazione” e numerose altre. Pubblica note di lettura anche su riviste diffuse tramite Internet.

           Cura il blog letterario “DEDALUS: corsi, concorsi, testi e contesti di volo letterario”, www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com, in cui pubblica, con un commento introduttivo, liriche e prose di alcune delle voci più significative del panorama letterario contemporaneo.

       Ha presentato suoi testi, prose e liriche, all’interno di manifestazioni e rassegne artistico-letterarie nazionali tra cui “Versinguerra” e “Bunker Poetico”, brani letterari abbinati ad opere artistiche all’interno della Biennale d’Arte di Venezia.

  E’ autore di racconti premiati o segnalati in concorsi letterari, tra cui:

 *  Premio  “Nuove Lettere” giuria presied. da A. Bevilacqua  Istit. Italiano di Cultura (NA);

 *  “Parole di carta” (Roma)   “Fiur’lini”   (L’Aia, Olanda) giuria Associaz. Culturale Forum;

 *  “Eraldo Miscia – Città di Lanciano”  giuria Roberto Pazzi, Giuseppe Cassieri, Vincenzo Consolo;  “Premio Loria”.

    Il suo racconto lungo dal titolo Desaparecidos  è stato pubblicato da Marsilio, e il racconto Un’alba da Marcos Y Marcos.

          Ha pubblicato la raccolta di racconti “LA CASA GIALLA”, i romanzi “IL MIELE DEI SERVI” e “LIMBO MINORE”  (Piero Manni, Lecce) e il libro di racconti “L’ALGEBRA DELLA VITA” (Greco & Greco, Milano, 2011).

          Dirige, assieme a Mauro Ferrari, la collana “AltreScritture” di Puntoacapo editrice.

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         È autore di liriche e raccolte di poesie premiate o segnalate in concorsi  letterari nazionali, tra cui:

Premio “Eugenio Montale” (Roma) – Sez. Inediti Italiani – giuria Goffredo Petrassi, Maria Luisa Spaziani;

*       “Leopardi” Recanati giuria Centro Studi Leopardiani;

 *       “Lerici-Pea” (SP) giuria presied. da Folco Portinari;

 *       “Fiorino d’Oro” (FI) – Centro Cult. Firenze Europa;

 *       “Camaiore” (LU)  -Sez. opere prime          ed altri.

           Ha pubblicato la silloge dal titolo “CONTROTEMPO”  e le raccolte “INADEGUATO ALL’ETERNO” Felici editore, Pisa,  2008, e “Il TEMPO SALVATO”, Blu di Prussia , Piacenza, 2010.

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       Tra i critici ed autori che hanno presieduto giurie in cui sono stati premiati i suoi testi, si sono occupati della sua attività letteraria o hanno scritto note o commenti sui suoi lavori, ricordiamo:

       Andrea Camilleri, Ferdinando Camon, Vincenzo Consolo, Michele Dell’Aquila, Luigi Grazioli, Gina Lagorio, Paolo Maurensig, Raffaele Nigro, Elio Pecora, Giorgio Saviane, ed altri.

Marzia Alunni

22 maggio 2012

Figlia di Maria Grazia Lenisa, poetessa nota e celebrata, di spiccata personalità e di precise scelte tematiche e contenutistiche, fortemente materica e sensuale, non dev’essere stato semplice imboccare per la figlia la stessa strada della poesia; sul suo capo , oltre alla grande competenza , si stagliava un’ombra da coltivare e di trapassare per potersi permettere una voce propria. Marzia Alunni ha dovuto recidere il cordone che l’ha avvinta alla madre , di cui però non ha mai smesso di promuoverne la conoscenza e la memoria; all’atto compiuto ha messo mano alla sua voce, al suo canto, all’unicità dei suo attraversare la luce e l’ombra, la vita e gli eventi.

La poesia può tutto perché è polisemica, perche non comunica solo con lemmi , ma con silenzi, spazi bianchi, omissioni, discrasie: il messaggio è veicolato da una tale molteplicità di attanti da farsi unico e irripetibile. Ovviamente, se parliamo di poesia.

La Alunni ha pubblicato poco, un libro “ Il Semacosmo” e poesie sparse qua e là in riviste.

Mi piace affrontare l’analisi di questa voce dal titolo del libro, che mai è ininfluente, anzi, e specie in questo caso, sostengo che è sintesi , punto di partenza, meta e percorso delle poesie. “Semacosmo” è il cosmo , vorrei dire l’universo, che si fa, anzi è, portatore di senso , che ha significati in semi e germogli, in piante e pianti, in silenzi e nel rumore.

Una notte stellata comunica come sa farlo una notte che sia priva di stelle e rannuvolata, ciascuna ha un suo messaggio, ciascuna ha un suo sguardo per coglierla e darne voce.

Scoperto il filo rosso che la poetessa segue non ci stupiamo che il deserto alluda “ad una morte viola”. Ci resta da chiederci che cosa si intenda per morte viola; il colore è una visione interiore in questo caso, che però allude ad una situazione oggettiva: la notte nel deserto non è nera, temibile, ma viola, d’attesa e forse un po’ penitenziale. Per questo , per la sicurezza che infonde, è meglio fissarsi su un cielo stellato.

La fragilità e la pochezza della mente umana ha bisogno di aggrapparsi a fissità, a ciò che pare immutabile, che permane oltre la nostra sosta terrena: astri e galassie, leggi naturali, la fisica, la chimica. la regolazione della materia, vivente e non,… eppure anche questo non basta perché siamo torturati dal dubbio e la nostra stessa fragile natura ci fa dubitare di quanto scoperto e manifesta altri bisogni come  una fame disperata di amore.

La poetessa sta dentro una battaglia fra l’infinito ( e il persistere del dubbio) e la finitezza della visione che sa cogliere bagliori e incanti, minutaglie dell’esistere “ Poi sereno fluttuò il polline / per conquistare l’estrema sponda / al passaggio di sciami ronzanti/ su argentei ricami d’aracne”

Non possiamo non apprezzare l’estrema precisione di questa descrizione che vorrebbe collocarci in uno stato di sicurezza … e… invece … le parole  confondono e frastornano, meglio proiettarsi oltre la concretezza della visione in regione di un’oltranza che pure esisterà , da qualche parte.

La poesia dell’Alunni mi pare si collochi tutta sulla borderline fra l’essere e l’esistere, la luce che imbeve le estasi , gli austri , l’assoluto dei neutrini e i crepuscoli che pure hanno una loro dolcezza, che celano un sogno , che mascherano una tenerezza: “ srotolano dimensioni attorte/ il raggio di una stella buia.”. L’ultimo verso ha una esuberanza semantica colma di  una grazia solenne , vibrante eppure in-certa.

La poesia di Marzia non sposa nessun canone , eppure sta tutta nel canone contemporaneo  ( a partire dall’ultimo decennio del Novecento) e ne esalta tutta la ricchezza lessicale, le proprietà di chiamare a sé una massa di dicibile, concreto e in-concreto, cioè meditato, perseguito col lumicino di una ragione che non vuole celarsi ma esplicita, sottintende, provoca. per una poesia matura, paziente e “vera”

Narda Fattori

Da “IL SEMACOSMO” – Bastogi, aprile 2002-

SAHEL

Berbera è la notte
ai limiti estremi del Sahel
e il piatto orizzonte allude
ad una morte viola.
Glabre le dune,
s’abbarbicano
invisibili orme di vita
ed orientarsi è dubbio,
meglio restare indefinitamente
davanti al cielo stellato.

LA RICERCA DEFINITORIA

Indefinibili distanze
che esaltano
la ciclicità degli astri,
concentrica,
anipotetica grazia.
Così è un bisbigliare,
un gettar ponti,
definizioni che traccino segni
sulla sabbia,
presto scomposta
e si ritrae ogni discorso,
restano
i postulati del dubbio:
dare e ricevere amore,
come ragione,
in una fame
disperata di tutto.

L’ISPIRAZIONE

E’ folle la girandola dei colori,
mille suoni di stelle
giungono
dall’assoluto in grido
e presto sfoglia la rosa.
Potesse essere vento boreale
quest’onda
che trascina via i deserti
artici e i ghiacciai
sommersi,
forse bruciati solo
dall’oro vivo dello sguardo
antico e infido.

Dalla silloge inedita: “Tutto è di là dal Tempo”

MIGRAZIONI

L’isola dimenticata della luce
che, sola, conoscono i cormorani
sorgeva,
improvviso miraggio di scogliere,
sul crinale del sogno,
un fato di polvere e d’aria.

Poi sereno fluttuò il polline
per conquistare l’estrema sponda
al passaggio di sciami ronzanti
su argentei ricami d’aracne.

Vennero, migrando, per nidificare,
tra le madrepore mille versi
a confondere,
ma l’incanto del volo prevalse,
come un protendersi d’anime
intrepide, librate verso l’Oltre.

CASCATE DI GELO

E’ l’acre vento dei ghiacciai
a chiudere
d’amore ogni ricerca
quando la trasparenza
di cascate immobili
scende e i flutti assistono
ad inenarrabili cadute.
D’intorno è fuga di gabbiani
e pause d’assoluto nella tregua,
i desideri inesplorati restano
e poco, o nulla, va perduto,
attendendo
il corso rarefatto di millenni.

STRINGHE

Ha spazio la vittoria della luce,
estasi di crepuscoli perenni
in attesa della nova nascente.
La doppia falce, che occhieggia
sulle plaghe disperse, sul nulla
è un silenzio nudo per immagini.
E mari, e onde ancora …sconvolgenti,
nella quiete d’oceani di fuoco,
dal registro forte, impavido,
muove l’attesa sognante.
Al pieno soffio degli atomi
detta l’assoluto storie di neutrini
ad un cosmo ebbro d’astri
e srotola dimensioni attorte
il raggio di una stella buia.

Marzia Alunni è nata a Brindisi nel 1962; si è laureata in filosofia all’Università di Perugia nel 1988 con una tesi su Aelredo di Rievaux, destando la curiosità del Prof. Cornelio Fabro.   Fin dall’adolescenza è stata iniziata all’amore per la poesia da sua madre, Maria Grazia Lenisa.   Successivamente ha pubblicato su riviste quali, ad esempio, Prometeo, Arte Stampa, sul Notiziario della Bastogi e su Punto d’incontro, I Fiori del male, Vernice e Arenaria.   Ha scritto un libro di poesie nel 2002, intitolato Il Semacosmo, con la prefazione di Giorgio Barberi Squarotti e l’introduzione di Davide Puccini.  Ha un nuovo libro inedito dal quale sono stati pubblicati alcuni testi su blog,  riviste e social network.

Si é interessata di vari autori storicizzati per recensioni e studi, menzioniamo i lavori sui saggi di Eraldo Garello, sulle poesie di Corrado Calabrò ed intorno agli aforismi di Domenico Cara. Insegna, già da alcuni anni, italiano nella scuole medie e superiori della città in cui risiede: Terni. Dopo la morte della madre ne diffonde le opere e ne cura la memoria con varie iniziative di critica e poesia.  E’ curatrice del blog di letteratura e culturale  http://marzialunni.blogspot.com/ , suoi testi sono apparsi in altri siti, in particolare sui blog LPELS e Poetarum Silva. E’ tra i collaboratori del sito www.literary.it con le sue recensioni.

Pietro Pancamo

15 maggio 2012

Tra queste poesie vorrei partire da quella intitolata “Morte antologica permanente” per passare alle altre come se fossero pianeti tutt’intorno ad un nucleo centrale o sole.

Chi di noi non ha osservato, con occhio apparentemente arido e senza speranze, la caduta dei propri sogni migliori?

Qualunque sia il motivo, tocca a tutti gli esseri umani tranne a quelli che muoiono precocemente, senza avere maturato il pensiero.

La poesia moderna, che tanto proclama e difende la propria libertà, ha dei canoni ben precisi, che comunque io non vedo come limiti, ma binari perché il treno della parola possa correre: esige una semplicità addensata sintetica, talora anche scarnificata, ma mai semplicistica, che nella poesia di Pietro Pancamo esiste in pienezza. Deve sembrare che il testo sia un pensiero naturale lì gettato senza travaglio, non in una singola poesia, ma in tutta la poesia dell’autore. Insomma la “scuola” poetica moderna deve essere come d’aria nell’aria, e qui ci siamo. Poesie d’aria, pensieri divenuti parola, sentimento non sentimentale, eliminazione dei luoghi comuni e, soprattutto, originalità anch’essa naturale, mai forzata.

Il tormento umano assume parole forti che, dal particolare, come sempre avviene nella buona poesia, assurgono all’universale storico” E adesso è soltanto / stanchezza rabbiosa / resistere ogni giorno / al ripetersi ingombrante del respiro / e della luce”.

Lo stesso concetto è ripetuto in Frammento, ma con un tocco di speranza in più: “amore e incertezza, incertezza e amore”.

Anche in Confronto (fra lui e gli altri ) c’è un quadro fosco: le tigri che si spulciano gli occhi, egli che si inerpica fra le pietre e sembra un fantasma nero. Però la cosa cambia in Rebound, dove il poeta vorrebbe baciare una “sventola, con la timidezza del tramonto”: qui predominano le ragioni della vita, c’è anche entusiasmo, ironia e persiste quella semplicità espressiva pregnante che lo contraddistingue. Non bisogna stupirsi che i poeti cambino opinioni e stati d’animo, non è forse questa la vita? Nessuno si sveglia tutte le mattine in preda al pessimismo cosmico e osservando i propri sogni “imbalsamati”, può darsi che invece gli venga in mente la “sventola” e la voglia di baciarla, umanissima anch’essa.

E la filosofia dei poeti non è uguale a quella dei veri e propri filosofi, è piuttosto un ondeggiamento filosofico del pensiero espresso in versi. Come nella sua “Filosofia”, che esprime molto bene quanto per il poeta la parola sia aguzza e “Le mani s’infrangono / contro un gesto incompiuto” perché “Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio / che smette, ogni tanto, / di pronunciare il vuoto”.

Ecco le poesie: intercalari del silenzio.

Sprazzi, frammenti, scintille, gocce. Battiti fotografati in un tentativo di eternità. A ricordo del nostro passaggio su questa terra dura e bella.

Il cielo non è raggiungibile, per quanto viviamo immersi nel cielo: “Se tento / di raggiungere il cielo / la distanza rimane invariata. /m’avvicino / soltanto alle nubi” ( Aeroplano ).

Domenica Luise

 

.

Aeroplano

Se tento

di raggiungere il cielo

la distanza rimane invariata.

M’avvicino

soltanto alle nubi

.

Filosofia

 Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio

che smette, ogni tanto,

di pronunciare il vuoto.

 

Allora qualche indizio di materia

deforma l’aria,

descrivendo le pause del nulla

prima che il silenzio

si richiuda.

(Le mani s’infrangono

contro un gesto incompiuto)

.
Morte antologica permanente

Siccome la vita

ci rovina la vita

(sempre!),

a giugno ho visitato

(un po’ turista, un po’ becchino

e un po’ parente sconsolato)

l’interessante morte

antologica permanente

delle mie speranze

migliori:

quanti sogni falliti

imbalsamati in bella mostra!

 

Li guardavo e piangevo

desolato nero,

dannandomi frenetico

la salute.

 

E adesso è soltanto

stanchezza rabbiosa

resistere ogni giorno

al ripetersi ingombrante del respiro

                      e della luce.

 

 

 .

Frammento

A tratti nel buio

la filigrana di stelle

configura

la mia rabbia pensosa:

amore o incertezza, incertezza e amore.

 

 

 

Rebound

 

Mi son beccato

l’amore rebound

del post-incontro;

e adesso

vorrei baciarti, sventola,

con la timidezza del tramonto.

 

 

 

Confronto


S’alza al mattino

un fumo di tigri

dalle iridi aperte,

in campagna;

un’espressione grinzosa

rimbocca la faccia

dei contadini.

E mentre il fiume

s’accalca ai loro piedi,

si spulciano gli occhi

scrupolosamente

trovandovi affogate

zampette di ragno.

 

Io invece,

montanaro del cuore che batte,

m’inerpico per un letto castano

di mie pietruzze in salita.

Poi, di sera,

– tornando a zonzo verso casa –

sembro un fantasma nero che,

appuntito come un ago,

viaggi sui trampoli del buio.

Componimento di Pietro Pancamo tratto dalla silloge «Manto di vita» (LietoColle, Faloppio, 2005), della quale – a questo indirizzo internet: www.lietocolle.info/it/g_lucini_su_pancamo.html – è possibile consultare una recensione a firma del critico Gianmario Lucini.

Pietro Pancamo (1972) coordina il portale «L(’)abile traccia» (citato in un volume della Zanichelli); oltre che redattore del blog collettivo «Viadellebelledonne», fra i più seguiti in Italia, è direttore editoriale e conduttore di «Poesia, l(’)abile traccia dell’universo», podcast culturale in onda ogni giovedì sull’emittente digitale di Milano “Pulsante Radio Web”.

È autore di «Manto di vita» (LietoColle, Faloppio, 2005), una silloge di versi che ha suscitato l’interesse di Giancarlo Pontiggia. Compare nelle antologie «Poetando. L’uomo della notte» (Aliberti editore, Roma-Reggio Emilia, 2009) e «Mentre un’altra pagina si volta» (Giulio Perrone Editore, Roma, 2010) curate rispettivamente da Maurizio Costanzo e Walter Mauro.

Nel 2012, la Rete Uno della radio nazionale della Svizzera italiana gli ha dedicato una puntata del programma «Poemondo».

È da poco disponibile on-line il suo primo e-book di racconti: «Sia fatta la tua comicità. Paradise strips» (Cletus Production, Roma, 2012).

Fra le riviste da cui è stato recensito – o su cui ha pubblicato (talora in inglese) poesie, articoli o racconti – figurano «La poesia e lo spirito», «Tuttolibri» (inserto de «La Stampa»), «Poesia» (Crocetti Editore), «Poesia» (blog del canale televisivo Rai News), «Scriptamanent» (Rubbettino Editore), «Poeti e poetastri» (portale gestito dall’Agenzia letteraria “Perroni & Morli Studio”), «Gradiva», «Atelier», «La Mosca di Milano», «Stilos», «El Ghibli», «Corpo12», «Lettera.com», «Subway Letteratura», «Sagarana», «IF. Insolito & Fantastico», «Il Paradiso degli Orchi», «BooksBrothers», «TerraNullius», «Oubliette Magazine», «Progetto Babele», «Tangram», «InFonòpoli», «Books and other sorrows», «Filling Station» (quadrimestrale canadese) e «Snow Monkey» (periodico statunitense).

Recensioni a sua firma sono uscite sia nel sito della rivista «L’Indice dei libri del mese», che in quello dell’edizione fiorentina del «Corriere della Sera».

Fabrizio Centofanti

8 maggio 2012


.

Questo autore mi è parso talmente ricco che ho preferito analizzare le poesie proposte ad una ad una nella speranza di aiutare più efficacemente la lettura altrui. In questo modo sarò più lunga, ma più chiara e, dato il genere di poesia, ciò mi sembra necessario.
In Terre emerse vedo una fusione di sogno-realtà e di luce-tenebre come se il sogno potesse ispirare barlumi più reali del reale: “sognare è sapere” e la luce dà forma alle tenebre e viceversa perché la fiamma del lume è comunque contenuta nel petrolio oscuro. Il titolo è emblematico: al di sotto di sogno-realtà e luce-tenebre c’è l’abisso dell’iceberg interiore ignoto a noi stessi, ciò che emerge è un chiaroscuro che appare, incide e sparisce: ultima parola della poesia è “invano” il che mi pare doloroso e fortemente corrispondente al titolo: terre emerse invano.

In Altrove continua l’approfondimento come un martello pneumatico nell’anima: il canto infinito dell’oltre è triste da scrutare. Seguono paragoni concreti e duri: oltre quei vetri che ho proprio sotto l’occhio, oltre il cielo, che sicuramente svanisce con la sua innocenza da prima Comunione toccata appena da bambini, oltre i nostri ed altrui denti canini molli come la calce, oltre le illusioni e le note più elevate che osammo improvvisare (il discanto), oltre il nostro quotidiano che ci ferisce a morte, oltre e altrove, tutto finisce nel “dolore del ventre“ dove anche le risa sono gemiti.

In Etàire continua il contrasto tra il desiderio della felicità umanissimo e il più assoluto nulla che ci attende su questa amara terra così bella, talora, a vedersi e così grondante dai tempi del Golgota, quando un uomo innocente ci elevò con sè.
Il poeta parla sommessamente a se stesso, egli davvero potrebbe volare, non è così pesante e la voce dei propri aneliti sembrava delicata. Si è mutato in uccello fuggitivo per liberarsi dal Dio dei passi inutili, che è quello dei formalismi, convenienze, crudeltà, compromessi, ingiustizie ed utilitarismi. Perché dovunque ci sia disamore manca qualsiasi Dio vero. Così l’anima uccello ferito vola proprio in quella ferita, che zampilla e la spina diventa fiore come (strano paragone di ermetismo apparente) quando non è permessa la felicità. L’occhio del triangolo, nella grafica cattolica, rappresenta Dio che tutto vede e non consente la felicità nel dolore e miseria comuni. O felici tutti o nessuno, allora, davanti a Dio, nessuno. È la condizione terrena.

L’apparente confusione di nomen omen ammanta i segreti del dolore-amore umani e li universalizza a tutta la storia del passato, presente e anche futuro. C’è il bisogno di un tepore accanto, il contatto dell’anima, il che soltanto potrebbe placare la creatura umana almeno per un po’.
E quante volte il mattino, andando a scuola al lavoro col treno ho guardato fuori dal finestrino e i pensieri, il poco riposo, la tristezza, ma anche la fame di felicità erano simili ai pensieri che Fabrizio Centofanti, così fluidamente, ci dice nella sua Qui, dove il qui si moltiplica per tutti i viaggi della giornata dentro e fuori dal treno.

E passo a Non importa: l’autore è andato a prendere in ospedale Pietro, l’idraulico rumeno. Un gesto di amore concreto a cui corrisponde quel grido di gioia: don Fabrizio!
E si guardano anima nell’anima, il confortante e il confortato.
Ma anche il confortante, in questa presa di coscienza di fronte allo sfacelo della cruda realtà, avrebbe bisogno di una mano materna che, compassionevolmente, lo lenisse: “Il Natale  ha la faccia dei poveri, si nasconde agli scribi / e ai sacerdoti occupati nei riti solenni di una falsa religione / per conto mio / non credo più all’inferno e al paradiso /.
Vero che il Natale abbia la faccia dei poveri e si nasconda al formalismo religioso, ma non è affatto vero che l’autore non creda più all’inferno e al paradiso, semplicemente sono caduti le fiamme, i diavoli coi tridenti e gli angioletti dalle ali di piume, che non sono mai serviti a niente, pure metafore di stati d’animo. E qui l’abbandonato non abbandona il Cristo sofferente incarnato nell’idraulico rumeno sicché l’inferno si trasforma nel paradiso di quello sguardo vicendevole.
Gli ultimi due versi sono quanto continuamente provano i poeti: “Vago di giorno in giorno/ in una vita che non cessa di sorprendermi”.
Vero anche questo: senza gli appigli che ci avevano rassicurati, ormai davvero insieme ai più poveri, vaghiamo sorpresi di resistere, guardiamo il peccato più orribile eppure siamo ancora capaci di ammirare la natura e poetare.

Che altra bella poesia è Otto marzo, così irruente, sincera, piena. Come sarebbe se uomini e donne, nella stima vicendevole, potessimo creare un mondo intero invece di due metà traballanti malamente accostate? Il dramma dei due pianeti maschio-femmina e uomo-donna (corpo e anima) credo che non si possa risolvere su questa terra, purtroppo. Ogni donna è madre, anche colei che non ha figli della propria carne, ma anche l’uomo è madre appena accoglie l’altro e si occupa di lui, solo che tutti abbiamo bisogno di una vicendevolezza madre-figlio conformemente al modello trinitario, dove lo Spirito Santo è la reciprocità dell’amore tra Padre e Figlio. Non è un discorso difficile, è la sola semplicità dell’amore appagante. Allora, certo, nell’armadio buono ci sarebbero “i colori infiniti / e trasgressivi dell’allegria improvvisamente /esplosa “, sono, questi colori della vita, talmente ardenti da essere definiti trasgressivi, in realtà gli unici colori autentici e giusti, che ci fanno saltare di gioia.

La poesia Grazie mi commuove, ma devo dire che tutte le poesie di questa scelta mi hanno commossa e vi ho percepito dentro, in un lampo, un nocciolo di dolore, amore e speranza malgrado tutto, che sono universali: il picco dell’umano travaglio dal quale sprizza poesia vera.
Grazie per la mia vita, per com’è stata, con i suoi amori e amicizie “mai compiuti“. È vero, “gli anni non si hanno, semmai sollevano o pesano” e l’autore è commosso essendosi gli amici “prodigati perché non soccombessi“. Il mondo “lo illude e lo delude ancora“, dico io, perché la vita suscita sempre una speranza inaspettata anche nella palude generale e nella più amara presa di coscienza. Il risultato è quello di “piangere come un bambino disperato, felice di sentirmi vivo“.

In Sfratto (tsunami giapponese) la domanda del sacerdote è la stessa degli atei e di qualunque essere umano che guarda l’orrore e si chiede perché: “Se ti vedesse Dio, cosa direbbe…o terra o faglia o crosta”.
È il silenzio di Dio davanti alla tragedia umana, la storia degli egiziani travolti dal mar Rosso che si richiude appena dopo il passaggio del popolo eletto, le vittime dei lager nazisti e delle foibe, le donne col viso bruciato dall’acido perché hanno osato parlare con un altro uomo e quelle trucidate dallo stesso padre e dai fratelli perché volevano andare a volto scoperto o si erano innamorate del compagno occidentale, è tutta la sofferenza umana, comunque sia, anche senza arrivare a questi estremi, con Cristo crocifisso centrale che ci compendia in sangue ed acqua. E per ognuno di noi, come per lui, la resurrezione pare così assurda.
Ma i poeti, in tutto questo, osano una speranza anche senza appigli.

Domenica Luise

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Terre emerse

sognare è sapere, dicevi, per questo
dormire è cambiare, vedere fanali improvvisi,
su strade d’azzurro. il palazzo ha un giardino
di pietra, cancelli melodici chiudono
ritmicamente la via.
sapere, trovare il guardiano che grida
da porte di ghiaccio.
è solo la luce, pensavi, che fende,
che scricchiola piano, la tenebra
il tutto che illumina,
invano.
.

Altrove

è triste volere dirimere – di cedola in cedola
il canto infinito dell’oltre
dell’oltre quei vetri, se il cielo svanisce
se è un fatto di luci, soltanto,
di denti canini,
umidi, come la calce. un ottone
risuona di un inno in oscura rivolta.
e ormai si rinnova
il vuoto, il salvato
un orlo d’ignota bottiglia, tarlato.
se gira soltanto
è un’ombra che fredda contagia
l’amato discanto.
tutto finisce: la scusa
di ciò che respira
è il dolore del ventre, le risa, l’altrove.

.

Etàire

non sei così pesante da volare:
sembrava delicata la tua voce
che si cambiò in uccello per sottrarsi
al Dio dei passi inutili.
la fuga ti tentava, alla radice azzurra
si scava la fede del compagno
spina che diventa fiore
come l’occhio del triangolo
quando la perfezione dell’essere felici
è il più assoluto nulla.

.

Nomen omen

facile dire l’oltre nominare
sentire gocce contro la tua pelle
e dichiarare: è pioggia
oppure fare finta di partire
e dire: è fuga
che non esista un ultimo ricordo
e che la terra autonoma decida
il nome e il fatto e il fato di quell’acqua
e il rovinare sordo delle scarpe
lo stesso schianto turgido del bacio
che nella sera nutre il destinato
nome l’esoso nume del rapporto
il tuo calore il corpo che si placa
l’acqua e la pioggia l’umida incavata
risuona appena l’unico barlume

.

Qui

come il mattino vuole dentro il viaggio
del treno vuoto
senza macchinista
che corre – sembra – verso una città
deserta come l’io che mi rintraccio
(in ogni sogno) come un controllore:
mi sento solo quando guardo fuori
questa campagna all’alba
nel vagone
c’è solo un gatto fulvo che passeggia
- è appena un simbolo
è già nel vicolo -
mi chiedo ancora quando torneremo
con il vestito buono ed il volume
di quelle stanche stanze di poesia
o forse basta l’ombra del binario
la piega azzurra fuori dello spazio
l’unico punto immobile
in questa corsa buia dell’abitudine.

.

Non importa

Non importa che il respiro si spezzi ogni momento
nel tempo in cui la regola è morire,
dare fino alla nausea, alla vertigine,
non aspettarsi nulla, oltre il rintocco
di campane appena riparate.
Il regno è all’orizzonte della notte
con la faccia di Pietro, l’idraulico rumeno cui nessuno
affida più il lavoro, dopo l’incidente. In cambio
fu clemente l’auto da cui è stato investito l’altra sera:
dimesso poco dopo, all’ospedale.
Don Fabrizio! – ha gridato, incrociando i miei occhi appollaiati
sui suoi, nel ventre bianco del pronto soccorso cittadino.
Il Natale ha la faccia dei poveri, si nasconde agli scribi
e ai sacerdoti occupati nei riti solenni di una falsa religione.
per conto mio
non credo più all’inferno e al paradiso:
vago di giorno in giorno
in una vita che non cessa di sorprendermi.

.

.

Otto marzo

Come sarebbe il mondo se l’altra metà fosse davvero
l’altra metà, se il dare e il violare
e l’aggredire diventassero
accogliere, ricevere la vita, tramandare
il codice di un gesto ormai perduto
che chiamavamo ascolto, e in quel momento
ogni parola e pensiero e movimento
fossero d’altra pasta, d’altro stile,
non satiresco, non profittatore o maniacale,
ma attento, rispettoso
dell’altro, vorrei dire materno, se la madre non fosse
solo un alibi, un altro strumento
del potere maschio, sdoganamento
dell’ennesima poltrona di comando.
Come sarebbe il mondo se nell’armadio buono
non ci fossero solo
la giacca e la cravatta, ma i colori infiniti
e trasgressivi dell’allegria improvvisamente
esplosa, della cosa una volta per tutte
ritrovata insieme con il resto, non cercata
come oggetto di valore effimero e umiliato,
rivolta del contesto,
ribellione dell’esserci davvero, del trasformare
il mondo e farne qualcosa in più della metà,
farne l’intero.

.

Grazie

In un punto del tempo e dello spazio
nacqui, non sapendo che cosa mi aspettava,
cosa fosse la vita con gli agguati,
i tradimenti, gli amori mai compiuti, le mille
incertezze che sboccarono
nello schiaffo, nel bacio, nel sorriso,
l’illusione assurda della parola data,
il vomito, la febbre, la solitudine appesa
all’attaccapanni dei ricordi, e tu mi chiedi
quanti anni hai,
senza sapere che gli anni non si hanno,
semmai sollevano o pesano: ecco – posso dirlo? -
mi commuove questa notte, se penso a coloro
per i quali sono qui, che si sono prodigati
perché non soccombessi
al dolore o alla fatica, m’inseguirono
nei momenti peggiori, vincendo il timore di essere respinti,
e quelli che invece in mille modi
hanno tentato di ferirmi, perché qualcuno deve pur pagare
il vuoto, la mancanza, l’assenza di bene,
il mondo è una bilancia da pareggiare sempre,
e per ogni successo è normale che cadano tre lacrime
o dieci, a seconda della stella, di quello che chiamano destino,
che io ringrazio, perché in un punto del tempo
e dello spazio rinasco ogni giorno come allora,
aprendo, incosciente come allora, l’utero del mondo
che ancora non comprendo,
che – ci crederai? – mi illude
e mi delude ancora, mi fa male, nonostante
cerchi di schivare il colpo successivo, ma – ora
voglio dirlo – mi sento felice di non riuscire
a proteggermi abbastanza, di essere qui
a soffrire come allora, di piangere come un bambino
disperato, felice di sentirmi vivo, di nascere
di nuovo, in questa notte ancora, in questa stanza.

.

Sfratto (tsunami giapponese)

Perché l’acqua deve stare al suo posto, non uscire di senno,
altrimenti impazziscono le barche, si sfidano a duello, e il fuoco divora
il legno delle mense, il coccio dei tetti, il verde dei giardini
noncuranti, la piattaforma gravida di scafi
sputati sulla riva, colonne di fumo che protestano, gridano,
se la logica del mondo fa la faccia irata,
se ti vedesse Dio, cosa direbbe
dell’intemperanza,
della mancanza di controllo, o terra o faglia o crosta,
esubero, eccesso d’energia, cosa direbbe Dio, se ti vedesse
discinta, spettinata, o lugubre festa pagana,
travi, sacchi, cassettoni, ali d’aereo e fango e fango,
il fuoco attacca la città, la mente dell’uomo, cosa direbbe
Dio di questo tuo avanzare irrispettoso, prepotente,
certo, incosciente, ci mancherebbe che lo facessi apposta,
per odio della gente, o insofferenza, o natura, o crosta,
o sangue del mio sangue, figlio, nelle doglie del parto,
cosa direbbe Dio di questa nuvola di fuoco che si alza
verso il cielo, del sole che pare schermirsi – io non c’entro
con questo -, cosa direbbe l’uomo, mia madre, tuo padre,
figlio, adorato giglio, perché sei uscita di senno,
non sei stata al posto che ti spetta, amore di papà,
densa di schiuma, perché sei una massa grigia e bianca
come la mente, cosa direbbe chi t’ha voluto né ha potuto farti
meglio di com’eri, o natura, o crosta, o energia bambina,
come perdonarti la mancanza di tatto, d’attenzione,
cosa direbbe questo fottuto uomo, della pagana violazione, dello sfratto,
della faccia assassina che uccide, senza sosta.

(Poesie tratte da “Nomen omen”)

 ______________________

Fabrizio Centofanti
E’ laureato in Lettere moderne con una tesi su Italo Calvino.
Il suo primo racconto, Arrivano i fantasmi, fu pubblicato su l’ “Umanità” il 18 agosto 1972, quando aveva quattordici anni; ne seguirono altri su diversi quotidiani e riviste.
Prima della vocazione sacerdotale è stato collaboratore di Mario Petrucciani nella cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma. Numerosi suoi saggi e recensioni sono stati pubblicati in quegli anni su “Letteratura italiana contemporanea”, Rivista quadrimestrale di studi sul Novecento, diretta da Giorgio Petrocchi e Mario Petrucciani e “La Discussione”. Suo un saggio su Leopardi e Rebora inserito nella raccolta di Atti del convegno di Ancona sull’autore di Recanati, dal titolo Leopardi e noi. La vertigine cosmica. Edizioni Studium, a cura di A. Frattini, G. Galeazzi e S. Sconocchia.
Ha partecipato a diversi convegni letterari fino al giorno in cui è entrato in seminario.
E’ sacerdote diocesano a Roma dal 1996, parroco dal 2006; opera soprattutto nel campo della spiritualità e dell’approfondimento della sacra scrittura. Studioso dei vangeli, tiene da molti anni una Lectio divina settimanale, nella sua prefettura e oltre, su invito di parroci e teologi, laici e non.
Ha pubblicato:
- un volume su Calvino (Italo Calvino. Una trascendenza mancata. Istituto Propaganda Libraria, 1993. Nel 25° anniversario della morte è uscito per i tipi della Clinamen.) Ne ha parlato anche su Rai Radio 1.
- uno su Rebora (Il segreto del poeta. Clemente Rebora: la santità che compie il canto. L’immagine interiore dagli appunti sul messale, Milano, Istituto Propaganda Libraria, 1987)
- numerosi saggi e articoli di natura letteraria.
- Le parole della felicità, edito dalla Laurus Robuffo, 2005.
- il libro di racconti Guida pratica all’eternità, Effatà editrice, Torino, 2008.
- Pret(re) à portér, Effatà, 2010.
- Non superare le dosi consigliate, Effatà, 2011.
Nel 2011, la casa editrice Effatà ha pubblicato il primo romanzo, Ecco l’uomo.
Il secondo, del 2012, Nessuno è più importante di te, è uscito con Amazon.
Un saggio su Rebora si trova in Marino Magliani, Il magazzino delle alghe, Eumeswil 2010.
Con Photocity Edizioni ha pubblicato, nel 2012, il volume di poesie Nomen omen.
Una raccolta di poesie dal titolo Voce in moto contrario è stata pubblicata online.
E’ tra i fondatori della rivista “L’Attenzione”.
Numerosi suoi scritti sono stati pubblicati online su Nazione Indiana, Insubriacritica, Libero Libro, Imperfetta Ellisse, Il primo amore (il blog di Tiziano Scarpa, autore fra l’altro, della prefazione a Pret(re) a porter), sul blog di Chiara de Luca, Farapoesia e Feaci edizioni, Ibridamenti, Absolutepoetry, Microcenturie e molti altri.
E’ fondatore, insieme con Franz Krauspenhaar, del blog collettivo La poesia e lo spirito (http://lapoesiaelospirito.wordpress.com) uno dei più importanti e seguiti, dove attualmente scrive.

Qui sotto il link per leggere su Neobar la recensione del suo amico poeta, scrittore, critico letterario Augusto Benemeglio
http://neobar.wordpress.com/2012/04/29/augusto-benemeglio-nomen-omen-di-fabrizio-centofanti/

Lucetta Frisa

30 aprile 2012

Inconsapevoli esercizi

Da questo buco di fonemi e sillabe
incastrate tra palato e gola
strozzate vocali
stretto afono foglio
vorrebbe dire della vastità.
Potesse soffiarvi lungo fiato
ascendere discendere ruotare
ondularsi emozione
allontanarsi pulviscolo.
La vastità si è innamorata di un nervo
le scocca un pensiero sotto il piede
che va e ritorna
senza ricordare.
Si regala il congedo e lo stupore
toccandosi un osso:
lui c’è.
Dicono
che nel cervello ci sono passaggi
da vuoto a vuoto
dove ci si può parlare.

**

Ancora non sa cosa sia la poesia
come non sa nulla degli astri e degli altri
dei buchi neri dei raggi gamma e del DNA
che non sono freddo fame tenerezza.
Lei vuole unirli tutti in un’unica cosa
-senza badare ai particolari-
in un unico bagliore e vorrebbe
tornare a scuola ma non può
essendo il cervello vuoto stanco
trattiene qualche sensazione nessuna
tabellina schegge
di ragionamenti matematici del tipo:
alla vita segue la morte
alle domande il silenzio.

**

Questo liquefarsi
di lacrime nel suo bicchiere
-camminano le rime le terzine
si sciolgono nell’acqua senza frizzo
e via nell’aria non ancora scritta-
le fa sapere ciò che già sapeva
e il poco vino succhiato come linfa
che trema nel bicchiere sotto e sopra-
le fa sentire il lutto e l’esultanza
di una dea insensibile.
Altri possono lottare:lei no.

**

L’amore per la bellezza-
paesaggi quadri suoni profumi
e l’esercizio del pensare
e delle parole per trattenere
qualcosa di ciò che divampa e va a pezzi-
la farà rinascere sulla terra?
Chiede alla pagina e all’aria
dissensi e consensi-
per restare bambina.
E i padri continuano a non esserci o a punire
e lei a perdere del futuro il concetto.

**

Si congeda da tutti i pensieri e non li ringrazia
Le maglie vecchie e le nevi d’antan
mentre avverte colpi di gelo sui capelli -è l’avvenire?-
o è un altro inverno che fa pallido il palmo della mano
come una perpetua luna con volto di teschio
-lei vede metafore dappertutto-
Ma cosa cerca lei la lieta assenza
o il soffrire di chi c’è senza anestesia?

**

Ciò che qui non appare è anche altrove materia
materia la luce che come notte scompare
e il volo radente del nero lunare
prende nella sua scia e si resta muti
sapendo che sottoterra siamo nati
e in mezzo alle parole non c’è fiore.

**
Di questa perdita che cosa farne?
restare qui coi sensi tutti accesi
e allora il dovere è ricordare
oppure darsi perduta
sparita
senza odore
e quindi assolutamente smemorata
ebbra
e all’ebbrezza del suo nulla
consegnare qualche poesia distratta.
**

Ora pensa che la profondità
è solo il tempo del volo
uno scendere al buio
nel buco della terra.
Questa chiarezza vuota
si schianta contro qualcosa
ma senza più dolore.

**

Ha sepolto nelle nuvole l’idea di sé-
su un piano mediano tra l’atmosfera
una linea indugia ancora come una scrittura:
si consola se nel verso scorre un fiato
svaporato in fumo.

Deboli tracce di ossigeno sono ciò che resta di catastrofi.

**

Lei si volgeva in alto a riguardare stelle
luna sole e nuvole per gli aruspici e libri alti
sugli scaffali
senza sapere quanto gelo in cielo ci fosse
e nelle ossa
e terra nelle parole
e controversi nei versi scritti sul retro del foglio
e terra tra le righe
cicli ricorrenti cataclismi semantici
fonemi e terremoti e neppure
sapeva che tutto- proprio tutto-
si concentrasse in una carezza
una vocale di terra tenuta a vibrare
in un solo significato che si alleggeriva
a ogni cambio d’umore e d’inverno
nei loro inconsapevoli esercizi.

( da L’altra, Manni, 2001)

Lucetta Frisa, è poeta, scrittrice, traduttrice e lettrice a voce alta. Tra i suoi libri di poesia: La follia dei morti (nota di C.A.Sitta, Campanotto 1993), Notte alta (postfazione di S. Verdino, Book 1997), L’altra (nota introduttiva di A.Lolini, Manni 2001), Se fossimo immortali (postfazione di M. Ferrari, Joker 2006), Ritorno alla spiaggia (nota critica di G.Fantato, La Vita Felice 2009) e L’emozione dell’aria (saggio introduttivo di G.M.Lucini, CFR edizioni, 2012).

Ha tradotto vari autori francesi, tra cui Henri Michaux (Sulla via dei segni, Graphos, 1995), Bernard Noël (Artaud e Paule, 2005) e L’Ombra del doppio, 2007 ) e Alain Borne (Poeta al suo tavolo, 2011), tutti nella collana “I libri dell’Arca“, che cura insieme a Marco Ercolani per Joker edizioni.
Suoi testi sia in riviste (Poesia, L’Immaginazione, Pagine, Nuova Prosa, La Mosca di Milano, La Clessidra, Italian Poetry Review, ecc.) sia in antologie come Il pensiero dominante (a cura di F.Loi e D. Rondoni, 2001), Genova in versi (a cura di S. Verdino, Philobiblon, 2003), Trent’anni di Novecento (a cura di A. Bertoni, Book ,2005), Altramarea (a cura di A. Tonelli, Campanotto, 2007), Poems from Liguria (a cura di R.Bertoni, Manni, 2009,con traduzione inglese).
Collabora con saggi, racconti e poesie a diversi siti web:
www.rebstein.wordpress.com

www.viadellebelledonne.wordpress.com
www.ivanomugnainidedalus.wordpress.com
www.vicoacitillo.net/
http://terresdefemmes.blogs.com
http://www.arcipelagoitaca.it/
http://www.filidaquilone.it/
www.filid’aquilone.wordpress.com
http://www.poesia2punto0.com/
Pubblica racconti per ragazzi sul quotidiano Avvenire e note critiche sulla rivista di letteratura giovanile LG.Argomenti, In prosa ha scritto: Sulle tracce dei cardellini, Joker, 2009, e La torre della luna nera e altri racconti, Puntoacapo, 2012.
Sempre in prosa,insieme a M.Ercolani: L’atelier e altri racconti (Pirella, 1987), l’epistolario fantastico Nodi del cuore (Greco & Greco, 2000), Anime strane (ibidem, 2006) e Sento le voci (La Vita Felice, 2009). Questi due ultimi sono stati tradotti in francese nel 2011 per le edizioni États civils di Marsiglia.
Finalista ai premi “ Montale” e, più recentemente, al “Montano” e al “Merini”, ha vinto il Lerici-Pea (2005) per l’Inedito e l’Astrolabio 2011 della critica per Ritorno alla spiaggia e la sua opera complessiva.

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Di Lucetta Frisa, della sua produzione variegata e proficua, parla ampiamente la bibliografia; inoltre, e per fortuna, sulla sua opera vi sono accurate e autorevoli note critiche, e a queste, reperibili anche in rete (ai succitati indirizzi), rimando.
Da parte mia, intraprendo la lettura degli estratti qui inseriti senza alcuna velleità esaustiva, tuttalpiù, all’interno e in forza del loro lessico e sintassi lineari ed efficaci, tento la restituzione di un ascolto, prendendo in custodia il fatto che questi testi siano “limitati” dentro un tutto molto più ampio, a partire dal libro di riferimento. È un limite che non (mi) limita, semplicemente delimita ciò che va facendosi lettura, che, guarda caso, fa propri i termini di: centro, bordo, distanza, a partire dal titolo della raccolta e, poi a seguire, dalla scrittura vista come “linea” del piano mediano fra le nuvole, dove si cela il sé, e l’atmosfera.
Ma torniamo a “L’altra” del titolo che, infatti, non si accompagna ad alcun nome, non viene connotata; ciò esalta la singolarità e l’universalità (una non esclude, appunto, l’altra…) a contenere sia la provenienza da “alter” (fra due, come la presenza dell’aggettivo determinativo farebbe più direttamente pensare) che quella da “alius” (diverso), per la rappresentazione di un chi-qualcosa ancora distante, eppure intimamente legato, un imprescindibile altro (da sé, dal centro), ma secondo sé come un bordo.

Scrive Lucetta (in modo splendido): “La vastità si è innamorata di un nervo / le scocca un pensiero sotto il piede”, conducendo il tutto (visibile e invisibile), compresi quindi l’estensione del profondo e ciò che è altro, alle possibilità di percussione e di riconoscimento attraverso i nervi-sensi, e questo in grazia di una generica forza erotica che è anche di una freccia di pensiero. Ma un atto, anzi un raptus, di tale fatta, per quanto sensibile esso possa apparire, per quanto, a volte, addirittura rappresentabile mentalmente, non può che contenere già il proprio limite, perché altro non sarà mai permeabile al nervo e al senso; al più sarà conoscibile per frammento, istantanea o illuminazione o, come porta a supporre l’immagine potente del pensiero scoccato sotto il piede, al più può rimandare alla visione di una – o L’altra? – che, avendo quel “serpente” sotto il piede, possa esercitare la decisione di cavalcarlo o, come una madonna – per fede, schiacciarlo.
In tale contesto (limitante ma anche libero), il fatto che: “un osso: / lui c’è” tangibile e sotto il sole, ha una sua bella valenza di rassicurazione, tanto più che il “riguardare le stelle”, anche se può vantare il richiamo a Dante…, e poi “luna sole e nuvole per gli aruspici e libri alti / sugli scaffali”, non porta a stimare la quantità di “gelo in cielo” né, tornando più a terra, sapere oltre del particulare (sempre che lo si voglia ben sapere, perché l’aspirazione è piuttosto a unire: “unirli tutti in un’unica cosa / -senza badare ai particolari-”).

E, infine, all’interno del sapere di non sapere (“ancora non sa cosa sia la poesia”, “[...] e neppure / sapeva che tutto- proprio tutto- / si concentrasse in una carezza” -bellissima questa, seppur tardiva, ma raggiunta, consapevolezza…), l’altra si pone più di una domanda, di volta in volta cosmica e terrena (di modo che un po’ vi si avverte Leopardi, soprattutto quando si fa riflessa sul soffrire…), tentando qualche risposta:
“Ora pensa che la profondità / è solo il tempo del volo”, “il dovere è ricordare / oppure darsi perduta”, “sapendo che sottoterra siamo nati / e in mezzo alle parole non c’è fiore.”.

In mezzo, appunto, c’è il dolore o, se non c’è, è sostituito da una “chiarezza vuota” che “si schianta contro qualcosa”, perché finanche la vastità tentata dalla parola, dal suo buco nero “di fonemi e sillabe / incastrate” e vocali strozzate, quando anche fosse scrittura “delle parole per trattenere / qualcosa di ciò che divampa e va a pezzi-” e, in questo, tentativo di risarcimento o riconciliazione (per es. con il padre – che tuttavia continua “a non esserci o a punire”- e, per induzione, con il proprio tempo passato in modo da riconoscersi futuro), dicevo, quando anche fosse scrittura, quando anche totalmente necessaria, è su un foglio stretto e afono. Fra gli altri, anche quest’ultimo, anche se dal pozzo, anche se nobile, rozzo o pieno zeppo, non ci si accorge che sia di un esercizio.

Margherita Ealla

Maria Gisella Catuogno

22 aprile 2012

 

 

 

Ha la grazia innata dei movimenti e la precisione esperta  di termini e ritmi la poesia di Maria Gisella Catuogno. Tende con slancio autentico alla natura e ne conosce, tuttavia, la fragilità della “promessa vagheggiata” (Vigilia di primavera) e destinata a infrangersi, non senza aver prima danzato, incantando e incantandosi, al ritmo di un rondò.

In questo senso, Stelle frante è rivelazione di una poetica, suo manifestarsi nella catena impeccabile di immagini-suoni: “Non un filo d’erba/un grappolo di glicine/un sospiro di vento/un tremolio di mare/nell’alba appena desta/cambieranno di forma/intensità colori incanto.” Non è mero idillio questa ‘necessaria’ continuità, è, piuttosto, la musica, potente perché non teme di apparire semplice e sommessa (Il girasole), della “legge mite”, che regola, ovvero, più precisamente, “compone” i rapporti tra mondo e esseri umani, quella legge teorizzata da Stifter nella Premessa ai suoi racconti Pietre colorate e citata più volte da Heidegger.

La “legge mite” passa per una fase di rottura, di lacerazione, che nella lirica E già il cielo si infiamma di tramonto ha i tratti del contrasto cromatico, tra il bianco, autobiografico bagliore irresistibile del foglio da vergare “di segni e di parole/che modellino/ l’animo” e il rosso fiammante del cielo della sera,  al tramonto delle illusioni di “bloccare il tempo/in un presente infinito”.

Che la nozione della “legge mite”, “dell’ordine universale” (Il girasole) non sia supina arrendevolezza, ma “intelligenza acuta/ e libera/ da ogni pregiudizio”, “calma paziente” che affianca la “curiosità”, la consapevole “accettazione delle sfide”, è chiarito dal ricordo insieme struggente e luminoso A Patrizia (ad memoriam): “Quel che più mi manca/è quello che sapevi/e che porgevi/senza salire in cattedra/come solo i veri maestri/sanno fare;/e quel passo franco/d’eterna ragazza/cittadina;/quel tuo vestito giallo/splendido sull’abbronzatura”.

La cifra di Stillano i giorni, nell’alternanza, dominata con agilità e sicurezza,  di misure – al prevalente endecasillabo si intrecciano dodecasillabi e un settenario -  e di ritmi diversi, è la “quieta grandezza”, è la melodiosa semplicità, è l’armonia con la quale Maria Gisella Caatuogno tesse, non priva di sublime ironia, classico e fiabesco, donando a chi legge, a chi ascolta, il ritratto veritiero, familiare e originalissimo, di un sé incantato a guardare “i petali dell’alba”, a riempire “d’acqua sorgiva” le brocche, ad aspettare “il sole,che sciolga questa brina”.

Anna Maria Curci

http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it

 

Stelle frante

Non mi nascondo la vanità del vivere

la sua fragilità di vetro di cristallo

la brevità di volo di farfalla

l’impronta lieve

appena sagomata

che resterà di noi

a chi toccherà

di vivere a sua volta

e penserà di nuovo

a quella vanità.

Non un filo d’erba

un grappolo di glicine

un sospiro di vento

un tremolio di mare

nell’alba appena desta

cambieranno di forma

intensità colori incanto.

E in ogni luogo

la bramosia di vita

colmerà di verde

i fossi a primavera

feconderà nei nidi

le uova degli uccelli

fiorirà i grembi

d’attesa e di speranza.

Perché la vita è questo

germogliare instancabile

e precario:

appena il tempo

di alzare gli occhi al cielo

e perdersi

nella luce

delle stelle frante.

 

***

Vigilia di primavera

Eppure l’aspettiamo, tutti gli anni

come l’approdo d’una promessa

vagheggiata nell’ombra fredda

delle stagioni morte;

come la gemma d’una speranza

di fede nella vita, tuttavia:

le piume d’un nido in attesa

sotto il tetto

il vento tiepido d’ Eostre

che rinasce

e semina di petali e di luce

le lande desolate dell’inverno

le uova fecondate degli uccelli

negli anfratti sicuri

d’una cavità d’albero

della concavità salata d’uno scoglio

le ripe che s’accendono di giallo

negli spettinati grappoli

dei fiori di ginestra

il mare già cosparso sui fondali

del baluginio biancastro

delle posidonie

il cielo più alto e meno vuoto

di voli e di schiamazzi

acrobata sospeso

tra verità e mistero.

***

 

E già il cielo s’infiamma di tramonto

Non si crederebbe l’attrazione

del foglio bianco a vergarlo

di segni e di parole

che modellino

l’animo –informe-

come creta il vasaio;

a bloccare il tempo

in un presente infinito

che non ci fiorisca di rughe

la fronte e il pensiero

per raccontare le storie del mondo

e di quanti l’hanno solcato

o sfiorato appena

e lui forse

nemmeno se n’è accorto:

della nostra alba di petali rosa

di un mattino fugace ubriaco di sole

e della lunga dolorosa sera.

Eri bambina un attimo fa

e già il cielo s’infiamma di tramonto.

***

 

Il girasole

 

Mi ha regalato mia figlia un girasole:

è assetato di luce, come me.

Ma a lui basta girare il capino

e offrire i petali alle carezze

dei raggi per star bene

sentirsi appagato

e al posto giusto

nell’ordine universale.

Non ha incertezze:

le corolle sono gialle e salde

il pistillo scuro e vellutato.

La notte si riposa

dopo aver bevuto

per tutto il giorno il sole

e forse sogna il fresco

l’ombra

il chiaroscuro.

***

 

A Patrizia (ad memoriam)

Quel che più mi manca

è il tuo sguardo lucido

sul mondo;

il tuo giudizio sicuro

su eventi o su persone

ispirato non da presunzione

ma da un’intelligenza

acuta

e libera

da ogni pregiudizio.

Quel che più mi manca

è la tua calma paziente

quel non lasciarti

condizionare

da nulla

se non dal tuo pensiero;

la tua curiosità

del mondo e della vita;

quella tua accettazione

delle sfide

d’ogni natura fossero:

le mani alla tastiera

o a sfogliare

come quasi sempre

libri

o a tagliare e cucire

come una sarta vera.

Quel che più mi manca

è quello che sapevi

e che porgevi

senza salire in cattedra

come solo i veri maestri

sanno fare;

e quel passo franco

d’eterna ragazza

cittadina;

quel tuo vestito giallo

splendido sull’abbronzatura.

Quel che più mi manca

è vederti in bici

o a spasso con i bimbi;

le chiacchiere e le risate

per strada o sulla spiaggia

per qualche ora

in vacanza

dai problemi;

e quel tuo ciglio asciutto:

una lezione

che non ho imparato

ancora

come invece

da sempre

sapevi bene tu.

***

Stillano i giorni

Stillano i giorni il loro avaro miele
e lo mescolano all’amaro quotidiano
per tentarmi alla vita, nonostante.
E i nodi dell’ansia che arrochiscono
la voce e la baldanza
profumano di nardo tuttavia.
Arpeggia lieve la mia malinconia
e le sue note si perdono nel vento
non fa più male, ormai, è solo compagnia.
Avvolgo alla mia rocca il filo del passato
[sguardi, sussurri e lame di parole
sorrisi, pianti e grumi di dolore
perle di gioia e grandine di rabbia]
e ne alimento il fuso del presente
pungendomi le dita, non di rado.
Non ho un principe azzurro al mio risveglio
né fatine gentili a trepidare
ma guardo incantata i petali dell’alba
riempio d’acqua sorgiva le mie brocche
aspetto il sole, che sciolga questa brina.

Maria Gisella Catuogno scrive di sé:

sono nata all’Isola d’Elba, dove vivo, mi sono laureata in Lettere all’Università di Firenze, sono sposata e ho tre figli. Insegno Italiano e Storia.

Ho pubblicato nel 2003 la mia prima raccolta di liriche, Parole per amore (Ed.Libroitaliano) cui sono seguiti altri testi in prosa ( Il mio Cavo tra immagini e memoria Nidiaci; Riviere Aletti; Vento nelle vele Aletti) e poesia ( Brezza di mare Ibiskos-Ulivieri; Fiori di campo Montedit) Ho partecipato a esperienze di scrittura collettiva (Il volo dello struffello, Liberodiscrivere; Malta Femmina Zona; Dedalus puntoacapo editrice)

Sono presente in molte antologie e ho ottenuto vari riconoscimenti.

Collaboro a testate giornalistiche e a periodici come Lo Scoglio dell’Isola d’Elba e L’Isola di Capri e  a blog letterari quali Liberodiscrivere, Viadellebelledonne, Poetika,In purissimo azzurro, Flannery.

Sebastiano Patanè

15 aprile 2012

 

 

Intimità senza diarismo e riconquista della parola: Sebastiano Patanè

 

Anche chi è abituato a leggere con l’occhio “del critico”, a volte, si trova piacevolmente costretto a far tacere, almeno per un po’, la voglia o l’urgenza di scrivere qualcosa su quello che sta leggendo: interpretazioni plausibili, osservazioni brillanti o (ahimè) riflessioni personali che riducono la poesia letta a stimolo o pretesto per esprimere se stessi, invece. Questo mi è successo con Sebastiano Patanè, e posso garantire che non mi succede spesso: mi riferisco al modo discreto eppure deciso con cui i suoi testi ti mettono in condizione di ascoltarli, senza ruffianerie e con apparente nonchalance; e così facendo ti portano a scriverne con l’illusione di averli fatti un po’ tuoi anziché solo guardati da vicino. Questo è vero soprattutto per se gli angeli, primo testo di questa coesa e pur varia sequenza. Perché?

Forse perché in questa poesia Patanè è solo, e questa solitudine risalta tanto di più quanto le poesie seguenti sono animate da una costante presenza femminile: una presenza fuggevole e immaginaria nella scena del testo, ma fortissima nell’indirizzare lo sguardo del poeta e quasi nel determinargli le parole. In queste altre poesie si realizza un’intimità “interna” che tiene chi legge a una distanza un po’ maggiore di quanto non accadeva con se gli angeli: non per un difetto o una scelta ad hoc, ma con la stessa differenza che passa tra l’essere chiamati in causa e l’essere ammessi a una rappresentazione di straforo.

Eppure, non bisogna vedere quest’opposizione in modo così netto: infatti, se gli angeli è una presa di coscienza alla quale segue la necessità di un “recupero”, di una vittoria sulla mancanza che si realizza nei testi seguenti. Del resto, il battito è cosciente “solo di memorie e vuoti da riempire”, e questi vuoti e memorie sono in scena nelle poesie successive, una numerazione di “lacune” (vuoti, appunto) e l’instaurazione di un dialogo (Parliamo stasera, Novantadue parole; le sottolineature sono mie). Se la scrittura non può far tornare la persona amata che per rievocazione, può invece tornare ad articolare il soggetto poetico: dopo la radicale separazione delle parole dal corpo (“parole appese / nate morte e d’arroganza separate dalla lingua”, se gli angeli) si arriva a un rapporto nuovamente riappacificato e fecondo con esse (“sto raccogliendo il miele / in novantadue parole”, Novantadue parole). La stessa nota biografica dell’autore sottolinea il legame tra separazione e perdita della parola, infine riconquistata.

Prima ho accennato al senso di intimità e di dialogo che ho avvertito leggendo queste poesie; ora devo aggiungere però che non si ha mai un’impostazione diaristica, non c’è l’ingombro di un “io” determinato e ansioso di essere riconosciuto. Come posso chiarire a me e a chi sta leggendo questo apparente paradosso? Basta rivolgersi con attenzione ai testi, perché niente meglio del tessuto linguistico ci svela i misteri di quello che sentiamo “a pelle” e che Patanè, intelligenza intuitiva, ha veicolato.

Il senso di intimità è segnalato dal pathos delle interrogative indirette (“che ne sarà delle parole appese”, se gli angeli), marcatori colloquiali (“c’è una certa pace”, 4 della sera; “il passo è corto per davvero”, Novantadue parole), il sussurrato delle parentesi (Parliamo di stasera) e soprattutto l’uso di un “tu” privato e confidenziale (“ti vedo accesa gemma incendiaria”, 4 della sera; “ti porterò un fiume di gole”, appena posso ti porterò un fiume; “ti passi attraverso”, parliamo di stasera).

La negazione del diarismo e dell’io invece è ottenuto da una scomposizione cubista che affida status di soggetto a elementi solitamente passivi e posti in terza persona (“come se tutti i volti avessero la stessa bocca”; “nemmeno centomila seni/cariatidi reggerebbero la corsa”, se gli angeli; “l’assedio decide l’avanzata”, 4 della sera) che nei casi più estremi sfociano in accumuli simultanei quasi surrealisti e di difficile decifrazione (“cerchi portati giù schiantati tra le cosce dai brillamenti decodificati e nudi”, 4 della sera).

Rimanda al surrealismo anche la punteggiatura minima a rendere talvolta magmatici i versi, la cui duttilità nell’accomodare senza sforzo misure lunghe è notevole. Anche il corteggiamento del cliché non risulta in una sua rivitalizzazione (per es. la “luna che mostra i suoi seni di cemento”, dove il topos che associa luna e donna è rinnovato dall’accostamento urbano straniante). Altre piccole spie a ricordarci che la poesia è anche un gioco (ma un gioco intelligente) sono certi giochi di parole (il titolo 4 della sera, dove 4 si riferisce sia al dato temporale sia al numero delle “lacune” poetiche) o certe deliberate sostituzioni come “stasera” in luogo di “sera” in “e tu non canti questa stasera” (Novantadue parole), dove la voluta cacofonia (questa stasera) realizza a livello testuale il non canto. Si potrebbe dire altro, per esempio accennare alla resa dell’erotismo (4 della sera), o ai giochi sinestetici (per es. “è bello ascoltare il respiro stringersi alle dita”, Novantadue parole); o ancora all’effetto di lenta scoperta per cui, quello che in se gli angeli sembra un discorso astratto (il piano che si dilata come un’onda, accrescendo le distanze) acquisisce concretezza nel richiamo intratestuale del “seno / che azzera le distanze”: dove ciò che è falso sul piano razionale (una curva, il rigonfiamento del seno, rende più lunga la distanza tra due punti) è vero su quello istintuale (la comunione erotica annulla le distanze, i nostri schermi).

Davide Castiglione (www.castiglionedav.altervista.org)

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se gli angeli

ora che il piano si è dilatato come un’onda
-parlo dello spazio tra noi- che ne sarà delle parole appese
nate morte e d’arroganza separate dalla lingua
dall’immaturo battito cosciente solo di memorie e vuoti da riempire
non importa di cosa come se tutti i volti avessero la stessa bocca

c’è gente là fuori che necessariamente vuol dare un senso a tutto

se gli angeli smettessero di volare il cielo ci cadrebbe addosso
e nemmeno centomila seni/cariatidi reggerebbero la corsa
forse un sorriso che spazzi via le cartacce dal balcone oppure
l’ascoltarsi senza condizioni finché dura questo camminarsi dentro

.

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 4 della sera

 (prima lacuna)

c’è una certa pace tra i piatti e la bocca lontani dai tumulti sottostanti
cerchi portati giù schiantati tra le cosce dai brillamenti decodificati e nudi
si accavallano i silenzi nel giogo dell’afa settembrina

ti vedo accesa gemma incendiaria come un tramonto che prevede il vino
mentre sorseggi il flusso che m’insanguina, vermiglia

(seconda lacuna)

un fitto cumulo di negazioni ammette il desiderio quando l’aria si riempie
d’intrecci ed omissioni maree d’occhi bassi mentre la sera resta dietro la finestra

si colora di labbra l’ultimo pinolo e il piano sembra scivolare verso il seno
che azzera le distanze

(terza lacuna)

l’assedio decide l’avanzata senza regole o retorica di carne nel bacio
che precede la caduta degli avori
dietro la pelle fieri animali avvinghiati al battito

(congruenza)

Piazzolla continua a girare anche se bastano le mani

.

.

appena posso ti porterò un fiume

appena posso ti porterò un fiume di gole sconfitte dal silenzio
e strapperò i quaderni del pianto proprio lì, accanto alle persiane
a ridosso della luna che mostra i suoi seni di cemento

eri dello stesso colore dei sogni a piazza Castello
ora un bianconero ci ha resi univoci

ricordi la neve di collina quella bucata dai fiori?
tu poesia io vento
e quell’enorme arcangelo che ci indicava la culla

.

.

parliamo di stasera

[parliamo di stasera
di come passi attraverso gli orologi delle cose
(ogni passo ha una lunghezza, ogni grido)
senza il timore di smarrirti tra le pagine dove sei scrittura
e quindi cosa e ti passi attraverso senza tempo]

.

.

Novantadue parole

stasera gli ulivi non riflettono l’argento
voglio pensare che non ci sia luna
che giù nel cortile il passo è corto per davvero
e tu non canti questa stasera

-

guarda le pieghe di quest’aria
sembra muoversi da sola senza voce
dall’intonaco alla gonna stilla del mio tempo

-

è bello ascoltare il respiro stringersi alle dita
con te che gli ulivi vorrebbero al posto della luna

-

canta allora quelle antiche litanie
che sanno di zolfo e nocepesca
(è tutto dentro gli occhi ramemare)

-

io sono qui sto raccogliendo il miele
in novantadue parole

.

.

.

le poesie sono tratte dalla raccolta “del tempo che si muove appena”

Sebastiano A. Patanè, nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading.

Presente in diverse riviste ed antologie nazionali ed internazionali del periodo, alla fine degli anni 80,primi ’90, dopo la separazione dalla moglie, abbandona la scrittura e comincia a viaggiare per il mondo. Quindici anni dopo, nel 2007, riprende a scrivere con l’intenzione di non smettere più. Gestisce due blog di poesia contemporanea: “Le vie poetiche” e “La casa senza tempo”, oltre ai suoi blog personali quali “La cava della parola” e “Sciaranera

Sue poesie sono rintracciabili su diversi autorevoli blog tra cui Poetarum Silva, La stanza di Nightingale, LaRosainpiù e Neobar. Nel 2010 la Clepsydra Edizioni di Anila Resuli ha pubblicatola raccolta “Poesie dell’assenza” in E-book. Presente nell’antologia “Fragmenta” del premio Ulteriora Mirari, organizzato e gestito da Enzo Campi e dalla Smasher Edizioni

Prossimo il suo esordio con una raccolta di poesie datate 2011, introdotte da Anila Resuli, per conto della Smasher Edizioni di Carmen Giulia Fasolo

Lucia Tosi

6 aprile 2012

Le poesie di Lucia Tosi mi hanno posto una domanda fin dalla prima lettura: perché dobbiamo toccare questi estremi di dolore, che libera dal tappo la botte della poesia e il vino inebriante? Non potrebbe, una poetessa, avere la sensibilità normale, come quelli che poeti non hanno mai pensato di essere e, al massimo, hanno scritto una dedica romantica nei fumi del primo amore?
Nei momenti di debolezza vorrei essere più normale anch’io. Poi mi chiedo che cosa significhi essere “normale”.
Mi sa che i fumi del primo amore, per i poeti, sono perenni, tutta la vita su una soglia artistica e di pensiero da oltrepassare e sempre avanti così.
Partiamo dalla prima poesia di Lucia Tosi, Tempor(e)ale: già il titolo è emblematico, il temporale è adesso, in tempo reale. Non è un ricordo né un timore per il futuro, è in atto: “Ridendo pensavo che la morte, goccia più, goccia meno, sarà come il temporale d’estate improvviso, invalicabile. Senza riparo, senza rimedio. Bagnarsene fino in fondo”.
Quel “ridendo” è sarcastico, graffia come una stilettata. E com’è bello quel passaggio all’infinito: “bagnarsene”: dalle gocce all’immenso della morte, che tutti ci prende.
E più avanti: “A guardar indietro parmi d’esser stata di pietra: neanche il tempo per graffiarmi il volto e buttarmi a terra, nel buio, a brancolare”.
Quel “graffiarmi il volto” mi fa pensare alle lamentazioni delle tragedie greche e quel “buttarmi a terra” ad un verso simile del Leopardi, ne La sera del dì di festa: e qui per terra mi getto, e grido, e fremo”, ma non è il solo Leopardi o Lucia Tosi, è l’eterna umanità storica che si lamenta: qualche volta anche a me è venuto questo bisogno perché buttarsi a terra è come cercare un conforto di radici oltre che un gesto di grande avvilimento: la terra è madre di ognuno e ci accoglie dopo la morte.
La terza poesia è dedicata a Cristina Bove, l’amica poetessa dalla vita semplice, di marmellate e talee, qui il tono di Lucia si addolcisce: “Non avresti bisogno di parole se non che ti furono date in cambio di una vita che non è mai stata solo tua”.
Nell’ultima poesia proposta Lucia invoca una tregua e un rifugio sperando che le esigenze quotidiane non la inseguano fin nel profondo della propria poesia, il suo “carcere libero” “con tutte le torture più raffinate che mi infliggo per sentire se ancora vivo”.
Dopo il conforto dell’amicizia con un’altra poetessa, ritorna l’angoscia esistenziale che non conosce mezzi termini ed ha bisogno di spiegarsi in parole come per chiarire a se stessa la dimensione di tutto questo se non il suo perché. Il dolore, esplorato, vissuto e rivissuto, le fa percepire di essere ancora in vita, come quando ci mordiamo la lingua ed il male ci sveglia.

Domenica Luise

Tempo r(e)ale
Sono entrata in una vasca di nebbia
un lattice tagliato da lame di sole
un telo d’azzurro militare sopra
a farmi pensare a niente di buono.
Ho vagato paziente, riprendendomi il tempo
di andare: le gambe inchiodate, stordita
la testa, ripetendomi Arsenio. E il diluvio
era già pronto ad esaudire i pensieri:
turbine esatto, luce sbigottita, cartacce
e tendaggi travolti dal bianco, odore di zolfo
di ozono di ferro arrugginito, tregenda di fili
e camicie. Lì l’acqua avanzava come un muro
qui ero all’asciutto, ancora per poco.
Ridendo pensavo che la morte,
goccia più goccia meno, sarà
come il temporale d’estate
improvviso, invalicabile.
Senza riparo, senza rimedio.
Bagnarsene, fino in fondo.

Mostratevi entusiasti di avermi conosciuto
La vita si fa poco per volta:
coi sensi di oggi non riconosco
quello che allora, e più indietro,
devo aver per certo provato:
per il sangue le morti
- da spiaccicamento autostradale o da malanno -
i suicidi.
Ogni volta una diga che tracima
un vajont di disperazione.
Come l’acqua che si ritira
non si sa dove – di tanta
che n’è scesa – anche il dolore
lo risucchiano il da fare
del giorno e l’invocata tenebra.
A guardare indietro
parmi d’esser stata di pietra:
neanche il tempo per graffiarmi il volto
e buttarmi a terra, nel buio,
a brancolare.

Fumi
ho sognato una collina verde
con campi lavorati e boschi
in cima un castello antico
a ben guardare spuntavano
da dietro le torri altre torri
metalliche rugginose e fumose
una portomarghera di montagna
ho girato le spalle aperto gli occhi
per non vedere
fuori una nebbia novembrina
l’afa di là dai cortili il tram
che stride come un pavone
hanno disciolto l’incubo

a Cristina Bove, in margine a “tregue”
questo è un altro pianeta:
asteroide in fuga nella tua orbita
passo ogni mill’anni
a riprendere la corsa. fuori
imperversa la miseria
delle beghe canine
di chi poeta dice
di essere e non sa.
marmellate e talee, tale
la tua vita d’uso che si spande
in ore. quella di sopra
ha la forza delle ere
che ti danzano attorno:
non avresti bisogno
di parole se non che
ti furon date in cambio
di una vita che non è mai
stata solo tua

mettere da parte il giorno

duro fatica a pensare
ci vuole spazio e una tregua
mettere da parte il giorno
con i suoi annunci e proclami
sperando non mi insegua
fin nei sotterranei della casa
dove ho il mio rifugio
di talpa il mio carcere libero
il pensatoio strozzatoio
con tutte le torture
più raffinate che mi infliggo
per sentire se ancora vivo

per chi volesse leggere quello che considero un gioiello della sua poetica  ecco “il piccolo alfabeto del malumore”, nella Dimora del tempo sospeso di Francesco Marotta

e c’è ancora molto altro da scoprire nel blog da lei condotto  Il lunedì degli scrittori

I “quadri” fisicamente mobili di Fernanda Ferraresso

29 marzo 2012

Per leggere la poesia di Fernanda Ferraresso nel senso pieno del termine, dobbiamo prima spogliarci delle attese discorsive a cui tanta poesia narrativa recente e contemporanea ci ha abituato. Già da alcuni decenni, infatti, molta poesia ha cercato di allontanarsi dalla significazione romantica e simbolista per assumere, o fingere, un richiamo alla comunicazione quotidiana. Questa tendenza, liberatoria allora, adesso conduce spesso a un appiattimento, a una stanchezza espressiva di cui si farebbe volentieri a meno. Dall’altra parte c’è invece una poesia che ha riscoperto l’irrazionale, il corpo vissuto come ricevente-comunicante, il canto non come evasione ma come espressione di una maggiore aderenza alle proprie radici collettive, agli archetipi. È in questa linea anti-patriarcale, estranea per scelta o temperamento al logos maschile, che la poesia di Fernanda Ferraresso può essere situata, insieme a quella di altre poetesse quali Maria Grazia Calandrone e Marina Pizzi.

I rischi corsi dall’iscriversi in una tale posizione (sovrattono, esclusione del momento esperienziale cosciente, eccessi metaforici) sono alti; ma più alti, com’è il caso di Ferraresso, sono i risultati. La sua lingua poetica (parlare di “discorso” poetico è fuorviante, per quanto detto sopra) si articola in monologhi mobilissimi, per nulla autoreferenziali dato che il loro ‘io’ si è liberato di ogni sovrastruttura (pensiero, personalità, sentimenti privati) per diventare ora un’evanescente entità in continua metamorfosi (“isola / sto sull’acqua ferma / come una parola che galleggia”, II quadro), ora una voce esterna e nostalgica in un’evocazione erotica (“lei gli era antenata / per questo lo faceva passare”, III quadro). Quando invece si fa assertivo, l’io si traveste nelle forme devianti del sogno, dell’assurdo logico (“spacco l’antracite del tuo corvo / nero oscuro”, I quadro).

Ogni quadro articola in modo diverso le proprie forme e i propri tempi: dal presente scandito con assertività del primo quadro, al presente smussato, dolce, del secondo; dalla terze persone singolari nell’imperfetto nostalgico del terzo quadro alla prospettiva più epica, corale, del quinto. Infine, il procedere a scatti e lacerazioni del sesto quadro e l’architettura del quarto. Su quest’ultimo preferisco fermarmi un attimo – non solo perché Ferraresso architetto lo è davvero anche fuori dal verso, ma perché la sua architettura verbale (soprattutto qui) mi fa venire in mente Frank Lloyd Wright: forme che imitano la natura, che hanno come quella capacità metamorfiche e di adattamento precluse ai blocchi del funzionalismo. L’avvallamento grafico dei vv. 4-7 spinge a leggerli sia da sinistra a destra per l’intera lunghezza dei versi, sia come se ci trovassimo di fronte a due poesie accostate: la mobilità fisica della lettura è notevole. E a proposito di tangibilità fisica, una sintassi paratattica (anti-patriarcale, avversa alle gerarchie) e cumulativa conferisce ai testi una drammaticità performativa (di nuovo, si dà rilievo all’aspetto fisico più che a quello concettuale del verso), con la versificazione a seguire scrupolosamente i guizzi del respiro, il respiro quelli dell’emotività.

Interessante sottolineare che, se la poesia di Ferraresso appare libera e indisciplinata, è in realtà sorretta da una sua logica verbale rigorosa: come nel caso di Dylan Thomas (poeta con cui scopro diverse affinità) l’esuberanza immaginativa è in realtà giustificata dai rapporti semantici e fonetici delle parole. Alcuni esempi: “l’antracite del tuo corvo” (I quadro) si giustifica per il richiamo al nero di entrambi i termini, mentre la presenza del “covo” pochi versi dopo contiene l’immagine del buio, del nero, ed è paronomasia di “corvo”; oppure, (II quadro) c’è un gioco di parole per cui “il vento appuntito” come una matita “tempera” le giornate (ma il clima può benissimo essere “temperato”); o, ancora (IV quadro) i libri “mastri” diventano “maestri”: a parte la quasi identità fonetica, “mastri” è davvero la forma antica di maestri (ma la parola “mastro” significa anche “registro”). Queste ripetizioni con variazione sono poi funzionali al testo, che si ripete (“l’ho detto e mi ripeto”, si dice con orgoglio e forse un filo d’ironia). E così via.

Ho parlato prima di fisicità: e in effetti le immagini del corpo, spesso associato a una casa (altro tratto in comune con Dylan Thomas) ricorrono nei testi. Il corpo appare spesso inciso, coperto di tagli: “affilati i giorni tagliano la carne del mio tempo” (II quadro), “taglio su altro taglio il primo stato    lo strato che freme   la pelle  ogni libello della carne” (IV quadro). L’idea del tagliare è anche nel primo quadro (“taglio l’arancia del tuo raggiungermi”) e ancora nel secondo (“il gelo è un freddo coltello”).

Altro si potrebbe esplorare e trovare: in questo pezzo ho cercato solo di fornire alcune chiavi. Quello che però mi sentirei di consigliare è di leggere prima i testi (o di dimenticare, almeno temporaneamente, quello che ho scritto qui), perché prima della comprensione conta, in loro, l’attraversamento tattile, che non vuole capire per forza (né io ho interpretato alcunché: nessuno deve togliere alle nostre letture personali il piacere dell’interpretazione), ma lasciarsi trasportare, sussultare, e stupirsi tanto davanti alla potenza immaginifica di “apro il mare antistante la mia solitudine come un cancello” quanto davanti all’umiltà e tenerezza di “a volte mi basta tenere tra le mani un sasso”. A volte basta tenere tra le mani una poesia.

 

Davide Castiglione

QUADERNO A QUADRI

I quadro

spacco l’antracite del tuo corvo
nero oscuro: ogni uno
dei tuoi lontanissimi incorruttibili pensieri.
Taglio l’arancia del tuo raggiungermi
spacco il covo che hai costruito dentro
la mia memoria senza la possibilità di perderti
ti rincorro grano per grano
dentro il roseto dei sogni.

.
II quadro

isola
sto sull’acqua ferma
come una parola che galleggia
e quando si appuntisce il vento
temperando le mie giornate
l’aria in me si fa per mesi più trasparente.
Niente altro che luce
rimescola le mie ombre
e volteggia la pagina dell’acqua un attimo
quel brevissimo istante prima che s’ immerga
e sommerga
lieve e bianca un’acqua più leggera
nel bagnasciuga di ghiaia
così levigata da sembrare una seconda pelle con cui il giorno
misura l’alba
quando dall’orizzonte corre scalza fino a queste finestre.
Affilati i giorni tagliano la carne del mio tempo
qui
sull’isola anteriore a me stessa misura i miei passi
specchio fedele dell’altra in cui vivo ancora
mentre il cuore apre le sue valve come una conchiglia.
Il gelo è un freddo coltello e stride sulla lastra del ghiaccio
ora per ora con lo sguardo
attraverso la finestra
apro il mare antistante la mia solitudine come un cancello
tra onde di fantasmi che indifferenti si levano e poi ricadono
su questo foglio nella forma di un segno.
A volte mi basta tenere tra le mani un sasso.
Percorro la sua levigata superficie e
sento cosa gli ha tolto il mare
inghiottendo onda dopo onda la sua sostanza
decompongo nel suo moto di correnti l’oscuro della profondità di entrambi
e altri si cibano di quanto stava senza peso sospeso in quella polpa
calcificata antica sua e mia.
Forse è così che al fondo di me stessa sento quel peso
uno strato dietro l’altro e la caduta e la perdita e
noi, gli umani, apparsi qui dopo miriadi incalcolabili
di deposizioni e rinascite.
Colonne di nebbia che si muovono assieme alle onde
e le pareti delle case respirano, aria intessuta da dentro
di un fumo più denso, corporeo.
E’ una doppia veste questo labirinto che ci tiene
tutti
uniti noi alle cose
e la vita al suo lato invisibile
ed è forse questo l‘oro
questa cavità in cui il tempo sgattaiola
tra la porta d’ingresso e i sassi senza impronta
in faccia a questo silenzio immenso
in cui ogni parola si colora di un tenue azzurro
senza scrittura d’alberi o voli di uccelli dove persino il vento
mi disseta senza muoversi tra le onde.

.
IIIquadro

lei gli era antenata
per questo lo lasciava passare
lei era dentro la sua testa era la sua tempesta
e non gli lasciava tregua
stava distesa
le cosce tese come funi o rampe
di fango il ventre sopra l’inguine esposto
alla luce del suo tatto
lo aspettava come un fuoco in petto
aspetta le sue vampe
e stringeva le gambe per non lasciarlo fuggire
lei era il valico alla fine del mondo
era il fiume che aveva sempre rincorso
e non le serviva avere un nome preciso lei era
il nodo dentro l’amore che sconfina il terrore
l’ansia nel respiro lei era
tutte le ossessioni fattesi parola
una fortezza di scritture
che strappano i pensieri
e non poteva voltarsi
lui non poteva slegarsi da quella stretta
ogni giorno
ogni ora più cruda
ogni istante più perfetta.

IV quadro

” In un angolo, il vento
sposta l’ombra delle foglie”

l’ho detto e mi ripeto.

oggi è l’ultima volta ………………….affilati rasoi tutte le assenze sfilano la pelle
dico e so che mi ripeto ……………..la casa ogni livello della carne
taglio il cartone dei miei salti…..mentre nello specchio guado
lame come angeli di silenzio….ciò che non vedo ancora
.
taglio su altro taglio il primo stato lo strato che freme la pelle ogni libello della carne
la casa mentre lo specchio immobile guarda me che lo guado
guardo ciò che non vedo dentro quel falso
riflesso di un profondo gua(r)ire
.
largo oltre la memoria allargo la notte tutti i suoi libri mastri tornano legni in terra
questa vecchia vecchissima barca senza attracco è linfa che scorre sul filo
l’istantaneo porto di un corpo pasta d’albero non illusione
la carta di un qualsiasi corpo
.
di notte tutti i suoi libri tornano maestri
si fanno sangue che scorre

di ognuno l’albero che cresce e s’incarna in terra
non vento non velo non veliero dentro la scalza forma

scia di una riga dove non resta esposta alcuna radice
non fa mare il respiro di chi guarda un cielo latitante

dentro un sogno tutto è solo
disegno in una stanza di vuoti.

.
V quadro
gli orizzonti e i fantasmi
gli eterni saluti tra i vivi e i morti
in quale città si sono persi e quale è la rotta della memoria
il viaggio dei sogni
covati e interrati lungo il cammino e nel cosmo passati
di mano tra un uomo remoto e un bambino futuro
in quale segno si sono deposti tra nuvole e ceneri di incendi
nei camini delle case dove di nuovo bruciano i giorni.
In quale città ne fanno ancora scorta
e in quale strada o via in quale paese oltrepassate le frontiere
di quei segni a vaticinio resta sola
un’ombra la pallida circostanza d’essersi sbagliati
su questa realtà eccedente l’ingombro di una vita anonima sempre
e mediana a qualcosa che sta oltre la misura di un corpo
oltre le frontiere illusorie di una lingua scritta in fretta
dimenticando quella della madre
nostalgia mortale
che spinge gli uomini a viaggiare e le bestie di ogni specie alla ricerca
della propria patria perduta.
In quale città della memoria sta rinchiusa l’unica
stagione che preleva
le sue vittime e le sue storie dai corpi
tutti i corpi dei viventi e sulle palizzate delle parole
depone teste monche soffiate da bocche appena germogliate
una trangugiata nozione del tempo
e mette in un fagotto di dolore e rammarico
ritagliato all’interno dell’involucro di un corpo
spazio senza spazio un respiro da un fiato mozzato.
.
VI quadro
c’è distanza
c’è
una irrimediabile distanza
non lontananza tra noi e le cose, tutte
le cose che la luce porge
in fasci
e spettri di colori
suoni vesti di popolazioni di echi
volano ciascuno riverberando l’unico monologo del cosmo
in questo immane silenzio
si fa casa in cui abitare
noi
prossimi sempre solo a noi stessi e
futuri irraggiungibili in tutti gli altri che mai sapremo
d’essere
.
Nota: Il Quaderno a quadri fa parte di un insieme di altri 2 quaderni, Pagina a righe e Carta millimetrata, che ancora si stanno con-figurando da poco meno di una decina d’anni.

Nata a Padova nel 1954, laureata in architettura presso l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, si occupa di progettazione architettonica, arredamento, grafica e design,ama tutti i generi di espressione d’arte. Docente presso il Liceo Artistico e Istituto d’Arte Pietro Selvatico di Padova, dopo un lungo periodo di insegnamento presso il Liceo Artistico di Rovigo in cui ha stretto amicizia con Marco Munaro iniziando una collaborazione con lui in più progetti ( La Bella Scola, Herbert, La memoria e i suoi giorni). Ha svolto ruolo di coredattrice all’interno del gruppo di VDBD, il blog, ed è presente con suoi articoli nella rivista on line dello stesso gruppo.Ha pubblicato suoi testi in alcune raccolte di Aletti editori e, da poco, con i tipi della Lietocolle editore nell’antologia curata da Anna Maria Farabbi Luce e notte. Ha partecipato ad alcuni concorsi vincendone (Rabelais 2006 e 2007) e/o posizionandosi nella rosa dei primi dieci (Premio Teramo per un racconto 1998). Per i tipi de Il Ponte del Sale ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie dal titolo Migratorie non sono le vie degli uccelli. (2009) e ha partecipato alla lettura dei primi nove canti del Purgatorio, proponendo un attraversamento del canto VIII, nella raccolta Ombre come cosa salda.
Numerosi gli scritti in rete che appaiono in molti blog:

http://cartesensibili.wordpress.com

http://fernirosso.wordpress.com

http://poesia.blog.rainews24.it/2012/01/16/opere-inedite-fernanda-ferraresso/

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/

http://pillolediversi.blogspot.com

http://rebstein.wordpress.com/

http://neobar.wordpress.com/

http://www.lietocolle.info

http://viadellebelledonne.wordpress.com/

http://www.poesia2punto0.com/

http://muttercourage.blog.espresso.repubblica.it

http://www.poiein.it/

http://www.ippocrene.com

http://associazionepoetica.com

http://lucaniartmondo.blogspot.com/

http://issuu.com/vdbd/docs/viadellebelledonneluglio2008numerouno

http://homepage.mac.com/vaccagiorgio/mary/press.html

http://www.elioscarciglia.it/

http://www.paroledisicilia.it/

http://visionidiblimunda.ilcannocchiale.it/

http://www.progettobabele.it/

http://miolive.wordpress.com/

http://alveareuno.altervista.org

Antonella Pizzo

20 marzo 2012

 

 

ANTONELLA PIZZO E IL SUO “ ESSERE IN VITA”

DI Augusto Benemeglio

 

1.    Teatro delle immagini

Nella poesia di Antonella Pizzo, una bella donna siciliana di lontana etnia sveva, colta, raffinata, di un’ aristocratica pensosità, ma vitale, piena di energia interiore, c’è un mix di teatro delle immagini e della musicalità  barocca che fanno le  piccole cose che ci circondano, a Ragusa e nel mondo, oltreché un’ironia  scoperta che si volge spesso al grottesco e al dramma.  Potremmo dire che Antonella riesce ad essere un po’ farfalla e un po’ granchio, due forme di animali – come diceva Calvino – bizzarre e simmetriche che stabiliscono fra di loro una inattesa armonia. La sua – osserva una lettrice di un blog – è una combinazione di musica, versi ed immagini.  Un gioco letterario in cui il pensiero  si fa  volo e va alla ricerca delle sue radici . C’è anche una sorta di trascendenza  cromatica  in cui i versi diventano  colori puri, diremmo fauvisti,  con tutte le loro antiche simbologie: il rosso-sangue-passione, il nero-funereo-malinconico, il bianco-rinascita-innocenza-sipario.

Interessante, infine – osserva un’altra acuta lettrice -, la singolare corrente dell’immaginazione, il clic ,  lo scatto rapido,  il dinamismo intrecciato dei suoi versi…

Potremmo definirla quasi un’equilibrista senza rete, che si è spezzata la schiena mille volte, prima di provare il numero, che ora sembra  lieve come passo di danza, ma quando  lo fa è come la prima volta,  rischia sempre di cadere sull’asfalto, sulle rovine, sui cocci aguzzi di bottiglia  montaliani, sui frammenti di quella che è la nostra   vita di tutti i giorni,  consumata  all’interno di una società  ormai in liquidazione, in frantumazione, in decomposizione, che ha fatto da tempo harakiri:

Butterfly di tragedie diverse
la costumista s’è spogliata dei suoi averi
vive reclusa dalle suore clarisse
ricamatrice con le dita amputate
il punto a giorno più non è possibile
merletti in ecrù, le trine, foglie e veli
i ricami a fiori dorati, i lini e le trame
gli orditi e  le reti, fili di seta
i punti precisi, i piccoli punti, i mezzi punti.

2.Magna Grecia

Poesia che  assume talora i cupi e corruschi   toni di una favola surreale macabramente satirica,  grottesca, addirittura sanguinolenta, che diventa denuncia spietata,  in uno  stile  che è un mix tra Palazzeschi e Poe, con strascichi da Vespri siciliani. Non a caso  Antonella Pizzo  vive nella terra  dei fichi d’India, di Pirandello, Brancati, Bufalino, Sciascia, Consolo, tutti grandi maestri d’ironia,  dell’umor nero e del grottesco

ieri sera dal cielo cadevano bambini e cadevano cadaveri veramente cadevano
io ho afferrato un bimbo al volo e l’ho portato in salvo
a casa mia.
alcuni cadaveri restarono impigliati nei fili dell’alta tensione
in confusione di interiora, di vene, d’arterie
nella vie dell’intero paese ci fu un parapiglia

Del resto – amava ripetere Palazzeschi -  un popolo senza ironia è un popolo  barbaro, mentre la Sicilia – spesso ce lo dimentichiamo – è  Magna Grecia per eccellenza, patrimonio sterminato di miti storia filosofia poesia , civiltà.  Essere nati  in questa terra, scrive Antonella,  in un campo di borragine, di cicoria e tarassaco, paritaria nei muri e spaccature, capelvenere e fiori di cappero//…  in cima a un colle orbo, dentro al catino di un teatro corinzio,/…/  nelle necropoli e in una valle ampia, lungo le rive del fiume Anapo//…. nelle giunchiglie del fiume Ciane…. davanti alla tomba di Archimede, dentro l’orecchio di Dionisio….nel mare africano e (nuotare)  assieme ai pesci azzurri”, vorrà pur dire qualcosa.

La sua è una lucida satira, alla Brancati, di elementi drammatici e comici, ispirati alla nostra situazione socio-politica, al vivere in mezzo alla spread, alla disoccupazione, precariato, violenza,guerra,  ingiustizie,  ignominie, ma anche ai balletti televisivi, alle goffe esibizioni d’esercizi erotici, alle infinite banalità, all’insostenibile pesantezza  dell’essere. La sua è  una fantasia inesausta, e la fantasia, per dirla alla Dante, che si considerava figlio del più puro oriente,  è un posto dove ci piove dentro .

3.Dentro l’abisso

Ma noi -  si chiede  Antonella – : Siamo davvero cosa di stelle? A dire il vero me lo sono chiesto anch’io qualche volta, e mi sono risposto affermativamente. Siamo frammenti stellari che vanno alla deriva, caricati su una barca senza timoniere e senza rotta, peggio del “Concordia”. E possiamo passare  il nostro tempo, il resto del viaggio, “nell’elastico del tempo a catapulta”, nella più assoluta e desolante banalità, nel kitsch da cui siamo ormai tutti anestetizzati, senza che neppure ce ne accorgiamo. (E poi l’amore nelle sala polverose// oh la pula , la loppa, le scorie/il perso e il ritrovato)

Che c’è di nuovo  nella poesia della Pizzo, se non appunto questo  ricorso all’amara drammatica ironia delle cose che ci circondano, questa decisa denuncia sulla partitura della nostra vita  che è ben squallida, da qualsiasi parte la si guardi?

Per reinventarci una nuova vita dovremmo ricorrere  forse all’arte di un Dario Fo (che non a caso  ha vinto un Nobel, come Pirandello, confermando  l’assoluta confusione che si fa oggi, a tutti i livelli, tra letteratura e arte della mimesi), che spiega i principi secondo cui  disegna la propria presenza scenica, parla di zumate, campi lunghi, panoramiche, primi  piani, controcampi, cosa che ogni tanto fa la Pizzo,  zumate di remake letterari (Il  carro andava e i monatti sopra/ Tiravano i morti la carretta). Il  Nobel  Fo presuppone che nel cranio di ciascun spettatore ci sia incorporata una sorta  di telecamera, che l’attore (il grande attore qual è lui) sa dirigere, inviando gli impulsi  giusti affinchè lo spettatore  cambi gli obiettivi e  gli angoli della ripresa.  Antonella, convinta che l’energia spietata che muove il nostro secolo, nelle sue vicende collettive e individuali, ci porterà  solo verso la rovina totale, il completo annichilimento, con una serie di metafore-riflessioni a sfondo   leopardiane conclude  che l’uomo è…nulla, e nulla ha da sperare.

 

La vita è solo un fatto marginale
aleatorio, un gioco a tric e trac
la trottola che gira ci fa male
se ruota attorno a una casualità
.

Capita che lo spettatore/lettore non sia cosciente di tale complicato montaggio

iconografico, dei diversi punti di vista, dei diversi orizzonti, delle diversi angolazioni, delle diverse prospettive, delle molteplicità  che Antonella riesce a costruire con i suoi versi volutamente irregolari, spesso dissonanti, ossimorici, deformati, pur nell’apparente semplicità  (le parole che uso – diceva Claudel – sono quelle di tutti i giorni, ma non sono affatto le stesse), e allora rimane un po’ spiazzato, stupito, sorpreso. Allora il lettore/spettatore fa una pausa di riflessione (le pause sono schiarimenti), e si chiede che cosa significhi  “Essere in vita”. Un passo?, un battito?, un’immagine?, una parola?

È’ il sogno che mi consola come una madre
il piccolo che piange, lo porta al seno e lui succhia
il latte dell’oblio, mi vedo con un vestito
nuovo  a fiori bianchi, un prato a margherite
gialle le farfalle e le api a impollinare
ma il sogno è miele…

Essere in vita, sembra voler rispondere  Antonella, significa stare “dentro un abisso” , cercare un impossibile divenire, un brivido d’ orizzonte verso la morte, illudersi di  farsi “anima”, diventare piuma  e una musica lieve forse di flauto.

 

Roma, 14 marzo 2012                                Augusto Benemeglio

***

Siamo davvero cosa di stelle?
Polverizzate stelle di cose sbriciolate
gravide di sale d’oceani disseccati
pioggia di marte che soffoca
negli anfratti la disperanza
nei tunnel le navi preparate e noi
imbraco e laccio
di lacrime dense di novellose storie
chi lascia le ossa chi i natali
oh morir d’amor d’amor morire
dormire e poi lasciarsi andare
oh la pula di farro e il raccolto
nell’elastico del tempo a catapulta
oh la pula, la loppa, le scorie
il perso e il ritrovato
nel vento il perturbante

Da ilbruttoblog work in progress esperimento di scrittura a due mani con paola lovisolo

***

 

E poi l’amore nelle sale polverose
Il trillo il fungo lo sai che sono qui
Che verso fai che voto mi dai
Sono  qui per nulla arrabbiata per nulla
Se folli voli feci se volli andare dove
Se questo e quello l’andazzo
Che fare delle due tre mele matte che in mano mi son  rimaste?
Il  carro andava e i monatti sopra
Tiravano i morti la carretta
Che l’euro stona e scoppia una baruffa
Che debiti mi fai cosa mi dai?
Tre tozzi di pan secco tre secche acciughe strette
Un lumicino
Noi che fummo i viveurs i lungimiranti
I solipsistici i degeneri  i demoscopici
I solinghi e facebookiani
Noi polvere del nulla
Nulla del  genere nulla

 Gennaio 2012

***

 

 

 [crepaccio 5]

ieri sera dal cielo cadevano bambini e cadevano cadaveri veramente cadevano
io ho afferrato un bimbo al volo e l’ho portato in salvo
a casa mia.
alcuni cadaveri restarono impigliati nei fili dell’alta tensione
in confusione di interiora, di vene, d’arterie
nella vie dell’intero paese ci fu un parapiglia
un general fuggi fuggi generato dalla paura
di sporcarsi gli abiti firmati col sangue.
ma non si sfugge mai al proprio destino
so che un giorno potrebbe accadere anche a me
in montagna invece fu tutto più tranquillo
al cadavere che penzolava da un albero
fu intimato di scendere
ma poiché il morto non rispose e c’era un freddo boia
la gente fece spallucce e se ne tornò a casa a dormire


da Dentro l’abisso luccica la storia Ed. L’arcolaio

 

 

***

oh le nostre borse piene di orpelli
e luccichii di stelle
sono vere e false
derivate da processi di sintesi
sono vuote e piene
ma a scuoterle non escono parole credibili
Prima che le porte s’aprano di botto e le cervella siano ingoiate
chiusi nel pugno al modo di fogliame speranze
e concepimenti secco sbriciolati. Che la capò distratta
dalla sopravvivenza dia il segnale dell’estremo
che è l’atteso. Si fiammeggino le ossa come pietra ollare si sfaldino
e s’infestino i cieli sopra e sotto l’ultima caduta
bianca che ridipinse il largo prato oltre il cancello
il filo e il ferro dove lo sguardo persi.
Capelli sottili e forfore velano i vetri e puzzo di piscio
acida la trachea. Ossidano a lutto i lastroni ferrosi.

Da Partenope, Collana di inediti, e book, Edizioni Biagio Cepollaro

 

 

 

***

 

Prima che le porte s’aprano di botto e le cervella siano ingoiate
chiusi nel pugno al modo di fogliame speranze
e concepimenti secco sbriciolati. Che la capò distratta
dalla sopravvivenza dia il segnale dell’estremo
che è l’atteso. Si fiammeggino le ossa come pietra ollare si sfaldino
e s’infestino i cieli sopra e sotto l’ultima caduta
bianca che ridipinse il largo prato oltre il cancello
il filo e il ferro dove lo sguardo persi.
Capelli sottili e forfore velano i vetri e puzzo di piscio
acida la trachea. Ossidano a lutto i lastroni ferrosi.

Da Partenope, Collana di inediti, e book, Edizioni Biagio Cepollaro
Ante il fiore, ante il canto, ante il ballo
l’abito festoso
prima tu suonavi l’ottavino con delizia
io mi perdevo nelle languide narici e nella bocca

ante d’essere bile e fiele
ante d’essere mota nera.

Prima che mi conducessero a questo
luogo d’infamia impenetrabile
in questi giorni atroci e in questa notte
insensata di stamberghe e stoppie
d’infetti d’infettati d’infezioni
d’inferni
che oggi dalla prim’ora e fino all’ultima
considero.

Da in stasi irregolare, Le voci della luna, premio Giorgi 2007

 

 

***

 

Le tende in velluto sfibrate e pesanti
di polvere umida
immobili riposano appese
le rosse poltrone sfondate
schienali di legno tarlati
è tutto confuso
io rido, lei ride
si increspa la pelle
volture da fare, soggetti a tributo,  i moduli fitti da compilare
ed i notai che sbagliano sempre
ma ad inchiostri verdognoli è molto più semplice
rintracciare le ultime note  di variazione
se abbiamo timore  dell’automazione
che al collo ci stringe, costringe ad una scelta precisa
sappiamo per certo e per esperienza
che le procedure si fanno e si annullano
e la seguente sostituisce sempre
la precedente
poi i ricordi  rivivono nel nostro presente
in foto di scena, in maschere
in travisamenti.

Da Catasto ed altra specie,  ed. Fara

 

***

 

Quando questo mio andare si compirà
il capo si svolgerà all’indietro
nei capelli si scioglieranno i nodi
polveri si solleveranno al vento
che a spirali nei luoghi designati
soffia dove nessuno è identico
dove saremo come piume d’ali
appartenenti allo stesso uccello.
Io non ci sarò a vedere cosa è stato
del mio guardaroba e della scarpiera
quando mi aprirete i cassetti
e sfoglierete le pagine spesse;
dove mi spalancheranno gli armadi
senza vergogna si allargheranno
gli spazi segreti e gli antichi lini
che ho ricamato a fasi alterne
e vi chiederete perché comprai
un maglione a righe arcobaleno
e a tinta a tinta lo coltivai
quando già vestivo a lutto.
Figli miei non so se capirete
ma non disfatelo a fili a fili
perché è un patto senza tempo
è un accordo di placenta
fra me e voi voluto
come un legato occorso.

 

Da A forza fui precipizio, Lietocolle, 2005

 

***

 

È’ il sogno che mi consola come una madre
il piccolo che piange, lo porta al seno e lui succhia
il latte dell’oblio, mi vedo con un vestito
nuovo  a fiori bianchi, un prato a margherite
gialle le farfalle e le api a impollinare
ma il sogno è miele così m’invischio in una storia

d’assassini e mostri di quando corsi e caddi
e non mi rialzai.
Da Il sogno è miele libro  Premio Elsa Buise

 

***

 

Io vissi la mia vita in parallassi

Fu movimento brusco, fu un’inezia
a farmi straripare da quel lato
fu lento abbrivio o forse fu l’inerzia
mi sparse in vita e sangue sul selciato.
La vita è solo un fatto marginale
aleatorio, un gioco a tric e trac
la trottola che gira ci fa male
se ruota attorno a una casualità.

 

Conosco le tue notti senza pace
e tutte le risposte senza senso
e di scovarti giù non sei capace
scandagli eco sonar nell’immenso.

 

E’ chiaro,  è naturale, dirsi prassi
o travestirsi d’usi e consuetudini
utilizzare la ragione e i dissi
per giungere a mutarsi le abitudini.

 

Lo so, cambiarsi d’abito è altra cosa
mutare stabilmente è comprensibile
ma trasmutarsi in cosa misteriosa
ti è come un’idea poco accessibile.

 

Non è uno snaturarsi in cambiamento
né è degenerare in perversione
e se potessi ti farei un esempio
d’intendimento o di penetrazione.

 

Io vissi la mia vita in parallassi
io vissi la mia storia in un’ellissi
in uno spazio breve di un’eclissi
io vissi e molti dei tuoi segni scrissi.

 

Io vissi dentro gli angoli e i cateti
io dissi, è ciò ti basti per capire
io vissi nei perimetri e nei lati
e ora vivo in quest’infinito dire.

 

 

Antonella Pizzo è nata a Palazzolo Acreide nel 1954 e vive a Ragusa.
Ha pubblicato il romanzo “Di rosso smunto” , Prospettiva Editrice, 2004;
Le sillogi in dialetto siciliano “Strati” (menzione speciale premio Montalbano Elicona e Città di Marineo)
“E su paroli nuovi” 2004 (premio speciale Helikon, 2° classificato premio Poesia @ Rete)
“Comu ‘n ciumi lientu” (2° classificato Trofeo Centro Studi Popolari Turiddu Bella);
Le raccolte di versi in lingua:
Fra poco l’autunno” – Kult Virtul Press, 2004
“A forza fui precipizio” Lietocolle, 2005 (Primo Premio Simone Cavarra, 2007 - 3° Class. Premio Giuseppe Sunseri).
Catasto ed altra specie Fara Editore, 2006 (premiato al premio Acaja 2006 presidente della giuria Giorgio Barberi Squarotti). L’e book I morti non sono nervosi, Feaci Edizioni, 2007. Partenope per Collana di inediti  di Biagio Cepollaro.

In stasi irregolare, 2007  – Raccolta vincitrice del Premio Giorgi 2007- Le voci della luna. Sue poesie sono state pubblicate in riviste e rubriche on-line (tra cui Liberinversi, Poesia da fare, Absolute poetry, La costruzione del verso, Poiein, Niederngasse, Un poeta, Domist, Scriptamanent, Gas-o-line, Rottanordovest, poetilandia, Faranews, Nazione Indiana e altre) e in alcune antologie (tra cui Verso i bit: poesia e computer – Lietocolle, 2005 – Lo stormo bianco, Edizioni d’if, 2005 – Il segreto delle fragole 2007, il segreto delle fragole 2008, Lietocolle, e in Stagioni, Lietocolle, 2007. La poesia “I miei pensieri in orizzontale e in verticale” è stata pubblicata nella rubrica “scuola di poesia” dello Specchio della Stampa. Segnalata al premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo “I miosotìs” (poesia e prosa) 2006 Edizioni d’if per la raccolta inedita Partenope. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti in concorsi letterari: Turoldo 2005, Palikè, Molino, Rocco Certo, La poesia oggi – Parole per Comunicare – Ibla bla – Premio Agorà – E-vviva sia nel 2004 che nel 2005 e molti altri, più volte premiata al Trofeo di poesia popolare siciliana Centro Studi Turiddu Bella. Ha vinto il premio migliore sceneggiatura I corti di Mauri con il cortometraggio “Il passaggio” – Segnalata nella XIX edizione del Premio Nazionale di poesia “Sandro Penna” 2007 sezione raccolta inedita. Vincitrice del Premio Giorgi 2007 – sezione raccolta inedita. Premiata al concorso Agavi 2007 nella sezione romanzo inedito per il romanzo “La Calzolaia” – Segnalata al Premio Turoldo 2007.  Seconda classificata, con la silloge dialettale inedita Trapassi, al Premio Ischitella-Pietro Giannone 2008, Menzione d’onore al premio Lorenzo Montano 2008.

Gorgone d’argento Gela 2009 per la raccolta In stasi irregolare – Vincitrice del premio di poesia Elsa Buiese con la raccolta “Il sogno è miele” – Vincitrice del premio Simone Cavarra 2010 Sez. Endas Libro con la raccolta Il sogno è miele. E’ stata tra i fondatori della rivista on line L’Attenzione nonché fondatrice del blog collettivo e del gruppo poetienon, ha collaborato con la rivista telematica Tellusfolio. Presente in poesia da fare, n. 24 – luglio 2007 – di Biagio Cepollaro – Fondatrice di Viadellebelledonne. Sito personale:

Letture e scritture (e noticine di una finta critica)

Di lei hanno parlato Maurizio Cucchi (Rivista Lo specchio) Stefano Guglielmin, Nicola Vacca, Giuseppe Risica, Luigi Metropoli, Gianfranco Fabbri, Antonio Fiori, Nunzio Festa, Marco Scalabrino, Massimo Orgiazzi, Biagio Cepollaro, Gianmarco Lucini, Anna Toscano, Sebastiano Aglieco, Valentina Pierucci, Barbara Lacognata, Alfia Milazzo, Narda Fattori, Vincenzo D’Alessi, Massimo Sannelli, Francesco Marotta, Sebastiano Aglieco, Antonio Fiori, Morena Fanti, Gregorio Scalise, Ivan Fedeli, Marinella Fiume, Maria Pina Ciancio, Fabiano Alborghetti, Ivano Mugnaini

 

 

Anna Maria Curci

12 marzo 2012

Sosta

E potrei perdermi, se vuoi,
nel verdeoro di un autunno affamato.
Già la sanguigna disegna i bordi
saturi di attesa.

Strizza, l’occhio sorpreso.
Sfonda la calza
l’alluce impaziente.
Nel tascapane ho il filo del rammendo.

Mi rammento di te,
voce vecchia e suadente,
e non ti seguo.
Scende la brina dell’inadeguatezza.

Incurante, se la ride la guazza.

Lapsus

Ho sognato stanotte
di un filo non più teso
a scongiurare il vuoto
eterno agguato al gioco.

Già mi prefiguravo
lo slancio spensierato
che affrontava di petto
l’esito capovolto.

Continuavano il gioco
sulle terrazze al sole,
neanche lo sguardo alzava

al grido chi era assorto.
Che cosa vuoi acchiappare
nel campo di segale?

Massacro in Sol Maggiore 2011

e senza prole è il discettar

di Kant e Schiller

Giorni fradici, questi,
ma di sguardi sfuggenti
e riluttanze in lotta
con ragione e senso.

C’è ancora chi mi chiede:
“Ma non l’hai fatto anche tu
nel tempo di tua gioia
naif non fuggitiva?”

Mi guardo avanti e indietro
su quel ponte crollato
e dei silenzi cerco
il fondamento: invano.

Evita il controcanto
la nuova tonalità.
È forse solo un cambio
da maggiore a minore.

Dopo la scarnatura

È concia di sorrisi
a grinze plissettate.

Senza sale né cromo,
senza allume di rocca.

Soluzione segreta
dopo la scarnatura.

Sono i giorni feriali
i veri funamboli.

Su una improvvisazione di Jaco Pastorius

Sovverte, nonchalante,
la cascata di note.
Sorprende a grappoli
e sprigiona il ricordo.

Pare facile, dici,
dispensare bellezza
da una corda di basso
Ma il drappeggio è salato.

Alle stelle si urla il prezzo:
di armonie irridenti
è mercato nero.

Se dovessi intitolare questa mia lettura, e dare un titolo è come cercare un primo bandolo,  sarebbe senz’altro “Il filo di Anna Maria Curci”:  il filo da rammendo nel tascapane in Sosta,   quello “non più teso” in Lapsus, il filo-ponte o il filo-corda o anche rigo di pentagramma per la musica o la dissonanza in Massacro in Sol Maggiore 2011 e Su una improvvisazione di Jaco Pastorius, il filo sotteso ai “giorni feriali / veri funamboli”, come recita il bellissimo distico finale di Dopo la scarnatura.

Il “filo”, dunque, che Anna Maria Curci fa e intesse con il lettore, è quello relativo a un mondo da dipanare (vedi i diversi riferimenti alla natura concreta, anche materica, nelle poesie del post), soprattutto fra sé e sé  (ma non con futile e sterile autocompiacimento), prima ancora che con l’altro.  Quasi tutte le poesie, infatti, presentano il punto di vista dell’io dialogante lungo il proprio avvolgimento esistenziale che, fermato nei piccoli nodi, il più delle volte metricamente asciutti dei versi, nei momenti di domanda  o esortazione, si rivolge a se stesso in “seconda” persona.

“Che cosa vuoi acchiappare / nel campo di segale?” (si) chiede, per esempio, all’interno di Lapsus;  “Mi rammento di te, /voce vecchia e suadente, / e non ti seguo” risolve in Sosta, oppure (si) esorta: “Evita il controcanto / la nuova tonalità”.

L’esito di questo colloquio non è certo né definito, né potrebbe esserlo  in itinere, soprattutto in un andare poetico;  “Pare facile, dici, / dispensare bellezza / da una corda di basso” scrive Anna Maria, collocandosi all’interno di un dire  “dal basso”, non certo per mancanza di mezzi letterari, ma come modalità del dire onesta e, credo, più propriamente cucita sulla propria pelle poetica.

Un dire piano, ma profondo: “ dei silenzi cerco / il fondamento” (e questo avviene anche se “invano”), mentre tutto attorno crolla o presenta “ riluttanze in lotta / con ragione e senso”;  un dire che, proprio per questa assunzione di attenzione e aderenza responsabili all’intorno, è meglio che rifugga dal controcanto e dalla “nuova tonalità”, soprattutto quando questa distolga dalla sostanza o addirittura significhi solamente un essere alla moda nella forma.

Così, se rispetto alla riluttanza e agli “sguardi sfuggenti”, c’è “ancora chi mi chiede” (chiede all’autrice), “Ma non l’hai fatto anche tu / nel tempo di tua gioia / naif non fuggitiva?” (laddove in quella gioia “naif“, “non fuggitiva”, non sfugge appunto, il cenno – “dal basso” – a  “Silvia” di Leopardi), la risposta, forse, è riflettere su quel “solo un cambio / da maggiore a minore”;  infine, pure se la guazza “se la ride”, è comunque importante quel “filo del rammendo” nel tascapane, non fosse altro che per la bella paronomasia con “rammento” che è, in definitiva, del filo, la chiave.

Margherita Ealla

http://margheritaealla.altervista.org/blog/

Anna Maria Curci è nata a Roma, dove vive e insegna.
Scrive sul blog “Cronache di Mutter Courage“,  su  “Unterwegs/In cammino” ed è tra i redattori di “Poetarum Silva”.
Suoi testi sono apparsi su riviste (Frontiere; Journal of Italian Translation; Traduttologia; Periferie;  Il 996 – Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli) e antologie (La notte, Roma 2008), sui blog La dimora del tempo sospeso, La poesia e lo spirito, Neobar, Carte sensibili, VDBD- Viadellebelledonne,  e sul sito “Poeti del parco”. La silloge Inciampi e marcapiano è del 2011.
Ha tradotto poesie di Rose Ausländer, Ingeborg Bachmann, Thomas Bernhard, Marica Bodrožić, Dietrich Bonhoeffer, Bertolt Brecht, Christine Busta, Paul Celan, Hilde Domin, Marie Luise Kaschnitz, Christine Lavant, Else Lasker-Schüler, Rainer Malkowski, Christian Morgenstern, Novalis, Alev Tekinay, Georg Trakl.

Francesco Marotta

3 marzo 2012

Una dimora d’ombre e fortuna in cui si recitano pensieri

Mi vedo, che arrivo tardi ad un rito sconosciuto, convinta di trovare una folla di iniziati che mi guardano male perché inciampo, faccio rumore, sposto sedie, mi scusi mi scusi: invece, nella sala, dalle alte volte a crociera, dalle ampie vetrate, da cui filtra una lama di luce che cangia dal rosso al lattimo, le mille presenze silenziose non mi vedono, non mi sentono. Siamo insieme, eppure quel rito è mille volte distinto, separato. Ognuno vede dispiegarsi il suo proprio senso, quasi la sua divinità, e ne è turbato. Un turbamento che senti essere l’attrazione dell’abisso, l’acqua che ti scorre addosso come se volassi, quando sogni mondi che non hai mai visto e in cui, invece, sei di casa, e te ne stacchi, al risveglio, con un rimpianto inconsolabile. Intendo dire che leggere la poesia di Francesco Marotta è come entrare in un luogo che ha del mistero, un’aura che odora di sacro, in cui viene celebrato in tutte le declinazioni possibili il dolore, che intride di sé la natura, attraversata e ricreata in forma di sfaceli, di negazioni, e il ricordo, che “punge a guaio”.
Nessun oggetto, nessun tratto umano e naturale vi è lasciato alla sua forma. Non di deformazione surrealista però si tratta, ma di riconformazione, come se ciascun elemento fosse guardato – per riprodurlo – da una prospettiva interna, ovvero laterale, che ne metta in luce le intrinseche debolezze, i contorni incerti, i vacillamenti. Ma quelle incertezze sono anch’esse ingannevoli, poiché non sono nell’oggetto – o nella situazione narrata per lampi – in sé, ma nell’immagine che così volutamente li ritrae (l’immagine che fiorisce in echi di sorgente), che ogni volta dilata e procrastina il compimento del senso: a dirci che l’intera realtà umana è frutto di incoerenze, di intoppi, di rivelazioni promesse e mancate.
Nel far questo, Marotta impiega un linguaggio talora sfavillante di termini non usuali (lontanati, albale, piantumare, adusa), ma soprattutto fortemente rigenerato da accostamenti che paiono improvvisi scarti onirici (l’ovale che naufraga/la calma dello specchio/è un occhio in odore di cancrena) alla Luis Buñuel, ovvero da una sintassi che colloca il lessico in sequenze mobili, mutevoli, in cui ogni sintagma prende senso da ciò che lo precede, con cui condivide un possibile significato, per trasformarsi in altro accostandosi al sintagma che lo segue: né l’interpunzione, da sempre molto ridotta, spezza l’incanto in una direzione univoca, mentre talora è l’anacoluto a rafforzare il senso di smarrimento, conferendo densità al dettato, come nei seguenti versi, che costituiscono il componimento che apre Esilio di voce (se si escludono i versi in corsivo posti ad epigrafe della prima sezione Imago):

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

In modo più evidente, in questo suo ultimo libro, Francesco Marotta indaga la fatica dello scrivere-vivere, come se il poeta avesse deciso di rendere intelliggibili, più prossime al bisogno di realismo del lettore, le immagini che da sempre lo attraversano: quelle di un discorso filosofico sul linguaggio che ricorre, in misura attenuata ma costante, anche nelle precedenti raccolte. Vi ritornano, infatti, frequentemente i vocaboli dell’area semantica dello scrivere, del parlare, dell’udire (inchiostro, foglio, parole, pagine, carta, sillabe, accenti, labbra, sentire, chiamare, urlo, grido, pronuncia, lingua): l’ineffabilità dell’indicibile, che tuttavia il poieta non può tacere.

Lucia Tosi

http://lunediscrittori.wordpress.com/

.

Da per soglie d’increato”

per soglie d’increato
vanificando accenti conosciuti,
per margini brinati
di mondi lontanati
all’apparire – dove non serve
nominare ad ogni passo
il prodigio che trascorre
in mobili immagini di evento,
epifanie di lumi
rovesciati in ombre
quando già credi
di stringere il mistero,
contemplarne il volto,
tradurre le pupille in segni
e voci: -

tu dialoga con lo stupore
che non conserva tracce,
con la stella che dissigilla
un senso che non dura,
con l’assenza che si desta
in palpiti migranti fatti verbo,
al verbo estranei per legge
d’indicibile esperienza -
per osservare la vita
nello specchio albale
di una luce
pensata prima d’ogni dire,
prima del silenzio

da “Il dono di Eraclito”

l’ovale che naufraga
la calma dello specchio
è un occhio in odore di cancrena

all’alba
premendo forte il fianco
ho liberato il vento
forse l’ho guarito

ricordo
c’era mia madre in sogno

mi accarezzava il viso
muovendo in circolo le dita
come chi accende voci
sull’altare deserto
della nascita

con le sue lacrime sospese
tra l’ombra cava
dove piantuma rose senza stelo
e la fonte in mezzo ai seni

gli astri feriti
da cui attingeva luce

da Impronte sull’acqua

è la mente che
numera il silenzio
dei morti, e la conta
è un dolore che vive e
ramifica in chiazze di
nuvole sulla pelle, a volte
è sabbia, un tramonto
un fiore di neve
a distendersi fino al
le pupille, a
riempire la bocca
con la sua lingua colma
di ricordi, con i resti
vaganti di un
incendio, con la sua
veste di orme, di voci
di capelli, con la
rappresa, impura
verità del gelo

da Esilio di voce

scrivi strappando chiarori di pronome
dalla voce la luce malata
che s’innerva
al rantolo di un verbo scrivi
con lo stilo di ruggine che inchioda
l’ala nel migrare anche la morte
che sul foglio appare dal margine
di sillabe di neve s’arrende alla caccia
al sacrificio necessario
dell’ultima lettera superstite

*
ci accomuna la conta differita dei morti
la mano adusa a separare codici e correnti
dal gorgo dove si adunano le ore
indicibile chiusa
di apocrifi in sembianti di volti
di giorni in forme declinanti
di parole

*
come questa luce di specchio
quando raccoglierla è già spreco
di fulgidi rosa un chiedere al sonno
gli spazi
intagli per minimi azzurri
l’abuso di crescere che sia privo del prima
mutilata la mano da una lama
d’inchiostro
che trema sul foglio

*
guarisci il dubbio trafitto
dall’ansia di essere riparo malattia
a cadenze autunnali guarda gli sterpi
che ti battono un’altra luce
sui fianchi e nell’ombra che sale
gioca il sogno di un confine
sospeso la tua pelle si stacca aggiunge
ore ai tuoi segni al graffio che resta
dove togli parole
ai tuoi occhi

*
assenza che sia illuminata erosione
un luogo che i sensi coincide
a un poi di riflessi se colma l’immagine
di grandine di minerali celesti e trascina
a ogni singola mano sangue di fuga
all’occhio l’identico accordo l’energia
perversa di un dono l’attrito
di maschera e volto
impaziente del balzo

*
è un abbaglio la morte la polvere
sbrina il suo vento sull’acqua un abisso
d’aria e correnti
che l’arte della pietra modella
per l’oblio materno dell’alba


Fino all’ultima sillaba dei giorni

scrivere è un destino covato dall’ombra delle ore
la spina amorosa di chi non lascia niente alle sue spalle
perché essere cenere, sostanza di vento
è inciso da sempre a lettere di fuoco
nelle pupille dei segni che trascina – un canzoniere
infimo, un breviario di passi senza orma
tracima sillabe d’innocenza e memoriali di sabbia
dalla brocca silente che disseta il labbro,
quando parole malate d’aria si staccano dalle mani
precipitano nell’impercettibile abisso
di una pagina –
scrivere è un’ora covata dal destino
la spina che costringe il corpo in reticoli d’albe in piena notte
e punge fruga ricuce orli slabbrati lacera la carne
fino a che sanguinano anche i sogni,
fino a che l’immagine fiorisce in echi di sorgente
gli alfabeti rappresi dentro un grido

(sono queste le voci che mancano a una pietra
per sentirsi un arco lanciato verso il cielo,
sono questi gli accenti
che scortano il seme alla sua tomba di luce – al precipizio ardente
dove la morte è presagio di stagioni,
oracolo dei frutti e del ricordo)

Francesco Marotta è nato a Nocera Inferiore (SA) l’11 marzo 1954. Ha compiuto studi classici e si è laureato in Filosofia e in Lettere Moderne. Vive in provincia di Milano, dove insegna Filosofia e Storia nei Licei. Ha tradotto Bachmann, Bonnefoy, Char, Celan, Jabès, Sachs. Suoi testi sono apparsi nelle riviste: “Il Segnale”, “Dismisura”, “Anterem”, “Convergenze”. La sua ricerca poetica recente consiste in uno scavo della parola, nell’investigazione di quella linea sottile, forse inesistente, comunque indicibile, che separa pensiero e canto.

Tra i suoi libri di poesia:
Le Guide del Tramonto (Firenze, 1986);
Memoria delle Meridiane (Brindisi, 1988);
Alfabeti di Esilio (Torino, 1990);
Il Verbo dei Silenzi (Venezia, 1991);
Postludium (Verona, 2003 – Premio “L. Montano”, sezione inediti).

Per soglie d’increato (2006)

Hairesis (E-book 2007)

Impronte sull’acqua (2008, Premio “R. Giorgi”)

Esilio di voce ISBN 978-88-6300-043-6 Costo euro 10,00 – Pag. 84 Edizioni Smasher

Gestisce lo spazio web http://rebstein.wordpress.com/

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Meth Sambiase

23 febbraio 2012

È una poesia in frammenti, che lascia sottinteso tutto ciò che si può ragionevolmente escludere e mette in evidenza, sillabando, il fondamentale per l’autrice.
L’indicibile si balbetta attraverso una sensibilità sanguigna eppure delicatamente femminile: mi man-chi chi-na la mia schie-na.
E quale donna non si è sentita così davanti ai rei-te-ra-ti ab-ban-do-ni che la vita ci dà?
Il caldo amore e il dolore che trafigge partoriscono poesia alla morte del sogno: “pendolo di campana a nozze” che aveva sciolto ogni diffidenza; nella stessa maniera tutti abbiamo sognato inutilmente in un modo o nell’altro e tutti affrontiamo quotidianamente la solitudine fondamentale della persona umana, uomo o donna. I soliti gesti di sempre, leggere il bugiardino, con scrupolo, uscire di casa, ma l’anima dov’è? È in poesia. Nei suoi frammenti amati, che trasformano lo sfogo in parole così belle e vive da essere altamente consolatorie non solo in sè e per sè, ma anche per tutti gli altri che accostano il cuore ed osano condividere le ferite.
“Eri leggera e trascinavi polvere di talamo. Ora lo sguardo non vede: hai chiuso ogni luce. Come nel gioco, hai scannato la strega”:
E chi di noi, di fronte a quelle che si chiamano “delusioni” nel linguaggio comune, non ha provato una specie di morte interiore?
Ecco perché i poeti valgono: la loro parola passa coraggiosamente dal particolare all’universale ed io leggo non solo Meth, ma il nome di tutte noi donne, in abiti e parole diversi, in corpo differenti, tutte a “schiena china”, anzi a schie-na chi-na.
E ormai diamo anche ragione agli aguzzini: significa che  ce lo meritiamo, non abbiamo fatto le brave bambine, tutti volevano da noi disponibilità, tempo, pazienza e che uscissimo di casa per andare al lavoro e guadagnare lo stipendio, ma che cosa hanno risposto alla nostra richiesta d’amore? Mai capaci di un gesto gratuito o così poco disponibili da essere niente. Ora amare senza essere amati, alla lunga, diventa impossibile e ci fa gridare, e che ben vengano queste urla da partorienti: “essere ancora Lepre in una macelleria che le proprie mani aprono ogni mattina”.
Leggete abbandonandovi al frammento e capirete: qui c’è l’eterno femminino che si proclama in una nudità struggente.

                       Domenica Luise

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TRE INEDITI

I (scansione)

Superare se stessi
sillabando i giorni dell’attesa
(mi man-chi chi-na la mia shie-na).
Randagia, da addestrare a destra e in ogni lato,
albina, chiusa in caseggiati di latta
la tana lontana, il limbo dei pensieri
(in-corpo-rei
rei-te-ra-ti ab-ban-do-ni)
superbi, nati dal sole in controluce,
soli.
Scivolando l’uno sull’altro
seguo una curva orfana nello specchio
l’accarezzo
la cullo, si stacca si ricompone si trasfigura
(pol-ve-re eri
ero t-e-m-p-o-n-u-o-vo)
Dottrina: il pensiero è inviolabile
si perde nelle mani
che germogliano amori come un cesto di rose inglesi.

II (sonetto)

Di nuovo minimi, percepiti fisici
i sogni sulla pelle, come un invasamento
le visioni arrivano ad occhi chiusi nel giorno
una moglie, un vestito, una radice, un fico
ho i sensi esterni alle immagini,
una violazione (segreta per carità) dei diritti del giorno
è soltanto una la realtà che mi circonda
incomprensibile, che io sia estranea ad ogni reazione
E’ da ieri l’altro, ho letto il bugiardino
non produce allucinazione non altera eroismi e opinioni
fantasiose, che buffa alterazione
fotografatemi, avrò un’aura perplessa sulla testa
perplessa, costruirò l’uscita mattutina nel regolare
uscire ancora, persecuzione singolare permutabile.

III (fisiologia)

Incredula
un lungomare di pensieri
(in-cru-di-to tem-po).
Cento, li conti i giri inerti
come cento figli unici
ai tuoi piedi di guerra
s’incarnano nell’addome.
Si fraziona di rosso
- tinto in una lingua carnale-
dall’altra a te – nuovo codice – è liquido
la sottomissione è la testa piena di parole
sommerse, un esercito di aggettivi a voce bassa.
Bulbi le leghe degli occhi
fu-si nell’oro della fede
scioglievi come un’ombra felice
sorridente, pendolo di campana a nozze.
Eri leggera
e trascinavi polvere di talamo.
Ora lo sguardo non vede: hai chiuso ogni luce.
Come nel gioco, hai scannato la strega.
Dagli editi.

Antologia   “L’amore, la politica, l’arte, l’erotismo – XIII premio San Vitale”

IL PROSSIMO SEGNO

Il prossimo segno
dev’essere di bocca,
la cartografia di un morso, di un succhio, di un gemito.
Si deve leggere per strada,
ultravioletto:
che non si confonda al filo della stoffa
serico come la resurrezione
slabbrato in un’alcova
dove ci siamo persi
perle e ciottoli d’argento.

Da Leporis, (in)canti matrigni
Limina Mentis editore
prefazione Daniela Cattani Rusich

***

Ti attende
il racconto delle donne senzamondo
la santa serra degli uomini perenni
dimentichi delle zampe a nome di gambe.
Povere le radici,
si scarniscono nel lutto dell’orgoglio
nulla è concesso al viaggiatore
inatteso, si commuove di ogni ricordo.
Sarai (forse) capovolto in secca.
Attendi sdraiato,
molle come la moria delle risaie,
dove gettarsi e lasciarsi fluire.
Fluisce là,
un sonno antico,
la marea e la nebbia come madreperla

e ti appare liquido
quello che nei sogni chiamavi mare
è confine il respiro
dove il sangue è fratello e sorella.

***

E’ nel limite
pur si gode la forma che dissolve
una curva piena d’acqua
e fra le mani le cosce, a contare
il trascorrere corporale del disgelo
e tu dici che la colpa è nell’essere
di marzo nata in sottoveste
ghirlanda di sirena in allarme
che gode a girare le spalle e gli abiti
a chiazze di chimera negli armadi;
il canto della nuova stagione
se arriverà, ne scioglierà di brina i sensi.

***

Dentro la curva
della schiena giustifica e s’imbianca
un senso, quello del giusto:
e donalo ai tuoi carnefici
lepre in un dubbio, quelle nostre
mortificate cose, così vicine
tanto ai ghigni degli aguzzini
che alle intonazioni di misericordia
sono gradini morti,
che in una rovina scendono.
Ah i libri sacri… Mi hanno detto che s’assemblano
come dubbi ruvidi e nei dorsi
si consumano ed anche rigirano,
simili alla lettura nelle carte dei tarocchi;
che rubano sonno al corpo e denaro
nel dubbio d’essere
con gli occhi aperti a sognare.
Dalla prigione di un focolare vuoto
il variare del tempo
ne completa il senso
di essere ancora Lepre
in una macelleria che le proprie mani aprono ogni mattina.
Da “Coniugazione femminile, singolare”
(di prossima pubblicazione)
con la prefazione di Milo De Angelis

***

Virus,
mi affondi in un’ovatta di bende
e abbagli fiabeschi, oscuri la pelle
illuminata, resto brandello di semi.
Sono incorrotta, nata in un fiume largo
ho nascosto i tagli dei singhiozzi
dal tuo fumo negli occhi,
dal vertice nero del ventre.
Non hai per me né orecchie né mani,
sono mondo rappreso.
Mi respingi e io naufrago
zattera d’esilio, intreccio di sensi.
Mi assaggi,
mordi e attraversi e maceri,
ma i miei tacchi sono ancora sulle scale
come un esercito smarrito di briganti.
Misericordia,
avrei voluto passare attraverso il tuo corpo
in un bonus di grazia
fondermi come miele carnivoro.
Primordiale,
fuocoimmagine di vita senza posto,
torno penombra da alcova
un pugno svuotato di terra dissolta.
Passo la notte come un pendolo,
oscillo nelle mie parti che non hanno più il tuo odore
e selvaggia m’infetto
delle grida dei pentimenti inutili.
Così sia:
ti aprirò gli occhi ad ogni colore
sputerò menzogne
ti verrò a bussare e mi nasconderò .
Galleggerò nel rumore
delle parole mai dette
e quello che rimane
sarà inciso nella sanguinante grafia della pelle.

***

La strada è stretta per raggiungersi,
solvente, liquida come un pensiero colato
colorato, di quel reale pregato nelle nebbie
di notte, dove tutto accade e puramente per caso.
Il rumore di questa gravità che si dissipa
ascolto, senza mai pronunciare una preghiera
frana la memoria, ogni ferita,
parte, pende, non congiungo mai le mani.
Non chiederò salvezza
le ginocchia sono rigide nella postura del dubbio
quello che chiamavo altro è dentro oscuro.
Il mio nome sopra la luce spenta
è iridescente; la sopravvivenza avrà nuovi colori
perpetui come la bellezza, pieni come i rantoli del silenzio.

***

Dalla prefazione di “Coniugazione femminile”
“Qui tutto è veloce e mortale. Immagini che sembravano lontane vengono avvicinate all’improvviso, mostrano la loro inaspettata parentela e svelano universi nascosti, svelano la nostra parte più sola e vulnerabile, la nostra vita nuda e senza scampo, condannata ad avere ” il blasone del nulla sulla schiena”.
Dalla prefazione di “Leporis”
“Il simbolo, la personificazione e l’identificazione alternate, le metafore, tutto in questo libretto poetico trasuda magia, una magia molto “terrena” che s’incarna nel contrapporsi di destino e ribellione, delicatezza e potenza, sensualità e bisogno d’amore”.

Biografia.

Simonetta Sambiase, preferisce un altro nome, Meth.
Studi artistici ma a ridosso, c’è la passione della scrittura, e negli anni la mappatura delle tessere dello scrivere passa dalla redazione di radio locali fino ai settimanali femminili nazionali, con una vecchia tessera di giornalista pubblicista nel cassetto.
Ha vinto nel 2011 il Woman in Art, sezione poesia, presidente della giuria Milo De Angelis.
A marzo 2012, sarà pronto il libro con la raccolta vincitrice, e la prefazione della giuria del WIA.
Libri di poesie pubblicati, Tempo inaspettato e Una Clessidra di grazia, edizioni Rupe Mutevole.
A dicembre 2011, la plaquette Leporis (in)canti matrigni, edizioni Limina Mentis.
Una Clessidra di Grazia ha ottenuto il terzo posto del premio Leandro Polverini del 2011.
E’ stata segnalate quest’anno al XIII premio San Vitale di Bologna e al II Premio Franco Fortini
Varie partecipazioni in antologie, l’ultima è Fragmenta, della casa editrice Smasher, per il progetto di Ulteriora Mirari
Tra le ultime partecipazioni, Le strade della Poesia III edizione (Guardia Lombardi) e Poesia a strappo (Crema)
Cura la pagina poetica ElegiaStella sul sito RainStars.net.
Tra le cose del passato, presenze in alcune antologie. In forma stampata, quelle di Poesiaérivoluzione, Aletti Editrice, Edizioni Rei e
Samperi editore, quelle nel web, l’antologia erotica di Vir-Us.
Il suo blog di poesie e pensieri vaghi è su Io bloggo

Stefano Guglielmin

15 febbraio 2012

Sulle “poesie londinesi” di Stefano Guglielmin

Le condizioni materiali (luogo e mezzo) della composizione di questa sequenza poetica ce le rivela lo stesso Stefano Guglielmin:

L’estate del 2009 sono salito a Londra per un soggiorno di studi. In quell’occasione ho scritto queste poesie, seduto in differenti panchine, nei pochi giorni di sole. Di solito io scrivo poesia davanti al computer, a casa. Lontano da lì non riesco che a balbettare. La parola poetica esce infatti a fatica: “non c’è canto, lo so” scrivo qui sotto, consapevole che questa voce è poca cosa.

Mi sembra che queste note a margine pongano degli interrogativi preliminari all’analisi dei testi. La domanda che mi sorge è questa: possono, quelle che una visione astorica e assoluta della poesia degraderebbe a semplici “circostanze”, modificare la percezione della realtà e il modo di organizzarla a livello testuale? Io propendo per il si. Senza scomodare un’auctoritas come la critica americana Marjorie Perloff (la quale ha mostrato che l’avvento dei media e dei computer ha influenzato la produzione poetica delle avanguardie), mi sento di dire che l’enfasi di Guglielmin sul luogo (Londra piuttosto che casa propria) e sul mezzo (la scrittura a mano piuttosto che il computer) non va sottovalutata.

Anzitutto, scrivere al computer porta più facilmente a manipolare l’architettura del testo, di saggiare le sue possibilità spaziali e combinatorie. Questo a rischio non dell’autenticità (che non può essere un fattore di medium) ma piuttosto della linearità e dell’economia espressiva, tratti pervasivi di questa suite. Forse l’assenza dello strumento computer ha contribuito a rendere più immediata la voce di Guglielmin, che porta con sé una rara leggerezza, di tono certo, ma anche di stile: la sintassi è infatti paratattica, gli espedienti retorici ridotti quasi all’invisibilità, mentre il dettato oscilla tra il descrittivo e l’epigrammatico; tuttavia, sull’intenzione critica (che pure non manca in questi versi) sembra prevalere un senso di vicinanza umana.

Il luogo, poi, fornisce alla sequenza il titolo (“poesie londinesi”) e anche, nel primo frammento, referenti reali e culturali spiccatamente inglesi: le volpi, il barbarico, e la woolfiana Mrs Dalloway, tutti a interagire nella scena. Scena che è immessa in un quadretto (e in una quartina) in apparenza minimalista, in realtà sapientemente deformata: Mrs Dalloway pronuncia una frase (“non sembra incredibile la vita?”) spiazzante nel contesto, ostentatamente falsa ma eloquente nel mescolare rassegnazione e tragedia; nelle volpi che gridano e nel barbarico che sfibra la tovaglia è difficile non ravvisare un’allusione alla caccia: non solo alla caccia alla volpe (pratica che per altro, in Inghilterra, è stata bandita solo pochi anni fa) ma, come per estensione, a qualsiasi barbarie umana.

Lacerazioni, dunque; ma anche la continuità della voce, vero leitmotif della sequenza. Si va dalla voce terrorizzata delle volpi a quella “civilizzata” di Mrs Dalloway, per poi passare alla declinazione poetica della voce: il canto, ma che qui è canto impedito, di montaliana memoria. Una descrizione critica della realtà come quella del primo frammento è infatti estranea al canto, perché rielaborata nel corpo che “parla da solo” (a proposito, trovo questa espressione di rara efficacia), rendendo la realtà presente anziché trascenderla nella luce, nella catarsi. Parlare è tessere relazioni, tentare di ricomporre quella tovaglia sfibrata dalla barbarie; qui cantare sarebbe fuoriluogo.

Ne deriva l’importanza concreta delle parole, come nel quarto frammento, il mio preferito. Qui ridere e morire sono mescolati in una regressione (si veda la giostra del frammento precedente) di leopardiana memoria, complice quel “darsi pace naufragando”. Guglielmin ovviamente non può credere a un’utopia regressiva che riduce due esperienze complesse e basilari come il ridere e il morire a puro linguaggio; e infatti, credo che il termine “imparare” vada inteso in tutta la sua portata esperienziale. Nonostante ciò, perfino il presentare l’utopia come una realtà remota alla quale non è più possibile credere, mostra nondimeno la necessità di un orizzonte utopico, malgrado tutto.

L’esplorazione del parlare continua nel quinto frammento (“dice tante cose in inglese”) per tramutarsi poi nel sesto in canto, sia pur obliquamente (“qualcosa che suona / come il soffio di un cuore malato”). Ma qual è il soggetto degli ultimi tre frammenti? Certo, da una parte può essere la poesia (che appare nel terzo frammento, e il cui significato si dà, ancora una volta, nell’immanenza: “poesia significa, qui, stare fermo”); dall’altra però possiamo immaginarci qualcuno in carne e ossa, qualcuno che ci si è fatto vicino e con cui magari cresciamo come “seguaci / in quest’impresa”.

Questa sequenza di Guglielmin, originatasi da un doppio spaesamento che si aggiunge a quello dello scrivere versi (e il tema dello spaesamento è ben noto all’autore, come dimostra il titolo della sua raccolta di saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento, Anterem, 2001) ritrova il suo equilibrio sulla giostra di una pacata essenzialità, offerta a noi come qualcosa che ci ascolta e che siamo chiamati ad ascoltare.

Davide Castiglione

www.castiglionedav.altervista.org

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L’estate del 2009 sono salito a Londra per un soggiorno di studi. In quell’occasione ho scritto queste poesie, seduto in differenti panchine, nei pochi giorni di sole. Di solito io scrivo poesia davanti al computer, a casa. Lontano da lì non riesco che a balbettare. La parola poetica esce infatti a fatica: “non c’è canto, lo so” scrivo qui sotto, consapevole che questa voce è poca cosa; tuttavia, vista l’occasione che mi offre Cristina Bove, ci tengo a farle conoscere e che escano nel suo blog, consapevole che forse non entreranno in alcun libro a venire.

 

poesie londinesi

Triste è il suo viso come il viso di un poeta,

un poeta senza canto

                                       Virginia Woolf


°

Le volpi gridano in giardino

mentre il barbarico sfibra la tovaglia;

raccoglie Mrs Dalloway la voce e dice:

“Non sembra incredibile la vita?”

 

°°

Non c’è canto, lo so. Però il corpo

talvolta, parla da solo, ama il fango

più della luce e cancellare tracce

darsi malato…

 

°°°

Poesia significa, qui, stare fermo

sulla giostra, darsi pace naufragando.

 

°°°°

Chiede se mi piace ridere

se morire giovani sia peggio.

Ripete due volte le frasi

così che ridere e morire

non siano che verbi da imparare

 

°°°°°

Dice tante cose in inglese

mostrando la lingua, la districa:

il suo sesso non farebbe di meglio.

 

°°°°°°

Impone qualcosa che suona

come il soffio di un cuore malato;

sembra felice di avere seguaci

in questa impresa.

.

Stefano Guglielmin è nato nel 1961 a Schio (VI). Laureato in filosofia, insegna lettere presso il locale liceo artistico. Ha pubblicato le sillogi Fascinose estroversioni (Quaderni del gruppo “Fara”, 1985), Logoshima (Firenze Libri, 1988), come a beato confine (Book editore, 2003), La distanza immedicata / the immedicate rift (Le Voci della Luna, 2006), il foglio d’arte Il frutto, forse (L’Arca Felice, 2008), Erosioni, in Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara, 2008), C’è bufera dentro la madre (L’arcolaio, 2010) ed i saggi Scritti nomadi. Spaesamento ed erranza nella letteratura del Novecento (Anterem, 2001), Senza riparo. Poesia e finitezza (La Vita Felice, 2009) e Blanc de ta nuque. Uno sguardo (dalla rete) sulla poesia italiana contemporanea (Le Voci della Luna, 2011) È presente in alcune antologie, fra le quali Il presente della poesia italiana, curata da C. Dentali e S. Salvi (LietoColle, 2006) e Caminos del agua. Antologia de poetas italianos del segundo Novecientos, a cura di E. Reginato (Monte Avila, 2008). Suoi saggi e poesie sono usciti su numerose riviste italiane ed estere e su siti web. Gestisce il Blog Blanc de ta nuque. Dirige le collane di poesia “Laboratorio” per le edizioni “L’Arcolaio”, “Segni” per conto de “Le Voci della Luna” e, assieme a M. Ferrari e M. Morasso, “Format” della “Puntoacapo Editrice”.

Abele Longo

7 febbraio 2012

disegno di Sophia, la bimba di Abele.

Domande

Non sapeva il vecchio
quanto è triste un bambino
che non fa domande
e infastidito rispondeva
con un grugnito.

Cosa chiedeva il bambino? Non ricordo,
so solo che se ne stava zitto per ore
mentre gli altri giocavano a pallone.

*

Le cose di una vita

Una striscia di case sul mare
un branco di cani
l’inverno dei tossici randagi.

La tenga bene signora è morta
qui mia madre sola di crepacuore.

Fu un rumore in cucina a svegliarla,
i cani che guaivano.

Una delle due consolò l’altra.

Conosce la rotta del vento
la polvere che sfida
le cose di una vita.

*

Quando muore qualcuno

Quando muore qualcuno
c’è sempre tanta strada da fare
un sole pallido sulle lamiere
il traffico assordante che accompagna
i motti di spirito di qualcuno
che conosceva bene la buonanima

Fino a quando la macchina non imbocca
una stradina di campagna
e le ombre dei salici si stagliano
contro una luce cinerina
che tutto attutisce e spande uniforme

*
Demetra

Rimasta sola
una vedova va
consolata in famiglia
assicurano i medici
toccandole per questo
le carni ancora giovani

Come i potenti
si circondono di sensali
vuota speculare
immagine della cancrena
la trama leviga
una lastra scura

Ogni presentimento
uno squarcio già compiuto

*

Stormy Weather

Un temporale si abbatte
mentre sono in bicicletta
vuota la mente
sfiora a filo d’erba

vermi che si torcono
nella terra nuda
maciullati dall’insania
di piste fuori strada

belati di pecore
coprono lo schianto
a casa mia figlia
chiederà una storia

nella penombra
della sua stanza
ogni goccia distilla
l’inverno che cade.

Abele Longo – Inediti da Reversibilità (Edizioni Accademia di Terra d’Otranto)

Curatore del sito Neobar

…………………………………………………………….

Le cose della vita: prendo a prestito il titolo di una delle poesie qui presentate, per delineare il mio percorso di lettura di questa poesia che sa quanto siano le “domande”, più che le risposte, a tessere il nostro stare, tanto più come “fanciullini”, al mondo.

-Che cosa è? – chiede infatti ripetutamente il bambino e noi gli consegniamo il nome come investitura e chiave dell’oggetto, aprendolo così al tutto come resto millenario, indistinto e stratificato delle cose.
Allo stesso modo, ogni singola poesia di Abele Longo pone “cose della vita”, domande, e nel farlo risponde, non perché questa poesia abbia le risposte o, perlomeno, non in quanto le abbia pronte, da restituire bellamente infiorettate in versi, né perché le vengano provvidenzialmente suggerite da una qualche bocca oracolare; non ha risposte, ma risponde, nel senso che cor-risponde, a se stessa e al lettore.
E lo fa restituendo vite, tracciate in componimenti solitamente brevi, sempre arguti, spesso messi in scena in medias res, già avviati, proprio come sono già avviate le esistenze al momento di essere trasposte nei versi (“Non sapeva il vecchio“, “Quando muore qualcuno”, …).

Sono componimenti brevi non per reticenza gratuita, ma in grazia di una parola intrisa di pudore e pietas, che, proprio per questo, assume un dettato asciutto ed essenziale, lasciando semmai al lettore il molto di inespresso o sottinteso.
Così, pure all’interno di un lessico e di una sintassi chiari, tale dettato risulta spesso ambiguo, di un’ambiguità originaria, ontologica, delle cose in sé, perché la poesia, mi pare suggerisca Abele con la sua scrittura, può dire nel modo e fin dove arriva il medium del dicibile, non oltre, o, al massimo, giungere fino al varco, al margine, in un pre-sentimento già avvenuto e tuttavia sempre riproposto e da riproporre: “Ogni presentimento /uno squarcio già compiuto”.

Ogni singolo testo dunque è un fotogramma, un pezzo piccolo di esistenza a filmare in una specie di sineddoche, se non il tutto, almeno il tutto che è necessario raccontare, laddove necessario contiene sia l’impellenza del fissare l’ispirazione poetica, sia la responsabilità delle parole nei confronti delle cose che le parole stesse vanno a configurare.

“A casa mia figlia / chiederà una storia”, scrive nella poesia “Stormy Weather”, e questa richiesta, non a caso dopo-dentro un tempo tempestoso, sale dal calore familiare a domandare per sé e per la communitas, ancora una volta, il munus della parola: una/la storia, quella che “ogni goccia” di noi “distilla”, anche in barba o in virtù dell’”inverno che cade” come un sipario o come la neve.

Margherita Ealla